mercoledì 1 aprile 2026

L'ODIO COME PEDAGOGIA


UNA 
PEDAGOGIA ROVESCIATA



È una pedagogia rovesciata, quella dell'odio e della violenza: non dichiarata, non proclamata da alcun manifesto, ma educa ogni giorno con forza inarrestabile. Possiamo accettare che l’odio diventi dispositivo educativo implicito delle nuove generazioni? Ovviamente no. Ma riconoscere questa deriva significa anche assumersi la responsabilità di disinnescare, giorno dopo giorno, i meccanismi che la alimentano

di Vanna Iori

C’è un’inquietudine che attraversa il nostro tempo e che non si lascia nominare con facilità. È un’inquietudine che abita i corpi, prima ancora che le parole; che si insinua nei gesti quotidiani, nei linguaggi spezzati dei giovani, nelle relazioni sempre più fragili. È una pedagogia rovesciata, non dichiarata, e proprio per questo tanto più pervasiva: una pedagogia dell’odio e della violenza.

Non è stata istituita da alcuna riforma scolastica, né proclamata da alcun manifesto culturale. Eppure educa. Educa ogni giorno, con una forza silenziosa, inarrestabile e continua. Educa attraverso le immagini della guerra che scorrono incessanti, attraverso la spettacolarizzazione del conflitto, attraverso parole pubbliche che legittimano l’aggressività come forma di affermazione. Educa quando la paura diventa grammatica condivisa, quando il sospetto prende il posto della fiducia, quando l’altro non è più un volto ma una minaccia.

In questo scenario, i giovani non sono soltanto spettatori: sono, loro malgrado, apprendisti. Apprendono modalità relazionali segnate dalla difesa, dalla chiusura, talvolta dall’attacco preventivo. Non perché lo scelgano consapevolmente, ma perché immersi in un contesto che rende difficile immaginare alternative. Il disagio giovanile, di cui tanto si parla, non è un fenomeno isolato o patologico: è piuttosto una risposta esistenziale a un mondo che fatica a offrire orizzonti di senso.

Il disagio giovanile, di cui tanto si parla, non è un fenomeno isolato o patologico: è piuttosto una risposta esistenziale a un mondo che fatica a offrire orizzonti di senso

La violenza, allora, non è solo un atto: è un linguaggio. E come ogni linguaggio, si apprende. Si apprende nei vuoti educativi, nelle solitudini non riconosciute, nelle parole non dette. Si apprende quando manca una presenza adulta capace di sostare, di ascoltare, di contenere, di accompagnare. Si apprende quando il dolore non trova spazi di espressione e si trasforma in rabbia indistinta.

Ma è davvero questa la nuova pedagogia? Possiamo accettare che l’odio diventi dispositivo educativo implicito delle nuove generazioni? La risposta non può che essere un no inquieto, mai rassicurante. Perché riconoscere questa deriva significa anche assumersi una responsabilità impegnativa: quella di disinnescare, giorno dopo giorno, i meccanismi che la alimentano.

Educare, oggi più che mai, è un atto controcorrente. Significa restituire valore alla lentezza in un tempo accelerato, alla profondità in una cultura della superficie, alla relazione in un mondo che spinge all’isolamento. Significa offrire ai giovani non tanto risposte, quanto spazi di pensiero; non modelli rigidi, ma testimonianze credibili.

Educare, oggi più che mai, è un atto controcorrente. Significa anche assumersi una responsabilità impegnativa: quella di disinnescare, giorno dopo giorno, i meccanismi che la alimentano una pedagogia dell’odio e della violenza

Occorre una pedagogia della cura che sappia opporsi alla pedagogia della paura. Una pedagogia che non neghi il male presente nel mondo, ma che insegni a non farsene colonizzare. Che riconosca il conflitto senza trasformarlo in distruzione. Che sappia nominare le emozioni, trovando i nomi anche per quelle più difficili da riconoscere, non solo per giudicarle o cercare di reprimerle, ma per cercare di capire da dove hanno origine.

In questo senso, l’educazione è sempre un gesto politico, nel senso più alto del termine: riguarda la costruzione della convivenza umana. E oggi questa costruzione passa inevitabilmente attraverso la capacità di disinnescare l’odio, di trasformare la violenza in parola, di restituire all’altro il suo statuto di persona.

La costruzione della convivenza umana oggi passa inevitabilmente attraverso la capacità di disinnescare l’odio, di trasformare la violenza in parola, di restituire all’altro il suo statuto di persona

Forse la domanda iniziale va allora rovesciata. Non: “Odio e violenza: è questa la nuova pedagogia?”, ma: “Quale pedagogia vogliamo rendere possibile, dentro questo tempo ferito?”.

Non possiamo sottrarci. Ogni silenzio educativo rischia di diventare complicità. Ogni gesto di cura, invece, apre una possibilità. Ed è proprio in queste possibilità, fragili e ostinate, che si gioca il futuro dei nostri giovani e, con esso, quello dell’intera società.

VITA

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