di Vanna Iori
C’è un’inquietudine che attraversa il nostro tempo e
che non si lascia nominare con facilità. È un’inquietudine che abita i corpi,
prima ancora che le parole; che si insinua nei gesti quotidiani, nei linguaggi
spezzati dei giovani, nelle relazioni sempre più fragili. È una pedagogia
rovesciata, non dichiarata, e proprio per questo tanto più pervasiva: una
pedagogia dell’odio e della violenza.
Non è stata istituita da alcuna riforma scolastica, né
proclamata da alcun manifesto culturale. Eppure educa. Educa ogni giorno,
con una forza silenziosa, inarrestabile e continua. Educa attraverso le
immagini della guerra che scorrono incessanti, attraverso la
spettacolarizzazione del conflitto, attraverso parole pubbliche che legittimano
l’aggressività come forma di affermazione. Educa quando la paura diventa
grammatica condivisa, quando il sospetto prende il posto della fiducia, quando
l’altro non è più un volto ma una minaccia.
In questo scenario, i giovani non sono soltanto
spettatori: sono, loro malgrado, apprendisti. Apprendono modalità relazionali
segnate dalla difesa, dalla chiusura, talvolta dall’attacco preventivo. Non
perché lo scelgano consapevolmente, ma perché immersi in un contesto che rende
difficile immaginare alternative. Il disagio giovanile, di cui tanto si parla,
non è un fenomeno isolato o patologico: è piuttosto una risposta esistenziale a
un mondo che fatica a offrire orizzonti di senso.
Il disagio giovanile, di cui tanto si parla, non è un
fenomeno isolato o patologico: è piuttosto una risposta esistenziale a un mondo
che fatica a offrire orizzonti di senso
La violenza, allora, non è solo un atto: è un
linguaggio. E come ogni linguaggio, si apprende. Si apprende nei vuoti
educativi, nelle solitudini non riconosciute, nelle parole non dette. Si
apprende quando manca una presenza adulta capace di sostare, di ascoltare, di
contenere, di accompagnare. Si apprende quando il dolore non trova spazi di
espressione e si trasforma in rabbia indistinta.
Ma è davvero questa la nuova pedagogia? Possiamo
accettare che l’odio diventi dispositivo educativo implicito delle nuove
generazioni? La risposta non può che essere un no inquieto, mai
rassicurante. Perché riconoscere questa deriva significa anche assumersi
una responsabilità impegnativa: quella di disinnescare, giorno dopo giorno, i
meccanismi che la alimentano.
Educare, oggi più che mai, è un atto controcorrente.
Significa restituire valore alla lentezza in un tempo accelerato, alla
profondità in una cultura della superficie, alla relazione in un mondo che
spinge all’isolamento. Significa offrire ai giovani non tanto risposte, quanto
spazi di pensiero; non modelli rigidi, ma testimonianze credibili.
Educare, oggi più che mai, è un atto controcorrente.
Significa anche assumersi una responsabilità impegnativa: quella di
disinnescare, giorno dopo giorno, i meccanismi che la alimentano una pedagogia
dell’odio e della violenza
Occorre una pedagogia della cura che sappia opporsi
alla pedagogia della paura. Una pedagogia che non neghi il male presente
nel mondo, ma che insegni a non farsene colonizzare. Che riconosca il conflitto
senza trasformarlo in distruzione. Che sappia nominare le emozioni, trovando i
nomi anche per quelle più difficili da riconoscere, non solo per giudicarle o
cercare di reprimerle, ma per cercare di capire da dove hanno origine.
In questo senso, l’educazione è sempre un gesto
politico, nel senso più alto del termine: riguarda la costruzione della
convivenza umana. E oggi questa costruzione passa inevitabilmente attraverso la
capacità di disinnescare l’odio, di trasformare la violenza in parola, di
restituire all’altro il suo statuto di persona.
La costruzione della convivenza umana oggi passa
inevitabilmente attraverso la capacità di disinnescare l’odio, di trasformare
la violenza in parola, di restituire all’altro il suo statuto di persona
Forse la domanda iniziale va allora rovesciata. Non:
“Odio e violenza: è questa la nuova pedagogia?”, ma: “Quale pedagogia vogliamo
rendere possibile, dentro questo tempo ferito?”.
Non possiamo sottrarci. Ogni silenzio educativo
rischia di diventare complicità. Ogni gesto di cura, invece, apre una
possibilità. Ed è proprio in queste possibilità, fragili e ostinate, che
si gioca il futuro dei nostri giovani e, con esso, quello dell’intera società.
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