Geometrie dell'anima
e alfabeti del cuore:
"Incipit VitaNova" di LucianoCorradini
In un'epoca
segnata, per dirla con Zygmunt Bauman, dalla "liquidità" dei legami e
da un progressivo, e non di rado doloroso, sfaldamento dell'istituzione
familiare, l'opera di Luciano Corradini, Incipit Vita Nova, si offre al lettore
come un viatico prezioso, un breviario laico e spirituale al contempo. Il
titolo stesso, programmatico e solenne, si abbevera alla fonte dantesca: quella
«rubrica la quale dice: Incipit vita nova» che segna, per il Sommo Poeta così
come per l'autore, la linea di demarcazione tra l'inconsapevolezza e la presa
di coscienza, rivelandosi come la «storia documentata, commentata, idealizzata
di un amore giovanile e della scoperta di una vocazione».
Al centro della
narrazione – incastonata nella prestigiosa collana Ars cooperativa naturae
edita da Diogene Multimedia – vi è un carteggio giovanile consumato tra il 1952
e il 1954. Un dialogo furtivo, lontano dalle odierne ed effimere comunicazioni
digitali, affidato a foglietti celati nei libri o alle pagine di un quadernetto
mimetizzato sotto il titolo "Appunti di storia". Protagonisti sono
due liceali: da un lato il giovane Luciano, il quale, mosso da un impeto che
unisce fede, passione e una precoce vocazione pedagogica, traccia le coordinate
di un amore assoluto, sognando sin d'allora la fondazione di una "nuova e
santa famiglia”; dall'altra, una fanciulla che qui assume il senhal
squisitamente dantesco di Beatrice. Ciò che avvince e rapisce il lettore, sin
dalle prime battute, è l'altissimo registro etico e linguistico di questi
adolescenti degli anni Cinquanta.
La prosa di Luciano è febbricitante, intrisa
di un ardore che fonde misticismo e urgenza terrena: «Quando, a letto, prima di
dormire, penso a te, vorrei correre qui sul tavolo e scrivere ciò che mi sembra
di non averti detto mai abbastanza: ti amo. E se ti dico queste due magiche
parole che mi fanno tremare le labbra e il cuore [...] sono convinto di non
averti ancora detto tutto». Di contro, Beatrice oppone una ritrosia saggia, un
pudore intriso di speranza e lucida consapevolezza: «Sappi però che se un giorno
questa mia simpatia si mutasse in amore, mi sentirei la donna più fortunata del
mondo». La grandezza letteraria e umana di questo epistolario risiede nella sua
profonda compenetrazione con la temperie culturale del Liceo Classico
(l'Ariosto di Reggio Emilia, nello specifico), che funge non da mero sfondo, ma
da lente ermeneutica.
I turbamenti dei
due giovani non sono mai disgiunti dalla riflessione sui classici. Corradini
interroga i giganti della letteratura, respinge con forza il lirismo
passivamente erotico e sensuale di Mimnermo, Lucrezio o Catullo, e tenta di
decifrare le inesplicabili dinamiche amorose femminili attraverso i versi del
Tasso. Nell'Aminta, confessa l'autore, sembra celarsi il mistero della ritrosia
di Beatrice: «La donna fugge e fa ch'altri la prenda, pugna e fa ch'altri la
vinca». Tuttavia, l'anelito di Luciano guarda ben più in alto, a quel dantesco
«Amor che a nullo amato amar perdona» che pretende, per sua intrinseca natura,
reciprocità e dono assoluto. È un'educazione ai sentimenti in cui, mutuando la
poetica di Saint-Exupéry nel Piccolo Principe, l’autore ci rammenta che amare
significa primariamente «addomesticare», ovvero creare legami impossibili.
Eppure, come
accade nelle più fulgide parabole umane, il carteggio con Beatrice non sfocia
in un'unione matrimoniale. Ma lungi dal rappresentare un fallimento, quel
triennio si rivela una magnifica paideia, un tirocinio spirituale e umano, un
«cantiere incredibilmente bello, serio (forse troppo) e terribile» in cui si è
forgiato l'uomo adulto, capace di accogliere il vero compimento del suo
destino.
La vera, autentica
"vita nova" si invera infatti negli anni universitari, all'ombra
della Cattolica di Milano, con l'ingresso in scena di Bona Bonomelli. È qui che
il sostrato lirico, lungamente allestito, trova la sua luminosa epifania
terrena. Alla dichiarazione di Luciano, Bona risponde con una frase di
disarmante, candida bellezza, pregna di quel timore reverenziale che si deve
alle cose sacre: «Direi che è impossibile, perché sarebbe troppo bello». Da
questo stupore germoglia un'unione solidissima, un patto nuziale capace di
celebrare il traguardo del mezzo secolo, allietato da figli, nipoti e
pronipoti. Da quello struggimento giovanile e da quelle attese, come
riconoscerà Luciano scrivendo a Beatrice trentacinque anni dopo, sono nate due
famiglie, a testimonianza che nulla, nell'economia dell'amore, va mai sprecato.
Chiudere le pagine di Incipit Vita Nova
significa, in ultima istanza, fare esperienza di un'intensa gratitudine.
L'opera di Corradini trascende il perimetro del manifesto pedagogico o del
semplice memoir, per farsi reliquiario palpitante di un sentimento che ha
saputo sconfiggere l'inesorabile usura del tempo. Ciò che stringe il cuore, in
una morsa di dolcissima malinconia, non è soltanto il candore di quei fremiti
celati tra le pagine di un quaderno di liceo, ma il miracolo – umanissimo e al
contempo intriso di sacro – della loro prodigiosa incarnazione.
In un presente in
cui l'amore è sovente declinato al condizionale, assottigliato nella liquidità
degli affetti o consumato nella fugacità di un istante, questo libro, che evoca
il tempo in cui i sentimenti venivano coltivati con pudore, responsabilità e inesauribile
speranza, si leva come un canto coraggioso e struggente. Ci ricorda, con la
voce velata dalla tenerezza di chi contempla una vita intera spesa per l'altro,
che amare significa farsi custodi instancabili del destino altrui.
Quel seme gettato con mani tremanti in una
lontana primavera del 1952 non si è disperso nel vento dei decenni, ma si è
fatto radice, quercia, dimora. Così, l'ultima riga di questo carteggio non
segna un congedo, ma un nuovo, inestinguibile incipit. Corradini ci consegna il
legato di una certezza che emoziona e lascia senza parole: il quotidiano
donarsi non è rinuncia, bensì il solo, magnifico telaio su cui l'anima umana
possa tessere la propria luce. Un piccolo capolavoro di grazia che ci prende
per mano e ci invita, sommessamente, a non smettere mai di avere sete d'eterno
e a non temere la vertigine di quel “per sempre”.
Franco Mileto
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