lunedì 6 aprile 2026

INCIPIT VITA NOVA

 


Geometrie dell'anima

 e alfabeti del cuore: 

"Incipit VitaNova" di LucianoCorradini

 

In un'epoca segnata, per dirla con Zygmunt Bauman, dalla "liquidità" dei legami e da un progressivo, e non di rado doloroso, sfaldamento dell'istituzione familiare, l'opera di Luciano Corradini, Incipit Vita Nova, si offre al lettore come un viatico prezioso, un breviario laico e spirituale al contempo. Il titolo stesso, programmatico e solenne, si abbevera alla fonte dantesca: quella «rubrica la quale dice: Incipit vita nova» che segna, per il Sommo Poeta così come per l'autore, la linea di demarcazione tra l'inconsapevolezza e la presa di coscienza, rivelandosi come la «storia documentata, commentata, idealizzata di un amore giovanile e della scoperta di una vocazione».

Al centro della narrazione – incastonata nella prestigiosa collana Ars cooperativa naturae edita da Diogene Multimedia – vi è un carteggio giovanile consumato tra il 1952 e il 1954. Un dialogo furtivo, lontano dalle odierne ed effimere comunicazioni digitali, affidato a foglietti celati nei libri o alle pagine di un quadernetto mimetizzato sotto il titolo "Appunti di storia". Protagonisti sono due liceali: da un lato il giovane Luciano, il quale, mosso da un impeto che unisce fede, passione e una precoce vocazione pedagogica, traccia le coordinate di un amore assoluto, sognando sin d'allora la fondazione di una "nuova e santa famiglia”; dall'altra, una fanciulla che qui assume il senhal squisitamente dantesco di Beatrice. Ciò che avvince e rapisce il lettore, sin dalle prime battute, è l'altissimo registro etico e linguistico di questi adolescenti degli anni Cinquanta.

 La prosa di Luciano è febbricitante, intrisa di un ardore che fonde misticismo e urgenza terrena: «Quando, a letto, prima di dormire, penso a te, vorrei correre qui sul tavolo e scrivere ciò che mi sembra di non averti detto mai abbastanza: ti amo. E se ti dico queste due magiche parole che mi fanno tremare le labbra e il cuore [...] sono convinto di non averti ancora detto tutto». Di contro, Beatrice oppone una ritrosia saggia, un pudore intriso di speranza e lucida consapevolezza: «Sappi però che se un giorno questa mia simpatia si mutasse in amore, mi sentirei la donna più fortunata del mondo». La grandezza letteraria e umana di questo epistolario risiede nella sua profonda compenetrazione con la temperie culturale del Liceo Classico (l'Ariosto di Reggio Emilia, nello specifico), che funge non da mero sfondo, ma da lente ermeneutica.

I turbamenti dei due giovani non sono mai disgiunti dalla riflessione sui classici. Corradini interroga i giganti della letteratura, respinge con forza il lirismo passivamente erotico e sensuale di Mimnermo, Lucrezio o Catullo, e tenta di decifrare le inesplicabili dinamiche amorose femminili attraverso i versi del Tasso. Nell'Aminta, confessa l'autore, sembra celarsi il mistero della ritrosia di Beatrice: «La donna fugge e fa ch'altri la prenda, pugna e fa ch'altri la vinca». Tuttavia, l'anelito di Luciano guarda ben più in alto, a quel dantesco «Amor che a nullo amato amar perdona» che pretende, per sua intrinseca natura, reciprocità e dono assoluto. È un'educazione ai sentimenti in cui, mutuando la poetica di Saint-Exupéry nel Piccolo Principe, l’autore ci rammenta che amare significa primariamente «addomesticare», ovvero creare legami impossibili.

Eppure, come accade nelle più fulgide parabole umane, il carteggio con Beatrice non sfocia in un'unione matrimoniale. Ma lungi dal rappresentare un fallimento, quel triennio si rivela una magnifica paideia, un tirocinio spirituale e umano, un «cantiere incredibilmente bello, serio (forse troppo) e terribile» in cui si è forgiato l'uomo adulto, capace di accogliere il vero compimento del suo destino.

La vera, autentica "vita nova" si invera infatti negli anni universitari, all'ombra della Cattolica di Milano, con l'ingresso in scena di Bona Bonomelli. È qui che il sostrato lirico, lungamente allestito, trova la sua luminosa epifania terrena. Alla dichiarazione di Luciano, Bona risponde con una frase di disarmante, candida bellezza, pregna di quel timore reverenziale che si deve alle cose sacre: «Direi che è impossibile, perché sarebbe troppo bello». Da questo stupore germoglia un'unione solidissima, un patto nuziale capace di celebrare il traguardo del mezzo secolo, allietato da figli, nipoti e pronipoti. Da quello struggimento giovanile e da quelle attese, come riconoscerà Luciano scrivendo a Beatrice trentacinque anni dopo, sono nate due famiglie, a testimonianza che nulla, nell'economia dell'amore, va mai sprecato.

 Chiudere le pagine di Incipit Vita Nova significa, in ultima istanza, fare esperienza di un'intensa gratitudine. L'opera di Corradini trascende il perimetro del manifesto pedagogico o del semplice memoir, per farsi reliquiario palpitante di un sentimento che ha saputo sconfiggere l'inesorabile usura del tempo. Ciò che stringe il cuore, in una morsa di dolcissima malinconia, non è soltanto il candore di quei fremiti celati tra le pagine di un quaderno di liceo, ma il miracolo – umanissimo e al contempo intriso di sacro – della loro prodigiosa incarnazione.

In un presente in cui l'amore è sovente declinato al condizionale, assottigliato nella liquidità degli affetti o consumato nella fugacità di un istante, questo libro, che evoca il tempo in cui i sentimenti venivano coltivati con pudore, responsabilità e inesauribile speranza, si leva come un canto coraggioso e struggente. Ci ricorda, con la voce velata dalla tenerezza di chi contempla una vita intera spesa per l'altro, che amare significa farsi custodi instancabili del destino altrui.

 Quel seme gettato con mani tremanti in una lontana primavera del 1952 non si è disperso nel vento dei decenni, ma si è fatto radice, quercia, dimora. Così, l'ultima riga di questo carteggio non segna un congedo, ma un nuovo, inestinguibile incipit. Corradini ci consegna il legato di una certezza che emoziona e lascia senza parole: il quotidiano donarsi non è rinuncia, bensì il solo, magnifico telaio su cui l'anima umana possa tessere la propria luce. Un piccolo capolavoro di grazia che ci prende per mano e ci invita, sommessamente, a non smettere mai di avere sete d'eterno e a non temere la vertigine di quel “per sempre”.

Franco Mileto

 Corradini


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