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venerdì 28 agosto 2026

RIGENERARE IL CRISTIANESIMO

 


Quando

 il cristianesimo finisce

 

--di Marcello Neri 

Che il cristianesimo finisca non è un fenomeno inedito, qualcosa che improvvisamente si annuncia come destino di una estinzione inesorabile mai accaduta. Storicamente, il cristianesimo è già finito più volte – alcune per sostituzione, altre per esaurimento interno. Teologicamente, proprio perché fenomeno della storia umana, il cristianesimo è evangelicamente chiamato a estinguersi per poter continuare a essere. 

Alla chiara percezione diffusa della fine del cristianesimo occidentale non sembra accompagnarsi però quella di una sua nuova genesi, del lento parto di un cristianesimo inedito di cui non è ancora possibile concepire la forma – perché continuiamo a guardarlo con le lenti del cristianesimo che sta scomparendo. 

E gli albori di questo cristianesimo a venire, che già si annuncia nel tramonto del suo passato, vengono troppo spesso costretti nel letto di Procuste di quello che sta prendendo il suo congedo da noi. Con effetti mortiferi per la possibilità di un cristianesimo a venire. Perché il paradosso davanti al quale ci troviamo è esattamente questo: il miglior cristianesimo di oggi, con il suo apparato pastorale e istituzionale, è la ragione principale che frena la genesi del cristianesimo a venire che sta muovendo i suoi primi passi nelle nostre società occidentali. 

D’altro lato, l’inedito di questo cristianesimo, irriducibile a quello che si sta congedando, cerca, in un qualche modo, la sua casa proprio in questa evanescenza di sé stesso. Diventando, a sua volta, ragione della possibile trasformazione della genesi del cristianesimo che verrà nell’istante luttuoso di aver mancato l’occasione che si annuncia alle porte della nostra fede. 

Ma anche questo dramma, che scuote oggi le nostre anime credenti, non è qualcosa di nuovo; piuttosto, annuncia quello che è il modo fondamentale di essere del cristianesimo all’interno delle vicende umane. Altri e altre credenti si dovettero confrontare con questa situazione paradossale di una evanescenza del cristianesimo che conteneva in sé la sua genesi a venire. Questi fratelli e sorelle nella fede trovarono la via per sostenere la genesi resistendo alla forza centripeta del cristianesimo che andava scomparendo, del terreno della fede che veniva letteralmente a mancare sotto i loro piedi. 

Se noi oggi siamo credenti, lo dobbiamo a loro: alla loro intelligenza e sensibilità evangelica di accompagnare la genesi culturale di una nuova stagione del cristianesimo. La tentazione, per tutti, è quella di una ripetizione letterale del loro gesto – come se ancorare il passaggio di oggi alla storia di quello che siamo stati fosse l’unica possibilità di contrastare l’evanescenza di un cristianesimo in via di congedo. 

In questo modo, finiremmo però per dare il colpo di grazia non solo al cristianesimo veniente, ma anche a quello che resta di esso. Perché uscire dalla storia umana vuol dire votarsi a mancare l’appuntamento con il Dio di Gesù, con le presenze del suo Spirito che è sensibilità di Dio per l’umano e le sue storie. 

Non si tratta di accettare passivamente che l’essenza del cristianesimo viva della tensione fra «fine» e «genesi»; si tratta, piuttosto, di trovare il modo inedito per dare forma a questa tensione nell’oggi delle nostre società occidentali. In tutti i momenti di soglia che il cristianesimo ha conosciuto nei suoi duemila anni di vita, il dramma e paradosso di una genesi del cristianesimo a venire si sono decisi in virtù di pratiche del Vangelo che, mentre scompaginavano l’evanescente ordinamento cristiano, davano forma all’inedito cristiano dentro una nuova costellazione culturale e sociale dell’umano. 

Noi, cittadini del cristianesimo che finisce, abbiamo il compito di essere come dei rabdomanti dello Spirito: che riconoscono e stanano, nella quotidianità del vivere, quelle pratiche del Vangelo che si danno senza ascrizione alcuna – senza titolo, ma non senza nomi e storie. Facendo attenzione però, in questo gesto di riconoscimento, a non ascriverle a noi, al nostro cristianesimo finito, ma al Vangelo stesso. 

E, soprattutto, abbiamo il compito di proteggerle dalla forza pervasiva e coloniale del cristianesimo che sta scomparendo – che, pur di non prendere congedo da sé, è disponibile a trascinare con sé nella propria fine ogni pratica di Vangelo che va generando il cristianesimo che verrà.

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Settimana News 

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venerdì 14 agosto 2026

MIGRARE IN EUROPA

 

Le migrazioni 

e il patrimonio culturale cristiano

 dell’Europa

-

di Giuseppe Savagnone 

Il modello Danimarca

È di questi giorni la notizia che cinque Paesi dell’Ue – Danimarca, Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia – sono ormai arrivati a un accordo per la creazione di un centro per i rimpatri in Uganda. I ministri competenti si incontreranno a Copenaghen il 4 settembre per valutare i progressi raggiunti, con l’obiettivo di arrivare entro il 2027 a una struttura capace di accogliere migranti trasferiti dall’Europa.

Non è un caso che, in contemporanea, la premier danese Mette Frederiksen, intervenuta al Folketing (il parlamento) durante il dibattito urgente sulla crisi di Ceuta, abbia indicato, tra le opzioni a disposizione del governo, anche la chiusura completa delle frontiere.

Come non è un caso che la riunione dei ministri dei cinque Paesi sia prevista a Copenaghen. Uno degli effetti della crisi di Ceuta è la scoperta – da parte di chi (come il sottoscritto) ne era totalmente all’oscuro – del ruolo fondamentale della Danimarca nel sostenere la linea dura verso i migranti. Forse perché abbiamo molte volte visto additare Giorgia Meloni come la battistrada della “conversione” dei Paesi europei in questa direzione, col famoso “modello Albania”, non avevamo mai prestato attenzione al fatto che, già prima della nostra premier e con ancora maggiore decisione, un’altra donna, anch’ella leader del proprio partito e poi presidente del Consiglio del suo Paese, era diventata un punto di riferimento per diversi governi europei sempre più preoccupati dai fenomeni migratori.

Forse a distrarre l’attenzione è stato il fatto che la Danimarca è un piccolo Paese, con meno di sei milioni di abitanti, e che, in questo caso, il partito è quello social-democratico, da cui non ci si aspetterebbe un ruolo di primo piano in questa battaglia. E in effetti, in Danimarca, tale partito ricopre un simile ruolo da quando, nel 2015, Frederiksen ne è diventata la guida. Da allora il partito ha assunto una posizione molto severa su immigrazione e controllo delle frontiere, anche per contenere l’avanzata del Dansk Folkeparti, il partito di estrema destra danese.

La Frederiksen prima e dopo l’elezione a premier

Anche prima di andare al potere, vincendo le elezioni del 2019, Frederiksen ha sostenuto gran parte delle misure restrittive proposte dal governo di centro-destra, comprese la legge del 2016 – che autorizzava la polizia a confiscare contanti e beni di valore ai richiedenti asilo, in cambio dell’accoglienza, per coprire i costi del loro sostentamento –, e quella del 2018, con cui si introduceva un regime speciale per i cosiddetti “ghetti”.

Con questo termine si indicavano dei quartieri con oltre il 50% di residenti immigrati o discendenti da «paesi non occidentali», nei quali grazie a questa normativa, per alcuni reati venivano previste pene due volte più severe che altrove e dove i bambini, da un anno in su, erano obbligati a frequentare l’asilo per 25 ore settimanali di educazione ai «valori danesi». Inoltre, i genitori che avessero mandato i loro figli nei rispettivi paesi d’origine per lunghi periodi rischiavano di essere espulsi o incarcerati.

I socialdemocratici non si erano neppure opposti – anche se non l’avevano appoggiata – a una proposta di legge, poi arenatasi per gli eccessivi costi, in cui si prevedeva di confinare gli stranieri «indesiderati» (per i quali però non ci fossero motivi giuridici di espulsione) sull’isola di Lindholm, a circa tre chilometri e mezzo dalla costa, grande meno di un chilometro quadrato e un tempo utilizzata come laboratorio per malattie infettive animali. Obiettivo esplicito era di rendere la loro vita così impossibile da costringerli ad abbandonare il Paese.

Quando poi, nel 2019, era andata al governo, Mette Frederiksen aveva assunto direttamente il comando delle operazioni per bloccare l’immigrazione irregolare, ma non solo quella. A esprimere perfettamente la sua “filosofia” era una formula fatta girare in quel periodo: «Non venite in Danimarca. Siamo cattivi. Andate invece in Germania o in Svezia». Risultato: nel 2020 hanno lasciato la Danimarca più rifugiati di quanti ne siano arrivati.

L’apice di questa politica è rappresentato da una legge del 2021 che prevede che la domanda di asilo dei migranti venga presentata in un Paese terzo e non in territorio danese. Nessun migrante cioè dovrebbe mettere piede in Danimarca. E, anche in caso di accettazione della domanda, lo straniero deve restare nel Paese terzo.

La legge non ha avuto finora effetti pratici perché occorreva individuare i Paesi terzi dove i migranti potessero essere accolti. Essa, però, è stata subito vista come particolarmente lesiva del diritto internazionale, sia dall’Agenzia ONU per i rifugiati sia dalla Commissione europea, perché esclude la possibilità di entrare in Danimarca per il migrante anche in caso di riconoscimento del diritto di asilo. Come del resto aveva dichiarato il deputato della maggioranza Rasmus Stoklund: «L’obiettivo è scoraggiare l’immigrazione fino ad azzerare il numero dei rifugiati».

Ora l’accordo con Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia sembra avere individuato il Paese terzo nell’Uganda. Ma è chiaro, a questo punto, che lo stesso “modello Albania” di cui tanto si è parlato, e che è nato dall’accordo siglato tra Roma e Tirana nel novembre 2023, non fa altro che riprodurre la legge danese del 2021, anche se, rispetto a essa, individua un luogo concreto in cui essere attuato.

Le ragioni

In entrambi i casi, si tiene a spiegare che queste misure non nascono da un’irrazionale xenofobia. Nel messaggio congiunto – quasi un “manifesto” – inviato all’Europa da Meloni e Frederiksen, se ne spiegano le ragioni: «Per troppo tempo», scrivono, «soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata. È nostro dovere continuare a impegnarci con determinazione per offrire risposte concrete ai cittadini, specialmente i più esposti, e garantire maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità». Infatti, si dice nel messaggio, «nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre Nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali».

Da qui la linea stabilita in comune e proposta a tutti gli altri Paesi: «Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa».

Si spiega, in questa logica, centrata sulla difesa degli interessi dei propri cittadini – «specialmente i più esposti» – l’apparente contraddizione della linea della premier danese, leader di un partito socialdemocratico e sostenitrice di una politica anti-immigrazione. «Per me», ha scritto anni fa in un suo libro Frederiksen, «è sempre più chiaro come il prezzo di una globalizzazione senza regole, dell’immigrazione di massa e della libertà di movimento dei lavoratori venga pagato dalle classi più povere». Una posizione che Meloni, pur non condividendo l’ideologia socialista della sua collega, sicuramente condivide, magari allargandola a tutte le classi sociali.

Ma non è soltanto una questione di interessi nazionali a livello socio-economico. E neppure di garanzia della sicurezza e dell’ordine pubblico. Perciò non basta che chi arriva rispetti le regole formali dei Paesi di accoglienza: deve rispettarne i valori. «Il rispetto delle nostre leggi», scrivono le due premier, «deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei». E si riferiscono esplicitamente alle “radici cristiane” dell’Europa: «Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo». Perciò, aggiungono, «ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo».

È chiaro che Meloni e Frederiksen condividono la preoccupazione del governo americano, espressa dal vicepresidente J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, di un «allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America». Un allontanamento dovuto, come ha ribadito più volte Trump, all’accoglienza indiscriminata nei propri confini di stranieri.

La minaccia degli stranieri e la difesa dei valori cristiani

Due semplici considerazioni. La prima riguarda la minaccia che, sulla stessa linea di Trump, le due premier denunciano nel messaggio, quella di «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa».  Quella a cui si è assistito a Ceuta. 

Ma, sulla necessità di combatterla, tutti, a cominciare da Sánchez, sono pienamente d’accordo e il Consiglio, il 4 agosto, ha testimoniato unanimemente che la reazione del governo spagnolo per contrastarla è stata «rapida ed efficace».

Ma allora perché il ministro degli Esteri Tajani, facendo eco alla posizione della nostra premier, lo ha invece attaccato, e non per l’accaduto, ma per la sua generale politica migratoria?  «Le immagini che arrivano da Ceuta» – ha scritto il ministro – «dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, a oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani».

Qui, strumentalizzando l’emozione collettiva di fronte al dramma dell’exclave spagnola, si cerca di screditare come «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa» una linea politica, confortata pienamente dai risultati, che vuole valorizzare l’accoglienza – niente affatto indiscriminata, ma sottoposta a precisi criteri – sia come un fondamentale valore umano, sia come un fattore di prosperità.

E la decisione unilaterale dell’Italia di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei confronti della Spagna, come anche la minaccia del governo danese di chiudere del tutto le proprie frontiere, appaiono come una presa di distanza dall’impegno, che tutti i Paesi dell’Unione hanno assunto, di dare la priorità ai confini europei rispetto a quelli nazionali.

Come del resto è accaduto nei confronti dell’Italia, che dal 2021 al 2026 ha registrato, secondo «Frontex», il doppio degli arrivi di migranti rispetto alla Spagna, senza che nessuno degli Stati confinanti le chiudesse le proprie frontiere in nome della propria sicurezza, privilegiando la comune solidarietà europea. È il sovranismo, non l’attacco dall’esterno, la vera grande minaccia a Schengen, una minaccia risorgente, dopo l’improvvida misura italiana e la voce grossa fatta dal governo danese.

La seconda considerazione riguarda il «patrimonio culturale cristiano» di cui Meloni e Frederiksen si dicono orgogliose e che sono intenzionate a difendere. Ora, non c’è dubbio che una politica migratoria non può prescindere da un insieme molto complesso di fattori e di condizionamenti e che la sua aderenza al messaggio evangelico di fraternità universale dev’essere valutata tenendo conto di questi aspetti concreti. Si potrà anche criticare Sánchez per un eccesso di apertura, con la sua scelta di regolarizzare mezzo milione di immigrati (che comunque erano in Spagna da almeno nove mesi).

 Ma non si possono chiudere gli occhi sul fatto che gli eventuali eccessi della politica di Sánchez si collocano all’interno di una visione – peraltro esplicitamente rivendicata dal leader spagnolo – che valorizza l’umana fraternità al di là degli angusti confini nazionali, in sintonia oggettiva con il messaggio evangelico. 

Mentre, al contrario, tutte le ragioni, anche eventualmente fondate, portate negli Stati Uniti da Trump per la deportazione degli immigrati e in Europa da Meloni e da Frederiksen per progettare un’operazione analoga, non possono bastare a giustificare un atteggiamento e uno stile di fondo, prima ancora che singole misure, che sembrano considerare gli esseri umani estranei alla propria cerchia politico-culturale non come persone, ma come una minaccia da fronteggiare.

Che è il tradimento più grave dell’anima cristiana dell’Europa e dell’Occidente.

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lunedì 27 luglio 2026

NON STRAVISARE !

 


'Così si travisa 
il cristianesimo,

 basta con gli strafalcioni'

 

Franca Giansoldati 

Dopo aver corretto pubblicamente il filosofo Umberto Galimberti su alcune affermazioni attribuite a Gesù, invitandolo a una maggiore accuratezza nell'affrontare temi biblici, il vescovo e teologo Antonio Staglianò torna a intervenire contro un altro protagonista della divulgazione italiana. Questa volta nel mirino finisce lo storico Alessandro Barbero, reo, secondo il presidente della Pontificia Accademia di Teologia, di avere attribuito a sant'Agostino una delle frasi più celebri – e più frequentemente travisate – della storia del pensiero cristiano. 

Staglianò sembra ormai aver assunto un ruolo preciso nel dibattito pubblico: quello del "correttore" delle semplificazioni con cui, a suo giudizio, filosofi, storici e intellettuali raccontano il cristianesimo a un pubblico vastissimo. 

Non si tratta, nelle sue intenzioni, di difendere un'ortodossia accademica fine a sé stessa, ma di evitare che errori ripetuti da figure autorevoli finiscano per trasformarsi in verità condivise. 

Lo scontro nasce da un video diffuso sui social nel quale Barbero, spiegando le ragioni del proprio ateismo, osserva che la fede appartiene a una dimensione che va «al di là di ogni dimostrazione» e richiama quella che attribuisce a sant'Agostino: «Credo perché è assurdo». È proprio questo passaggio a provocare la reazione del teologo

«Dinanzi a questa affermazione c'è da sobbalzare», scrive Staglianò in una lunga riflessione. «Come può uno storico del calibro di Barbero, e per di più uno dei maggiori esperti del Medioevo, attribuire a sant'Agostino la celebre massima Credo quia absurdum?». Per il presidente della Pontificia Accademia di Teologia l'errore non è marginale. Quella formula, ricorda, non appartiene infatti al vescovo di Ippona, ma deriva da Tertulliano e, già nella sua formulazione originaria, è molto diversa dalla versione entrata nell'immaginario collettivo. 

Secondo Staglianò, attribuire quella frase ad Agostino significa rovesciare il pensiero del grande Padre della Chiesa, che dedicò l'intera esistenza a mostrare come fede e ragione non siano mondi contrapposti, ma percorsi destinati a incontrarsi. Per questo il teologo parla di un «gigantesco equivoco teologico e filosofico», ben più grave di un semplice lapsus. 

Ma la replica va oltre la questione filologica. Staglianò contesta anche l'idea, espressa da Barbero, che la fede cristiana si collochi semplicemente «al di là di ogni dimostrazione». È qui che il confronto si sposta dal terreno della storia a quello della teologia. 

«Il cristianesimo – osserva – possiede una sua razionalità, anche se non è quella dei laboratori o delle equazioni matematiche». La prova della verità cristiana, sostiene, non consiste nell'assurdo, bensì nella testimonianza concreta della carità. Richiamando Hans Urs von Balthasar, ricorda che «solo l'amore è credibile»: il logos della fede si manifesta nella capacità di donare la propria vita, perfino per il nemico, e non nell'adesione irrazionale a ciò che appare impossibile. 

Da qui l'affondo finale rivolto allo storico: «Non le chiediamo di tollerarci come simpatici sognatori dell'assurdo». Una frase che sintetizza il senso dell'intervento: contestare una rappresentazione del cristianesimo ridotto a fede cieca e irrazionale. 

Al di là della polemica contingente, il confronto tra Staglianò e Barbero mette in luce una questione destinata a tornare sempre più spesso nel dibattito pubblico: fino a che punto la divulgazione può semplificare senza deformare? Quando a parlare sono studiosi seguiti da milioni di persone, una citazione inesatta o un riferimento approssimativo rischiano infatti di trasformarsi rapidamente in conoscenza condivisa. È su questo terreno, prima ancora che su quello confessionale, che il presidente della Pontificia Accademia di Teologia sembra aver scelto di combattere la sua battaglia.

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Il Messaggero 

 

 

sabato 18 luglio 2026

UNA NUOVA CIVILTA' ?

 


La nuova civiltà 


di 


Donald Trump




-di Giuseppe Savagnone 

Dietro le sceneggiate

Consapevolmente o no, Donald Trump sta determinando – con le sue esibizioni istrionesche – l’effetto che tutti i prestigiatori e gli illusionisti si propongono: distrarre l’attenzione del pubblico da ciò che realmente sta accadendo. In realtà, dietro i comportamenti imprevedibili e sconclusionati del capo della Casa Bianca è possibile individuare un ben preciso progetto, che va molto al di là dell’economia e della politica, perché esprime un modello di civiltà che non solo mira a “fare di nuovo grande l’America”, ma si propone di riscattare tutto l’Occidente dalla sua presunta decadenza.

Di esso ovviamente Trump non è l’inventore. Lo ha attinto dalle zone profonde degli Stati Uniti che lo coltivano da sempre e che hanno puntato sul tycoon per dargli finalmente voce e tradurlo in pratica. Gli analisti più attenti ne individuano tre assi portanti.

Il primo è l’appropriazione della tradizione dell’Impero Romano. In questa rilettura – ovviamente discutibile e riduttiva – gli attributi fondamentali di questa tradizione sarebbero l’autorità indiscussa e carismatica di un leader, la virilità, la capacità di imporre la propria volontà, contro la decadente esaltazione del principio democratico, dell’uguaglianza, del rispetto degli avversari e della cura dei più deboli.

Non è un caso che, per festeggiare il suo ottantesimo compleanno, Trump abbia organizzato, in un’arena allestita davanti alla Casa Bianca, un grande torneo di arti marziali miste, costato 60 milioni di dollari, sul modello dei giochi romani dei gladiatori.

Quale cristianesimo?

Il secondo asse è il recupero dei “valori giudaico-cristiani”, di cui l’amministrazione Trump esalta il ruolo pubblico, in alternativa alla visione illuminista e al principio di laicità. È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche nell’elezione del presidente. E questi, in risposta, ha istituito un Ufficio della Fede, chiamando a guidarlo una telepredicatrice, Paula White, che da anni è una sua fidata consulente spirituale e che è sostenitrice della “teologia della prosperità”, secondo cui Dio ricompensa i veri fedeli con ricchezza materiale e successo personale.

È chiaro che in questa valorizzazione del cristianesimo non trovano alcun posto la fraternità, l’attenzione ai poveri, la rinunzia alla violenza. Ma c’è di più. La prospettiva “giudaico-cristiana”, coniugata con l’esaltazione di una romanità in cui l’imperatore veniva divinizzato, ha finito per esprimersi in un’ambigua assimilazione del capo politico alla figura del Messia, come appare in un post che chiaramente ritrae Trump con fattezze che ricordano Gesù Cristo.

Il terzo asse è quello economico-finanziario. Il tycoon ha mescolato economia e politica fin dalle sue rivendicazioni nei confronti della Groenlandia, e poi nella guerra dei dazi e nell’operazione con cui ha spogliato il Venezuela delle sue risorse petrolifere. E anche parlando dell’attuale conflitto con l’Iran ha detto ai giornalisti: «Se dipendesse da me prenderei il petrolio iraniano, guadagneremmo un sacco di soldi». Per non parlare della sua tendenza a finalizzare le sue scelte istituzionali agli interessi della sua famiglia e dei suoi amici, con un palese conflitto di interessi.

Lo scontro di civiltà e l’attacco all’Europa

Il presidente americano sembra credere alla profezia fatta nel 1996 dal politologo statunitense Samuel P. Huntington nel suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. «La mia ipotesi – scriveva lo studioso – è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. (…). Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale».

In questo scontro il primo bersaglio di Trump è l’Europa. Si è fatto suo portavoce il suo vice, J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno; ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America».

Quali siano questi valori lo si capisce dalle contestazioni mosse da Vance nel suo discorso. Al primo posto l’identità etnica e religiosa, minacciata da una politica migratoria che, a quella data, vedeva i governi europei ancora abbastanza aperti all’accoglienza. Poi, la libertà di espressione, che Vance ha accusato l’Europa di violare, probabilmente in riferimento all’esclusione dalla Conferenza del partito neonazista Alternative für Deutschland, i cui dirigenti egli ha incontrato dopo il suo intervento. Un noto analista ha commentato: «Trump vede le democrazie liberali europee non come partner, ma come avversari in un conflitto di civiltà».

Su questa linea, nella nuova National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre 2025 l’Europa era descritta come «civiltà in declino», che «rischia di diventare irriconoscibile entro vent’anni» se le tendenze attuali non verranno invertite.

Verso la nascita di un nuovo Occidente?

L’auspicata inversione in realtà in parte sta avvenendo. Le politiche migratorie dei governi europei si sono progressivamente avvicinate al modello statunitense. E i “cordoni sanitari” con cui le democrazie avevano sempre isolato i partiti di estrema destra, i loro slogan, i loro simboli, sono ormai solo un ricordo, in uno scenario che vede questi partiti ormai al potere, come in Italia, o candidati ad arrivarci prossimamente, come in Germania, in Francia, in Spagna, nella stessa Inghilterra.

Né sembra che la civiltà europea nata dall’Illuminismo e fondata sulla democrazia liberale sia in grado di opporsi a questa dilagante deriva. I governi europei, incapaci di trovare linee politiche veramente comuni, sono stati costretti non solo a chiudere gli occhi sulle ripetute violazioni del diritto internazionale, non solo ad accettare i diktat trumpiani per quanto riguarda l’aumento delle spese militari e i dazi, ma a subire i continui, pesanti attacchi verbali, anche personali, nei confronti dei loro leader (l’ultimo quello a Giorgia Meloni). Almeno sul fronte europeo, lo scontro di civiltà sembra destinato a segnare la totale vittoria del modello americano.

Anche perché Trump e i suoi collaboratori – primo fra tutti Musk – sostengono attivamente, con i loro enormi mezzi finanziari e tecnologici, l’affermazione politica e culturale di chi lavora per questa “civiltà”. Come conferma il fatto che, nei giorni scorsi, il Dipartimento di Stato americano abbia offerto finanziamenti fino a 3 milioni di dollari a organizzazioni europee allineate al movimento MAGA con l’obiettivo dichiarato di «coltivare legami di civiltà» tra Stati Uniti e vecchio continente. I beneficiari dovranno affrontare «le sfide su sovranità nazionale, migrazione, censura e lawfare in linea con una filosofia politica, un diritto e un patrimonio di civiltà occidentale comuni».

Ritornano in mente le parole di Giorgia Meloni a Trump, durante la visita alla Casa Bianca dello scorso 17 aprile 2025: «Il mio obiettivo – aveva detto – è rendere di nuovo grande l’Occidente e penso che possiamo farlo insieme», precisando: «Quando parlo di Occidente non parlo di uno spazio geografico, parlo di una civiltà, e io voglio rendere più forte questa civiltà». Ora l’obiettivo è vicino a essere raggiunto. Anche se forse la nostra premier, dopo poco più di un anno, ha motivo di porsi qualche domanda.

Ma ad interrogarsi dovrebbero essere innanzi tutto quei leader che, a parole europeisti, continuano a impedire il passaggio dall’unità puramente economica a quella politica; e quegli esponenti di una cultura che ha rinnegato l’anima cristiana dell’Europa, senza però riuscire a trovarne un’altra capace di dar vita a una civiltà alternativa a quella di Trump.

Lo scontro con la civiltà iraniana

L’altro fronte dello scontro di civiltà promosso da Trump è l’Iran, emblema di un islamismo che non si piega all’egemonia occidentale. E qui in particolare è emersa la riduzione della dimensione religiosa alle logiche di un sovranismo imperialista. Ha fatto il giro del mondo il video in cui un gruppo di leader evangelici, radunato nello Studio Ovale, invoca su Trump l’illuminazione divina a sostegno alle sue decisioni militari.

E il Segretario alla Guerra Peter Hegseth ha più volte fatto appello a una “missione” data da Dio stesso agli Stati Uniti in questo conflitto: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…». Da qui l’invito a pregare per il successo militare: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…».

In realtà l’attacco sferrato contro la Repubblica islamica muoveva dalla premessa che si potesse riprodurre nei confronti di quest’ultima il “modello Venezuela”: assedio militare con grande dispiegamento di forze, fulmineo attacco con decapitazione dei vertici del regime e loro sostituzione con un personaggio manovrabile. Recentemente abbiamo appreso da rivelazioni giornalistiche che si era puntato sull’ex presidente Ahmadinejad perché svolgesse il ruolo che Delcy Rodríguez ha assunto in Venezuela.

Ma il piano non ha funzionato. Per il semplice motivo che l’Iran non è il Venezuela. Si capisce l’ironia della risposta iraniana alle reiterate minacce americane: «Quando voi vivevate ancora nelle caverne alla ricerca del fuoco, noi stavamo già incidendo i diritti umani sul cilindro di Ciro. Abbiamo resistito alla tempesta di Alessandro e alle invasioni mongole e siamo rimasti; perché l’Iran non è solo un Paese, è una civiltà».

Il capo della Casa Bianca ha mostrato di accettare questa sfida, dicendosi pronto a portare lo scontro ai suoi esiti estremi. Come quando, il 7 aprile scorso, annunciò l’ultimatum, poi revocato: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà».

Da più parti gli è stato fatto notare che non bastano i missili di uno Stato nato 250 anni fa a cancellare una civiltà che risale al 650 a. C. e che è anteriore di millequattrocento anni alla nascita dell’impero arabo e dell’islam (l’Iran, ricordiamolo, non fa parte del mondo arabo e la sua lingua è il farsi). Oggi se ne parla molto solo riferendosi alla sistematica violazione dei diritti umani – soprattutto di quelli delle donne – da parte del regime degli ayatollah. Ed è verissimo che, dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, l’adozione della Sharia, la legge coranica, rivela sia la grave incapacità di questa civiltà di evolversi in dialogo con altre culture, sia la volontà di trincerarsi in un fanatico fondamentalismo.

Ma a chi ne trae la conclusione che quello in corso è lo scontro tra la civiltà (occidentale) e la barbarie bisognerebbe ricordare che nel 1953, sotto lo scià Reza Pahlevi, il primo ministro Mohammad Mossaddeq, democraticamente eletto, fu destituito da un colpo di Stato organizzato dalla Cia e dai servizi segreti inglesi, per aver nazionalizzato l’industria petrolifera, allora di proprietà britannica. E le parole di Trump sul petrolio iraniano, in analogia con la vicenda del Venezuela, fanno intravedere quale tipo di civiltà l’Occidente intenda esportare.

Di sicuro, però, non è il modello iraniano l’alternativa su cui puntare per fermare l’avanzare della civiltà trumpiana. Devono essere gli Stati Uniti e l’Europa a trovare in sé stessi le risorse per inventarsene una. E le notizie che vengono dagli Usa, con l’elezione di Mamdani a sindaco di New York e quella, alle primarie, di esponenti democratici finalmente aperti al sociale, fanno sperare.

Proprio la cultura europea sembra essere ancora incapace di una vera creatività. Ma non è detta l’ultima parola.

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lunedì 15 giugno 2026

FAI IL BENE E VIVRAI

 'Dio non preferisce un solo popolo' 


A proposito della vicenda 

Israele e Palestina. 





Un libro su Gesù e Cristo «Il primo un profeta apocalittico,

 l’altro riletto dai discepoli». 


Intervista al prof. Vito Mancuso di Piero Erle 


“Gesù nacque a Nazaret, Cristo a Betlemme”. “Gesù aveva quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle. Cristo era figlio unico”. È uno schiaffo alle certezze dei credenti cristiani, la nuova mastodontica opera Gesù e Cristo, edizioni Garzanti, che il teologo laico e filosofo Vito Mancuso ha presentato giovedì 11 giugno 2026 al Castello degli Ezzelini a Bassano, primo giorno della rassegna “Resistere”. 

Prof. Mancuso, la questione fondamentale è quella che il titolo riassume nella “e” che differenzia Gesù da Cristo. Ma chi era allora Gesù? 

Gesù era la figura storica, reale, di un ebreo di 2 mila anni fa che si può ricostruire dalla lettura critica del Nuovo Testamento e delle fonti coeve. A mio avviso, ne emerge che era un profeta escatologico e apocalittico: attendeva la rivelazione finale del Regno di Dio con la trasformazione completa della storia, un momento di giudizio per tutta l’umanità che lui attendeva molto presto … 

Il Cristo è invece ben altro? 

Certo. Innanzitutto, non è un nome personale ma un titolo come “re”, che definisce l’importanza storica del soggetto di cui si parla. È “l’unto”, che è esattamente il Messia atteso da Israele. Ma per questo vanno divisi: Gesù non era il Messia atteso, un re vittorioso che avrebbe stabilito l’indipendenza di Israele. Il cristianesimo invece lo intende come “l’agnello di Dio”, predestinato a dare la sua vita sulla croce. Io presento un’altra visione. 

 Lei scrive che il libro è per “gli incerti”. Ma ai credenti lei dice: la tua fede nel Cristo, più che da Gesù, nasce da Pietro e da Paolo, che sono quelli che danno la vera direzione del messaggio giunto poi per millenni ai cristiani. 

È così. Naturalmente Pietro e Paolo non avrebbero potuto dire nulla senza la vicenda storica di Gesù. Non “inventano”, però interpretano la vicenda di Gesù in modo originale. 

Io sono sicuro che Gesù non volesse morire in croce, essere immolato. Il vangelo di Marco, e Matteo copia, dice che morì disperato, con un forte grido: non voleva morire. I vangeli successivi cambiano. Pietro e Paolo volevano capire come mai Gesù, così buono, era morto. E così leggendo la Bibbia ebraica scoprono brani di Isaia, i Salmi, i Profeti, e sentono che “Gesù doveva morire e soffrire per l’espiazione dei nostri peccati”: per loro la croce non è un incidente, ma una necessità prevista fin dall’inizio, “secondo le Scritture”. 

Lui invece predicava la rivoluzione del Regno di Dio – per questo i romani decidono di ucciderlo – ma tutto viene letto come una volontà superiore. E Paolo poi aggiunge che la spiegazione è il peccato originale di Adamo che andava espiato. 

Ma non può essere che i discepoli che vanno a rileggersi l’Antico Testamento, invece che “reinterpretare tutto”, trovino un aiuto per capire quello che davvero avevano vissuto e visto con i loro occhi nello stare con Gesù, lui che si lascia uccidere sulla croce anche se aveva il potere di reagire e fare miracoli? 

Non lo sapremo mai, non abbiamo accesso diretto al come sono andate le cose: sono in gioco interpretazioni. Anche io credo in Dio e nell’immortalità dell’anima, ma non che ci si giunga tramite la redenzione che scaturisce dalla morte e risurrezione di Gesù, bensì dal bene e la giustizia che uno pratica in concreto. E penso che il Gesù storico, quello reale, la pensasse così: legava la salvezza all’osservare i comandamenti, al praticare la giustizia. Lo argomento a lungo nel libro. 

Lei analizza molti miracoli e fatti narrati nei Vangeli, evidenziando contraddizioni e inattendibilità, poi la crocifissione e infine la resurrezione. 

Io dico che ci troviamo al cospetto di un evento imponderabile, non sottoponibile alla bilancia della nostra mente. Ammesso che sia esistita, la resurrezione non è accaduta nel tempo e nello spazio, ma va al di là: è escatologica. Un telefonino davanti al sepolcro quella notte non avrebbe ripreso nulla: non è rianimazione del cadavere, lo scrive anche Ratzinger. E non è paragonabile a Lazzaro e altri personaggi che Gesù rianima. Gesù non muore più: ciò va al di là della nostra capacità di percepirlo. La speranza di risorgere c’è. Ma il fondamento è il bene, l’essere onesto, solidale, le beatitudini di Gesù: questo lo posso capire, e posso invitare i miei figli a seguire questa strada. 

Anche il Natale, scrive lei, è un aver voluto dare una “leggenda” alla nascita di una persona importante come Gesù. 

È quello che avveniva comunemente nel mondo antico, come per Romolo, Zarathustra, Budda e altri. Lo si faceva per affermare la particolarità del personaggio e l’essere eccezionale rispetto alle persone comuni: gli si attribuiva una nascita eccezionale. Il Vangelo di Marco, invece, riferisce che gli abitanti di Nazaret chiamano Gesù non “figlio di Giuseppe” ma “figlio di Maria”: è inaudito e scomodo, tant’è che gli altri evangelisti cambiano. 

E lei ricorda però anche Matteo: nel riportare la genealogia di Gesù vuole segnalare che c’è qualcosa di particolare, che influirà sullo stesso Gesù. 

Inserisce nella genealogia quattro donne dalla vita sessuale irregolare. L’unica spiegazione che tiene è che anche per Maria c’era qualcosa di irregolare nel suo essere incinta, ma Giuseppe, uomo giusto, la guarda negli occhi, capisce il dramma e la ama veramente. E penso che Gesù vada a farsi battezzare dal Battista come gli altri perché sentiva l’impurità della sua nascita, cosa molto rilevante nell’ebraismo

Ha citato l’ebraismo: nel libro afferma con decisione che non esiste una “unica via” per giungere a Dio, che si tratti di Gesù o la Bibbia, e così pure non esiste un “popolo eletto” che si senta giustificato anche nell’uccidere gli altri. Concetti che anche oggi colpiscono per quanto sta succedendo. 

È così. Perché se si parla di esercito israeliano può anche essere che si discuta di difesa dello Stato d’Israele. Ma per l’esproprio e la violenza che ogni giorno i coloni esercitano su territori che legittimamente appartengono ai palestinesi, non ci sono dubbi che lo fanno per l’idea di “grande Israele”. È già insostenibile in sé l’idea che Dio preferisca un popolo a scapito di altri, lasciandoli senza terra – nel Nuovo Testamento Pietro dice “Dio non fa preferenze di persone” – tanto che nella Scrittura io distinguo tra una parte che è “ebraismo” ed è sublime nella sua spiritualità e un’altra che è “israelismo”, inaccettabile e violenta: da quelle pagine vanno prese le distanze. Non è tutta Parola di Dio, la Bibbia

Lei paragona Gesù ad altre persone della storia che sono “cristi” (Budda, Confucio, Francesco d’Assisi, Etty Hillesum) che ci fanno cogliere la realtà del trascendente. E conclude il suo libro invitando al concetto di “neo-cristianesimo”. 

Ci sono persone che diventano “vie”, “viatici” che aiutano a salire sopra gli interessi immediati, la superficie, e ci immettono sul sentiero della trascendenza: per questi si può usare il termine “unto”, Cristo. Come fa la Bibbia parlando di Ciro il re dei Persiani, che non è ebreo. Nella mia visione il “neo-cristianesimo” è una spiritualità che non ha bisogno di un evento storico particolare, ma fa capire a un essere umano che se scava dentro di sé, sotto la sua psiche con tutte le paure e i sogni che ci sono, trova una piattaforma che si può chiamare “coscienza morale” che ti permette di toccare l’eternità. Neo-cristianesimo è “fai il bene e vivrai”, perché Dio è amore e così si entra nella logica dell’eterno.

il Giornale di Vicenza 

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sabato 7 febbraio 2026

LA LIBERTA', RESPIRO DELL'UOMO


 ESSERE

 o 

DIVENIRE?





Givone e Postorino portano avanti un intenso dialogo sul senso

 inteso come irruzione che sospende alcuni processi storici

 passando da diversi concetti 

come il predominio del divenire sull’essere

 

 -di SERGIO GIVONE - FRANCESCO PATORINO

La domanda sul senso è l’irruzione di un istante che sospende i processi storici e ci pone a tu per tu con l’ignoto. Una domanda che raggiunge il suo dramma e splendore nell’ora più acuta di ogni crisi esistenziale. Ogni epoca vi ha fatto i conti: come nel passaggio dal mito alla ragione, dall’ancien régime alla Rivoluzione francese o all’indomani del secondo conflitto mondiale. E ora? Dal Covid in poi navighiamo nel buio e tuttavia, per la prima volta, non si sente il bisogno di esprimere quel grido.

Forse perché il Divenire, dopo aver vinto più di un secolo fa la partita contro l’Essere, pare che adesso sia diventato il «tutto scorre». Un’espressione che Eraclito non ha mai pronunciato e che il nostro tempo inizia a sperimentare cogliendoci di sorpresa. Se tutto scorre, si fatica a coltivare il brivido della sospensione, che poi è la linfa del vivere.

Sergio Givone È vero: oggi il divenire sembra averla vinta sull’essere. Questa, come direbbe Severino, è la fede dei moderni, la fede di chi in realtà non crede più in nulla, perché crede solo nel nulla. Crede cioè che le cose vengano fuori dal nulla e finiscano nel nulla. Non potrebbe esserci follia più grande, sia che ci professiamo cristiani o neo-pagani o non professiamo alcunché. Anche da questo punto di vista Nietzsche ha interpretato quello spirito della modernità che è lo spirito del nichilismo. Vedi la parodia che Nietzsche ha fatto dell’incipit del Quarto Vangelo: Am Anfang war der Unsinn, In principio era il Nonsenso. Come potrebbe qualcosa avere senso, valore, consistenza, se non c’è cosa che non sia destinata a scomparire, a dissolversi, a perdersi?

Sia il nichilista Nietzsche sia l’antimoderno Severino rivelano una profonda nostalgia per il cristianesimo. Non è il cristianesimo la religione che ha tenuto insieme il tempo e l’eterno? E che ha concepito la vita eterna come tutt’uno con la vita mortale? Vita eterna è la vita dell’uomo che muore. “Tu stasera sarai con me in Paradiso…”. Eppure i due filosofi mostrano, nei confronti del cristianesimo, avversione e sospetto. Accusano il cristianesimo di aver tradito la vita. Di aver ribaltato la vita, che è mortale, in una eternità fuori del mondo e puramente illusoria (Nietzsche). Di aver precipitato la vita, che è eterna, nel tempo e nella follia del divenire (Severino). E se invece cercassimo nel cristianesimo una risposta sia a Severino sia a Nietzsche?

F.P. Berdjaev non avrebbe dubbi sul bisogno di camminare all’interno della cornice cristiana, anche se precisava che solo mediante un’inedita libertà sarebbe possibile avvicinarsi al mistero. Si tratta, nel suo caso, di una libertà spirituale che trae origine dal Nulla sfuggendo all’ousia e più in generale all’Essere (greco o moderno). Ora, la questione sull’Essere mi pare più complessa di quanto lasciasse intendere il filosofo russo nel secolo scorso, eppure resta l’importanza del suo invito provocatorio: la riscoperta della libertà!

Di primo acchito si può pensare che oggi, dinanzi alla già accennata cavalcata del Divenire, sia più facile “essere liberi”; tuttavia, non bisogna dimenticare che il nostro tempo è ricco di paradossi. Agamben, nella sua lettura di Foucault, sostiene che i «dispositivi», ovvero la rete eterogenea che plasma l’esistenza in una determinata epoca, sono aumentati a tal punto che ormai ogni istante sarebbe viziato in partenza. Quindi, da un lato, la fluidità e consumazione di ogni cosa, e dall’altro nuove forme di controllo che frenano quel desiderio spirituale. Se è così, che ne è del mio esistere?

S. G. Che l’esistenza appaia condizionata in ogni suo aspetto e prigioniera degli apparati da cui è assediata, è un dato di fatto. Per comprendere questa «situazione », come Sartre la chiamava, non è necessario scomodare Foucault o sottolineare la profonda ambiguità della rete e dei vari dispositivi informatici, cioè degli strumenti ai quali facciamo ricorso credendo di poterne disporre mentre veniamo assoggettati ad essi. Già Platone nel mito di Er (X della Repubblica) mostrava come la vita degli uomini sia in tutto e per tutto predeterminata, eppure tale che noi dobbiamo renderne conto a chi ci giudicherà dopo la nostra morte. Insomma, noi portiamo la responsabilità del nostro stesso destino. Com’è possibile una cosa del genere? Prima di potersi incarnare, l’anima dell’uomo è chiamata a fare la sua scelta e a decidere quale corpo e quale tipo di vita saranno i suoi. Fatta la scelta, di cui poi si dimenticherà, l’anima viene imprigionata in un corpo e quindi precipitata in una dimensione di necessità. Ma si è trattato di una scelta. Alla radice c’è un atto di libertà. E quindi all’anima (o alla coscienza) non resta che assumersi la responsabilità delle sue azioni. Responsabilità di tutto ciò che fa (o non fa) nei confronti di tutti. Come si vede, una risposta plausibile alla domanda “che ne è del mio esistere?” è già qui, nel mito raccontato da Platone.

Prima di essere una questione politica, come sembra credere, ad esempio, Foucault e con lui Agamben, la libertà è una questione etica, anzi, una questione ontologica. Finché cerchiamo la libertà nelle falle dei sistemi di controllo o nelle maglie della rete, difficilmente la troveremo. La libertà ha a che fare con la natura umana, con la vocazione profonda dell’uomo, con la sua “anima”. Non però l’anima di cui parla la psicologia o la psicoanalisi. Bensì l’anima di cui parla (o di cui ci parlava un tempo) la metafisica. Berdjaev, che disse di volersi dedicare a una scienza dell’anima da lui chiamata «pneumatologia». Aveva visto giusto.

F.P. Sì, la libertà è il respiro profondo dell’uomo. A tal proposito, azzarderei una distinzione tra il “prima”, l’“inizio” e il “processo”.

Il “prima” è l’indisponibile che contiene l’odore greco della permanenza. Non è altro che la risposta solida e anticipatrice sempre adottata dall’Occidente al fine di fronteggiare le oscurità del Divenire. Quelle oscurità che, per Severino, introducono il tháuma (terrore) dentro di noi. Il “prima” non inizia nel tempo, non è qui.

L’“inizio”, invece, è l’atto della libertà, un momento di sospensione che apre e riapre il mio tempo inaugurando e rivisitando la mia situazione, la quale non è data una volta per tutte proprio grazie a questo respiro. Il “processo” è la mia situazione, il mio qui, l’accaduto o il fatto che scorre.

Ora, il “prima” (rinominato in diversi modi nelle varie epoche) ha ricevuto una forte battuta d’arresto nella seconda metà dell’Ottocento, per poi spegnersi lentamente. E neppure la libertà, insisto, versa in splendide condizioni. Resta il mio qui, sempre più precario e ostaggio di una corsa sfrenata priva di senso, ove scorrono i nuovi dispositivi e controlli che si consumano e si riproducono subito dopo con nuovi accenti.

Con il tramonto dell’indisponibile, e lo zoppicare della libertà, si accende un nuovo tháuma che spalanca le porte all’uomo-tutto-angoscia: un soggetto inedito che però non è in crisi, altrimenti riaprirebbe la domanda sul senso. E allora dovremmo interrogarci per capire se, nei nuovi territori (post-metafisici?), siamo ancora in grado di vivificare almeno quell’“inizio”, quella misteriosa sospensione.

S.G. La libertà è “il respiro profondo dell’uomo”, come tu dici giustamente, perché è il respiro profondo dell’essere. Se la libertà fosse mera illusione, come molti sostengono, la libertà non avrebbe alcuna consistenza, né psicologica né ontologica. Invece la libertà è l’atto fondamentale dell’uomo ed è l’atto fondamentale dell’essere, e noi faremmo bene a domandarci se non dovremmo identificare l’essere con la libertà senza indugio.

In quanto movimento, realtà vitale, manifestazione dello spirito, la libertà presuppone un prima e un dopo, e anche su questo sono d’accordo con te. Ma il “prima” della libertà può essere soltanto la libertà che non c’è, la libertà negata, il nulla della libertà. Questo significa che il nulla è il presupposto della libertà. Significa anche che il presupposto della libertà è il nulla, cioè che la libertà non ha nessun presupposto, nessun “prima”, ma è inizio assoluto. Lo stesso vale per il “dopo” della libertà. Che processo è un “dopo” fatto di atti liberi che si susseguono gli uni agli altri senza fine, ciascuno però in rapporto con l’assoluto e con l’eterno, trattandosi di atti liberi, assolutamente liberi, veramente liberi? Gli atti della libertà (libertà umana o libertà divina non importa) non sono atti necessari che procedono per così dire incatenati gli uni agli altri. Sono atti che non tradiscono la libertà, ma la realizzano.

Non vedo altra possibilità di affrontare una questione di tale portata se non in una prospettiva che rovesci l’ontologia della necessità (l’essere che non può non essere di Parmenide) in una ontologia della libertà (l’essere come dono e grazia di Plotino, di Pascal, di Kierkegaard).

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