Visualizzazione post con etichetta essere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta essere. Mostra tutti i post

sabato 2 maggio 2026

SORRIDI ALLA VITA

 


Ringrazia il buon Dio.

Dona felicità a coloro che incontri sul tuo cammino.

Non cercare te stesso.

Cerca l'incontro con gli altri


Apprezza le luci, accogli le ombre, accetta i limiti, tuoi e altrui.

Supera ogni paura e ogni diffidenza.

Vinci le illusioni dell'apparire e scegli l'essere.

Testimonia valori e non pregiudizi.

«Se i simboli della felicità sono quelli del successo e della perfezione, nell’età in cui cominci a concepire il tuo progetto di felicità ti senti subito schiacciato.

Invece io voglio riscoprire quello stile veramente occidentale di educazione che ci ha insegnato Socrate: conoscerci con le nostre luci e ombre.

Ma oggi sembra che debbano esserci solo le luci: quelle irreali del Photoshop.

La nostra unicità invece passa per i nostri limiti». 

A. D'Avenia

sabato 7 febbraio 2026

LA LIBERTA', RESPIRO DELL'UOMO


 ESSERE

 o 

DIVENIRE?





Givone e Postorino portano avanti un intenso dialogo sul senso

 inteso come irruzione che sospende alcuni processi storici

 passando da diversi concetti 

come il predominio del divenire sull’essere

 

 -di SERGIO GIVONE - FRANCESCO PATORINO

La domanda sul senso è l’irruzione di un istante che sospende i processi storici e ci pone a tu per tu con l’ignoto. Una domanda che raggiunge il suo dramma e splendore nell’ora più acuta di ogni crisi esistenziale. Ogni epoca vi ha fatto i conti: come nel passaggio dal mito alla ragione, dall’ancien régime alla Rivoluzione francese o all’indomani del secondo conflitto mondiale. E ora? Dal Covid in poi navighiamo nel buio e tuttavia, per la prima volta, non si sente il bisogno di esprimere quel grido.

Forse perché il Divenire, dopo aver vinto più di un secolo fa la partita contro l’Essere, pare che adesso sia diventato il «tutto scorre». Un’espressione che Eraclito non ha mai pronunciato e che il nostro tempo inizia a sperimentare cogliendoci di sorpresa. Se tutto scorre, si fatica a coltivare il brivido della sospensione, che poi è la linfa del vivere.

Sergio Givone È vero: oggi il divenire sembra averla vinta sull’essere. Questa, come direbbe Severino, è la fede dei moderni, la fede di chi in realtà non crede più in nulla, perché crede solo nel nulla. Crede cioè che le cose vengano fuori dal nulla e finiscano nel nulla. Non potrebbe esserci follia più grande, sia che ci professiamo cristiani o neo-pagani o non professiamo alcunché. Anche da questo punto di vista Nietzsche ha interpretato quello spirito della modernità che è lo spirito del nichilismo. Vedi la parodia che Nietzsche ha fatto dell’incipit del Quarto Vangelo: Am Anfang war der Unsinn, In principio era il Nonsenso. Come potrebbe qualcosa avere senso, valore, consistenza, se non c’è cosa che non sia destinata a scomparire, a dissolversi, a perdersi?

Sia il nichilista Nietzsche sia l’antimoderno Severino rivelano una profonda nostalgia per il cristianesimo. Non è il cristianesimo la religione che ha tenuto insieme il tempo e l’eterno? E che ha concepito la vita eterna come tutt’uno con la vita mortale? Vita eterna è la vita dell’uomo che muore. “Tu stasera sarai con me in Paradiso…”. Eppure i due filosofi mostrano, nei confronti del cristianesimo, avversione e sospetto. Accusano il cristianesimo di aver tradito la vita. Di aver ribaltato la vita, che è mortale, in una eternità fuori del mondo e puramente illusoria (Nietzsche). Di aver precipitato la vita, che è eterna, nel tempo e nella follia del divenire (Severino). E se invece cercassimo nel cristianesimo una risposta sia a Severino sia a Nietzsche?

F.P. Berdjaev non avrebbe dubbi sul bisogno di camminare all’interno della cornice cristiana, anche se precisava che solo mediante un’inedita libertà sarebbe possibile avvicinarsi al mistero. Si tratta, nel suo caso, di una libertà spirituale che trae origine dal Nulla sfuggendo all’ousia e più in generale all’Essere (greco o moderno). Ora, la questione sull’Essere mi pare più complessa di quanto lasciasse intendere il filosofo russo nel secolo scorso, eppure resta l’importanza del suo invito provocatorio: la riscoperta della libertà!

Di primo acchito si può pensare che oggi, dinanzi alla già accennata cavalcata del Divenire, sia più facile “essere liberi”; tuttavia, non bisogna dimenticare che il nostro tempo è ricco di paradossi. Agamben, nella sua lettura di Foucault, sostiene che i «dispositivi», ovvero la rete eterogenea che plasma l’esistenza in una determinata epoca, sono aumentati a tal punto che ormai ogni istante sarebbe viziato in partenza. Quindi, da un lato, la fluidità e consumazione di ogni cosa, e dall’altro nuove forme di controllo che frenano quel desiderio spirituale. Se è così, che ne è del mio esistere?

S. G. Che l’esistenza appaia condizionata in ogni suo aspetto e prigioniera degli apparati da cui è assediata, è un dato di fatto. Per comprendere questa «situazione », come Sartre la chiamava, non è necessario scomodare Foucault o sottolineare la profonda ambiguità della rete e dei vari dispositivi informatici, cioè degli strumenti ai quali facciamo ricorso credendo di poterne disporre mentre veniamo assoggettati ad essi. Già Platone nel mito di Er (X della Repubblica) mostrava come la vita degli uomini sia in tutto e per tutto predeterminata, eppure tale che noi dobbiamo renderne conto a chi ci giudicherà dopo la nostra morte. Insomma, noi portiamo la responsabilità del nostro stesso destino. Com’è possibile una cosa del genere? Prima di potersi incarnare, l’anima dell’uomo è chiamata a fare la sua scelta e a decidere quale corpo e quale tipo di vita saranno i suoi. Fatta la scelta, di cui poi si dimenticherà, l’anima viene imprigionata in un corpo e quindi precipitata in una dimensione di necessità. Ma si è trattato di una scelta. Alla radice c’è un atto di libertà. E quindi all’anima (o alla coscienza) non resta che assumersi la responsabilità delle sue azioni. Responsabilità di tutto ciò che fa (o non fa) nei confronti di tutti. Come si vede, una risposta plausibile alla domanda “che ne è del mio esistere?” è già qui, nel mito raccontato da Platone.

Prima di essere una questione politica, come sembra credere, ad esempio, Foucault e con lui Agamben, la libertà è una questione etica, anzi, una questione ontologica. Finché cerchiamo la libertà nelle falle dei sistemi di controllo o nelle maglie della rete, difficilmente la troveremo. La libertà ha a che fare con la natura umana, con la vocazione profonda dell’uomo, con la sua “anima”. Non però l’anima di cui parla la psicologia o la psicoanalisi. Bensì l’anima di cui parla (o di cui ci parlava un tempo) la metafisica. Berdjaev, che disse di volersi dedicare a una scienza dell’anima da lui chiamata «pneumatologia». Aveva visto giusto.

F.P. Sì, la libertà è il respiro profondo dell’uomo. A tal proposito, azzarderei una distinzione tra il “prima”, l’“inizio” e il “processo”.

Il “prima” è l’indisponibile che contiene l’odore greco della permanenza. Non è altro che la risposta solida e anticipatrice sempre adottata dall’Occidente al fine di fronteggiare le oscurità del Divenire. Quelle oscurità che, per Severino, introducono il tháuma (terrore) dentro di noi. Il “prima” non inizia nel tempo, non è qui.

L’“inizio”, invece, è l’atto della libertà, un momento di sospensione che apre e riapre il mio tempo inaugurando e rivisitando la mia situazione, la quale non è data una volta per tutte proprio grazie a questo respiro. Il “processo” è la mia situazione, il mio qui, l’accaduto o il fatto che scorre.

Ora, il “prima” (rinominato in diversi modi nelle varie epoche) ha ricevuto una forte battuta d’arresto nella seconda metà dell’Ottocento, per poi spegnersi lentamente. E neppure la libertà, insisto, versa in splendide condizioni. Resta il mio qui, sempre più precario e ostaggio di una corsa sfrenata priva di senso, ove scorrono i nuovi dispositivi e controlli che si consumano e si riproducono subito dopo con nuovi accenti.

Con il tramonto dell’indisponibile, e lo zoppicare della libertà, si accende un nuovo tháuma che spalanca le porte all’uomo-tutto-angoscia: un soggetto inedito che però non è in crisi, altrimenti riaprirebbe la domanda sul senso. E allora dovremmo interrogarci per capire se, nei nuovi territori (post-metafisici?), siamo ancora in grado di vivificare almeno quell’“inizio”, quella misteriosa sospensione.

S.G. La libertà è “il respiro profondo dell’uomo”, come tu dici giustamente, perché è il respiro profondo dell’essere. Se la libertà fosse mera illusione, come molti sostengono, la libertà non avrebbe alcuna consistenza, né psicologica né ontologica. Invece la libertà è l’atto fondamentale dell’uomo ed è l’atto fondamentale dell’essere, e noi faremmo bene a domandarci se non dovremmo identificare l’essere con la libertà senza indugio.

In quanto movimento, realtà vitale, manifestazione dello spirito, la libertà presuppone un prima e un dopo, e anche su questo sono d’accordo con te. Ma il “prima” della libertà può essere soltanto la libertà che non c’è, la libertà negata, il nulla della libertà. Questo significa che il nulla è il presupposto della libertà. Significa anche che il presupposto della libertà è il nulla, cioè che la libertà non ha nessun presupposto, nessun “prima”, ma è inizio assoluto. Lo stesso vale per il “dopo” della libertà. Che processo è un “dopo” fatto di atti liberi che si susseguono gli uni agli altri senza fine, ciascuno però in rapporto con l’assoluto e con l’eterno, trattandosi di atti liberi, assolutamente liberi, veramente liberi? Gli atti della libertà (libertà umana o libertà divina non importa) non sono atti necessari che procedono per così dire incatenati gli uni agli altri. Sono atti che non tradiscono la libertà, ma la realizzano.

Non vedo altra possibilità di affrontare una questione di tale portata se non in una prospettiva che rovesci l’ontologia della necessità (l’essere che non può non essere di Parmenide) in una ontologia della libertà (l’essere come dono e grazia di Plotino, di Pascal, di Kierkegaard).

www.avvenire.it 

Immagine

 

sabato 2 agosto 2025

LO STUPORE DELL'ESSERE

 


Attualità

 di un libro 

consapevolmente

 inattuale



-       di Alessio Conti 

Le considerazioni, consapevolmente inattuali, che Giuseppe Savagnone affida al suo Lo stupore dell’essere. Il pensiero alternativo di Tommaso d’Aquino (Marcianum Press, Venezia 2025), rappresentano un pharmakon: un rimedio contro le mode e soprattutto contro l’unica ideologia imperante, quella dell’individualismo compulsivo e consumistico.

Un individualismo che, lungi dal limitarsi a descrivere il mondo, lo plasma, riducendo la ragione a mero strumento di calcolo. In alternativa a ciò, questo libro parla di verità, di Dio, di bene, in una parola, dell’essere: perché – riprendendo Tommaso d’Aquino – lo stupore originario è quello legato non già al mero esserci, ma appunto all’essere di ogni cosa e ultimamente dell’uomo stesso.

Il testo di Savagnone si articola in conversazioni, non tanto per riprendere estrinsecamente la struttura delle quaestiones tomiste, quanto per intessere con l’Aquinate un fecondo dialogo.

Un colloquio in cui, pur senza dissimulare la distanza storica e culturale che ci separa da Tommaso, si individuano degli interstizi esistenziali, grazie ai quali questa esperienza risulta significativa anche per noi, smarriti uomini del XXI secolo. Dialetticamente è proprio la distanza che ci spinge a ripensare categorie ermeneutiche acriticamente ripetute, stimolando un dibattito filosofico talora asfittico.

Un’opera, quella di Savagnone, che ripercorre la biografia di una vocazione perché il filosofo è anzitutto una persona che cerca la verità.  Oltre l’iconografia ufficiale e il suo uso anti modernistico, Tommaso fu uomo di rottura: ruppe con la famiglia, i nobili conti d’Aquino che lo avrebbero voluto religioso, ma nella potente Abazia di Montecassino. Non era però questa la strada scelta dal Signore per il giovane aquinate che, nel suo primo soggiorno napoletano, conobbe la filosofia aristotelica, tramite il nuovo ordine domenicano. E si sentì’ subito a casa: niente sfarzose abbazie provviste di terre e prebende, ma solo quella carità intellettuale, quello zelo per le anime che sarà la cifra della sua vita, prima ancora che del suo pensiero.

A 19 anni Tommaso è frate: i Domenicani, anche per sottrarlo a possibili ritorsioni da parte dei famigliari, lo inviano nello studium di Parigi, uno dei più importanti del tempo. Orizzonte del suo pensiero non sarà più quindi la cella monastica, ma la città, brulicante di passioni e di vita, tra mercanti e banchieri, borghesi e fratti. In tale contesto, dal punto di vista politico, da un lato l’Impero raggiungeva l’apice della sua potenza e dall’altro già le monarchie nazionali si profilavano all’orizzonte.

Sono straordinariamente intense le pagine che Savagnone dedica al quadro storico-culturale del XIII secolo, non già mero sfondo, ma segreto alimento del sistema tommasiano, figlio di una società complessa in cui universalismo e particolarismo, discipline teologiche ed arti liberali, filosofia e poesia si arricchivano vicendevolmente.

Questo stesso spirito di libertà permea la ricerca intellettuale del giovane Tommaso: pingue e taciturno, tanto da essere soprannominato dai compagni “bue muto”, il Domenicano inizia ad insegnare a Colonia, prima di divenire Magister –  oggi diremmo professore ordinario – a Parigi. L’ambiente culturale parigino si connotava allora per una forte tendenza platonica che, anche in virtù degli apporti successivi di pensatori come Plotino, sembrava la meglio conciliabile con i dogmi della fede cristiana per la sua impostazione nettamente trascendente. Sostenuta da Agostino e dallo Pseudo Dionigi, che i medioevali identificavano erroneamente con un convertito da Paolo durante il suo discorso all’Areopago, questa interpretazione appariva la sola possibile.

Del resto la visione aristotelica del mondo che le si opponeva era sospetta per più di un motivo: tradizionalmente poco incline alla trascendenza, lo Stagirita era stato largamente commentato dagli infedeli, e per loro tramite, dopo un lungo oblio era tornato nella sua interezza a disposizione del mondo cristiano. Alberto, maestro di Tommaso, si era interessato proprio ad Aristotele anche se caldeggiava, in una prospettiva sincretistica, la sua conciliazione con Platone.

Sarà Tommaso ad elaborare quella sintesi creativa che liberò Aristotele dal soffocante abbraccio degli arabi e dei neo-platonici, senza dissimulare la distanza tra i due grandi maestri della grecità. E mentre i Francescani deploravano “quella nuova dottrina che distrugge tutto quello che Agostino insegna”, Tommaso assumeva Aristotele come punto di riferimento essenziale, anche se non esclusivo, della sua filosofia, tanto da designarlo sempre come “il filosofo”.

L’autore ripercorre con un’enfasi pregna di passione questi primi, fondamentali, momenti della vicenda umana e spirituale di Tommaso, presentandoci una figura inedita, ma, proprio per questo, attuale. Oggi molti intellettuali appaiono prigionieri di un totalitarismo del politicamente corretto che condiziona a priori il modo di pensare delle persone, e sono sovente ossessionati da un narcisistico desiderio di visibilità quantomai distante dalla prospettiva di Tommaso. Il frate domenicano, infatti, amava rendersi invisibile, affinché a brillare fosse l’oggetto della sua ricerca.

Un brillare icasticamente rappresentato da una feconda simbiosi che unisce, nell’orizzonte tommasiano, la riflessione  filosofica alla luce.  Il pensiero interpreta non se medesimo, ma la realtà, proprio come la luce che “non è l’oggetto del nostro sguardo, ma la condizione per vedere i colori”.

Ed alla luce di quella stessa (solo apparente) semplicità, che rappresenta in realtà la conquista di uno spirito temprato dai marosi della vita, Tommaso elabora il suo sistema. Un pensiero che, come sottolinea argutamente Savagnone, è frutto non solo di energie psichiche, derivando piuttosto da “quella abissale tranquillità dell’oceano divino dell’essere, in cui egli parla”. Una ricerca capace di divenire preghiera, oltre la scissione, oggi dominante, tra persone che vivono in modo irriflesso le verità di fede, e teologi, spesso capaci di una notevole profondità di pensiero, che però non si riverbera  nell’esistenza. 

Oltre questo iato l’Aquinate ci rammenta che l’uso dell’intelligenza implica sempre una responsabilità fondamentale: quella di impostare in modo corretto i rapporti tra ragione e fede. Prima di analizzare la tesi tommasiana, Savagnone illustra tre posizioni che, pur se tra loro antitetiche, rendono inutile il confronto tra questi due ambiti. Secondo alcuni esponenti del monachesimo benedettino la fede fagocita la ragione. In questa prospettiva il solo filosofo degno di tal nome è Cristo ed al pensiero umano non resta alcuno spazio. Posizione questa insostenibile prima che errata perché, volendo entrare nel tempo, Dio stesso si serve in certo modo di categorie razionali.

Non meno assurda si rivela l’alternativa del razionalismo moderno secondo cui, da Hegel in poi, la fede sarebbe un momento provvisorio, destinato ad essere superato dall’inesorabile incedere del sapere filosofico. Tale posizione, anche nella sua variante positivistica, ignora i limiti della ragione per la quale un mondo ridotto a misurabilità risulta oltremodo angusto.

Seducente, ma non meno fallace, appare anche la dottrina della doppia verità che fa leva su una presunta incommensurabilità tra fede e ragione che rischia di divenire una minaccia per la stessa unità della persona. Fede e ragione, ecco la posizione tommasiana, sono certo distinte, ma non incommensurabili: distinguere per unire, è appunto il motto che riassume meglio il punto di vista dell’Aquinate. Fede e ragione sono come due ali con cui il pensiero umano si innalza verso la contemplazione della verità. Metafora cogente quella delle ali, perché pur restando distinte, quindi autonome, cooperano al medesimo scopo.

Il supremo problema dell’esistenza di Dio è affrontato da Tommaso in base alla fondamentale distinzione tra l’ordine dell’essere e quello del conoscere: occorre partire dal mondo, dal contingente, per mostrare l’esistenza di quel primo motore che chiamiamo Dio, grazie agli effetti a noi noti Ma la conoscenza dell’esistenza di Dio è un preambolo, necessario certo a far comprendere, per quanto possibile, le verità di fede. Una premessa alla quale può accompagnarsi il salto nella fede vera e propria, ma questa è solo una possibilità, visto che le vie per mostrare l’esistenza di Dio interpellano in primo luogo l’intelligenza.

Un salto che però non implica l’annullamento della ragione, necessaria a comprendere, per quanto possibile ciò che si crede. In questo orizzonte “il dubbio non è il nemico, ma il compagno e lo stimolo di una fede matura, e non bisogna rifuggirlo, come molti fanno, ma salutarlo, come un dono e un invito a cercare ancora”. Tommaso non è un algido dispensatore di risposte prefabbricate, ma piuttosto un inesausto suscitatore di interrogativi “perciò le domande sono sempre più numerose delle risposte contenute nelle definizioni dogmatiche. Il cristianesimo non è uno schedario di certezze definitive, ma un pellegrinaggio nell’abisso insondabile del mistero divino”.

In Tommaso si profila una circolarità tra fede e ragione, tra filosofia e teologia, autrici entrambe di conoscenze distinte, ma intimamente unite. Sul piano antropologico una medesima circolarità coinvolge il vedere e l’ascoltare, entrambi limitati e, per questo, destinati a completarsi: chi vede a bisogno di credere e chi crede, ascoltando, comunque desidera anche vedere.

Ma il vedere, l’ascoltare, presuppongono che fuori di noi vi sia un mondo, un reale attingibile conoscitivamente: ed è proprio questo presupposto che crolla nell’età moderna, abbagliata dal soggetto, capace di accedere solo a sue rappresentazioni. E se con la postmodernità il soggetto rappresentante entra in crisi, ecco profilarsi da un lato il nichilismo, e dall’altro l’ermeneutica in cui la comune appartenenza dell’interpretato e del interpretante ad un contesto, parrebbe dissolvere i fatti in un orizzonte meramente linguistico e interpretativo.

Ancor più sconvolgente, in questa temperie risulta la tesi tommasiana del primato dell’essere: noi scopriamo, in primo luogo che qualcosa è, e pensare, da Parmenide in poi, significa pensare l’essere. Un’idea questa, nota acutamente Savagnone, che si palesa anche quando ci soffermiamo su enti come l’unicorno, inesistenti in natura, o su personaggi fittizi come quelli della mitologia omerica che sono comunque presenti, almeno nella nostra immaginazione.

 L’essere ed il suo primato rappresentano il vasto orizzonte della riflessione dell’Aquinate che è oltremodo necessario riguadagnare anche per depotenziare  “il dualismo problematico tra soggetto pensante e mondo” entrambi ricompresi nello spazio dell’essere. Ma affermare il primato dell’essere e, conseguentemente, l’esistenza di alcune leggi concernenti tanto il pensiero quanto la realtà, significa anche  ribadire il primato della ragione, perché chi negasse i suoi supremi principi a rigore dovrebbe tacere. Qualora infatti io affermassi che il principio di non contraddizione non esiste rigetterei implicitamente la tesi opposta e quindi, anche per negarlo, sarei contraddittoriamente costretto ad applicare proprio quel principio.

Ma la scoperta dell’essere non riguarda unicamente chi si occupa di filosofia: qualunque uomo, purché esca dal frenetico turbinio della vita quotidiana, proverà meraviglia, e conseguentemente gratitudine, per il fatto che qualcosa esiste. Occorre pensare in termini di dono, in una prospettiva in cui nulla è al nostro servizio, la natura non va soggiogata, gli stessi legami debbono essere riparametrati oltre il paradigma del possesso esclusivo. È questa gratitudine che ci costituisce radicalmente come responsabili di tutto ciò che, con la sua sola esistenza, emerge dall’anonimo orizzonte del nulla: un sì detto ad ogni sasso, a ciascun essere vivente, a partire da noi stessi.

Il primato dell’essere possiede anche intrinseche ricadute bioetiche: tramite il concetto di potenza, non riducibile a mera possibilità, consente di costruire un antropologia ontologica, assai più feconda di quella prestazionale che oggi appare dominante. Travalicando l’alternativa tra chi fa consistere la persona unicamente nelle sue relazioni, e chi insiste sul suo essere come soggetto sussistente, una rivisitazione dell’idea tommasiana di persona come creatura razionale può sostenerci nel rifuggire la sterile ed apparente contrapposizione tra individualismo e massificazione, impedendo al soggetto di dissolversi nella anonima pluralità di infinite relazioni.

Occorre tornare a concepire l’uomo non come il padrone dell’ente, ma alla stregua del “pastore dell’essere”, secondo la celebre espressione di Heidegger . L’essere sfugge alla presa dei concetti, allude al mistero del reale, di cui il pastore con la sua stessa indigenza è, in qualche modo, segno. L’essere esige rispetto e custodia, non può venire manipolato alla stregua di un qualunque utilizzabile, perché, come detto, l’orizzonte della potenza eccede radicalmente quello della mera possibilità. È proprio il concetto tommasiano di atto d’essere che dischiude all’uomo questa apertura originaria che Savagnone situa nel quadro di un’ecologia integrale. Se, abbassando l’uomo al livello delle cose, pare riduttivo ingaggiare la battaglia ambientale nell’orizzonte di un naturalismo sterile, si può affrontare la questione e da una prospettiva in cui tutto, certo non confusamente, è e, per questo solo fatto, merita rispetto.

Così la creazione diventa via verso l’assoluto. Come ha osservato Benedetto XVI Tommaso d’Aquino ha insegnato che la nozione di creazione deve trascendere l’origine orizzontale del dispiegamento degli eventi. Tommaso ha osservato che la creazione non è né un movimento né una mutazione. È piuttosto il rapporto fondazionale e costante che lega le creature al creatore. Più semplicemente la nozione di creazione si pone su un piano ontologicamente diverso da quello della scoperta scientifica e quindi nessuna innovazione può renderla residuale, perché essa riguarda non il rapporto cronologico, ma l’apparizione ontologica dei singoli esseri.

Il creato, con il suo divenire finalistico, allude al divino, come le cinque vie mostrano, ma non è Dio, perché solo in Lui essenza ed essere coincidono: Dio è l’essere, le cose hanno l’essere per partecipazione. Una mentalità questa che unicamente la Rivelazione cristiana rende possibile, rescindendo, in radice, ogni equivalenza tra Dio e la natura.

Sempre dalla Rivelazione rampolla l’idea, ignota tanto a Platone quanto ad Aristotele, di un Dio che non si conosce, ma ci conosce; non si pensa ma ci pensa fino allo scandaloso abbraccio della Croce. Un abbraccio che racchiude il mondo intero, noto al suo autore fin nei suoi più reconditi interstizi, come nota gli è la vita di ciascuno di noi.

Ma forse l’insegnamento più profondo Tommaso lo offre in quel prolungato silenzio che precedette la sua morte, un silenzio di cui, oltre ogni semplicistica contrapposizione, possono fungere da chiosa queste parole di Agostino: “Che ho mai detto, Dio mio, vita mia, dolcezza mia, santa? Che dice mai chi parla di te? Eppure, sventurati coloro che tacciono di te, perché, pur pronunziando tante parole, in realtà sono muti”. Un silenzio, presago di quel futuro che diverrà presente, anzi eterno, solo oltre la fugace curva dei nostri giorni. 

www.tuttavia.eu

Immagine



 

martedì 11 febbraio 2025

E' o APPARE ?

 


Un saggio potente e coraggioso che mira a indagare le dinamiche della comunicazione manipolativa e che sottolinea come la realtà sia il frutto della narrazione.

  • Il mondo complesso è l’unico possibile.
  • La manipolazione è un bisogno di onnipotenza.
  • Le parole necessarie nel mondo complesso.

 

In un’epoca dominata dalla superficialità, Non tutto è come appare rilancia il valore della complessità come antidoto alla cultura del pensiero binario che riduce la realtà a dicotomie ingannevoli.

Con esempi reali, neuroscientifici e filosofici, Simona Ruffino mostra come la semplificazione, spesso usata come strumento di controllo nei media, alimenti la polarizzazione e impoverisca la nostra capacità critica.

Grande attenzione viene data alla manipolazione in ambito politico evidenziando i meccanismi cognitivo-emozionali capaci di orientare il consenso e limitare la libertà di pensiero delle masse.

Il libro si conclude con una riflessione sul potere di parole come libertàcompassione e utopia, da riscoprire per vivere in modo più consapevole.

Un saggio potente e coraggioso che mira a indagare le dinamiche della comunicazione manipolativa.

Un manifesto per chi desidera orientarsi nel caos contemporaneo, valorizzando il linguaggio e la complessità come strumenti di emancipazione.

 

Non tutto è come appare - Contro la cultura della manipolazione

di Simona RuffinoPaolo Di Paolo (prefazione)

ed. Apogeo


 

sabato 28 dicembre 2024

GIOVANI. ESSERE o APPARIRE ?

Galimberti, per esistere bisogna mettere in mostra la propria immagine ed è per questo che, almeno nella nostra società, è più complicato "essere" che "apparire".

 I giovani devono riappropriarsi della loro identità, della loro essenza, riscoprendo quei valori guida che indicano la strada giusta da percorrere.

 Nella società odierna l'apparenza sembra aver completamente preso il sopravvento sull'essenza all'insegna di un'esistenza priva di significato in cui i più giovani stentano a trovare una loro identità, omologandosi a stereotipi privi di senso, determinando ciò sicuramente degli effetti deleteri nel loro processo evolutivo di crescita.

Ed è proprio per tal motivo che una ragazza di ventun anni, Chiara, si rivolge al filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti per trovare delle risposte ad alcuni suoi interrogativi.

Le parole della ragazza celano, in realtà, le difficoltà e le insicurezze dei giovanissimi alle prese con un mondo che pretende di plasmare ogni soggetto a suo piacimento, trasformandolo e facendolo diventare diverso da ciò che è realmente . L'influenza che subiscono è così forte ed incontrollabile che inconsapevolmente le nuove generazioni si comportano non come vorrebbero ma come la società ritiene più corretto ed opportuno, sottostando a delle rigide regole che presuppongono l'approvazione degli altri per poter sentirsi bene con se stessi, mostrando la propria immagine o meglio la maschera che, giorno dopo giorno, si finisce con l'indossare, dimenticando chi si è realmente.

In tale prospettiva il confine è labile e si finisce col perdersi, non distinguendo più ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, i colori diventano sbiaditi e la confusione predomina incontrastata, senza valori che svolgano una funzione guida.

Da ciò deriva la profonda solitudine e tristezza che connota i più giovani, spesso disorientati ed incapaci di scegliere consapevolmente e responsabilmente, insicuri e privi di una personalità forte.

A tal fine Umberto Galimberti coglie l'occasione per sottolineare come oggi sia più complicato "essere" che "apparire" all'interno di una società in cui l'uomo stesso si è degradato al livello di merce e perciò si può esistere solo mettendosi in mostra, pubblicizzando la propria immagine.

Di conseguenza chi non si espone, chi non si mette in mostra, non viene riconosciuto, quasi neppure ci si accorge di quella persona.

"Siamo infatti nelle mani degli altri, al punto che il nostro pensare e il nostro sentire, la nostra gioia e la nostra malinconia non dipendono più dai moti della nostra anima che abbiamo perso e probabilmente mai conosciuto, ma dal "mi piace" o "non mi piace" espresso dagli altri, a cui ci siamo consegnati con la nostra immagine, che, per non aver mai conosciuto noi stessi, è l'unica cosa che possediamo e che vive solo nelle mani degli altri. Ci siamo espropriati e alienati nel modo più radicale, perdendo ogni traccia di noi", così sottolinea Galimberti.

Pur di metterci in mostra abbiamo perso la nostra intimità, interiorità, essenza, il nostro pudore. La spudoratezza diviene una virtù e viene meno la vergogna. Di intimo è rimasto solo il dolore, la malattia, la povertà, che ciascuno cerca di nascondere per non essere isolato dagli altri.

Ecco dunque l'importanza per i giovani di riappropriarsi della loro identità, della loro essenza, riscoprendo quei valori guida che indicano la strada giusta da percorrere per non perdersi mai e che illuminano il cammino come un faro nella notte così da permettere loro una crescita sana, all'insegna dell'essenza e non dell'apparenza.

 Scuola Oggi

Immagine

 

mercoledì 5 giugno 2024

LA RAZIONALITA' NON BASTA


Parla il vincitore della medaglia SINe 2024 e fondatore della neuroetica, la disciplina nata nei primi anni 2000 dalla stretta collaborazione tra neuroscienze e filosofia.

«Contro la disinformazione offrire argomentazioni e prove non è sufficiente 

Dobbiamo superare la profonda sfiducia che caratterizza le nostre società»


 

-         di SOFIA BONICALZI e ANDREA LAVAZZA

 Libertà umana e l’assenso a false credenze: temi chiave che non possono più essere affrontati soltanto da pensatori “in poltrona”. Ma il rapporto tra filosofia e scienze empiriche non è sempre idilliaco. “Nei secoli passati – spiega il filosofo Neil Levy, uno dei più prolifici e versatili nell’ambito analitico, in Italia in questi giorni –, la filosofia ha intrattenuto un serio dialogo con le scienze e alcuni filosofi erano a loro volta scienziati di spicco (si pensi, ad esempio, a Cartesio). Nel XX secolo, e soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, la filosofia ha cominciato a distaccarsi dalle scienze. Sebbene un certo grado di indipendenza sia probabilmente necessario (i metodi della filosofia non sono identici a quelli della scienza), molti filosofi ora credono che questo divorzio abbia rappresentato un passo falso. Io appartengo a coloro che pensano che, su molte questioni, la possibilità di progresso richieda l’apporto delle discipline scientifiche”.

 Studioso dalle molteplici linee di ricerca, Levy ha legato precocemente il suo nome alla neuroetica, disciplina che nasce negli Stati Uniti nei primi anni 2000: «Nel 2007 ho pubblicato il libro Neuroetica (tradotto anche in italiano) e nel 2008 ho lanciato la rivista “Neuroethics”. La neuroetica nasce dalla stretta collaborazione tra neuroscienze e filosofia. Ha due focus differenti. In primo luogo, si occupa delle questioni etiche che emergono all’interno delle neuroscienze. Pensiamo alle preoccupazioni relative all’invasione della privacy che potrebbero derivare dalla nostra crescente capacità di “leggere” le menti con la tecnologia di scansione cerebrale. In secondo luogo, la neuroetica si occupa di come le scienze della mente possano aiutarci a rispondere alle tradizionali questioni filosofiche. Si pensi che molti problemi filosofici sorgono perché abbiamo due convinzioni in conflitto. Per esempio, molte persone trovano difficile rinunciare alla convinzione che gli esseri umani abbiano il libero arbitrio, ma trovano anche molto convincente l’idea che ogni azione sia determinata dalle leggi della natura. Le scienze della mente potrebbero aiutare a dimostrare che una di queste convinzioni è un pregiudizio psicologico non affidabile. Ad esempio, alcuni filosofi hanno argomentato che la credenza nel libero arbitrio deriva dalla forte emozione che proviamo quando contempliamo azioni ritenute sbagliate che hanno conseguenze rilevanti. Questo argomento è di matrice neuroetica nel momento in cui un filosofo utilizza metodi psicologici per sostenere la propria tesi (altri filosofi peraltro hanno utilizzato gli stessi metodi per sostenere la tesi opposta)». Fra le varie discipline che si intersecano con la neuroetica, Levy è interessato in particolare alla psicologia e a come questa può spiegare il fenomeno della disinformazione: «Lavoro sulle false credenze. Perché le persone convivono con la disinformazione? Ad esempio, perché così tante persone sono restie ad accettare i risultati e i metodi della scienza? In molti Paesi, abbiamo visto importanti forme di disinformazione affermarsi durante la pandemia di Covid-19, e le persone sono morte a causa di false credenze. Questo non è un fenomeno nuovo. Il tasso di vaccinazione tra i bambini era diminuito già molto prima della pandemia, e la disinformazione ne era una delle cause. Inoltre, la nostra incapacità di affrontare la crisi climatica è in parte derivata dal rifiuto della scienza. Che cosa spiega questi fenomeni? Il motivo per cui le persone accettano la disinformazione è oggetto di un vivace dibattito in psicologia».

 Secondo Levy, la teoria più diffusa è forse quella secondo cui le persone si comportano così a causa dei loro pregiudizi cognitivi o di qualche altra forma di fallimento della razionalità. «Ma la mia prospettiva è molto diversa - spiega -. Mi baso sugli studi relativi all’evoluzione culturale. Questi sottolineano che siamo essenzialmente animali sociali. Gran parte delle nostre conoscenze sono sociali: le generiamo insieme, e la capacità individuale di comprenderle autonomamente è spesso molto limitata. Poiché la conoscenza sociale è così importante per noi e per la nostra sopravvivenza, ci siamo evoluti per essere sensibili alle testimonianze: se qualcuno sembra più esperto di noi, o se sembra rappresentare il consenso su un certo tema, prendiamo molto sul serio ciò che dice. Allo stesso tempo, siamo sensibili alla possibilità di essere ingannati, quindi preferiamo le testimonianze di persone che condividono i nostri valori. Chi non li condivide potrebbe ingannarci o semplicemente non preoccuparsi di ciò che dobbiamo sapere. Ci sono abbondanti prove del fatto che abbiamo questo tipo di sensibilità, e personalmente sostengo che questo atteggiamento sia razionale».

 Ma – se ci si riflette - è anche tutto ciò di cui abbiamo bisogno per spiegare perché le persone accettano la disinformazione. «La accettiamo – afferma Levy – quando proviene da persone che pensiamo siano dalla nostra parte, ma che sono più esperte di noi. Questo non è irrazionale (le persone accettano le informazioni corrette esattamente per gli stessi motivi), né deriva dai limiti di coloro fra noi che esperti non sono. Tutti accettano le informazioni sulla stessa base, anche gli esperti, perché nessuno è esperto in più di un’area molto limitata. Qualcuno potrebbe essere un esperto in un particolare settore della chimica, della sociologia o della teologia, ma sono nella stessa posizione di tutti gli altri riguardo a ogni altra area di indagine».

 Le prospettive non sembrano molto rosee: «La mia idea, secondo cui gli esseri umani sono dopotutto animali razionali - continua Levy - è ottimistica sotto alcuni aspetti. Tutti rispondiamo alle prove e agli argomenti. Ma questi non sono indipendenti dalla posizione sociale e politica di chi li sostiene. Quando, ad esempio, uno scienziato del clima presenta dati che mostrano che gli aumenti di temperatura sono causati dalle emissioni di carbonio, alcune persone potrebbero razionalmente respingere le prove offerte. Questo non perché non le capiscano (probabilmente no, ma neanche la maggior parte di coloro che le accettano le capiscono davvero), ma perché la loro fiducia nei dati e nelle conclusioni è razionalmente sensibile a quella che ritengono sia l’identità politica dello scienziato e alla loro valutazione della probabilità della conclusione. Siamo animali razionali, ma non dovremmo concludere da ciò che, se solo insegnassimo il pensiero critico nelle scuole o garantissimo che tutti siano esposti a informazioni affidabili, tutti sarebbero d’accordo sui fatti. Non possiamo cancellare le nostre identità politiche e sociali, e gli agenti razionali rispondono alle prove e agli argomenti in modi che sono plasmati da queste identità». Come si può, dunque, pensare di combattere la disinformazione? «Per fare progressi – conclude Levy - su alcuni dei nostri problemi più difficili offrire più argomentazioni e prove non è sufficiente. Dobbiamo superare la profonda sfiducia che caratterizza le nostre società. E questo è un progetto essenzialmente politico. Dobbiamo riconoscere che questa sfiducia è troppo spesso giustificata: per esempio, le persone possono accettare certe teorie complottiste non fidandosi delle fonti ufficiali, e questo accade perché le istituzioni non hanno saputo rendere credibili quelle fonti. Superare la sfiducia richiede di offrire motivi per fidarsi, e ciò richiede un vero cambiamento politico».

 www.avvenire.it

Immagine

lunedì 4 dicembre 2023

SE NON PUOI ESSERE


 Se non puoi essere un pino sul monte

sii una saggina nella valle

ma sii la migliore saggina

sulla sponda del ruscello.

Se non puoi essere un albero

sii un cespuglio.

Se non puoi essere una via maestra

sii un sentiero. 

Se non puoi essere il sole

sii una stella.

Sii sempre il meglio

di ciò che sei.

Cerca di scoprire il disegno

che sei chiamato ad essere

poi mettiti a realizzarlo

nella Vita.


Martin Luther King



sabato 19 agosto 2023

ORIGINE E SVILUPPO DELLA COSCIENZA


Pensare e dire… coscienza e parresia: due dimensioni essenziali dell’essere e del relazionarsi. Con un taglio esperienziale e pratico si indicano qui percorsi che aiutino a rivisitare il proprio vissuto: i pensieri che lasciamo abitare in noi e le parole che transitano per le nostre labbra.    

 

- di Sabino Chialà*

 Partendo da quanto osservato nelle prime pagine della Genesi e poi nell’insegnamento di Paolo, vorrei ora soffermarmi brevemente sull’origine e il processo di sviluppo della coscienza, cercando di rispondere alla domanda su come essa si formi, se si tratta di un puro dono o se va coltivata, e in che modo.

Da più parti, nella Scrittura e nella letteratura patristica, emerge la convinzione che la coscienza costituisca un dono fatto alla nostra natura, ma che, come tutti i doni, ha bisogno di cure da parte di colui che la riceve. Un autore anonimo del xii secolo afferma: “La coscienza umana è la vigna del Signore, che dev’essere coltivata” (1).

Si tratta in primo luogo di un’istanza presente nell’essere umano, quale “criterio”, “scintilla” o “germe”, secondo le immagini osservate nei padri. È quell’istanza che emerge naturalmente nei progenitori cui si aprono gli occhi e in Caino che avverte il male commesso e lo sente troppo grande. La coscienza, dunque, abita nell’essere umano e precede ogni sua volontà: è il desiderio di bene e di bellezza, o di felicità, posto in tutti indistintamente; in una visione cristiana è riflesso dell’immagine di Dio, che il Creatore ha impresso in ogni uomo e donna al momento della loro creazione. Ogni essere umano, dunque, quale che sia il suo peccato e la sua alienazione, porta dentro di sé tale aspirazione, spesso calpestata e sotterrata – per riprendere le immagini di Doroteo di Gaza –, che è capacità di discernimento del bene dal male, del bello dal brutto, di ciò che dà gioia da ciò che fa soffrire, anche allorché deliberatamente egli decida di fare il male, come aveva detto Girolamo.

Tale dono primordiale, come osservato nelle pagine della Genesi, è anche, però, frutto di elaborazione. Cresce e si sviluppa attraverso quello che chiamerei un “duplice dialogo”, come l’etimologia del termine greco synéidesis e del corrispondente latino conscientia, suggeriscono. Ambedue i termini sono infatti composti da un prefisso che indica “compagnia” (syn e con) e da un termine che rimanda all’idea di “conoscenza”, che significativamente è ancora un composto.

Potremmo dire che i due termini indicano un “conoscere insieme”, una “conoscenza frutto di dialogo”, di cooperazione, appunto.

La domanda che a questo punto si pone riguarda i soggetti di tale dialogo, e le risposte possibili mi sembrano due: dialogo all’interno dell’uomo, tra le varie voci e istanze in esso presenti; dialogo dell’uomo con altri soggetti a lui esterni. Nel primo caso la conoscenza si forma attraverso un dialogo interiore, la fatica del pensare, del fermarsi a riflettere. Nel secondo essa si articola in forza di un confronto con l’altro essere umano o, in una dimensione di fede, con Dio, l’Altro per eccellenza.

Il dialogo interiore

La coscienza necessita dunque in prima istanza di dialogo interiore, vale a dire di elaborazione tramite il confronto dei tanti pensieri e inclinazioni che abitano l’essere umano. Ciò richiede la fatica dell’habitare secum di cui parlano i padri, di immergersi in sé e di dialogare con sé stessi.

Un esercizio non facile, perché si scontra con la paura di visitare le proprie profondità, dove abitano tratti dell’essere che spesso si preferisce ignorare. Tuttavia, senza questo esercizio è impossibile coltivare la propria coscienza.

La Scrittura offre alcune direttrici lungo le quali articolare tale pensiero, in particolare le due domande che abbiamo visto emergere nelle prime pagine della Bibbia: dove sono io e dov’è mio fratello. Mai l’una senza l’altra! La coscienza cresce, attraverso il dialogo interiore, se si ha il coraggio di abitare tali domande: dove sono io, dove colloco la mia umanità? E poi: dov’è l’altro da me, che nella fattispecie è “mio fratello”? Ogni elaborazione di pensiero, sia esso umano o teologico, che non tenga conto di questi due interrogativi primordiali, è destinato a produrre una sottocultura, che con il tempo conduce una chiesa o una società alla morte per asfissia.

A queste due domande originarie se ne potrebbero aggiungere altre, che ne sono una necessaria esplicitazione. Interrogativi quali: dove mi portano le mie azioni? E prima ancora: dove mi portano i miei pensieri? Domande che indirizzano verso l’altro dialogo necessario alla crescita della coscienza che è il confronto con l’esterno: con Dio e con gli altri. Non basta riflettere in sé, correndo il rischio di un ripiegamento insano nel proprio intimo e sui propri punti di vista, poiché questo, anziché far crescere la coscienza, la atrofizza. Essa cresce, invece, se ci si sporge anche al di fuori. È utile qui ricordare ciò che Salomone chiede a Dio nel Primo libro dei Re 3,9: un “cuore in ascolto”, vale a dire un’interiorità (cuore) aperta verso l’esterno (in ascolto).

Il dialogo con Dio

In una dimensione di fede si tratta di dialogare con Dio, come abbiamo osservato nel libro della Genesi, dove le domande del Creatore avevano aiutato Adamo e poi Caino a far maturare quella coscienza emersa in modo confuso dal loro intimo. Dialogo con Dio significa confronto costante con le Scritture, con le parole di Gesù e con il suo esempio, indispensabile per la crescita di una coscienza cristiana.

Di pari passo è necessario il dialogo con gli altri. La coscienza si nutre di confronto con l’altro, con il diverso da sé, con cui è necessario intessere un dialogo autentico che trasforma e affina il proprio sguardo e le proprie comprensioni. Di un altro concreto, visto e toccato, come mostrano tante esperienze in cui la potenza di uno sguardo è capace di cogliere e trasformare in profondità, risvegliando una coscienza assopita: gli occhi di un bambino, lo sguardo sofferente di un malato, la carezza di un anziano fragile. Quante volte sicurezze e pregiudizi, frutto di deduzioni astratte e teoriche, sono andati in frantumi dinanzi a un volto reale, che ha saputo risvegliare la coscienza!

Anche lo sguardo del nemico o di chi è ritenuto tale ha il potere di risvegliare la coscienza, ragione per la quale l’inimicizia, per durare nel tempo, necessita di distanza, di non-incontro tra vittima e carnefice, e del perpetuarsi di un incontro irreale, che avviene solo in un pensiero che rimugina la propria visione dell’altro, anziché la sua realtà.

Ogni chiusura verso l’altro e il diverso comporta inevitabilmente una perdita di coscienza, un impoverimento e un’atrofizzazione del proprio luogo interiore. Ogni chiusura che all’inizio sembra difendere, con il tempo isola, impoverisce e uccide nel profondo.

 tratto da "Pensare e Dire" Edizioni Qiqajon

 * Sabino Chialà (Locorotondo 1968) è monaco e priore di Bose dal 2022 a oggi. Studioso di ebraico e siriaco, si è dedicato in particolare allo studio della figura e dell’opera di Isacco di Ninive, di cui ha recentemente pubblicato la prima traduzione italiana completa della prima collezione dei suoi scritti.

AlzogliOcchiversoilCielo

Immagine

mercoledì 16 agosto 2023

IN DIFESA DEL VUOTO

 


 Nel giorno in cui tutti ci affanniamo per fare qualcosa di divertente che ci faccia sentire vivi e completi una riflessione sull’importanza di mantenere uno spazio interiore che non è riempito da niente: è lì che nascono i desideri e la creatività.

-         di Vito Mancuso

                                  

 Alcuni tra i più grandi filosofi hanno sostenuto che l’inizio del pensiero umano prenda origine dalla comparsa improvvisa e meravigliata nella mente di questa domanda: «Perché c’è l’essere, e non il nulla?». Così affermarono Leibniz, Schelling, Heidegger. In questa giornata di agosto, tutto solo nel mio appartamento cittadino, con le strade deserte che regalano un irreale silenzio, io sento sorgere nella mente, con altrettanta repentinità e meraviglia, quest’altra domanda: perché c’è questo vuoto dentro di me?

 Prendo così a indagare la natura di questo mio vuoto interiore, rivolgendomi a esso come se fosse una cosa viva dentro di me.

 Caro vuoto interiore, ti chiamo “vuoto”, e non “nulla”, perché tu non ti contrapponi all’essere. Il nulla è non-essere, e se c’è lui è impossibile che vi sia l’essere, come decretò Parmenide agli inizi del pensiero occidentale: «L’essere è, e non può non essere; il non essere non è, e non può essere». Tu vuoto, però, non coincidi con il nulla e significativamente i fisici per descrivere la realtà primordiale parlano di “vuoto quantistico”, e dicono che, ben lungi dall’equivalere al nulla che è privo di energia, tale vuoto quantistico possiede una sua peculiare energia e lo descrivono come “stato di energia minima”. Da esso, dicono, talora si producono delle fluttuazioni da cui emergono particelle, e che fu proprio da una fluttuazione di questo tipo che prese origine l’universo. Per cui tutto, caro vuoto, nasce da te.

 Lo stesso accade a me: quando sono pieno, non scaturisce nulla di nuovo in me, solo ripetizione dell’identico, un “eterno ritorno dell’uguale”; è quando sono vuoto, quando prendi il comando tu, che in me può nascere qualcosa di nuovo, di creativo, di inatteso, di libero. Tu, vuoto, sei la condizione della mia creatività e della mia libertà.

 Attenzione però: il più delle volte tu agisci come una specie di motore che genera una spinta verso l’interno tendente a riportare tutto a te, sei un vortice che produce un continuo risucchio, una cavità, talora una voragine, da cui promana una tensione ininterrotta. Cosa sono quindi io che ti porto nel mio centro?

 Ho peculiarità di tipo fisico come la statura eretta, la neocorteccia, il codice genetico; ne ho di tipo psichico come le emozioni, i sentimenti, le passioni; ne ho di tipo intellettivo, come l’intelligenza analitica e la ragione sintetica. Tutte queste caratteristiche, però, non sono tali da rinchiudermi in una definizione esaustiva perché vi è in me qualcosa di ancora più essenziale: ci sei tu. Presente nel mio fondo, a causa tua io risulto strutturalmente non-finito, indefinito, imprevedibile e quindi creativo. Tu fai sì che la mia peculiarità consista nella singolare possibilità di essere e, insieme, di non essere il mio corpo, i miei sentimenti, il mio intelletto. Tu mi offri la possibilità di identificarmi con le mie proprietà fondamentali oppure di prenderne le distanze, così che posso risultare unificato oppure scisso, sentirmi a casa dentro di me oppure viceversa in esilio.

 Da te, vuoto, procede la mia tensione psichica detta desiderio, generata da te per il tuo bisogno strutturale di essere riempito. Spinoza identificava l’essenza specifica degli esseri umani nel desiderio (“Cupiditas est ipsa hominis essentia”), ma è chiaro che si può dare desiderio solo perché prima si sente il bisogno di qualcosa, e se ne sente il bisogno perché se ne è privi. Quindi all’origine c’è la privazione, la mancanza; ci sei tu, caro vuoto.

 Come ho detto, tu agisci in me come un motore tendente a riportare tutto a sé, e quello che vale per me lo vedo all’opera anche nei miei simili, tutti più o meno abitati da questa tensione che non li fa stare tranquilli con se stessi. Osservava Pascal: «Ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli, in una camera». Proseguiva il matematico e filosofo francese: «Non si rendono conto della natura insaziabile della loro cupidigia. Credono sinceramente di cercare il riposo, ma cercano soltanto l’agitazione. C’è in loro un istinto segreto che li porta a cercare fuori di sé la distrazione e l’occupazione».

 Tutto questo deriva da te, caro vuoto. Tu sei la trappola strutturale in cui siamo nati e con cui dobbiamo convivere fino alla morte, dopo chissà. Per questo ti voglio regalare una delle più belle definizioni di religione, opera del matematico e filosofo inglese Alfred North Whitehead: «Religione è ciò che l’individuo fa della propria solitudine». Solitudine è un altro nome per te, caro vuoto, e in questo senso essere religiosi, ben lungi dal professare dottrine stabilite anticamente da altri e dal partecipare a riti celebrati da altri, significa viverti come sentimento di essere alla presenza di qualcosa o qualcuno più importante di me. E significa capire ciò che afferma sant’Agostino rivolto al suo Dio all’inizio delle Confessioni: «Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».

 In questa silenziosa e vuota giornata di agosto di una città deserta, riflettendo su di te, caro vuoto, ho capito che la verità di me dipende da te: da come ti tengo pulito, da come ti curo e ti proteggo da tutti i ciarlatani che continuamente mirano a riempirlo con mille seducenti, e per loro lucrose e convenienti, suggestioni. Ti devo custodire dalle erbacce che sempre tendono a insidiarsi in te come se tu fossi un giardino, anche perché tu per davvero sei il mio giardino, il terreno da cui fuoriescono i miei fiori e i miei frutti, cioè il mio pensiero e la mia volontà. Se saprò coltivarti, resistendo alla tendenza a riempirti a tutti i costi pur di non sentire il tuo risucchio, avrò ottenuto l’indipendenza spirituale. E come insegna Montaigne: «La più grande cosa del mondo è saper essere per sé».

 La partita della vita si gioca dentro di me, alle prese con te, caro vuoto. Per questo sempre Montaigne insegna: «Bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine». Se ti manterrò pulito e terso, tu cesserai di agire come un vortice da cui proviene un continuo risucchio e diverrai il mio rifugio più sicuro. È l’insegnamento di tutte le grandi tradizioni spirituali, induismo e buddhismo, confucianesimo e taoismo, ebraismo, cristianesimo e islam, e ovviamente della grande filosofia classica sintetizzata così da Marco Aurelio rivolto a se stesso: «Ricordati che il tuo principio direttivo diventa invincibile quando, rinserrato in se stesso, si contenta di sé e non fa niente che non voglia. La mente libera da passioni è una fortezza: l’essere umano non ha niente di più forte dove rifugiarsi ed essere sempre inespugnabile».

 Acquisire la pratica di convivere con te significa imparare a stare fermo sul mio abisso, a guardare il cratere del mio vulcano interiore, a stare in ascolto, a zittire la mente, a udire il suono del mio silenzio. È questo il lavoro giusto da fare. A partire da questa giornata di agosto, con le strade deserte che quasi sorridono per il loro surreale silenzio.

 La Stampa