sabato 17 dicembre 2022

GOVERNARE IL METAVERSO

 Per l’essere umano 

il metaverso sarà come 

la fissione nucleare

 Il web è la nuova gleba a cui siamo asserviti e di fronte agli universi digitali il compito è salvare la presenza. Un processo che va governato contro il rischio di spaesamento


Nelle librerie il saggio del filosofo napoletano dedicato ai mondi virtuali

 

- di EUGENIO MAZZARELLA

 

Se “il peccato di Facebook” fosse solo quello […] di aver messo in pericolo la democrazia americana il 6 gennaio 2021 con l’assalto al Congresso, sobillato e organizzato sul social web, […] la situazione sarebbe grave. Gravissima. Ma non ai limiti del sostenibile nel complessivo “shock antropologico”, sospinto da tecnica e globalizzazione, della “modernità del rischio” in cui viviamo ai tempi, già molto avanzati, del digitale e della intelligenza artificiale. Se nell’operato di Facebook, connivente con la tossicità sociale degli algoritmi di propagazione delle interazioni sulla sua piattaforma, ci fosse solo un peccato di lesa democrazia, si potrebbe rispondere […] con “algoritmi di polizia”, simmetrici per altro alla logica di controllo della rete in mano ai suoi padroni digitali. […] Purtroppo, le cose stanno peggio. E lo si può vedere con l’annuncio che da Facebook nascerà Metaverso. Dopo il disastro del 6 gennaio, l’immagine dell’azienda viene rilanciata usando il “verbo” con cui il giovane Zuckerberg aveva definito la “missione” di Facebook: la creazione di “un’infrastruttura sociale per dare alle persone il potere di costruire una comunità globale che funzioni per tutti noi”. Una mission che divenne ben presto, per la comunicazione pubblica dell’azienda, il “verbo” di Facebook: con una prostituzione delle parole – “comunità”, “per noi” – che da sola meriterebbe uno studio sulla “retorica” del digitale. La community, la “comunità per tutti noi”: l’apriti sesamo della caverna in cui, millantando il ritrovamento della comunità perduta, inghiottire la solitudine di massa, lo spaesamento dei miliardi di sradicati – dalle comunità locali, dalle culture tradizionali – della globalizzazione.

Questa community in cui tutti hanno potuto entrare con un click, l’annuncio della comunità a venire sul web a chi l’aveva persa, a fronte della nuova creatura di Zuckerberg, e poco piu di un protovangelo rispetto al nuovo vangelo che si annuncia con Metaverso. E qual e questo vangelo? Il trascendere oggi a disposizione, grazie al digitale e all’IA, del mondo reale nel mondo virtuale per il tramite della transitività tra i due mondi. Il nostro essere entrati nell’epoca dell’onlife, dove la dimensione vitale, relazionale, sociale e comunicativa, lavorativa ed economica, è vista, agita e proposta come frutto di una continua interazione tra la realtà materiale e analogica e la realtà virtuale è interattiva. Dove l’effetto gorgo, il buco nero dell’online fagocita sempre più la realtà offline, la vita come tale. Almeno fin qui come tale. Un peccato di “lesa vita” che è il vero shock antropologico in cui siamo immersi, e di cui abbiamo segni consistenti, ma forse non piena consapevolezza.

 Uno shock la cui sostanza è una ri-ontologizzazione digitale, agita dalle ICT e dalla AI, della realtà, trasformata in “infosfera” […] nella quale, gestita dagli algoritmi dell’IA, noi stiamo sradicando la nostra vita, il nostro esserci, dall’essere-nel-mondo di presenza fin qui abitato, promettendo un ampliamento degli spazi “vitali” accessibili all’esperienza individuale. Ancora una volta “l’individuo e i suoi diritti”, senza nessun dovere neanche verso sé stesso, che è il mantra sempre più nichilistico della razionalizzazione strumentale della modernità occidentale. Ed è in questa direzione che si sta muovendo Zuckerberg con Metaverso. […] dove sarà possibile tramite il funzionamento della sua tecnologia (visori, sensori e quant’altro) – analogico al nostro sistema percettivo – traslare la propria esperienza nel digitale tramite avatar (le nostre repliche digitali) ritenendola ancora la “propria” esperienza. […] Quel che è in gioco è l’enfatizzazione già in campo nel mondo del social web, che si avvia a transitare nell’onlife, di concretissimi processi di alienazione sociale, esistenziali e finanche percettivi in obbedienza a un’esse est percipi ormai declinato sempre più grazie al web in senso mediale-passivo come un essere percepiti che rimbalza e costruisce non solo il nostro percepire ma il nostro stesso percepirci. Il web essendo per comune ammissione la più potente tecnologia di manipolazione del sé sociale – individuale e collettivo – che si sia mai conosciuta. Non ci si rende conto che il web è la nuova gleba a cui siamo asserviti, paradossalmente ancora più stanziale della vecchia gleba, perché e racchiusa nel fazzoletto di terra di uno schermo che ci viene fornito a “casa”, senza neppure necessità che si esca “in campagna”. […] La grande dismissione del reale nel virtuale, questa è la posta in gioco dell’infosfera, la nuova parola- mondo con cui una filosofia troppo integrata al suo tempo, troppo poco inattuale, descrive e promuove oggi questa deriva dell’antropologia della tecnica. La forma- mondo della nostra realtà oggi, di un tempo-spazio in cui si trascendono l’uno nell’altro online e offline della vita, l’onlife, appunto, dove “ciò che e reale è informazionale e ciò che è informazionale è reale” (Floridi), con l’estensione dell’esserci umano in un nuovo ambiente: l’infosfera; un nuovo mondo a cui non ci si può sottrarre, come al reale hegeliano che in una sua equivocata lezione è sempre razionale, ha cioè le sue ragioni a cui non ci si può sottrarre e davanti a cui possiamo solo alzare le mani. […] In questo scenario, che è realissimo, e non apocalittica distopia narrativa, il compito è salvare la presenza come l’anima vitale, l’animazione vitale che ci fa lo spirito che siamo: e cioè l’incarnazione come presenza a sé di un’entità, un esserci – che è anche sempre un (eco)sistema di relazioni – che si prende addosso la sua carne. […] Il dossier digitale è sul tavolo del futuro. E non è semplicemente affare della pubblica amministrazione, ma della pubblica vita. È inutile, e irresponsabile, rifiutarsi di sfogliarlo. E ha almeno lo stesso peso dei dossier sul nucleare e l’ingegneria genetica che abbiamo dovuto aprire dopo Hiroshima e Nagasaki e la scoperta della doppia elica del Dna. Non governata, l’era digitale può davvero proporci un panorama di massa post-umano. Ha effetti di rischio, di spaesamento dell’umano a rischio di svellerlo da sé stesso e dal suo ambiente interno ed esterno non meno potenti della fissione nucleare e biologica che il ’900 ha imposto all’ambiente esterno e interno dell’umano. Non voltiamoci dall’altra parte, perché nobilitando con le parole di Rilke quel che può capitarci, rispetto al mondo di prima della presenza naturale, nella sintassi digitale della nuova realtà del suo mondo iperconnesso, rischiamo paradossalmente che “Qui tutto è distanza / e là era respiro. Dopo la prima patria / questa seconda gli è ibrida e ventosa” (Elegie duinesi, Ottava Elegia).

La grande dismissione del reale nel virtuale, questa è la posta in gioco dell’infosfera, la nuova parola-mondo con cui una filosofia troppo integrata al suo tempo, troppo poco inattuale, descrive e promuove oggi questa deriva dell’antropologia della tecnica Se nell’operato di Facebook, connivente con la tossicità sociale degli algoritmi di propagazione delle interazioni, ci fosse solo un peccato di lesa democrazia, si potrebbe rispondere con “algoritmi di polizia”

 www.avvenire.it

 

 

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