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sabato 6 aprile 2024

LA COMFORT ZONE DEL VIRTUALE


METAVERSO



 -         di GIOVANNI SCARAFILE

 

Qualche giorno fa mi sono recato in un ufficio pubblico per risolvere una questione amministrativa. Quando finalmente è giunto il mio turno, il funzionario, con disarmante naturalezza, mi ha proposto di rimandare «per una maggiore efficacia» la nostra discussione ad una riunione virtuale su Teams il giorno successivo. La mia richiesta di discutere l’argomento subito, di persona, visto che ero già lì, è stata accolta con lo stesso sorriso gentile ed accondiscendente che di solito si riserva a chi sembri fuori del mondo, come se la mia proposta fosse un anacronismo in questa era digitale.

 L’episodio che ho vissuto non rappresenta semplicemente una stranezza burocratica, ma piuttosto evidenzia con forza come la digitalizzazione abbia trasformato, spesso senza che ce ne accorgessimo, il nostro modo di interagire con il mondo. Questo cambiamento ha introdotto una mediazione tecnologica quasi costante nella nostra vita quotidiana, estendendosi anche a quelle situazioni in cui il suo utilizzo sembrerebbe del tutto superfluo. In un’epoca in cui la presenza fisica viene spesso sostituita o mediata da schermi e dispositivi, quali sono le nuove definizioni di “presenza” e “realtà”? La recente commercializzazione da parte di Apple di Vision Pro, il primo visore con tecnologie di realtà aumentata (AR) e realtà virtuale (VR), che si aggiunge ad altri visori già sul mercato, ha rilanciato questo genere di domande.

 Uno degli aspetti più stimolanti della VR è la sua capacità di creare esperienze immersive che possono superare i limiti del mondo fisico. Dall’apprendimento immersivo che trasporta gli studenti in epoche storiche lontane, alla possibilità di “visitare” luoghi inaccessibili da casa propria, la VR apre un mondo di possibilità che sembrava fantascientifico solo pochi decenni fa. Queste esperienze hanno il potenziale di arricchire notevolmente l’educazione, la comprensione culturale e persino l’empatia tra individui di diverse parti del mondo. Tuttavia, insieme alle opportunità, la VR pone anche sfide significative. Una preoccupazione fondamentale riguarda la possibilità che le esperienze virtuali possano diventare così coinvolgenti da distogliere l’attenzione e il valore dalle interazioni e dalle esperienze nel mondo reale. Se da un lato la capacità di vivere esperienze impossibili nella realtà è affascinante, dall’altro lato sorge il timore che possa contribuire a una fuga dalla realtà, tanto che gli individui potrebbero preferire le realtà costruite e controllate alla complessità e all’imprevedibilità della vita vera. Recentemente, in un lungo intervento sul New Yorker, intitolato Dove ci porterà la realtà virtuale?, Jason Lanier, informatico e saggista statunitense, noto per aver coniato negli anni Ottanta la locuzione virtual reality, ha messo in guardia: «La vita all’interno di una costruzione è vita senza una frontiera. È chiusa, calcolata e senza scopo. La realtà, la realtà vera, la misteriosa roba fisica, è aperta, sconosciuta e oltre di noi; non dobbiamo perderla».

 Il fascino dell’innovazione digitale, così come la comodità offerta dalle soluzioni tecnologiche, non dovrebbero oscurare il valore delle esperienze vissute “nel mondo reale”. La sensazione di toccare con mano, l’incontro occhi negli occhi, la condivisione di uno spazio fisico con altri esseri umani: tutte queste sono dimensioni dell’esistenza che la VR e simili tecnologie non possono pienamente replicare, nonostante le loro promesse di immersione totale. Per questo, di fronte all’entusiasmo per le possibilità offerte dalla VR, è importante mantenere una prospettiva equilibrata, ricordando che la tecnologia dovrebbe arricchire l’esperienza umana, non sostituirla.

 Va dato atto come negli ultimi mesi, la crescente preoccupazione per le conseguenze delle nuove tecnologie abbia guadagnato spazio nel dibattito pubblico, portando alla luce questioni cruciali riguardanti il loro impatto sulla società. In risposta a queste sfide, si è osservato un rinnovato interesse verso regolamenti e codici etici, considerati strumenti fondamentali per mitigare i rischi potenziali. L’adozione di queste misure deontologiche è indubbiamente un progresso significativo, un chiaro segnale di una consapevolezza crescente riguardo alla necessità di governare l’innovazione tecnologica in modo responsabile.

 Tuttavia, è essenziale ricordare che la storia ci offre numerosi esempi in cui tali strumenti non hanno raggiunto l’obiettivo di prevenire danni significativi. Un caso emblematico è rappresentato dalla crisi finanziaria globale del 2008, un evento devastante scaturito da pratiche di prestito irresponsabili e speculazioni finanziarie ad alto rischio, nonostante l’esistenza di regolamenti etici nel settore finanziario. Questo esempio sottolinea una verità fondamentale: i codici etici e i regolamenti, per quanto necessari, non sono di per sé sufficienti a garantire comportamenti responsabili.

Se oggi accettiamo senza esitazione che un incontro possa essere rimandato su una piattaforma digitale nonostante la presenza fisica dei partecipanti, ci troviamo di fronte a una manifestazione tangibile di quanto profondamente la digitalizzazione abbia permeato la nostra esistenza.

 Di fronte a questo scenario, diventa importante non solo riconoscere, ma anche interrogare attivamente i presupposti che guidano la nostra integrazione delle tecnologie nella vita di tutti i giorni. La sfida che emerge non è soltanto tecnologica o regolatoria, ma profondamente filosofica ed etica. È necessario, quindi, un impegno collettivo per ricalibrare il nostro approccio alla tecnologia, assicurando che essa serva a rafforzare piuttosto che a erodere le dimensioni umane fondamentali della nostra esistenza. Questo richiede un dialogo aperto e continuo tra tecnologi, filosofi, educatori, legislatori e la società civile, con l’obiettivo di definire una visione condivisa del ruolo che la tecnologia dovrebbe avere nel nostro mondo. Dobbiamo coltivare una consapevolezza critica che ci permetta di valutare non solo i benefici, ma anche i costi umani, sociali ed etici delle nostre scelte tecnologiche. Solo così potremo aspirare a una società in cui le innovazioni tecnologiche arricchiscano genuinamente la nostra vita quotidiana, senza sottrarre valore alla ricchezza delle nostre esperienze dirette e alla qualità delle nostre relazioni umane.

 Ed infine, in questo panorama complesso e in rapida evoluzione, quale potrebbe essere il ruolo specifico dei cristiani? Come possono essi contribuire a orientare la società verso un utilizzo della tecnologia che valorizzi la dignità umana, approfondisca le relazioni interpersonali e promuova una comunità autentica?

 

www.avvenire.it



venerdì 21 aprile 2023

IL METAVERSO ? UN TEMA SPIRITUALE


 Parla il filosofo e scrittore Nathan Devers: «La tecnologia non basta a spiegare la rivoluzione digitale 

L’intelligenza artificiale darà una definizione di ciò che è umano»


- di EUGENIO GIANNETTA

 Qual è il legame tra le nostre esperienze digitali e la vita fisica? Come ci incontreremo nei mondi immateriali? Quale impatto avrà il futuro sulle nostre identità? Tutte queste domande sono al centro di un romanzo di Nathan Devers, L’Antimondo (pagine 252, euro 18,50), appena pubblicato da Edizioni E/O, ma sono anche al centro di un ciclo di conferenze sull’intelligenza artificiale che si sta tenendo in questi giorni a Roma, in collaborazione con l’Ambasciata francese presso la Santa Sede, intitolato “L’intelligenza artificiale è un’opportunità o no per l’umanità?”. Nathan Devers sarà protagonista dell’incontro di oggi: 26 anni, filosofo, quattro libri, insegna all’università di Bordeaux ed è braccio destro di Bernard-Henri Lévy. L’Antimondo è un racconto del nostro tempo attraverso la lente della tecnologia, ma anche un’indagine che vuole rispondere a una domanda: cosa ne sarebbe del nostro essere e della nostra morale se rimettessimo in discussione la concezione stessa di realtà?

Parto dal suo libro: «A differenza di Bill Gates, Elon Musk, Mark Zuckerberg o Steve Jobs, Adrian Sterner non prendeva ispirazione da utopie futuriste ma dalla lettura del libro più vecchio del mondo, la Bibbia». Che rapporto c’è per lei tra tecnologia e religione?

Penso che se vogliamo capire questa cosa non dobbiamo prenderla dal punto di vista dell’economia, né dal punto di vista del potere, ma dal punto di vista della conoscenza religiosa e dei legami tra le persone e Dio, e tra le persone nella società. E penso che da questa prospettiva possiamo dire che oggi i social network, la rivoluzione digitale, hanno creato e creano una nuova configurazione dei legami nell’umanità.

Nel libro lei parla di «una nuova terra, puramente spirituale». È possibile in un mondo così denso di tecnologia?

Non credo che l’evoluzione tecnologica abbia un’origine tecnica. Penso abbia la sua causa in una rivoluzione spirituale. Quindi, con il metaverso, la tesi è dire che sia una continuazione del motivo spirituale. Anche per Heidegger sarebbe un errore pensare che la tecnologia non sia un progetto spirituale e filosofico.

Da una parte c’è il digital divide, dall’altra la generazione Z immersa nella tecnologia. E poi c’è una generazione di mezzo, i millennials. A chi pensava quando ha scritto questo libro?

Stavo pensando prima di tutto alla mia generazione. Volevo descrivere in prima persona una situazione paradossale, perché sono cresciuto alla fine degli anni ’90 e durante la mia infanzia sono stati inventati i social network. La mia generazione penso sia a cavallo tra due mondi, due realtà, e la mia vera riflessione è sulla prossima generazione, quella che ha cinque o dieci anni in meno della mia, perché non c’è grande divario, ma la differenza è enorme, perché questa generazione, più giovane di me, non conosce e non ricorda un mondo diverso.

Il metaverso sta cambiando molte cose. Quali quelle buone e quali i pericoli?

La cosa negativa credo sia la difficoltà a misurare la realtà. Si può stare tutto il giorno a casa senza uscire ma al contempo esplorare il mondo, viaggiare, incontrare persone, andare all’università, visitare musei. Questo aspetto crea un’enorme solitudine, perché è la soppressione della nozione di mondo pubblico e la moltiplicazione di mondi individuali. Gli aspetti positivi sono le innovazioni nella scuola. Se pensiamo allo studio della storia non è la stessa cosa imparare leggendo manuali o vedere per esempio Roma ricreata in un mondo virtuale. Queste esperienze, che poi sono anche al centro del mio libro, saranno sempre più interessanti, perché di fatto permettono di viaggiare nel tempo.

Un tema di cui si parla è anche quello della dipendenza da tecnologia.

È un tema difficile perché credo che sarebbe impossibile e davvero limitante dire che dovremmo disconnetterci, perché sarebbe impossibile farlo, ma viviamo in un mondo che è saturo di collegamenti. La dipendenza penso sia impossibile da evitare. Penso la questione sia riconciliare, non cancellare. La mia volontà, quando ho scritto questo romanzo, era cercare di creare uno spazio di riconciliazione. Dopo la pubblicazione mi ha reso felice sapere che studenti, che di solito non leggono libri perché passano il loro tempo su internet, l’hanno letto e apprezzato. È stata una soddisfazione e penso dovremmo cercare di conciliare così. Lo vedo anche su Instagram. Ci sono molti account di poesia, per esempio, che hanno numerosi follower. Penso l’obiettivo sia fare in modo che queste due vite siano sempre più collegate.

A proposito di questo, Vangel, uno dei personaggi del libro, è un poeta, qual è il suo rapporto con la poesia?

La poesia per me è la sublimazione del linguaggio. Credo che in un romanzo ci siano molte cose che si possono dire, ma molte altre dove non arriva la prosa e questo è stato il motivo che mi ha spinto a inserire alcune poesie tra i capitoli. Queste poesie erano ciò che il capitolo non poteva spiegare.

Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, quali sfide vede per il futuro?

Una sfida meravigliosa, perché l’intelligenza artificiale è una rivelazione. La macchina può imitare la mente umana e la cognizione umana, e non solo imitare; a volte può fare meglio. L’intelligenza artificiale ci pone però di fronte a un tema filosofico. Il problema è l’esistenza di un divario tra la coscienza funzionale e la coscienza fisica. Penso che alla lunga l’intelligenza artificiale ci darà una definizione migliore e più accurata di ciò che è proprio dell’uomo.

Il tuo libro si apre con un suicidio filmato in diretta. Si è molto parlato di questo tema in passato. Come si può impedire?

Internet e i social sono illimitati. Gli utenti possono fare o dire assolutamente quello che vogliono e questo modello è un modello pericoloso. È un ritorno alla legge della giungla. Penso che questo modello di libertarismo sia pericoloso ma lo è anche il suo opposto, ovvero un modello di forte regolamentazione. Anche le interdizioni possono essere pericolose, se vediamo la configurazione di un social network quando l’algoritmo può decidere di cancellare tutti i contenuti e gli account che vuole. Perciò credo sia necessario creare uno spazio di fiducia.

 www.avvenire.it

 

giovedì 16 marzo 2023

IL RICATTO DEL GAMBERO


Dai ribelli del '68 ai mostri del metaverso

Arturo Rocchi, genio dell’informatica, si rifugia rocambolescamente negli Stati Uniti durante gli anni della contestazione studentesca per sfuggire a una vendetta, diventando un nome nel campo dell’innovazione tecnologica. Molti anni dopo un’indagine della magistratura su morti sospette di militanti fascisti e su vecchi terroristi di sinistra lo riporta a Roma.

Qui prova a costruire un prototipo della sua ultima invenzione, che potrebbe migliorare il destino dell’umanità. Lavorerà con un gruppo di studenti dell’Università di Roma, dando loro l’inebriante e ineguagliabile sensazione di anticipare il futuro.

Incontrerà anche il suo primo amore, che da molti anni custodisce un segreto che lo riguarda. Gruppi di investitori privati e la Commissione Europea si contenderanno lo sfruttamento dell’invenzione di Arturo, ma ci saranno altri omicidi e la magistratura continuerà a nutrire sospetti su Arturo…

Il romanzo, ispirato da vicende realmente accadute, inizia con la storia del Movimento studentesco e si conclude con una riflessione profonda sulle recenti scoperte nel campo dell’Intelligenza Artificiale, destinate a trasformare il mondo che  conosciamo, e sulla necessità di liberarci dai ricatti del passato.


Fabrizio Funtò, IL RICATTO DEL GAMBERO - Prefazione di Franco Lo Piparo – Ed.  La Lepre,

 Nov. 2022, Pagine: 450, € 24   -  ISBN: 979-12-80961-05-1

 

sabato 17 dicembre 2022

GOVERNARE IL METAVERSO

 Per l’essere umano 

il metaverso sarà come 

la fissione nucleare

 Il web è la nuova gleba a cui siamo asserviti e di fronte agli universi digitali il compito è salvare la presenza. Un processo che va governato contro il rischio di spaesamento


Nelle librerie il saggio del filosofo napoletano dedicato ai mondi virtuali

 

- di EUGENIO MAZZARELLA

 

Se “il peccato di Facebook” fosse solo quello […] di aver messo in pericolo la democrazia americana il 6 gennaio 2021 con l’assalto al Congresso, sobillato e organizzato sul social web, […] la situazione sarebbe grave. Gravissima. Ma non ai limiti del sostenibile nel complessivo “shock antropologico”, sospinto da tecnica e globalizzazione, della “modernità del rischio” in cui viviamo ai tempi, già molto avanzati, del digitale e della intelligenza artificiale. Se nell’operato di Facebook, connivente con la tossicità sociale degli algoritmi di propagazione delle interazioni sulla sua piattaforma, ci fosse solo un peccato di lesa democrazia, si potrebbe rispondere […] con “algoritmi di polizia”, simmetrici per altro alla logica di controllo della rete in mano ai suoi padroni digitali. […] Purtroppo, le cose stanno peggio. E lo si può vedere con l’annuncio che da Facebook nascerà Metaverso. Dopo il disastro del 6 gennaio, l’immagine dell’azienda viene rilanciata usando il “verbo” con cui il giovane Zuckerberg aveva definito la “missione” di Facebook: la creazione di “un’infrastruttura sociale per dare alle persone il potere di costruire una comunità globale che funzioni per tutti noi”. Una mission che divenne ben presto, per la comunicazione pubblica dell’azienda, il “verbo” di Facebook: con una prostituzione delle parole – “comunità”, “per noi” – che da sola meriterebbe uno studio sulla “retorica” del digitale. La community, la “comunità per tutti noi”: l’apriti sesamo della caverna in cui, millantando il ritrovamento della comunità perduta, inghiottire la solitudine di massa, lo spaesamento dei miliardi di sradicati – dalle comunità locali, dalle culture tradizionali – della globalizzazione.

Questa community in cui tutti hanno potuto entrare con un click, l’annuncio della comunità a venire sul web a chi l’aveva persa, a fronte della nuova creatura di Zuckerberg, e poco piu di un protovangelo rispetto al nuovo vangelo che si annuncia con Metaverso. E qual e questo vangelo? Il trascendere oggi a disposizione, grazie al digitale e all’IA, del mondo reale nel mondo virtuale per il tramite della transitività tra i due mondi. Il nostro essere entrati nell’epoca dell’onlife, dove la dimensione vitale, relazionale, sociale e comunicativa, lavorativa ed economica, è vista, agita e proposta come frutto di una continua interazione tra la realtà materiale e analogica e la realtà virtuale è interattiva. Dove l’effetto gorgo, il buco nero dell’online fagocita sempre più la realtà offline, la vita come tale. Almeno fin qui come tale. Un peccato di “lesa vita” che è il vero shock antropologico in cui siamo immersi, e di cui abbiamo segni consistenti, ma forse non piena consapevolezza.

 Uno shock la cui sostanza è una ri-ontologizzazione digitale, agita dalle ICT e dalla AI, della realtà, trasformata in “infosfera” […] nella quale, gestita dagli algoritmi dell’IA, noi stiamo sradicando la nostra vita, il nostro esserci, dall’essere-nel-mondo di presenza fin qui abitato, promettendo un ampliamento degli spazi “vitali” accessibili all’esperienza individuale. Ancora una volta “l’individuo e i suoi diritti”, senza nessun dovere neanche verso sé stesso, che è il mantra sempre più nichilistico della razionalizzazione strumentale della modernità occidentale. Ed è in questa direzione che si sta muovendo Zuckerberg con Metaverso. […] dove sarà possibile tramite il funzionamento della sua tecnologia (visori, sensori e quant’altro) – analogico al nostro sistema percettivo – traslare la propria esperienza nel digitale tramite avatar (le nostre repliche digitali) ritenendola ancora la “propria” esperienza. […] Quel che è in gioco è l’enfatizzazione già in campo nel mondo del social web, che si avvia a transitare nell’onlife, di concretissimi processi di alienazione sociale, esistenziali e finanche percettivi in obbedienza a un’esse est percipi ormai declinato sempre più grazie al web in senso mediale-passivo come un essere percepiti che rimbalza e costruisce non solo il nostro percepire ma il nostro stesso percepirci. Il web essendo per comune ammissione la più potente tecnologia di manipolazione del sé sociale – individuale e collettivo – che si sia mai conosciuta. Non ci si rende conto che il web è la nuova gleba a cui siamo asserviti, paradossalmente ancora più stanziale della vecchia gleba, perché e racchiusa nel fazzoletto di terra di uno schermo che ci viene fornito a “casa”, senza neppure necessità che si esca “in campagna”. […] La grande dismissione del reale nel virtuale, questa è la posta in gioco dell’infosfera, la nuova parola- mondo con cui una filosofia troppo integrata al suo tempo, troppo poco inattuale, descrive e promuove oggi questa deriva dell’antropologia della tecnica. La forma- mondo della nostra realtà oggi, di un tempo-spazio in cui si trascendono l’uno nell’altro online e offline della vita, l’onlife, appunto, dove “ciò che e reale è informazionale e ciò che è informazionale è reale” (Floridi), con l’estensione dell’esserci umano in un nuovo ambiente: l’infosfera; un nuovo mondo a cui non ci si può sottrarre, come al reale hegeliano che in una sua equivocata lezione è sempre razionale, ha cioè le sue ragioni a cui non ci si può sottrarre e davanti a cui possiamo solo alzare le mani. […] In questo scenario, che è realissimo, e non apocalittica distopia narrativa, il compito è salvare la presenza come l’anima vitale, l’animazione vitale che ci fa lo spirito che siamo: e cioè l’incarnazione come presenza a sé di un’entità, un esserci – che è anche sempre un (eco)sistema di relazioni – che si prende addosso la sua carne. […] Il dossier digitale è sul tavolo del futuro. E non è semplicemente affare della pubblica amministrazione, ma della pubblica vita. È inutile, e irresponsabile, rifiutarsi di sfogliarlo. E ha almeno lo stesso peso dei dossier sul nucleare e l’ingegneria genetica che abbiamo dovuto aprire dopo Hiroshima e Nagasaki e la scoperta della doppia elica del Dna. Non governata, l’era digitale può davvero proporci un panorama di massa post-umano. Ha effetti di rischio, di spaesamento dell’umano a rischio di svellerlo da sé stesso e dal suo ambiente interno ed esterno non meno potenti della fissione nucleare e biologica che il ’900 ha imposto all’ambiente esterno e interno dell’umano. Non voltiamoci dall’altra parte, perché nobilitando con le parole di Rilke quel che può capitarci, rispetto al mondo di prima della presenza naturale, nella sintassi digitale della nuova realtà del suo mondo iperconnesso, rischiamo paradossalmente che “Qui tutto è distanza / e là era respiro. Dopo la prima patria / questa seconda gli è ibrida e ventosa” (Elegie duinesi, Ottava Elegia).

La grande dismissione del reale nel virtuale, questa è la posta in gioco dell’infosfera, la nuova parola-mondo con cui una filosofia troppo integrata al suo tempo, troppo poco inattuale, descrive e promuove oggi questa deriva dell’antropologia della tecnica Se nell’operato di Facebook, connivente con la tossicità sociale degli algoritmi di propagazione delle interazioni, ci fosse solo un peccato di lesa democrazia, si potrebbe rispondere con “algoritmi di polizia”

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sabato 29 ottobre 2022

SE IL METAVERSO CROLLA ...

 Ce ne sono già 

altri tre

 

-  di GIGIO RANCILIO

 

Davvero il Metaverso sta crollando come emerge da alcune cronache di queste ore sul deludente bilancio di Meta, ex Facebook? I dati del terzo trimestre del gigante tecnologico sembrerebbero indicarlo. La divisione Reality Labs di Meta, cuore della scommessa sul Metaverso di Mark Zuckerberg, ha perso 9,5 miliardi di dollari. E ieri, a Wall Street, il titolo Meta ha perso in apertura il 25%. Eppure Zuckerberg sembra intenzionato ad andare avanti nel progetto. Questa rubrica, però, non si occupa di finanza o di bilanci dei giganti digitali.

A noi interessa soprattutto l’impatto che il digitale ha (e avrà) sulle vite di tutti noi. Ed è per questo che dobbiamo far chiarezza non solo su cosa sia il Metaverso ma anche sul fatto che ne esisterebbero non uno ma ben quattro. E, quindi, anche se quello di Meta fallisse (in parte o persino del tutto), la corsa al Metaverso potrebbe non fermarsi. Il nome Metaverso come probabilmente saprete già - deriva da un romanzo del 1992, Snow Crash, dello scrittore Neal Stephenson dove si descriveva un mondo tridimensionale all’interno del quale persone fisiche potevano muoversi e interagire con altre persone attraverso delle loro repliche digitali.

Trent’anni fa non esistevano gli smartphone, non esistevano Facebook e gli altri social, e nemmeno i programmi che normalmente usiamo per navigare sul web. Persino Second Life, il primo mondo ispirato al Metaverso, arrivò 11 anni dopo quel romanzo, nel 2003. A rilanciare un annetto fa il Metaverso come futuro digitale dell’umanità è stato Zuckerberg. Eppure, come abbiamo accennato, il Metaverso non è solo quello di Meta. Ce ne sono almeno quattro.

Li ha messi in fila l’esperto Vincenzo Cosenza, fondatore dell’Osservatorio Metaverso, nella sua Introduzione al Metaverso. «La prima idea di Metaverso – scrive Cosenza – è quella legata alla realtà virtuale, con mondi tridimensionali digitali accessibili attraverso visori e dispositivi dedicati. Le aziende più interessate a sostenere questo approccio sono Meta, HTC, Sony e ByteDance (proprietaria di TikTok)». C’è poi l’idea

di Metaverso come realtà aumentata. «È l’ipotesi caldeggiata da aziende come Niantic (creatrice del gioco Pokémon Go), Snap e Apple.

Per loro il Metaverso, anche se preferiscono non chiamarlo così, è il mondo che vediamo, arricchito da oggetti e informazioni digitali che si sovrappongono alla nostra visione. Oggi per accedervi usiamo lo smartphone, ma l’obiettivo è quello di arrivare alla produzione di occhiali che rendano visibile questo strato informativo digitale in più al momento del bisogno». Un’altra idea di Metaverso è quella di mondi in 3D «accessibili da un browser o da un’applicazione (desktop o mobile)». In questa categoria i nomi più noti in gara sono giochi popolarissimi come Roblox, Minecraft e Fortnite. Non solo. In questa direzione (aggiungiamo noi) si muovono anche i nuovi servizi di videochiamate e di riunioni in 3D di Google. C’è poi una quarta idea di Metaverso, quella di futuro della Rete Internet.

«Per tanti studiosi ed esperti - spiega sempre Cosenza – il Metaverso è qualcosa che ancora non esiste. Sarà la prossima evoluzione di Internet. Dopo l’internet fissa e mobile, avremo una rete non di pagine web, ma di luoghi tridimensionali, immersivi e interconnessi. Da vivere e non da guardare». Una cosa, però, appare chiara fin da ora: al di là dei possibili insuccessi di Zuckerberg, la Rete e il mondo digitale hanno un disperato bisogno di un futuro. Non solo per proseguire nella loro sfrenata corsa alla novità ma anche e soprattutto per dare nuova linfa economica a un mondo che sta perdendo un po’ il suo fascino. C’è solo da sperare che il Metaverso, qualunque sarà, sia anche davvero utile.

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sabato 10 settembre 2022

METAVERSO. GUERRA E PACE

 La conquista del Web ci riguarda

 Confronto senza esclusione di colpi per mettere le mani sui mondi virtuali che segneranno il nostro futuro online

È necessario estendere anche a questa forma di espressione dell’aggressività umana la nostra opzione per la concordia e contro la sopraffazione. Per non restare prigionieri di mondi creati da noi

Accanto ai violenti conflitti in corso, se ne combatte un altro senza spargimento di sangue ma con un enorme spiegamento di risorse tecnologiche ed economiche per il controllo della «nuova» Rete

- di ADRIANO  FABRIS

Viviamo tempi di guerra. C’è la guerra in Ucraina: una guerra vicina, situata all’interno dell’Europa. È una guerra di stampo antico, finalizzata a distruggere fisicamente il nemico con l’uso sempre più massiccio di armi. È una guerra crudele, che non risparmia civili, innocenti, bambini. Ci sono poi le guerre dimenticate, altrettanto crudeli, anche se non sono sotto l’attenzione dei media. Le ricorda infatti, il più delle volte, solo questo giornale. Pensiamo a ciò che accade nello Yemen. Pensiamo alla Siria e all’Iraq, dove il conflitto in certe regioni è tutt’altro che concluso. Pensiamo al Tigrai. Pensiamo a ciò che avviene nel nord della Nigeria. Ci sono ancora le cosiddette guerre a bassa intensità, in cui ogni tanto le tensioni riesplodono provocando nuove vittime. Mi riferisco al conflitto israelo-palestinese o a quello fra Pakistan e India per il Kashmir. Ci sono infine le guerre minacciate. La minaccia riguarda un attacco armato, fortunatamente non ancora compiuto. Ma non per questo le guerre potenziali non fanno vittime. Uccidono con altri mezzi: bloccano l’economia, i commerci, gli approvvigionamenti. È ciò che si sta verificando, ad esempio, fra Cina e Taiwan. Tutte queste guerre hanno spesso motivi che vanno al di là dei semplici interessi nazionali. In ogni caso le loro conseguenze si ripercuotono a livello globale. Se la regola della violenza è che questa richiama sempre altra violenza, in un’escalation che termina solo quando uno dei contendenti – o entrambi – sono distrutti, la logica della guerra è che finiamo per pagarne le conseguenze tutti quanti. Per questo, anche razionalmente, la ricerca della pace è l’opzione più saggia e doverosa. T uttavia, accanto a queste guerre fin troppo reali, vi è in corso negli ultimi decenni un’altra guerra, tuttora aspramente combattuta. È una guerra subdola, perché non risulta immediatamente visibile nella realtà concreta. È una guerra che non fa uso di armi convenzionali e che non produce spargimenti di sangue, almeno in maniera diretta. Ma non per questo è meno vicina a noi e meno crudele, visto che anch’essa c’interessa tutti quanti. Sto parlando del conflitto per la conquista e il controllo degli ambienti digitali. Non mi riferisco alle guerre combattute in un videogioco: parlo proprio dell’instaurazione di quei nuovi ambienti di vita che sono creati o aperti dagli sviluppi tecnologici (in particolare dalle Ict, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione), e delle conseguenze che tutto ciò ha comportato e comporta. Certo: chi ha dato inizialmente la possibilità di vivere questi ambienti online, grazie alla rete, non lo ha fatto per promuoverne un uso commerciale. Penso per esempio a Tim Berners- Lee, l’inventore nel 1989 del World Wide Web. Ben presto, però, tale opportunità è stata colta e ha prodotto la corsa allo sfruttamento del Web concepito come un vero e proprio “nuovo mondo” da colonizzare, un’avventura simile a quella che si verificò nel XVI secolo dopo la cosiddetta “scoperta” dell’America. Anche in questo caso, come nelle vicende che hanno riguardato il continente americano, lo scopo è stato anzitutto di accaparrarsi il controllo delle rotte e dei territori che rendono possibile l’acquisizione delle nuove risorse. Tutto ciò ha prodotto una serie di conflitti che hanno portato, in ultimo, ad attribuire il monopolio di tale sfruttamento commerciale ad alcune grandi compagnie “tech”. Si tratta, come sappiamo, soprattutto di Amazon, Google, Facebook, Apple e Microsoft. Adesso è partita un’altra campagna di conquista: si tratta della conquista di uno spazio diverso, anch’esso inventato. Perché questa è l’intelligenza dell’operazione, conforme alla logica del marketing. Anzitutto si riconosce un bisogno, poi s’inventa una dimensione all’interno della quale può venire soddisfatto, successivamente si pongono le condizioni per tale soddisfacimento, ottenuto attraverso una contropartita commerciale o commercializzabile, e infine si cerca di alimentare e consolidare, attraverso campagne di pubblicità mirate, quel desiderio che ci spinge ad accedere, sempre e di nuovo, all’ambiente online: quello che è stato appunto inventato e di cui si ha il monopolio. Mark Zuckerberg, dopo aver compiuto con successo quest’operazione inventando e gestendo un social network come Facebook, ora – dato che la produttività di questa rete sociale sembra esaurita, anche a seguito di alcuni scandali riguardanti lo sfruttamento improprio di dati personali – compie un’operazione analoga promuovendo e cercando di monopolizzare un altro ambiente: quello che viene chiamato “metaverso”. Come viene detto sul sito di Meta – la nuova azienda di Zuckerberg –, il “metaverso” è «un set di spazi virtuali nei quali puoi creare ed esplorare, insieme ad altre persone che non stanno nel tuo stesso spazio fisico. Sarai in grado di frequentare amici, lavorare, giocare, imparare acquistare, creare, e molto di più. Non si tratta necessariamente di passare più tempo online: si tratta di far sì che il tempo che tu passi online abbia più senso». Ciò viene compiuto permettendo di accedere ad ambienti virtuali, mediante per esempio dispositivi come visori e sensori, allo scopo di vivere non tanto in una realtà aumentata quanto in una realtà davvero “altra”. Non è propriamente di una novità: nel sito viene detto chiaramente. È piuttosto un modo di sviluppare e rendere condiviso un determinato uso della rete. Qui in effetti sta il punto. Nuovo non è l’uso del Web, ma – come nel caso di Facebook – è il modo che ci viene offerto di collocarci in esso. Nell’Arte della guerra di Sun Tzu, il famoso trattato cinese, è scritto che la strategia migliore per vincere le battaglie è quella che raggiunge l’obiettivo senza dover combattere. Un modo per ottenere questo risultato è far sì che la battaglia si combatta sul proprio terreno. Il modo più facile per far sì che un terreno sia il proprio è quello di crearselo. È ciò che cerca di fare Meta. Ma ci sono altri competitor che da tempo si sono annunciati e che stanno seguendo strategie diverse per conquistare gli ambienti virtuali. Uno è Microsoft. Microsoft non punta, per la commercializzazione della realtà virtuale, sulla sua assoluta novità, ma sulla continuità rispetto ad altre esperienze che abbiamo fatto usando le piattaforme, soprattutto nel corso della pandemia. Viene sviluppata una versione di Teams, ad esempio, in cui saranno i nostri avatar a interagire, così come, nella versione attualmente diffusa, interagiamo attraverso le nostre immagini in video. Un’altra strategia è quella di Google, che cerca di fare come la Gran Bretagna nei confronti di chi voleva uscire dal Mediterraneo per andare nell’Atlantico: ha acquisito il possesso dello Stretto di Gibilterra. Google cerca di avere il primato nella produzione dei visori che danno accesso al metaverso. N on possiamo sapere come andrà a finire questa guerra. Non sappiamo, soprattutto, se il metaverso, una volta conquistato, avrà davvero valore. Altri progetti in passato – analoghi, ma meno tecnologicamente sviluppati, come Second Life – dopo un po’ sono stati abbandonati. In ogni caso, anche se non porta evidenti spargimenti di sangue, anche se si cercherà di vincerla prima di combatterla, questa è pur sempre una guerra: una guerra di conquista per ottenere il controllo di ciò che prima non c’era e che ora diventa accessibile a fronte di una contropartita commerciale o commercializzabile. È una guerra che si combatte sia offline che online, e che in ogni caso, come tutte le guerre, avrà ripercussioni forti nella nostra vita quotidiana. Ecco perché è necessario estendere anche a questo caso, anche a questa diversa forma di espressione dell’aggressività umana, la nostra opzione per la pace. Altrimenti ci troveremo a non avere scampo: neppure nei mondi virtuali da noi creati.

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giovedì 28 luglio 2022

IL METAVERSO A SCUOLA

Prof, alunni e burocrati saranno travolti dal Metaverso?

Non siamo ancora in grado di stimare gli effetti di un ingresso della scuola nel Metaverso (o viceversa). Ma potrebbe essere un’opportunità,

                       -di Alessandro Artini 

La qualità dell’insegnamento è sempre più importante ed è corroborata dalle innovazioni didattiche, per questo è utile spendere alcune parole su cosa sia il Metaverso e perché Mark Zuckerberg, sulla sua scia, abbia cambiato il nome di Facebook in Meta.

In sintesi, il Metaverso è una realtà virtuale molto più assorbente e profonda di quella finora sperimentata. Grazie a una visiera (oggi si stanno sperimentando degli appositi occhiali, molto meno invasivi), si può entrare in un mondo virtuale, avvalendosi di un proprio avatar, il quale può interagire con gli avatar di altri. Il nostro io digitale, così, sperimenta una vita parallela a quella che noi comunemente consideriamo come reale. La prima espansione di questa nuova realtà avverrà probabilmente tramite la diffusione di giochi di community, dove ciascuno avrà un proprio ruolo, “incarnato” in un player più o meno stabile.

Si può immaginare, tuttavia, come il Metaverso possa espandersi sino a coinvolgere altri ambiti, come quello lavorativo, dove saranno possibili varie attività (ad esempio quelle che oggi svolgiamo in presenza con i nostri colleghi) e vere e proprie transazioni, come la compravendita di beni e cose. Non a caso, nella realtà del Metaverso disponiamo di denaro (criptovalute) per l’acquisto di oggetti digitali che, registrati da appositi algoritmi (blockchain), diventano insostituibili e unici, ovvero Nft (Not Fungible Token).

C’è da chiedersi se qualcuno, dopo aver sperimentato la vita parallela per molte ore nell’arco della giornata, continui a preferire la propria identità fisica e reale a quella digitale. Forse alcuni sceglierebbero il mondo virtuale, perché più adattabile alle proprie esigenze, piuttosto che quello reale. Soprattutto, a questo punto, giova porsi un’altra domanda: è possibile che il Metaverso, in futuro, non coinvolga il mondo della formazione e della scuola?

La domanda è retorica, perché inevitabilmente quel mondo sarà pervaso e forse travolto dal Metaverso, anzi tutto attraverso la gamification, cioè l’uso didattico di meccanismi dei videogiochi. Inoltre si hanno evidenti segnali economici di quanto sta per accadere: la finanza si sta interessando alla formazione, perché è in corso, a livello mondiale, un’incredibile riconversione del capitale umano, come sostiene Fabio Vaccarono, l’Ad di Multiversity, la società che controlla varie università private (Pegaso, Mercatorum e altro ancora).

Alcuni fondi di private equity  investono nelle aziende che si occupano di formazione, nelle start up più promettenti, che non solo formulano previsioni sul futuro, ma contribuiscono a costruirlo, secondo il dinamismo delle profezie “autorealizzantisi”. C’è da attendersi, infatti, che una realtà virtuale così potente e immersiva, come il Metaverso, trovi applicazioni formative. È evidente come, grazie ad essa, sia possibile creare infinite situazioni finalizzate a costruire o mettere alla prova le competenze degli alunni. La didattica, inoltre, contemplerà straordinari processi di personalizzazione e il ruolo del docente, che tutt’oggi effettua perlopiù lezioni trasmissive, in “modalità cinema”, richiederà forti innovazioni. Gli insegnanti diventeranno animatori e registi dei processi di apprendimento.

La cosa può non piacere e anzi sdegnerà una parte consistente dei docenti e dei sindacati della scuola, ma, se si dimostrasse che con il Metaverso si può apprendere in maniera più efficace, sarebbe difficile propugnare aprioristicamente il solo valore delle tradizionali lezioni. Entrerà in crisi anche il primato del sistema statale di formazione, che in Italia gode di un credito inossidabile: le scuole saranno valutate dall’opinione pubblica per come operano, indipendentemente dal fatto che si tratti di istituzioni pubbliche o società private.

C’è anche un ultimo aspetto sul quale porre l’attenzione ed è quello relativo al ruolo che la scuola può avere rispetto alla coesione sociale, che è un tema non sempre opportunamente individuato. Secondo Perulli e Vettorino, la tradizionale composizione sociale delle classi, oggi, sta radicalmente cambiando e si sono determinate delle faglie che descrivono una triade di gruppi sociali: quello delle élite, spesso indifferenti ai destini nazionali e in progressiva riduzione, quello della classe creativa, che si avvale della conoscenza come strumento lavorativo e, infine, quello della neo plebe, che comprende persone in difficoltà, animata da risentimento e a rischio costante di secessione.

La classe creativa è quella che manterrebbe vivo il codice di responsabilità, che Hegel individuava nella società civile del suo tempo. Persone che, grazie alla conoscenza, ritengono di poter perseguire il proprio interesse coerentemente con quello generale della comunità; che credono di poter raggiungere la prosperità tramite il cosmopolitismo, il quale offre loro l’opportunità di aprire nuovi mercati alle idee. L’eventuale espansione di questa classe rappresenterebbe la principale chance, per la società, di mantenere la coesione.

Anche per queste ragioni, l’innovazione didattica, che favorisce la diffusione della classe creativa, è fautrice indirettamente di un equilibrio sociale e il Metaverso, secondo me, può rappresentare un’opportunità da cogliere.

 

Il Sussidiario