sabato 2 maggio 2026

SORRIDI ALLA VITA

 


Ringrazia il buon Dio.

Dona felicità a coloro che incontri sul tuo cammino.

Non cercare te stesso.

Cerca l'incontro con gli altri


Apprezza le luci, accogli le ombre, accetta i limiti, tuoi e altrui.

Supera ogni paura e ogni diffidenza.

Vinci le illusioni dell'apparire e scegli l'essere.

Testimonia valori e non pregiudizi.

«Se i simboli della felicità sono quelli del successo e della perfezione, nell’età in cui cominci a concepire il tuo progetto di felicità ti senti subito schiacciato.

Invece io voglio riscoprire quello stile veramente occidentale di educazione che ci ha insegnato Socrate: conoscerci con le nostre luci e ombre.

Ma oggi sembra che debbano esserci solo le luci: quelle irreali del Photoshop.

La nostra unicità invece passa per i nostri limiti». 

A. D'Avenia

venerdì 1 maggio 2026

TRA IL TE E IL ME

 


Tra il “te” e il “me” c’è lo spazio del “noi”.


È lì che i cuori imparano a camminare insieme.

Il “me” rappresenta i nostri desideri, le nostre idee, le nostre volontà.

Il “te” porta con sé un’altra storia, un altro modo di vedere il mondo, altri sentimenti.

Quando ognuno rimane chiuso in se stesso, nasce la distanza.

Ma quando c’è apertura, nasce l’incontro.

Trovare il “noi” significa unire le differenze con rispetto e amore.

È in questo spazio che nasce la vera comunione, sia tra amici, nella famiglia o nella vita in associazione e comunità.

Il “noi” trasforma due sentieri separati in una strada condivisa.

Forse la grande sfida della vita sia proprio questa: 

uscire dall’“io solo” e imparare a vivere il “noi”.


(Apollonio Carvalho Nascimento)

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GIOVANI E FRUSTRAZIONE

 


UNA 

GENERAZIONE

 DISORIENTATA

Lo psichiatra Paolo Crepet offre un’analisi diretta sul rapporto tra giovani, frustrazione e crescita, mettendo in luce alcune criticità del sistema educativo tra scuola e famiglia. Secondo Crepet, l’eccessiva protezione degli adulti e l’abitudine alle gratificazioni immediate, tipiche del digitale, rischiano di rendere i ragazzi più fragili, insicuri e meno pronti ad affrontare le difficoltà reali.

Al centro della riflessione c’è il valore dello sforzo e della fatica, elementi fondamentali per lo sviluppo personale. Errori, brutti voti e delusioni non sono fallimenti da evitare, ma esperienze necessarie per imparare a gestire l’ansia, conoscere i propri limiti e costruire una maggiore autonomia.

Per Crepet, è proprio il confronto con la frustrazione che permette ai giovani di sviluppare resilienza emotiva e diventare adulti più consapevoli. Eliminare ogni ostacolo, come spesso accade con genitori troppo protettivi, può invece ostacolare questo processo.

Il messaggio è chiaro: non si tratta di lasciare soli i ragazzi, ma di accompagnarli senza semplificare tutto. Solo affrontando le difficoltà possono imparare a superarle, dare valore ai risultati raggiunti e costruire basi solide per il futuro.

Paolo Crepet e i giovani: il ritratto di una generazione disorientata

Quando Paolo Crepet osserva i giovani di oggi, non vede una generazione priva di potenziale, ma una schiera di individui profondamente disorientati e, per certi versi, "anestetizzati". Il sociologo denuncia una tendenza sociale pericolosa: la propensione degli adulti a neutralizzare le emozioni dei ragazzi, appiattendo sia i grandi entusiasmi che le profonde tristezze. Si cerca costantemente di riempire ogni loro vuoto, ogni momento di noia, con stimoli continui e soluzioni preconfezionate.

Tuttavia, come sottolinea l'esperto nei suoi interventi nei teatri di tutta Italia, è proprio nel vuoto e nel silenzio che nascono il pensiero critico e la creatività. Senza noia non c'è invenzione, e senza la mancanza di qualcosa non può nascere il vero desiderio. Abbiamo trasformato i giovani in recettori passivi di una felicità artificiale e immediata, dimenticando di insegnare loro che la vera soddisfazione richiede tempo, impegno e dedizione. Crepet invita a smettere di assecondare la cultura del "tutto e subito", per restituire ai ragazzi la fame di vita, la passione autentica e, soprattutto, il sacro diritto di compiere i propri errori.

L'epidemia dei "figli fragili": la dura critica ai genitori moderni

Una delle espressioni più ricorrenti e incisive nell'analisi di Paolo Crepet è quella dei figli fragili. Ma da dove nasce questa fragilità? La risposta dello psichiatra non lascia spazio ad alibi: la responsabilità principale risiede in un modello genitoriale distorto. I padri e le madri di oggi, spesso mossi da un malinteso senso di amore e protezione, si adoperano quotidianamente per rimuovere qualsiasi ostacolo dal cammino dei propri figli, credendo di fare il loro bene.

Questo atteggiamento, definito comunemente "iperprotezione", si traduce in una sistematica sottrazione di esperienze formative. Un genitore che dice sempre di "sì", che evita ogni forma di conflitto per non risultare antipatico o per fare l'amico del proprio figlio, non sta educando, ma sta creando dipendenza. I ragazzi che crescono in questo ecosistema artificiale, privo di "no" e di limiti strutturati, si ritrovano totalmente disarmati quando, inevitabilmente, si scontrano con il mondo reale, un mondo che non fa sconti e che non è disposto ad assecondare ogni loro capriccio.

Crepet usa un'immagine molto forte per descrivere le famiglie moderne: i genitori si sono trasformati nei "sindacalisti dei propri figli". Invece di allearsi con le istituzioni educative, le madri e i padri odierni tendono a difendere a priori i ragazzi di fronte a qualsiasi richiamo, nota o brutto voto. Se un insegnante assegna un compito in più o un provvedimento disciplinare, viene immediatamente contestato dalla famiglia, che interviene per giustificare e scagionare l'alunno.

Questo cortocircuito relazionale distrugge l'autorevolezza della scuola e trasmette al giovane un messaggio devastante: tu non sei responsabile delle tue azioni, la colpa è sempre degli altri. Secondo Crepet, ripristinare i ruoli è vitale: i genitori devono stare al proprio posto, accettando che le punizioni e le valutazioni negative facciano parte di un sano processo di crescita.

La gestione della frustrazione nello studio e l'elogio della fatica

Al centro del pensiero pedagogico di Paolo Crepet c'è una massima tanto semplice quanto rivoluzionaria: "Tutto quello che è comodo è stupido". Questa frase racchiude il senso del suo convinto elogio della fatica, un concetto che trova la sua massima applicazione nell'ambito scolastico. Oggi, la gestione della frustrazione nello studio è diventata un tabù. Si tende a facilitare i percorsi, a invocare scuole senza voti e a edulcorare i giudizi per non "traumatizzare" gli studenti.

Eppure, Crepet ricorda che l'apprendimento è, per sua natura, fatica. Scontrarsi con un concetto incomprensibile, passare ore su un libro di testo, prendere un'insufficienza e dover recuperare: sono tutti esercizi intellettuali ed emotivi fondamentali. La frustrazione è la benzina dei neuroni. Se priviamo i ragazzi della difficoltà, impediamo loro di sviluppare il talento e la genialità. Non c'è reale autostima che non derivi dal superamento di un ostacolo che sembrava insormontabile. Restituire le difficoltà ai giovani significa, in definitiva, dotarli degli anticorpi necessari per affrontare le sfide dell'età adulta.

 Ansia a scuola: il cortocircuito di chi non sa affrontare il fallimento

L'ansia a scuola è uno dei fenomeni più allarmanti degli ultimi anni. Sempre più studenti manifestano attacchi di panico, rifiuto scolastico e forte disagio psicologico in concomitanza con le verifiche o le interrogazioni. Sebbene le istituzioni cerchino risposte nella moltiplicazione di figure di supporto psicologico, Crepet offre una prospettiva diversa, denunciando quello che definisce un vero e proprio "marketing dell'ansia".

Secondo lo psichiatra, l'eccessiva medicalizzazione del disagio giovanile porta a etichettare come "malattia" quella che, in molti casi, è semplicemente un'incapacità cronica di gestire l'insicurezza e la paura del fallimento. Poiché questi ragazzi sono stati protetti fin dall'infanzia da ogni piccola delusione, non hanno mai allenato i "muscoli emotivi" necessari per tollerare l'errore. L'ansia esplode perché il fallimento scolastico viene percepito come un crollo identitario, un evento inaccettabile in una società che esige una perfezione ignobile e modelli di successo rapido. La vera cura non è abbassare l'asticella delle richieste scolastiche, ma insegnare ai giovani che sbagliare non solo è normale, ma è l'unico vero modo per imparare.

Il ruolo della tecnologia: smartphone vietati e solitudine digitale

Un capitolo fondamentale delle riflessioni di Paolo Crepet riguarda l'impatto devastante della tecnologia sulle nuove generazioni. L'esperto non usa mezzi termini: gli smartphone rappresentano un mutamento antropologico in atto e i social network sembrano essere stati progettati appositamente per "asocializzare" le persone. Di fronte all'isolamento crescente, ai casi di cyberbullismo e alla dipendenza dagli schermi, la proposta di Crepet è netta e radicale: l'uso dello smartphone andrebbe vietato per legge fino ai 18 anni.

Le argomentazioni a supporto di questa tesi sono molteplici:

  • Appiattimento cognitivo: Affidare ogni ricerca a Google o all'Intelligenza Artificiale, ottenendo risposte in tre secondi, uccide la profondità del pensiero. L'intelletto si allena sfogliando vocabolari, leggendo libri complessi e prendendosi il tempo per elaborare le informazioni.
  • Isolamento emotivo: I social media offrono una connessione permanente, ma superficiale. Sostituiscono le relazioni autentiche e i conflitti reali (indispensabili per maturare) con interazioni basate su approvazione fittizia (i "like").
  • Iper-controllo genitoriale: Lo smartphone illude i genitori di avere il controllo totale sui figli tramite la geolocalizzazione o i registri elettronici, ma li allontana dalla reale conoscenza dei loro stati d'animo.

In risposta ai recenti e drammatici episodi di cronaca che hanno visto protagonisti giovanissimi in atti di violenza all'interno degli istituti scolastici, Crepet critica severamente le soluzioni puramente repressive, come l'installazione di metal detector agli ingressi. Il problema, sostiene lo psichiatra, non si risolve all'ultimo secondo, quando il danno è ormai compiuto. La prevenzione vera si fa alla radice: togliendo i dispositivi elettronici dalle mani dei bambini fin dai primi anni di vita e sostituendoli con libri illustrati. Educare alla lettura, alla fantasia e al rispetto delle regole fin dall'infanzia è l'unica via per disinnescare la rabbia sociale e l'aggressività ingiustificata.

Come crescere giovani forti: consigli pratici per le famiglie

Dalla diagnosi lucida e implacabile di Crepet, emergono indicazioni chiare e pratiche per le famiglie che desiderano invertire la rotta e crescere adulti forti, resilienti e consapevoli. L'educazione, ricorda l'autore, non è un atto di compiacimento, ma un atto di coraggio che richiede prese di posizione scomode.

  • Lasciare spazio al fallimento: I genitori devono fare un passo indietro e permettere ai figli di cadere, di prendere brutti voti e di sperimentare l'amarezza della sconfitta, restando presenti per supportarli nella ripartenza, ma senza sostituirsi a loro.
  • Insegnare il valore dell'attesa: È fondamentale smettere di esaudire istantaneamente ogni richiesta materiale. L'attesa genera il desiderio, e il desiderio è il vero motore della vita.
  • Stabilire regole e confini: I "no" sono pilastri educativi. Aiutano i ragazzi a comprendere l'esistenza dei limiti altrui e delle regole sociali, favorendo lo sviluppo dell'empatia e del rispetto.
  • Dare il buon esempio: Gli adulti non possono pretendere che i figli si stacchino dagli schermi se loro stessi vivono in uno stato di connessione permanente. L'autorevolezza genitoriale passa in primo luogo dalla coerenza dei comportamenti.

"La felicità non è un regalo, è una conquista."

Questa celebre frase di Paolo Crepet riassume perfettamente il suo testamento educativo. Se continuiamo a illudere i giovani che la serenità sia un diritto acquisito da esigere senza sforzo, li condanneremo a crollare al primo soffio di vento. 

Restituire ai ragazzi il peso della responsabilità, il sudore dello studio e la bellezza della fatica è il più grande gesto d'amore che la società degli adulti possa compiere oggi per salvare il loro futuro.

Studenti.it

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RENZO e LUCIA

 


Perché continuare a leggere 

"I promessi sposi"

 nel biennio delle superiori?"


Non solo un romanzo storico, 

ma una storia viva

 che insegna a leggere

 la realtà con occhi critici


 -         di Samuele Pinna

Qualche giorno fa mi è arrivato un testo scolastico fresco di stampa su I promessi sposi, curato dall’amico Giovanni Fighera, che ricorda come «dalla riforma Gentile del 1923 sono solo due i testi della letteratura italiana che devono essere letti obbligatoriamente nel percorso degli studi delle superiori: la Divina Commedia I promessi sposi». 

Quest’ultimo «è l’unico capolavoro della modernità che tutti gli studenti d’Italia devono conoscere» (p. 38). 

Il suo impiego nei primi anni delle scuole superiori ha un intento formativo legato alle analisi narrative, rappresentando una tappa decisiva – e ciò avviene già dai primi decenni del Regno d’Italia – per la crescita e la diffusione della lingua italiana.


Il romanzo manzoniano chiede tempo, stratificazione, ritorni, restando un laboratorio insostituibile. E, proprio per questo, dovrebbe accompagnare gli studenti lungo l’intero percorso delle superiori, diventando una sorta di bussola narrativa e linguistica che permette di attraversare registri, stili, scelte lessicali che ancora oggi plasmano la nostra italica prosa.

Sul piano del romanzo storico, poi, I promessi sposi è un modello che non smette di interrogare. Manzoni non si limita a raccontare un’epoca: la scava, la problematizza, la mette in tensione con il presente. La peste, la giustizia, il potere, la paura collettiva, la fragilità delle istituzioni, l’affidamento a ciò che si percepisce presente ma non si può controllare con l’ausilio della tecnica (la Provvidenza): temi che gli studenti riconoscono immediatamente come attuali. Ma per coglierne la profondità è necessario il tempo, serve un dialogo costante tra storia, letteratura e vita, oltre alla concreta possibilità di tornare sui capitoli con occhi diversi, anno dopo anno.

Leggere Manzoni in profondità è un investimento culturale, perché significa offrire ai ragazzi un testo che cresce con loro, che si lascia scoprire progressivamente, che educa alla complessità dell’esistenza senza rinunciare alla limpidezza dei valori che contano davvero e che non invecchiano. Vuol dire, soprattutto, restituire alla scuola la sua missione più alta: non solo inseguire i programmi, ma formare lettori capaci di pensare, interpretare, riconoscere nella grande letteratura parole decisive per la propria crescita.

Un ruolo essenziale, in questo senso, spetta agli insegnanti, che non solo devono impegnarsi a spiegare la finezza dello stile manzoniano e della lingua italiana tout-court (oggi tanto bistratta ideologicamente), ma anche a far amare quei libri fondamentali per orientare l’esistenza. La critica spesso ripetuta è che, una volta conclusa la scuola dell’obbligo, questi testi vengano rifiutati o addirittura detestati: il compito è allora quello di far emergere anche il loro messaggio più recondito, capace – com’è – di raggiungere qualsiasi persona di ogni tempo. Il buon docente, oltre ai discorsi eruditi, dovrebbe condurre al cuore del “senso” racchiuso nell’opera manzoniana (come negli altri classici), senza piegarla a ideologie di parte né scadere nell’indottrinamento, ma mostrando il tesoro che si cela tra le righe.

Non esiste un’età per imparare ad ascoltare un messaggio capace di cambiare il modo di guardare la realtà e oggi è urgente tornare a letture “vere”, “necessarie”, realmente “profonde”, evitando quelle che propagandano un mondo irreale. I giovani hanno bisogno – anche a quattordici e quindici anni – di rileggere la propria interiorità, superando gli schemi imposti da certa “cultura” e difficili da respingere perché onnipresenti in qualsivoglia piattaforma educativa e presentati come “diritti di civiltà”. Anche ne I promessi sposi si parla all’uomo in quanto uomo (e non solo a quello dell’Ottocento) e si consegna un messaggio straordinario – che sintetizzo con l’ausilio del grande pedagogista Franco Nembrini –: la vita è davvero una promessa di bene. La parola manzoniana più adeguata sarebbe “verità”: «già il titolo stesso del romanzo – I promessi sposi – identifica, fotografa il desiderio dell’uomo, che ha dentro la parola “promessa” e la parola “sposi”, cioè quella forma di unità e di pace che è il rapporto tra l’uomo e la donna, il matrimonio, la forma forse più alta e più difficile di unità e di pace e di letizia» (Che c’è d’allegro in questo maledetto paese?, p. 60).

Non saranno, forse, proprio questi valori a non piacere più in una società confusa come l’attuale?

IL TIMONE

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METH'HYMON EIMI

 


A chi gli chiede 


dove sia Dio,

 

Gesù risponde:


 «Io sono  con voi»

 

Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella V domenica di Pasqua (anno A)

At 6,1-7; Sal 32/33; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

Il capitolo 14 del vangelo secondo Giovanni, insieme al capitolo precedente e a quelli immediatamente successivi, contiene l’ultimo intenso colloquio tra il Maestro di Nazareth e i suoi discepoli, l’ultimo suo grande insegnamento agli apostoli, di cui è espressione concreta la lavanda dei piedi – raccontata nel capitolo 13 – e il cui culmine è la lunga preghiera innalzata poi da Gesù a Dio Padre in favore dei suoi amici. Lo scenario può essere immaginato all’interno del cenacolo, a Gerusalemme, alla vigilia della pasqua ebraica, nelle ore che precedono il dramma della passione.

L’odierna pagina evangelica ci riporta dentro quella scena, che nel suo complesso possiamo considerare una sorta di teofania, quantunque velata dalla ferialità, immersa nella quotidiana compagnia di Gesù tanto da risultare inevidente: un momento speciale, che preannuncia la Pasqua di Gesù ormai imminente, anzi già in corso per lui, benché i suoi discepoli ancora non se rendano conto. Essi sono condizionati dallo scorrere cronologico del tempo e non ne avvertono, invece, l’urgenza kairologica: per i discepoli il tempo semplicemente trascorre, scivola via davanti a loro, senza che se ne sentano piuttosto raggiunti, incalzati, interpellati. Per questo Gesù risponde provocatoriamente alla domanda di uno dei suoi, pur certamente animata da buone intenzioni: «Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo (chrónos, nel testo greco) sono con voi eppure tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre”».

«Sono con voi»: meth’hymôn eimi. Il fulcro di quest’affermazione è il «con», metá. Tuttavia questa preposizione greca non significa soltanto “assieme, con”, ma anche “oltre”. La qual cosa, qui, vuol dire che Gesù è al “contempo” assieme ai discepoli, ma anche oltre di loro (a monte e a valle: viene prima di loro e si sporge al di là di loro, è «il Primo e l’Ultimo», «l’Alfa e l’Omega», come leggiamo nell’Apocalisse). E, investiti dal paradosso del “contempo”, cioè stretti nell’intreccio tra chrónos e kairós, essi subiscono il primo (il chrónos) e non avvertono il secondo (il kairós), non riconoscendo ancora in Gesù l’Esserci di Dio, la Presenza del Padre. Gesù impersona, in mezzo a loro, il roveto ardente – che brucia senza incenerirsi – di fronte al quale Mosè s’era confuso e meravigliato, mentre riceveva la suprema rivelazione del Nome divino: «Io-sono-chi-è-qui, Io-sarò-con-te».

Nella risposta di Gesù a Filippo è concentrata l’intera rivelazione biblica. E vi è condensato tutto il senso della storia della salvezza, con la sua spiazzante sovreccedenza rispetto alla nostra misura umana. In lui Dio si fa conoscere come Qualcuno, non come qualcosa. Come Qualcuno che, in quanto tale, si mette in rapporto, suscita relazione: viene, av-viene, prende posizione, si disloca dall’orizzonte trascendente – umanamente inarrivabile – incontro al mondo, verso la storia, per illuminarla di quel senso alto (per imprimerle quell’orientamento verticale) che altrimenti rischierebbe di non trasparire agli occhi degli esseri umani destinandoli a restare appiattiti alla terra, incurvati su sé stessi.

Difatti Gesù impersona il «dove» di Dio, in cui vuole coinvolgere e ospitare i suoi discepoli: «[…] vi prenderò con me, affinché dove sono io siate anche voi». Si tratta della sua missione pasquale, del “passaggio” al Padre che egli si prepara a compiere dal di dentro della storia comune degli uomini, per renderlo possibile anche a loro: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. […] Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo». Il linguaggio è inevitabilmente figurato, per riuscire il più possibile comprensibile ai discepoli. Ma rimane comunque gravido di un sovrappiù di senso, che sfugge loro. La Pasqua prospettata dal Maestro, la Parusia da lui promessa, sono avvenimenti salvifici che i discepoli riusciranno a focalizzare concettualmente solo molto dopo, con l’aiuto dello Spirito Santo, eredità di Gesù imprescindibile per guidarli «a tutta la verità» (Gv 16,13).

E «la verità tutta intera» è complessa, non perché sia complicata, bensì perché consiste nella coimplicazione dell’Uno nell’Altro e viceversa, dell’Uno negli altri e viceversa. Il Padre è il «dove» eterno di Gesù. E Gesù è il «dove» storico-salvifico in cui i discepoli possono entrare in contatto con Dio: «Io sono nel Padre e il Padre è in me». La qual cosa implica il fatto che il «dove» di Dio è alla portata degli esseri umani, innestato nella storia, riposizionato in seno al mondo. Gesù lo spiega ai suoi amici e il vangelo giovanneo lo annuncia anche a noi: «Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

Quel «fin da ora» (ap’árti nel testo greco) segnala l’incidenza del kairós nel chrónos, la conversione qualitativa del chrónos in kairós (ap’árti significa esattamente: da ora in avanti). Il «dove» in cui Gesù desidera condurre i discepoli è un «luogo» che coincide – allorché la storia si trasfigura in storia di salvezza – col posto in cui essi si trovano. Quel «dove» è sì la meta del loro cammino, ma è nondimeno la «via» che stanno percorrendo per recarvisi: «E del luogo dove io vado, conoscete la via», giacché «io sono la via». Ma per accorgersene, per ravvisare nel loro Maestro l’Esserci divino, per riconoscerlo quale Presenza del Padre, i discepoli devono guardarlo con una vista “altra”: non con quella oculare, bensì con quella contemplativa. Non a caso la voce verbale “vedere” è in questa pagina evangelica coniugata sempre da horáō, che in greco indica una visione spirituale e interiore più che fisica o esteriore.

La vista “altra” non può che essere la fede. Per questo motivo Gesù invita insistentemente i suoi amici a credere in lui. Per riuscire a fare questa radicale esperienza occorre che amiamo “totalmente” il Signore. Non basta chiarirci le idee, afferrare dei concetti teologici. Dobbiamo amare il Signore «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» – come suggerisce lo Shemà Israel in Dt 6,4-5 –, lungo il nostro cammino, qui e ora, mentre incrociamo ad ogni piè sospinto il Signore nei fratelli e nelle sorelle, particolarmente in chi tra di loro è più debole o marginale, autentico sacramento della sua Presenza. Poiché il Signore è colui che si presenta in Gesù Cristo, ossia nel più piccolo tra di noi: è lui «la via, la verità e la vita»

www.tuttavia.eu

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LA DIGNITA' DEL LAVORO

 


Intervento 

del Presidente 

della Repubblica,

 in occasione 

della Celebrazione 

della Festa del Lavoro



Rivolgo il saluto più cordiale a tutti i presenti, al Presidente della Regione, al Sindaco, al Presidente della Provincia, all’Arcivescovo; a tutti coloro che sono qui in questo suggestivo Auditorium di questo affascinante Museo, che ho avuto la possibilità di vedere, purtroppo, velocemente.

Un augurio particolarmente intenso alle lavoratrici e ai lavoratori della Piaggio, ai loro familiari, a quanti operano nelle aziende della filiera, a tutti coloro che lavorano in questo territorio storicamente ricco di attività produttive e di creatività.

Un esempio di connessione tra conoscenza e produttività.

In queste contrade viene da citare il grande storico dell’economia Carlo Cipolla: “gli italiani sono abituati, diceva, fin dal Medio Evo, a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo”.

Siamo a Pontedera per celebrare, oggi - con la presenza del Ministro del lavoro - il lavoro italiano, fondamento essenziale della nostra convivenza, del nostro progredire, della nostra vita democratica.

Ringrazio la Ministra del Lavoro, il Presidente della Piaggio, la Signora Pamela Vanni, il Presidente dell’Unione industriali pisani per le considerazioni che hanno svolto, per le riflessioni che ci hanno proposto.

È una festa della Repubblica, che sul lavoro si fonda.

Anticiparne la celebrazione in questo luogo, ripeto, così iconico ricorda il cammino del nostro Paese con le sue fatiche e i suoi successi, il dinamismo che ha fatto breccia nei mercati e nell’immaginario collettivo, sottolinea la tessitura della solidarietà e dei diritti in fabbrica e fuori di essa.

Ne sono espressione gli scooter che hanno caratterizzato un’epoca nella ricostruzione italiana del secondo dopoguerra, segnando lo sviluppo di una società contraddistinta dalla mobilità e dalla libertà di azione che da essa derivava.

Piaggio, con la Vespa, e Innocenti con la Lambretta, hanno imposto a livello internazionale un modello che persiste.

La Vespa è, tutt’ora, nel mondo, uno dei simboli della creatività e della industriosità dell’Italia.

Il lavoro plasma il nostro essere e il nostro futuro.

Contribuisce a far mettere radici, a renderci artefici, protagonisti, responsabili della società che lasciamo a figli e nipoti.

Domande e bisogni segnano le fisionomie delle società.

La produzione di ricchezza e la sua distribuzione alimentano la qualità della vita, il benessere della comunità, realizzano i valori a cui si ispirano la nostra convivenza e la nostra cultura, caratterizzano la sostenibilità sociale del nostro modo di essere.

Il lavoro è attore preminente nella realizzazione degli obiettivi di solidarietà sociale assegnati dalla Costituzione.

La modernità modifica i ruoli propri al lavoro nella società contemporanea.

La velocità nell’innovazione è sempre più cifra di questo nostro tempo.

L’accelerazione tecnologica, peraltro, non conduce alla eliminazione del lavoro, ma alla sua trasformazione.

Una trasformazione che, in questo cambiamento d’epoca, rischia di condurre anche a forme di una sua svalutazione, rischio da prevenire e scongiurare.

Il lavoro è presidio della società.

È espressione della libertà della persona e dell’intera comunità. È dignità. È strumento di partecipazione, di costruzione.

L’obiettivo di una piena e buona occupazione è iscritto tra quelli della nostra democrazia.

È il messaggio dei Costituenti che hanno voluto che la Repubblica - di cui stiamo per festeggiare l’ottantesimo compleanno - fosse “fondata sul lavoro” proprio per dare alla democrazia, alla libertà, all’uguaglianza - finalmente conquistate - un contenuto più forte e impegnativo.

Per sottolineare che la Repubblica sarebbe stata il tempo delle opportunità.

Fu una scelta coraggiosa e lungimirante quella dell’articolo 1 della Costituzione, che definì, con magistrale brevità, un insieme assai denso di valori, nei quali si sono riconosciute tutte le forze e le culture dell’Italia liberata.

Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 alla Costituente, parlò dell’avvio di una “nuova fase” della storia proprio perché per la prima volta si riusciva a unire “la democrazia puramente politica” con la prospettiva di “una democrazia sociale ed economica”.

Questo compito appartiene alla Repubblica e costituisce un orizzonte comune, nel confronto tra i diversi, legittimi, indirizzi politici.

L’industria è pilastro per l’Italia. Quella manifatturiera contribuisce al Pil nazionale nella misura del 15%.

Seconda in Europa, ottava nel mondo, la manifattura italiana è veicolo fondamentale e motore di crescita.

Per essere attori, e non piatti curatori di un’eredità passata, sappiamo che non serve attardarsi a misurare sterilmente la realtà sulle immagini rimandate dallo specchietto retrovisore ma occorre guardare avanti.

Ci deve guidare la capacità di innovazione basata sulla sostenibilità, lungimirante elemento di guida per la resilienza delle aziende in un mondo sempre più complesso.

Pesano le fragilità dell’economia internazionale sulle nostre aziende. Pesano i conflitti e le guerre.

Per produttività e capacità di innovazione registriamo in Europa un deficit competitivo. Occorre eliminare al più presto le barriere che ancora impediscono una compiuta unione dei nostri mercati interni. Bisogna orientare gli investimenti nei settori più strategici e con il maggiore potenziale di crescita.

È una consapevolezza diffusa fra i membri dell’Unione, tra i suoi Paesi, tanto è vero che la Commissione ha ritenuto di proporre un regolamento, dal significativo titolo Provvedimento di accelerazione industriale, ispirato al rapporto Draghi e diretto a rafforzare la base industriale continentale, a promozione del Made in Unione Europea.

È tempo di visione. Non di misure di corto respiro.

È tempo di procedere, con coraggio, sulla strada dell’integrazione europea.

Nel frattempo siamo chiamati a fare la nostra parte.

Potremmo intendere i punti maggiormente critici del nostro mercato del lavoro come potenzialità ancora inespresse, come riserve a cui attingere per dare nuovo impulso alla società e all’economia italiana.

Certamente la prima di queste leve su cui concentrarsi è il lavoro delle donne.

L’occupazione femminile in Italia è anch’essa cresciuta negli ultimi anni, raggiungendo tassi che per noi costituiscono un primato. Tuttavia resta consistente il gap da colmare rispetto alla media europea. Il divario di genere, che emerge non soltanto dai tassi di occupazione ma anche dalla disparità che perdura nelle retribuzioni e nelle carriere, va colmato con un complesso di interventi e attenzioni: sui fattori strutturali e sui contesti territoriali, ma anche sulla qualità del lavoro e sui servizi per favorire la conciliazione con gli altri impegni di vita.

L’altro punto critico da intendere come “riserva” di potenziale sviluppo è il lavoro dei giovani.

Ancora troppo alta l’età di ingresso nel mercato del lavoro.

Nella nostra società i giovani sono poco ascoltati. C’è una scarsa attenzione alla loro maturazione e alla loro indipendenza.

Se guardiamo ai lavoratori definiti “indipendenti” che lavorano per un solo datore - insomma lavoratori autonomi senza autonomia - scopriamo che la parte più consistente è formata proprio da under 30.

Sono numerosi i giovani ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero.

Sono più di quelli che vengono in Italia.

Nell’interesse del Paese questa tendenza va invertita.

Nostri giovani lasciano l’Italia, altri arrivano. Il sistema produttivo reclama manodopera: c’è di che riflettere.

Il tema delle migrazioni è rilevante in tutta Europa. L’impoverimento demografico da un lato, la crescita delle esigenze di lavoro che non trovano risposta dall’altro, pongono le nostre società di fronte al bisogno di misurarsi con questi problemi usando razionalità e saggezza, sollecitando cooperazione con i Paesi di origine.

In questo ambito si colloca il Piano Mattei, varato e sviluppato dal Governo.

Due giorni fa, la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro ha riproposto alla attenzione delle opinioni pubbliche una piaga che non accenna a sanarsi.

Un richiamo che, in verità, giunge dalle dolenti note di ogni giorno.

Le cronache ci restituiscono, pressoché quotidianamente, notizie di lavoratrici e di lavoratori che perdono la vita o rimangono infortunati, nello svolgimento delle loro attività. La sicurezza sul lavoro resta un impegno, un dovere, che non consente rinunce o distinguo. Tra luoghi di lavoro e in itinere sono oltre mille le vite spezzate ogni anno.

Nel ricordarle, rinnovando la vicinanza alle famiglie delle vittime, ribadiamo che si tratta di un tributo inaccettabile.

La lotta alle incurie, all’illegalità, alle imprudenze deve coinvolgere tutti.

Imprenditori, lavoratori, istituzioni, società.

Sono le cronache a intimarci che ciò facciamo non è ancora abbastanza per tutelare la salute di chi lavora.

Deve migliorare l’organizzazione, il rispetto delle regole, la cultura della sicurezza comune.

Le imprese italiane che fanno dell’innovazione e della qualità il cuore del loro impegno sono tante.

E costituiscono un traino.

A rafforzare il modello contribuisce la cura degli ambienti e delle relazioni umane, la partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese, la sintonia con le comunità e i territori che fa crescere efficienza e competitività delle aziende.

Le fabbriche, i lavoratori, le organizzazioni sindacali, sono state in primo piano nella costruzione - dopo la guerra - della nuova Italia, nello sviluppo dei diritti, nel welfare, nella civiltà.

Un Paese forte, in cui vige l’eguaglianza dei cittadini, vive di coesione sociale.

La coesione sociale richiede che il lavoro e la tutela dei lavoratori siano effettive, contro ogni illegalità e sfruttamento che rappresentano una minaccia alla stessa convivenza.

Le parti sociali - sindacati, imprese, associazioni - sono chiamate a contribuirvi con i loro valori.

Il dialogo sociale non deve mai interrompersi. 

Le fabbriche, con la loro inventiva, con l’orgoglio operaio di prodotti eseguiti alla perfezione, hanno offerto, in questi ottant’anni della vita della Repubblica, una lezione.

Oggi sono - siamo - a confronto con la sfida dell’Intelligenza Artificiale.

Ebbene proprio a un territorio e a realtà come queste credo si possa applicare una riflessione di Carlo Cattaneo che, nel cuore della rivoluzione industriale di quel tempo, nel 1845, nel suo “Industria e morale” affermava che le rivelazioni della scienza si vanno collegando per molteplici fila alle fatiche dell’officina, elevandole ad alta dignità.

E fu la cultura politecnica a unire umanesimo e scienza, dando vita a quella che venne definita “civiltà delle macchine”, con la persona al centro di questi processi.

È oggi una nuova frontiera con cui dobbiamo misurarci, nella riaffermazione dei valori che ispirano la nostra comunità.

Lavoro dignitoso

Alle confederazioni Cgil, Cisl e Uil che domani celebrano insieme il Primo maggio con il motto “Lavoro dignitoso” rivolgo l’augurio più intenso.

L’organizzazione sindacale, la sua libertà, e anche la sua capacità di trovare momenti ampi e importanti di unità, è parte insostituibile della vita democratica.

Rivolgo un saluto a tutti i sindacati che rappresentano i lavoratori e i loro interessi.

Un saluto speciale ai giovani che si ritroveranno a Roma - come ormai è consuetudine - nel concertone di piazza San Giovanni.

Buona festa del lavoro, ancora una volta, anche a chi il lavoro lo sta cercando, a chi lo difende, a chi cerca di superare le barriere del lavoro povero e precario.

Buon Primo maggio a tutti!

Quirinale

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giovedì 30 aprile 2026

UNA PEDAGOGIA PER IL FUTURO

 


C’è un paradosso al cuore del modo in cui Gesù forma i suoi discepoli, un paradosso che sfida ogni pedagogia del controllo e ogni spiritualità del possesso: il vero maestro è colui che si ritira, che crea spazio, che rende possibile persino il tradimento. Non come fallimento, ma come dono. 

 


di Paolo Gamberini 

Il Buon Pastore e Giuda 

 Alessandro Deho ci offre una chiave interpretativa sorprendente: Cristo è stato davvero un buon pastore perché tra i suoi c’era anche Giuda. La presenza del traditore nel cerchio più intimo non è una macchia sulla figura del maestro — è la sua più alta certificazione. Un maestro che seleziona solo chi lo amerà per sempre, che si circonda solo di fedeli garantiti, rivela in questo gesto il suo bisogno di conferma, la sua fragilità narcisistica mascherata da autorità spirituale. 

 Gesù non impedisce a Giuda di tradirlo. Non lo espelle quando potrebbe, non lo smonta pubblicamente, non lo usa come esempio ammonitore. Lo lascia libero. E questa libertà lasciata all’altro — anche quando quell’altro sta percorrendo una strada oscura — è lo schema della grazia. Non la grazia sentimentale, consolatoria, ma quella strutturale: quella che abilita alla possibilità del tradimento, e proprio così autentica la libertà del discepolo. 

 Il Maestro che si Sforma 

 Teilhard de Chardin scriveva: “Non sono, né posso, né voglio essere un maestro. Prendete di me ciò che vi aggrada e costruite il vostro edificio.” In queste parole c’è qualcosa di radicalmente anti-pedagogico nel senso corrente del termine. Il grande teologo e scienziato gesuita non rinuncia alla trasmissione — rinuncia al controllo della trasmissione. Offre se stesso come materiale da costruzione, non come schema da replicare. 

 Si coglie in questo movimento la struttura stessa della kenosi di Cristo: il vero maestro forma attraverso uno s-formarsi, si svuota della propria forma per diventare capace di trasformare. Non è il modello che impone la propria sagoma all’argilla, ma la forza che libera la forma già contenuta nella materia. La kenosi — lo svuotamento di Cristo di cui parla Paolo nella lettera ai Filippesi — non è solo un evento cristologico: è il metodo pedagogico di Dio. 

 L’Assenza come Presenza Più Alta 

C’è un momento nel Vangelo di Luca che condensa tutto questo con forza narrativa straordinaria: i discepoli di Emmaus camminano con il Risorto senza riconoscerlo, lo invitano a fermarsi, e nel momento esatto in cui lo riconoscono nello spezzare il pane — lui scompare. Si fa assente proprio nell’istante della rivelazione. 

 Non è crudeltà. È il compimento del metodo. Gesù non lascia i discepoli con una sua immagine da venerare, con modelli o esempi da imitare ma con un gesto da ripetere e una comunità in cui ripeterlo. Fate questo in memoria di me. La sua assenza fisica è la condizione perché la loro presenza — la loro soggettività, la loro libertà, la loro responsabilità — possa finalmente dispiegarsi. Come scrive Deho: “Il vero Dio è presente ma non occupa la presenza. La dispone alla possibilità di assenza perché la mia presenza — e non solo la sua — si possa dare.” 

 Questo è il rovesciamento di ogni forma di maestro seduttivo e manipolatore: costui si rende indispensabile, occupa il campo visivo del discepolo, coltiva la dipendenza affettiva e intellettuale. Gesù invece lavora sistematicamente alla propria irrilevanza operativa — non perché non ami i suoi, ma perché li ama abbastanza da volerli interi, capaci di stare in piedi senza di lui. 

 Una Pedagogia per il Futuro 

 Teilhard chiudeva la sua riflessione con una visione: “Il futuro appartiene a coloro che trasmettono alla prossima generazione motivi per sperare.” Non certezze, non risposte, non sistemi chiusi. Motivi per sperare: cioè orientamenti aperti, energie vitali, domande fecondate. 

 È questo il lascito dell’arte di Gesù di fare discepoli. Non una scuola che perpetua se stessa, non un movimento che custodisce gelosamente il metodo del fondatore, ma una comunità di persone che sanno mettersi da parte perché l’altro cresca. Che sanno, come Cristo, lasciare andare — anche verso il tradimento, anche verso l’errore — perché la libertà non è un rischio da gestire, ma il nome stesso dell’amore quando si fa adulto. 

 Il buon pastore non trattiene il gregge. Lo conduce fino al punto in cui il gregge può camminare da solo. E poi si fa da parte. “Non ambisco che di essere gettato nelle fondamenta di qualcosa che cresce.” Forse questa è, in ultima analisi, la sola ambizione lecita per chi voglia davvero educare persone libere.

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