venerdì 23 gennaio 2026

GIOVANI E VIOLENZA


 Alle radici della violenza dei giovani

Da uno studio recente del CNR risulta che circa 90.000 studenti vanno in classe armati di coltelli.

Una società priva di valori produce violenza.



-         di Giuseppe Savagnone  


Inadeguate misure repressive

Gli ultimi gravi episodi di violenza da parte di ragazzi nei confronti di loro coetanei – il più eclatante è stato quello della scuola di La Spezia – hanno riproposto all’opinione pubblica il problema di una nuova generazione che sembra avere perduto il senso dei limiti.

Sotto la spinta della Lega, il governo lo sta interpretando nella prospettiva della lotta contro gli stranieri irregolari e punta a una stretta sul pacchetto sicurezza. Il Carroccio vuole introdurre una normativa per i giovani stranieri che violano le leggi. Basta ricongiungimenti familiari facili, taglio dei benefici dell’accoglienza per i ragazzi che commettono reati, rimpatri più efficaci per i minori arrivati in Italia senza parenti. 

In realtà, però, il problema non riguarda solo gli stranieri. Da uno studio recente del CNR risulta che circa 90.000 studenti vanno in classe armati di coltelli. Da qui l’idea di introdurre l’uso dei metal detector a scuola, anche se – ha specificato il ministro Giuseppe Valditara che ha lanciato la proposta – «non può esserci un utilizzo generalizzato, ma soltanto laddove vi sia la richiesta da parte della comunità scolastica e se si dovesse accertata la reale criticità della situazione».

Si parla anche di nuove norme che puniscano non solo i diretti responsabili, ma anche gli adulti responsabili di un mancato controllo sui figli. Il governo ipotizza anche di incrementare la presenza della forza pubblica nelle strade con circa 10.000 militari, per migliorare il controllo del territorio ed esercitare un’azione dissuasiva.

La domanda, tuttavia, è se veramente il dramma della violenza giovanile si possa risolvere con questi provvedimenti repressivi, o se questi non rischiano di ridursi a una dimostrazione di forza volta soprattutto a tranquillizzare quell’ampia fascia della popolazione per cui ordine e sicurezza sono i valori primari della convivenza.

Non è cacciando i minori stranieri o moltiplicando i divieti e i controlli polizieschi che si potrà combattere efficacemente la violenza giovanile. Le sue radici sono molto più in profondità e richiedono, più che misure punitive, una svolta a livello educativo che non incida tanto sui comportamenti esteriori, quanto sul modo di essere, di pensare, di sentire da cui essi scaturiscono.

I mezzi e i fini

Perciò, più dei metaldetector, sarebbe necessaria alla scuola italiana una seria riflessione sulla sua attuale impostazione, volta oggi prevalentemente a fornire agli alunni competenze utili per entrare nel mercato del lavoro (lingue, informatica, abilità tecniche…). A questo scopo sarebbe importante prendere coscienza che ciò che è utile non coincide con ciò che è importante, anzi è irriducibile ad esso, perché se qualcosa vale perché “serve” ad altro, è quest’ultimo ad avere davvero importanza. Mentre ciò che è importante, per definizione, è “inutile”, nel senso che non è finalizzato ad altro, ma vale per se stesso. I mezzi hanno valore solo in rapporto ai fini.

Il problema della nostra società è che l’utile viene presentato ai giovani come l’unico orizzonte del futuro, lasciando fuori dal discorso educativo la ricerca di valori come la verità, il bene, il giusto, che non servono a niente, ma danno un senso a tutto il resto. Nella misura in cui la scuola esprime questa visione, essa contribuisce a formare persone il cui unico obiettivo è il successo economico e sociale, certamente utile (denaro e prestigio sono necessari, ma come mezzi per avere altro), che però non garantisce le sola cose veramente importanti, che sono la realizzazione di se stessi e la capacità di relazionarsi correttamente con gli altri.

Non si tratterebbe, evidentemente, di indottrinare gli studenti con una o un’altra visione della vita e della società, ma di alimentare un problematica che riguardi i fini, oltre che i mezzi, e stimoli la ricerca in questa prospettiva più ampia.

Solo così, peraltro, si può educare al bene comune – tema centrale dell’educazione civica prevista dai programmi scolastici – , che non è certo riducibile al piano degli interessi, perché questi sono di qualcuno a scapito di qualcun altro  e risultano perciò inevitabilmente divisivi, mentre il bene arricchisce tutti coloro che lo condividono, senza escludere nessuno.

Al di là del bene e del male

E proprio la ricerca del bene comune della società definisce, fin dalla sua origine, il concetto di politica, offuscato e tradito nel mondo contemporaneo, in cui, a livello sia pubblico che privato, la differenza tra ciò che è vero e giusto e ciò che non lo è sembra diventata il frutto di valutazioni puramente soggettive.

Lo dicono gli scenari internazionali, il cui grande protagonista, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha adottato uno stile che egli ha anche teorizzato, quando, alla domanda se veda limiti ai suoi «poteri globali», ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

Parole molto simili a quelle che duemilatrecento anni fa Platone metteva in bocca a Callicle, il giovane e spregiudicato sofista che, nel Gorgia, discute con Socrate dell’esistenza o meno di un bene che non si riduca al piacere e all’interesse egoistico e di cui la legge dovrebbe essere l’espressione: «Io credo che  ad inventare la legge sia stata la massa dei deboli. Dunque, a proprio favore i deboli pongono le leggi (…), dicono che è brutto e ingiusto mettersi al di sopra degli altri (…). E la loro mira – a mio parere – sta nell’ottenere l’uguaglianza, pur essendo più deboli (…). Ma mi pare che la natura stessa mostri che giusto è che chi è migliore abbia più di chi è peggiore, e chi è più potente abbia più di chi è meno potente (…), che il più forti domini il più debole e abbia più di lui (…)  Ma, ne sono convinto, se nascesse un uomo dotato di una natura forte quanto occorre, allora essa scuoterebbe da sé tutte queste remore, le spezzerebbe e si ribellerebbe ad esse, calpesterebbe le nostre scritture, i nostri incantesimi e i nostri sortilegi e le nostre leggi».

È una visione che corrisponde perfettamente a ciò a cui, ormai da un anno, Trump ci ha abituati con i suoi comportamenti aggressivi, con le sue minacce, con le sue pretese, in nome dello slogan «Fare di nuovo grande l’America». Nessun valore, nessun bene, nessuna regola che possa limitare questa logica autoreferenziale, in cui il diritto coincide con la forza ed è giusto, perciò, «che il più forte domini il più debole».

Affermazioni che oggi non si trovano solo nei libri di filosofia, ma in discorsi ufficiali come quello del Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessant, il quale –  per giustificare l’arbitraria pretesa di Trump di impossessarsi della Groenlandia imponendo la propria volontà all’Europa e in particolare alla Danimarca  -ha spiegato: «Gli europei proiettano debolezza, gli Stati Uniti proiettano forza».

Di questo modello, che non è solo politico, ma culturale, proprio il governo italiano – espressione peraltro della maggioranza degli italiani, come confermano i sondaggi, e fiancheggiato da gran parte dei mezzi di comunicazione (ben sette quotidiani, le reti RAIe la maggior parte di quelle private) – è esplicitamente ammiratore e fiancheggiatore, differenziandosi in questo dagli altri governi dell’Europa occidentale. Mentre questi si piegano malvolentieri ai diktat di Trump, la nostra premier si è sempre dichiarata orgogliosa del rapporto privilegiato che ha con lui e, ha sottolineato che anche qualche occasionale divergenza di opinioni non può minare la sintonia sostanziale che li unisce.

Oltre la logica della violenza

C’è da stupirsi, in questo contesto, che i nostri ragazzi riproducano nella loro esperienza quotidiana questo stile di violenza? I giovani imparano dagli adulti. E quello che stanno imparando in questi mesi non è certo il senso della verità e della giustizia, meno che meno il rispetto degli altri. Per fermare questa deriva e capovolgerne il corso non servono decreti-legge e forze di polizia. È necessario un paziente sforzo educativo, di cui la scuola, la famiglia e la Chiesa – tre comunità che un tempo erano decisive per la formazione delle coscienze, ma che oggi sono, da questo punto di vista, profondamente in crisi –  devono tornare coraggiosamente a farsi carico.

Il loro naturale alleato è l’intima esigenza di verità e di bene che, sta al fondo anche se non sempre consapevolmente, di ogni cuore umano, e di quello dei giovani in particolare. Ne abbiamo avuto un esempio nella loro mobilitazione di fronte allo spaventoso massacro perpetrato da Israele nella Striscia di Gaza, per protesta nei confronti del nostro governo, ancora una volta appiattito sulla linea del presidente americano, alleato di ferro di Netanyahu.

Si tratta ancora, però, come questo caso dimostra, di reazioni certamente significative, ma episodiche. E ora che il cinico progetto trumpiano finisce di realizzarsi, dietro la maschera della finta pace, trasformando le macerie e i morti di Gaza in «uno dei più grossi affari immobiliari di sempre» (Nello Scavo, su «Avvenire» del 23 gennaio), la protesta giovanile si è spenta. Perché la cultura di fondo resta quella che non si scandalizza più della violenza, perché la vede ogni giorno praticata e apprezzata, anche da coloro che, come il nostro governo, ufficialmente la denunciano e la condannano.

E così sarà finché la vita di questi ragazzi resterà priva di un progetto valoriale che noi adulti abbiamo il dovere di proporre, se non vogliamo continuare a  lasciare il campo a misure meramente repressive palesemente inadeguate. A questo la scuola deve lavorare, in stretta connessione con le famiglie e con la Chiesa, unica voce internazionale ancora capace di gridare la verità. È un cammino lungo e problematico. Ma vale la pena provare a percorrerlo, se non altro perché è l’unico possibile.

 www.tuttavia.eu

Foto di Hajran Pambudi su Unsplash


QUALE INTELLIGENZA ?

 


 “La scuola sviluppa solo 

un tipo di intelligenza,

 quella logico-matematica. 


Ma ne esistono molte altre”


Di Giuseppina Bonadies

Galimberti critica una scuola che privilegia l’intelligenza logico-matematica funzionale a una società maschile, trascurando le doti artistiche ed emotive che richiedono tempi diversi di apprendimento. Il filosofo sottolinea la superiorità cognitiva della donna, dotata anche di intuito e sentimento, qualità che l’uomo spesso etichetta come follia ma che potrebbe apprendere dialogando con la propria femminilità.

Umberto Galimberti interviene in un video sul tema dei modelli educativi e delle diverse tipologie cognitive presenti nelle aule scolastiche. Secondo il filosofo, l’istituzione scolastica attuale si focalizza su un unico binario formativo. “La scuola sviluppa un solo tipo di intelligenza, che è l’intelligenza logico-matematica”. Questo processo di indirizzamento inizia precocemente, “a partire dalla prima elementare, dove si impara a leggere, a scrivere e a far di conto”.

La pluralità delle intelligenze e i tempi di apprendimento

L’analisi evidenzia come esistano molteplici forme di talento spesso trascurate dai percorsi curricolari standard. Galimberti ricorda che “ce ne sono tante altre di intelligenza” , citando specificamente “l’intelligenza musicale, artistica, psicologica, linguistica” e persino “l’intelligenza somatica”.

L’ingresso nel mondo scolastico non avviene per tutti con le stesse dotazioni cognitive. “Quando uno viene a scuola, non è che vengono a scuola tutti con l’intelligenza logico-matematica”. Gli studenti che possiedono doti differenti, come quella artistica, devono compiere un percorso di adattamento verso il pensiero logico. In questo passaggio è necessario “dargli tempo” poiché l’alunno “non è un ritardato”. Si tratta piuttosto di “uno che sta facendo una strada dalla sua intelligenza naturale a quella che deve acquisire”. Riguardo alla preminenza della logica matematica, Galimberti precisa: “Che non è la più sublime di tutte, è la più utile”.

Un modello funzionale alla società maschile

Il filosofo spiega le ragioni dietro la scelta di questo metro di valutazione unico. “Sapete perché misuriamo solo quella? Perché l’intelligenza logico-matematica è quella che serve di più per intenderci in una società a sfondo maschile, perché è l’intelligenza dei maschi”. Secondo la sua visione, “i maschi tendenzialmente hanno solo quella”.

Diverso è il quadro delineato per l’universo femminile. “La donna, oltre all’intelligenza logico-matematica, ha anche un’intelligenza intuitiva” e possiede inoltre “un’intelligenza sentimentale”.

Il contrasto tra razionalità e intuizione

La complessità cognitiva femminile può generare incomprensioni nelle relazioni dominate dalla prospettiva maschile. “Quando una donna usa l’intelligenza intuitiva e quella sentimentale, cosa si sente a dire dall’uomo? Ma tu sei pazza!”. Questa etichetta viene attribuita perché la donna esce “dalla logica razionale a sfondo maschile”.

In conclusione, Galimberti indica una possibilità di evoluzione anche per gli uomini. “I maschi possono avere quella intuitiva e quella sentimentale”. Tale acquisizione diverrebbe possibile “se avessero una relazione con la loro controparte sessuale, ovvero con la loro femminilità”.


Orizzonte Scuola

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giovedì 22 gennaio 2026

L'OROLOGIO DEL CUORE

LA CURA COME VOCAZIONE CIVILE

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di MASSIMO IONDINI

In direzione ostinata e contraria rispetto all’uomo metropolitano d’oggi, che corre e non guarda. E quando guarda, non vede. Come il Bianconiglio di Alice condannato a sentirsi in ritardo. In ritardo sulla velocità del mondo dove è l’agenda (le cose da fare) a dettare tempi e modi. Questo è il sistema imperante nel mondo dei presunti sani. Di chi produce e, consumando, consente di produrre perché si consumi. Naturalmente in tutto questo meccanico ingranaggio sociale c’è anche l’intoppo, c’è chi non produce. Per un po’ di tempo o anche per sempre. È la tredicesima ora, che l’orologio non segna. Il tilt del sistema. Il fattore che interrompe il flusso.

L’anomalia, la patologia che irrompe e sconvolge l’ordine delle cose. È Enea che fuggendo da Troia in fiamme deve rallentare correndo il rischio di morire per prendere in braccio il padre Anchise infermo. È l’evangelico samaritano che interrompe il suo cammino e si ferma a soccorrere un ebreo ferito dai briganti per poi affidarlo alle cure di un oste che rimborserà. È il medico, è l’infermiere che lascia la festa e la fetta di panettone nel piatto e si precipita a Capodanno in ospedale per cercare di salvare i ragazzi che hanno bruciato la loro giovinezza a Crans-Montana. Ecco la tredicesima ora che solo l’imperfetto orologio del cuore può segnare, indicando il quadrante esatto del tempo autentico dell’uomo. Ed è in quell’atto fuori orario, fuori ordinanza, nel mettere in gioco se stessi, che l’illogico e folle moto dell’anima, la “passione”, incontra la sofferenza (comune radice semantica) e diventa “compassione”. Grazie alla relazione, che ci unisce in un comune sentire capace di scardinare in un colpo solo ogni logica utilitaristica e produttivistica.

Confermando il primato non soltanto morale ma anche reale e concreto del politico (la polis, la comunità) sull’economico o sul finanziario. È l’attenzione speciale e particolare al fragile, a ciò che si rompe, all’anello debole della catena umana, che connota radicalmente il grado di elevatezza etica e civile di una comunità che diventa in quanto tale anche autentica società. Tutto ciò, naturalmente, in una visione del tutto laica. 


Risulta così totalmente umano e universalmente condivisibile il messaggio di ieri di papa Leone per la XXXIV Giornata mondiale del malato che sarà celebrata come sempre l’11 febbraio, il giorno della prima apparizione della Madonna a Santa Bernadette Soubirous nella grotta di Massabielle, a Lourdes, nel1858. Un messaggio che marca il fondamentale connotato umano della solidarietà non soltanto come consapevole scelta di essere, ma anche come vocazione a essere. Si tratta insomma di rispondere sì anziché no al compito di essere umani. Non un atto eroico, ma semplicemente umano. A meno che questa realtà apparentemente disumanizzante non finisca col far sembrare eroico e sovrumano ciò che è soltanto normale. Così è stato per il mitologico Enea, così per l’evangelico samaritano e per medici e infermieri di Crans-Montana adesso o anni fa ai tempi del Covid. Tutto ciò grazie a un moto insito nell’uomo, la compassione. La capacità di esercitare e vivere l’umano sentire che ci accomuna e affratella. 

Forse è questa la risposta alla inesausta domanda sul perché ci sia il dolore. Non c’è logica, se non che la croce del ma-lato, la croce dello scartato, la croce dello sconfitto, nella sua spesso insopportabile pesantezza, può essere portata insieme a chi oggi la può sorreggere e domani sarà a sua volta aiutato. Ognuno può dunque ritrovarsi improvvisamente da sano a ma-lato, senonché soltanto una società sana saprà prendersi cura di chi soffre. E la compassione, da edificare ogni giorno, è la chiave d’oro per aprire il proprio cuore e liberarlo dalla mortale morsa dell’Ego. Un paziente esercizio che ognuno è chiamato a praticare nella silenziosa cameretta della propria coscienza. Prima di uscire di casa. Prima di farsi ingannare da vani luccichii di mode e illusioni. La cura è l’essenza del nostro esistere. Cura anzitutto di sé, perché ognuno di noi è l’unità di misura dell’altro. E un’unità di misura fine a se stessa non avrebbe senso.

www.avvenire.it

I CRISTIANI PERSEGUITATI

 


Cristiani perseguitati,

 sono quasi 400 milioni

 nel mondo secondo 

il World Watch List



Il rapporto dell’Ong Cristiana Open Doors 

mette in luce la crescita dei cristiani perseguitati nel mondo.

 Ecco dove la situazione è peggiore

Di Andrea Gagliarducci

Sono 388 milioni i cristiani perseguitati nel mondo, 8 milioni in più rispetto allo scorso anno. Lo sottolinea il rapporto annuale dell’Ong cristiana Open Doors, il World Watch List. Insieme al rapporto sulla libertà religiosa di Aiuto alla Chiesa che Soffre, i cui numeri sono stati citati da Leone XIV nel suo discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede lo scorso 9 gennaio, il World Watch List è una fotografia puntuale e necessaria della situazione dei cristiani nel mondo. Certifica una situazione che il Papa non ha mancato di definire “crisi umanitaria”. E permette anche di guardare ai territori dove la crisi è peggiore.

Il World Watch List non si concentra solo sul mondo cattolico, ma su tutto il mondo cristiano. Ed è questo che lo rende importante e attuale. Una decina di anni fa, si parlava addirittura di “Cristo-fobia”, invece di “cristiano-fobia”, perché era evidente che l’obiettivo degli attacchi non erano i cristiani, ma proprio la loro fede incrollabile in Cristo.

Prima di tutto, serve guardare i numeri. Secondo il rapporto, di 388 milioni di cristiani perseguitati, 201 milioni sono donne e bambine, mentre 110 milioni sono minori di 15 anni. Il numero di Paesi con livello “estremo” di persecuzione anti-cristiana sale da 13 a 15, con la Corea del Nord che si conferma “maglia nera”, anche per la difficoltà reale di comprendere chi e quanti siano i cristiani nel Paese. Dopo il regime di Pyongyang, si riscontra persecuzione estrema anche in Somalia, Eritrea, Libia, Afghanistan, Yemen, Sudan, Mali, Nigeria, Pakistan, Iran, India, Arabia Saudita, Myanmar e Siria.

La Siria, in particolare, è passata da un livello “grave” ad “estremo”, con buona pace di chi vedeva nel sovvertimento del regime di Assad una speranza, e questo perché, ha sottolineato Cristian Nani, direttore di Open Doors Italia, a Damasco e dintorni il potere politico è ancora “frammentato”, e in Siria sono rimasti “appena 300 mila cristiani, ovvero centinaia di miglia in meno rispetto a dieci anni fa”.

Il Rapporto 2025 aveva segnalato un calo delle uccisioni di cristiani. Ma era un fuoco di paglia. Il Rapporto 2026 segnala di nuovo un incremento: da 4.476 a 4.849, pari a 13 al giorno. In Nigeria sono stati uccisi 3.490 cristiani, pari al 70 per cento del totale mondiale.

I cristiani arrestati per la loro fede sono stati 4.712 nel 2025, contro 4.744 nel 2024. I cristiani rapiti sono stati 3.302, ben 4.744 in meno rispetto a quelli registrati nel 2024. Drastica diminuzione degli attacchi contro le chiese (da 7.679 a 3.632) e contro le abitazioni o i negozi (da 28.368 a 25.794); mentre aumentano le vittime di abusi, stupri e matrimoni forzati (da 3.944 a 5.202).

L’Africa Sub-Sahariana è la regione “osservato speciale” del rapporto, perché ha governi fragili che lasciano i cristiani esposti agli attacchi. E in particolare, c’è una situazione critica in Sudan per la guerra civile, ma anche in Nigeria, Mali, Niger, Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo e Mozambico, dove la matrice religiosa si combina a situazioni economiche e sociali molto complesse.

La Nigeria è uno dei Paesi più sotto osservazione. Lo scorso 29 dicembre, lo Stato Islamico ha attaccato cristiani nello stato di Adamawa, causando 14 vittime, mentre il 4 gennaio un gruppo di uomini armati ha assaltato di Demo, nello Stato di Niger, causando un numero non definito di morti.

Ma gli episodi dello scorso anno che hanno toccato le cronache sono moltissimi. In Siria, il 22 giugno 2025, un attacco suicida nella chiesa di Mar Elias ha ucciso almeno 22 cristiani e ne ha feriti almeno altri 60. Sono numeri che hanno portato la Siria al sesto posto tra i Paesi a rischio, dal 18esimo posto del rapporto precedente, mentre nel 2024 gli omicidi di cristiani erano pari a zero a Damasco e dintorni e nel 2025 hanno toccato almeno 27 persone.

La situazione è peggiorata perché, dopo la caduta di Assad, Ahmad al-Sharaa si è autoproclamato presidente e ha applicato la legge islamica, che in un potere ancora fragile lascia molto spazio agli abusi contro i cristiani.

Se si scorporano le cifre per continente, si nota che i cristiani perseguitati sono 1 ogni 7 nel mondo. In Africa, la proporzione è uno a cinque, in Asia 2 a cinque, in America Latina 1 a 12

Negli ultimi cinque anni, cinque delle nazioni subsahariane sotto osservazione nella World Watch List hanno ripudiato i propri governi e due hanno sospeso le proprie costituzioni, mentre la situazione in Nigeria ed Etiopia è quella di nazioni democratiche in cui però i gruppi jihadisti e ribelli evitano allo Stato di estendere la sicurezza e la stabilità sui territori da loro controllati”.

Il rapporto di Open Doors segna “l’oppressione islamica” e “il crimine e la corruzione organizzata” con due dei tre fattori maggior id persecuzione in 10 delle 14 nazioni considerate sotto “persecuzione estrema”.

In particolare, l’Africa subsahariana ha visto la crescita di livelli di rischio in maniera esponenziale: in dieci anni, erano solo sei le nazioni subsahariane considerate pericolose per i cristiani, mentre ora ce ne sono 12 tra le venti più pericolose.

La persecuzione non viene solo da fonti islamiche, In Etiopia, la Chiesa Ortodossa ha posto pressione sulle comunità protestanti che spesso affrontano ostilità a livello locale, e, nonostante una tregua firmata nel 2022 con il governo, gruppi armati nella regione di Amhara e Oromia hanno distrutto, demolito e saccheggiato 25 chiese.

Capitolo Cina. Il punteggio è il più alto di sempre nel rapporto, ma la pressione contro la Chiesa è cresciuta a causa della pubblicazione e la messa in pratica dei nuovi regolamenti di utilizzo di internet e dei social media, parte di un percorso di regolamentazioni crescenti che sono cominciate nel 2018.

Un altro dato sensibile riguarda i matrimoni forzati di cristiani con non cristiani. Secondo il World Watch List, sono passati da 821 a 1.147 nel corso del 2025. Le nazioni dove la pratica è più diffusa sono Nigeria, Cina e Niger.

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GIORNATA MONDIALE DELL'EDUCAZIONE

 


24 gennaio, Giornata Internazionale dell’Educazione 


Papa Leone XIV ha emanato una Lettera apostolica dal titolo suggestivo Disegnare nuove mappe di speranza che riafferma l’importanza centrale, nell’evangelizzazione, dell’attività educativa come forma di speranza e viaggio in mare aperto. La comunità educante è un «noi» che coinvolge una pluralità di soggetti: il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio. Per papa Leone XIV «educare è un atto di speranza e una passione che si rinnova perché manifesta la promessa che vediamo nel futuro dell’umanità»


Diego Mattei  Scrittore de La Civiltà Cattolica

l 28 ottobre 2025 è ricorso il 60° anniversario della dichiarazione conciliare Gravissimum educationis (GE). Per sottolineare la ricorrenza e ricordare l’interesse che quel documento suscitò al momento della sua pubblicazione, papa Leone XIV ha emanato una Lettera apostolica dal titolo suggestivo: Disegnare nuove mappe di speranza[1].

La Gravissimum educationis, scrive il Pontefice, affermava «l’estrema importanza e attualità dell’educazione nella vita della persona umana» (1,1), e tale valore è ancor oggi attuale, per i nostri giorni segnati da mutamenti rapidi e da incertezze che disorientano. Il Concilio Vaticano II lo dichiarò in modo non equivoco. «L’educazione non è attività accessoria, ma forma la trama stessa dell’evangelizzazione» (ivi); le comunità educanti, si legge nella Lettera, allora come oggi illuminate dalla parola di Cristo, non si ritirano da questo compito, ma si rilanciano, costruendo ponti, con creatività cercando ed esplorando nuove vie per la trasmissione della conoscenza e del senso.

All’ambiente educativo attuale, complesso, frammentato e digitalizzato, la paideia cristiana può rispondere con una visione ampia. Essa è stata capace nei secoli di rinnovarsi e di ispirare forme e modelli differenti, atti a «custodire l’unità tra fede e ragione, tra pensiero e vita, tra conoscenza e giustizia» (1,2). Uno dei punti di bellezza della Lettera, che presentiamo in questo articolo, consigliandone però la lettura integrale per gustare la ricchezza e l’articolazione dei suoi 11 paragrafi, è la scelta dell’immaginario, che funge da sfondo e a cui essa attinge vocabolario e metafore: l’educazione è un viaggio in mare aperto. Il Papa usa bellissime allegorie per esprimere il senso di questa avventura: «cosmologia», «costellazioni educative», che sono state «in tempesta, àncora di salvezza, e in bonaccia, vela spiegata. Faro nella notte per guidare la navigazione» (ivi); «firmamento di opere e carismi che ancora oggi orienta il nostro cammino» (1.3), «bussola che continua a indicare la direzione e a parlare della bellezza del viaggio» (ivi).

Le sfide che affrontava la Gravissimum educationis oggi si sono approfondite e complessificate. Il Papa ricorda in primis i milioni di bambini che non hanno accesso alla scolarizzazione primaria, le emergenze educative provocate «dalle guerre, dalle migrazioni, dalle diseguaglianze e dalle diverse forme di povertà» (ivi). Come già affermato nell’esortazione apostolica Dilexi te, alla quale in vari passaggi questa Lettera attinge e fa riferimento, il mondo ha bisogno della carità cristiana, che si esprime nell’educazione, vera forma di speranza. Il legame tra i due documenti permette di trovare nella Lettera apostolica la declinazione educativa della sensibilità espressa nella prima esortazione apostolica di Leone XIV.

La storia dell’educazione cattolica

La storia dell’educazione cattolica è plurisecolare. Essa si è manifestata in molteplici stili educativi, che hanno avuto in comune «una visione dell’uomo come immagine di Dio, chiamata alla verità e al bene» (2.1), e ciascun carisma adatto ai bisogni della propria epoca. La Lettera traccia un percorso storico, che prende avvio dall’apporto dei Padri del deserto e dalla loro pedagogia dello sguardo, prosegue con sant’Agostino, che collega sapienza biblica e tradizione greco-romana, e con il monachesimo, il cui lavoro silenzioso salvò dall’oblio moltissime opere classiche, che altrimenti non sarebbero giunte ai nostri giorni. La Lettera ricorda anche che le prime università nacquero «dal cuore della Chiesa»; cita gli Ordini mendicanti e la Ratio Studiorum della Compagnia di Gesù, che istituì un programma di studi «tanto articolato quanto interdisciplinare e aperto alla sperimentazione» (2.3). La genealogia prosegue in secoli a noi più vicini con le figure di san Giuseppe Calasanzio – per il quale alfabetizzazione e calcolo sono «dignità prima ancora che competenza» (2.3) –, san Giovanni Battista de La Salle, san Marcellino Champagnat e san Giovanni Bosco. La Lettera dà spazio al genio femminile e ricorda l’apporto educativo di moltissime donne: Vicenta Maria López y Vicuña, Francesca Cabrini, Giuseppina Bakhita, Maria Montessori, Katharine Drexel ed Elizabeth Ann Seton. Il Papa ribadisce quanto ha affermato con chiarezza in Dilexi te: «L’educazione dei poveri, per la fede cristiana, non è un favore, ma un dovere» (ivi).

Una tradizione viva

L’educazione cristiana, afferma Leone XIV nella Lettera, è «opera corale: nessuno educa da solo» (3.1). La comunità educante è un «noi» che coinvolge una pluralità di soggetti: il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio. È una pluralità che sempre rinnova e si rinnova. San John Henry Newman, dichiarato compatrono della missione educativa della Chiesa insieme a san Tommaso d’Aquino nel contesto del Giubileo del mondo educativo, sosteneva che il rapporto tra fede e ragione non è un capitolo opzionale e che la conoscenza deve essere sia intellettualmente responsabile e rigorosa sia profondamente umana.

Il Papa prosegue affermando che va recuperata una dimensione empatica e affettiva della conoscenza, una dimensione aperta, che esca dalla contrapposizione illuministica tra fides e ratio e sia capace di valorizzare il dialogo profondo e l’ascolto che riconosce l’altro come un bene e non come una minaccia. In tempi «armati» come i nostri, questa sottolineatura colpisce e consola, come la prosecuzione del paragrafo: «Educare è un atto di speranza e una passione che si rinnova perché manifesta la promessa che vediamo nel futuro dell’umanità» (3.2). L’educazione, che è opera misteriosa e reale di far fiorire l’essere, è un «mestiere di promesse»: si promette tempo, fiducia, competenza, giustizia e misericordia, il coraggio della verità e il balsamo della consolazione.

Il contributo della «Gravissimum educationis» e la centralità della persona

La Gravissimum educationis riafferma il diritto di ciascuno all’educazione e il ruolo della famiglia come prima scuola di umanità, mettendo in guardia da quelle forme di riduzionismo che sminuiscono l’educazione ad addestramento funzionale o a strumento economico. La formazione cristiana è di per sé globale e abbraccia le molte dimensioni della persona umana: spirituale, affettiva, sociale e corporea. L’educazione non misura sé stessa in termini di efficienza, ma di promozione della dignità, della giustizia e della capacità di servire il bene comune. Il Papa lo afferma chiaramente: questi princìpi non sono ricordi del passato, ma «stelle fisse». Ritorna qui l’immaginario della navigazione. Questi princìpi «dicono che la verità si cerca insieme; che la libertà non è capriccio, ma risposta; che l’autorità non è dominio, ma servizio» (4.3). La verità non la si possiede, ma ci si avvicina ad essa; è frutto di tempi lenti e di attenzione; non è dettata dalla fretta di trovare una risposta, perché ogni generazione affronta sfide e problemi differenti.

La Lettera continua offrendoci uno dei passaggi più fecondi e più belli. Educare significa mettere la persona al centro, e porla al centro significa educarla allo sguardo di Abramo. È un’immagine bella lo sguardo di Abramo come ricerca del senso della vita, della dignità inalienabile, della responsabilità verso gli altri, perché educando non si trasmettono soltanto contenuti, ma si aiuta a crescere nelle virtù, come un giovane apprendista di bottega cresce un po’ alla volta nell’arte. E ciò richiede del tempo. Leone XIV ricorda un momento della sua esperienza episcopale nella diocesi di Chiclayo, in Perù, quando, rivolgendosi all’Università cattolica San Toribio de Mogrovejo, ebbe modo di dire: «Non si nasce professionisti, ogni percorso universitario si costruisce passo a passo, libro a libro, anno per anno, sacrificio dopo sacrificio» (5.1).

Il Pontefice ricorda che la Gravissimum educationis dava grande importanza al principio di sussidiarietà e a come le circostanze dell’azione educativa possano variare in base ai diversi contesti ecclesiali locali. Nella varietà delle declinazioni, il Concilio Vaticano II tuttavia volle dichiarare il diritto universale all’educazione, che non deve essere subordinata alle logiche del mercato del lavoro e della finanza.

Leone XIV riprende l’immagine usata da papa Francesco in occasione della Giornata mondiale della gioventù di Lisbona del 2023. In quell’occasione egli si rivolse così ai giovani riuniti: «Siate protagonisti di una nuova coreografia che metta al centro la persona umana; siate coreografi della danza della vita» (6.2). La Lettera apostolica è ricca di ulteriori suggestioni. Oltre che della danza, parla di ossigeno e di lievito. Menziona la danza come immagine di globalità della persona, e la fede come ossigeno di ogni materia, che l’anima dall’interno e non si aggiunge come un pezzo esterno ed esteriore. L’educazione cattolica è lievito della persona e della comunità: «genera reciprocità, supera riduzionismi, apre alla responsabilità sociale» (ivi). Il Papa ci invita ad avere uno sguardo aperto: la sfida di oggi è abitare le domande del nostro tempo, rimanendo fedeli alla sorgente della nostra fede.

La contemplazione del creato

Leone XIV torna a sottolineare che l’antropologia cristiana è visione globale e unificante della persona ed è segnata da alcuni tratti distintivi: «promuove il rispetto, l’accompagnamento personalizzato, il discernimento e lo sviluppo di tutte le dimensioni umane» (7.1). La dimensione spirituale è fondamentale e si sviluppa anche attraverso la contemplazione del creato, che ha radici antiche nella tradizione filosofica e teologica cristiana. Già san Bonaventura da Bagnoregio scriveva che «il mondo intero è un’ombra, un sentiero, un’impronta. È il libro scritto dall’esterno (Ez 2,9), perché in ogni creatura c’è un riflesso del modello divino, ma mescolato all’oscurità. Il mondo è, quindi, un sentiero simile all’opacità mescolata alla luce; in tal senso, è un sentiero. Proprio come vedi come un raggio di luce che penetra da una finestra si colora secondo i diversi colori delle diverse parti del vetro, il raggio divino si riflette in modo diverso in ogni creatura e assume proprietà diverse» (7.1). E su tale varietà si fonda l’opportunità di un insegnamento che tenga conto della diversità dei temperamenti e dei caratteri degli educandi.

Ci sembra che la sottolineatura del Papa sia in sintonia con la sensibilità dell’enciclica di papa Francesco Laudato si’, quando segnala l’intimo legame che esiste tra il dolore della terra e la sofferenza dei poveri, cosicché giustizia sociale e giustizia ambientale devono andare di pari passo. L’educazione cattolica è chiamata a «promuovere sobrietà e stili di vita sostenibili, formare coscienze capaci di scegliere non solo il conveniente ma il giusto» (7.2). Ogni gesto, anche piccolo, è occasione di un’alfabetizzazione che è insieme culturale e morale.

L’educazione ecologica coinvolge mente, cuore e mani. Il Pontefice ci ricorda che la pace non è assenza di conflitto, ma forza mite che rifiuta la violenza. Anche in questo passaggio ritorna il richiamo alla pace disarmata e disarmante, che diventa criterio educativo per imparare a deporre le armi della parola aggressiva.

Una costellazione educativa e la sfida tecnologica

Leone XIV torna poi a usare le metafore della navigazione. Il mondo educativo cattolico è una «costellazione» di iniziative e istituzioni, composta da scuole parrocchiali, collegi, università e istituti superiori, centri di formazione professionale, movimenti e piattaforme digitali, iniziative di service-learning e pastorali scolastiche, universitarie e culturali. «Ogni “stella” ha una luminosità propria, ma tutte insieme disegnano una rotta» (8.1). L’invito che segue è limpido: è il tempo di mettere da parte la rivalità che c’è stata in passato tra le varie istituzioni; è giunto il momento di convergere, perché in un mondo frammentato «l’unità è la nostra forza più profetica» (ivi). Tutto quello che può favorirla e attuarla permette di comporre un quadro coerente e di giocare su due tavoli distinti: quello globale e quello locale. Il Pontefice indica alcune pratiche educative che potrebbero aiutare: gli scambi di docenti e studenti, progetti intercontinentali comuni, il riconoscimento e lo scambio delle buone pratiche, la cooperazione missionaria e accademica. «Il futuro ci impone di imparare a collaborare di più, a crescere insieme» (8.2). In questo passaggio, il linguaggio poetico per esprimere il valore della collaborazione diventa ancora più intenso: «Le costellazioni riflettono le proprie luci in un universo infinito. Come in un caleidoscopio i loro colori si intrecciano creando ulteriori variazioni cromatiche. Così avviene nell’ambito delle istituzioni educative cattoliche che sono aperte all’incontro e all’ascolto con la società civile» (8.3).

Sessant’anni fa la Gravissimum educationis incoraggiava l’aggiornamento di metodi e linguaggi, aprendo una «stagione di fiducia». La fiducia di allora oggi è chiamata a misurarsi con l’intelligenza artificiale e il più ampio ambiente digitale. A questo proposito, il Pontefice scrive con chiarezza: «Le tecnologie devono servire la persona, non sostituirla; devono arricchire il processo di apprendimento, non impoverire relazioni e comunità» (9.1). Occorrono creatività e discernimento nell’azione educativa, sapendo che «in ogni caso, nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino, l’educazione all’errore come occasione di crescita» (9.2). Non si tratta di demonizzare la tecnologia e le sue applicazioni, perché il punto decisivo è l’uso che ne viene fatto. Il mondo digitale con i vari ambienti che lo declinano e l’intelligenza artificiale, che in questi ultimi anni si è affacciata prepotentemente alla ribalta, non possono essere lasciati a sé stessi, ma «vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro» (9.3). L’etica pubblica e la partecipazione devono essere loro criteri di governo, e fondamentale è l’accompagnamento che può fornire la riflessione teologica e filosofica. Le università cattoliche sono chiamate a offrire una «diaconia della cultura».

Il «Patto educativo globale» del 2020 e le tre priorità di Leone XIV

Leone XIV ricorda, «tra le stelle che orientano il cammino», il Patto educativo globale, promosso nel maggio del 2020 da papa Francesco. Cita i sette percorsi di educazione alla fraternità universale allora individuati: porre al centro la persona; ascoltare bambini e giovani; promuovere la dignità e la piena partecipazione delle donne; riconoscere la famiglia come prima educatrice; aprirsi all’accoglienza e all’inclusione; rinnovare l’economia e la politica al servizio dell’uomo; custodire la casa comune. Queste «stelle» possono generare processi concreti di umanizzazione. Il Papa sottolinea come le giovani generazioni siano esposte a nuove forme di fragilità che richiedono una nuova azione per raggiungere il cuore dei giovani, per ricomporre «conoscenza e senso, competenza e responsabilità, fede e vita» (10.2).

Alle sette vie contenute ed enunciate nel Patto educativo globale, Leone XIV nella Lettera aggiunge tre priorità: «La prima riguarda la vita interiore: i giovani chiedono profondità; servono spazi di silenzio, discernimento, dialogo con la coscienza e con Dio. La seconda riguarda il digitale umano: formiamo all’uso sapiente delle tecnologie e dell’IA, mettendo la persona prima dell’algoritmo e armonizzando intelligenze tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. La terza riguarda la pace disarmata e disarmante: educhiamo a linguaggi non violenti, riconciliazione, ponti e non muri» (10.3).

Il Pontefice ci tiene a sottolineare che la costellazione educativa cattolica è capillare e diffusa in tutti i continenti, specialmente nelle zone più povere, ed è una «promessa concreta di mobilità educativa e di giustizia sociale. […] La Chiesa deve spingere le porte e inventare le strade, perché “perdere i poveri” equivale a perdere la scuola stessa» (10.4).

Conclusione

Nei paragrafi finali della Lettera apostolica ritorna l’immagine delle costellazioni educative cattoliche, con la sua capacità di evocare la dimensione del viaggio e della scoperta, con il senso dell’avventura e della sfida: «Le costellazioni non si riducono a neutri e appiattiti concatenamenti delle diverse esperienze. Invece di catene, osiamo pensare alle costellazioni, al loro intreccio pieno di meraviglia e risvegli. In esse risiede quella capacità di navigare tra le sfide con speranza ma anche con una coraggiosa revisione, senza perdere la fedeltà al Vangelo» (11.1). A fronte delle fatiche di oggi – l’iperdigitalizzazione che frantuma l’attenzione, la crisi delle relazioni che ferisce la psiche, l’insicurezza sociale e le crescenti disuguaglianze economiche che uccidono il desiderio –, l’educazione cattolica può essere un faro, non un luogo di nostalgico riparo, ma un laboratorio di innovazione, discernimento e profezia: «Disegnare nuove mappe di speranza: è questa l’urgenza del mandato» (ivi).

Leone XIV conclude il documento con un appello, in tre punti, rivolto alle comunità educative, pieno di slancio e fiducia: «Chiedo alle comunità educative: disarmate le parole, alzate lo sguardo, custodite il cuore. Disarmate le parole, perché l’educazione non avanza con la polemica, ma con la mitezza che ascolta. Alzate lo sguardo. Come Dio disse ad Abramo, “Guarda il cielo e conta le stelle” (Gen 15,5): sappiate domandarvi dove state andando e perché. Custodite il cuore: la relazione viene prima dell’opinione, la persona prima del programma» (11.2). Il tempo è prezioso, e il Pontefice alla fine rivolge questa esortazione: «Non sprecate il tempo e le opportunità: “citando una espressione agostiniana: il nostro presente è una intuizione, un tempo che viviamo e del quale dobbiamo approfittare prima che ci sfugga dalle mani”» (ivi).

 [1] Cfr Leone XIV, Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, in occasione del LX anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis, in https://tinyurl.com/bdhhwter/. I numeri tra parentesi nel testo si riferiscono ai paragrafi della Lettera.

La Civiltà Cattolica

mercoledì 21 gennaio 2026

AMERICA FIRST

 


L'America di Trump, 
un anno dopo

Più imprevedibile, più personalizzata, la politica estera americana oggi si basa sul motto America First che, a distanza di un anno da quando fu proclamato, si sta imparando a conoscere: non significa isolazionismo bensì ridefinizione dello spazio strategico americano. Ed è direttamente proporzionata al controllo delle risorse naturali e alla sicurezza nazionale

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    -di Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

Il mondo si fida di più o di meno degli Stati Uniti d’America? È questa la domanda che spicca a distanza di un anno dall’insediamento della seconda presidenza statunitense guidata da Donald Trump. Spicca perché, anche se sono passati solo 365 giorni, tra Venezuela, Groenlandia, tensioni con l’Europa e la Nato, i dazi, lo scontro in diretta televisiva con il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, l’incontro con il presidente russo, Vladimir Putin, e la complessa tregua a Gaza, una cosa è chiara: gli Stati Uniti stanno cambiando il loro modo di vedere il mondo e, di riflesso, il loro modo di relazionarsi col mondo.

La "Donroe Doctrine"

Più imprevedibile, più personalizzata, la politica estera americana oggi si basa sul motto America First che, a distanza di un anno da quando fu proclamato, si sta imparando a conoscere: America First non significa isolazionismo bensì ridefinizione dello spazio strategico americano. Spazio strategico che anzitutto ha una definizione geografica: si estende nell’emisfero occidentale e quindi nel cortile di casa americano, ridefinendo così la dottrina Monroe del 1823 — ora soprannominata la “Donroe Doctrine” — che al tempo avvertiva l’Europa di stare fuori dal “cortile di casa” latino-americano. La strategia di sicurezza nazionale Usa del 2025 ha richiamato esplicitamente la dottrina partorita dall’allora segretario di Stato, John Quincy Adams, aggiungendo quello che è stato definito il “corollario Trump”: l’influenza americana sull’emisfero occidentale è direttamente proporzionata al controllo delle risorse naturali e alla sicurezza nazionale.

Un avvertimento a Cina e Russia

Data la definizione geografica, ecco spiccare i due principali obiettivi. Il primo, tutto diretto a Cina, Russia e relativi nemici: l’emisfero occidentale deve restare «libero da incursioni ostili o dalla proprietà straniera di asset fondamentali», recita sempre il documento sulla sicurezza nazionale pubblicato lo scorso novembre. Il secondo, con un forte richiamo ad Alexander Hamilton, primo segretario al Tesoro Usa nel 1789: «Gli Stati Uniti non devono mai dipendere da alcuna potenza esterna per componenti essenziali — dalle materie prime ai pezzi fino ai prodotti finiti — necessari alla difesa o all’economia della nazione». La tattica conferma la strategia: il cambiamento di priorità dell’amministrazione Trump è confermato dal fatto che oggi ben 12 navi da guerra – tra cui la portaerei USS Gerald R. Ford, la più avanzata al mondo – navigano nelle acque dei Caraibi e solo sei sono in Medio Oriente.

Quale rapporto con gli alleati europei e asiatici?

Tuttavia, tattica e strategia scoperchiano anche una seconda domanda: come cambia il rapporto degli Stati Uniti con i loro alleati? Interrogativo rivolto anzitutto al blocco atlantico e ai Paesi europei, con cui Trump sta alzando i toni da ultimo sulla questione della Groenlandia, ma anche a Paesi asiatici come Corea del Sud, Filippine, Giappone e Taiwan, abituati ad avere un occhio di riguardo da parte di Washington in base alla centralità dell’Indo-Pacifico. Se gli Usa si concentrano più sul loro emisfero, questi Paesi hanno gli strumenti diplomatici e strategici per poter pensare in modo più autonomo al loro spazio di influenza? E cosa significa ridefinire il proprio spazio di influenza, di fronte al cambiamento d’epoca che stiamo vivendo e a un mondo sempre più aggressivo? In base a quali obiettivi e a quali strumenti? Che tipo di rapporto promuovere con Washington?

Il fronte interno

La nuova logica geopolitica della Casa Bianca non ha ripercussioni solo sugli alleati. Anzi, se il fronte interno e quello esterno s’incrociano sempre di più, qui emerge un’altra domanda: questo nuovo assetto nella politica estera americana, esplicitamente teso non a un ordine mondiale di stampo Usa bensì al soddisfacimento degli interessi nazionali, sta piacendo ai cittadini statunitensi? Il 2026 sarà l’anno decisivo per capirlo perché tutti gli occhi sono fissati sulle elezioni di midterm. Secondo il quotidiano «The Wall Street Journal», il 45 per cento degli elettori approva l’operato del presidente, mentre il 54 per cento lo disapprova, un divario di nove punti, tre in più rispetto allo stesso sondaggio di luglio. Le cose non vanno meglio per i democratici: il 58 per cento degli elettori ha un’opinione sfavorevole verso il partito attualmente all’opposizione, contro il 39 per cento che ne ha una favorevole. Il 92 per cento di chi ha votato Trump nel 2024 oggi gli attribuisce un giudizio positivo sull’operato, compreso un 70 per cento che lo «approva fortemente». Circa la metà degli elettori afferma però che l’economia è peggiorata nell’ultimo anno, contro il 35 per cento che vede un miglioramento, uno scarto percentuale in costante aumento.

Lo stato dell'economia americana

Conviene soffermarsi su quest’ultimo dato. Esso conferma una discrepanza, ormai tipica, tra gli indicatori economici tradizionali – inflazione e crescita economica – relativamente positivi — e una percezione pubblica dell’economia alquanto negativa. In effetti, sul fronte economico il primo anno di Trump consegna un quadro meno fragile di quanto i critici temessero. Il pil Usa nel 2025 è cresciuto intorno al 2,5 per cento, i mercati finanziari restano forti, le banche segnano profitti record e l’inflazione, rientrata tra il 2,6 e il 2,7 per cento (lontana dal 2 per cento ma sotto il 3), non ha imboccato la spirale che i dazi avrebbero potuto innescare. I costi tariffari sono stati in larga parte assorbiti dai margini di profitto delle imprese, con un parziale trasferimento sui prezzi al consumo. In superficie, l’economia appare quindi sotto controllo ed è peraltro in attesa non solo dell’effetto espansivo del Big Beautiful Bill, bensì anche di ipotetici booster che Trump potrebbe lanciare in vista delle elezioni di novembre. Sullo sfondo, il dollaro resta la moneta di riferimento globale e non si registrano fughe dai Treasury. Anche se qui va subito messa una postilla: il rialzo dell’oro di oltre il 70 per cento, la crescente attrattività di argento e bitcoin e il calo relativo delle riserve globali in dollari indicano che una parte degli investitori sta progressivamente diversificando verso i beni rifugio, non per paura di una crisi imminente ma per coprirsi da una possibile lenta erosione di fiducia nel dollaro come bene pubblico globale.

Ombre su occupazione, migrazione e demografia

Sotto la cenere, dunque, il fuoco cova. Il ciclo economico americano è sempre più finanziarizzato e capital-intensive: intelligenza artificiale, data center, asset prices e credito abbondante sostengono la crescita, ma non la traducono in occupazione diffusa. Anzi, il mercato del lavoro statunitense sta rallentando in modo marcato: nel 2025 sono stati creati circa 584.000 posti, poco meno di 50.000 al mese, contro i 168.000 mensili del 2024, il peggior dato — fuori dalle recessioni — da oltre vent’anni. Il tasso di disoccupazione, seppur tornato ai livelli pre-covid, non esplode non solo perché l’offerta di lavoro si è contratta drasticamente, ma anche per almeno due fenomeni sociali paralleli. Il primo è demografico: le proiezioni del Congresso indicano che, con l’attuale tasso di fecondità ben sotto il livello di sostituzione (circa 1,6 figli per donna), la crescita naturale della popolazione si avvicinerà allo zero entro i prossimi decenni e potrebbe addirittura azzerarsi già nel 2030 se i decessi supereranno le nascite senza un’immigrazione significativa. Il secondo fenomeno è proprio migratorio: l’immigrazione negli Usa è crollata da circa 2,3 milioni a poco più di 400.000 persone, sottraendo fino a due milioni di potenziali lavoratori. Anche la promessa occupazionale dei dazi resta disattesa: la manifattura ristagna o arretra, trasporti e logistica rallentano, il reshoring spinge sì gli investimenti ma il non lavoro.

Se gli americani si sentono sfiduciati

Emerge così il quadro di un’economia che cresce in superficie ma che, in fondo, non riesce a iniettare fiducia e soddisfare il timore dei cittadini statunitensi di sentirsi meno ricchi e meno benestanti rispetto a prima. Anche perché, sebbene l’inflazione sia tornata intorno al 2,6–2,7 per cento nel 2025, quindi sotto controllo ma sopra il target della Fed, i prezzi al consumo restano elevati, con aumenti particolarmente marcati nel comparto abitativo e alimentare. Gli stipendi settimanali reali sono aumentati solo dello 0,8 per cento da dicembre 2024 a dicembre 2025 quando si corregge l’inflazione e, al di là delle medie, la crescita del reddito reale per molte fasce della popolazione è rimasta contenuta.

Le ripercussioni sui rapporti sociali

L’idea di non sentirsi adatti a vivere nell’attuale contesto economico può scatenare fenomeni antropologici e quindi sociologici come esclusione, isolamento e violenza. Negli Stati Uniti circa 1 adulto su 3 riferisce di sentirsi spesso solo, circa il 32 per cento dichiara una significativa mancanza di connessione sociale significativa, mentre una quota consistente della popolazione adulta (si oscilla, in base ai sondaggi, tra il 37 e il 40 per cento) riporta livelli moderati o gravi di solitudine. Qui ci si può ricollegare non solo al calo demografico e quindi anche alla crisi della famiglia — un fenomeno su cui negli Usa si sta sempre più discutendo — bensì anche ai possibili gesti di violenza. Se da un lato i dati mostrano che i morti per arma da fuoco e le sparatorie negli Usa nel 2025 sono calati, dall’altro i numeri restano altissimi, anche per la facilità di detenere un’arma: nel 2025 negli Stati Uniti circolavano oltre 390 milioni di armi, più di 120 ogni 100 abitanti, e le statistiche preliminari del Gun Violence Archive indicano che sono state registrate almeno circa 40.000 persone colpite da proiettili, con oltre 14.600 morti e circa 26.100 feriti. Il primo anno della seconda presidenza Trump è stato anche l’anno dell’uccisione dell’attivista politico Charlie Kirk, di un utilizzo più assertivo della Guardia nazionale — ormai schierata nelle principali città americane — e quindi di un fronte interno sempre più caldo. Che, in fondo, porta a una connessione ma anche a un’integrazione della domanda da cui si è partiti: gli Stati Uniti si fidano più o meno di loro stessi rispetto a prima?

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