sabato 28 febbraio 2026

PRESI DA TIMORE

 


Nel cammino quaresimale

 sperimentare

 la presenza del Signore


-di Massimo Naro 

Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella II domenica di Quaresima (anno A)

Gen 12,1-4a; Sal 32/33; 2Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9

La pagina evangelica, che rievoca la trasfigurazione di Gesù sul Tabor, ha una densità tematica e un vigore espressivo tali da esigere tutta la nostra attenzione, inducendoci a concentrare la nostra meditazione su di essa. È un racconto che si sviluppa tra vertiginosi alti e bassi emotivi, facendoci avvertire – assieme a Pietro, Giacomo e Giovanni, se davvero ci immedesimiamo spiritualmente con loro – l’impressione di stare sulle montagne russe.

Dapprima irrompe l’entusiasmo di chi si ritrova coinvolto in un evento straordinario, perciò meraviglioso: «È bello per noi essere qui! Farò qui tre tende…», o tre «capanne», come la nuova versione liturgica italiana preferisce tradurre il termine greco skēnás, facendogli però perdere così alcune importanti sfumature semantiche. Difatti tutte le parole sinora citate – «essere qui», «tende» – descrivono l’esperienza che quei tre fanno della Presenza divina, dell’Esserci di Dio, impersonato da Gesù che dialoga con Mosè ed Elia, specchiandosi per ciò stesso nella Torah e nei Profeti, ossia nel dirsi e nel darsi salvifico di Yhwh Adonai, del Signore Dio, di Chi si chiama – giustappunto – «Io sono chi c’è e ci sarà». La metafora della tenda – shekhinàh in ebraico – annuncia un movimento già implicitamente trinitario: essa significa che Dio si separa da sé e va esule oltre di sé (fu l’intuizione teologica – argomentata in un libro del 1922: La stella della redenzione – di Franz Rosenzweig, pensatore tedesco di origini ebraiche incline al dialogo con la fede cristiana), rivelandosi ulteriore rispetto a sé stesso proprio quando decide di diminuire, di svuotarsi in una certa “misura” di sé, di cedersi al di là di sé.

Subito dopo insorge il timore di chi è preso dalla paura (ephobḗthēsan), rimanendone atterrito e atterrato («caddero con la faccia a terra»). È l’effetto che la Presenza divina produce negli esseri umani, se essi la incontrano con lo spirito di Adamo ed Eva ormai fuoriusciti dal rapporto obbedienziale/filiale nei confronti del Signore. O col timore di chi non è consapevole d’essere amato dal Signore, come gli sgherri che – nell’orto degli ulivi – stramazzano al suolo allorché Gesù pronuncia il Tetragramma: «Sono Io». Un effetto che sortisce dall’ossimoro della ri-velazione, cioè dalla sproporzione che resta tra il Dio che viene e l’essere umano che si ritrae da lui, fra la tenda (skēnḗ) che il Signore pianta in mezzo agli uomini e l’ombra (skiá) che essa proietta su di loro.

Infine riaffiora la serenità di chi si sente incoraggiato dal Signore stesso: egérthēte (la medesima voce verbale con cui nello stesso brano matteano è preannunciata la risurrezione di Gesù) kaì mḕ phobeîsthe, «alzatevi e non temete». L’impronunciabile e terrifico «Io Sono» (Yhwh), per non essere frainteso come tale, dev’essere udito nel tono con cui Gesù lo pronuncia rivolgendosi ai suoi amici, svelando il senso più pieno – amichevole e familiare – del dirsi divino: «Ci Sono Io, qui, con voi, per voi». Quindi, nessuna paura!

La trasfigurazione è una teofania, una manifestazione di Dio. Il quale si (ri)presenta, come già presso il roveto ardente e in mille altri momenti della storia della salvezza. Stavolta, definitivamente, in Gesù: ora è lui la tenda della santa Presenza, l’Esserci di Dio dentro la storia, nelle vicende degli uomini e delle donne di questo mondo.

Ma nella trasfigurazione, inoltre, veniamo a sapere chi siamo, quando facciamo la medesima esperienza dei discepoli sul Tabor: anche noi, come loro, chiamati a vedere e ad ascoltare. I tre discepoli del Tabor vedono o, più esattamente, contemplano: cioè scorgono l’invisibile sotto il velo dell’umanità che Gesù condivide con noi, ravvisando in quel suo essere «solo» e semplicemente Gesù la visita di Dio, il culmine e il senso dell’intera storia della salvezza (rappresentata da Mosè e da Elia, annunciata nella Torah/Legge e nei Profeti). Ed essi, pure, ascoltano: accettano l’invito a obbedire al loro Maestro, cioè a partecipare con lui e come lui alla sua stessa relazione filiale col Padre, lasciandosi ospitare nell’Esserci divino, che in Gesù si mostra – precisamente come noi tutti – impastato di storia, di carne, di sudore, di lacrime, di sangue.

Lungo il nostro cammino quaresimale siamo chiamati a sentire intimamente questa Presenza del Signore, che condivide la nostra umanità, le nostre paure più oscure e le nostre più faticose preoccupazioni non meno delle nostre migliori speranze e del nostro entusiasmo più sincero.

www.tuttavia.eu

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IL BENE DELL'ALTRO

 

L'ARTE DI FARSI DONO

DALL'EGOISMO ALL'ALTRUISMO


Volere il bene dell'altro 

significa uscire dal centro 

di noi stessi 

e permettere all'amore 

di guidare le intenzioni 

del nostro cuore. 

Non si tratta solo di fare del bene, ma di desiderare sinceramente che l'altro cresca, sia felice e realizzi il meglio di sé, anche quando questo non ci porta alcun vantaggio.

Volere il bene dell'altro si esprime in atteggiamenti semplici: una parola di incoraggiamento, un gesto di attenzione, la capacità di rallegrarsi dei successi altrui.

 Spesso significa anche pregare e affidare a Dio ciò che non possiamo risolvere.

Chi desidera il bene dell'altro cammina nell'amore. 

E in questo cammino scopre che il bene offerto non si perde mai,

 ma ritorna al cuore come pace e senso della vita.

(Apolonio Carvalho Nascimento)

venerdì 27 febbraio 2026

SCUOLE APERTE

 


Scuole Aperte in 10 passi:

 così si riducono 

le disuguaglianze.

Ecco il Vademecum

Le esperienze realizzate a Roma, Bergamo, Bologna e Milano, con oltre 230 istituti coinvolti stanno dimostrando che le Scuole Aperte funzionano: riducono le disparità e moltiplicano le opportunità. Ora vengono messe a sistema, in un vero e proprio Vademecum zeppo di dati, racconti e analisi delle criticità e delle possibili soluzioni. L’obiettivo? Rendere le Scuole Aperte una leva strutturale delle politiche educative

di Chiara Ludovisi

Scuole aperte il pomeriggio e anche nei mesi estivi, non solo come spazio di socialità e di crescita per i ragazzi e le ragazze, ma anche come presidio sociale e culturale sul territorio: sono circa 230, ad oggi, gli istituti comprensivi coinvolti nel progetto avviato dai comuni di RomaMilanoBologna Bergamo

Oggi quelle esperienze, nate in contesti e momenti diversi, vengono messe a sistema e diventano un vero e proprio Vademecum (qui la versione integrale), che racconta in 10 punti cosa siano le Scuole Aperte e in 70 pagine «perché ne abbiamo bisogno e come realizzarle», come recita il titolo del volume. 

Il documento è stato presentato questa mattina a Roma, in un incontro patrocinato da Anci, alla presenza di rappresentanti istituzionali – tra cui il sindaco di Roma Gualtieri e gli assessori alla Scuola dei diversi comuni coinvolti – e del Terzo settore.

Le Scuole Aperte sono poli che irradiano valori e senso di comunità e aiutano a ridurre diseguaglianze, perché la scuola è generatore di pari opportunità e irradiatore di civiltà

«A Roma abbiamo impiantato solidamente questo modello, che è straordinario, perché valorizza e rafforza il ruolo delle scuole anche per il rapporto biunivoco con il quartiere e il territorio, valorizzando ricchezza associativa e portando la scuola fuori dalle sue mura», ha detto in apertura il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. «Le scuole diventano così poli che irradiano valori e senso di comunità e aiutano a ridurre diseguaglianze, perché la scuola è generatore di pari opportunità e irradiatore di civiltà. Farle vivere e sostenerle per noi è una priorità».

«Scuole Aperte è una visione in cui si cerca di far percepire il valore della scuola come presidio di comunità», spiega Elena Carnevali, sindaca di Bergamo e delegata Anci all’Istruzione e Politiche educative. «Da anni si parla di Scuole aperte, che oggi sono diffuse in molte parti del territorio. Qui si crea reciprocità tra territorio e scuola e quest’ultima si trasforma in bene comune, che da un lato supporta la comunità, dall’altro recupera la sua funzione cardine di accompagnamento dei giovani verso la scelta del proprio futuro», ha detto.

Le scuole e i servizi educativi, dal canto loro, non sono solo erogatori di prestazione, ma presidi di prossimità e spazi quotidiani di costruzione di fiducia, di equità e di possibilità

Elena Carnevali, sindaca di Bergamo

Carnevali ha poi fatto riferimento al contesto attuale: «Viviamo un tempo in cui Comuni e scuole non sono semplicemente chiamati ad applicare norme e gestire servizi, ma a ricomporre senso dentro un sistema educativo più complesso, più fragile e al tempo stesso più necessario. È qui che si gioca parte decisiva del futuro delle nostre comunità».

Per questo, ha detto ancora, «la cura delle relazioni, dei tempi e degli spazi della crescita è un investimento pubblico strutturale. I Comuni non sono meri soggetti attuatori ma snodi di regia, luoghi in cui si tengono insieme politiche educative, sociali, scelte urbanistiche, risorse e alleanze territoriali. Le scuole e i servizi educativi, dal canto loro, non sono solo erogatori di prestazione, ma presidi di prossimità e spazi quotidiani di costruzione di fiducia, di equità e di possibilità. Sappiamo che la fatica è diffusa, perciò momenti come questo di oggi servono non solo a celebrare ciò che funziona ma anche a nominare e leggere insieme le tensioni e chiederci cosa va tenuto fermo quando tutto cambia. E cosa invece va ripensato».

Tante diverse esperienze, quelle delle Scuole Aperte, accomunate dallo stesso obiettivo, come spiega l’assessora alla Scuola di Roma Capitale, Claudia Pratelli: «Contrastare le disuguaglianze educative non con interventi emergenziali o individualizzanti, ma rafforzando i luoghi dell’educazione, costruendo alleanze stabili tra scuola, enti locali, terzo settore, comunità educanti, riconoscendo il valore del lavoro educativo che si svolge anche oltre il tempo strettamente curricolare».

Una visione contraria, quindi, a quella che «riduce la scuola a uno spazio chiuso, da proteggere magari con i metal detector, o che immagina l’educazione come un fatto privato, delegato alle risorse delle singole famiglie. Noi crediamo nella scuola pubblica come cardine della democrazia, capace di generare coesione, partecipazione e opportunità reali, soprattutto nei contesti più fragili. In questa sfida, che richiama le istituzioni alle proprie responsabilità e ai propri compiti, oggi abbiamo segnato un punto, mettendo a disposizione uno strumento utile non solo ai comuni promotori, ma ancor di più alle amministrazioni che si stanno avvicinando a questa possibilità e guardano a questa esperienza con interesse», conclude Pratelli.

Le Scuole Aperte, in 10 punti

Ma in cosa consistono, concretamente, le Scuole Aperte? Il Vademecum le descrive in 10 punti: 

1.     Sono presìdi civici e culturali: punti di riferimento nei quartieri, luoghi di costruzione di comunità e palestre di cittadinanza attiva. Nascono per contrastare la povertà educativa e la dispersione scolastica, ma anche fragilità sociali e isolamento.

2.     Nascono da un’alleanza educativa tra Ente locale, istituzioni scolastiche e comunità educante. Non sono progetti calati dall’alto, ma percorsi condivisi negli intenti e nelle strategie.

3.     Superano l’orario scolastico tradizionale: aprono i plessi nel pomeriggio, la sera, nei fine settimana e nei periodi di chiusura – come l’estate – trasformando la scuola in uno spazio vissuto tutto l’anno.

4.     Coinvolgono scuole di ogni ordine e grado, dagli istituti comprensivi alle secondarie di secondo grado.

5.     Sono aperte al territorio per definizione: costruiscono e animano reti con associazioni di genitori e studenti, Terzo settore, servizi territoriali, realtà culturali, artistiche e sportive.

6.     Hanno obiettivi chiari e misurabili: prevenire e contrastare la dispersione scolastica, ampliare le opportunità educative e culturali, rafforzare la coesione sociale e sostenere la conciliazione vita-lavoro delle famiglie.

7.     Garantiscono accessibilità economica: offrono attività gratuite o a costi calmierati, assicurando comunque la gratuità per chi si trova in condizioni di maggiore difficoltà.

8.     Sono inclusive per vocazione: accolgono differenze e fragilità, valorizzano talenti e competenze, riducono le disuguaglianze.

9.     Coinvolgono l’intera comunità: partono da studentesse e studenti ma si aprono a genitori, docenti, abitanti del quartiere, costruendo responsabilità condivisa.

10. Sono laboratori permanenti di innovazione: propongono attività artistiche, sostegno allo studio, sport, ascolto psicologico, innovazione didattica, educazione civica, uscite culturali e percorsi di cittadinanza attiva, adattandosi ai bisogni dei territori.

Scuole Aperte, 4 Comuni e tanto in comune

I contesti in cui le esperienze sono state avviate sono assai diversi, perché diverse sono le caratteristiche delle quattro città. L’obiettivo però è condiviso: trasformare le scuole in punti di riferimento per le comunità.

Ecco una breve carrellata su come il progetto si traduca nei quattro comuni.

Bergamo, il progetto “Scuole Aperte” ha introdotto attività extrascolastiche come laboratori di potenziamento linguistico, matematico e scientifico, gruppi di studio, laboratori di comunicazione, attività sportive e momenti di socializzazione nei “Club“. Questi spazi offrono un ambiente sicuro e stimolante per i ragazzi, con personale educativo dedicato per studenti con disabilità.  

Bologna, il progetto “Scuole Aperte tutto l’anno” offre attività di supporto allo studio, corsi, laboratori culturali e sportivi, uscite e percorsi di partecipazione giovanile. ​ Durante l’estate, le attività si concentrano su esperienze all’aperto, escursioni e laboratori creativi. ​

Milano, le “Scuole Aperte” propongono attività educative, ludiche, sportive e culturali, oltre a corsi di recupero scolastico, laboratori e campus. ​ Durante la pandemia, il progetto ha fornito dispositivi digitali e connessioni internet agli studenti per garantire la continuità educativa. ​

Roma, il progetto “Scuole Aperte il pomeriggio, la sera e nei weekend” (qui la Mappa della città educante) include corsi di recupero scolastico, laboratori di scrittura creativa, educazione affettiva, spazi di ascolto e attività culturali. ​ Le scuole fungono da presidi educativi e sociali, soprattutto nei quartieri più vulnerabili. ​

I nodi critici e come scioglierli

Aprire le scuole è una sfida che comporta criticità e ostacoli, messi in evidenza anche questi nel Vademecum, insieme alle possibili soluzioni. In sintesi, le principali difficoltà riguardano responsabilità e sicurezza, coinvolgimento del personalepartecipazione delle famiglie e sostenibilità economica.

Rispetto al primo punto, le città hanno predisposto patti di corresponsabilitàcoperture assicurative dedicate e linee guida operative condivise. Rispetto alla partecipazione di docenti e dirigenti, questa non è uniforme, ma tavoli permanenti di confronto favoriscono un’alleanza che si rivela funzionale alla buona riuscita del progetto. Anche la co-progettazione e il protagonismo delle associazioni di genitori sono decisivi.

A livello economico, la continuità è la sfida principale: il vademecum suggerisce, a tal proposito, modelli integrati di finanziamento e programmazione pluriennale.

In generale, il tratto comune delle quattro città è l’aver trasformato l’apertura delle scuole in una politica di rete, in cui ente locale, istituzione scolastica e comunità educante condividono obiettivi e strategie. 

 VITA

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L'INTELLIGENZA DEI PIEDI

 


“La sapienza 

ama giocare”

Un itinerario di significati 

fra sapienza, 

intelligenza, saggezza 

e incoscienza 

Le stringhe di parole sono affascinanti, 

soprattutto per una persona che, 

per motivi diversi ma alla fine convergenti, 

ha avuto tanto a che fare con parole migranti, 

cioè con esigenze di continue traduzioni. 

di Cristina Simonelli *

Non posso tuttavia ignorare gli avvertimenti, meno speculari di quanto potrebbe sembrare, di Gianrico Carofiglio (La manomissione delle parole, Rizzoli, Milano): con più facilità mi colloco nell’asse in cui chiede manomissione, cioè di liberare i significati delle parole. Ma non posso ignorare il secondo asse, quello in cui suggerisce di non essere astrusi e fumosi perché, come diceva Galileo, «parlare oscuro ognun lo sa fare, chiaro pochissimi». Cercherò di tenere come guida a lato strada questi due suggerimenti, mentre provo a tracciare il percorso che mi è stato proposto, formato da “sapienza, intelligenza, saggezza e incoscienza”. Spero di non essere fumosa, mentre provo a seguirlo come una spirale: non una pista circolare in cui si torna sempre al punto di partenza, e neppure una via che si slancia solo in avanti, da partenza a meta, ma una di quelle strade che si inerpicano fra tornanti, che fanno vedere cose simili ma da altri punti di vista e permettono di immettersi da punti diversi, magari apparentemente secondari. 

Entrando dunque da uno dei tornanti – primo forse per i lettori delle pagine bibliche, ma non certo per tutti - ci viene incontro una figura femminile di aspetto pluriforme. Sì, perché Donna Sapienza è una signora, che invita a banchetto (Pr 9) e si rispecchia nella donna forte e intraprendente (Pr 31) troppo spesso resa con metafore di buona casalinga per funerali e matrimoni, magari sottomessa. Ma è anche una che balla e ama giocare – e così la immagino ragazza, come quelle che danzano in Ger 31,13 o nelle liriche greche quando giocano nel caldo del meriggio o nella poesia di Neruda Bimba bruna e flessuosa. Così infatti ci viene incontro in un passo che è stato tanto letto anche nelle discussioni teologiche, Pr 8,22: la Figlia di Dio che proprio giocando e scherzando muove gli elementi della creazione, sapienza/sorella della Parola (Gen 1). Che però in greco si dice Logos e che in questo modo, maschile oltre il buon senso, ha subito una transizione da donna a uomo ed è entrato, magari anche un po’ razionalmente algido, nella teologia dell’incarnazione del Figlio (per l’anniversario del Concilio di Nicea 325/2025 se ne è molto parlato). 

Ponderata come la maturità, dunque, ma anche lieve come la giovinezza, movenza umana capace di restituire un’immagine divina, Sapienza ha anche un’altra coppia di rappresentazioni: è saggia ma anche folle, riflessiva e appassionata, perseverante e impulsiva. Ma no, si potrebbe obiettare: l’altra è la stolta, l’incosciente, donna follia. Non ne sarei così sicura: vero sì, che il libro dei Proverbi ama procedere per quadri contrapposti e sdoppia spesso le figure in forma didattica. Però ci sono anche punti in comune: vanno per strada e stanno sulle porte, chiamano e seducono, frequentano luoghi non di troppa rispettabilità, anche i crocicchi delle strade, da sempre luoghi “non autorizzati” (cfr Pr 8,1ss). Certo, quando le figure si mescolano, la chiarezza che si cerca è quella manomessa, liberata nelle sue potenzialità: ma forse anche perché la spartizione dei temi era solo apparentemente chiara, in realtà non corrispondente. 

L’intelligenza dei piedi 

Sappiamo bene – anche questa è una sapienza – che entriamo in relazione con i passi biblici a partire da dove ci “troviamo” e in qualche modo camminiamo sulle pagine, ne riveliamo anfratti e ne liberiamo potenzialità. La lettura appena fatta deve tanto all’esegesi delle teologhe, si capisce. Ma deve molto anche a tante altre vite, a tante tradizioni spirituali, fra cui quella detta mendicante – parola che piace solo in ristretti ambiti storiografici, ma al di fuori sa di insulto, ad esempio rivolto ai Rom o a persone povere. Il vangelo, come il regno, patisce “violenza” (cfr Mt 11,12), che si potrebbe tradurre anche come “viene aperto dalle vite” e sprigiona significati altrimenti inediti. Recupero perciò, sentendola vicina all’anniversario francescano, una frase che ha accompagnato la Chiesa italiana “presso i Rom” [Cristina Simonelli, «L’estensione e lo spessore. La pastorale rom a Verona come recezione del Concilio», in “Esperienza e teologia” 28 (2012) 119-130]: il vangelo si vive con i piedi. Significa che è utile spostare i piedi, fisicamente, abitare crocicchi e piazze, luoghi altrimenti non di buona fama – condizione necessaria, anche se forse non sufficiente, perché dopo i piedi ci siano cuore e mente – per vedere diversamente. Forse è troppo audace il confronto, ma penso spesso a quei due metri scarsi che hanno spostato Francesco (di Assisi) dal centro della via al bordo dei lebbrosi, dove non è stato benefattore “ricco signore che dà obolo”, ma persona che ha trovato normale – dolcezza, dice – la nuova compagnia. Perché anche di questo si tratta: di un’altra normalità, che dunque rifugge la pubblicità e i titoli eroici, fino quasi a rendere saggiamente taciturni, per non parlare al posto di altri. Come ci siamo spesso detti, rischiamo altrimenti di fare della vita uno spot, delle situazioni vissute il piedistallo su cui si stagliano le statue di re e generali (in questo caso, di buoni esibiti su poveri “letteralmente” sotto-posti). 

Questa modalità di lettura con i piedi si chiama a volte anche “posizionamento”. Mi piace vederci una figura sintetica di intelligenza, quella che non è irrazionale, ma pratica ed emotiva (che è di più, non di meno), che consente di intus /legere, vedere, almeno un po’, dentro le cose e le situazioni. Questa intelligenza è anch’essa migrante nelle traduzioni, anche nelle pagine bibliche: per i greci si chiama anche phronêsis, per i latini prudentia e la troviamo niente meno che applicata al serpente. Quello di Genesi 3, che poi si è preso un sacco di colpe, ma anche quello che Gesù propone ai discepoli: siate semplici come colombe, ma, ancora prima, “intelligenti/soppesanti/astuti” come i serpenti (cfr Mt 10,16). Non “prudenti” nel senso di conformisti immobili, come don Abbondio, che, ci suggerisce il Manzoni, stava sempre dalla parte del più forte; ma quella di fra Cristoforo, l’intelligenza rischiosa e soppesante che sa dove posare i piedi, oltre le mode e le convenienze 

Dal proprio tesoro cose folli e cose sagge 

Si potrebbe dunque entrare, un po’ furtivi in effetti, in un altro ben noto detto evangelico, quello che elogia, dopo una serie di brevi e intense parabole, certi scribi fatti discepoli del regno (Mt 13,52), che sono simili a padrone di casa – non ci sarebbe neppure bisogno del fatto che nel testo c’è anthropos, essere umano, e non anêr, maschio, per permetterci una resa al femminile come quella della nostra Donna Sapienza – che sanno cercare e tirare fuori dal tesoro “cose nuove e antiche”. 

In questo caso si potrebbe dire che con sapienza sanno unire cose che potrebbero sembrare opposte, ma possono far sprigionare significati importanti, se escono dalle sacrestie per dimorare nei crocicchi delle vie. Con l’intelligenza dei piedi ben posizionati, che rovescia – ma solo apparentemente se meglio guardiamo – ciò che pare scandalo e follia ed è sapienza (cfr 1Cor 1, 22-25) e soprattutto praticano la prudenza evangelica, che spesso sembra addirittura incoscienza. Certo, vegliando, mentre spesso dormiamo (Francesca Albanese, Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite dalla Palestina, Rizzoli, Milano 2025), e come scribi convertiti, accogliendo la profezia che spesso ci raggiunge da fuori. Perché è saggio conoscere il proprio limite e abitarlo con autoironia, oltre che con responsabilità.

Fonte: Messaggero cappuccino

* docente di teologia patristica a Verona e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale

 

giovedì 26 febbraio 2026

LE PAROLE HANNO UN PESO

 LUCE o PROIETTILE?

 "Le parole hanno un peso:

 lasciano segni, accendono

 ricordi, aprono i cuori. 

Non sono fatte d’aria, spostano

 le vite e decidono l’amore"

La Redazione

Il pensiero di Massimo Recalcati sul valore della parola, capace di dare forma alle relazioni, al silenzio e all’esperienza più profonda dell’essere umano

Basterebbe soffermarsi solo un attimo per comprendere fino in fondo come le parole abbiano un peso: ogni parola pronunciata con amore, infatti, può arrivare dritta al cuore, accarezzando la nostra anima, mentre ogni parola pronunciata con disprezzo può mortificarci o umiliarci.

Ad avvalorare tale tesi è proprio lo psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati che in merito ha così espresso il suo pensiero: “L’esperienza della psicoanalisi insegna il peso delle parole. Le parole non sono fatte d’aria, possiedono una loro consistenza: spostano le vite delle persone, lasciano segni, accendono entusiasmi e ricordi, aprono i cuori, armano le mani, sentenziano, liberano, incatenano, sconvolgono, sospingono all’odio o all’amore, aprono o chiudono i mondi”.

Si pensi, ad esempio, allo psicoanalista che paradossalmente trascorre la maggior parte del suo tempo in silenzio, senza parlare; eppure il silenzio è una merce rara e preziosa ed è la sola cosa che davvero onora la parola, così come spiegatogli molto dettagliatamente dal saggista italiano.

Ed allora a cosa assomiglia davvero la parola? Massimo Recalcati, in via esemplificativa, ci propone tre diverse immagini.

Luce 

“La prima è un’immagine inconsueta perché noi siamo abituati nel nostro tempo a pensare che la parola sia uno strumento che serve alla comunicazione. In realtà la prima immagine che vi voglio offrire è che la parola assomiglia alla luce. Ed il fatto che la parola assomiglia alla luce ci è indicato dalla nipotina di Sigmund Freud che soffriva di disturbi del sonno e dunque chiedeva a sua madre di starle vicino fino a notte fonda. Ad un certo punto la madre spazientita dice alla piccola: ‘adesso vado di là, ho sonno, spengo la luce, dormi ’ e la bambina rivolta alla madre dice: ‘sì, tu spegni la luce, ma continua a parlarmi perché la tua parola è luce’. La parola porta la luce nella misura in cui allarga l’orizzonte del nostro mondo, nella misura in cui moltiplica i mondi, nella misura in cui, illuminando le cose, le fa esistere in modo nuovo. E questa è la dimensione più straordinaria, bella, della parola”, in tal modo il saggista italiano continua la sua significativa disamina.

Proiettile

“Ma la psicoanalisi ci insegna che accanto a questa rappresentazione della parola luce ce n’è un’altra: quando la parola assomiglia ad un proiettile. Parole che ci hanno attraversato, che ci hanno ferito, che ci hanno fatto sanguinare, che ci hanno fatto soffrire, che ci hanno umiliato, che ci hanno offeso. Quando la parola diventa proiettile? Quando assomiglia all’insulto. La parola può essere molto pericolosa. Dunque, si arresta il movimento luminoso della parola e prevale la violenza sulla parola. Ciò si verifica quando viene meno lo sforzo degli adulti di assumersi le conseguenze delle parole che pronunciano.

Coraggio

“Infine, il terzo ritratto, che è il più breve ma che è anche il più significativo per uno psicoanalista, è la parola come appuntamento mancato, sono le parole che non abbiamo detto, le parole che non abbiamo avuto il coraggio di pronunciare, di dire, di affermare. La parola che è rimasta chiusa nella nostra bocca. Queste per gli psicoanalisti sono le parole che fanno ammalare: le parole non dette sono le parole che si convertono in sofferenza. A volte il corpo nella sua sofferenza dice le parole che non abbiamo osato dire”, attraverso tale terza immagine Massimo Recalcati conclude la sua profonda riflessione.

Non dobbiamo mai dimenticare, pertanto, quanto siano importanti le parole che pronunciamo: queste ultime, infatti, sono in grado di portare la luce nella misura in cui allargano l’orizzonte del nostro mondo; ma al contempo le parole possono ferire proprio come proiettili, infliggendoci sofferenza e mortificandoci fin nel profondo della nostra anima.

Per te, lettore che ci segui, ti sei mai chiesto quali parole hanno lasciato un segno nella tua vita e quali, invece, avresti voluto dire e non hai detto? Le parole restano, nel tempo e nella memoria, molto più di quanto immaginiamo.

Scuola Oggi

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mercoledì 25 febbraio 2026

LA CARTA DELLA DEMOCRAZIA

 

Dialogo, confronto,
 no alle parole d’odio: così ciascuno può difendere la democrazia



LA “CARTA” DI FONDAZIONE GARIWO PER RICOSTRUIRE LA FIDUCIA PARTENDO DAGLI ATTI CONCRETI DI OGNI CITTADINOCHE VOGLIA ESSERE MESSAGGERO DI NON VIOLENZA

 

La Carta della Democrazia, di cui pubblichiamo un’ampia sintesi, è il documento che guiderà tutte le celebrazioni per la Giornata dei Giusti dell’Umanità, che coinvolgeranno i circa 300 Giardini dei Giusti sparsi in tutto il mondo.

Le celebrazioni iniziano idealmente il 6 marzo alla Camera dei Deputati e hanno come fulcro la cerimonia al Giardino dei Giusti di Milano dell’11 marzo, in cui verranno onorati Piero Calamandrei, Martin Luther King, Vivian Silver, Reem Al-Hajajreh e Aleksandra Skochilenko.

 

Oggi, molti anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la caduta del Muro di Berlino, sta accadendo qualcosa di inaspettato per chi ha creduto che i valori della democrazia, del dialogo, della pace e della nonviolenza fossero garantiti. Le immagini delle autocrazie del XXI secolo, che perseguitano e mettono a tacere ogni voce differente, così come il clima di odio e di contrapposizione che si percepisce sulla scena pubblica, ci fanno capire come si sta perdendo il gusto e il richiamo ai fondamenti della democrazia. Cosa può fare dunque la persona comune per arrestare questa deriva, che ci costringe a vivere in un clima sempre più ostile, fino a quasi abituarci a diventare sudditi servili e impotenti?

Ritrovare il gusto del dialogo e dell’ascolto

La prima nostra responsabilità è ritrovare il gusto del dialogo e della conversazione, anche con persone che la pensano diversamente da noi.

Troppo spesso, in un dibattito, lo scopo principale è quello di affermare sé stessi e non quello di cercare con umiltà un orizzonte comune. Questa degenerazione ha inquinato profondamente la vita pubblica, dove i gruppi

politici si affrontano come nemici in un campo di battaglia. Sta, purtroppo, nascendo l’idea che chi governa debba affermare unicamente la propria posizione e non, invece, rappresentare la moltitudine delle opinioni e degli interessi. Da qui nasce il pericolo maggiore per il futuro della democrazia, che si può trasformare, così, in una dittatura della maggioranza o in una democrazia illiberale. Per questo, nel tempo di oggi, essere democratici significa salvaguardare con i propri comportamenti la pluralità umana.

Riscoprire la forza dell’agire comune

Tante volte, anche nei momenti più bui, persone di diverse opinioni si sono ritrovate assieme per cambiare il corso degli eventi. È accaduto durante il confino di Ventotene, quando alcuni intellettuali resistenti scrissero il Manifesto alla base dell’idea di un’Europa unita; è accaduto dopo la caduta del fascismo, quando esponenti di partiti con ideologie diverse scrissero la Costituzione italiana, che unì un Paese intero; è accaduto durante gli anni del potere comunista a Praga, quando personalità con differenti visioni diedero vita a Charta 77, il gruppo che creò le premesse della Rivoluzione di Velluto del 1989; è accaduto negli Stati Uniti, quando nacque il movimento nonviolento di Martin Luther King contro la segregazione razziale. Anche oggi, se nel nostro piccolo saremo capaci di costruire delle esperienze comuni con persone diverse, si può rivitalizzare la democrazia e creare dal basso modalità nuove di partecipazione che possono diventare esempi virtuosi per tutta la società.

Essere un argine all’odio in ogni luogo

Una volta odiare era considerato un sentimento da cui prendere le distanze. Oggi, al contrario, il disprezzo dell’altro è diventato una consuetudine.

Non si discute o si dissente, ma si disprezza e si attacca pubblicamente chi ha un'idea diversa.

Ogni cittadino ha la possibilità di contrastare questo odio se nella propria vita pubblica e privata è capace di manifestare sentimenti di rispetto. Aprirsi agli altri e sentirsi parte di un destino comune è la condizione per sottrarsi all’odio e all’invidia e provare il piacere di vivere la prossimità dell’altro. Come scrisse Etty Hillesum, l’odio è una malattia che deturpa la nostra anima e «ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale».

Avere un controllo sulle proprie parole

Oggi le parole non si perdono e si esauriscono tra le mura di casa e nelle discussioni nei bar, ma con i social si amplificano e durano nella memoria del tempo. Per questo, nella comunicazione virtuale, è importante autoimporsi un galateo etico che preveda l’umiltà di ricercare la verità, di citare le fonti, di evitare che una affermazione affrettata possa ferire una persona. Dobbiamo sempre ricordare il comandamento biblico “non mentire”, perché ogni informazione falsa fatta circolare, anche se in buona fede, inquina la vita democratica del nostro Paese. Possiamo, così, rendere nudo quel nuovo re che ci racconta che i cambiamenti climatici sono una invenzione, che il paese aggredito è un aggressore, che uno sterminio è solo propaganda politica, che un attacco ad un parlamento è legittimo, che dobbiamo difenderci dall’invasione dei migranti.

Essere custodi dell’etica della nonviolenza e messaggeri di pace Una delle grandi conquiste della democrazia è stata la creazione di istituzioni nazionali e sovranazionali che trasformassero le contrapposizioni in dialogo politico, sociale e culturale. Le Nazioni Unite sono nate per affermare il diritto internazionale e istituire luoghi di discussione per trovare soluzioni condivise ai conflitti. Oggi, questi organi non solo si dimostrano impotenti nelle crisi internazionali, ma sono messi in discussione da coloro che ritengono debba prevalere la legge del più forte.

Ognuno di noi ha la possibilità di arrestare il nuovo pericoloso fascino della violenza. Anche con piccole azioni quotidiane. Si può, per esempio, sostenere quei palestinesi e israeliani che, nel conflitto del Medio Oriente, cercano il dialogo e la condivisione; i russi e gli ucraini che cercano di costruire, nonostante la guerra, nuove relazioni; le associazioni di pace che operano in aree di conflitto costruendo scuole, ospedali, corridoi umanitari.

Ricreare lo spazio comune della pluralità umana

 Dobbiamo dare forza a tutti coloro che, nel mondo, in nome della nonviolenza e della sacralità della vita umana, si sentono messaggeri dello spirito della Convenzione di Raphael Lemkin del 1948 sulla prevenzione dei genocidi. Perché la storia ha insegnato che la stazione finale dell’odio, il genocidio, non giunge mai all’improvviso, ma arriva passo dopo passo, proprio quando le parole violente e malate contagiano le persone. Solo attraverso un lavoro interiore che ci fa riscoprire la dimensione morale, possiamo uscire dal nostro piccolo ego, ritrovare il gusto del dialogo con gli altri e la nostra appartenenza all’intera umanità.

 

*Presidente di Fondazione Gariwo

www.avvenire.it  


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IN CERCA DI "SICUREZZA"

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Il caso Rogoredo 

il decreto sicurezza




Foto di Max Fleischmann su Unsplash

-di Giuseppe Savagnone 

Un evidente caso di legittima difesa

Sulle prime pagine dei quotidiani è esplosa come una bomba la notizia della svolta nelle indagini di Rogoredo, con le polemiche a cui ha dato immediatamente luogo. La riportava, in prima pagina, il «Corriere della Sera» del 24 febbraio: «Arrestato agente killer. Scudo penale, è scontro». Ne dava una precisa interpretazione «Il Fatto quotidiano»: «Rogoredo: boomerang per il governo e per il Sì». Su una lunghezza d’onda del tutto diversa, il titolo di «Libero»: «La sinistra manganella la polizia» e, nell’occhiello, si leggeva: «Processo alle forze dell’ordine».

Può essere utile, per capire cosa davvero è successo, cominciare dal 26 gennaio scorso, quando – stando ai resoconti di tutti i giornali – in un parco di Rogoredo, un quartiere della periferia di Milano, un gruppo di poliziotti che pattugliava l’area si era imbattuto in un ragazzo marocchino, Abderrahim Mansouri, di 28 anni, ben conosciuto come pusher, il quale, al loro arrivo, aveva brandito una pistola, costringendo uno di essi, l’assistente capo di polizia Carmelo Centurrino, a estrarre a sua volta la propria arma e a sparargli, uccidendolo.

Caso evidente di legittima difesa. Una sola ombra: quella di Mansouri era una pistola giocattolo, evidentemente inoffensiva. Ma tutti convenivano che il poliziotto non poteva saperlo, tanto più che era sera e c’era buio. Anche se restava irrisolto l’interrogativo sulle motivazioni che avevano spinto il giovane pusher a una simulazione che gli era costata la vita.

Malgrado questo quadro, a termine di legge il poliziotto veniva iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario e si avviavano le indagini di rito. Suscitando però il finimondo negli ambienti della destra al governo. In particolare il vice-premier Matteo Salvini, da sempre sostenitore della necessità di lasciare le mani più libere alle forze dell’ordine per reprimente la criminalità, aveva commentato, a caldo: «Io sto col poliziotto, senza se e senza ma». Per poi esprimere il suo sdegno nei confronti della magistratura e preannunziare misure, da parte del governo, per prevenire in futuro quella che appariva ai suoi occhi un’assurdità : «Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Tutto sbagliato! Nel nuovo pacchetto sicurezza abbiamo previsto una norma che eviti che gli agenti vengano automaticamente indagati dopo essersi difesi. Io sto col poliziotto». 

La polemica era continuata anche nei giorni seguenti, con ulteriori attacchi del vice-premier a «quel pubblico ministero» – il magistrato Giovanni Tarzia –  che per dovere d’ufficio aveva avviato un’inchiesta «veramente ingenerosa, gratuita, eccessiva», aprendo un «fascicolo odioso», come se «quell’agente avesse sparato per uccidere». «Più legittima di fesa di così», aveva fatto notare. E, su questa lunghezza d’onda, la Lega aveva perfino promosso una raccolta firme di solidarietà per l’agente di polizia indagato, a cui è stata consegnata perfino una medaglia.

In questa rovente polemica nei confronti della magistratura, il quotidiano «Il Giornale», molto vicino al governo, aveva aggiunto, nel suo titolo di prima pagina, un riferimento ai disordini di Torino, traendone le conclusioni in vista del prossimo referendum: «Uno dei fermati di Torino è già fuori, mentre un poliziotto è indagato per omicidio per essersi difeso. È vergognoso. Votiamo Sì al referendum».

Pochi giorni dopo, il 5 febbraio, il governo varava il decreto sicurezza, con cui si prevedeva, «per i cittadini e anche per le Forze di polizia», l’esenzione dal l’iscrizione nel registro degli indagati «quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere)». Una versione allargata dello “scudo penale”, inizialmente pensato, in realtà solo per le forze dell’ordine ed esteso a tutte le categorie solo per un intervento del Quirinale, che aveva fatto presente che altrimenti si sarebbe violato il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Ma era evidente e dichiarato il riferimento al caso di Rogoredo, che ha continuato ad essere il simbolo delle ragioni sempre ribadite dalla destra per la stretta sull’ordine pubblico e per una maggiore libertà d’azione dei suoi tutori. Significativo che la premier, a inizio Olimpiadi, abbia voluto visitare proprio la stazione di polizia di Rogoredo, per ringraziare del prezioso lavoro che  vi si svolgeva a favore della comunità.

Il colpo di scena

Poi, ventiquattro giorni dopo i fatti, il colpo di scena. Le indagini della Procura e della polizia hanno fatto emergere elementi che incriminano, senza possibile dubbio, Centurrino. Quello decisivo è che gli esami fatti dalla Scientifica sulla pistola giocattolo hanno rivelato tracce del DNA del poliziotto e non del suo preteso possessore. E il cadavere di quest’ultimo presenta un foro di proiettile non in fronte, come dovrebbe essere se avesse affrontato gli agenti, ma alla tempia, evidenziando che il ragazzo è stato ucciso mentre fuggiva.

Non solo: i colleghi di Centurrino hanno ammesso di non aver mai visto, in realtà, l’arma, né in mano al marocchino né per terra, dopo la sua uccisione, e di avere invece, su richiesta del poliziotto, ritirato dal commissariato una «valigetta nera» che probabilmente la conteneva.

Così, secondo la ricostruzione della procura di Milano – firmata da Giovanni Tarzia, il magistrato detestato da Salvini – Cinturrino aprì il fuoco contro Mansouri «coscientemente e volontariamente (…) in assenza di qualsivoglia causa di giustificazione» mentre il ragazzo «cercava una via di fuga», dopo aver «minacciato i poliziotti» con una pietra «da una distanza incompatibile con la concreta possibilità di colpirli». E la pistola giocattolo sarebbe stata posta accanto al morto dallo stesso assassino, per accreditare la sua messinscena. Alla quale si deve anche il ritardo della chiamata dei soccorsi che ha ridotto le possibilità di salvare la vita alla vittima.

Sono venuti fuori, inoltre, aspetti inquietanti della personalità di Cinturrino, che pare fosse conosciuto col nome di «Luca» dai pusher del quartiere, a cui chiedeva mazzette in denaro e in droga se volevano spacciare senza problemi. In questo contesto  andrà cercata anche la spiegazione dell’assassinio di Mansouri.

Si capisce, a questo punto, l’editoriale di Annalisa Cuzzocrea sul «Corriere»:  «Accade talvolta che la realtà si incarichi di smentire la propaganda (…). I fatti di Rogoredo si sono trasformati da assist per le riforme del governo Meloni in prova della loro pericolosità».

Così come si capisce il commento di Marco Iasevoli su «Avvenire»: «Sul caso-Rogoredo il Governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vicepremier Matteo Salvini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’intero stato maggiore di FdI, Lega e Forza Italia sono costretti, in queste ore, alla capriola più vistosa dell’intera legislatura». Perché, dopo aver cavalcato davanti all’opinione pubblica questa vicenda invocando a gran voce l’introduzione dello “scudo penale” per i poliziotti e rivolgendo alla magistratura «l’accusa di aprire fascicoli contro chi la legge la difende, argomento che calzava bene con la campagna in vista del referendum del 22-23 marzo», si sono trovati totalmente spiazzati.

Meloni ha sfogato sul poliziotto corrotto e assassino quella che ha chiamato la sua  «profonda rabbia», accusandolo di «tradimento nei confronti della nazione» e invocando, da quella stessa magistratura che aveva scusato di essere ideologizzata e inaffidabile, una condanna esemplare.

La stampa di destra se l’è cavata alla meno peggio concentrandosi sul pericolo di strumentalizzare l’accaduto per demonizzare la polizia, sottolineando che, come ha scritto su «Libero» il direttore Mario Sechi, che «a qualsiasi latitudine la sicurezza dei cittadini viene prima di tutto»

Sul fronte opposto, la segretaria del PD Elly Schlein ha esortato il governo a rivedere quella parte del nuovo decreto sicurezza che elimina l’obbligo di iscrizione automatica al registro degli indagati per  chi compie atti di violenza in casi particolari, come «legittima difesa» e «adempimento di un dovere», introducendo così  una norma di «impunità preventiva» per le forze dell’ordine. Che non è, secondo lei, la vera priorità a sostegno delle forze dell’ordine, bisognose piuttosto di maggiori risorse e di un incremento del personale.

Qualche considerazione

Al di là delle schermaglie tra i partiti, mi sembra significativa la riflessione di Mattia Feltri su «La Stampa» a proposito di questa norma, la si chiami o no “scudo penale”: «Ritengo profondamente sbagliata la logica che ispira la legge: se c’è bisogno di un po’ di scrupoli e di trasparenza in più, non in meno, è proprio quando a sparare sono poliziotti e carabinieri, perché a loro è stato concesso per legge, e dunque per volontà popolare, l’uso esclusivo di una forza per  cui si può arrivare a uccidere».

Intanto, proprio la sera del 24 febbraio, con la firma del presidente della Repubblica, è entrato in vigore il decreto sicurezza. In una intervista fatta sul «Corriere della Sera» del 25 febbraio al capo della polizia, il prefetto Pisani, l’intervistatore  gli ha chiesto: se fosse stato già allora vigente «il cosiddetto “scudo penale” per chi commette ipotetici reati con “evidente causa di giustificazione”», esso «avrebbe impedito l’accertamento dei fatti di Rogoredo?» la risposta del prefetto è stata decisa: «Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente».

Una risposta che però, non sembra corrispondere a ciò che l’opinione pubblica percepì in quei giorni. Tutti avevano considerato evidente la dinamica dei fatti e avrebbero sottoscritto le parole di Salvini: «Più legittima difesa di così»… Non si spiegherebbe altrimenti l’esasperazione del leader leghista e di tutta maggioranza nei confronti dell’iscrizione di Centurrino nel registro degli indagati. È difficile, perciò, immaginare che, in presenza di una norma legislativa che la escludeva nei casi di evidente legittima difesa, le indagini sull’operato del poliziotto avrebbero potuto essere condotte.

Come sarà difficile, in futuro, accertare la verità ora che le nuove regole creano una presunzione di legittimità per comportamenti violenti  messi in atto «per legittima difesa» o «adempimento di un dovere» da parte delle forze dell’ordine (perché è ad esse che, evidentemente, questa clausola si attaglia più che a qualunque altra categoria di cittadini) .

E ai magistrati che ci proveranno sarà facile contestare un accanimento ideologico al di là dei limiti previsti dalla legge, specialmente se a giudicarli sarà – come prevede la riforma della giustizia – un’Alta Corte disciplinare presieduta  non più dal presidente della Repubblica, ma da un membro “laico” eletto, in seno all’Alta Corte stessa, tra i giudici nominati dal Presidente della Repubblica o estratti a sorte dall’elenco compilato dal Parlamento in seduta comune. Non per nulla, nella sua protesta conto il pm che indagava sul caso Rogoredo, tutta la destra ha più volte invocato il Sì al referendum, che avrebbe bloccato in futuro magistrati come lui. Ora dipende dagli italiani decidere se vogliono che sia così.

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