venerdì 30 gennaio 2026

IL COLTELLO E LA PAROLA


 QUANDO
IL COLTELLO 

VINCE LA PAROLA

 


Con la violenza il limite viene rigettato e con esso ogni sentimento di fratellanza umana. Educare non significa proteggere i giovani da ogni frustrazione, ma insegnare loro a tollerarne il peso senza trasformarlo in una spinta alla distruzione rabbiosa.

Massimo Recalcati 

La violenza in quanto tale è sempre un’alternativa secca alla parola

Essa non nasce come un semplice impulso animale, ma come una scorciatoia, una via breve, come direbbe Freud, che può consentire a un soggetto o a un gruppo umano di raggiungere il proprio obiettivo senza differimenti. Se infatti l’esercizio della parola introduce distanza, complessità, mediazione, negoziazione, dialogo, la violenza promette una realizzazione immediata del proprio soddisfacimento pulsionale. La violenza porta sempre con sé una tentazione, ovvero quella di raggiungere il proprio obiettivo senza incamminarsi lungo i percorsi tortuosi imposti dalla parola: colpire il rivale in amore, appropriarsi di un oggetto desiderato, imporre la propria superiorità, dimostrare la propria forza, esercitare il godimento della sopraffazione, umiliare l’inerme, sottomettere il nemico. In questo senso, la violenza giovanile che oggi riempie le pagine di cronaca, che sia individuale o di gruppo, è sempre prepolitica. 

Anche quando assume la forma della banda o del branco, il suo movente resta profondamente individualistico: non mira alla trasformazione del mondo, ma alla affermazione narcisistica del proprio Ego. L’altro non è riconosciuto come interlocutore, ma ridotto a rivale, a ostacolo, a bersaglio da colpire e da eliminare. Il coltello prende il posto della parola nell’illusione di costituire chi lo impugna come padrone onnipotente della vita degli altri. Il limite viene rigettato e con esso ogni sentimento di fratellanza umana. 

Ma la psicoanalisi insegna che l’esperienza della frustrazione che scaturisce dall’incontro con un limite insuperabile rappresenta il passaggio necessario all’umanizzazione della vita: non si può avere tutto, non si può godere di tutto, non si può essere tutto. È solo accettando il suo limite che il desiderio può articolarsi, trasformarsi, trovare vie civilizzate di espressione, diventare generativo. Senza limite - senza esperienza della frustrazione –, non c’è costituzione del soggetto, ma solo una spinta pulsionale che esige il suo soddisfacimento immediato. È l’imperativo sociale che oggi domina la nostra vita individuale e collettiva. Per questa ragione, è sempre più difficile per il discorso educativo contemporaneo mostrare l’importanza della frustrazione e della sua metabolizzazione simbolica in ogni processo di formazione. Il nostro tempo ha sostituito al senso dell’impossibile – necessario alla umanizzazione della vita – la chimera individualistica che tutto sia sempre possibile. La cultura della prestazione, del successo rapido, della visibilità e della virtualità, alimenta l’idea che ogni desiderio debba trovare una sua realizzazione spettacolare, senza attese né fatica. 

Il limite

In questo scenario, il limite non appare più come una soglia generativa, ma come un sopruso intollerabile. È da qui che nasce la tentazione giovanile della violenza. Al posto del cammino lungo della formazione s’impone l’illusione della scorciatoia, dell’accesso immediato al soddisfacimento. Al contrario, sappiamo invece che se c’è effetto soggettivo di formazione è solo grazie alle elaborazioni simboliche della frustrazione. 

Il ricorso alla violenza vorrebbe negare ogni frustrazione bruciando le tappe obbligatorie della crescita. La violenza non sopporta il tempo dell’attesa, non riconosce il tempo lungo del percorso, non accetta la mediazione faticosa della parola: essa, come si diceva una volta, vuole tutto e subito. Da questo punto di vista, come ho ricordato in altre occasioni, esiste per la psicoanalisi una profonda omologia tra la violenza e l’allucinazione. Entrambe funzionano come delle “vie brevi” del soddisfacimento. Se, per esempio, il raggiungimento della soddisfazione attraverso il lavoro esige tempo, fatica e rinunce, quello promesso dalla violenza offre l’illusione (allucinatoria) di consumarsi in un solo colpo, in un solo atto. È un godimento senza storia, senza memoria e senza futuro. Educare, allora, non significa proteggere i figli da ogni frustrazione, ma insegnare loro ad assumerne e a tollerarne il peso senza trasformarlo in una spinta alla distruzione rabbiosa. 

La parola

Dovremmo sempre ricordare che la parola non è solo uno strumento della comunicazione – come il pragmatismo scellerato del nostro tempo vorrebbe fare credere – ma è la sola Legge che umanizza la vita, la sola vera alternativa alla violenza. Una parola che non ha come compito quello di moralizzare i nostri figli, ma quello di aprire degli spazi inediti di senso, di alimentare la forza propulsiva del desiderio. Dove, infatti, la parola circola, la violenza perde la sua potenza seduttiva. Dove il limite è riconosciuto come condizione dell’umano, la via breve del passaggio all’atto violento non è più la sola risorsa a disposizione per tollerare la frustrazione.

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I GIOVANI PROTAGONISTI

 


San Giovanni Bosco

 invita ancora a ‘servire’ i giovani


-         di Simone Baroncia

 

“La strenna che ci ha accompagnato l’anno scorso, costruita attorno al tema giubilare della speranza, ha offerto a tutti noi l’opportunità di guardare al mistero di Cristo come fonte di luce che ci aiuta a contemplare le meraviglie di Dio nel momento presente. Abbiamo vissuto momenti che ci hanno rafforzato nella fede in quello che il Signore ha ancora da rivelarci, e abbiamo percepito la speranza come forza del ‘già’ e come coraggio del ‘non ancora’. Abbiamo anche contemplato come per don Bosco la forza della speranza lo abbia aiutato e sostenuto nel suo cammino di scoperta e di messa in pratica del progetto di Dio”: questo è l’inizio della Strenna 2026, ‘Fate quello che vi dirà’, titolo preso dal vangelo giovanneo, scritto dal Rettor Maggiore dei Salesiani, don Fabio Attard, che ha come sottotitolo ‘Credenti, liberi per servire’, in occasione del 150^ anniversario della prima spedizione missionaria salesiana.

In questa Strenna, divisa in  sei capitoli, il Rettor Maggiore invita a farsi guidare da questa frase: “Quest’anno vi propongo di assumere l’invito di Maria, con lo stesso atteggiamento di disponibilità e libertà che vediamo nei servi… Qualsiasi cosa Gesù ci dica, bisogna semplicemente accoglierla, assumerla e viverla, senza se e senza ma. Invito tutti, carissimi sorelle e fratelli, dopo aver vissuto la forza della speranza, quella ‘speranza che non delude’, a permettere che al nostro cuore giungano le parole di Maria, e a prestare il nostro sguardo e il nostro ascolto a Gesù, a quello che ci dirà, nella consapevolezza e nella gioia di essere servi”.

Al direttore dell’oratorio ‘Don Bosco’ de L’Aquila, don Cesare Orfini, chiediamo di raccontare il motivo per cui la Strenna salesiana parte dall’invito della Madre di Dio: ‘Fate tutto quello che vi dirà’?

“Il tempo presente ha bisogno di educatori e pastori di fede solida, al servizio e con disponibilità, come quella dei servi delle nozze a Cana. Don Fabio, successore di don Bosco, autore della strenna 2026, invita a prevenire il ‘fallimento’, cioè la perdita di identità innanzitutto dei gruppi della Famiglia Salesiana ai quali la Strenna è rivolta, sollecitandoli all’ascolto, come quello che chiede Maria ai servi: ‘Fate (ascoltate) quello che Lui vi dirà’. L’ascolto e la fede ci sorregge nel riempire le giare fino all’orlo, per portare l’acqua cambiata in vino alla vita ordinaria, alla realtà che viviamo e condividiamo tutti”.

‘In quella che doveva essere una bella festa di nozze, emerge una difficoltà: manca il vino. Di fronte alla possibilità che una festa si tramuti in un fallimento, troviamo la reazione che esce dal cuore di Maria: bisogna intervenire. E ciò che Maria fa è semplicemente presentare a Gesù la reale situazione’.

 Perché occorre essere liberi per servire da credenti? 

“Dalla fede scaturisce la vera libertà, e la libertà cristiana è innanzitutto libertà dall’individualismo per poi diventare libertà e capacità di donarsi agli altri, rimanendo sempre in ascolto di Cristo. Si chiama servizio, proprio come quello dei servi a Cana, che con la loro fede forte hanno distribuito in abbondanza il ‘il vino buono’. E’ il dono che noi oggi dobbiamo portare ai giovani e ai bisognosi. La missione deve intrecciarsi con il Vangelo per dare compiutezza all’azione verso i giovani”.

 ‘Una prima chiamata che vi invito ad accogliere e su cui riflettere è circa l’atteggiamento di Maria: la donna attenta a ciò che stava capitando attorno a lei. Il vangelo ci dice semplicemente che ‘il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù’. Il vangelo non dà altre informazioni. Ma quando ascoltiamo queste poche parole e le colleghiamo con la sua reazione, cominciamo ad intravedere alcuni elementi significativi del cuore di Maria’. 

Allora in quale modo è possibile accogliere i ‘segni dei tempi’?

“I farisei e gli scribi non sono stati in grado di cogliere i segni che il Regno di Dio era già presente in mezzo a loro.  Lo rifiutarono semplicemente perché le loro sicurezze e rigidità non permettevano loro di essere ‘ in ascolto ’. Il segno di Cana è la novità che entra nella storia dell’uomo, nella quotidiana esistenza, che la libera e la rigenera. Ma deve cambiare l’atteggiamento”.

‘Il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale, caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico che ci fa cercare le anime e servire solo Dio’. 

I salesiani come sono chiamati a ‘servire i giovani’? 

“Fate quello che vi dirà , così come presentato da don Fabio Attard, è diventato un manifesto per l’azione pastorale ed educativa dei salesiani.  Maria non invita a un’obbedienza passiva, ma a dare fiducia, che poi genera libertà vera e apre al servizio. E’ una dinamica progressione, come nella migliore tradizione salesiana: riconoscere, interpretare, discernere. Così, dice don Fabio, si evita ‘l’attivismo cieco e ugualmente la spiritualità intimistica’: in questa dinamica si inserisce il sottotitolo della Strenna, che traccia una traiettoria chiara: dalla fede nasce la libertà, dalla libertà scaturisce il servizio, a favore soprattutto dei giovani e di quanti oggi faticano a trovare il ‘vino’ della speranza”.

‘E qui riconosciamo l’invito a non soccombere al pericolo di una fede che si adegua alla cultura dominante. La dimensione profetica della nostra missione deve fare i conti con un contesto come quello attuale che ‘tira verso il basso’, l’immediato, l’utile e vantaggioso, quello che gratifica qui e ora, quando non il più comodo’. 

In quale modo la fede non si adegua alla ‘cultura dominante’?

“Siamo nella storia e siamo anche chiamati a rigenerarla. La cultura in cui il cristiano opera non è allineata sempre sui valori cristiani. Per essere efficaci nella pastorale è necessario essere in ascolto.

Maria era presenza attenta a tutto ciò che le capitava attorno. Don Fabio dice che Maria ‘ha abbracciato il tempo e la storia’, non è rimasta indifferente. Ha intuito i bisogni, non è rimasta distante. Di fronte alla sfide della cultura odierna non possiamo rimanere indifferenti, dobbiamo farci interpellare personalmente. Dove si preferisce l’anonimato e l’indifferenza, noi, in ascolto di Cristo, accettiamo il rischio e ‘l’audacia della fede’ per portare vino nuovo”.

Dopo 150 anni come continua il sogno profetico di san Giovanni Bosco?

“Rendere protagonisti i giovani, soggetti attivi, non solo destinatari della pastorale. E’ necessario che i giovani trovino spazi dove possano esercitare un cristianesimo coraggioso, vivere una proposta di vita credibile. Fede matura e azione, guidate dalla Parola di Dio, sono il segno di una spiritualità ‘integrale’. La missione di don Bosco spinge verso la collaborazione, la realizzazione di reti, famiglie, comunità, scuole, associazioni, per creare una alleanza pastorale efficace”.

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IL METAL DETECTOR ?


Il metal detector vede le lame, 

l’educatore vede il “volto umano” dei ragazzi. 

La lezione di don Bosco oggi

“Il volto umano della devianza minorile” è quello che sono chiamati a cercare psicologi, insegnanti, educatori. Una riflessione a più voci, a Roma, in occasione della Festa di don Bosco. Il criminologo Silvio Ciappi, l’educatore Ernesto Affinati e don Silvano Oni raccontano il disagio giovanile oltre le scorciatoie securitarie. Perché «le mele marce non esistono»

di Chiara Ludovisi

«In ogni giovane, anche il più disgraziato, vi è un punto accessibile al bene»: suonano come un monito le parole di don Giovanni Bosco, nei giorni in cui parliamo di metal detector a scuola e di eserciti in strada, per rispondere alla devianza dei giovani.

Ma questi sono anche i giorni in cui si ricorda, appunto, l’opera di don Bosco e la sua vita spesa accanto a quei “disgraziati” che ha amato, accolto e accompagnato.

In occasione della Festa di don Bosco, che si celebra il 31 gennaio, una delle realtà salesiane della capitale, Borgo don Bosco, ha ospitato una mattinata di riflessione e approfondimento sul tema “Il volto umano della devianza minorile”. Un titolo che è anche una risposta alla logica securitaria e repressiva che sembra prevalere. 

La posizione emersa è chiara, ferma e comune a tutte le voci intervenute questa mattina, a partire da quella di Sandro Iannini, Sandro Iannini, delegato per l’emarginazione e il disagio dell’Ispettoria centrale. «I metal detector a scuola non sono una risposta possibile per chi ancora crede nell’umanità e nella prevenzione. Servono piuttosto patti educativi, reti, comunità reali capaci di leggere i vissuti dei ragazzi e delle ragazze».

Non esistono mele marce, ma contenitori in cui manca la felicità

Perché «non si nasce criminali, e non esistono mele marce: esistono contenitori marci, contesti che producono solitudine, noia, vergogna, assenza di senso», ha detto Silvio Ciappi, criminologo, autore del recente libro “Il branco. Storie di giovani, violenza e noia”.

«Io è una vita che mi arrabatto intorno alla questione del male», ha esordito. «Ho sempre visto davanti a me contraddizioni». Come quella del ragazzo incontrato pochi giorni prima in carcere: «Non un ragazzo dei palazzi popolari del Quarticciolo, ma un ragazzo di una “villetta”. Perché i delitti di sangue oggi non avvengono solo nelle borgate pasoliniane, ma anche nelle villette, appunto, che nascondono le psicopatologie del vuoto».

Il quadro che Ciappi ha descritto è quello di un mondo “orizzontale”: «Un ragazzo che ha avuto tutto, potrebbe essere mio figlio. Università, viaggi, sport, Erasmus, una famiglia senza fame, senza disoccupazione, senza le tradizionali cause che predispongono al reato. Eppure è un assassino. Ha ucciso la persona che amava». 

Dobbiamo costruire comunità e isole come questa in cui ci troviamo oggi, perché oggi quel che manca è proprio questo: luoghi di incontro, spazi per parlarsi, per riparare ferite. Una comunità intesa come civitas, non come polis

La spiegazione non c’è, ma pure bisogna provare a spiegare ciò che accede. E una spiegazione, per Ciappi, si trova nel «branco, che non è quello fisico che si vede per strada, ma quello digitale, che si nutre di angoscia, di noia e di vergogna, non per ciò che vorrei essere, ma per ciò che dovrei essere, agli occhi degli altri». 

Che fare, allora? «Costruire comunità e isole come questa in cui ci troviamo oggi, perché oggi quel che manca è proprio questo: luoghi di incontro, spazi per parlarsi, per riparare ferite. Una comunità intesa come civitas, non come polis».

E poi bisogna riscoprire, giovani e adulti, la «mitezza, l’umiltà del conoscere e la semplicità delle cose, dietro cui fa capolino la felicità. Perché io mi chiedo: questi giovani che incontro in carcere, che sembra abbiano avuto tutto, sono mai stati felici per quelle piccole cose che possono e devono renderci felici?».

Infine, l’autoscritica: «Noi psichiatri abbiamo psicologizzato, psichiatrizzato, medicalizzato i giovani, con saperi attuariali che non si interrogano più sulle cause del male. Nessuno vuole mettere mani e testa nei luoghi della sofferenza, perché lì ci si possono sporcare le mani. E invece è lì che la vita scorre».

La scuola che pensa ai metal detector può solo peggiorare

Sul fronte educativo, Eraldo Affinati, scrittore e fondatore della scuola di italiano per stranieri gratuita Penny Wirton, ha approfondito il tema, cruciale, della relazione educativa. «L’educatore deve essere maestro e amico: amico quando scende nella notte interiore dell’adolescente, ma anche limite, ostacolo da non superare», ha detto

E sulla base della sua esperienza, come «ragazzo agitato» prima, poi come insegnante alla Città dei Ragazzi e alla Penny Wirton, Affinati lo afferma senza ombra di dubbio: «I giovani non sono solo quelli che uccidono con un coltello. Sono anche i tanti giovani volontari che vengono a insegnare italiano ai loro coetanei stranieri. E i più bravi a farlo sono spesso quelli che a scuola vanno male: qui tirano fuori qualità insospettate, al punto che gli insegnanti non li riconoscono più».

La scuola deve tornare ad essere un’avventura conoscitiva, fondata sulla qualità della relazione. Se sei solo uno spartitore di traffico concettuale e non ti interessa profondamente del ragazzo, lui lo percepisce. E non ti seguirà più

Anche la scuola, allora, può diventare uno di quei «contenitori marci» di cui parlava Ciappi, se non tira fuori il meglio, ma addirittura il peggio dei ragazzi : «Se arriva a pensare di risolvere tutto con i metal detector, non può che peggiorare». La scuola quindi deve cambiare, perché «tanti insegnanti non parlano più con gli studenti e gli studenti a loro volta non parlano, sono intimoriti. La scuola deve tornare ad essere un’avventura conoscitiva, fondata sulla qualità della relazione. Se sei solo uno spartitore di traffico concettuale e non ti interessa profondamente del ragazzo, lui lo percepisce. E non ti seguirà più».

Il carcere minorile, dove i ragazzi si considerano «merde»

Il luogo in cui, per eccellenza, deve essere raccolta la sfida di vedere «il volto umano della devianza minorile» è il carcere. Don Silvano Oni, cappellano al Ferrante Aporti, ci ha introdotto a piccoli passi, a partire dal «rumore continuo delle porte blindate che sbattono e scandiscono le giornate».

Oggi al Ferrante Aporti ci sono 49 ragazzi, di cui 38 minori stranieri non accompagnati. Uno è dentro per aver rubato un telefonino alla persona sbagliata, tanti per altri piccoli reati come questo. Sono ragazzi che non hanno avuto pane, affetto, casa. Tanti non sanno neanche perché hanno commesso reato».

Quando sono entrato in carcere, ho buttato tutte le prediche. Mi sembravano idiote. A noi preti si chiedono risposte, ma finalmente ho capito che dovevo smettere di rispondere, dicendo cosa è giusto e cosa sbagliato. E ho iniziato ad ascoltare le domande

La realtà è che «io in carcere non incontro autori di reato, ma persone che spesso non coincidono con quello che hanno fatto. Eppure, si sentono “merde”, come uno di loro ha scritto chiaramente in un rap».

Osservando e ascoltando questi ragazzi, don Silvano ha cambiato il modo di vedere il mondo: «Quando sono entrato in carcere, ho buttato tutte le prediche. Mi sembravano idiote. A noi preti si chiedono risposte, ma finalmente ho capito che dovevo smettere di rispondere, dicendo cosa è giusto e cosa sbagliato. E ho iniziato ad ascoltare le domande».

Se i metal detector fanno scoprire le lame, l’educatore che entra in rapporto con il ragazzo scoprire «il volto umano» anche dietro la devianza e da quello parte per ricostruire qualcosa che si è rotto, se è vero che criminali non si nasce.  

Il lavoro dell’educatore «è fatto di gesti minimi: guardare, ascoltare, restituire dignità». E lo ha spiegato con la storia di un ragazzo, che «quando parlava teneva sempre una mano davanti alla bocca. Gli ho chiesto perché e alla fine ho scoperto che aveva solo tre denti. Gli abbiamo chiesto se volesse sistemarsi la bocca, ha detto di sì e ora c’è una dentista che, anche grazie alla Caritas, viene in carcere ogni martedì e pieno piano lo sta curando. I ragazzi parlano poco, tanti sono analfabeti anche nella loro lingua, ma se li osserviamo e stiamo accanto a loro senza fretta, ci lasciano scoprire le loro storie e tutto diventerà più chiaro».

Tutto il contrario del decreto Sicurezza e, prima ancora, del decreto Caivano: questo «ha prodotto un sovraffollamento che ha alzato molto lo stress: le occasioni di conflitto aumentano, i ragazzi non possono più incontrarsi tutti insieme, ma solo a piccoli gruppi, perciò alcune attività anche belle si sono perse. Certo, i ragazzi a volte vanno fermati, perché sono treni impazziti, come hanno dimostrato anche le rivolte dello scorso anno. Ma fermarli non può essere l’unica risposta, dopo devono ripartire e noi dobbiamo accompagnarli. Dobbiamo rintracciare in ogni ragazzo qualcosa di positivo e aiutarlo a farlo fiorire, ritrovando la fiducia in se stesso, non identificandosi con l’errore che ha fatto. Perché l’errore non è la fine, ma il punto di partenza». 

VITA

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giovedì 29 gennaio 2026

SESSUALITA' E AMORE SPONSALE

 


Sessualità

 e amore

 sponsale:


cosa troviamo

nella Bibbia?

 

 

 di Cecilia Galatolo

Di recente abbiamo pubblicato un articolo, in dodici punti, sull’intimità coniugale, per offrire una panoramica sulla visione cristiana della sessualità. Il testo ha suscitato un vivace dibattito e non poche polemiche. Molti lettori hanno osservato che la Chiesa ha sempre visto la sessualità come un tabù e un terreno su cui inculcare pesanti moralismi e sensi di colpa. Ascoltando con attenzione queste osservazioni, cosa possiamo rispondere?

Le riflessioni più esplicite sulla sessualità, sviluppate soprattutto con san Giovanni Paolo II e la Teologia del Corpo, non sono una novità dottrinale per la Chiesa Cattolica, ma una riscoperta della bellezza già presente nella Scrittura, in cui si parla esplicitamente di un amore sponsale fatto di corpo, desiderio e dono reciproco. Eppure, le osservazioni di chi ci segue meritano ascolto, tantopiù perché esprimono un modo di sentire diffuso. 

Va detto che le consapevolezze maturate negli ultimi decenni non erano formulate con la stessa chiarezza nella Chiesa di un secolo fa. Tuttavia, è importante precisare che ciò che Papa Wojtyła ha iniziato a compiere con la sa Teologia del Corpo non è stato un cambiamento di dottrina o un’opera di “restyling”, bensì una riscoperta: ha portato alla luce la bellezza già inscritta nella Sacra Scrittura, mostrando come la passione umana sia una dimensione autentica e preziosa dell’amore sponsale.

Leggi anche: Matrimonio e sessualità: l’intimità tra gli sposi cristiani in 12 punti

Un esempio eloquente è il Cantico dei Cantici, che la Chiesa riconosce come vera e propria Parola di Dio. In esso, l’amore passionale tra uomo e donna diventa, nella tradizione giudaico-cristiana, immagine e parabola dell’amore che Dio nutre per l’umanità. 

Prendiamo, ad esempio, un passo particolarmente significativo:

(Cantico dei Cantici 7,1-14)

“Volgiti, volgiti, Sulammita,
volgiti, volgiti: vogliamo ammirarti.
[…]
Quanto sei bella e quanto sei graziosa,
o amore, figlia di delizie!
La tua statura rassomiglia a una palma
e i tuoi seni ai grappoli.
Ho detto: ‘Salirò sulla palma,
coglierò i grappoli di datteri’.
[…]
Io sono per il mio diletto
e la sua brama è verso di me.
Vieni, mio diletto, andiamo nei campi;
là ti darò le mie carezze.”

È evidente come il linguaggio biblico non abbia timore di celebrare la corporeità, la bellezza del corpo, il desiderio reciproco, collocandoli all’interno di una relazione di amore fedele e totale. 

E la sessualità, nella prospettiva cristiana, è una realtà umana di valore e, per questo, è chiamata a essere redenta, illuminata e celebrata all’interno dell’alleanza sponsale. 

Certo, si può obiettare – e in parte è vero – che per secoli questa ricchezza sia rimasta in ombra, spesso per il timore che un approccio più esplicito potesse alimentare la concupiscenza. Ne è derivato, soprattutto in alcune epoche storiche, un grande silenzio attorno alla sessualità, più che una vera riflessione positiva su di essa.

Basti pensare alla fine dell’Ottocento e, in parte, anche all’inizio del Novecento. Molte donne arrivavano al matrimonio con una conoscenza minima – se non nulla – dell’atto sessuale. Nella società borghese e cattolica dell’epoca, la sessualità non veniva spiegata: le madri non ne parlavano alle figlie, la scuola non forniva alcuna informazione, la Chiesa si occupava prevalentemente di morale, non di fisiologia. 

Leggi anche: L’amore chiama per nome: perché i rapporti di sesso occasionali non ci saziano

Alla luce di tutto questo, cosa dire oggi ai nostri lettori? Che la Chiesa ha compiuto – e continua a compiere – un cammino. Un cammino di crescita nella consapevolezza, nella capacità di esprimere ciò che è sempre stato vero. Con san Giovanni Paolo II, molti tabù si sono infranti, non per adeguarsi alla cultura del tempo, ma per tornare con maggiore fedeltà alle sorgenti: la Scrittura, la visione integrale della persona, l’amore vissuto come dono.

Punto Famiglia

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FIGLI DI MAMMONA

 

Quando

 la ricchezza

 diventa 

tirannia



di Francesco Cicione

In dieci giorni l’1% più ricco brucia il “budget” annuale 

di carbonio e, come mostra Oxfam, 

trasforma ricchezza in potere: 

un culto di Mammona che produce fame e disuguaglianze globali

Dieci giorni.

In dieci giorni – dieci soli, fuggevoli giorni – l’uno per cento più ricco dell’Umanità ha esaurito la disponibilità di carbonio annuale. Poi, più niente. Il resto dell'anno diventa surplus. È debito scaricato sui polmoni della Terra. Sui corpi sofferenti dei poveri. È furto del futuro. Travestito da diritto acquisito.

L'Oxfam, nel suo implacabile rapporto del gennaio 2026 – “Resisting the Rule of the Rich: Protecting Freedom from Billionaire Power” – ci pone davanti a uno specchio frantumato. Il recente World Economic Forum di Davos ne ha amplificato la prospettiva. Vi si riflette un’Umanità lacerata. Divisa. Non più soltanto in ricchi e poveri, ma in padroni e sudditi. In creatori del futuro e vittime del presente. In coloro che dettano il tempo e coloro ai quali il tempo è negato. Derubato.

È uno specchio al limitare del quale stanno tremila miliardari, custodi di diciotto trilioni e trecento miliardi di dollari. Avanguardia di una nuova Umanità. O, più precisamente, di una post-Umanità. Un’Umanità che ha deciso di trasformarsi in qualcos’altro: artificiale, aumentata.  Dall’altra parte dello specchio, metà del mondo vive in povertà. Un quarto dell’Umanità non ha cibo sufficiente.

Diciotto trilioni. La cifra più alta mai registrata nella storia. Cresciuta dell’ottantuno per cento dal 2020. Dell’ottantuno per cento! Aumentata di due trilioni e mezzo nel solo 2025. Mentre, fuori dalle porte dorate, brillano incendi, carestie, guerre, naufragi. E dire che, dopo la pandemia, ci eravamo ripromessi di diventare migliori.

Ma il rapporto Oxfam va oltre la mera constatazione delle disuguaglianze. Indaga – con lucidità chirurgica – il nesso profondo che lega ricchezza e potere. Ed è qui emerge una verità scandalosa: la nostra civiltà non si è limitata ad accumulare ricchezza. Ha costruito un modello. Un paradigma. Un’antropologia. Un culto. Il modello dello sviluppo estrattivo, acquisitivo, incrementale. Il modello dell’homo oeconomicus. Il modello della crescita infinita in un mondo finito. Il modello della competizione come legge naturale e della massimizzazione del profitto come misura ultima del valore.

Questo modello potremmo chiamarlo con un nome proprio: il Modello-Mammona. È diventato religione. Prima in occidente, poi nel mondo intero. Con i suoi falsi dei, i suoi templi, i suoi sacerdoti, i suoi seguaci, i suoi riti, i suoi dogmi, i suoi comandamenti.  E, soprattutto, con i suoi frutti. Frutti velenosi, descritti analiticamente dal rapporto Oxfam. I miliardari hanno quattromila probabilità in più di occupare cariche politiche rispetto alle persone comuni. Oltre la metà delle principali aziende mediatiche globali è nelle loro mani. Un milione e trecentomila le morti previste entro fine secolo per ondate di calore imputabili alle emissioni dell’uno per cento più ricco. Quarantaquattro trilioni di dollari i danni economici ai paesi poveri entro il 2050. Il “One Big Beautiful Bill Act”, con cui l’Amministrazione Trump ha appena approvato la più grande redistribuzione di ricchezza verso l’alto degli ultimi quarant’anni. I super-ricchi vedranno ridursi le tasse; i più poveri – coloro che guadagnano meno di quindicimila dollari –vedranno aumentare il proprio carico fiscale. Una persona su quattro non ha cibo sufficiente con regolarità. Metà della popolazione mondiale vive in povertà. Questa è la realtà fotografata in pochi dati sintetici.

Non si tratta più di avere. O di avere di più. Si tratta di essere. O meglio: di non essere. Perché questo modello – il Modello-Mammona – non si limita a distribuire in modo iniquo la ricchezza: esso plasma l'Umano. Lo deforma. Lo riduce. Lo svuota. Lo distrugge. Lo annichilisce. Fa dell’Uomo una funzione del sistema produttivo, un ingranaggio della macchina economica, un consumatore di beni e un produttore di valore aggiunto. Mai – mai davvero – una persona. Un fine in sé. Un mistero irriducibile. Un’immagine di Dio. Cambiano i modelli di sviluppo, ma non cambia – purtroppo – la loro essenza.

Eppure – ed è qui che la riflessione si fa vertiginosa – l’Umanità possiede da sempre un altro Modello. Un Modello non inventato dall'Uomo, ma rivelato all'Uomo. Un Modello che non è teoria, ma Persona. Non idea, ma Incarnazione. Non progetto, ma Storia vissuta. È il Modello-Cristo. Il Modello tradito. La morale cristiana, nella sua essenza più vera, è riprodurre la vita di Cristo Gesù nella nostra vita. Non si tratta di osservare norme astratte: ogni norma è, in realtà, la descrizione della vita di Cristo. Cristo è l’unico Modello da realizzare. È il paradigma perfetto dell'Umano. È la forma compiuta dell'esistenza. È la verità vivente di ciò che siamo chiamati a essere.

Ma che cosa significa, concretamente, realizzare il Modello-Cristo in un’epoca dominata dal Modello-Mammona? Significa vivere una vita radicalmente alternativa. Una vita in cui il primo comandamento non è massimizzare il profitto, ma amare Dio e il prossimo. In cui la misura ultima non è l’efficienza, ma la misericordia. In cui il criterio supremo non è l’accumulo, ma il dono. In cui la legge fondamentale non è la competizione, ma la comunione. Nella verità. Per la verità. Cristo non ha accumulato ricchezze. «Non aveva nemmeno dove posare il capo». Cristo non ha cercato il potere. «Il mio regno non è di questo mondo». Non ha fatto guerre. Non ha calunniato alcuno. Non ha detto false testimonianze. Non ha pronunciato parole vane. Ha abbracciato la croce con purissimo amore, facendo di essa sacrificio per la redenzione del mondo. Ha dato la vita: non l’ha tolta, non l’ha sfruttata, non l’ha mercificata.

Ecco il Modello. Ecco il Paradigma. Ecco la forma alternativa di esistenza che avrebbe dovuto –e dovrebbe ancora – plasmare la civiltà cristiana. E invece? Per secoli abbiamo tentato di servire due padroni. Di conciliare Cristo e Mammona. Di ibridare il Vangelo con la speculazione. Di cercare una sintesi impossibile tra la logica del dono e quella dell’accumulo indiscriminato. Tra il Discorso della Montagna e il desiderio di opulenza. Il risultato – tragico, inevitabile – è quello che Oxfam documenta: abbiamo costruito una civiltà cristiana solo di nome. Nei fatti, abbiamo eretto il più gigantesco tempio mai dedicato a Mammona.

Come si è giunti a questo punto? Come è stato possibile che una civiltà nata dal Vangelo – dalla Buona Novella del Dio che si fa povero, che nasce in una stalla, che muore su una croce – abbia prodotto tremila miliardari mentre metà del mondo vive in povertà? La risposta sta in una separazione fatale. Abbiamo scisso la morale dalla Parola. Dalla vita stessa di Cristo, dal Logos eterno, incarnato. L’abbiamo sostituita con principi astratti. L'abbiamo fondata non più sulla Rivelazione, ma sulla sola ragione. Non più sul Vangelo, ma sulla razionalità. Non più sulla Parola eterna, ma sul consenso mutevole.

Ecco allora la teoria dei «principi non negoziabili». Ma quali sono questi principi? Quelli che, di volta in volta, la ragione dell’Uomo considera indispensabili. Quelli che la coscienza contemporanea può ancora tollerare. Il problema è che, man mano che la ragione si indurisce –nella misura in cui la verità viene soffocata nell’ingiustizia – ciò che ieri non era negoziabile, oggi diventa negoziabile. Domani si potrà abrogare, cancellare, abolire. Questo avviene quando la morale si fonda sulla razionalità dell'Uomo e non sulla verità di Cristo. Quanto lo Spirito Santo condanna, la coscienza indurita non solo non lo condanna più: addirittura lo giustifica. Lo eleva a diritto. Lo trasforma in legge. L’immorale diventa morale.

Così, gradualmente, abbiamo assistito alla dissoluzione del Modello-Cristo. Si tratta di uno slittamento progressivo e invisibile. Ancora in atto. Prima si è detto: la ricchezza non è male in sé. È neutrale. Dipende dall’uso che se ne fa. Poi: accumulare è lecito, purché si rispettino alcune regole minime. Poi ancora: competere è naturale. È inscritto nella natura umana. E ancora: il mercato è efficiente. Redistribuisce meglio dello Stato. Continuando: i ricchi creano ricchezza per tutti. La ricchezza “sgocciola”" verso il basso. E infine – conclusione inevitabile di questa china scivolosa – i miliardari sono benefattori dell'Umanità. Sono innovatori. Sono visionari. Sono coloro che muovono il progresso.

Ed ecco che il Modello-Cristo – quello del Dio che si fa povero – è stato completamente rovesciato. Non più «beati i poveri in spirito». Ma: beati i ricchi, perché di essi è il regno della terra. Non più «non potete servire Dio e Mammona». Ma: servite Mammona e Dio vi benedirà. Questa non è teologia. È ideologia. Non è fede. È idolatria. Non è cristianesimo. È il suo tradimento più radicale. Frutto dell’opera tenace e sofisticata di raffinatissimi “ladri e briganti di verità”.

Perché – ed è questo il punto che l'Armonauta sa e testimonia – la ricchezza (o, meglio ancora, la vita) che non si fa dono, uccide chi la possiede prima ancora di chi ne è escluso. Diventa prigione dorata. Diventa isolamento ontologico. Diventa incapacità di riconoscere l'altro come parte costitutiva del proprio essere. Diventa tirannia.  I super-ricchi – paradossalmente – sono i più poveri di tutti. Poveri di relazione. Poveri di senso. Poveri di eternità. Abitano castelli di sabbia costruiti sulla sabbia mobile delle quotazioni di borsa. Accumulano tesori che la tignola consuma e la ruggine corrode. Si illudono di comprare l'immortalità con la crionica e la longevità con la bioingegneria. Ma non sanno – o non vogliono sapere – che «la vita di un uomo non dipende da ciò che possiede, anche se ricco». Che «chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio» è stolto. Che «nessuno può servire due padroni».

Sarebbe giusto domandarsi, allora: come ridistribuiamo la ricchezza? Di più: che cos’è la ricchezza? A cosa serve? Qual è il suo senso ultimo? E – soprattutto – chi è l’Uomo che può possederla senza esserne posseduto? Qual è il senso più profondo e autentico della vita? La tradizione sapienziale – da Aristotele a Tommaso d'Aquino, da Seneca ad Agostino – ci ha insegnato che i beni esteriori non costituiscono la beatitudine. Che la vera economia è scienza morale, altrimenti è crematistica. Che la ricchezza ha valore solo in funzione d’altro. Che la vera prosperità non è nell’avere ma nell’essere. Ne ha parlato con grande lucidità Cristina Uguccioni su Avvenire lo scorso 20 gennaio, in un bellissimo articolo dal titolo: La lezione di Sant’Agostino: la ricchezza va condivisa. Ma questa sapienza – antica e perenne – è stata progressivamente dimenticata. Sostituita da un utilitarismo amorale che misura il valore in termini di utilità individuale. Da un materialismo pratico che riduce l’esistenza alla massimizzazione del piacere. Da un darwinismo sociale che giustifica la sopravvivenza del più ricco come legge naturale.

L’Uomo che pretende di realizzare non il Modello-Cristo, ma il Modello-Mammona, non diventa più Umano. Diventa meno Umano. Si riduce. Si impoverisce. Si svuota. Perde ciò che lo rende veramente tale. Perde la capacità di accogliere il dono. Di dire grazie. Di inginocchiarsi davanti al mistero. Ecco perché la vera alternativa alla tirannia della ricchezza non è una diversa redistribuzione economica. O meglio: non è solo questo. È un cambiamento di paradigma. È una conversione dello sguardo. E non solo. È conversione integrale. È passaggio dal Modello-Mammona al Modello-Cristo. Dall’economia dell’avere all’economia dell’essere. Dalla logica dell’accumulo alla logica del dono. Dalla tenebra alla luce. Dalla morte alla vita. Dall’inganno alla verità.

È questo – e solo questo – il cammino dell’innovazione armonica. Che non nega il progresso, ma lo orienta secondo il Modello-Cristo. Che non rifiuta la tecnologia, ma la subordina all’Umano vero. Che non disprezza la ricchezza, ma la riconosce come mezzo e non come fine. Che non condanna i ricchi, ma li invita alla conversione. Alla santificazione della loro ricchezza. A viverla da poveri. Come Cristo visse da povero pur essendo ricco. A farla diventare strumento di redenzione e non di oppressione. Perché l’ultima parola non appartiene ai potenti. Non appartiene ai ricchi. Non appartiene a coloro che accumulano tesori sulla terra. L’ultima parola appartiene a Colui che disse: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». A Colui che – pur essendo ricco – si fece povero per arricchire noi della sua povertà. A Colui che non venne per essere servito, ma per servire e dare la vita.

E quella Parola – pronunciata duemila anni fa su un monte in Galilea – continua a risuonare. Continua a giudicare. Continua a convertire. Continua a salvare. Continua ad amare. Continua a indicare il Modello. Anche oggi. Anche ora. Anche qui, nel cuore stesso dell’impero della ricchezza e del potere.

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LA SFIDA DELLA SPERANZA

 


In un tempo in cui il secolarismo determina una realtà dove l'uomo resta come riferimento veritativo e di senso, l'autore affronta le riflessioni sui temi fondamentali della nostra epoca, per confrontarsi sull'idea di uomo e su una comune grammatica dell'umano, che consenta di esercitare una competenza educativa efficace.

Tuttavia, è lecito parlare di un'epoca post-secolare, in quanto le religioni starebbero vivendo una fase di rinascita. 

Però più che un ritorno di Dio, ovvero di una religiosità dai toni pubblici, si evidenzia una religiosità fatta di una pluralità di forme de-istituzionalizzanti e legate alla preminenza dell'autonomia individuale nell'ambito della ricerca e delle pratiche spirituali.

 Nel libro l'autore offre approfondite riflessione per rispondere ad alcune domande: Come siamo passati dal coraggio di rischiare per il bene proprio e della società alla paura che ogni incertezza ci possa travolgere?

Cosa fa di noi dei soggetti umani? Cosa costituisce e fonda la nostra identità?

A quali fondamenti antropologici e pedagogici dovrebbero riferirsi adulti, genitori, insegnanti ed educatori, per guidare la crescita di ragazzi e giovani?

Questo libro nasce da un corso durato tre anni, per un complesso di ventuno lezioni, sette per ogni anno, indirizzato ai docenti delle diverse discipline, di ogni ordine e grado, organizzato dall’Associazione A.I.M.C. di Torino.

Il tema era: L’età secolare e le sue ricadute in ambito educativo.

 

La sfida della speranza nell'età secolare

di Fabio Rondano (Autore)

 Edizioni Ecogeses, 2026

TORNA IL LATINO

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IL RITORNO 

DEL LATINO 

A SCUOLA


Di Andrea Carlino

 

Sulla Gazzetta Ufficiale è pubblicato il decreto che introduce le nuove Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione.

Il provvedimento sostituisce integralmente le Indicazioni del 2012 ed entrerà in vigore l’11 febbraio 2026. Le scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado dovranno adottare i nuovi curricoli a partire dall’anno scolastico 2026/2027, con un’implementazione graduale che inizierà dalle classi prime. Il testo rappresenta una revisione complessiva dell’assetto formativo del primo ciclo e introduce elementi di novità significativi nell’offerta didattica nazionale.

Reintroduzione del latino come disciplina curricolare opzionale

Le nuove Indicazioni reintroducono l’insegnamento del latino nella scuola secondaria di primo grado con modalità curricolare ma opzionale, a partire dalla seconda media. La disciplina sarà denominata “Latino per l’educazione linguistica” e prevederà un’ora aggiuntiva settimanale.

Giuseppe Valditara, Ministro dell’Istruzione e del Merito, ha definito il latino “una straordinaria palestra di logica” che serve a “potenziare il ragionamento” e migliorare la comprensione delle regole grammaticali e sintattiche della lingua italiana.

Il percorso didattico si propone di consolidare le regole grammaticali, arricchire il lessico e sviluppare l’educazione al ragionamento ordinato attraverso il confronto lessicale tra latino, italiano e lingue straniere moderne.

L’approccio prevede l’utilizzo di vocabolari digitali per l’analisi etimologica e attività laboratoriali per la comprensione di frasi e testi latini semplici. Le famiglie potranno scegliere se inserire questa disciplina nel percorso formativo dei propri figli.

Il Ministero sottolinea che attualmente meno del 40% degli studenti italiani ha accesso allo studio del latino, limitato principalmente ai licei classico, scientifico tradizionale, linguistico e delle scienze umane.

Competenze attese e consenso delle famiglie

Il testo ministeriale indica le competenze attese al termine della classe terza. Gli studenti dovranno comprendere l’importanza del latino per raggiungere una piena consapevolezza nella lettura e nella scrittura dell’italiano, riconoscere l’origine latina di parole italiane appartenenti a registri linguistici differenti e comprendere i primi elementi della lingua e della cultura latina.

Le competenze includono la consapevolezza della centralità del latino nella tradizione culturale italiana, con riferimento alla funzione della lingua classica nella produzione di testi e documenti con valenza storico-letteraria e giuridica, compresi quelli presenti nel patrimonio culturale nazionale. Il percorso formativo prevede il confronto interlinguistico con altre lingue flessive e connessioni interdisciplinari con le discipline STEM e l’educazione civica.

Nei mesi scorsi, un sondaggio commissionato dal Ministero su un campione di 1.200 genitori ha rilevato che 6 genitori su 10 apprezzano il ritorno del latino alle medie, con il 63% che valuta positivamente la proposta e il 21% che la giudica molto positivamente. L’indagine evidenzia che quasi il 90% dei genitori ritiene indispensabile il coinvolgimento di tutte le componenti scolastiche nella riforma.

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