martedì 10 marzo 2026

EDUCARE SENZA URLARE


La calma che “funziona sempre”.
 La calma che ti rende un genitore migliore e che, guarda caso, arriva in comode rate: corso, metodo, tabella, mantra, influencer, consiglio “definitivo”.

 Esiste un mito moderno, venduto con copertine pulite e sorrisi igienizzati: la calma eterna. Questo libro entra in quella bugia e la fa a pezzi.

Qui c’è Carla. Impiegata, madre, persona. Una che regge la giornata con le unghie. Una che vive di scadenze, traffico, chat di classe, cena che esplode, vergogna addosso.
E c’è Tiziano. Padre, partner, sopravvissuto del quotidiano. Uno che prova a restare in piedi mentre tutto chiede “ancora”.

Insieme fanno ciò che fanno milioni di coppie, cercano la formula magica per evitare l’urlo. La trovano ovunque, nei manuali, nei post motivazionali, nelle “educazioni” alla moda, nelle promesse lucide da scaffale. Eppure la vita vera resta lì: sporca, veloce, rumorosa, piena di richieste che si accavallano.

Educare senza urlare, la grande truffa della calma è un romanzo satirico, feroce, surreale. Una storia che scardina il culto della perfezione performativa e mette il lettore dentro il meccanismo più comune e più taciuto della genitorialità moderna:
stress → esplosione → obbedienza momentanea → colpa → nuova esplosione.

Qui l’urlo non è un mostro astratto. È una valvola. Un sintomo. Un linguaggio di emergenza quando il corpo finisce le risorse e la società pretende comunque grazia, metodo, coerenza e sorriso.

Tra supermercati trasformati in cattedrali del consumo, mamme-oracolo che dispensano ricette cosmiche, chat di classe diventate tribunali, consigli “positivi” serviti in formato slogan, Carla e Tiziano scoprono una verità scomoda:
la calma venduta come virtù spesso è una forma di controllo. E la vergogna è il carburante perfetto.


Dentro questo libro trovi:

  • una satira spietata della genitorialità perfetta e dell’industria del senso di colpa;
  • scene surreali e grottesche in cui il quotidiano diventa un incubo comico;
  • il lato oscuro dei “metodi”: regole infinite, conseguenze teatrali, minacce travestite da educazione;
  • una verità semplice e concreta: meno prediche, più confini usabili; meno performance, più riparazione;
  • una coppia reale: stanca, tenera, scomposta, viva.

Per chi è questo libro:

Per genitori che amano i propri figli e, nello stesso giorno, sentono il sistema prenderli a schiaffi.
Per chi ha provato i consigli “giusti” e ha scoperto che la vita non segue le tabelle.
Per chi vuole ridere forte e poi riconoscersi, con un brivido.

Questo non è un manuale. È uno specchio.

E dentro lo specchio c’è una domanda che conta più di tutte: che cosa stai davvero chiedendo quando alzi la voce?

 

Educare senza urlare, la grande truffa della calma, sopravvivere ai figli (e agli altri adulti). (Diseducati) Formato Kindle

di Nanto (Autore)  Formato: Formato Kindle

 

lunedì 9 marzo 2026

FEDELTA' E VITA ASSOCIATIVA

 

Come essere fedeli alla nostra storia proiettandoci verso il futuro 



Ne parliamo con Mauro Magatti, 

docente di Sociologia all’Università Cattolica 

del Sacro Cuore di Milano.

Intervizia di L. Malucchi e A. Vai

– Professor Magatti, sgombriamo il campo dagli equivoci… Oggi ha senso parlare di Fedeltà o è un concetto fuori moda?

�«Diciamo che per la sensibilità contemporanea la parola fedeltà non gode proprio di una buona reputazione.

Se si pensa che essere liberi voglia dire poter scegliere sempre e avere continuamente nuove possibilità, allora la fedeltà diventa un problema, perché rappresenta un limite allo scenario di nuovi e diversi orizzonti e di infinite prospettive possibili».

- Eppure, quando pensiamo agli aspetti importanti della vita la parola fedeltà è sempre presente…

�«Sì, la parola fedeltà ha origine dalla parola latina fides, che è la stessa per fede, affidamento, fiducia, fidanzamento. Una delle attribuzioni etimologiche a cui è ricondotta è l’immagine di una corda, non intesa come un laccio che blocca i movimenti, quanto di una corda che sostiene, dà sicurezza».


- Questa è un’immagine molto chiara per chi va in montagna…
� «La fedeltà è appunto quella fune da intrecciare giorno per giorno, con cura e pazienza, così da sperare che possa sorreggerci quando ci troveremo tra i passaggi stretti e impervi della vita.

Vivere la fedeltà significa lavorare perché questa corda, i cui fili sono la nostra storia, i nostri valori, le relazioni che viviamo ogni giorno, resista alla trazione degli impegni che abbiamo preso, delle promesse che ci siamo scambiati. Fedeltà è assolutamente una parola positiva».

- Qual è la relazione fra fedeltà e libertà?

� «Vedete, la libertà ha un piccolo problema. Noi donne e uomini contemporanei vogliamo vivere senza impegnarci in vincoli e legami troppo forti, e alla fine ci perdiamo.

La libertà da sola non tiene una direzione, vuole andare a sinistra, a destra, avanti… in sé medesima la libertà porta dentro questo morbo, questo nucleo di autodistruzione. Assieme a fedeltà e responsabilità, invece, la libertà costruisce un trittico che ci permette di condurre una vita pienamente libera e di non cadere nel non senso».

- Questo rischio è più forte nella “società liquida”?

� «Il principio fondante della società liquida è la continua disponibilità alla novità e questo ha un lato positivo, perché la vita è esattamente questa apertura al nuovo, all’inedito.
L’antitesi che contrappone il nuovo al passato, che ci è spesso proposta, non sussiste nella realtà.

La fedeltà non è conformismo, non è appiattimento su quello che c’è, la fedeltà è quell’inquietudine che riporta sempre i nostri legami alla loro origine, quindi è una spinta di provocazione: essere fedeli non significa essere piatti. In questo senso, la fedeltà è la connessione tra il nostro passato e il nostro futuro.
Essere fedeli significa tornare sempre a quel desiderio che ci ha portato a quella situazione, a quell’incontro, a quell’impegno e spingere avanti quel legame, a quell’appartenenza.
La fedeltà è un impulso di rinnovamento e di desiderio, altrimenti non è fedeltà, sarebbe una tomba».

- Quando e come si costruisce la fedeltà?

� «Sempre stando all’immagine della corda, la fedeltà è un tessuto che si intreccia poco alla volta, che si rafforza nel tempo prendendosene cura.

Rafforza i legami e le relazioni che danno significato all’esistenza.

Per questo lavoro artigianale è necessaria tutta una vita. Quando si è giovani si guarda alla fedeltà sempre con una certa cautela, ma la cosa bella è che questa fune ci tiene ma non si oppone affatto all’esplorazione, all’avventura».

- Ha parlato di relazioni. Come viviamo la fedeltà in questo ambito?

� «Abbiamo detto che la parola fedeltà ha la stessa etimologia di fiducia, affidamento, fidanzamento.

La scelta della convivenza a sfavore del matrimonio è uno dei risultati della confusione rispetto ai temi che stiamo affrontando.

Perché devo promettere fedeltà a un’altra persona, a cui pure voglio bene, e chiudermi così alla possibilità di incontrare in futuro qualcun altro più attraente e più stimolante?
Si rimane quindi in questo dubbio giorno per giorno, e si passa insieme tutta la vita così.
Ciò non rappresenta un peccato nel senso morale del termine, ma ci blocca sempre al punto di partenza.

Stiamo sempre sulla soglia della libertà. Varcare questa soglia vuol dire invece riuscire a dare forma alle cose.

È come se ciascuno di noi si trovasse di fronte alla tela, ancora bianca, della propria vita. Un pasticcione inizierebbe con qualche linea incerta qua e là e poi butterebbe tutto, per ricominciare da capo chissà quante volte. Un artista porta invece a termine il quadro con un’idea precisa del suo progetto, utilizza la fantasia rimanendo fedele al suo talento e al suo stile».

- Cosa vuole dire essere fedeli per un’associazione cattolica?

� «Citando una frase del compositore Gustav Mahler, vivere la fedeltà non vuol dire conservare con cura le ceneri quanto “alimentare il fuoco” che sta all’origine di un’associazione, essendo capaci di una continua ricerca.

Vivere il trittico fedeltà, libertà e responsabilità, e saper leggere in maniera propositiva il rapporto innovazione – tradizione sono atteggiamenti fondamentali anche per un’associazione.
Permettono di rinnovare continuamente le forme, ritornando all’origine ma slanciandosi verso il domani. Il termine che noi usiamo è “generatività” che è la capacità primaria della vita di darsi forme nuove».

Proposta Educativa


sabato 7 marzo 2026

LA MIA ANFORA

DAMMI QUEST'ACQUA


 III Domenica di Quaresima 

(08/03/2026)




Visualizza Gv 4,5-42

Commento di don Roberto Seregni

C'è un piccolo dettaglio in questo racconto della samaritana che mi ha sempre affascinato. La donna, dopo aver dialogato intensamente con Gesù, corre in città ad avvisare i suoi concittadini e dimentica la sua anfora al pozzo. La dimentica perché non ne ha più bisogno: ha incontrato Gesù e l'acqua viva della sua parola. La gioia dell'incontro è così grande che tutto il resto passa in secondo piano. Deve correre veloce e leggera per annunciare che ha incontrato il Messia atteso.

E allora mi chiedo: qual è l'anfora che oggi devo lasciare ai piedi dell'altare? Da cosa devo liberarmi per correre più libero e leggero? Quali sono le zavorre che inutilmente appesantiscono la mia vita?

Provaci: prendi un foglio e una penna. Titolo: "Le mie anfore". E scrivi tutto ciò che ti appesantisce e che in questa Quaresima vuoi mettere nelle mani del Maestro.

Un abbraccio, don Roberto

Parole Nuove

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ESSERE DONNA

 


Dieci studiose credenti, tra teologhe, patrologhe e bibliste, hanno scritto 66 omelie per domeniche e feste

 

di Enzo Bianchi

 Tra i divieti attuali che nella chiesa cattolica molti discutono con rispetto, serietà, approfondimenti dottrinali e senza contestazioni o logiche di potere da acquisire, ve n’è in particolare uno che riguarda i fedeli laici, donne e uomini, i quali, pur potendo partecipare in diversi modi al servizio liturgico, non possono fare l’omelia durante la celebrazione eucaristica. Il Codice di Diritto Canonico dichiara in modo netto che “l’omelia … è riservata al sacerdote o al diacono” (canone 767, § 1).

 Se questa è la legislazione da osservare, è certamente lecito porre domande, chiedere chiarimenti ed esprimere attese e desideri per una revisione dell’attuale disciplina da parte dell’autorità competente. Ci sono ragioni per tale discussione? Crediamo di sì, come già fecero teologi di grande competenza e autorevolezza, tra i quali Jean-Hervé Nicolas e Yves Congar. Insieme a loro ci domandiamo: l’attuale disciplina risponde a un’esigenza dottrinale oppure obbedisce a ragioni di prudenza pastorale?

 Innanzitutto, la predicazione omiletica affidata ad alcuni laici uomini e donne scelti e incaricati dal vescovo non sarebbe una novità nella lunga storia della chiesa fin dall’antichità. Ci basti qui ricordare che nel Medioevo, prima del divieto di predicazione ai laici stabilito nel 1228 da Gregorio IX, i vescovi e il papa concessero il mandatum praedicandi ad alcuni uomini e donne laici, in un fecondo esercizio di rinnovamento all’interno di movimenti evangelici laicali sviluppatisi nella stagione della riforma gregoriana. I poveri di Lione, più tardi chiamati Valdesi, gli Umiliati e altri gruppi chiesero al papa di Roma l’approvazione della loro forma vitae e dell’esercizio della predicazione, ricevendo questa facoltà. La vita evangelica di questi predicatori dava loro un’autorevolezza di competenza e coerenza di vita, sicché la loro parola appariva performativa: si pensi a Roberto d’Arbrissel (1045-1116), che predicava di fronte al clero, ai nobili e al popolo, su approvazione di Urbano II; oppure a Norberto di Xanten (1080-1134), che ricevette l’officium praedicandi da Gelasio II. Ma si ricordi che questo fu possibile anche per alcune donne, tra le quali eccelle Ildegarda di Bingen (1098-1179), proclamata da Benedetto XVI dottore della chiesa, abbadessa che predicò in diverse cattedrali chiamata da vescovi ed ebbe tra i suoi ascoltatori anche Eugenio III.

 E oggi? Nella chiesa del tempo post-conciliare, da quando papa Giovanni con il suo discernimento profetico individuò tra i “segni dei tempi” l’ingresso della donna nella vita pubblica, più volte sentiamo voci – a cominciare da quelle dei papi – che si levano per chiedere una più grande valorizzazione della donna nella chiesa, una sua maggior partecipazione alle diverse istituzioni che la reggono e la organizzano, un riconoscimento a lei di tutte le facoltà che in quanto battezzata possiede di diritto. Non mancano neppure le voci che domandano l’accesso delle donne al diaconato o all’ordine presbiterale, ma su questo tema vi sono pronunciamenti recenti e netti del magistero.

 C’è invece una strada alquanto decisiva per la valorizzazione della donna nella chiesa, una possibilità che riguarda più in generale i fedeli, uomini e donne, possibilità già esperita nella storia della chiesa e di fatto presente, nonostante l’attuale disciplina, in molte chiese locali: la presa della parola nell’assemblea liturgica da parte di fedeli laici, uomini o donne.

 Un chiaro e inequivocabile messaggio in questa direzione viene dal volume curato del Coordinamento delle teologhe italiane, Senza Indugio, Con voce di donna, Omelie per l’anno C, edito da Il Portico, Edizioni Dehoniane di Bologna. Alice Bianchi, Emanuela Buccioni, Donata Horak, Giulia Lo Porto, Cettina Militello, Donatella Mottin, Marinella Perroni, Simona Segoloni Ruta, Cristina Simonelli, Silvia Zanconato sono dieci donne credenti, a diverso titolo teologhe, patrologhe e bibliste, appartenenti a due generazioni, che pubblicano sessantasei omelie distribuite sulle domeniche e le feste dell’anno liturgico attualmente in corso. E lo fanno appunto, senza indugio, cioè con quella risolutezza che l’evangelo secondo Luca riconosce ad alcuni personaggi. 

 Quella concitazione, quell’affrettarsi che nasce da quanto visto e udito: Maria si precipita dalla cugina Elisabetta, i pastori di Betlemme vanno subito verso il bambino appena nato, i discepoli di Emmaus che tornano in fretta a Gerusalemme dopo l’incontro con Gesù risorto. “È sembrato infatti alle autrici e agli editori che senza indugio rendesse bene l’esito dell’incontro con il vangelo – felice inquietudine, convinta passione, solerte azione”. I testi che questo volume raccoglie non sono semplici commenti al vangelo, ma sono vere e proprie omelie, pensate, scritte e destinate alla comunità liturgica.

 Dall’incontro di queste dieci autrici con l’evangelo secondo Luca sono nate delle omelie che comprovano e confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, non solo che le donne sanno predicare la parola di Dio quanto gli uomini, ma che letto e interpretato da donne preparate e competenti l’evangelo acquista armonie nuove e diverse. La chiesa sarà più ricca quando le donne potranno pronunciare l’omelia.

 Molti, tra cui papa Francesco, mettono in guardia dalla “clericalizzazione delle donne”, paventando il pericolo che le donne riempiano le sacrestie invece di essere cristiane nel mondo. Credo invece che, concedendo ad alcuni laici di tenere a volte l’omelia durante la liturgia eucaristica, essi non vengano clericalizzati, ma venga riconosciuto un dono a chi tra loro lo possiede. Véronique Margron, Catherine Aubin, Dominique Coatanéa e altre teologhe e teologi non solo sono favorevoli a tale possibilità, ma vi vedono il riconoscimento della presenza di doni che lo Spirito dispensa come e quando vuole, sempre tenendo fermo il necessario discernimento e riconoscimento da parte del vescovo.

Leggendo Senza indugio e gustando le omelie contenute sorge spontanea la domanda: perché l’unica voce che nella liturgia proclama il Vangelo è sempre quella di un uomo e mai quella di una donna? La chiesa dovrebbe esprimersi a due voci, maschile e femminile, perché la lettura e l’interpretazione delle sante Scritture assumono nei due casi accenti diversi, che possono solo arricchire il popolo di Dio in ascolto.

 Si pensi anche alla situazione delle comunità monastiche femminili, dove il cappellano, sempre e solo lui, fa l’omelia ogni giorno e le monache non ascoltano se non lui, senza avere mai la possibilità di predicare, pur essendo un gruppo un gruppo ristretto e capace di far udire le loro rispettive voci in modo autorevole nella liturgia eucaristica.

Del resto, come dimenticare che Gesù ha predicato nelle sinagoghe di Nazareth e di altre città senza essere né un sacerdote né un rabbino ordinato, ma lo ha fatto per carisma profetico e perché incaricato dai capi delle diverse sinagoghe?

 Se l’apostolo Paolo ha potuto scrivere “le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare” (1Cor 14,34), oggi si avverte la necessità, almeno in Occidente, che nelle assemblee della chiesa la parola sia data anche alle donne e a loro sia permesso parlare.

 Blog di Enzo Bianchi

 

Papa Leone XIV – LE DONNE NELLA CHIESA E NELLA SOCIETA’





EDUCARE ALLA BELLEZZA

 

Scuola, siglato con il Ministero della Cultura il Protocollo “Educare alla e con la bellezza



Valditara: “La bellezza non è solo un valore estetico, ma rappresenta l'identità del nostro Paese”.

 Giuli: "Comprendere la bellezza è la base della creatività e della cultura"

Il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e il Ministro della Cultura Alessandro Giuli hanno siglato un Protocollo d’intesa per rafforzare la cooperazione tra scuola, arte e territorio e promuovere la crescita culturale, artistica e civica delle nuove generazioni.

“Nelle scuole che visito sottolineo sempre l’importanza di un’educazione alla bellezza. La bellezza non è solo un grande valore estetico, ma un elemento che rappresenta l’identità del nostro Paese: è parte integrante della nostra storia, della nostra cultura e della nostra tradizione. Portare le opere d’arte nelle scuole può rappresentare uno strumento straordinario per educare concretamente i nostri giovani alla bellezza”, ha dichiarato il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara.
"Il valore di questo Protocollo sta nel riconoscere, come Ministero della Cultura e come Ministero dell'Istruzione e del Merito, il fatto che la bellezza esiste, ha un suo canone ed è un bene non negoziabile. Quando si coglie la potenza della creatività, in un fiore o in un verso, si capisce che obbedisce a un concetto di armonia, di proporzione, di complementarità tra principi che fanno parte della bellezza del cosmo: il sole, la luna, il maschio, la femmina, tutto ciò che fa della natura qualcosa di straordinario. Questo l'abbiamo imparato dai nostri antenati e cerchiamo di tradurlo in modo serio, non intrusivo e non assertivo: semplicemente riconoscendo che l'educazione alla bellezza è la nostra missione principale", ha dichiarato il Ministro della Cultura Alessandro Giuli.

Il Protocollo prevede la promozione, nelle istituzioni scolastiche, di iniziative volte a valorizzare il patrimonio artistico e a rafforzare l’alfabetizzazione all’arte come strumento per educare alla bellezza promuovendo i talenti di ogni giovane.
L’intesa mira, inoltre, a riconoscere l’arte quale strumento di riqualificazione degli edifici scolastici e di rigenerazione culturale dei territori caratterizzati da marginalità sociale ed economica, anche attraverso l’allestimento di spazi espositivi dedicati all’interno delle Scuole secondarie di II grado e il coinvolgimento di enti pubblici e privati per la realizzazione di mostre, iniziative e collaborazioni dedicate.

Ecco i dettagli principali del protocollo:

  • Obiettivo: Rafforzare la cooperazione tra scuola, arte e territorio per la crescita culturale e civica degli studenti.
  • Azioni chiave: Allestimento di spazi espositivi nelle scuole secondarie di secondo grado e realizzazione di mostre e iniziative in collaborazione con enti pubblici e privati.
  • Riqualificazione: L'arte viene utilizzata come strumento di rigenerazione culturale e miglioramento degli ambienti scolastici.
  • Focus: Valorizzazione del patrimonio culturale e promozione dei talenti giovanili.
  • Visione: La bellezza è intesa non solo come valore estetico, ma come parte dell'identità nazionale e strumento di cittadinanza. 

Ministero

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I CAMMINI DELL'EDUCAZIONE

 


Il Papa: educare è promuovere dignità, giustizia, fiducia in un mondo di conflitti

 

-diAntonella Palermo - Città del Vaticano

 

Davanti ai tanti milioni di bambini nel mondo ancora senza accesso alla scolarizzazione primaria, e alle drammatiche situazioni di emergenza educativa provocata da guerre, migrazioni, diseguaglianze e diverse forme di povertà, come è interpellata l’educazione cristiana? Sono solo alcune delle domande da cui prende le mosse Papa Leone XIV nella sua Lettera apostolica “Disegnare nuove mappe di speranza” firmata ieri, 27 ottobre, e oggi diffusa, in occasione del 60mo anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum Educationis. Un testo, sottolinea Leone, che in un ambiente educativo complesso, frammentato, digitalizzato come quello attuale, “non ha perso mordente”, anzi mostra “una tenuta sorprendente”.

Quel messaggio di slancio delle comunità educative a costruire ponti in modo da offrire, con creatività, formazione professionale e civile a scuola e in università, si rivela oggi infatti quanto mai valido e urgente, afferma il Papa. La direzione da seguire è pertanto quella già indicata nel documento del Vaticano II che ha dato origine a una costellazione di opere e carismi, patrimonio spirituale e pedagogico prezioso.

Spiccato è il dinamismo che attraversa la Lettera di Leone XIV che invita a usare i carismi educativi sempre come risposta “originale” ai bisogni di ogni epoca. Citando Sant’Agostino - il quale aveva compreso che il maestro autentico suscita il desiderio della verità, educa la libertà a leggere i segni e ad ascoltare la voce interiore -, il Pontefice accenna al contributo che nei secoli è stato maturato in questo ambito: dal Monachesimo, capace, anche nei luoghi più impervi, di portare avanti questa tradizione, all’opera degli Ordini Mendicanti, e alla Ratio Studiorum in cui confluirono il filone della scolastica e quella della spiritualità ignaziana. Ricorda poi l’esperienza di San Giuseppe Calasanzio con le scuole gratuite per i poveri, quella di San Giovanni Battista de La Salle, con l’attenzione ai figli di contadini e operai a cui si sarebbero dedicati i Fratelli delle Scuole Cristiane, e ancora l’impegno di San Marcellino Champagnat a superare ogni discriminazione nell’opera educativa, quello storico di San Giovanni Bosco con il suo “metodo preventivo”. Non tralascia, il Papa, di nominare il coraggio di tante donne che, ricorda, hanno aperto varchi per le ragazze, i migranti, gli ultimi: Vicenza Maria López y Vicuña, Francesca Cabrini, Giuseppina Bakhita, Maria Montessori, Katharine Drexel o Elizabeth Ann Seton.

L’educazione cristiana è opera corale

Ci tiene molto, il Papa, a sottolineare l’importanza del “noi”, a ribadire che “nessuno educa da solo”: nella comunità educante il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio, i pastori e la società civile convergono per generare vita. La ripresa del pensiero di San John Newman – che proprio nel contesto del Giubileo del mondo educativo viene dichiarato co-patrono insieme a San Tommaso d’Aquino – è qui particolarmente pertinente per “invitare – spiega il Papa - a rinnovare l’impegno per una conoscenza tanto intellettualmente responsabile e rigorosa quanto profondamente umana”. Nel mettere in risalto la vivacità da alimentare negli ambienti educativi, afferma che occorre “uscire dalle secche col recuperare una visione empatica e aperta”. E aggiunge:

Non si devono separare il desiderio e il cuore dalla conoscenza: significherebbe spezzare la persona. L’università e la scuola cattolica sono luoghi dove le domande non vengono tacitate, e il dubbio non è bandito ma accompagnato.

Educare è un compito d’amore, ricorda il Successore di Pietro che parla dell’insegnamento come di “un mestiere di promesse” giacché si promette tempo, fiducia, competenza, giustizia, misericordia, coraggio della verità, balsamo della consolazione.

Una persona non si riduce a un algoritmo

Nella Lettera apostolica Leone XIV riprende quel concetto centrale contenuto nel documento conciliare che mette in guardia da ogni riduzione dell’educazione ad “addestramento funzionale o strumento economico” e ribadisce che “una persona non è un ‘profilo di competenze’, non si riduce a un algoritmo prevedibile, ma un volto, una storia, una vocazione”. E insiste:

L’educazione non misura il suo valore solo sull’asse dell’efficienza: lo misura sulla dignità, sulla giustizia, sulla capacità di servire il bene comune.

Ricostruire la fiducia in un mondo di conflitti

Secondo una visione che non vuole essere meramente nostalgica ma ben radicata al presente, il testo di Papa Leone usa la metafora delle stelle nel firmamento per dire che i principi a cui si fa riferimento sono “stelle fisse” e “dicono che la verità si cerca insieme; che la libertà non è capriccio, ma risposta; che l’autorità non è dominio, ma servizio”. Da qui ancora la riaffermazione di non costruire muri, di educare alla mondialità e alla concordia tra persone e popoli:

L’educazione cattolica ha il compito di ricostruire fiducia in un mondo segnato da conflitti e paure, ricordando che siamo figli e non orfani: da questa coscienza nasce la fraternità.

Intrecciare fede, cultura e vita

L’accento posto sulla centralità della persona nell’opera educativa – come Papa Francesco evidenziava anche nella Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona -, porta il Pontefice a un ricordo personale che lo riporta alla sua missione in Perù, nella “amata diocesi di Chiclayo” dove, racconta, visitando l’università cattolica San Toribio de Mogrovejo, rassicurava la comunità accademica: non si nasce professionisti – diceva all’epoca -, ogni percorso universitario si costruisce passo a passo, libro a libro, anno per anno, sacrificio dopo sacrificio. Torna ancora il modo di concepire da un lato la scuola cattolica e dall’altro il corpo educante, tenuto conto che non bastano gli aggiornamenti tecnici per ritenersi al passo coi tempi, ma sempre è necessario il discernimento:

La scuola cattolica è un ambiente in cui fede, cultura e vita si intrecciano. Non è semplicemente un’istituzione, ma un ambiente vivo in cui la visione cristiana permea ogni disciplina e ogni interazione. Gli educatori sono chiamati a una responsabilità che va oltre il contratto di lavoro: la loro testimonianza vale quanto la loro lezione. Per questo, la formazione degli insegnanti — scientifica, pedagogica, culturale e spirituale — è decisiva.

Fare rete, la famiglia resta il primo luogo educativo

L’espressione “alleanza educativa” che ricorre nel testo della Lettera è emblematica per precisare quanto la famiglia non possa essere sostituita da altre agenzie educative: si tratta di collaborare e di essere consapevoli che la priorità educativa attiene a questo nucleo.

Necessari sono l’ascolto, l’intenzionalità, la corresponsabilità: “È fatica e benedizione: quando funziona, suscita fiducia; quando manca, tutto si fa più fragile”. Del resto, lo stesso Concilio pone questa responsabilità dei genitori a fondamento di una sana istruzione. Se il mondo è interconnesso anche la formazione deve esserlo, promuovendo la partecipazione a ogni livello e abbandonando rivalità retaggio del passato e unendo ogni sforzo per una sana e fruttuosa convergenza tra scuole parrocchiali e collegi, università e istituti superiori, centri di formazione professionale, movimenti, piattaforme digitali, iniziative di service-learning e pastorali scolastiche, universitarie e culturali. Ciò che conta, secondo la visione di Papa Leone, è coordinare la pluralità dei carismi per comporre un quadro “coerente e fecondo”, facendo tesoro di eventuali differenze metodologiche e strutturali le quali vanno considerate delle risorse, non delle zavorre.

Il futuro ci impone di imparare a collaborare di più, a crescere insieme.

 L’educazione cattolica unisca giustizia sociale e ambientale

L’obiettivo da cui non bisogna scostarsi è quello della formazione integrale della persona, in cui la fede viene considerata non “materia aggiunta”, ma “respiro che ossigena ogni altra materia”. Solo così, specifica la Lettera, l’educazione cattolica diventa “lievito” per un umanesimo integrale che abiti le domande del nostro tempo. E il nostro tempo, purtroppo, segnato in più parti dalle guerre, chiede proprio un’educazione alla pace che, si precisa ancora una volta, non è assenza di conflitto ma “forza mite che rifiuta la violenza. Un’educazione alla pace ‘disarmata e disarmante’ insegna a deporre le armi della parola aggressiva e dello sguardo che giudica, per imparare – sottolinea il Vescovo di Roma - il linguaggio della misericordia e della giustizia riconciliata”.

Dimenticare la nostra comune umanità ha generato fratture e violenze, e quando la terra soffre, i poveri soffrono di più. L’educazione cattolica non può tacere: deve unire giustizia sociale e giustizia ambientale, promuovere sobrietà e stili di vita sostenibili, formare coscienze capaci di scegliere non solo il conveniente ma il giusto.

 Le tecnologie servano la persona, senza sostituirla

Mentre Leone XIV, attingendo sempre al Vaticano II, rimette in guardia dal rischio di “subordinazione dell’istruzione al mercato del lavoro e alle logiche spesso ferree e disumane della finanza”, in merito alle tecnologie lancia un messaggio chiaro:

devono arricchire il processo di apprendimento, non impoverire relazioni e comunità. Un’università e una scuola cattolica senza visione rischiano l’efficientismo senza anima, la standardizzazione del sapere, che diventa poi impoverimento spirituale.

In particolare, il Papa afferma che “nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino, l’educazione all’errore come occasione di crescita”. E aggiunge, entrando nel vivo del dibattito pubblico contemporaneo, che “l’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza”.

Meno cattedre e più tavole dove sedersi insieme, senza gerarchie inutili

Raccogliendo l’eredità profetica di Papa Francesco, dunque, con la Lettera Disegnare nuove mappe di speranza”, Papa Leone aggiunge tre priorità ai sette percorsi già illustrati dal predecessore nel Patto Educativo Globale:

La vita interiore

La prima riguarda la vita interiore: i giovani chiedono profondità; servono spazi di silenzio, discernimento, dialogo con la coscienza e con Dio. La seconda riguarda il digitale umano: formiamo all’uso sapiente delle tecnologie e dell’IA, mettendo la persona prima dell’algoritmo e armonizzando intelligenze tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. La terza riguarda la pace disarmata e disarmante: educhiamo a linguaggi non violenti, riconciliazione, ponti e non muri; «Beati gli operatori di pace» (Mt. 5,9) diventi metodo e contenuto dell’apprendere.

Meno sterili contrapposizioni, più sinfonia dello Spirito

La richiesta lanciata dalla Lettera è, in conclusione, quella di disarmare le parole, alzare lo sguardo, custodire il cuore.

Il mandato alla comunità educante, tuttavia, non ignora le fatiche: “l’iper-digitalizzazione può frantumare l’attenzione; la crisi delle relazioni può ferire la psiche; l’insicurezza sociale e le disuguaglianze possono spegnere il desiderio”.

Qualità, coraggio, gratuità

Proprio in questo quadro del presente, servono “qualità e coraggio”, da praticare in vista di una sempre maggiore inclusività che non sia indifferente verso le povertà e le fragilità, perché, rimarca il Papa, “la gratuità evangelica non è retorica: è stile di relazione, metodo e obiettivo”.

Beati gli operatori di pace (Mt 5,9) diventa sia il metodo che il contenuto dell’apprendimento”.

 Vatican News

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QUALE FUTURO PER L'IRAN?

 

Verso un

 Iran libero 

democratico?

By Giuseppe Savagnone 

Il diavolo e l’acquasanta

Il quotidiano cattolico «Avvenire» del 5 marzo ha aperto con un titolo in prima pagina che riportava le parole del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin: «Le guerre preventive incendiano il mondo». Chiaro riferimento alla motivazione ufficiale dell’attacco all’Iran, definito «preventivo» dal governo israeliano e giustificato dal presidente americano Trump con un’argomentazione analoga: «Se non avessimo attaccato noi, lo avrebbero fatto loro».

È proprio questa la logica che Parolin respinge con decisione nel suo intervento: «Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva’” secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme», ha detto ai media vaticani. «È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato».

Parole che ribadiscono e specificano il messaggio continuamente ripetuto da papa Leone nei suoi appelli, in cui sembra smascherato in anticipo il pretesto di questo attacco all’Iran: «Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace».

Già, perché l’«attacco preventivo» ha naturalmente come obiettivo il raggiungimento di una pace “vera”, che si può ottenere solo eliminando ogni minaccia. E che l’Iran sia una minaccia per la pace è certo. Ma, dice il papa, non si persegue la pace facendo la guerra. 

È la smentita della filosofia imposta da Trump all’Europa – quando l’ha costretta ad aumentare al 5% del Pil le spese militari – e oggi ormai sposata senza riserve da tutte le nazioni del Vecchio Continente, ad eccezione della Spagna, l’unica ad avere resistito con fermezza alle pressioni del presidente americano per il riarmo.   Il motto ripetuto da tutti i governi, a cominciare dal nostro, è «si vis pacem para bellum», “se vuoi la pace prepara la guerra”.

Il contrario di ciò che la Chiesa cattolica, per bocca dei suoi pontefici, ripete ormai da decenni: «Se vuoi la pace prepara la pace», perché essa non può essere il frutto della paura, ma deve maturare attraverso un lungo, paziente processo in cui non ci si limita a temersi, ma si impara ad accettarsi a vicenda.   

Curiosamente, l’unica voce che, a livello internazionale, in questo momento corrisponde pienamente a questa posizione alternativa della Chiesa, è quella del premier socialista spagnolo Pedro Sánchez. Un anticlericale, noto per le sue posizioni di rottura aperta nei confronti dell’etica cristiana in bioetica, detestato dalla destra cattolica spagnola e, secondo gli ultimi esiti elettorali parziali, prossimo a soccombere, anche per scandali che hanno coinvolto i suoi più stretti collaboratori.  

Ebbene, proprio Sánchez, allo scoppio di questa crisi, ha rivolto agli spagnoli un discorso che, anche in Italia, ha molto colpito molti commentatori, che l’hanno su più testate giornalistiche ripreso con ammirazione (qualcuno lo ha definito “storico”).

«La posizione della Spagna», ha detto il premier – «in questo momento è chiara e forte, è la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza: in primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che ci protegge tutti – soprattutto i più indifesi, la popolazione civile – e, in secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo attraverso il conflitto, attraverso le bombe».

Tutto ciò non comporta, ha spiegato, alcuna complicità con il perverso regime iraniano: «La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è. Certamente il popolo spagnolo non lo è e, ovviamente, non lo è nemmeno il governo spagnolo. La questione, invece, è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace». Perché «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità».

I danni collaterali

Questa inedita convergenza tra un politico laicista e i vertici della chiesa cattolica sul rifiuto della logica delle armi – che porta inevitabilmente a usarle per la guerra – è tanto più rilevante in quanto si pone in alternativa alla linea seguita non solo dagli Stati Uniti, tradizionale capofila nella difesa dei valori dell’Occidente, che in questo caso sono addirittura i principali “signori della guerra”, ma anche dell’Unione europea e della stragrande maggioranza dei paesi che ne fanno parte.

Dopo avere ossessivamente ripetuto, durante i due anni di guerra a Gaza, che il discrimine tra la parte giusta e la parte sbagliata sta nella netta differenza tra aggressore e aggredito, per giustificare così gli spaventosi massacri di innocenti compiuti da Israele «per difendersi», i governi occidentali e l’opinione pubblica che li sostiene improvvisamente hanno scoperto che ci sono aggressioni che sono giustificate e che dunque non mettono dalla parte del torto chi le fa. Nessuno ha condannato l’attacco, a lungo preparato e preannunciato, degli Stati Uniti e di Israele all’Iran. 

Il massimo della presa di distanze, per quanto riguarda l’Italia, è stata l’ammissione – fatta in parlamento quasi di passaggio e senza alcun tono di denunzia, dal ministro Crosetto – che l’iniziativa di USA e Israele «è stata al di fuori delle regole del diritto internazionale».

Anche se poi il mantra aggressore-aggredito è riapparso quando si è trattato, invece, di deprecare e sanzionare il lancio di missili dell’Iran sui paesi arabi del medio Oriente, alleati dell’Occidente.

Ma per il resto, ha prevalso l’esultanza per l’uccisione, da tempo prevista e calcolata,  del capo dello Stato iraniano Khamenei e per la prevedibile prossima fine del regime degli ayatollah. È come se bombardando a tappeto Teheran giorno e notte, gli aerei e i missili americani e israeliani avessero avuto come bersaglio solo i “cattivi”. Dei civili innocenti uccisi neppure una parola. È l’applicazione a questa campagna militare della filosofia praticata da Israele a Gaza: per colpire i terroristi si deve provocare, come inevitabile danno collaterale, la morte di coloro che gli fanno da “scudo umano”. Ospedali, scuole, moschee, ovunque ci sia il sospetto che il nemico si annidi, sono in quest’ottica un legittimo bersaglio.

Ma l’entusiasmo per la fine della tirannide degli ayatollah ha coperto tutto. Così la nostra presidente del Consiglio ha dichiarato, all’inizio della guerra: «Il nostro pensiero va alle donne e alle ragazze iraniane, per loro nutro una profonda ammirazione». Non ha detto nulla, invece, sulla notizia spaventosa che già circolava, di ben 160 (centosessanta!) bambine tra i sei e gli undici anni morte nel bombardamento del loro collegio.

Forse perché Israele si era premurato di smentire, affermando che in quella zona del paese non c’erano stati bombardamenti. Solo che questa, ancora una volta, come in tanti altri casi durante la guerra di Gaza, era una menzogna. Gli accertamenti fatti da alcuni grandi giornali occidentali sulla base delle rilevazioni satellitari hanno dimostrato che il collegio in questione era collocato nelle vicinanze di una base militare iraniana, che era stata attaccata. Le bambine erano “danni collaterali”.

Ritornano le parole del primo ministro spagnolo: «La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è». Ma «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità», a una violenza con altre violenze. Come ha detto papa Leone, proprio riferendosi al presente conflitto, «la violenza non è mai la strada giusta». Non lo è sul piano umano: «Lo vediamo» ha detto il pontefice, «nella tragedia a Gaza per esempio, dove tanti bambini sono morti, sono rimasti senza genitori, senza scuola, senza dove vivere. Allora dobbiamo cercare la risposta: essere promotori di pace, con il dialogo, imparare a rispettarci gli uni gli altri, rifiutare la violenza».  

La memoria cancellata

Ma anche se ci si limita a guardare gli effetti politici appare chiaro il totale fallimento di tutte le guerre intraprese negli ultimi decenni dall’Occidente nei confronti dell’Oriente sventolando la bandiera dei diritti umani e della democrazia.

A cominciare dall’invasione dell’Afghanistan, nel 2001, da parte del presidente americano George Bush jr, dopo l’attentato alle torri gemelle, per distruggere il potere dei talebani, alla cui ombra si riparava il terrorismo spietato di Al Quaeda.  La guerra andò bene e, occupata Kabul, fu instaurato un governo moderato, sostenuto non solo dalle truppe americane, ma anche da quelle di vari paesi della NATO. Trionfo della democrazia, a prima vista. Ma il risultato è stata una guerriglia durata vent’anni, che alla fine ha costretto l’Occidente a una fuga ignominiosa, abbandonando i sostenitori del governo democratico alla vendetta dei talebani, che il 15 agosto 2021 entrarono trionfalmente a Kabul.

In questa stesso arco di tempo, nel 2003, ci fu l’attacco all’Iraq, sempre opera di George Bush jr, giustificato con la necessità di deporre un sanguinario dittatore, Saddan Hussein, e di impedirgli di usare le sue armi di distruzione di massa contro l’Occidente.

La campagna militare fu un trionfo, e Bush potè annunciare solennemente, dopo appena un mese: «Missione compiuta!». Le armi di distruzione di massa, in realtà, non furono mai trovate. Ma Saddam fu catturato e giustiziato. Solo che, invece della democrazia, scoppiò il caos, in cui trovò spazio l’Isis, immensamente più pericolosa di Saddam, e l’area è ancora oggi un esempio drammatico di destabilizzazione.

Nel 2011 l’Occidente si coalizzò per far cadere il dittatore libico Muammar Gheddafi, che poi fu ucciso in circostanze poco chiare mentre fuggiva. Anche allora esultanza dei media che titolarono «Libia libera». Ma, anche questa volta, dopo quindici anni dalla “liberazione”, siamo davanti a un paese diviso e dominato da forze politico-militari che con la promessa democrazia non hanno nulla a che fare. E non sono pochi quelli che ancora rimpiangono il tiranno defunto.

Nel suo discorso Sánchez, proprio riferendosi a questa storia, ha richiamato la necessità di non dimenticare gli errori passati. «É ancora presto», ha detto, «per sapere se la guerra in Iran avrà conseguenze simili a quelle dell’Iraq, se servirà a provocare la caduta del terribile regime degli Ayatollah o a stabilizzare la regione» ma, ha aggiunto, «quello che sappiamo è che da questa non nascerà un ordine internazionale più giusto e non ne deriveranno salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano».

Una previsione tanto più ragionevole se si pensa che comunque, i precedenti tentativi falliti di esportare la democrazia in Oriente avevano avuto la copertura di organismi internazionali o di alleanze a più voci, mentre questa volta i paesi europei non sono stati consultati e in alcuni casi, come quello dell’Italia, neppure avvertiti.

E i protagonisti solitari di questa “liberazione” sono un personaggio come Netanyahu, condannato dalla Corte Penale Internazionale per «crimini contro l’umanità» e denunciato da molti suoi stessi connazionali per avere appena commesso un genocidio, e uno come Trump, reduce dall’avere costretto con la sua schiacciante forza militare il Venezuela a cedergli la sua principale risorsa, il petrolio, e a sottomettersi da ora in poi alla sua volontà, senza neppur tentare di avviare un vero processo democratico.

Come ha detto il cardinale Parolin: «Alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza». Ma è questa la via della democrazia?

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