giovedì 30 aprile 2026

SHALOM

 


La pace nei cuori

 e nei propositi, 

perenne novità 

nella storia



 Questa la trascrizione della conferenza di don Claudio Doglio “La pace nei cuori e nei propositi, perenne novità nella storia” tenuta in Seminario a Casale il 14 aprile 2026 nell’ambito degli incontri di Cantiere Speranza.


La pace è un dono del Cristo risorto. In modo particolare, l’evangelista Giovanni mette sulle labbra del Risorto, nel momento in cui incontra i discepoli, nel cenacolo, questo saluto fondamentale: “Pace a voi”. Tre volte viene ripetuta questa formula nel giro di pochi versetti. Nel capitolo 20, l’evangelista Giovanni racconta gli incontri con il Risorto. Due volte ripete questa formula: il giorno stesso di Pasqua e poi, otto giorni dopo, sempre allo stesso gruppo, nello stesso ambiente, il nuovo incontro, presente anche Tommaso, è inaugurato da questo saluto che è diventato un modo di introdurre le liturgie. I vescovi, in particolare, salutano l’assemblea con questa formula del Cristo risorto: pace a voi. Potrebbe essere un semplice saluto di tipo semitico, perché hanno l’abitudine, ebrei ed arabi, di salutarsi con la parola shalom o salam che vogliono dire entrambe pace. Ma, come capita spesso, le parole abituali che usiamo nel nostro repertorio famigliare, perdono il significato per chi le usa. Non ci si pensa più. Se ne accorgono gli stranieri che notano la valenza dei vari termini. 

 Quindi, quel “pace a voi”, detto dal Cristo risorto ai discepoli, potrebbe essere un banalissimo “buonasera”. Invece, nell’ottica dell’evangelista, ha una valenza decisamente superiore. È il dono che il Risorto porta alla comunità, offrendo a loro quella condizione che è il benessere messianico. La pace, nella prospettiva degli antichi profeti, era un dono del Messia, la condizione dell’umanità alla venuta del Messia. La condizione messianica. Noi, purtroppo, abbiamo preso l’abitudine di definire o valutare la pace come assenza di guerre, dandone una descrizione di tipo negativo e i periodi di pace sono considerati gli intervalli tra una guerra e l’altra. 

Mentre, la pace, nella prospettiva biblica, è la pienezza di vita. La radice ebraica, le tre consonanti che compongono la parola shalom, richiamano il riempimento, la completezza. Quindi, la pace è pienezza di vita. È realizzazione dell’esistenza. Non è tranquillità, non è quieto vivere, non è assenza di problemi, ma è pienezza di vita, è ricchezza di esistenza. Il termine che, forse, meglio si avvicina a questo concetto è quello di benessere. Anche qui il termine è diventato abituale e quindi perdiamo il senso forte. Proviamo a scriverlo staccando i due termini bene-essere. Il benessere è la condizione di chi sta bene, di chi è buono, di chi ha una pienezza di bene. La pace è, dunque, la realizzazione dell’essere umano in relazione con gli altri e quindi, è l’insieme delle relazioni buone. Perché sappiamo che la nostra umanità è proprio caratterizzata dall’essere relazione. La persona è relazione sussistente, ma le relazioni spesso non sono buone. 

 

C’è un inno della liturgia che celebra la vittoria pasquale di Cristo e ricorda queste tre dimensioni della pace dicendo: “Pace fra cielo e terra, pace fra tutti i popoli, pace nei nostri cuori”. Sono tre dimensioni fondamentali: è la relazione della persona umana con Dio, è la relazione interpersonale tra gli uomini ed è la relazione con sé stessi. Il benessere comporta questa triplice relazione buona: l’uomo amico di Dio, amico degli altri uomini e riconciliato con sé stesso. Ci accorgiamo che, se la pace è questa realtà, così piena e grande, non è frutto del nostro impegno, non è realizzazione umanamente possibile. Ed infatti affermiamo che la pace è un dono che viene dall’alto ed è il dono del Risorto. È proprio l’evento pasquale che ha determinato un cambiamento importante della vicenda umana, rendendo possibile quello che non era umanamente possibile. “Gesù venne, stette in mezzo e disse loro “pace a voi”. Non entra, viene, le porte sono chiuse e il Cristo viene. È la venuta, è la παρουσία (parousía), è la presenza del Risorto che sta in piedi, vivo e vegeto, in mezzo. Non è una descrizione geografica, ma un riferimento teologico: è in mezzo alla comunità, è al centro del gruppo dei discepoli. Viene, sta e parla ed offre questo regalo della pace. Mostra le mani ed i fianchi. Non le piaghe. Purtroppo c’è una brutta abitudine di parlare delle piaghe del Risorto. Il Risorto non ha piaghe, sono guarite. Le piaghe sono ferite che non si rimarginano. Il Risorto ha i segni dei chiodi e i segni sono cicatrici che indicano una ferita rimarginata. Ci sono, è un fatto storico che ha lasciato il segno nella divinità. Ma sono guarite, non uccidono più e non fanno più male. Sono i segni di un amore che è arrivato fino a dare la vita. “E i discepoli gioirono nel vedere il Signore”. 

 L’incontro con il Signore produce la gioia. Vedere il Signore è la gioia. San Tommaso ci aiuta a definire il gaudium come la presentia boni amati. Che cos’è la gioia? Ci vuole un genio per definirla con così poche parole. È la presenza del bene amato. Quando il bene che amiamo è presente, siamo contenti. Se il bene amato è il sommo bene ed è Dio in persona e lo senti presente, quella è la gioia cristiana, quello è il gaudium, la contentezza che diventa pace, perché realizza la persona. È l’incontro con il Signore risorto che rende contenti i discepoli. Accogliere il dono della pace riempie la loro vita perché il Signore è presente ed è amato ed è il sommo bene. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi, come il Padre ha mandato me, così anche io mando voi”. La pace, che viene data ai discepoli come dono, diventa incarico. I tedeschi giocano sul termine gabe che vuol dire dono, regalo, ma in composizione, aufgabe, diventa impegno, dovere, servizio. Il dono è un impegno. Il dono della pace, come realizzazione della vita, come pienezza di relazioni buone, diventa un compito che i discepoli ricevono, è il mandato. Quello che è stato affidato a Gesù, adesso viene affidato ai discepoli, l’opera della salvezza compiuta da Gesù continua attraverso la mediazione dei discepoli. Proprio perché sono persone che hanno ricevuto la pace, possono essere portatori di pace. Persone realizzate dall’incontro con il Signore vincitore della morte, incontro che rende i discepoli capaci di continuare l’opera che è perdonare i peccati. Cioè riempire il vuoto. Anche qui è un’immagine molto diffusa che ci porta a vedere il peccato come una macchia, qualcosa che è in più , che si aggiunge. Ha un po’ deformato la nostra visione del peccato. Perché, in realtà il peccato è una mancanza, è un vuoto, è non essere, è l’incapacità, è l’impotenza. Quindi, il dono della pace riempie il vuoto della impotenza umana. 

 Il peccato è la condizione dell’uomo che non ce la fa, che non riesce. (La pace) È quindi il superamento di un’impotenza e diventa un dono che riempie la vita e quella presenza divina (il Padre, il Figlio e lo Spirito) rende possibile alla persona umana relazioni buone, piene in tutte le direzioni. “Detto questo soffiò”, ἐνεφύσησεν (enephýsēsen), verbo raro che si adopera solo qui e ritorna in Genesi 2, nella traduzione dei Settanta, quando si racconta la creazione dell’uomo dicendo che Dio, dopo avere formato l’uomo, polvere del suolo, soffiò nelle sue narici un alito di vita. Stesso identico verbo: ἐν-εφύσησεν è il soffio vitale dentro. Quella sera di Pasqua, il Risorto porta a compimento la creazione dell’umanità e soffia su questi nuovi Adami che sono i discepoli. È l’umanità nuova ricreata dalla Pasqua di Cristo: hanno ricevuto quel soffio vitale che permette loro di colmare il vuoto dell’umanità e di portare la pace. Nell’ambiente dove viene messa per iscritto almeno l’ultima fase del Vangelo secondo Giovanni, il tema della pace era sentito particolarmente. 

Giovanni termina di comporre la sua opera ad Efeso, alla fine del primo secolo e l’ambiente efesino è molto vivace dal punto di vista della ricerca intellettuale, piena di problemi, di possibili deviazioni. ma anche carica di interessi e si possono notare molte somiglianze tra le opere giovanee e gli altri scritti Efesini, la lettera agli Efesini come la lettera ai Colossesi e difatti, il tema della pace è trattato proprio in questi due scritti con delle affermazioni molto importanti. 

 Nella lettera ai Colossesi, cap. 3 versetto 15, troviamo l’unica ricorrenza in tutto il Nuovo Testamento della espressione “la pace di Cristo”. In molti saluti l’apostolo augura “grazia e pace da parte di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo” però l’espressione “la pace di Cristo” si trova una volta sola in questo testo di Colossesi ed è accompagnata da un verbo strano e raro: βραβευέτω (brabeueto). E’ un imperativo futuro, in italiano è tradotto con “regni”, la pace di Cristo regni nei vostri cuori. La vulgata traduceva: “pax Christi exultet in cordibus vestris”. Come mai questa differenza? Un conto è regni, un conto è esulti. Il verbo βραβεύω (brabeúō) è un verbo sportivo, è il verbo dell’arbitro e l’arbitro è colui che da le regole, gestisce una gara, perché le cose vadano secondo i canoni prestabiliti, ma indica anche il premio del vincitore: βραβεῖον (brabeion) in greco è il premio. C’è il calco latino brabium e allora quel verbo che vuol dire? Si è pensato ad un riferimento regale proprio partendo dall’arbitro che controlla e quindi la pace di Cristo sia un po’ il “controllore” della vostra vita, però c’è anche l’altra dimensione: “La pace di Cristo potrebbe essere il premio che salta di gioia nei vostri cuori”. 

 Secondo me è preferibile questa seconda sfumatura, perché il compito della pace di Cristo non è quello di regnare, di dominare, di fare da arbitro, ma è l’esultanza di chi ha vinto il premio. È un verbo particolare che indica la gioia entusiasta di chi ha vinto la gara: la pace di Cristo è il regalo che il Risorto porta nei cuori dei credenti e questa realtà nuova crea una condizione di esultanza, di gioia, di contentezza, proprio perché è realizzazione delle relazioni fondamentali. Nella lettera agli Efesini troviamo un’altra espressione cardine per il nostro tema. Al capitolo 2 versetto 14 l’autore dice: “Egli” cioè Cristo “ è la nostra pace”. Qui è ancora più avanti la formulazione teologica perché la pace non viene identificata con una cosa che il Cristo dà come se fosse un pacco regalo. Già in Colossesi, parlando della pace di Cristo si può intendere: “Cristo che è la pace, esulta nel cuore dei credenti”. Ma qui, in Efesini, è ancora più esplicito: non si dice che Gesù fa la pace, ma è pace. Molto importante. È da pensare con attenzione perché comunica un messaggio profondo: Gesù è in persona la pace. Così come l’evangelista Giovanni dice che Gesù è in persona il λόγος (logos) come è personalmente la ἀληθεία (alezeia) la verità, non dice delle parole, è la parola, non comunica la verità, ma è la verità, non mostra la strada, ma è la strada, non fa la pace, ma è la pace. Mettete insieme tutti i vari dettagli e avrete un quadro cristologico importante. 

 Ma che vuol dire che Gesù è in persona la pace? “perché è colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva cioè l’inimicizia” e come ha abbattuto quel muro? Per mezzo della sua carne. Sembra facile come frase, ma non lo è. I due sono Dio e l’uomo e in Gesù i due sono diventati uno. È una formula cristologica che verrà sviluppata nei secoli successivi quando, con i Concili ecumenici, si arriverà alla formulazione delle due nature di Cristo nell’unica persona. Ma qui c’è già il nucleo: Gesù è uno di due, è uomo e Dio, ma non come un centauro, mezzo uomo e mezzo cavallo. Mezzo uomo e mezzo Dio. È l’unione (oggi dicono “ipostatica”) di Dio e dell’uomo, divinità e umanità in lui sono diventati uno. Ecco perché è la pace: la relazione fondamentale è quella dell’uomo con Dio e non è possibile che l’uomo possa costruirla visto che c’è l’inimicizia. L’inimicizia è la rottura del rapporto, è la condizione di due che non si parlano più, che hanno rotto i ponti e non è possibile per l’uomo ricostruire la relazione fondamentale con Dio. Il problema della inimicizia è proprio nel fatto che l’uomo sente Dio come nemico. Essendosi messo contro Dio, adesso ne ha paura e lo sente come avversario. 

 Il peccato originale è quell’atto di sfiducia che ha portato l’umanità a pensare a Dio come ad un nemico. E’ il pensiero del serpente: “non è vero che disobbedendo a Dio morirete, Dio mente” e perché mente? “perché è invidioso, non vuole che voi siate come lui”. Il pensiero del serpente è quello di presentare Dio come un nemico che ti inganna perché vuole il tuo male: “fai di testa tua, se vuoi il tuo bene, fai quello che hai in testa tu e non fidarti di Dio”. Questo è il primo passaggio. Dal pensiero nasce la vista e dalla vista il desiderio e l’umanità si ribella, rompe l’amicizia originale perde il giardino che è l’ambiente dell’amicizia, della condivisione. È un linguaggio simbolico che serve proprio per richiamare questa dimensione profonda dell’umanità che è divenuta nemica a Dio. Non perché Dio la consideri nemica, ma perché l’umanità considera Dio come il nemico. È comune, in tutte le letterature: gli dei sono invidiosi. Erodoto, da buon storico, non trova altro criterio per spiegare le cadute dei grandi regni con l’invidia degli dei. Quando un regno funziona bene gli dei sono invidiosi e gliela fanno pagare e quante volte anche noi abbiamo detto cose del genere: “Stiamo troppo bene il Signore ce la fa pagare” o quando uno dice: “ Sì, sì sto bene di salute, diciamolo sottovoce”, inconsciamente c’è l’idea che se mi sente che sto troppo bene mi manda qualcosa, quindi non facciamoglielo sapere che stiamo bene. Non si pensano queste cose però, inconsciamente continuiamo a portare dietro l’istinto che Dio sia pericoloso, che possa fare male. È questo il muro di separazione, è quella inimicizia che blocca la relazione. 

 Come ha fatto Gesù, per mezzo della sua carne, ad abbattere il muro dell’inimicizia? Proprio attraverso la croce. Là dove Gesù come Dio si lascia fare di tutto dall’umanità senza reagire, senza rispondere con violenza alla violenza. Un Dio che si lascia massacrare in quel modo ti dimostra che non ti vuole male. E proprio quel gesto fondamentale della croce diventa la dimostrazione del Dio che è per te e vuole il tuo bene. Nella sua carne, per mezzo della sua croce, ha abbattuto il muro di separazione, ha eliminato l’inimicizia. In questo modo ha superato la legge fatta di prescrizioni e di decreto ed ha creato in sé stesso un solo uomo nuovo partendo dai due. In questo caso i due sono i due popoli, perché, nella mentalità giudaica, il mondo si divide in due gruppi: ebrei e tutti gli altri. 

Quindi i due sono i giudei popolo eletto e il resto del mondo. Paolo sintetizza: giudei e greci. I due diventano in sé stessi un solo uomo nuovo. Gesù è l’uomo nuovo che supera la distinzione tra ebrei e greci che supera le distinzioni, le separazioni e crea una umanità nuova riconciliata. Gesù è l’uomo nuovo che, in sé stesso, ha fatto pace con Dio, con gli uomini e in sé stesso. In questo senso ha fatto la pace. Notate che c’è il passaggio: prima ha detto “è la nostra pace”, poi aggiunge “ha fatto la pace”. 

Egli è in ottima relazione ed è capace di rendere noi pacificati, riconciliati. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani” parla agli Efesini, Greci “e pace a coloro che erano vicini” gli ebrei quelli che erano dentro la storia della salvezza hanno bisogno di essere riconciliati”. Quelli che erano lontani e fuori dalla tradizione biblica hanno bisogno ugualmente di essere riconciliati. 

Quindi si superano tutti questi criteri di divisione umana. Per mezzo di lui possiamo presentarci gli uni e gli altri al Padre in un solo spirito. Questo è il quadro della pace. È la realizzazione possibile di una relazione buona con le persone divine. È la creazione di una umanità capace di buone azioni. 

 Ritorniamo a Giovanni. Quello che il Risorto dice ai discepoli il giorno di Pasqua è il compimento della promessa che aveva fatto durante la cena. Nel vangelo secondo Giovanni al capitolo 14 versetto 27 Gesù dice ai discepoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace non come la da il mondo io la do a voi” molto importante questa precisazione, due verbi diversi “lascio”e “do” il verbo che è tradotto con “lasciare”è lo stesso verbo che nel Padre nostro adoperiamo e traduciamo come “rimetti”, aphíēmi: lasciare andare. È quindi sinonimo della remissione dei peccati. Vi lascio la pace significa: vi comunico quello che manca, compio per voi la remissione dei peccati, colmo il vuoto della vostra incapacità e vi regalo la mia pace. Sono espressioni molto importanti, sono fondamentali. Abbiamo visto in Colossesi: la pace di Cristo, Efesini: egli è la nostra pace e adesso in Giovanni dove si dice vi do la mia pace. Quindi la pace è strettamente connessa alla persona di Cristo. Non è una semplice tranquillità, non è il quieto vivere o l’assenza di guerra, ma è la connotazione matura della persona di Cristo in buona relazione con Dio, con l’umanità e con sé stesso. Non vi do la pace come il mondo dice: buona sera, buon giorno, auguri, shalom, salam, cioè in modo banale. Io vi do veramente la pace. Qui siamo in un discorso di tipo sacramentale: Gesù dice e realizza quello che dice. Quando definiamo i sacramenti diciamo che sono dei segni efficaci della grazia, cioè realizzano quello che significano. E Gesù dà la pace in modo efficace, comunica un cambiamento della persona. Comunica la propria capacità relazionale ai suoi discepoli. Quindi non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. “Vado e vengo”. Purtroppo è stato tradotto con “torno”. Non c’è l’idea del tornare, non c’è mai il riferimento al ritorno di Cristo. Tanto meno il futuro. Il versetto 28 lo hanno tradotto “vado e tornerò da voi”. Ὑπάγω καὶ ἔρχομαι sono due presenti: vado e vengo. Quante volte lo abbiamo detto, una frase familiare. Quando la dite una espressione del genere? quando pensate di stare assenti poco, è un’uscita veloce: vado e vengo. È una frase di Gesù fondamentale: vado e vengo. Vado dove? Al Padre e vengo? A voi. Sembrano due cose opposte: vado al Padre e poi tornerò a voi. No, non è quello. 

 L’andare al Padre coincide con venire a voi. Non si parla mai del ritorno di Gesù. se lo trovate nei testi italiani sappiate che è una cattiva traduzione. Nei testi originali non c’è mai il concetto di ritorno. 

La liturgia l’aveva sempre eliminato. Testi recenti purtroppo l’hanno introdotto per mancanza di conoscenza da parte di chi ha scritto. Il Cristo viene. “Annunciamo la tua morte e proclamiamo la tua resurrezione nell’attesa della tua venuta”, il testo originale in latino della liturgia riprende alla lettera il testo di Paolo: “donec venias” finché tu venga. Per questo vi avevo fatto notare che il racconto dell’apparizione pasquale inizia da “venne Gesù, stette in mezzo e disse pace”. Vado al Padre, cioè, vengo dentro di voi. L’andare al padre è la sua morte e risurrezione, ma in quel modo, in quell’evento straordinario, il Cristo entra dentro la vita dei discepoli. Dall’esterno non è riuscito a convincerli, anche se è stato un ottimo maestro, ha dato un esempio splendido, non è riuscito a convincere nemmeno 12 amici… e gli volevano bene. Dal di dentro, invece, è riuscito a cambiare il loro cuore e la loro mente. Dopo Pasqua le cose cambiano. 

 Nella tradizione dei Padri si parlava dei tre grandi segni della risurrezione: il sepolcro vuoto, le apparizioni pasquali e soprattutto, il cambiamento dei discepoli. Com’è possibile che Pietro, che ha paura della serva e giura e spergiura di non conoscere Gesù, qualche giorno dopo parla al sommo sacerdote e gli dice: “potete farmi quello che volete, ma io devo dirvi che lui è il Messia”. Come ha fatto a cambiare così quell’uomo? che cosa è successo? È avvenuto qualcosa di straordinario. Aveva paura di rimetterci finché Gesù era in vita, ma una volta che Gesù è morto e sepolto, Pietro diventa coraggioso ed è pronto a perdere la vita. Cosa è successo? Cristo è venuto dentro di lui e ha realizzato la pace. Ha portato a compimento la persona del discepolo. Abbiamo un esempio concreto in Pietro, ma è la stessa cosa che è avvenuta agli altri ed è quello che avviene a noi, è la nostra esperienza cristiana. “Vado al Padre e vengo dentro di voi” e poco dopo, al capitolo 16 ultimo versetto, il 33, Gesù continua a dire ai discepoli: “vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio, io ho vinto il mondo”. È di nuovo un collegamento importante con la persona di Gesù. “vi ho detto queste cose, vi ho rivelato il cuore di Dio, affinché abbiate pace in me” notate la mutua inabitazione: Gesù viene dentro i discepoli, ma si dice anche che i discepoli devono entrare dentro a Gesù. E’una comunione di vita fondamentale. Quando il discepolo assimila la vita di Gesù ha pace, perché la pace è di Cristo, la pace è Cristo in persona. Per cui la nostra riflessione non può avere delle applicazioni di tipo politico o sociali perché è un discorso fondamentalmente teologico e cristologico. La pace si realizza nell’incontro personale con il Cristo e non si ottiene con compromessi, accordi, con queste situazioni. La pace è una realtà che nasce dall’incontro con il Cristo ed è una trasformazione della persona. Laddove ci sono persone che hanno incontrato il Cristo, in lui hanno pace e hanno la capacità di fare pace. “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”, beati voi, Dio vi fa diventare suoi figli, per cui potete essere, come il padre, creatori della pace. Le beatitudini non sono precetti morali, ma annunci evangelici della Grazia di Dio che opera. Dio vi fa diventare figli e in quanto figli, assomigliate al padre che è il Dio della pace e quindi vi rende capaci di operare la pace, di costruire, nei cuori e nei propositi, questa novità perenne nella storia che è la buona relazione in tutti i sensi. Per cui si fa la pace quando le persone crescono in questa relazione di fede con il Signore e lasciandosi trasformare da lui, diventano capaci dell’autentica novità cristiana. Cristo, che è la nostra pace, ci rende capaci di essere operatori di pace. Chiediamo al Signore che ci dia, davvero, questa capacità e la estenda a tutta la Chiesa, perché il mondo cristiano sia operatore di pace, nella profondità dell’essere e nelle piccole cose, nelle nostre relazioni quotidiane, come nei grandi impegni internazionali. Il Cristo, nostra pace, possa davvero esultare nei nostri cuori. 

 Testo raccolto da Elisa Massa 

Fonte: Vita casalese

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mercoledì 29 aprile 2026

SENZA LIMITI NE' DIREZIONE

 IL DISAGIO DEI GIOVANI 

COME RIFLESSO 

DI UNA SOCIETÀ

 SENZA LIMITI 

NÉ DIREZIONE


Il malessere delle nuove generazioni,

 la scuola e la crisi del senso condiviso

-di ANGELO PALMIERI*

Ci sono stagioni in cui il disagio giovanile non può più essere letto come la semplice somma di fragilità individuali. Diventa il luogo rivelatore in cui una società mostra le proprie incrinature: la fatica a trasmettere senso, l’incapacità di nominare il limite, la perdita di autorevolezza delle istituzioni chiamate a orientare la crescita. Non basta evocare la sofferenza o denunciare un mondo accelerato e digitale. Occorre riconoscere che siamo dentro una crisi del nomos, cioè di quell’ordine simbolico che rende il mondo leggibile, abitabile e condivisibile.

Quando il nomos si incrina, non viene meno soltanto la norma: si indebolisce la trama di sensi che consente ai soggetti di collocare le proprie esperienze dentro una cornice interpretabile. Il dolore, l’insuccesso, la vergogna e la stanchezza cessano di essere passaggi attraversabili e diventano voragini private. Non si sa più dove portare il proprio dolore, in quale linguaggio tradurlo, a quale comunità consegnarlo. Il disagio contemporaneo nasce così non solo da un eccesso di pressione, ma da una carenza di mediazione simbolica. I giovani vivono immersi in un universo saturo di richieste e di attese performative, ma povero di dispositivi capaci di dare forma all’errore e di contenere l’inciampo senza trasformarlo in condanna identitaria.

La modernità ha promesso emancipazione dai vincoli tradizionali; oggi ne vediamo anche il rovescio. La liberazione da molte appartenenze e autorità non ha prodotto necessariamente soggetti più forti, ma spesso individui più esposti, più soli, obbligati a reggersi da sé. La promessa di autonomia si è trasformata in una silenziosa imposizione all’autocostruzione continua. Si deve riuscire, apparire all’altezza, non deludere. Ma tutto questo accade in una cornice nella quale lo scacco viene poco elaborato socialmente e molto interiorizzato come colpa personale.

Ipersollecitazione

La lezione di Durkheim resta attuale: il gesto più individuale parla sempre del rapporto tra il soggetto e il suo mondo, del grado di integrazione e di regolazione che una società riesce ancora a garantire. Oggi non viviamo in un’epoca senza regole, ma in una stagione in cui le regole sopravvivono come imperativi esterni, mentre si indebolisce la loro capacità di dare direzione. Il risultato è paradossale: giovani ipersollecitati ma disorientati, continuamente esposti alla valutazione e, insieme, privi di ancoraggi simbolici.

In questo quadro la scuola occupa un posto decisivo. Non perché sia la causa unica del malessere giovanile, ma perché resta uno dei principali luoghi in cui una società organizza la trasmissione culturale, l’esperienza dell’autorità, la relazione con il sapere e la costruzione dell’appartenenza. Il problema non è che la scuola chieda disciplina: ogni processo formativo autentico domanda esercizio e confronto con il limite. Il punto è che il sistema educativo italiano continua spesso a chiedere questo investimento attraverso un impianto ancorato a modelli di trent’anni fa, mentre intorno ad esso è mutato quasi tutto.

Sono cambiati i processi cognitivi, i tempi dell’attenzione, il rapporto con l’autorità, la struttura delle famiglie e le modalità di socializzazione. Eppure, la scuola continua spesso a funzionare secondo una logica trasmissiva e valutativa che classifica più di quanto accompagni. Presuppone un allievo novecentesco, mentre ha davanti soggetti ipermoderni, frammentati, accelerati. Da qui nasce una parte rilevante della stanchezza scolastica: non pigrizia, ma il divario tra la forma dell’istituzione e la forma delle soggettività che la abitano. Lo studio rischia così di apparire come una fatica opaca, disancorata da un orizzonte di senso; l’apprendimento si riduce a prestazione, la valutazione a verdetto, l’errore a umiliazione.

Ripensare la scuola

Per questo la scuola non può essere né difesa in modo rituale né demolita in nome dell’innovazione permanente. Va ripensata. Per essere all’altezza del presente, il sistema dell’istruzione dovrebbe restare esigente sul piano culturale ed essere, insieme, capace di rivedere le proprie forme. La vera questione non è semplificarlo fino a svuotarlo, ma renderlo di nuovo leggibile. A rendere più complesso il quadro vi è poi la trasformazione delle famiglie e del mondo adulto. Non di rado i giovani crescono in contesti affettivamente intensi ma normativamente deboli. Vengono protetti sul piano emotivo, ma meno educati al confronto con il limite e con la frustrazione. Il problema, allora, non è solo l’ascolto. Chiama in causa la tenuta autorevole.

Anche il gruppo dei pari, decisivo nella costruzione dell’identità, oggi appare più fragile. La connessione continua non coincide con una maggiore profondità relazionale. Moltiplica i contatti, ma impoverisce i luoghi in cui la fragilità può essere nominata. E quando una società non offre linguaggi condivisi per dire: “non ce la faccio”, il fallimento diventa clandestino.

Ecco perché parlare di disagio giovanile significa parlare di riforma culturale della scuola e, più in generale, di ricostruzione delle mediazioni sociali. Non siamo davanti a giovani semplicemente più fragili di quelli di ieri. Siamo davanti a un ecosistema sociale che ha perso parte della propria capacità di direzione e che lascia troppo spesso i soggetti soli dinanzi alle proprie soglie. La domanda, allora, non è soltanto come aiutarli, ma come ricostruire un ordine simbolico e istituzionale capace di renderli meno soli nel duro apprendistato del diventare sé stessi.

*Sociologo e saggista

www.avvenire.it

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martedì 28 aprile 2026

MAI PIU'

 


Dopo il grande successo di Il suicidio di Israele (Premio Strega Saggistica 2025), Anna Foa ha sentito l’urgenza di rispondere a queste domande, con la consapevolezza che quello che abbiamo vissuto in questi ultimi due anni mette a rischio il patrimonio di valori che abbiamo costruito attorno alla memoria della Shoah e per rivendicare, oggi più che mai, un ‘Mai più’ che valga per tutte le donne e gli uomini. 

A prescindere da ogni credo e identità.




Mai più. Mai più la Shoah, mai più i campi di sterminio, mai più antisemitismo.

Così si è detto. Ma a chi è riferito quel ‘mai più’? Mai più per gli ebrei o mai più a ogni altro genocidio, dopo quello estremo che ci deve fare da monito, chiunque ne possa essere vittima? E perché allora Gaza? E perché è una scelta controversa definire genocidio lo sterminio di Gaza? Usare questa definizione vuol dire sminuire l’unicità di quello ebraico o fare un paragone empio tra Stato di Israele e Germania nazista?

Chiunque usi il termine genocidio per la Palestina è, anche inconsapevolmente, un antisemita? Proprio la parola antisemitismo è oggi sulla bocca di tutti: da una parte, la presenza nel dibattito pubblico di stereotipi antisemiti; dall’altra, il governo di Israele e i suoi sostenitori che definiscono antisemita chiunque critichi la sua politica, dall’ONU a quei paesi dell’Unione Europea che hanno riconosciuto lo Stato palestinese.

Ma allora cos’è l’antisemitismo, chi sono gli antisemiti?

Quali sono le differenze con l’antisionismo?

E ancora, se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo, come opporvisi?

Autore: Anna Foa

Editore: Laterza

Collana: I Robinson. Letture

Anno edizione: 2026

In commercio dal: 20 marzo 2026

Pagine: 80 p., Brossura

EAN:

9788858160350

 

BEATI I MITI

 


Vivere con mitezza significa scegliere la forza che non fa rumore. Significa capire che non dobbiamo rispondere a tutto con durezza.

La mitezza non è debolezza, è equilibrio. È la capacità di mantenere il cuore sereno anche quando il mondo intorno a noi è agitato.

Essere miti significa rispondere con calma dove ci si aspetta aggressività, agire con saggezza dove molti reagirebbero d’impulso.

La mitezza nasce dalla fiducia interiore, quando sappiamo chi siamo e non abbiamo bisogno di dimostrare nulla a nessuno.

Vivere la mitezza è permettere che la dolcezza guidi le nostre parole e i nostri atteggiamenti. È comprendere che è possibile essere forti senza perdere la dolcezza.

Nel silenzio della mitezza troviamo una delle forme più elevate di vivere: quella di rimanere sempre in pace.


(Apollonio Carvalho Nascimento)

lunedì 27 aprile 2026

IL MISTERO DI DIO

 «C’è chi ha scoperto la fede e chi invece no. Per alcuni è un’esperienza, per altri è fantasia. Ma tutti possiamo essere consapevoli di trovarci di fronte a un mistero». 

Pubblichiamo una parte dell’intervento tenuto dal prof. Vito Mancuso al teatro Olimpico di Vicenza per l’inaugurazione del Vicenza Storia Festival 2026, a cura di Laterza, dedicato al tema “invenzioni”.

-di Vito Mancuso*

L'invenzione di Dio: Dio quindi è un'invenzione umana? Sì, certo, lo è. Non però alla maniera di questo microfono, o di questo teatro. Lo è nel senso latino del termine inventio, dal verbo invenire, che significa "scoprire", "incontrare"; per cui inventio significa "incontro", "scoperta". L'invenzione di Dio: ovvero, la scoperta di Dio. Anche qui e ora tra noi vi sono alcuni che hanno scoperto, e altri invece no: per i primi Dio è un'esperienza; per altri una fantasia, sigla dell'ignoranza e della paura, ignoranza della natura, paura della morte. Per quanto attiene invece all'esperienza ecco queste parole di Gandhi: «Sono più sicuro della Sua esistenza che del fatto che voi e io siamo in questa stanza. Posso testimoniare che potrei magari vivere senz'aria e senz'acqua, ma non senza di Lui. Potreste cavarmi gli occhi, ma questo non potrebbe uccidermi. Potreste tagliarmi il naso, nemmeno questo mi ucciderebbe. Distruggete invece la mia fede in Dio, e io sarò morto». Sto riproponendo la classica distinzione tra credenti e non credenti? Non proprio. Vedete, credere nell'accezione comune significa accettare per vere delle dottrine, per lo più per noi le dottrine della Chiesa cattolica, ma questa accettazione non è detto che corrisponda alla scoperta di Dio: vi sono credenti che non hanno nulla a che fare con Dio, viceversa vi è chi si dichiara non credente che invece ha molto a che fare con Dio perché l'ha scoperto, anche se non lo sa e persino lo nega. Vi sto con fondendo le idee? Ora spero di chiarirvele … 

Norberto Bobbio, filosofo del diritto e della politica, senatore a vita, uno dei padri del pensiero laico del nostro paese, si dichiarò sempre non-credente. Qualche tempo prima di morire consegnò a La Stampa una lettera con l'incarico di pubblicarla all'indomani della morte. Bobbio morì a Torino il 9 gennaio 2004 e il 10 gennaio su La Stampa apparve la lettera oggi nota come Ultime volontà. Al centro vi sono le seguenti parole: «Non mi considero né ateo né agnostico. Come uomo di ragione e non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare sino in fondo, e le varie religioni interpretano in vari modi». 

In questa frase ci sono quattro elementi importanti: 1) una confessione personale, 2) l'idea che è la ragione, non la fede, a condurre al mistero; 3) la convinzione che il mistero sarà sempre destinato a rimanere tale, 4) un giudizio sulle religioni in quanto tutte imperfette. 

L'invenzione-scoperta di Dio si radica nella consapevolezza razionale di essere "immersi nel mistero". Il concetto di mistero va ben al di là dell'orizzonte cognitivo: mistero è diverso da enigma. II termine viene dal latino mysterium, a sua volta dal greco mysterion che deriva dal verbo myo che significa "chiudere", detto di occhi e di bocca. La consapevolezza di essere di fronte a un enigma ti fa spalancare gli occhi per vedere e aprire la bocca per parlare, così da risolverlo; la consapevolezza di essere di fronte al mistero ti fa chiudere gli occhi e la bocca: non vuoi vedere nulla di esteriore, perché senti che c'è qualcosa che ti si rivela dentro, non vuoi parlare ma scendere nel grande silenzio dentro di te, perché senti che c'è qualcosa da udire. La consapevolezza di Bobbio di essere immersi nel mistero è la condizione sine qua non per parlare del Divino; e dico Divino (con la D maiuscola), non Dio, perché il Divino è molto più alto (nel senso latino che significa anche profondo) di Dio. La distinzione Dio-Divino riprende quella del più grande mistico medievale, Meister Eckhart, che distingueva Gotte Gottheit, Dio e Divinità. Il Divino: lo dovremmo concepire al maschile, al femminile, al neutro, al singolare, al plurale, al duale, e capire che è inconcepibile, eppure sperimentabile. 

Io esplicito la consapevolezza del mistero mediante queste due formule: Essere – Mondo = X; Io – Mondo = X. 

La X in matematica è detta incognita, in-cognita, non conosciuta: qui esprime la dimensione di surplus o eccedenza della totalità dell'essere rispetto all'essere conosciuto detto mondo (oggi anche la fisica attesta che tutto l'essere che vediamo, comprese le più lontane galassie, è solo il 5% del totale, il rimanente é 25% di materia oscura e 70% di energia oscura). Oscura, cioè non conosciuta, in-cognita. 

Questo però non è un mistero, ma un enigma. E se anche un giorno la scienza spiegherà l'enigma e avremo materia chiara ed energia chiara, il mistero della nostra esistenza rimarrà intatto, perché in esso vi è in gioco ben più della conoscenza oggettiva, vi è in gioco il significato del tutto e il destino di ognuno di noi. Siamo destinati a essere immersi nel mistero, e il senso del Divino da sempre coltivato dagli esseri umani ne è l'attestazione 

Esiste però una differenza decisiva tra il senso del mistero in senso laico avvertito da Bobbio e il senso del mistero in senso propriamente religioso vissuto da Gandhi. La differenza è affettiva. La nebbia cognitiva rimane, ma chi coltiva una vita religiosamente ispirata ha con il mistero una connessione calda, vitale, sentimentale, appunto affettiva. 

Intuisce cioè che il volto più profondo ed eterno dell'essere è l'intelligenza buona, o la bontà intelligente. Non solo bontà, non solo intelligenza, ma l'unione delle due. È quanto Dante sintetizza alla sua maniera così: Luce intellettual piena d'amore» (Paradiso XXX, 40). 

Ultimo passo. Torno al mistero. E presento la domanda, a mio avviso, decisiva in ordine al Divino: quando un essere umano avverte dentro di sé indignazione di fronte al male, alla disonesta furbizia, alla malizia, alla prepotenza, alla falsità, e quando viceversa avverte ammirazione e talora commozione di fronte al bene, alla giustizia, alla purezza, all'onestà, è un ingenuo che non ha ancora capito come va il mondo? Che non ha capito che non c'è nessun senso nella storia e nella natura, se non la lotta, la guerra, la seduzione, insomma armi, acciaio, malattie? Oppure no? Oppure non è un ingenuo, ma sta sperimentando la dimensione più vera della vita? Una dimensione che attraversa questo mondo ma che non coincide con esso, e che per questo si può chiamare trascendenza? 

Io penso sia vera la seconda alternativa. Anche Kant la pensava così, come si legge nella Conclusione della Critica della ragion pratica: «La legge morale mi rivela una vita indipendente dalla animalità e anche da tutto il mondo sensibile». Poco prima nello stesso testo aveva parlato di "io invisibile", intendendo la profondità dell'Io. 

Concludo con Lucio Dalla, che mi onorò della sua amicizia. Gli ultimi versi di Balla balla ballerino dicono così: «Ecco il mistero: /sotto un cielo di ferro e di gesso/l'uomo riesce ad amare lo stesso, / e ama davvero / senza nessuna certezza, / che commozione, che tenerezza". 

È l'amore il grande mistero dell'essere. Il Divino è l'orizzonte più sublime sorto nel cuore degli esseri umani per venerare, proteggere e praticare questo grande mistero della vita, in questo mondo di ferro e di gesso, ma anche di luce e di musica, tanto terribile quanto bellissimo.

La Stampa

sabato 25 aprile 2026

IL BUON PASTORE

 


L’ovile e la sua porta,

 per annunciare

 l’abbraccio di Dio


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella IV domenica di Pasqua (anno A)

At 2,14.36-41; Sal 22/23; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10

Nella quarta domenica del tempo pasquale si celebra sempre, ogni anno, la figura del “buon pastore”, annunciata più o meno esplicitamente in tutti i brani biblici che compongono la liturgia della Parola. Nella seconda lettura, per esempio, l’autore della prima lettera di Pietro ricorda ai suoi lettori che essi erano stati dispersi come pecore smarrite, ma poi erano stati «ricondotti al pastore (poimḗn) e custode (epískopos)» delle loro anime: affermazione, questa, che ribadisce l’esordio della lettera petrina, rivolto a tutti coloro che avevano vissuto la spiazzante e dolorosa esperienza della diaspora nelle varie regioni dell’Asia minore e che finalmente erano stati recuperati e radunati da Dio Padre, mediante lo Spirito santificatore, per essere resi solidali all’«obbedienza» di Cristo Gesù. Il salmo responsoriale (Sal 22/23) è ancor più diretto nel chiamare in causa il Signore quale «pastore» premuroso nei confronti di chi docilmente gli si affida, lasciandosi guidare lungo un «giusto cammino» fino a «pascoli erbosi» e ad «acque tranquille» e venendo protetto da ogni tipo di pericolo.

Il buon pastore

Si tratta di un linguaggio sospeso tra la metafora e la parabola, che rimanda con evidenza al rapporto che sussiste tra Dio e i credenti che confidano in lui. Il senso di tale linguaggio, tuttavia, diventa meno evidente nella pagina evangelica, dove la «similitudine» esposta da Gesù sembra complicarsi, perché egli vi si presenta al contempo come pastore di un gregge e, nondimeno, come la porta dell’ovile in cui il gregge è radunato. Anzi, mentre egli dapprima allude semplicemente al fatto d’essere il pastore delle pecore, in seguito si presenta più decisamente come la porta attraverso cui le pecore stesse entrano ed escono dall’ovile, di giorno per recarsi al pascolo e di notte per trovarvi sicuro riparo: «Io sono la porta delle pecore» (soltanto qualche versetto dopo, in questo stesso capitolo giovanneo, che però non è riportato nella liturgia odierna, Gesù arriva a dire pure: «Io sono il buon pastore» [vv. 11 e 14]).

Per questo i suoi uditori «non capirono di che cosa parlava loro». Un’incomprensione probabilmente dovuta al fatto che essi, cittadini di Gerusalemme, s’erano abituati ormai da molto tempo a una maniera stanziale di vivere, non più nomade, o – più radicalmente – esodale, com’era stato invece per gli antichi israeliti. Non sapevano più cosa fossero le transumanze stagionali e persino quotidiane dei pastori vissuti al tempo del salmista. E al tempo di Davide, ch’era stato unto re venendo richiamato dai pascoli, dove si trovava a custodire il gregge di suo padre Jesse. È un fatto non secondario, che ci fa intuire che qui c’è in gioco il senso della missione messianica di Gesù. Difatti, nel prosieguo di questo brano, i capi del popolo gli chiederanno spiegazioni proprio circa la sua missione messianica: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente» (v. 24). Gesù risponderà che essi non riescono a credere che sia lui l’unto del Signore, l’inviato di Dio, proprio perché non fanno parte delle sue pecore (vv. 25-26).

Il messianismo di Gesù si comprende non in una prospettiva gerarchica, bensì relazionale: egli ha il compito di ricondurre il popolo al rapporto filiale con Dio Padre, non di guidarlo alla riscossa nelle vesti di un capo politico o di un condottiero militare. È inviato per rivelare come si sperimenta l’amore paterno di Dio, non per organizzare la resistenza contro qualche nemico. È questo il sensus plenior, il significato più grande, della sua missione messianica: un senso ulteriore rispetto a quello che aveva connotato l’avventura di Davide, il quale – dopo la sua unzione – aveva finito per dimenticare lo stile pastorale in favore di quello regale. Ed è tale sovreccedenza di senso che gli interlocutori di Gesù continuano a non cogliere. Sovreccedenza di senso che, nell’insegnamento del Maestro di Nazareth, si palesa nell’intreccio e nel reciproco sovrapporsi delle similitudini del pastore e della porta.

Il messianismo

D’altronde per discernere il senso pastorale del messianismo di Gesù, importano maggiormente le azioni del pastore e le reazioni delle pecore. Il pastore, impersonato da Gesù, svolge un ruolo legittimo, non abusivo, non invasivo: ha le chiavi della porta ed è ben conosciuto dai garzoni e dai guardiani dell’ovile, non vi entra di soppiatto quasi fosse un ladro, non vi s’intrufola per razziare le pecore come fanno invece i briganti. In realtà si distingue anche rispetto ai pastori di mestiere: è un pastore particolare, sui generis, diverso dai comuni allevatori di pecore, perché non va da esse per tosarle o per mungerne il latte, né tanto meno per macellare i loro agnelli. E se le tosa o le munge è perché farlo significa prendersene cura, alleggerirle del peso della loro lana quando viene la stagione più calda e non farle soffrire con le mammelle sempre gonfie. Intrattiene con le pecore un autentico rapporto, come tale contrassegnato dalla gratuità reciprocità. Egli non le possiede. Sta in relazione con esse, le chiama per nome, vale a dire che le conosce una per una. E se s’introduce in mezzo al gregge è per condurlo fuori dal recinto e guidarlo dove potrà ben alimentarsi. La vita delle pecore è garantita dal riparo che trovano dentro l’ovile e dal pascolo verso cui il pastore le fa uscire. Esse per questo lo seguono, riconoscendone la voce.

Le pecore

A udire queste parole, qualche pastore dei nostri giorni potrà forse sorridere sotto i baffi: le pecore sono una fonte di sostentamento, vengono accudite per tornaconto, per convenienza, per assicurarsi di che vivere. Certo, è verissimo che un qualsiasi pastore esperto conosce effettivamente le sue pecore. Ed esse riconoscono lui, ne ricordano il timbro della voce, assecondano per questo i suoi richiami, lo seguono istintivamente. E, probabilmente, il fatto che Gesù si paragonasse a un pastore non veniva compreso – già allora – per analoghi motivi: nel rapporto tra pastori e pecore, da una parte c’è l’interesse e dall’altra l’istinto. Cosa vorrebbe dire, per uno che intende accreditarsi come messia, presentarsi al popolo come un pastore? Per smarcarsi dall’ambiguità, Gesù segnala il sovrappiù di senso insito nel suo essere il «buon pastore», paragonandosi anche alla porta dell’ovile. Una porta salda sui suoi cardini e, nondimeno, opportunamente basculante. Gesù non è una staccionata di filo spinato, bensì la soglia che non imprigiona, che non riduce la vita a una specie di lager, a un campo di concentramento, entro cui si può solo attendere la morte. La soglia dischiude i sentieri conducenti al pascolo, all’occorrenza prospetta una via di fuga, promette nuove possibilità. E, al contempo, segna l’entrata in un luogo che funge da riparo, in una casa vera e propria, dove ci si può sentire davvero accolti, ospitati e protetti, non intrappolati. La vita è sia al di qua sia al di là della soglia, o della porta ben incardinata ma basculante.

Un abbraccio

In quest’ottica, l’ovile stesso si lascia immaginare come una sorta di abbraccio: quello di Dio Padre, che ci avvolge senza catturarci, ci tutela senza opprimerci, ci stringe senza stritolarci. L’abbraccio non è una morsa letale. Libera, non trattiene. Effonde amore, non soffoca. Contagia dinamismo, non immobilizza. Imprime movimento, non paralizza. È salvaguardia della vita. Ed è input alla vita. Gesù, con le sue similitudini, viene a dirci che la nostra migliore posizione è nell’abbraccio di Dio Padre: la stessa posizione del Figlio. E che la nostra più corretta postura sta nel ricambiare l’abbraccio: la medesima postura del Figlio.

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LA LIBERTA' NON E' DI PARTE


 Il 22 aprile 1946 con un decreto legislativo, su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, fu istituita provvisoriamente la festività nazionale, «a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano». 

Nel 1949, con la legge n. 260 del 27 maggio, divenne definitiva, simboleggiando la Resistenza e la nascita della democrazia italiana.

Non si tratta quindi di una festa “di parte”, ma riguarda tutti gli italiani. Ed è ora che non venga strumentalizzata e trascinata verso significati diversi da quelli che effettivamente ha: Italia unita, italiani liberi e sottoposti a nessun altro potere o vincolo che non siano quelli sanciti della Costituzione repubblicana.

-di MARIAPIA GARAVAGLIA

Quest’anno ricorre l’80esimo anniversario dell’Assemblea Costituente, frutto del voto a suffragio universale del 2 giugno 1946. La storia, che non consente negazionismi, documenta come e da chi fu preparata, costruita e infine approvata la nostra meravigliosa Carta, che il Presidente Ciampi definì «Bibbia laica». Parteciparono all’Assemblea 556 rappresentanti del libero popolo italiano, tra cui 21 Madri costituenti. Le forze politiche presenti è noto che fossero non solo plurali e diverse ma anche radicalmente conflittuali: si pensi ai democratici cristiani e ai comunisti. I loro contrasti ideologici non impedirono tuttavia di affidarci una Costituzione condivisa e fortemente difesa. Fondamentalmente fu merito dell’apporto dei cattolici, come era stata di grande valore la resistenza cattolica. È ora anche di valorizzare gli studi, oramai storicamente molto ricchi e confermati, sull’apporto di molte centinaia di sacerdoti, religiosi e suore oltre alle migliaia di laici nelle diverse formazioni, senza distinzioni ideologiche.

I cattolici furono protagonisti della rete informativa della Resistenza, indispensabili mediatori per lo scambio di prigionieri. Il debito di sangue pagato da sacerdoti diocesani e religiosi fu alto: tra settembre 1943 e aprile 1945 si ebbero in Italia 425 sacerdoti uccisi (di cui 57 morti in combattimento e 49 nei lager tedeschi), dei quali 191 per mano fascista, 125 per opera dei tedeschi e 109 per mano partigiana. Alcuni sono già stati proclamati beati. Resistettero non per odio ma per amore della libertà e della dignità della persona. I cappellani delle brigate partigiane sono stati insigniti di 17 medaglie d’oro al valor militare, 31 d’argento, 46 di bronzo e 56 croci di guerra.

I costituenti, consapevoli che i lavori assembleari risentivano del clima del periodo precedente, forzarono certamente alcune parti della Carta relativi alla distinzione dei poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario – per non dare peso superiore a nessuno dei tre. Ma i tempi cambiano, e furono previdenti nell’introdurre con l’articolo 138 la possibilità – e la metodologia conseguente – per modificarla quando fosse stato necessario intervenire. Si deve così ricorrere al referendum ogni volta che il voto del Parlamento non è stato ampio come richiesto dall’articolo 138. È un messaggio che i costituenti ci hanno lasciato, perché qualora si decidesse di modificare la Costituzione si usi quello stesso metodo costruttivo e inclusivo in grado di rappresentare la maggioranza assoluta degli italiani.

Il tempo che stiamo attraversando e la temperie bellica che ci circonda ci richiamano anche un altro articolo fondamentale della Costituzione, impegnativo e significativo, che appartiene alla prima parte, i “Princìpi fondamentali”, a tutela della pace: « L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo» (articolo 11). Anche rispetto a questa chiara e non manipolabile norma da oltre 75 anni siamo stati inadempienti, paghi della pace che in Europa nonostante tutto è stata garantita. Nonostante tutto, sì: avremmo avuto il tempo per costruire gli Stati Uniti d’Europa. La somma degli eserciti di ciascuno degli Stati europei costa di più e non è efficiente come fossero un unico esercito, la Comunità Europea di Difesa (Ced), sognata da De Gasperi e causa del suo dolore, fu bocciata dalla Francia. Nazionalismo e sovranismo possono appagare ansie di politica interna ma non costruiscono il futuro per le generazioni che seguiranno. Sono forme deleterie di egoismi istituzionali. Non basta l’informazione per raccontarci i danni del presente e del recente passato? Mi pare che ci sia sufficiente consapevolezza che basta un uomo a sconvolgere il mondo, se gli amici veri non sono sinceri nell’affrontarlo e nel preparare proposte alternative.

I sondaggi segnalano la paura degli italiani per una guerra troppo vicina mentre i carrelli della spesa dimostrano che c’è un risvolto della guerra che, anche senza missili e droni, “bombarda” l’economia di tutte le potenze, piccole e grandi. I poveri e i più vulnerabili diventano sempre più fragili e le istituzioni inadeguate a far fronte ai loro bisogni. Un algoritmo non sarà capace di dimostrare che si può essere floridi, aumentare la ricchezza (e quindi il potere) con commerci di pace e scambi senza armi? Il miglior algoritmo, però, siamo noi che scegliamo con il voto e la partecipazione – doni della democrazia – le classi politiche che ci devono tutelare.

La Festa nazionale del 25 Aprile, allora, ci ricorda oggi che è possibile sconfiggere i dispotismi, che negano libertà e uguaglianza dei cittadini.

Perché non consegnino loro il proprio destino.

*Presidente Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

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