mercoledì 2 aprile 2025

CI VUOLE PAZIENZA

 


Dicevano i nostri nonni, e con loro tanti psicologi, che uno dei segni della maturità consiste nel saper aspettare, respirare a fondo prima di reagire, senza cedere subito all’ira. Sembra facile riuscirci ma non è così.

Siamo “costruiti” con il desiderio di avere tutto e subito e la pazienza per quanto celebrata è una virtù da sempre fuori moda.

Eppure, guardandoci indietro, ci accorgiamo che, quando abbiamo saputo attendere, i nostri desideri sono stati purificati, a volte li abbiamo persino superati e se si sono realizzati li abbiamo gustati meglio.

Il modello da seguire è quello offerto dai grandi saggi, a loro volta imitatori di Dio che malgrado le nostre infedeltà si mostra lento all’ira, pronto a riannodare ogni volta i rapporti con l’uomo, ben sapendo che tornerà a tradire.

  Al di là degli esempi inarrivabili, la pazienza è importante anche di fronte all’intrecciarsi dei piccoli-grandi problemi della vita quotidiana. Perché facilita i rapporti umani, rafforza la comunità, ci insegna a dare il giusto peso alle cose, a considerare essenziale solo quello che lo è davvero.

Lo esprime bene in questa preghiera il filosofo e storico francese Lucien Jerphagnon (1921-2011) che non si vergogna di ammettere di aver chiesto la pazienza almeno cento volte.

 

«Signore,

per la centesima volta,

vengo a chiederti

la grazia della pazienza.

Ma anche per questa,

dovrò aspettare.

Sarei così contento che la pazienza,

come tutto il resto,

venisse dall'oggi al domani.

Signore, vorrei ritrovare un po'

il senso della natura

e il senso dei suoi ritmi.

Accettare che le messi

abbiano bisogno del sole.

Accettare che gli uomini

abbiano bisogno di sonno.

Accettare che le risposte

abbiano bisogno di riflessione

e di quiete.

Accettare,

senza recriminare

i ritardi voluti dalla natura delle cose.

Accettare infine, Signore,

di vivere secondo la tua volontà,

e non secondo la mia.

Signore,

fa che ami questo scorrere noioso e fecondo

dei giorni e delle stagioni,

questo maturare continuo

dei frutti e delle parole.

Concedimi di saper attendere

che venga la pazienza».

 

www.avvenire.it 

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lunedì 31 marzo 2025

PARLARE DI DIO

 

COME ?


Cirignano, autore di tanti saggi, in gran parte pubblicati nella collana “Le ragioni dell’Occidente” di Polistampa, densi di riferimenti...


Cirignano, autore di tanti saggi, in gran parte pubblicati nella collana “Le ragioni dell’Occidente” di Polistampa, densi di riferimenti alle radici spirituali del mondo (non solo) europeo e ai fermenti religiosi (non solo cristiani) costitutivi di una identità e di una cultura, accompagna i suoi lettori in un lungo percorso alla ricerca della verità e delle parole per esprimerla. 

Già docente nella Facoltà di teologia dell’Italia Centrale e assistente dell’Associazione italiana maestri cattolici, trasmette lo spirito delle sue ricerche bibliche nello stile che gli dettano la sua esperienza pedagogica, la sua conoscenza del mondo giovanile, la sua passione per la bellezza. Parlare di Dio, come? (Mauro Pagliai Editore) non è un trattato sulle teorie del linguaggio o sul linguaggio teologico: è un interrogarsi, è un conversare in modo affabile e con efficacia su possibili nuove prospettive e nuovi orizzonti.

Strutturato in 20 capitoli, il lavoro di Cirignano si legge con interesse, suscita partecipazione, è fruibile. Ogni capitolo un tema, ogni tema nasce dall’attenzione dello studioso ai problemi e alle inquietudini del nostro tempo. Il capitolo terzo, “Come iniziare?”, è da leggere come premessa metodologica. «Parlando di come iniziare il nostro lavoro, mi piace pensare a come Paolo dà inizio al Nuovo Testamento», “inizio folgorante”, tutto centrato sulla comunità di Tessalonica, su Dio Padre, su Gesù Cristo, sulla Grazia, sullo Spirito, sulla fede, sulla speranza... Cirignano ritiene di doverne seguire l’insegnamento per contribuire «ad ipotizzare un nuovo modo di parlare di Dio» (p.27).

Ogni capitolo riporta in esergo un passo del Vangelo. Ma il capitolo VI, dal titolo “I mezzi di in comunicazione”, sorprende: l’argomento «non consente la consueta scelta di un brano evangelico come introduzione. I moderni mezzi di comunicazione sono, infatti, del tutto estranei a Gesù e al suo tempo»(p. 49). Le difficoltà di cui è irto il cammino da compiere non sono superabili se non riscoprendo l’interiorità ossia l’ essenza e l’autenticità della persona umana.

Il libro è un invito al dialogo e alla lettura del Vangelo. Il magistero educativo di Cirignano è tutto Vangelo. Dio si dice con le parole del Vangelo, che sono semplici e profonde. Cirignano le vive e le spiega. Le spiega soprattutto con Luca, “scrittore di talento”: il Dio in cui credono i fedeli del Vangelo è un Dio che perdona i peccati. La peccatrice che raggiunge il Maestro nella casa del fariseo Simone (77,367,3636-50) offre segni di pentimento. Non una parola, parlano i suoi gesti (p.84).

«Il perdono dei peccati e l’amore si cercano sempre»(p. 85). L’uomo del nostro tempo è alla ricerca di se stesso. Dialogo, testimonianza, tensione verso la verità. Parlare di Dio, come? richiama le pagine straordinarie di Pane al pane e di Non lasciamoci rubare il Vangelo. E quando il dire appassionato di Cirignano si trasforma in versi (apparente poesia, lui dice), il Vangelo ci si rivela in tutto il suo immenso stupore: è crescita, è preghiera, è vita.

Data recensione: 20/12/2024

Testata Giornalistica: L’Avvenire

Autore: Francesco Pistoia



IN CAMMINO VERSO LA PASQUA

 

 SIATE RAGIONEVOLI 

CHIEDETE L'IMPOSSIBILE!



Riflessioni di don Giulio Cirignano*

 -31 marzo 2018

L’invito esteso all’intera comunità associativa e al vasto e variegato mondo dei credenti e dei non credenti, è stato categorico: “Puntate all’impossibile. L’impossibile come anelito, come sogno, come progetto. Utopia amabile e liberante. L’impossibile come la più concreta forma di ragionevolezza”.

La Pasqua, infatti, è di per sé un evento umanamente impossibile. Per Gesù, invece, si tratta di risorgere da morte, entrare in una vita nuova. Gesù non è rinvivito, è risorto. È già ‘ impossibile’ pensare ad un morto che riprende a vivere. Ancora più impossibile è pensare ad un morto che riprende la vita per non morire più.

Il mistero cristiano ha nel Signore risorto il suo punto decisivo. Inimmaginabile. Di portata cosmica: è come l’inizio di una nuova creazione.

I credenti, allora, sono i ‘ figli’ della resurrezione. I figli della vita contro la morte. I discepoli dell’impossibile divenuto realtà.

‘Figli della resurrezione’: trattasi di un ebraismo assai espressivo e adatto: l’ebraico per esprimere l’appartenenza usa la parola ‘ figlio ’.

Celebrare la Pasqua, allora, è credere nell’impossibile e volerlo. È fare spazio a un grande sogno che spesso non abbiamo neppure il coraggio e la forza di coltivare.
Don Giulio Cirignano, nel muovere da questo assunto e confortato da puntuali richiami biblici ed evangelici, indica i contesti dentro i quali coabitare con la dignitosa utopia dell’essere ragionevoli, chiedendo l’impossibile.

 A livello sociale

* L’impossibilità di una convivenza più ricca di umanità. Puntare all’impossibile è già metterla in essere.

* L’impossibilità di un progetto di convivenza veramente segnato dalla giustizia. È ragionevole volere    questa impossibile possibilità.

* L’impossibilità di resistere alla banalità elevata a norma. Alla sciatteria, al qualunquismo, al populismo    facile e aggressivo. Si può resistere.

* L’impossibilità di una politica più libera dagli interessi privati. Occorre cominciare a pensarla e a volerla.   Con iniziative concrete di formazione alla buona politica.

* Celebrare la Pasqua è credere all’impossibilità di una cultura meno arida e insignificante: ciò non può    essere lasciato al caso. Ma frutto di decisione e di responsabilità.
* Siamo   ragionevoli, crediamo   all’impossibile. Crediamoci con tutte le forze. Crediamoci in modo da    rendere onore alla nostra fede pasquale. Altrimenti la Pasqua sarà solo rito, l’emozione spirituale di un    momento, una fugace parentesi, inerte, senza forza creativa.


A livello ecclesiale.

In questo contesto è ancora più entusiasmante. * L’impossibilità di una Chiesa più fraterna: è questo il progetto di Gesù. Più fraterna per la comunione e la  stima reciproca.

* L’impossibilità di una Chiesa meno incartata nella sua autosufficienza, nella continua autocelebrazione.
* L’impossibilità di una Chiesa più evangelica. Perché più povera. Di averi, di potere, di ambizioni.
* L’impossibilità di una Chiesa amica dell’uomo, di tutti gli uomini.

* La comparsa di Papa Francesco: l’impossibile è divenuto realtà.* Quest’anno la Pasqua sarà più dolce: il coraggio del Conclave ci autorizza a credere nell’impossibilità che    si fa ragionevole prospettiva di una Chiesa più fedele al Vangelo e al Concilio. Sì, siamo esortati ad    essere ragionevoli e a credere in un’esperienza ecclesiale con la forza di una nuova convinzione.

 A livello personale

* Siamo ragionevoli nel credere all’impossibilità che si fa possibilità, per grazia, di essere più liberi dai nostri    egoismi. È necessario, però, volerla, desiderarla questa impossibilità.
* Crediamo nell’impossibilità di amare di più e meglio. È la cosa più ragionevole volere amare di più.   Volere un amore più grande: per la nostra pace interiore,per il nostro lavoro, per la nostra famiglia.

* Desideriamo, come nostro futuro, l’impossibilità di volerci persone, se non felici, almeno più serene, più    contente.

* Chiediamo a noi stessi l’impossibile di volgere le spalle a ogni forma di pessimismo e di sfiducia. Siamo   discepoli dell’impossibile anche coltivando la speranza di poter guardare, intorno a noi, con sguardo coraggioso e mite.

* Guardando a Gesù crediamo e scegliamo l’impossibile ragionevolezza di non rimanere prigionieri del    passato e fare del futuro il verbo più congeniale alla nostra dignità.
  Non c’è deviazione che non possa essere corretta. Gesù fu un formidabile amante di futuro in alcuni    incontri: a) “Nessuno ti ha condannato.  Neppure io, vai in pace e smetti di innamorarti della tua    fragilità”, b) “Zaccheo, oggi voglio fermarmi a casa tua “e cambiò tutto; c) “Nicodemo, sappi che si     può nascere di nuovo, dall’alto”; d) “Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro. E Pietro si ricordò . . . e uscito pensò amaramente: ‘ Ricomincio a vivere’ “; e) “Oggi sarai con me in paradiso!”.

 A livello associativo.

* Siamo ragionevoli: crediamo e scegliamo come impossibile, fortunato ideale, quello di entrare a far parte    di questa Chiesa che sembra prepararsi ad una insperata fioritura. Con lucida coscienza di alter natività.

* Crediamo ragionevole l’impossibile comunione di intelligenze e di volontà giovani per una scuola in grado    di liberare dall’ignoranza e generare alla capacità di scelta e partecipazione. Giovani, nuove, fresche: da   andare a cercare e coinvolgere.

* Siamo ragionevoli: chiediamo a noi stessi l’impossibile fedeltà al nostro passato, alla ricca elaborazione    dei nostri oltre sessanta anni di storia. È ragionevole amare preservare quanto si è fatto, come premessa di futuri percorsi.

* Chiediamo l’impossibile intelligenza di quello che la scuola deve e può essere come anello di una     cittadinanza più responsabile.  Ora, in questo momento, lungo la linea interrotta dell’innovazione e del    cambiamento.

* Cosa è possibile ancora chiedere e volere a livello associativo? Senza il continuo richiamo alle ragioni del nostro operare, senza la giocosa e continua riscoperta della nostra     cittadinanza evangelica. L’associazionismo vive una inedita povertà. Ma, forse, è proprio in momenti come questi che    alberga, sottotraccia, la possibilità di una vera, convinta, impossibile alternatività di pensiero e di vita, a    vantaggio della scuola, della Chiesa, della comune convivenza.  Questo è il momento di chiedere l’impossibile e volerlo, buttando sul tappeto energie e reclutandole    dove non le penseremmo mai presenti. Ma esse ci sono e aspettano. 

Allora amici dell’AIMC, facciamo    Pasqua con il Signore risorto, ridoniamo nuove attualità all’impossibile bellezza di vivere con gioia. Di  vivere in sintonia con la gioia del Vangelo.

 ·        Don Giulio Cirignano è professore emerito di Sacra Scrittura presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale. 

Dal 1978 al 2011 è stato assistente nazionale dell’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC). 

Ha pubblicato Porzione di Chiesa. L’AIMC spazio di logica alternativa (1995), Padre nostro (2000), Attualità della Parola (2006), Circuito virtuoso: sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale (2008), Francesco, bellezza e coraggio (2015), Bellezza del gaudio evangelico al centro della vita cristiana (2017), Parole come carboni ardenti (2018), Cambiamento d’epoca (2018), Non lasciamoci rubare la speranza (2019), Non lasciamoci rubare il Vangelo (2020), Ancora un esodo (2020), Il mirabile messaggio della Lettera agli Ebrei (2021), Pane al pane (2022), Sentinella, quanto resta della notte? (2023), Parlare di Dio, come? (2024). In collaborazione col professor Ferdinando Montuschi ha scritto La personalità di Paolo (1999), Marco. Un Vangelo di paura e di gioia (2000) e Come te stesso: la misura dell’amore (2007).

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sabato 29 marzo 2025

UN PADRE MISERICORDIOSO


UN FIGLIO                  PERDUTO                   e RITROVATO
 Il tema della domenica: Il Vangelo: Lc 15,1-3.11-32
Commento di Massimo Grilli

La parabola comunemente denominata del “figlio prodigo” è un capolavoro, non solo della narrativa lucana, ma della letteratura mondiale. Pochi racconti hanno destato una così grande impressione e hanno conosciuto così tante interpretazioni (dalla storico-critica alla filosofica, dalla psicanalitica alla strutturale…); pochi sono stati così rappresentati nell’arte e celebrati nel pensiero. Gli stessi molteplici titoli dati al racconto – allo scopo di cogliere l’essenza del messaggio (“figlio prodigo”, “padre misericordioso”, “figlio perduto e ritrovato” ecc.) – ne hanno in realtà messo in risalto solo l’uno o l’altro aspetto. Troppo ricca la trama, troppo intensa la commozione, troppo ampia la portata simbolica. Se partiamo poi dalla composizione, non è difficile accorgersi che la prima parte si sofferma sul rapporto tra il padre e il figlio più giovane, mentre la seconda sulla relazione tra il padre e il primogenito. La filigrana sta proprio in questo duplice riferimento, che riguarda due atteggiamenti divergenti e due categorie religiose. La figura straordinaria del padre resta comunque centrale e funge da ponte, unendo le diverse sfaccettature ed esaltando il messaggio.

Il figlio perduto

Il racconto inizia in una casa, come tante, dove un uomo viveva con due figli. Il distacco del più giovane non viene giustificato: litigi? desiderio di indipendenza? stanchezza? La curiosità del lettore non viene soddisfatta, perché non è ciò che conta veramente. Un fatto è certo: l’allontanamento è progressivo e il decadimento del figlio uscito di casa diventa sempre più tragico. Nel contesto dell’alleanza, la rottura delle relazioni umane fondamentali, la separazione dalle proprie radici comporta inevitabilmente la rottura con Dio. E infatti, lontano dal padre, il patrimonio viene presto dilapidato con una vita dissoluta, aggravata da una carestia che sopraggiunge inaspettata. Il giovane diventa custode dei porci – animali impuri per eccellenza -, sommo degrado, tanto che un detto rabbinico afferma: «maledetto l’uomo che alleva porci».

Arrivato al fondo della disperazione, il giovane “rientra in sé”: è l’inizio del capovolgimento. Un altro detto rabbinico afferma che, quando gli uomini sono costretti a mangiare carrube, si convertono. Quasi a dire che, spesso, non ci sono alte motivazioni religiose all’origine di una conversione inaspettata; né apparizioni, né vie di Damasco… Semplicemente il degrado, lo stato di abbandono, e un grande vuoto. La vita dissoluta promette molto, ma non offre nulla.

Il padre misericordioso

A questo punto, la macchina da presa si sposta sul padre, autore di una serie di atti piuttosto paradossali e inverosimili sul piano dell’esperienza quotidiana: vede il figlio da lontano (lo aspettava!), è commosso fino alle viscere, gli corre incontro, gli si getta al collo (impedendogli di umiliarsi), lo bacia, gli dà il vestito della festa, gli mette un anello al dito, i sandali ai piedi, e ordina un banchetto. Leggendo questa lunga serie di atti, il lettore avverte immediatamente una straripante passionalità (chi ha detto che la Bibbia è maestra di moderazione?) che avvolge il peccatore, impedendogli di umiliarsi.

Non si parla di penitenze, digiuni ed elemosine; non si chiede di dimostrare sincerità di intenzioni; non si esigono promesse future… Tutto è gratuità, commozione, tutto è tripudio ed ebbrezza, gioia di ritrovarsi, di abbracciarsi, di fare festa… Certo, bisogna evitare facili demagogie e ingenuità ermeneutiche: è necessario capire la retorica del racconto e l’intenzione dell’autore… Tutto vero. Ma non è forse anche vero che, a volte, le nostre comunità ecclesiali rischiano di invecchiare nei “distinguo” e negli equilibrismi diplomatici, di appassire in vecchie e rinsecchite discussioni che giocano sempre in superficie, invece di cantare la gioia del ritorno e del perdono, della gratuità e della festa? Non è vero che viene sempre più a mancare l’ebbrezza e l’esultanza per un solo peccatore che si pente piuttosto che per i novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione? Chi sa guardare ancora lontano, all’orizzonte… non per scrutare le malefatte dei figli dell’uomo, ma per scoprirne l’incanto? Chi sa ancora aspettare e avere nostalgia, perseverare nell’attesa e rispettare i tempi, senza cedere alla disperazione o all’invadenza? Siamo ancora capaci di gratuità, di estasi, esultanza e abbandono?

L’entrata in scena del figlio maggiore cambia la prospettiva della parabola. Bisogna subito dire che, anche sul lettore più disponibile a comprendere questa paternità inusuale, fa un certo effetto il contrasto tra chi ritorna dai campi, fedele al suo compito quotidiano, e la festa di cui gode il dissoluto che ha sperperato ogni avere. Anche qui, gli elementi narrativi sembrano poco convenienti e poco rispondenti all’esperienza quotidiana. È facile intuire che l’ira del figlio maggiore, tutto sommato, viene giustificata dal lettore. Ma tant’è. Egli rimane fuori e il padre – ancora una volta – deve uscire.

Questo tuo fratello

Nello sfogo, il figlio maggiore enumera anzitutto i suoi meriti: il servizio e la fedeltà. Non sono queste le doti richieste a tutti i figli degli uomini? E, dopo aver enumerato i suoi meriti, mette in risalto i peccati del suo fratello minore e l’ingiustizia del padre: «quando è venuto questo tuo figlio, che ha divorato il tuo patrimonio con le prostitute, gli hai ammazzato il vitello ingrassato!». L’accento è su «questo tuo figlio», espressione che tradisce uno sprezzante distacco, o forse odio. Il padre risponde con «figlio!» e il pronome personale «tu», ripetuto enfaticamente due volte: «figlio tutu sei sempre con me». Invece di un rapporto convenzionale, si intravede un amore personale, intimo, fondato sulla relazione.

A «questo tuo figlio», il padre risponde con «questo tuo fratello»: un invito a porsi a un altro livello. In effetti, il problema è proprio questo. In fondo, alla luce di una logica retributiva, il maggiore non ha torto. Ma proprio qui è il punto: il padre agisce partendo da un’altra logica. Dietro l’atteggiamento del primogenito si intravedono certamente le critiche dei farisei al comportamento di Gesù piuttosto benevolo verso i peccatori, ma anche una certa logica cristiana vigente nella comunità di Luca: un modo di sentire le relazioni, che non teneva conto della gratuità e della benevolenza divina.

Luca ricorda che la giustizia divina e umana, invocata dal figlio maggiore, dice anzitutto relazione, rapporto con “l’altro”, prima che rapporto con un codice di comportamento. La fratellanza produce differenziazione e una comunità di fratelli non nega l’alterità; anzi, la esige. L’altro rimane fratello, in quanto altro da me. Lévinas ha intuito molto bene questa dimensione relazionale che sta alla base del discorso biblico e le conseguenze etiche di una tale impostazione. «A un soggetto rivolto verso se stesso… – dice Lévinas –, a un soggetto che si definisce per la cura di sé e che, nella felicità, attua il suo per sé, noi opponiamo il desiderio dell’Altro… di un Altro che sono gli Altri, che non sono né il mio nemico… né il mio complemento…».

Le ultime parole del padre al figlio maggiore sono un invito a entrare nella festa della gratuità, ad abbandonare la logica del dovuto, a riconoscerlo come fratello, ad abbandonare lo scanno di giudice e a porsi sul trono della misericordia, a non allontanarsi – disgustato e sprezzante – nel giardino dei “giusti”, ma a farsi prossimo del peccatore e del dissoluto, perché egli rimane comunque un “fratello”. Il finale aperto della parabola è di una forza pragmatica possente; non si dice quale decisione abbia preso il primogenito: sarà entrato nella festa o si sarà allontanato, sprezzante? Tutto è posto in mano al lettore che, forse, è chiamato lui (!) a rispondere.

*Don Massimo Grilli,

Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano

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AUTOCRAZIA o DEMOCRAZIA ?

 


La crisi 

e le sfide di un modello

 

-         



Di MAURO MAGATTI

-          Dopo la caduta di Berlino e la creazione “dell’ordine liberale globale”, il mondo intero sembrò virare verso la democrazia. A trentacinque anni di distanza la situazione è molto cambiata. Al punto che in tanti si chiedono se il tempo della democrazia sia finito.

Secondo l’Economist Intelligence Unit, circa il 45% della popolazione mondiale vive in una democrazia, anche se meno del 10% in una “piena democrazia”. Al contrario, il 40% vive in un regime autoritario e il restante 15% in una situazione ibrida. Anche se, sottolinea il rapporto, la tendenza negli ultimi anni vede un arretramento della democrazia. Ci sono cause esterne e cause interne che spiegano queste difficoltà. Sul fronte interno si può parlare della convergenza di tre fattori.

Disuguaglianze

Il primo riguarda le crescenti disuguaglianze che mettono in discussione la stessa legittimazione delle istituzioni democratiche. Tema attualissimo anche in Italia dove, come ha appena fatto sapere l’Istat, il 30% della popolazione arranca. Mentre la ricchezza continua a concentrarsi nelle mani di pochi.

Il secondo fattore di crisi riguarda la degenerazione della sfera pubblica aggravatasi con l’avvento dei social. Nel mondo digitale la polarizzazione è la regola. Tutti parlano e nessuno ascolta. E, cosa più grave, le democrazie sono ormai da anni preda di una spirale nichilista che le rende incapaci di costruire: difficile credere in qualcosa. E ancora di più, credere insieme.

Un terzo fattore concerne il nodo dell’efficienza delle istituzioni. Il processo decisionale democratico appare farraginoso e in cronica difficoltà.

 E con l’avanzare dell’intelligenza artificiale, i dubbi che i parlamenti siano ancora in grado di decidere si fa velocemente strada. La crisi del modello democratico diventa evidente nel suo vertice mondiale: l’inedita alleanza tra il populista Trump e i grandi magnati della tecnologia suscita diffuse preoccupazioni. Sul piano esterno, le difficoltà si palesano nel rapido cambiamento dei rapporti internazionali. Con l’attacco all’Ucraina, Putin non ha solo riaffermato il ruolo politico della Russia, ma ha creato un contesto in cui le autocrazie sono diventate più sfacciate e aggressive. Come si vede in questi giorni in Turchia con il clamoroso arresto del principale oppositore del regime di Erdogan.

Il consenso che sembrava essersi consolidato intorno alla desiderabilità del modello democratico oggi non c’è più.

Anzi, i regimi autocratici pretendono di avere le risposte alla crisi della democrazia: in tema di sicurezza, uguaglianza, identità, efficienza.

Democrazia e autocrazia

In questa situazione, la rappresentazione di un mondo diviso tra democrazia e autocrazie guadagna terreno. Anche tra le élite del mondo libero. Senza rendersi conto che una tale visione finisce per avvantaggiare i dittatori che si trovano legittimati proprio dalle difficoltà interne delle democrazie. Tutto ciò significa che, negli anni a venire, le democrazie dovranno dimostrare di essere all’altezza del nuovo tempo storico. Nulla può essere dato per scontato. E tutto ciò concretamente richiede un salto di qualità su almeno tre temi cruciali.

In primo luogo, serve capacità di innovazione istituzionale. Mi limito a osservare che una delle istituzioni fondamentali della democrazia, il Parlamento, (cioè, il luogo dove si parla, si discute per arrivare a una deliberazione) va ripensato al tempo dell’intelligenza artificiale. In secondo luogo, serve tornare a investire sulla partecipazione democratica che al tempo del digitale significa intelligenza sociale diffusa. Se le democrazie vogliono scongiurare uno scenario da “fattoria degli animali” alla Orwell, devono investire su educazione, cultura, corresponsabilità. In un quadro di giustizia sociale e solidarietà.

Quali valori?

In terzo luogo, le democrazie sono chiamate a distinguere pluralismo da nichilismo. Non c’è vita democratica in una condizione di distruzione di ogni valore. Di diritti senza doveri. Ma affrontare tale questione sollecita a ripensare il nostro modello di sviluppo. Oltre il mero consumerismo individualista. Economia e politica si tengono: non è possibile riformare la seconda senza ripensare la prima.

Governance internazionale

L’ultimo aspetto riguarda la governance internazionale. La crisi verticale dell’Onu e delle agenzie multilaterali è un problema serissimo, che va affrontato nel quadro della costruzione di un nuovo ordine globale, basato sui principi fondanti dello stato di diritto, del dilago, della cooperazione, della pace. Passata la stagione in cui si è pensato di esportare la democrazia, impegniamoci a essere parte attiva nella costruzione di istituzioni globali compatibili con i principi democratici.

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LA SOCIETA' IMPIGRITA

 

Cattolici, un “lavoro dello spirito” per scuotere la società impigrita


Oltre l’impressione di incertezza e irrilevanza, 

affiora l’occasione di animare relazioni e progetti condivisi 

riorientando la “zona grigia” di una collettività 

che si accontenta del presente

 

-         di GIUSEPPE DE RITA

-          Anche sapendo che non si può più essere presenza maggioritaria, siamo tutti desiderosi, noi cattolici, di uscire dall’attuale sensazione di incertezza ed irrilevanza. Qualcuno coltiva l’illusione di un ritorno al passato, mentre qualcun altro immagina una fuga in avanti fatta di un minoritario ricompattamento dei “pochi ma buoni”. Due tentazioni di per sé comprensibili, ma che, intrecciandosi e rafforzandosi a vicenda, rischiano di far perdere una grande occasione di incisiva presenza del pensiero cattolico, un’opportunità che sarebbe davvero un peccato perdere. P er spiegare tale opportunità occorre fare un passo indietro nel cammino della Chiesa degli ultimi sessanta anni, da quando essa ha voluto essere chiesa di popolo, capace cioè di mobilitare le diverse energie collettive esistenti nel Paese. La scelta cioè di coniugare la realtà di fede, con lo spirito dello sviluppo sociale, cominciando con la Montée Humaine di Padre Lebret a fine anni ‘50; proseguendo con la Populorum Progressio di Paolo VI del ’65; e ancora con la Promozione Umana del Primo Convegno ecclesiale del ’76. Si può dire che, in fondo, la cultura del mondo cattolico ha condiviso, lungo alcuni decenni, la crescita e la voglia di crescere della società, quasi in silenzioso rispecchiamento tra crescita umana e sviluppo del Paese. Se ci pensiamo, Montée Humaine, Populorum Progressio e Promozione Umana esprimono, in lingue diverse, lo stesso concetto e la stessa speranza, e cioè che lo sviluppo della persona, di ciascuna persona e attraverso questo, lo sviluppo dei popo-li, è prezioso agli occhi di Dio, di più: è il progetto stesso di Dio. M a quella combinata tensione a crescere si è nel tempo affievolita e si è dovuto prendere atto che, sia nella realtà ecclesiale che in quella sociale, si è venuta di fatto formando una ambigua “zona grigia”, alimentata dalle propensioni al vivere di presente; tendente all’individualismo, al soggettivismo; una zona grigia segnata dalla tendenza al tralasciare, al disimpegno (non vado a votare e non vado a Messa); una zona grigia che ha causato, una generalizzata, perdita di senso, una forte difficoltà nelle relazioni, una gran fatica a trovare un progetto di vita comune. Il lavoro dello spirito, la politica come professione/vocazione, esaltato da Massimo Cacciari, oggi ci porta a riconoscere che molti dei problemi del nostro Paese, hanno origine proprio in un deficit di vocazione, una carenza di fini. La tanta politica con poca professione/vocazione è anche lo specchio di una società sempre più incapace di guardare oltre. T utto ciò ha conseguenze in tutti gli ambiti, da quello demografico a quello produttivo e addirittura sul piano dei consumi: i continui aggiornamenti tecnici di alcuni prodotti, sono sempre più palesemente in-utili e il bluff della novità è sempre meno accattivante. C’è un deficit di iniziativa privata nel mondo produttivo, anche gli investimenti pubblici faticano ad essere assorbiti dal sistema, perché manca la necessaria “fame di investimento”. Questo pericoloso impigrimento della società, come della vita ecclesiale, impone la ricerca degli strumenti più efficaci, per rilanciare il protagonismo dei vari soggetti sociali. È noto che la storia italiana degli ultimi decenni ha visto un peso enorme dei soggetti intermedi (da quelli materiali a quelli locali, alle stesse istituzioni ecclesiali). C’è in questo campo una naturale ondata di crisi, ma non sta a noi fare una analisi critica, è indubbio che il mondo cattolico può e deve essere in prima fila, come grande corpo intermedio, per lavorare sulla zona grigia, sviluppando quel poco o quel tanto di “lavoro dello spirito”. P erché le due zone grigie, quella civile e quella religiosa, sono pressoché sovrapponibili, sono due facce della stessa medaglia, solo che quella religiosa conserva l’attitudine alla vocazione, possiede ancora un codice dell’anima condiviso e non vuole rinunciare alla trascendenza, non è un caso, infatti che più della metà degli italiani si rivolge a Dio, crede in una vita dopo la morte e in qualche forma di “giudizio finale”. La grande opportunità allora che si apre in questo scenario sta proprio nel fatto che la chiesa in uscita può portare con sé, nella zona grigia, in modo più o meno latente, i suoi attrezzi spirituali, il suo bagaglio di capacità di orientamento, la sua tensione verso un altrove, la sua spinta a dare senso ad una vita, “che non si esaurisce tutta qua”. I l contributo visto come cattolici sarà quello di richiamare gli italiani all’uso di quegli strumenti, riattivare quei semi, anche piccoli, che la “chiesa in uscita” porta con sé e che oggi, magari senza saperlo, getta nella società. Colmando, là dove ci si trova e per quanto possibile, quel deficit di vocazione che oggi affligge la nostra società, facendo leva su quell’attitudine alla trascendenza che noi tutti abbiamo interiorizzato e che fa parte del nostro patrimonio nazionale, almeno ancora per qualche generazione, visto che l'analfabetismo religioso si diffonde fra i giovani e tra uno o due generazioni, l'erosione potrebbe essere irreversibile. Avviare allora un lavoro dello spirito, una ricerca di vocazione a tutti i livelli, contrasterebbe il soggettivismo spento, orienterebbe le comunità sociali, grandi e piccole, verso il recupero di valori civili e sociali, valori magari con risonanze religiose, ma senza richiami ad appartenenze, sarebbe un bel modo per incoraggiare il Paese ad andare oltre. L a prospettiva allora non dev’essere quella di “andare in missione” nella zona grigia, ma di sperare (e qui sta il senso della “Responsabilità della Speranza”) che la zona grigia sia già in missione per conto dello Spirito. Non c’è niente da insegnare, perché la vocazione non si insegna, ha al suo interno la forza propulsiva per realizzarsi; questo non vuol dire che non servano le condizioni necessarie perché la vocazione, prima si manifesti e poi possa realizzarsi. Come cristiani nella società dovremmo sentire questo come nostro compito, che è anche il compito di una politica come professione. Certo, anche dal punto di vista della Chiesa, serve un lavoro di rafforzamento dell’armamentario spirituale e di orientamento, non ovviamente dello spirito, che è sommamente libero e soffia dove vuole, bensì di quali opportunità la società offra al lavoro dello spirito. Un’azione quasi a distanza, come di chi, da una posizione privilegiata, sappia indicare i sentieri su cui può essere vantaggioso muoversi.

N on si tratta di affrontare un deserto, né tantomeno un territorio ostile, anzi forse c’è in giro meno indifferenza di quel che si immagina; si tratta di tornare ad occuparsi della zona intermedia della società, evitando i margini esterni degli opposti oltranzismi: quello dei saldi “pochi ma buoni”, come quello delle pretese sempre nuove. Tornare a quella che Romano Guardini chiamava “l’officina dell’esistenza”, la nostra zona grigia occupa già la zona intermedia della società e forse è un bene anche per lo zoccolo duro dei praticanti, sempre citando Guardini: «Una vita priva di questa zona intermedia diventa irreale, poiché qui è il luogo dell'attuazione reale». Riprendiamo la sfida dell’attuazione reale, nella linea del Montée, Progressio e Promozione, che scommette sull’uomo reale, nel suo impasto di mediocrità e di vocazione al divino. E a compiere questo lavoro dello spirito, devono sentirsi chiamati principalmente i laici, che sono quelli più impastati alla società. Servono laici, uomini e donne di buona volontà, capaci di riconvertire le esperienze cristiane in esperienze umane e viceversa, di fare un lavoro dello spirito nella società, di aiutare nella ricerca di un fine le tante esperienze civili che, senza vocazione, rischiano di sciupare energie. Occorre, tutti insieme, trovare ambiti e strumenti per fare questo tipo di lavoro, ritrovando anche un linguaggio per parlare al mondo contemporaneo incarnandosi in esso, forse riscoprendo il linguaggio “in parabole”, essere capaci di immaginare e di narrare storie, magari favole, per raccontare le cose di lassù, partendo dalle realtà di quaggiù.

Le opposte tentazioni del ritorno al passato e della chiusura nei “pochi ma buoni” si legittimano a vicenda, lasciando in ombra una grande occasione di presenza incisiva per il pensiero credente. Che non va persa.

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RISCHIO POVERTA'


Un italiano su quattro rischia la povertà o esclusione sociale

 



-di Giuseppe Savagnone

  

Due rapporti allarmanti

Nello stesso giorno in cui i giornali di destra – «Libero», «La Verità», «Il Tempo» –   hanno consacrato il titolo di prima pagina allo scatto d’ira di Prodi contro la giornalista che l’intervistava, «Avvenire» lo ha dedicato al rapporto Istat, appena pubblicato, in cui si denuncia la progressiva diminuzione delle entrate degli italiani.

«Ancora impoveriti», titolava il giornale cattolico. E, nell’occhiello: «L’Istat segnala come le famiglie abbiano redditi inferiori dell’8,7% rispetto a quello conseguiti nel 2007». Nel sommario sotto il titolo, poi, si leggeva che «un italiano su quattro è a rischio povertà», e che anche tra i lavoratori «il 20% guadagna troppo poco, il 10% è misero».

Forse ci saranno lettori che considerano centrale per il futuro del nostro paese la questione se l’ormai più che ottantenne “padre” della «Margherita e dell’«Ulivo» abbia o no tirato una ciocca di capelli della sua intervistatrice – come evidentemente pensano i direttori dei quotidiani prima citati – , ma, per quanto ci riguarda, a noi sembra che la notizia a cui ha dato risalto «Avvenire» sia ben più significativa e meriti una riflessione.

Il documento in questione è il report dell’Istat su “Condizioni di vita e reddito delle famiglie, anni 2023-2024”, pubblicato mercoledì 26 marzo. Come sintetizza «Il sole 24ore», dal rapporto risulta che «nel 2024 il 23,1% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale (nel 2023 era il 22,8%)».

Siamo davanti, dunque, a un fenomeno che coinvolge quasi un quarto degli italiani e che è in continuo peggioramento, soprattutto per gli anziani soli e le famiglie numerose. Ma il problema riguarda tutti. Anche il 10,3% degli occupati, secondo il rapporto, non sono in grado di procurarsi i beni necessari alla vita .

All’origine di questo progressivo immiserimento, c’è una inadeguatezza delle retribuzioni dei lavoratori. A questo è dedicato un altro recente report, il Rapporto mondiale sui salari 2024-2025, pubblicato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) il 24 marzo.

In esso si segnala che in Italia, mentre i salari nominali crescono – nel 2023 si è registrato un aumento del +4,2% – o, quanto meno, si mantengono stabili, il potere d’acquisto dei lavoratori si contrae.

Da questo punto di vista, il nostro paese registra il peggiore risultato rispetto all’intero gruppo del G20: dal 2008 a oggi, i salari reali sono diminuiti dell’8,7%, un dato che pone l’Italia in fondo alla classifica globale. Mentre in Francia c’è stato un aumento di circa il 5 per cento, in Germania di quasi il 15, noi siamo l’unico paese, tra le economie avanzate, a registrare una flessione così marcata.

Alla ricerca delle cause

Secondo molti il problema principale che ha determinato la mancata crescita degli stipendi è che l’economia italiana, in questi ultimi vent’anni, non è sostanzialmente cresciuta, anche per le scelte industriali del paese, orientate più sui settori tradizionali (e che pagano peggio) che su quelli più innovativi e ad alta potenzialità di crescita.

Ma c’è chi sottolinea che – mentre fino all’inizio del 2000 i salari italiani sono cresciuti, eppur debolmente, a un ritmo superiore rispetto alla produttività –  a partire dal 2022 la situazione si è rovesciata: la produttività del lavoro ha ripreso ad aumentare, mentre la crescita retributiva è rimasta pressoché nulla. I lavoratori contribuiscono in misura maggiore alla crescita, senza però riceverne un beneficio proporzionale.

Questo anche perché l’export italiano, per essere competitivo nel mondo ha sempre tenuto bassi i salari, anziché aumentare la produttività, come ad esempio ha sempre fatto la Germania. 

Ma il problema – notano altri – è più generale e ha a che fare con l’indebolimento del ruolo dei sindacati. Gli aumenti salariali, negli altri paesi europei, passano infatti dai rinnovi dei cosiddetti contratti collettivi, negoziati a livello nazionale e rinnovati puntualmente, di solito dopo un triennio, tenendo conto della crescita del costo della vita e delle altre circostanze che possono giustificare nuove e più vantaggiose condizioni per i lavoratori.

In Italia, invece, l’Istat nel 2024 segnalava che il 50% dei lavoratori aveva un contratto scaduto e che dunque il suo stipendio era fermo.  

L’inflazione degli ultimi anni ha ulteriormente aggravato le cose: dal gennaio 2021 al febbraio 2025 i prezzi sono aumentati complessivamente di quasi il 18 per cento, mentre le retribuzioni contrattuali dell’8,2, cioè meno della metà. Gli adeguamenti retributivi attuati in risposta all’aumento dei prezzi si sono rivelati insufficienti a compensare la perdita di potere d’acquisto.

L’impatto è stato particolarmente pesante per i redditi più bassi, che destinano una quota maggiore del proprio stipendio ai beni di prima necessità, i cui prezzi hanno subito gli aumenti più consistenti.

L’erosione del potere d’acquisto è diventata così non solo una questione economica, ma anche un tema di giustizia sociale, perché accresce le disuguaglianze, già molto marcate.

L’Italia è, tra i principali stati membri dell’UE, quello che registra il divario più ampio tra ricchi e poveri: l’1% detiene il 13,6% di tutto il reddito nazionale e il 5% delle famiglie possiede quasi la metà – il 48% – della ricchezza.

Le rivendicazioni  entusiastiche del governo

Davanti a questo quadro, aggiornato al biennio 2023-2024, non può non lasciare perplessi la grande soddisfazione con cui Giorgia Meloni e i rappresentanti dei partiti di maggioranza rivendicano i risultati conseguiti, proprio nel campo economico, durante questi tre anni di governo.

Il cavallo di battaglia è l’aumento del numero degli occupati, che è è passato dai 23,519 milioni del luglio 2023 ai 24,222 milioni del gennaio 2025, con un tasso di occupazione del 62,8%. Si tratta del livello più alto dal 2004. È un dato di fatto che nei primi due anni di governo di Giorgia Meloni l’occupazione è cresciuta di 847mila unità (+3,6%).

Naturalmente non sono mancate le obiezioni. Secondo la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, dietro al record del numero degli occupati si nasconde la crescita dei contratti a tempo determinato. In verità, i numeri smentiscono questa tesi. Secondo l’Istat, sotto il governo Meloni gli occupati dipendenti a tempo indeterminato sono aumentati di quasi 940 mila unità, mentre quelli a termine sono scesi di 266 mila unità.

Il problema è un altro. Le aziende assumono tanto perché pagano poco. La spiegazione più plausibile dell’apparente miracolo italiano del lavoro è verosimilmente legata alla bassa o inesistente crescita dei salari.

Per le imprese il costo del lavoro in termini reali in Italia è diminuito di quasi il 10%. Così, l’aumento del tasso di occupazione, che potrebbe essere visto come un successo, si colloca in un quadro in cui si abbassa la media dei salari e aumenta il numero di occupati con redditi bassi.

Senza dire che la crescita dell’occupazione non riguarda tutte le fasce. Essa è stata spinta soprattutto dall’aumento dei lavoratori maschi, che rappresentano circa l’80% di tutto il rialzo dell’ultimo anno, raggiungendo i 14 milioni, mentre le donne sono stabili intorno ai 10,2 milioni.

Resta inoltre aperta la questione giovanile. Il 93% dei nuovi occupati ha più di 50 anni. Incrementi più modesti ci sono stati nella fascia più giovane della popolazione, e ancora più modesti in quella tra i 35 e i 49 anni.

Per non parlare degli stranieri, schiacciati quasi sempre su basse qualifiche e i cui salari sono quasi del 30% inferiori a quelli dei lavoratori italiani.

Uscire dalla logica della campagna elettorale

Non si possono certo attribuire a questo governo tutte le colpe dell’attuale situazione. Tuttavia, è evidente che la sua politica non solo non l’ha cambiata, ma neppure si è mossa nella direzione di farlo.

La demonizzazione delle tasse, che sono il principale meccanismo di redistribuzione della ricchezza; l’indebolimento del pubblico e il favore scoperto nei confronti del privato – specialmente nell’ambito della sanità – , con la conseguente penalizzazione di chi non è in grado di fruire dei servizi a pagamento; lo sforzo constante di ridurre quanto più possibile l’influenza dei sindacati, rendendo così possibile il mancato rinnovo dei contratti di lavoro; la palese ostilità nei confronti degli stranieri, di cui vengono ostacolati in tutti i modi l’integrazione  e l’inserimento nel mercato del lavoro, delineano un progetto di società in cui i poveri sono destinati a diventare sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi.

I due rapporti – dell’Istat e dell’ILO – da cui siamo partiti non sono che lo specchio di questa tendenza. I proclami di «missione compiuta», volti a puntare i riflettori sui parziali successi, non possono nascondere la realtà di una nave “Italia” che sta affondando. Anche se si cerca in tutti i modi – e purtroppo con successo – di distrarre l’opinione pubblica su problemi del tutto marginali (come la lite di Prodi con la giornalista), contando sul fatto che ad annegare sono comunque i passeggeri invisibili della terza classe, nella stiva.

 

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