giovedì 1 gennaio 2026
PREGHIERA PER LA TERRA
mercoledì 31 dicembre 2025
IL POTERE DELLE PAROLE
-
di MARCO FERRANDO
Avvolti da una
spirale di conflittualità che sembra a tratti inarrestabile, nel
mondo ma anche intorno a noi, ci ritroviamo sempre più spesso senza
parole. Superata la sorpresa, l’indignazione, la
preoccupazione, pare che ci resti solo il silenzio. Una
tentazione forte, che è anche l’anticamera della resa. Una doppia resa.
Perché con il silenzio accettiamo che le cose facciano il loro
corso, perché così neghiamo alla parola il potere e
la responsabilità di levarsi contro questa stessa spirale. E se
non di fermarla, almeno di offrire un’alternativa. Il 2025 si chiude
nel solco di come era cominciato. Ma è proprio dentro a questo
solco sempre più profondo e più buio che ogni singola
scintilla può non solo fare un po’ di luce, ma anche
accendere qualcosa, rendersi portatrice di una
discontinuità, generare qualcosa di imprevisto. La parola è una
delle poche armi che ci restano, soprattutto se si tratta di una
parola disarmata e disarmante, espressione nei fatti diventata
il controcanto di questo Giubileo della Speranza.
Chiunque dispone della
parola, chiunque ne ha la responsabilità, a partire da ciò che dice e da come
lo dice. Le cause e gli effetti si moltiplicano poi se dalla dimensione
personale si sale fino alla comunicazione, alla comunicazione di massa,
all’ecosistema dell’informazione che vi ruota intorno e che vive le stesse
fatiche del mondo che dovrebbe raccontare. A quasi un anno di distanza, tornano
alla mente le parole di papa Francesco nel messaggio per la giornata delle
comunicazioni sociali il 24 gennaio scorso.
«Troppo spesso oggi la comunicazione non genera speranza, ma paura e disperazione, pregiudizio e rancore, fanatismo e addirittura odio – metteva in guardia Francesco –. Troppe volte semplifica la realtà per suscitare reazioni istintive, usa la parola come una lama, si serve persino di informazioni false o deformate ad arte per lanciare messaggi destinati a eccitare gli animi, a provocare, a ferire».
Parole profetiche,
se rivediamo il film di questo drammatico 2025. In cui la
comunicazione, e l’informazione, si sono ritrovate al tempo stesso
strumento e vittima della polarizzazione che sempre più
scandisce il mondo diseguale in cui viviamo. Il crescendo di
conflittualità a cui assistiamo ha nell’informazione un potente
alleato se ne fornisce i contenuti e si presta nei modi, ma
diventa uno dei pochi antidoti nel momento in cui sfugge a questa
dinamica. Non è un caso che l’informazione sia finita sempre più spesso
nel mirino: lo dimostrano i 67 giornalisti morti (per lo più
uccisi) nel corso dell’anno secondo i numeri di Reporters senza
Frontiere, lo dimostrano gli interessi (e relativi conflitti) che
circondano la proprietà dei media, settore in crisi ma capace di
scatenare ancora grandi appetiti, lo dimostrano le conferenze stampa
sempre meno frequenti e sempre più scandite da copioni cinematografici.
È il fascino, e il potere, della parola. Che può avere esiti deflagranti se chi
la pronuncia «ha il fuoco dentro» come Dorothy Day, la giornalista americana
evocata da papa Leone XIV a fine novembre, che l’ha eletta a modello della
speranza come «prendere posizione», nella sua vita passata a «scrivere e
servire», in uno sforzo che la vedeva «unire mente, cuore e mani». Perché dalla
parola all’azione il passo è breve, ed è in questa combinazione così umana che
si può restare vivi anche in mezzo a tante intelligenze artificiali, è così che
si può accendere la speranza mentre tutto parla di guerra, è così che si può
dire qualcosa di nuovo mentre tutto sembra già sentito. Ed è così che corriamo
il rischio di veder germogliare «all’improvviso» quella «pace selvatica» di cui
scriveva il poeta israeliano Yehuda Amichai, citato ancora dal papa nel
messaggio Urbi et Orbi.
La parola ha un potere
ineffabile e trasformativo. La parola ci fa prossimi di chi ci sta intorno, ci
apre, ci pone delle domande, rende utile e imprescindibile interessarci e
informarci. E gli algoritmi non potranno averla vinta finché ci saranno di mezzo
persone, con i loro valori, i loro gusti, le loro attenzioni. No, il silenzio
non può e non deve prevalere.
martedì 30 dicembre 2025
SOGNO DI CAPODANNO
SU
MARTE
Qui su Marte il Capodanno è “la Festa” perché l'anno è oltremodo lungo e cade in inverni con temperature attorno ai 120°C sotto zero che ci costringono a invertire sonno e veglia: 16-20 ore il primo, 4-8 la seconda. Nessuno esce di casa se non chi è stato poco previdente con le scorte e deve raggiungere il Meta-Market attraverso i tunnel stagni a marciapiedi magnetici mobili.
OGNI COSA A SUO TEMPO
è momento di bilanci
e occasione
per recuperare
la saggezza
del tempo che
passa.
di Enzo Bianchi
Davanti a te un altro
anno. “Buon anno!” augurerai e ti sentirai dire! Ma non dimenticare che se è
bello che ti venga incontro un anno nuovo resta vero che un anno della tua vita
è passato e non c’è più! E tu devi renderti conto del trascorrere del tempo:
basta che osservi con attenzione il calendario del tuo corpo che registra
immancabilmente i segni degli anni che passano.
Così nella nostra vita ci
sono gli anni dell’adolescenza, di cui prendiamo infuocata consapevolezza, poi
vengono gli anni della giovinezza, segue la stagione della maturità e poco a poco
arrivano anche l’anzianità e la vecchiaia. Questo processo non riguarda solo
il corpo, riguarda anche la nostra psiche e riguarda il nostro spirito. Infatti, la nostra vita spirituale cresce e si evolve non sempre in senso
progressivo, a volte con arresti e regressioni, ma va avanti e cambia.
E noi siamo sempre
attenti a questi cambiamenti ineludibili? Perché nella maturità la preghiera
non è più quella della giovinezza, facendosi sempre più ascolto e poi
nell’anzianità la preghiera tende a essere adorazione, addirittura silenzio,
ripetizione di invocazioni alle quali si consegna una forza che non si sente
più nelle proprie parole.
Nei vecchi aumentano le
domande e non solo diminuiscono le risposte ma si cercano di meno perché
pregare diventa stare davanti a Dio, tentare di vedere il suo volto,
sussurrargli “misericordia Signore, misericordia Signore”, e fare
silenzio.
C’è un modo di pregare
per ogni stagione. È significativo che siccome non vedevano più Francesco d’Assisi pregare quando era stanco e malato
dicevano di lui: “Non pregava più perché era preghiera!”. Sì, da vecchi si può
per dono di Dio ed esercizio fedele di tutta una vita essere diventati
preghiera!
Famiglia Cristiana
L'UMORISMO
Nel 1908 Pirandello scrive L'umorismo un saggio dove confluiscono idee, brani di scritti e appunti precedenti: ad esempio sue varie chiose e annotazioni a L'indole e il riso di Luigi Pulci di Attilio Momigliano e parti dell'articolo Alberto Cantoni, che era apparso già nella «Nuova Antologia» del 16 marzo 1905.
Nel succitato saggio l'autore distingue il comico dall'umoristico.
Il primo, definito come "avvertimento del contrario", nasce dal contrasto tra l'apparenza e la realtà.
L'umorismo, il "sentimento del contrario", invece nasce da una considerazione meno superficiale della situazione.
Quindi, mentre il comico genera quasi immediatamente la risata perché mostra subito la situazione evidentemente contraria a quella che dovrebbe normalmente essere, l'umorismo nasce da una più ponderata riflessione che genera una sorta di compassione da cui si origina un sorriso di comprensione.
Nell'umorismo c'è il senso di un comune sentimento della fragilità umana da cui nasce un compatimento per le debolezze altrui che sono anche le proprie.
L'umorismo è meno spietato del comico che giudica in maniera immediata.
L' umorismo
lunedì 29 dicembre 2025
CENTOSEDICI PERSONE
di quelle 116 persone
morte
nel Mediterraneo”
-di
Stefano Arduini
La
tragedia dei migranti al largo delle coste libiche, di cui si ha avuto notizia
nel giorno di Natale e di cui si è parlato pochissimo in questi giorni di
festa, non può essere ridotta a fredda contabilità.
Scrivere
di loro, nominarli, farne memoria non è pietismo.
È
resistenza.
Perché
ciò che non viene nominato smette di esistere.
E
l’algoritmo questo lo sa bene.
Un
solo superstite, tratto in salvo da un pescatore tunisino, è la contabilità
dell’ennesima tragedia del mare: 116 morti a seguito del naufragio di una
barca, salpata da Zuwara in Libia, e avvenuto al largo delle coste libiche a
causa del maltempo.
La
tragedia è datata giovedì 18 dicembre, ma se ne è avuta certezza solo nel
giorno di Natale (grazie ad Alarm Phone).
In
questi giorni di festa (almeno in questa parte del mondo) se ne è parlato
pochissimo.
Centosedici
morti nel Mediterraneo.
Lo
diciamo così. Lo abbiamo letto così sui nostri social.
In
una riga, come se fosse un dato. Come se fosse un aggiornamento. Come se
bastasse.
Ma
116 non è un numero: è una scorciatoia.
Serve
a rendere la tragedia gestibile, a farla stare nello spazio ridotto
dell’attenzione pubblica, a permetterci di passare oltre.
È
il linguaggio dell’algoritmo, che classifica, riduce, seleziona, dimentica.
Centosedici
erano persone, non erano lontane.
Non
erano “altre”.
Non
erano diverse da noi.
Noi
non abbiamo alcun merito nell’essere sopravvissuti.
E
loro non hanno alcun demerito nell’essere su quella barca.
Stavano
facendo ciò che gli esseri umani fanno da sempre: cercare una possibilità di
vita.
Non
eroismo.
Non
incoscienza.
Necessità.
Hannah
Arendt ci ha ricordato che la singolarità di una vita non è sostituibile da
nulla.
E
allora ogni morte che accettiamo come “inevitabile” è una sconfitta che
normalizziamo.
Non
perché non potesse accadere, ma perché scegliamo di non fermarci a guardarla.
Ogni
essere umano è unico, irripetibile.
La
vita di un solo uomo vale più di tutte le idee astratte.
Eppure,
continuiamo a sacrificare vite concrete in nome di astrazioni molto ben
organizzate: il controllo delle frontiere, la deterrenza, la sicurezza, i
flussi, l’indifferenza. Parole che funzionano bene nei documenti, meno nei
corpi.
I
corpi sono la “grande idea” della storia.
Ce
lo ha insegnato Albert Camus.
La
linea che separa il “noi” dal “loro” è fragile, mobile, spesso immaginaria, ma
rassicurante. Basta nascere qualche chilometro più in là, basta un passaporto
diverso, perché quella linea diventi un muro morale.
E
perché la morte, improvvisamente, non ci riguardi più.
Ma
dimenticare i morti è come ucciderli una seconda volta.
Elie
Wiesel non parlava solo della Shoah: parlava della responsabilità universale
della memoria.
La
memoria non è un esercizio del passato, è un atto di giustizia nel presente:
ricordare è rendere giustizia.
Scrivere
di loro, nominarli, farne memoria non è pietismo.
È
resistenza.
Perché
ciò che non viene nominato smette di esistere.
E
l’algoritmo questo lo sa bene.
Non
è la mancanza di notizie a renderci ciechi, ma la loro trasformazione in rumore.
Centosedici
morti diventano uno scorrimento veloce, una notifica che non interrompe davvero
nulla. Il sistema funziona quando non ci fermiamo.
E
invece fermarsi è l’unica cosa da fare.
Fermarsi
a dire che dietro ogni numero c’era una voce, un volto, una storia che non
conosceremo mai — e che proprio per questo ci riguarda.
Ricordare
queste 116 persone non le riporterà indietro.
Ma
ci impedisce di diventare complici dell’oblio.
Ci
obbliga a restare umani in un tempo che premia la distrazione.
Ci
ricorda che nessun algoritmo può decidere quali vite contano.
Finché
continueremo a scriverne, a dirne i numeri come nomi mancanti, a farne memoria
pubblica, l’algoritmo non avrà vinto.
E
forse nemmeno noi avremo perso del tutto.
CHATTARE CON GESU'
artificiale:
cattolici e ortodossi
cercano una via
-di
Angelo Bonaguro
La
COR cerca di stare al passo coi tempi, anche se da un recente sondaggio
federale emerge una certa incertezza a livello di società: un terzo degli
intervistati (il 29%) si è detto favorevole all’uso dell’intelligenza
artificiale (AI) – percentuale che sale al 50% nella fascia giovanile, –
un terzo è contro (28%), e un altro terzo ancora non ha un’opinione chiara, e
questo paradossalmente è forse il dato più interessante, segno che in Russia il
dibattito sull’IA è ancora aperto e le opinioni non sono ben consolidate.
Del
resto, l’interesse per questi strumenti tecnologici bussa da tempo alla porta
delle Chiese, non per niente padre Paolo Benanti – uno dei principali esperti
dell’ONU di governance dell’IA, – si chiede in un suo recente
libro1:
«Se i social sono indispensabili per vincere una campagna elettorale e
necessari per vendere un prodotto commerciale, come non pensare che possano
servire anche per rendere più semplice ed efficace l’accostarsi dell’essere
umano a Dio? L’interesse e la curiosità di molti rappresentanti del mondo
religioso sono perciò comprensibili», e si tratta di un interesse «ecumenico»
che abbraccia praticamente tutte le religioni del pianeta.
Chattare con
Gesù?
Da
questo punto di vista, il panorama degli esperimenti digitali in ambito
religioso è ormai variegato. Nel mondo cattolico e protestante c’è stato un
fiorire di artefatti digitali, da Magisterium a CatéGPT, fino a
prodotti trash tipo Text with Jesus (dove si
può scegliere una tradizione religiosa e chattare con Gesù, con i santi e i
personaggi biblici), o Father Justin, quest’ultimo sopravvissuto
solo il tempo di essere sepolto dalle critiche per gli errori dottrinali
espressi nelle conversazioni. Ma non si tratta unicamente di chatbot testuali:
altrove sono apparsi robot umanoidi come BlessU-23, utilizzato in
Germania per benedire i fedeli evangelici; Pepper, robot vestito da
monaco buddista in grado di recitare sutra, ecc. «Le
prime app religiose hanno assolto prevalentemente la funzione
di favorire lo svolgimento delle pratiche religiose e delle preghiere
individuali», e questo soprattutto durante la pandemia, ha osservato il
giurista Fabio Balsamo sul semestrale Diritto e religioni.
Nel
mondo ortodosso si registrano approcci diversificati: la Chiesa ortodossa
romena si è spinta molto avanti con il suo agente conversazionale bisericaGPT,
che offre «confessione, comunione e consigli teologici»: interrogato, ci
risponde che quando parla di «assoluzione» si riferisce a una «benedizione
simbolica, un atto di fede e di riconciliazione interiore davanti a Dio» e per
evitare palesi equivoci ci tiene a precisare che «non sostituisce il sacramento
della confessione amministrato da un sacerdote in carne e ossa». Lo stesso vale
per la «comunione» che è intesa in senso spirituale.
Teologicamente
più prudente è invece la posizione della Chiesa greca – molto attenta alle
sfide delle nuove tecnologie, – che con il suo chatbot Logos si limita ad offrire una «guida
spirituale digitale». Il metropolita di Nea Ionia, ideatore del progetto, ha
infatti chiarito che si tratta di uno strumento che non sostituisce la guida
spirituale umana, ma funziona «come una stella polare» che accompagna il
fedele. Interrogato sulla possibilità di confessarsi online, Logos ha
risposto negativamente, spiegando che la confessione è uno dei sacramenti della
Chiesa e può essere celebrata «solo da un sacerdote (…), e soprattutto
necessita della grazia dello Spirito Santo che opera attraverso di lui».
Questa
cautela greca riflette anche la posizione del patriarca ecumenico Bartolomeo,
il quale in occasione della sua visita al parlamento europeo nel gennaio scorso
ha riconosciuto che l’IA ha «un potenziale immenso» ma «allo stesso tempo,
dalle violazioni della privacy alle crescenti disuguaglianze e alla possibile
compromissione delle istituzioni, comporta anche rischi intrinseci. (…) In tale
contesto, la tradizione cristiana ortodossa preferisce sottolineare il
discernimento morale e l’accompagnamento alla ricerca e allo sviluppo
scientifico».
Bartolomeo
ha colto in sintesi i punti più critici: per quanto possano apparire
vantaggiose in termini di accessibilità, si tratta di tecnologie che portano
con sé il rischio di una diffusione di contenuti religiosi distorti o
imprecisi, privi di quella supervisione umana che garantisce la trasmissione
fedele della dottrina. Nate per rispondere ai bisogni spirituali dei fedeli,
finiscono per costruire narrazioni religiose personalizzate che rischiano però
di frammentare l’esperienza comunitaria della fede, alimentando una forma di
solitudine spirituale.
Anche il problema della privacy non è indifferente: Fabio Balsamo ha ricordato
che «l’utilizzo delle app religiose può generare evidenti
rischi di un illecito trattamento dei dati sensibili dell’utente», dato che
«sulla base di attività di profilazione algoritmica si riesce a ricostruire un
quadro informativo completo dell’interessato, comprensivo della sua identità confessionale,
anche a partire soltanto da dati apparentemente neutrali».
Il
confronto con l’ortodossia russa
Tornando
alla posizione della COR, se la confrontiamo con quella della Chiesa cattolica
notiamo un panorama complesso, caratterizzato da convergenze sostanziali sui
principi fondamentali, ma anche da differenze significative negli approcci
metodologici, nei toni comunicativi e nelle strategie di utilizzo delle nuove
tecnologie. Entrambe le tradizioni cristiane si trovano ad affrontare la
medesima sfida epocale, ma lo fanno con strumenti, linguaggi e sensibilità
diversi che riflettono i loro contesti storici.
Il
nucleo teologico comune alle due Chiese costituisce il fondamento della loro
riflessione: riguardo al concetto di «intelligenza», la Chiesa cattolica
afferma che questo dono è un aspetto essenziale della creazione degli esseri
umani a immagine di Dio, una convinzione che trova pieno riscontro nella
teologia ortodossa; inoltre, entrambe le tradizioni concordano nel ritenere che
l’IA non possa essere considerata un soggetto morale dotato di responsabilità
etica, come sottolineato nel documento vaticano Antiqua et Nova (AN), dove si ribadisce che
solo l’essere umano «è veramente un agente morale, cioè un soggetto moralmente
responsabile che esercita la sua libertà nelle proprie decisioni e ne accetta
le conseguenze» (AN 39).
Questa
convergenza teologica si estende al riconoscimento dei rischi antropologici.
Papa Francesco, nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace
del 2024, aveva espresso preoccupazione per la possibilità che la comunità
mondiale possa cadere «nella spirale di una dittatura tecnologica» a causa
dell’uso non etico dell’IA, un timore che riecheggia nelle parole del patriarca
Kirill sulla disumanizzazione della società, sulla «perdita del ruolo decisivo
che l’uomo libero – con la forza della sua mente e della sua volontà, – ha nel
definire i rapporti sociali e il destino proprio e collettivo». Entrambe le Chiese
temono una potenziale minaccia all’ordine antropologico voluto da Dio,
specialmente quando le nuove tecnologie vengono presentate come dotate di
capacità che dovrebbero rimanere esclusivamente umane.
Un
altro punto di convergenza riguarda la necessità di una regolamentazione etica
dello sviluppo tecnologico. Papa Francesco aveva proposto l’adozione di un
trattato internazionale che regoli la creazione e l’utilizzo dell’IA, mentre la
COR ha sottolineato l’importanza che a livello statale vengano definiti
chiaramente i confini tra ciò che è permesso e ciò che non lo è. Entrambe le
tradizioni rifiutano l’idea che il progresso tecnologico possa essere lasciato
a se stesso senza una guida etica robusta e radicata in una visione integrale
della persona umana.
Le
due Chiese si distinguono invece nell’approccio metodologico e strategico: il
mondo cattolico ha scelto di occuparsi attivamente dell’IA, producendo
documenti ufficiali e creando strutture dedicate al dialogo con il mondo
tecnologico, ha elaborato linee guida etiche in collaborazione con le grandi
aziende dell’informatica, un metodo che non ha trovato finora paralleli
nell’approccio ortodosso russo. Il Rome Call for AI
Ethics, lanciato nel febbraio 2020, rappresenta uno dei primi esempi di
questa strategia. Il documento, sottoscritto dalle Nazioni Unite e da
importanti attori dell’ambito tecnologico, stabilisce principi etici riassunti
in 6 punti (che ancor oggi faticano ad essere rispettati): i sistemi di IA
devono essere comprensibili a tutti (trasparenza), non devono discriminare
nessuno (inclusione), ci dev’essere un responsabile umano, devono essere
imparziali, affidabili e garantire sicurezza e privacy. La Chiesa cattolica ha
prodotto inoltre un’ampia serie di documenti, culminati nel gennaio 2025 con la
pubblicazione della citata Antiqua et Nova, vera pietra miliare che
affronta sistematicamente il rapporto tra IA e società.
La
COR, pur avendo creato strutture ad hoc attraverso la
commissione del Santo Sinodo, ha preferito affidarsi alle dichiarazioni
pubbliche della gerarchia durante conferenze o sui media, facendo passare la
propria riflessione attraverso canali comunicativi diversi, più legati ai
singoli interventi personali.
L’antropomorfissazione
Una
differenza significativa emerge invece sul tema dell’antropomorfissazione,
quando cioè si attribuiscono all’IA (in particolare ai modelli conversazionali)
pensieri, volontà ed emozioni, e viene trattata come se fosse una persona con
cui dialogare. Se entrambe le Chiese esprimono preoccupazione per questo
fenomeno, notiamo che la COR ha assunto una posizione più radicale e specifica.
La proposta avanzata da padre Fëdor Luk’janov in occasione del convegno
internazionale su «Dio, l’uomo, il mondo» (2024), rappresenta una posizione
decisamente più prescrittiva rispetto all’approccio cattolico. Luk’janov – che
presiede la Commissione patriarcale per i problemi della famiglia, maternità e
infanzia – ha infatti suggerito di vietare esplicitamente l’applicazione di
voci e volti umani nelle tecnologie di IA.
Da
parte sua, anche il Vaticano riconosce che il linguaggio utilizzato dagli
operatori del settore tende all’antropomorfizzazione, oscurando così la linea
di demarcazione tra ciò che è umano e ciò che è artificiale, ma non arriva a
proporre un divieto esplicito, preferendo invece sottolineare la necessità di
chiarezza e trasparenza, in quanto «se l’IA è usata per favorire contatti
genuini tra le persone, essa può contribuire in modo positivo alla piena
realizzazione della persona»; al contempo però ci ricorda che «invece di
ritirarci in mondi artificiali, siamo chiamati a coinvolgerci in modo serio ed
impegnato col mondo, fino ad identificarci con i poveri e i sofferenti, a
consolare chi è nel dolore e a creare legami di comunione con tutti» (AN 63).
Anche
il tono comunicativo delle due Chiese presenta sfumature che riflettono
differenti sensibilità culturali: papa Francesco, nel messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, ha esortato
a sgombrare il terreno dalle letture apocalittiche e dai loro effetti
paralizzanti, citando Guardini che invitava a «non irrigidirsi contro il
“nuovo” nel tentativo di “conservare un bel mondo condannato a sparire”».
Il
pontefice ha parlato di «sapienza del cuore», «quella virtù che ci permette di
tessere insieme il tutto e le parti, le decisioni e le loro conseguenze, le
altezze e le fragilità», e ha invitato a una comunicazione pienamente umana:
«Spetta
all’uomo decidere se diventare cibo per gli algoritmi oppure nutrire di libertà
il proprio cuore».
Il
paradigma tecnocratico
Qui
si inserisce la condanna di quello che Francesco aveva bollato come «paradigma tecnocratico», ossia l’idea che la tecnologia e
l’efficienza siano il metro di giudizio per tutto, che ogni problema sia
misurabile ed abbia una soluzione tecnica. Per Francesco il problema non è la
tecnologia in sé, ma che questo modo di pensare sia diventato l’unico,
impedendoci di vedere il valore intrinseco delle cose oltre la loro utilità.
La
COR, pur cercando a sua volta un equilibrio, tende a utilizzare toni più severi
quando tratta di possibili violazioni dell’ordine antropologico, chiamando in
causa – come ha fatto il metropolita Kliment di Kaluga – la Torre di Babele per
descrivere i «tecno-ottimisti» che sognano di superare ogni sfida e raggiungere
l’immortalità affidandosi alla cosiddetta intelligenza artificiale generale
(AGI), quell’ipotetica forma di IA dotata di capacità intellettuali in grado di
comprendere, apprendere e applicare la conoscenza a una gamma di compiti
potenzialmente infinita. Tuttavia, lo stesso metropolita ha aggiunto che «se si
mettono da parte queste posizioni estreme, diventa chiara la necessità di
sviluppare in modo sensato una visione ragionevole, cauta e allo stesso tempo
pragmatica del problema».
Un
aspetto interessante del confronto riguarda il concetto di «algoretica», nato
nel contesto cattolico. Il neologismo indica l’etica applicata agli algoritmi,
ci si chiede cioè se le decisioni automatiche che prendono i sistemi digitali
(dalla semplice selezione dei contenuti sui social a valutazioni ben più
delicate riguardanti la finanza o la sanità) rispettino determinati valori e
non discriminino nessuno. «Parlare di tecnologia – ha detto papa Francesco nel
discorso al G7 del 2024 – è parlare di cosa significhi essere umani e quindi di
quella nostra unica condizione tra libertà e responsabilità, cioè vuol dire
parlare di etica. (…) Sembra che si stia perdendo il valore e il profondo
significato di una delle categorie fondamentali dell’Occidente: la categoria di
persona umana. Ed è così che in questa stagione in cui i programmi di
intelligenza artificiale interrogano l’essere umano e il suo agire, proprio la
debolezza dell’ethos connesso alla percezione del valore e della
dignità della persona umana rischia di essere il più grande vulnus nell’implementazione
e nello sviluppo di questi sistemi». Questo tentativo di creare un ponte tra
etica e algoritmi rappresenta uno sforzo specificamente cattolico di entrare
nel linguaggio tecnico della comunità scientifica.
Da
parte sua, finora la COR non ha sviluppato un concetto equivalente, preferendo
mantenere la riflessione su un piano etico, più strettamente teologico e
antropologico. A questo proposito, il metropolita Kliment ha dichiarato che
nella Chiesa russa esiste da secoli una valutazione religiosa del mondo
tecnologico, che riguarda perciò anche l’IA. Kliment si riferisce evidentemente
alle figure dei grandi filosofi e pensatori religiosi russi di inizio ‘900, per
i quali non esisteva separazione tra sapere scientifico e sapere spirituale, e
sostenevano che la vera conoscenza è integrale, abbraccia ragione, intuizione
mistica, esperienza artistica, al punto che la tecnica stessa, il lavoro umano
sulla materia, può diventare un atto quasi liturgico. Non per niente Florenskij
parla di «teurgia», «azione divina», per descrivere l’attività umana quando è
orientata verso il sacro, e Nikolaj Berdjaev mette in guardia da ogni utopia
terrena, da promesse di salvezza puramente tecnologiche o sociali che ignorino
la dimensione spirituale dell’esistenza.
Sul
tema dei deepfake e della disinformazione prodotti dalle nuove
tecnologie, entrambe le Chiese esprimono serie preoccupazioni, sia pur con
enfasi leggermente diverse. Papa Francesco aveva collocato la questione nel
contesto della responsabilità, sottolineando il rischio che le campagne di
disinformazione generate artificialmente possano scatenare violenze,
interferire nei processi elettorali e «alimentare i conflitti e ostacolare la
pace». Per l’ortodossia russa il deepfake viene giudicato
innanzitutto dal punto di vista dottrinale, come l’avallo consapevole della
menzogna e dell’inganno, quindi come una violazione del Decalogo.
La
questione dell’impatto economico dell’uso dell’IA viene affrontata da entrambe
le confessioni con particolare attenzione alla dignità della persona. Antiqua
et Nova dedica ampio spazio al tema (nn. 66-70), sottolineando che il
lavoro umano non deve essere al servizio del profitto ma dell’uomo
integralmente considerato, e che «l’IA dovrebbe assistere e non sostituire il
giudizio umano, così come non dovrebbe mai degradare la creatività o ridurre i
lavoratori a meri “ingranaggi di una macchina”» (AN 70). Anche in questo caso,
la riflessione della COR risulta meno articolata, probabilmente perché nel
contesto russo il tema della crisi dell’occupazione legata all’automazione non
è stata ancora percepita con la stessa urgenza.
L’uomo
schiavo della propria creazione
Entrambe
le Chiese condividono invece la preoccupazione per il rischio che l’IA possa
dare origine addirittura a nuove forme di pseudo-religiosità: Neil McArthur
dell’Università di Manitoba ha scritto che tali tecnologie possiedono proprietà
che solitamente vengono attribuite a esseri soprannaturali, in quanto si
presentano come immortali, capaci di grandi scoperte, con un’intelligenza che
supera qualsiasi mente umana. È ciò che è accaduto con la «Way of the Future»,
la «Chiesa digitale» fondata nel 2017 dall’ingegner Anthony Levandowski (uno
dei pionieri dei veicoli a guida autonoma), e che intende promuovere la
creazione di un’IA così potente da assumere caratteristiche divine. L’idea di
fondo era quella di preparare l’umanità alla cosiddetta «singolarità
tecnologica», una teoria secondo cui le macchine diventeranno talmente avanzate
da superare la nostra capacità di capire cosa stiano facendo e dove ci stiano
portando.
Simili
incidenti dimostrano concretamente i rischi di affidare a sistemi automatici la
trasmissione di contenuti religiosi che richiedono invece una comprensione
profonda del contesto teologico e morale; è ugualmente chiaro che un’iniziativa
del genere viene giudicata da cattolici e ortodossi come un’aberrazione che
porta all’idolatria, «per cui, ricercando in essa un “Altro” più grande con cui
condividere la propria esistenza e responsabilità, l’umanità rischia di creare
un sostituto di Dio. In definitiva, non è l’IA a essere divinizzata e adorata,
ma l’essere umano, per diventare, in questo modo, schiavo della propria stessa
opera» (AN 105).
Crediamo
allora che quanto espresso nel n. 33 dell’Antiqua et Nova possa
valere per entrambe le tradizioni cristiane, quando scrive che «l’intelligenza
umana non consiste primariamente nel portare a termine compiti funzionali,
bensì nel capire e coinvolgersi attivamente nella realtà in tutti i suoi
aspetti (…). Dato che l’IA non possiede la ricchezza della corporeità, della
relazionalità e dell’apertura del cuore umano alla verità e al bene, le sue
capacità, anche se sembrano infinite, sono incomparabili alle capacità umane
di cogliere la realtà. Da una malattia si può imparare tanto, così come si può
imparare tanto da un abbraccio di riconciliazione, e persino anche da un
semplice tramonto».
La
poesia e l’amore
È
un po’ l’auspicio sintetizzato da papa Francesco nella Dilexit nos:
«Nell’era dell’intelligenza artificiale, non possiamo dimenticare che per
salvare l’umano sono necessarie la poesia e l’amore», in quanto «ciò che misura
la perfezione delle persone è il loro grado di carità, non la quantità di dati
e conoscenze che possono accumulare».