Un
italiano su quattro rischia la povertà o esclusione sociale
-di
Giuseppe Savagnone
Due
rapporti allarmanti
Nello
stesso giorno in cui i giornali di destra – «Libero», «La Verità», «Il Tempo»
– hanno consacrato il titolo di prima pagina allo scatto d’ira di
Prodi contro la giornalista che l’intervistava, «Avvenire» lo ha dedicato al
rapporto Istat, appena pubblicato, in cui si denuncia la progressiva
diminuzione delle entrate degli italiani.
«Ancora
impoveriti», titolava il giornale cattolico. E, nell’occhiello: «L’Istat
segnala come le famiglie abbiano redditi inferiori dell’8,7% rispetto a quello
conseguiti nel 2007». Nel sommario sotto il titolo, poi, si leggeva che «un
italiano su quattro è a rischio povertà», e che anche tra i lavoratori «il 20%
guadagna troppo poco, il 10% è misero».
Forse
ci saranno lettori che considerano centrale per il futuro del nostro paese la
questione se l’ormai più che ottantenne “padre” della «Margherita e
dell’«Ulivo» abbia o no tirato una ciocca di capelli della sua
intervistatrice – come evidentemente pensano i direttori dei quotidiani prima
citati – , ma, per quanto ci riguarda, a noi sembra che la notizia a cui ha
dato risalto «Avvenire» sia ben più significativa e meriti una riflessione.
Il
documento in questione è il report dell’Istat su “Condizioni di vita e reddito
delle famiglie, anni 2023-2024”, pubblicato mercoledì 26 marzo. Come sintetizza
«Il sole 24ore», dal rapporto risulta che «nel 2024 il 23,1% della popolazione
è a rischio di povertà o esclusione sociale (nel 2023 era il 22,8%)».
Siamo
davanti, dunque, a un fenomeno che coinvolge quasi un quarto degli italiani e
che è in continuo peggioramento, soprattutto per gli anziani soli e le famiglie
numerose. Ma il problema riguarda tutti. Anche il 10,3% degli occupati, secondo
il rapporto, non sono in grado di procurarsi i beni necessari alla vita .
All’origine
di questo progressivo immiserimento, c’è una inadeguatezza delle retribuzioni
dei lavoratori. A questo è dedicato un altro recente report, il Rapporto
mondiale sui salari 2024-2025, pubblicato dall’Organizzazione Internazionale
del Lavoro (ILO) il 24 marzo.
In
esso si segnala che in Italia, mentre i salari nominali crescono – nel 2023 si
è registrato un aumento del +4,2% – o, quanto meno, si mantengono stabili, il
potere d’acquisto dei lavoratori si contrae.
Da
questo punto di vista, il nostro paese registra il peggiore risultato rispetto
all’intero gruppo del G20: dal 2008 a oggi, i salari reali sono diminuiti
dell’8,7%, un dato che pone l’Italia in fondo alla classifica globale. Mentre
in Francia c’è stato un aumento di circa il 5 per cento, in Germania di quasi
il 15, noi siamo l’unico paese, tra le economie avanzate, a registrare una
flessione così marcata.
Alla
ricerca delle cause
Secondo
molti il problema principale che ha determinato la mancata crescita degli
stipendi è che l’economia italiana, in questi ultimi vent’anni, non è
sostanzialmente cresciuta, anche per le scelte industriali del paese, orientate
più sui settori tradizionali (e che pagano peggio) che su quelli più innovativi
e ad alta potenzialità di crescita.
Ma
c’è chi sottolinea che – mentre fino all’inizio del 2000 i salari italiani sono
cresciuti, eppur debolmente, a un ritmo superiore rispetto alla produttività –
a partire dal 2022 la situazione si è rovesciata: la produttività del
lavoro ha ripreso ad aumentare, mentre la crescita retributiva è rimasta
pressoché nulla. I lavoratori contribuiscono in misura maggiore alla crescita,
senza però riceverne un beneficio proporzionale.
Questo
anche perché l’export italiano, per essere competitivo nel mondo ha sempre
tenuto bassi i salari, anziché aumentare la produttività, come ad esempio ha
sempre fatto la Germania.
Ma
il problema – notano altri – è più generale e ha a che fare con
l’indebolimento del ruolo dei sindacati. Gli aumenti salariali, negli
altri paesi europei, passano infatti dai rinnovi dei cosiddetti contratti
collettivi, negoziati a livello nazionale e rinnovati puntualmente, di solito
dopo un triennio, tenendo conto della crescita del costo della vita e
delle altre circostanze che possono giustificare nuove e più vantaggiose
condizioni per i lavoratori.
In
Italia, invece, l’Istat nel 2024 segnalava che il 50% dei lavoratori aveva un
contratto scaduto e che dunque il suo stipendio era fermo.
L’inflazione
degli ultimi anni ha ulteriormente aggravato le cose: dal gennaio 2021 al
febbraio 2025 i prezzi sono aumentati complessivamente di quasi il 18 per
cento, mentre le retribuzioni contrattuali dell’8,2, cioè meno della metà. Gli
adeguamenti retributivi attuati in risposta all’aumento dei prezzi si sono
rivelati insufficienti a compensare la perdita di potere d’acquisto.
L’impatto
è stato particolarmente pesante per i redditi più bassi, che destinano una
quota maggiore del proprio stipendio ai beni di prima necessità, i cui prezzi
hanno subito gli aumenti più consistenti.
L’erosione
del potere d’acquisto è diventata così non solo una questione economica, ma
anche un tema di giustizia sociale, perché accresce le disuguaglianze, già
molto marcate.
L’Italia
è, tra i principali stati membri dell’UE, quello che registra il divario più
ampio tra ricchi e poveri: l’1% detiene il 13,6% di tutto il reddito nazionale
e il 5% delle famiglie possiede quasi la metà – il 48% – della ricchezza.
Le
rivendicazioni entusiastiche del governo
Davanti
a questo quadro, aggiornato al biennio 2023-2024, non può non lasciare
perplessi la grande soddisfazione con cui Giorgia Meloni e i
rappresentanti dei partiti di maggioranza rivendicano i risultati conseguiti,
proprio nel campo economico, durante questi tre anni di governo.
Il
cavallo di battaglia è l’aumento del numero degli occupati, che è è passato dai
23,519 milioni del luglio 2023 ai 24,222 milioni del gennaio 2025, con un tasso
di occupazione del 62,8%. Si tratta del livello più alto dal 2004. È un dato di
fatto che nei primi due anni di governo di Giorgia Meloni l’occupazione è
cresciuta di 847mila unità (+3,6%).
Naturalmente
non sono mancate le obiezioni. Secondo la segretaria del Partito Democratico
Elly Schlein, dietro al record del numero degli occupati si nasconde la
crescita dei contratti a tempo determinato. In verità, i numeri smentiscono
questa tesi. Secondo l’Istat, sotto il governo Meloni gli occupati dipendenti a
tempo indeterminato sono aumentati di quasi 940 mila unità, mentre quelli a
termine sono scesi di 266 mila unità.
Il
problema è un altro. Le aziende assumono tanto perché pagano poco. La
spiegazione più plausibile dell’apparente miracolo italiano del lavoro è
verosimilmente legata alla bassa o inesistente crescita dei salari.
Per
le imprese il costo del lavoro in termini reali in Italia è diminuito di quasi
il 10%. Così, l’aumento del tasso di occupazione, che potrebbe essere visto
come un successo, si colloca in un quadro in cui si abbassa la media dei salari
e aumenta il numero di occupati con redditi bassi.
Senza
dire che la crescita dell’occupazione non riguarda tutte le fasce. Essa è stata
spinta soprattutto dall’aumento dei lavoratori maschi, che rappresentano circa
l’80% di tutto il rialzo dell’ultimo anno, raggiungendo i 14 milioni, mentre le
donne sono stabili intorno ai 10,2 milioni.
Resta
inoltre aperta la questione giovanile. Il 93% dei nuovi occupati ha più di 50
anni. Incrementi più modesti ci sono stati nella fascia più giovane della
popolazione, e ancora più modesti in quella tra i 35 e i 49 anni.
Per
non parlare degli stranieri, schiacciati quasi sempre su basse qualifiche e i
cui salari sono quasi del 30% inferiori a quelli dei lavoratori italiani.
Uscire
dalla logica della campagna elettorale
Non
si possono certo attribuire a questo governo tutte le colpe dell’attuale
situazione. Tuttavia, è evidente che la sua politica non solo non l’ha
cambiata, ma neppure si è mossa nella direzione di farlo.
La
demonizzazione delle tasse, che sono il principale meccanismo di
redistribuzione della ricchezza; l’indebolimento del pubblico e il favore
scoperto nei confronti del privato – specialmente nell’ambito della sanità
– , con la conseguente penalizzazione di chi non è in grado di fruire dei
servizi a pagamento; lo sforzo constante di ridurre quanto più possibile
l’influenza dei sindacati, rendendo così possibile il mancato rinnovo dei
contratti di lavoro; la palese ostilità nei confronti degli stranieri, di cui
vengono ostacolati in tutti i modi l’integrazione e l’inserimento nel
mercato del lavoro, delineano un progetto di società in cui i poveri sono
destinati a diventare sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi.
I
due rapporti – dell’Istat e dell’ILO – da cui siamo partiti non sono che lo
specchio di questa tendenza. I proclami di «missione compiuta», volti a puntare
i riflettori sui parziali successi, non possono nascondere la realtà di
una nave “Italia” che sta affondando. Anche se si cerca in tutti i modi – e
purtroppo con successo – di distrarre l’opinione pubblica su problemi del tutto
marginali (come la lite di Prodi con la giornalista), contando sul fatto
che ad annegare sono comunque i passeggeri invisibili della terza classe, nella
stiva.
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