giovedì 8 gennaio 2026

IL CAPITALE SEMANTICO


Nell’era dell’intelligenza artificiale si salverà chi nutrirà il suo “capitale semantico”

  



 di Elena Inversetti

Tra le voci più autorevoli della filosofia contemporanea ha coniato una definizione che diventa la chiave per comprendere cosa rende l'umano insostituibile.

La canzone che ascoltavi a ripetizione quando eri teenager, la lezione di geografia alle elementari durante la quale hai imparato che esiste il fiume Po, le differenze tra la metropolitana di Milano e quella di New York…

Insomma, la madeleine di Proust insieme alla tua cultura personale fanno tutte parte del capitale semantico. È questa la definizione che Luciano Floridi ha coniato e presentato all’ultima edizione di Orbits.

Luciano Floridi, tra le voci più autorevoli della filosofia contemporanea, insegna alla Yale University dove dirige il Digital Ethics Center, ed è professore ordinario di Sociologia della cultura e della comunicazione all’Università di Bologna. Non è nuovo a neologismi che hanno fatto breccia nel dibattito pubblico, come “Onlife” per descrivere la fusione tra mondo online e offline, o “Infosfera” per l’ambiente informazionale in cui viviamo.

Il capitale semantico è ciò che mi caratterizza

In un’epoca dominata dall’Intelligenza Artificiale, il capitale semantico diventa la chiave per comprendere cosa ci rende umani e insostituibili. Lo abbiamo incontrato per approfondire: «Mi serviva un concetto che andasse al di là di quello di cultura e che potesse includere anche le nostre conoscenze esperienziali. Ed è nato capitale semantico che significa ciò che mi caratterizza, essendo nato in quel Paese e in quel periodo storico, ed essendo vissuto in quel contesto, con quella lingua e in quella famiglia. Si tratta in sostanza della ricchezza, di esperienza e di cultura, di conoscenze e di storie, che mi permette non solo di capire il mondo e me stesso, ma anche di costruire la mia esistenza e darle una direzione, incidendo su quello che mi circonda. La parola capitale d’altronde indica un valore che dà valore».

Oggi è urgente dare valore al senso, al significato delle nostre scelte…

Ecco perché il capitale semantico si riferisce a tutta l’informazione che noi possediamo per esperienza, per cultura, per educazione, per formazione e che ci permette di arricchire la nostra vita e di disegnarla.

In che modo il capitale semantico può contribuire a generare impatto sociale positivo?

Tanto più siamo in grado di gestire, produrre e creare qualsiasi tipo di contenuti e di dati, tanto più dovremmo renderci conto di qual è il valore aggiunto, cioè quello che fa davvero la differenza tra noi e le macchine. Siccome prima facevamo tutto noi, era meno facile capire dove fosse la componente umana intelligente, mentale, spirituale, emotiva e dove invece la semplice manovalanza. Oggi che abbiamo più automazione, si capisce di più quale è lo spazio del contributo individuale o sociale e quello della meccanizzazione.

Questa prospettiva ribalta il percepito comune che tende a mettere in primo piano i rischi dell’AI. E uno di questi è l’amplificazione delle disuguaglianze sociali.

Mi auguro che la formulazione del capitale semantico possa contribuire ad abbattere le differenze che creano disuguaglianze.

In che modo?

Dalla consapevolezza del valore proprio di ogni esperienza e di ogni cultura. Ben sapendo che più un capitale semantico è ricco di significati e di valore e più permette una vita umana in cui la macchina è uno strumento che si mette al lavoro accanto a noi e non in sostituzione. Quindi dal punto di vista sociale ci dovrebbe essere una rivalutazione della varietà in cui il capitale semantico ci arriva. Al contempo il capitale semantico dovrebbe anche metterci nelle condizioni di comprendere a fondo il contesto in cui viviamo. Se viviamo in un Paese dalle radici cristiane, per esempio, anche se non crediamo, non possiamo non conoscere la Bibbia, lo dico da agnostico, così come se sei italiano non puoi ignorare chi sono Dante o Manzoni. Anche fosse solo per capire il riferimento dell’espressione “azzeccagarbugli” … Questa, secondo me, è una questione sociale, non soltanto educativa.

Credo che il non profit possa vestire i panni della “guardia di frontiera”, perché è nella sua missione l’attenzione ai fenomeni di distruzione o banalizzazione del capitale semantico

Anche perché viviamo in un Paese con un capitale semantico molto vario…

Abbiamo eredità dai Greci, dai Romani, dagli Arabi e dai Normanni, dai Francesi agli Asburgo… Siamo da sempre al centro di trasformazioni e migrazioni. Siamo contaminati da tanti contesti. Un dovere sociale sarebbe quello di valorizzare tutto questo, invece di muoversi lungo la strada dell’omologazione di un solo tipo di capitalismo consumistico e di atteggiamenti nazionalistici in cui tutti parlano la stessa lingua e ascoltano le stesse informazioni. Come quando si sente dire che Sinner non è veramente italiano. Ecco, sciocchezze come queste impoveriscono il campo semantico e ci rendono meno abili nel dare e creare significato.

Che ruolo ha, secondo lei, il non profit in tutto questo?

Il non profit è una delle realtà che non valutiamo mai abbastanza in Italia, non la mettiamo nella giusta luce e invece ha un grandissimo valore: umano ed anche in termini di numeri. Credo che il non profit possa vestire i panni della “guardia di frontiera”, perché è nella sua missione l’attenzione ai fenomeni di distruzione o banalizzazione del capitale semantico. Quest’opera di responsabilità il non profit sarebbe in grado di svolgerla meglio rispetto ad alte istituzioni. Lo vedo un po’ come il diserbante senza il quale non si può mantenere pulito il giardino dalle erbacce. In altre parole, è una sentinella contro l’automazione di basso valore.

Possiamo dire che la comunicazione davvero autentica, diciamo, degna di questo nome, sia per sua natura quella sociale?

La comunicazione avviene almeno tra due persone, quindi coinvolge immediatamente una socializzazione, certo. Oggi però la comunicazione del e per il sociale (quella che dovrebbe servire a risolvere problemi collettivi) l’abbiamo commercializzata, lasciandola all’unico meccanismo che conosciamo: quello della comunicazione commerciale. Abbiamo trasformato la comunicazione sociale in comunicazione socializzata (ovvero ridotta a interazioni superficiali sui social media, a metriche di engagement, a condivisioni automatiche). E la comunicazione socializzata non è comunicazione. E questo proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di comunicazione sociale. I problemi con cui abbiamo a che fare sono anzitutto sociali e sono distribuiti. Per questo possono essere risolti dal gruppo, dalla società, dal mettersi insieme, in una cultura che dovrebbe sentirsi molto più sociale, molto più aggregante e molto meno idealista. È un po’ come la scoperta dell’energia atomica che avrebbe potuto risolvere grandissimi problemi e invece abbiamo costruito le bombe. Noi abbiamo davvero oggi tutti gli strumenti per fare bene e risolvere i problemi, AI inclusa, ma il più delle volte la usiamo male.

Tutti possono decidere che rapporto vogliono con la macchina: le persone, le aziende, le famiglie, ma anche le amministrazioni locali, la scuola. Serve una consapevolezza critica nell’utilizzo.

A Orbits avete dedicato una giornata intera agli studenti. Come interpreta il “divario semantico” tra le generazioni? Esiste una chiave generativa per favorire la comunicazione e la crescita reciproche?

Anzitutto credo che da un lato si esageri sulla fragilità dei giovani. In secondo luogo, se un giovane è fragile è anche perché sta in un contesto di fragilità generato dagli adulti. Eppure, sono i giovani ad essere più capaci di comprendere le opportunità. Più che una fragilità del soggetto contemporaneo in sé, penso che l’essere umano sia sempre stato fragile. Oggi la fragilità della libertà umana è esposta a correnti, impatti, impulsi, sollecitazioni e tentazioni molto più di quanto non lo fosse in passato. Non è che sia aumentata la fragilità: è aumentato il numero di ostacoli che sono nell’ambiente. Non è che un bambino nato ad Atene nel quinto secolo fosse meno fragile di un bambino nato a Roma nel diciottesimo secolo o a Roma oggi: è che quel bambino era esposto a insidie e rischi diversi. Oggi la nostra fragilità umana è messa molto più alla prova di quanto non lo fosse in passato. È perciò il caso di dare più credibilità e fiducia ai giovani, esponendoli a meno stimoli che spesso sono, precoci, sbagliati, rischiosi, o esagerati. Ormai viviamo in un ambiente con una quantità di distrazioni non più sostenibile.

Come cambierà il mondo con l’AI? È una delle domande del suo ultimo libro La differenza fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dellintelligenza artificiale.

Sarebbe bene che noi umani avessimo un atteggiamento di maggiore controllo sulla macchina. Chi manterrà questo controllo ne trarrà vantaggio. Se invece mi faccio dire quale è la risposta corretta per superare l’esame o addirittura mi faccio scrivere la tesi di laurea, per esempio, rimarrò un utente passivo, e facilmente potrò essere sostituito dalla macchina e manipolato da chi controlla gli strumenti ai quali sono soggetto. E allora non sono più un cittadino, ma un seguace (follower), non sono più un utente, ma un cliente, non sono più uno che usa l’AI, ma che è usato dall’AI. È un po’ come stare su un treno o guidare l’automobile. Tutti possono decidere che rapporto vogliono con le macchine digitali del nostro tempo: le persone, le aziende, le famiglie, ma anche le amministrazioni locali, la scuola. Serve una consapevolezza critica nell’utilizzo. Quindi nel prossimo futuro penso che ci sarà una polarizzazione.

La differenza però non sarà più tra chi usa e chi non usa l’intelligenza artificiale, ma fra chi la controlla e chi ne è controllato.

VITA

Immagine

 

STARE BENE IN CLASSE

 


“In classe si sta bene 

solo quando 

non ci si accorge

 della presenza

 dell’insegnante”



La Redazione

"Stare bene non significa non fare fatica. La scuola non è un luogo di svago ma un ambiente di impegno creativo. La scuola che immaginiamo è..."

La presenza dell’altro è preziosissima per la crescita individuale di ogni essere umano e questo concetto, mai come in nessun altro posto, prende vita proprio tra i banchi di scuola. Ad affrontare questo argomento è stato l’esperto di pedagogia Daniele Novara, queste le sue parole:

“Che a scuola s’impari dai compagni dovrebbe essere scritto a lettere cubitali in ogni ingresso scolastico”. Il gruppo, come ci spiega l’esperto: “crea un'osmosi nei processi di apprendimento, ossia si creano degli incastri, degli effetti domino estremamente importanti che rendono l’apprendimento un gioco di squadra tra gli alunni, dove l’insegnante ha un’azione propulsiva e di regia”.

Il pedagogista spiega con chiarezza quale dovrebbe essere il “modus operandi” di ogni insegnante, in classe il processo di apprendimento non dovrebbe essere di tipo “verticale”, dall'alto dell’insegnante fino al basso degli studenti, ma sarebbe più opportuno adottare un metodo “orizzontale” dove il confronto avviene tra pari e ogni alunno può mettere in campo le proprie capacità, strategie e memorie sociali.

“La memoria sociale, infatti, ci permette di essere quello che siamo. In questa imitazione sistematica tra gli alunni si creano gli innesti per poter imparare stando bene. Stare bene non significa non fare fatica. La scuola non è un luogo di svago, ma un ambiente di impegno creativo. La scuola che immaginiamo è faticosa, esigente, ma anche viva, creativa, animata dal lavoro attivo degli alunni”, e in una scuola viva, ci spiega l'esperto: “l’alunno costruisce, esplora, produce". 

“Come ricordava Maria Montessori: “Voglio entrare in una Casa dei Bambini e non accorgermi della presenza dell’insegnante, perché stanno lavorando loro” conclude Novara.

Ascuolaoggi

Immagine

 

martedì 6 gennaio 2026

I COMPITI DI REALTA'

 


Bravi, bravissimi gli insegnanti che invece di accanirsi sugli esercizi” scelgono mostre e avventure.

 L’elogio del pedagogista ai “compiti di realtà”

di Giuseppina Bonadies

 

Daniele Novara critica duramente la didattica basata sulla “risposta esatta”, definendola un quiz arcaico, ed elogia gli insegnanti che assegnano compiti di realtà come mostre e avventure. Il pedagogista invita a sfruttare le vacanze per un apprendimento concreto e operativo, trasformando la città in un luogo di “outdoor education” fondamentale per la crescita.

“Cosa ce ne facciamo delle risposte esatte?”. È una domanda provocatoria quella che Daniele Novara rivolge al mondo dell’istruzione, spostando l’attenzione dalla performance nozionistica alla concretezza dell’esperienza educativa.

In un intervento video diffuso sui canali social, il pedagogista traccia una linea netta tra l’assegnazione di compiti ripetitivi e quelli che vengono definiti “compiti di realtà“, lodando apertamente i docenti che scelgono la seconda strada.

Oltre la logica del quiz

Il punto di partenza dell’analisi è la natura stessa dell’apprendimento, che secondo il direttore del CPP non può essere ridotto a una serie di caselle da sbarrare. “Imparare è un laboratorio, non è una risposta esatta“, afferma Novara, criticando un modello che coinvolge spesso anche i genitori. “La scuola non è un quiz e neanche la famiglia è il posto dove si impara a partecipare al quiz scolastico”.

Per il pedagogista, queste dinamiche rappresentano “forme archaiche, passate” che non hanno più senso di esistere nel contesto attuale. La necessità è quella di recuperare una dimensione tangibile dello studio: “Bisogna, viceversa, ci sia la consapevolezza di come l’apprendimento sia concreto, operativo, fatto di incontri, di esperienze“.

Le vacanze come spazio per il nuovo

Questa visione operativa diventa cruciale specialmente durante i periodi di distacco dalle lezioni frontali. I lunghi periodi di vacanza, compresi quelli estivi, non devono essere visti come un vuoto da riempire con la replica di quanto fatto a scuola, ma come “una grande possibilità “. È il momento in cui bambini e ragazzi possono “vivere qualcosa di nuovo, ma sempre legato al loro bisogno di imparare, di crescere, di diventare grandi “.

L’elogio ai docenti innovatori

Il fulcro del messaggio è il riconoscimento del lavoro svolto da quegli insegnanti che interpretano il tempo extrascolastico come un’occasione di arricchimento culturale e non di addestramento.

Novara si rivolge direttamente a loro: “E quindi, diciamolo senza mezzi termini, bravi, bravissimi gli insegnanti che invece di accanirsi sugli esercizi già fatti in classe, danno indicazioni per andare a visitare una mostra, comprare un libro, vivere un’avventura, vivere un’esperienza “.

Le indicazioni didattiche virtuose, secondo questa prospettiva, includono l’utilizzo del territorio circostante, invitando a “usare la città come un’outdoor education ricco di possibilità “.

È attraverso queste scelte pedagogiche che l’istituzione scolastica riesce a non perdere la sua centralità educativa. “Grazie a questi insegnanti “, conclude Novara, “la scuola mantiene un luogo privilegiato e prioritario di crescita per le nuove generazioni “.

Orizzonte Scuola

Immagine

IL POTERE DELLA GENTILEZZA

 

Seneca svela 

perché la gentilezza 

rende più forti 

ed ha il potere 

del successo

 




Essere gentili è da deboli? Seneca, in "Sui benefici" ribalta questa convinzione e mostra perché la gentilezza è la fonte vera di successo e libertà. 

Essere gentili in un mondo aggressivo non è la via più facile, è la più ardua e, per questo, la più gloriosa.

 -         di Saro Trovato

 Siamo in un mondo in cui la prepotenza sembra sia la strada per dominare gli altri e che la gentilezza sia un attributo della fragilità, un lusso che solo chi non ha ambizioni può permettersi. Eppure, un’analisi rigorosa del pensiero di Lucio Anneo Seneca rivela l’esatto contrario: la benevolenza non è un segno di cedimento, ma la suprema tecnologia del potere e della stabilità.

Nel suo trattato De Beneficiis, il filosofo stoico descrive il “beneficare” come un atto di sovranità assoluta, capace di generare un successo che non teme l’usura del tempo.

Il cuore di questa visione risiede in una definizione che sposta l’accento dall’oggetto del dono all’integrità di chi lo compie:

Che cos’è dunque un beneficio? Un’azione di benevolenza che arreca gioia e la riceve procurandola, caratterizzata da un’inclinazione e da una spontaneità naturali in quello che fa. Perciò, non ha importanza che cosa venga fatta o data, ma la disposizione d’animo con cui questa cosa viene realizzata: il beneficio infatti non consiste in quanto viene fatto o dato, bensì nel sentimento di chi ne è l’autore. (De Beneficiis, Libro I, 6.1)

La forza di chi non si lascia condizionare dai prepotenti

Proprio partendo da questa “disposizione d’animo”, Seneca scardina il pregiudizio che vede nella gentilezza una forma di sottomissione. Al contrario, essa viene presentata come l’unico vero antidoto alla prepotenza. Mentre l’aggressivo è costantemente alla ricerca di una reazione per sentirsi potente, colui che mantiene la propria benevolenza interrompe il circuito della violenza.

Questa fermezza comunica un messaggio di potere silenzioso: il prepotente non ha la forza di cambiare il carattere di chi ha di fronte. Essere gentili con chi è sgarbato non significa subire, ma dimostrare di essere gli unici padroni del proprio stato d’animo.

Non è debolezza, ma la prova di essere l’unica persona, in quel momento, a non aver bisogno di aggredire per sentirsi forte. Nella prospettiva di Seneca, il successo nasce dal diventare la fonte del valore, anziché farsi dettare le regole del gioco dai difetti altrui.

La gentilezza è fonte di successo

Per Seneca, il successo non è un trofeo isolato da difendere con i denti, ma la capacità di rendersi indispensabili all’interno di una struttura più grande. La forza del singolo, nella visione stoica, non risiede nell’indipendenza assoluta, ma nella stabilità che egli è capace di offrire agli altri.

Per spiegare questo paradosso del potere, il filosofo ricorre a una metafora architettonica folgorante:

La società umana è simile a una volta di pietre, che cadrebbe se le pietre non si sostenessero a vicenda: essa è tenuta insieme proprio da questo appoggio reciproco.
(Lettere a Lucilio, 95, 53)

In questa prospettiva, la gentilezza è la forza che impedisce al sistema, e quindi alla posizione dell’individuo al suo interno, di crollare. Chi sostiene la struttura attraverso atti di benevolenza è, di fatto, l’ultimo a poter essere abbattuto.

Il successo generato dalla gentilezza è infinitamente più solido di quello ottenuto con la forza, perché non poggia sul timore o sull’invidia, ma sulla gratitudine. Creando alleati anziché sudditi, la persona gentile costruisce una base di potere che non ha bisogno di essere difesa costantemente, poiché è la struttura stessa a proteggere chi la sostiene.

La gentilezza non prevede di essere misurata

La grandezza di questo potere risiede nel rifiuto di “mercanteggiare” i rapporti. Seneca avverte che la gentilezza svanisce non appena diventa un’operazione contabile. L’uomo forte non è un esattore di favori, ma un generatore di valore a fondo perduto.

Nessuno prende nota dei benefici sul proprio libro dei crediti né, come un avido esattore, va a riscuotere all’ora e al giorno stabiliti. […] È proprio di un esecrabile usuraio mettere in conto un beneficio dato.  (De Beneficiis, Libro I, 2.3)

La logica del beneficio si limita a dare. Questa assenza di calcolo non è ingenuità, ma suprema fierezza: ho dato perché volevo farlo, e questo mi basta. Restituire l’atto è un guadagno per chi riceve, non una necessità per chi dà.

Quest’approccio è ciò che rende l’umano virtuoso nei confronti di se stesso e rispetto agli altri. Essere gentili significa non misurare mai i benefici offerti, ciò che si fa è per fare del bene alla propria anima ed essere riconosciuti dalla comunità come persone degne e di valore.

La perseveranza che ammansisce il mondo

Seneca sottolinea che la gentilezza costante possiede il potere di trasformare anche le nature più ostili. Come i domatori ammansiscono le bestie feroci con la cura e il cibo, così la perseveranza nel bene finisce per vincere l’ingratitudine umana. Non si tratta di una fiducia ingenua, ma di una forza d’assedio che non accetta la sconfitta morale.

Qualcuno è ingrato nei confronti di un primo beneficio? Non lo sarà riguardo a un secondo; ne ha già dimenticati due? Un terzo lo porterà a ricordare anche quelli che sono usciti dalla sua memoria. (De Beneficiis, Libro I, 2.5)

Non bisogna dunque stancarsi di essere virtuosi. Sia attraverso un aiuto materiale, offrendo il proprio credito, o mettendo a disposizione la propria saggezza, la perseveranza nel beneficare è l’unica forza capace di trasformare un nemico in un alleato.

In questa prospettiva, chi sceglie di non dare per timore di essere sfruttato o ignorato rivela la sua natura di vero debole. La sua rigidità non è fermezza, ma paura; la sua chiusura non è prudenza, ma l’incapacità di sostenere il peso di un gesto gratuito.

Il prepotente o l’egoista sono figure fragili, poiché la loro identità crolla se non ricevono un tornaconto immediato. Al contrario, l’individuo forte di Seneca continua a donare perché la sua stabilità non dipende dal riconoscimento altrui, ma dalla propria incrollabile integrità.

Egli è il domatore che, con la propria costanza, finisce per conquistare anche l’animo più indurito, dimostrando che il vero potere appartiene a chi ha così tanto da non aver paura di perdere nulla.

Essere gentili richiede coraggio

In ultima analisi, la lezione di Seneca è un richiamo alla forma più alta di coraggio. Essere gentili in un mondo aggressivo non è la via più facile, è la più ardua e, per questo, la più gloriosa. È un atto di ribellione contro la forza di gravità dell’egoismo.

Il successo autentico non risiede nell’arrivare primi in una corsa solitaria, ma nell’avere la forza di non lasciare indietro nessuno, sapendo che la propria posizione è sicura solo se l’intera “volta” sociale rimane integra.

La gentilezza richiede il coraggio dei forti perché espone al rischio dell’ingratitudine, ma è proprio questo rischio a nobilitare l’azione. Non si è gentili perché il mondo è buono, ma perché si è deciso di essere tali.

In questa decisione di dare senza misurare risiede l’unica forma di successo che il tempo non può scalfire, ovvero l’aver vissuto da individui liberi, da pietre angolari di una società che, senza il sostegno reciproco, sarebbe già polvere.

La gentilezza, dunque, non è un’opzione morale per i fragili, ma l’armatura più resistente dei forti. È l’essenza della civiltà, dove il vero potere e il successo sono una conseguenza delle virtù e non della forza e della cattiveria.

Essere gentili è il più grande investimento che si possa fare per costruire una società capace di reggersi nel tempo, e una vita vissuta con serenità, gioia e libertà interiore.

Per questo, non resta che ringraziare Seneca per questa lezione e iniziare, senza più alibi, ad agire seguendo i suoi suggerimenti.

Liberiamo

Immagine

 

IL NON ORDINE GLOBALE

 


VENEZUELA 

E ALTRI



di LELIO CUSIMANO

Prendendo spunto dalle notizie e dalle reazioni che hanno accompagnato la giornata del 4 gennaio, la cattura di Nicolás Maduro da parte di un commando statunitense non è soltanto un fatto venezuelano né un episodio di cronaca internazionale ad alto tasso di spettacolarità. È, piuttosto, un segnale potente – e inquietante – dello stato in cui versa l’ordine globale e della direzione che potrebbe imboccare.

Il Venezuela arriva a questo snodo dopo almeno due decenni di progressivo isolamento e deterioramento istituzionale. Il chavismo, nato come progetto di riscatto sociale e di autonomia dall’egemonia statunitense in America Latina, si è trasformato nel tempo in un sistema di potere sempre più chiuso, segnato da repressione politica, collasso economico, migrazioni di massa e da accuse, mai davvero dissipate, di collusione con traffici illeciti. In questo quadro l’intervento diretto degli Stati Uniti – se confermato nei termini di una cattura mirata del capo dello Stato venezuelano – segna una rottura netta. Non tanto perché Washington non abbia mai rovesciato governi ostili nel proprio “cortile di casa”, quanto perché lo fa oggi in un mondo che si pretende multipolare, senza più l’alibi della guerra fredda o di un mandato multilaterale credibile. È il ritorno brutale della politica di potenza, spogliata di ogni orpello retorico.

Non stupisce, dunque, il doppio sentimento che attraversa l’opinione pubblica internazionale: da un lato il compiacimento per la “eliminazione” politica di una figura percepita come simbolo di corruzione, violenza e narcotraffici; dall’altro la paura che il precedente sia più grave del problema che si intende risolvere. Se una grande potenza si arroga il diritto di catturare il leader di un altro Paese sovrano, in base a una propria definizione di legalità e sicurezza, cosa resta delle regole comuni?

È qui che la vicenda venezuelana si salda a una tendenza più ampia. Stati Uniti, Cina e Russia – pur con strumenti e narrazioni diverse – sembrano convergere verso un modello di “non ordine” globale: ciascuno domina il proprio spazio regionale, interviene quando e come ritiene necessario, impone il conflitto come modalità ordinaria di regolazione dei rapporti di forza. Non è un nuovo equilibrio, ma una spartizione instabile, continuamente esposta a scosse escalation.

In questo scenario, l’Europa appare paradossalmente come l’anomalia. Non perché sia più forte o più coesa, ma perché è l’unica grande area che continua, almeno a livello di principi, a credere nella centralità del diritto internazionale, nel multilateralismo, nella mediazione. Proprio per questo, tuttavia, rischia di essere irrilevante: un ostacolo morale più che politico, una voce che ammonisce ma non incide.

 

La crisi venezuelana potrebbe diventare uno spartiacque anche per l’Unione europea. L’imitarsi a dichiarazioni di preoccupazione, inviti alla moderazione e richiami alle Nazioni Unite significherebbe certificare la propria marginalità. D’altra parte, una presa d’atto realistica imporrebbe scelte difficili: dotarsi di una politica estera realmente comune, accettare che la difesa e la sicurezza non siano argomenti tabù, costruire una capacità autonoma di intervento diplomatico e, come ultima ratio, di deterrenza.

In questo percorso, il ruolo dell’Italia non è secondario. Per storia, geografia e interessi, Roma è uno dei Paesi europei più esposti alle conseguenze del disordine globale: instabilità nel Mediterraneo, flussi migratori, crisi energetiche, interruzioni delle catene commerciali. L’America Latina, e il Venezuela in particolare, non sono lontani dal nostro orizzonte come potrebbe sembrare: comunità italiane numerose, legami economici, una tradizione diplomatica che ha spesso privilegiato il dialogo.

L’Italia potrebbe – e forse dovrebbe – farsi promotrice di una linea europea meno timida, capace di tenere insieme fermezza sui diritti e realismo geopolitico. Non per opporsi frontalmente alle grandi potenze, ma per ricordare che l’alternativa al diritto del più forte non è l’impotenza, bensì la costruzione continua e paziente di regole condivise. La cattura di Maduro, al di là del destino personale del leader venezuelano, pone una domanda che riguarda tutti: vogliamo davvero un mondo in cui la stabilità dipenda dall’arbitrio di pochi, o siamo ancora disposti a investire – politicamente, economicamente, culturalmente – in un ordine imperfetto ma comune?

Probabilmente, l’Europa, e con essa l’Italia, non può permettersi di rinviare ancora la risposta.

giovannipepi.it

I MAGI E L'ARTE DEL DONO

 


La visita dei magi

 è una grande 

grammatica 

del dono.

 



-di Luigino Bruni

 Uomini saggi, astronomi e astrologi, venuti da est.  Non erano pastori, erano esperti di stelle e di scienza.

Erano uomini, dei maschi, ed erano capaci di fare doni: maschio è Erode, ieri e oggi; ma maschi sono anche i magi, che ci dicono che anche i maschi sanno fare doni.

Quegli uomini si misero in cammino inseguendo «una stella», per «adorare» un bambino (Mt 2,2).

Ecco i primi due elementi di questa grammatica del dono: c’è un cammino e c’è una stella. Cammino dice impegno e dice tempo, gli ingredienti fondamentali di ogni dono.

I regali non richiedono molto tempo, ne facciamo molti in poche ore di shopping; il dono no, è diverso.

Non c’è dono senza un cammino, senza un viaggio materiale o spirituale.

Ci si alza, si va a trovare quella persona che abbiamo deciso di onorare con la nostra visita e con il nostro dono.

Quasi tutto quello che volevamo dire a quella persona lo diciamo andandola a trovare.

Il primo dono dei magi fu il loro mettersi in cammino. Poi c’è la stella.

Nei doni, di certo in quelli più importanti, non si parte senza l’apparizione di una "stella" - senza una voce, un segno, una chiamata.

Ciò che siamo oggi dipende da molte cose, ma dipende soprattutto dai doni-stella che abbiamo ricevuto nella vita.

Dono chiama dono: ecco perché secondo il Vangelo (apocrifo) arabo dell’infanzia di Gesù «Maria donò loro alcune delle fasce del bambino Gesù».

I magi portano in dono «oro, incenso e mirra» (2,11).

Per dire regalità (oro), divinità (incenso), e corporeità (mirra).

La grammatica e la sintassi del dono continua a svelarsi.

In ogni incontro che nasce dal dono, ti incontro per dirti che hai la dignità di un re, che sei sacro come un Dio e che sei un essere umano, e quindi il tuo limite e la tua futura morte non sono maledizione e condanna, ma compito e destino. Questo significa onorare.

«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (2,11).

C’è anche Maria nel dono dei magi, una sorpresa e una gioia aggiunte alla loro gioia che era già grandissima.

E in Maria possiamo rivedere un’altra amica biblica dei magi: la regina di Saba, che partì da lontano, con molti doni, per conoscere e onorare la sapienza.

Il dono dei magi è l’altro Magnificat dei Vangeli, e la visita di Maria ad Elisabetta è l’episodio che più gli assomiglia. Maria accolse con fiducia i magi dentro casa, li fece entrare, li riconobbe come ospiti buoni, accettò il loro dono.

E infine l’ultima nota del dono. Anche i magi, come Maria con Elisabetta, dopo aver fatto il loro dono presero la via di casa.

È questa l’ultima nota del processo del dono, che si chiude col ripartire.

Il ritorno a casa

Chi conosce quest’arte sa che «fare ritorno a casa» è il capolavoro del dono, perché dice castità, la sorella gemella della gratuità.

Chi sa donare non occupa spazi, li libera. È discreto. Sa stare senza fretta, ma poi in fretta riparte.

Non si appropria del tempo della reciprocità. E porta via con sé una "grandissima gioia".

Questo bell’augurio di Buon Cammino e di Buona Epifania di Ignazio Punzi, formatore, psicologo e psicoterapeuta familiare, presidente dell’associazione “L’aratro e la stella”

 I MAGI NON ERANO CRICETI

Il giorno dell'Epifania non si può non porsi questa domanda: quando ci si mette in cammino?

Credo che occorrano almeno tre condizioni:

- quando si intuisce che qualcosa o qualcuno di veramente importante ancora ci manca

- quando si ha la consapevolezza che questo "qualcosa o qualcuno" non si trova nei luoghi in cui si abita o si frequentano

- e quando infine, come conseguenza delle prime due, si ha il coraggio di "uscire" e osare l'incontro con il nuovo.

Ci si mette in cammino se si obbedisce ad una assenza che preme dal profondo di noi stessi e si manifesta come invito a mettersi in cammino verso il non ancora, per terre sconosciute.

Si incontra la verità solo da nomadi, da stranieri.  Facciamocene una ragione.

Se non si accetta questo cambio di status, che è spirituale, emozionale e cognitivo, il cammino nel quotidiano, seppur faticoso, è più simile a quello del criceto nella ruota.

I criceti, però, non inaugurano nuove vie, ma smaltiscono solo il grasso accumulato nella loro stanzialità.

Se si vuole tracciare diritto il proprio solco, è più saggio uscire dalle proprie ruote e dalle proprie gabbie dove tutto è garantito e mettersi finalmente in cammino per territori inediti, attaccando l'aratro ad una stella, in cerca di una verità che ci renderà liberi.

In questo giorno di Epifania, facciamo nostra l'esortazione di don Tonino Bello a metterci in cammino senza più aspettare e senza paura, per fare "straripare la speranza.

Andiamo a Betlemme!

[ ...] Per noi, disperatamente in cerca di pace, ma disorientati da sussurri e grida che annunziano salvatori da tutte le parti, e costretti ad avanzare a tentoni dentro infiniti egoismi, ogni passo verso Betlemme sembra un salto nel buio.

Andiamo fino a Betlemme. È un viaggio lungo, faticoso, difficile, lo so.

Ma questo, che dobbiamo compiere «all'indietro», è l'unico viaggio che può farci andare «avanti» sulla strada della felicità.

Quella felicità che stiamo inseguendo da una vita, e che cerchiamo di tradurre col linguaggio dei presepi, in cui la limpidezza dei ruscelli, o il verde intenso del muschio, o i fiocchi di neve sugli abeti sono divenuti frammenti simbolici che imprigionano non si sa bene se le nostre nostalgie di trasparenze perdute, o i sogni di un futuro riscattato dall'ipoteca della morte.

Andiamo fino a Betlemme, come i pastori.

L'importante è muoversi.

Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro.

E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso. Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi della onnipotenza di Dio.

Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l'amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove Egli continua a vivere in clandestinità.

A noi il compito di cercarlo.

E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita.

Mettiamoci in cammino, dunque, senza paura.

Il Natale di quest'anno ci fa trovare Gesù e, con Lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell'essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell'impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera.

Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog, privo di segni di morte e illuminato di stelle.

E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle delusioni, strariperà la speranza.

 Famiglia Cristiana

Immagine



 


lunedì 5 gennaio 2026

EPIFANIA

 

SI MISERO 

IN CAMMINO



Meditazione 

di S.B. Card. Pizzaballa, 

Patriarca di Gerusalemme dei Latini


 Ogni bambino nasce per qualcuno: per una famiglia che lo attende, per una comunità che lo accoglie, che lo vedrà crescere, che crescerà insieme a lui e grazie a lui.

Anche Gesù è nato per qualcuno: ma non solo per qualcuno in particolare, perché Gesù è nato per tutti.

I brani di Vangelo che raccontano la sua nascita ci dicono proprio questo, che questo bambino non appartiene solo alla sua famiglia, né solo al suo clan, ma tutti, vicini e lontani, sono chiamati a partecipare all’evento della sua nascita, alla gioia e alla grazia della sua venuta al mondo.

Gesù è venuto per tutti, e coloro che si lasciano raggiungere dal dono della sua presenza sono chiamati, come abbiamo visto proprio domenica scorsa, a mettersi in cammino, a fare un percorso.

Una costante che si ritrova in tutte le storie di donne e uomini di fede è proprio questa: il mettersi in cammino, perché la fede stessa è un cammino, è una costante ricerca, una sempre nuova partenza.

È stato così anche per i Magi.

Abbiamo iniziato l’Avvento con un invito a vegliare per non lasciar passare invano il kairós, il momento favorevole, il tempo della grazia (Mc 13,33-37).

Potremmo dire che i Magi sono innanzitutto persone che hanno accolto questo invito, che non si sono lasciati sfuggire l’occasione della vita: hanno visto un segno, hanno compreso che questo segno era per loro, che li chiamava a partire e si sono messi in viaggio.

La stella che i Magi hanno visto, come tutte le stelle, non sta ferma nel cielo, ma percorre un cammino: Matteo dice che la stella precedeva i magi, fino a quando è arrivata sul lugo dove stava il bambino, e lì si è fermata (Mt 2,9).

Questo significa che se la stella si muove, se si vuole continuare a vederla bisogna muoversi insieme a lei, bisogna seguirla, mettersi in cammino. Se si sta fermi, la stella scompare, perché la stella non può fermarsi.

I magi hanno visto una stella nel cielo, e hanno solo desiderato non perdere quella luce, continuare a lasciarsi illuminare. E per questo hanno lasciato la loro terra e si sono fatti pellegrini, non sapendo fin dall’inizio dove sarebbero arrivati.

Per mettersi in cammino bisogna fidarsi.

Ma come si è presentata per loro quest’occasione?

L’occasione, il kairós, li ha raggiunti tramite, appunto, una stella, il che significa che i Magi sono persone che hanno alzato lo sguardo verso l’alto, che si sono aperti ad un orizzonte infinito.

Vegliare significa anche alzare lo sguardo, scrutare il cielo.

Il loro sguardo non è rimasto prigioniero dei loro confini, del loro mondo; non si sono accontentati, non si sono fermati.

Ogni cammino nasce da uno sguardo, da una visione che porta oltre.

Poi arrivano a Gerusalemme, e vi arrivano come umili persone che cercano.

Molte volte Gerusalemme è stata raggiunta da gente straniera, che veniva per combattere, per depredare, per impossessarsi della sua bellezza e dei suoi tesori.

I Magi vengono per cercare, per condividere un’inquietudine in un luogo e con delle persone che hanno la ricerca e l’attesa come vocazione, come senso della vita.

In cuore hanno una domanda, e questa è la loro vera ricchezza: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?” (Mt 2,2). Sono sapienti, ma sono anche alla ricerca di una sapienza più grande, sanno di non sapere tutto.

È questa mancanza che permette loro di mettersi in cammino, di fare domande, di fidarsi.

I Magi sanno che un Re è nato, ma non sanno dove, perché la stella non si è ancora posata su nessun luogo.

Dove nasce il Re e Signore, dove trovarlo, questa è la grande domanda di ogni uomo, il grande desiderio.

E il desiderio dei Magi si compie quando il loro cammino si incontra con la Rivelazione, quando i loro passi si fermano ad ascoltare la Parola, perché la Parola è l’epifania di Dio. Sarà la Parola a condurli a Betlemme, dove ritrovano la stella ad attenderli, perché tutto si ricapitola lì.

Infine, il cammino ha un ultimo passo necessario, ed è quello che porta i magi a prostrarsi davanti a quel bambino: forse, di tutto il cammino, questo è il passo più difficile.

Perché chiede di riconoscere che il Re è lui, non siamo noi. È lui il Signore della storia, e non noi.

Questo è il passo che Erode non può fare, perché gli richiederebbe il coraggio e l’umiltà di togliere la corona dalla propria testa per metterla sulla testa di quell’umile bambino appena nato.

Eppure, Gesù, nato per tutti, è nato per questo: per liberarci dall’illusione del potere, della violenza, di tutto ciò che non dà vita.

La vita vera sta tutta nel riconoscere la grandezza del segno di un piccolo di un bambino, venuto al mondo per dire che il desiderio di Dio è quello di camminare con noi.

+Pierbattista

Patriarcato L. di Gerusalemme