mercoledì 6 maggio 2026

LE BUONE MANIERE

 

LA BUONA EDUCAZIONE


 Sono pochissime le cose che, sin da bambina, mi fanno “andare di matta” , ovvero , non tollero , mi agitano, è più forte di me, non ve lo so spiegare, è qualcosa che va a ledere la mia sfera psichica, non lo faccio per male!!! Quali sono? Il fiato che puzza di alcol e fumo ed i rumori prodotti con bocca e naso che si sa, non sono strumenti musicali !

I denti che battono come fossero nacchere, le dentiere traballanti, le labbra che battono, le tirate fra naso e gola e gli “sgracchi” di cui sinceramente, non so il nome in italiano, mi mettono davvero in condizioni di perdere il mio self control ed anche in situazioni particolari, di uscire al naturale manifestando il mio malessere. Non gli starnuti e la tosse che si capisce bene non sono dati dalla propria volontà. Si deve essere tolleranti verso il prossimo, lo so! Ma si può e si deve davvero tollerare sempre tutto? Quanto la nostra psiche viene messa a dura prova e rischia di esplodere o implodere se si cerca di tollerare tutto? 

La vita ci obbliga ad un controllo continuo e costante, questo è un esercizio che in taluni casi può diventare stressogeno e dunque, anche pericoloso, per se stessi e per gli altri. Sono in treno e nel posto davanti a me, si è appena venuto a sedere un uomo che come prima cosa, senza neppure salutare e con poca anzi nulla gentilezza mi sollecita a togliere lo zaino da quello che sarebbe dovuto essere il suo posto.

 Tolto zaino e fatto spazio nel tavolino, il tizio si siede…e da quell’istante per me, diventa quasi impossibile restare in quel posto…toglierei il quasi! quel tipo alle 10:30 del mattino, puzza terribilmente di fumo misto ad alcol! Non ce la posso fare, non ce la posso fare! Non ce la posso fare!!!Cerco una boccetta di profumo, niente!

Cerco una salvietta imbevuta, niente! Non ce la posso fare!!!…gli e lo dico? …nooo! Prendo tutto e mi sposto? Li per lì mi sembra male, non è delicato, ma mi basta un secondo ed uno sguardo per prendere la mia decisione… mi sposto!!! D’altronde lui è stato forse delicato? Ed è forse delicato puzzare di alcol di prima mattina? No! Dirglielo non è il caso, ma andarsene si! Lui si è allungato le gambe, io mi sono allontanata dal fetore, nessuno si è dispiaciuto, con gentilezza non ho tollerato. 

Perché se poi ci pensate, tante volte tollerare vuol dire subire e subire crea sofferenza, probabilmente in passato si era più predisposti alla sopportazione, nella nostra era nelle nostre vite, è divenuto sempre più difficile ed il suo limite, probabilmente è stato superato!sappiamo distinguere cosa sopportare e cosa no e seppur non sempre, sappiamo agire di conseguenza, onde evitare di foraggiare quando non si arriva agli estremi, le aziende di tranquillanti.

 Il rumore di chi batte denti o dentiera come fossero nacchere, o di chi succhia il brodo o qualsiasi altro cibo come se fosse un’aspirapolvere, perché il cucchiaio o la forchetta per qualche arcano motivo non li può avvicinare alla bocca facendo entrare il cibo che invece deve essere risucchiato da lontano o di chi tira su dal naso in continuazione, proprio non lo riesco a tollerare…divento nevrotica, rispondo male, mi si contorcono le giunture, mi si accavallano i nervi, mi si tirano i muscoli, insomma sto male non solo psicologicamente ma anche fisicamente e siccome alzarsi da tavola in taluni casi non si può e siccome in tanti pur sapendo di far rumori continuano imperterriti, un po’ per problemi ai denti, un po’ per strafottenza , ho deciso, c’è un’unica soluzione…per non dispiacere nessuno ed evitare di urlare o di mandare all’aria tutta la tavola apparecchiata , serve utilizzare i tappi per le orecchie!!

Certo bisognerà star attenti ai labiali per non far capire di aver precluso momentaneamente la capacità uditiva e avere i capelli lunghi per non far percepire nulla, non è cosa facile ma evita possibili azioni violente e “male parole”. 

Ahi ahi ahi!!! Che si deve fare per proteggere la quiete familiare e le amicizie quando questi “musicisti” non capiscono! Ed il problema, non è la vecchiaia!!! Di rumorosi ce n’è di ogni età! 

Anche bambini che mangiano a bocca aperta battendo le labbra… ma che bisogno c’è??? Sono una persona estremamente tollerante, ma certe cose, davvero non le capisco! Ho conosciuto persone che seppur facendo due docce al giorno, puzzavano come capre! Mi trattenevo, stavo male in loro compagnia, ma non avevano alcuna colpa, secernevano odori nauseabondi senza neppure accorgersene, cosa ben diversa dalla puzza di fumo e alcol e cosa ben diversa dal mangiare come cagnolini.

 Insomma, penso che nelle scuole si dovrebbe inserire una nuova materia a partire dalle elementari, o forse addirittura dall’asilo, una materia che contempli le sane abitudini e lo stare a tavola sapendo mangiare…e ricordando sempre che se fai l’aspirapolvere, rischi di affogarti e costringi chi ti sta vicino a prenderti a pacche sulla schiena per stappare l’esofago e siccome ne approfitta per sfogarsi può continuare “a dartele”anche oltre la “stuppata”!!!

  Il Punto |

Luisa La Colla, classe 74, architetto libero professionista da sempre impegnata nella politica rivestendo ruoli istituzionali e nell’associazionismo. Ha fatto teatro, si occupa di organizzazione di mostre e convegni, nonché di comunicazione per Federsanità Anci Calabria. È assistente al Comitato Europeo delle Regioni, la notte crea gioielli, lavora in Rinascente, ama l’arte e la bellezza 
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IL RETTANGOLO DELLA GIOIA


Il campetto condominiale 

di cemento screpolato,

 dove si giocava 

a calcio con gli amici, 

era un rettangolo 

di gioia e senso: 

un'area limitata 

dove scoprire 

l'infinito della vita piena.

 Alessandro D’Avenia

Qualche giorno fa camminavo con un amico sul cemento screpolato del vecchio campetto condominiale usato soprattutto per giocare a calcio, un rettangolo dieci per venti, che resiste a tempo e intemperie dagli anni '80, e in cui ho trascorso i miei pomeriggi di bambino, dalle 16.30 (fine del coprifuoco dedicato a compiti e altre noie, come il «riposino») alle 19.30 (limite per compiere la decontaminazione pre-cena). Una poesia di 200 m²: un condominio pieno di coetanei, uno spazio gratuito e sicuro (ai genitori bastava affacciarsi dalla finestra per vederci giocare), un tempo senza tempo. L'unico pericolo erano le cruente abrasioni sul cemento colorato di un rosa slavato che voleva imitare la terra battuta. Bastava un Super Santos, levigato dai tiri, la maglia della squadra preferita presa al mercato rionale del sabato a cinquemila lire, per diventare eroi dell'epica vigente a metà degli anni '80: Baresi, Maradona, Platini, Zico, Butragueño, Rumenigge... Un'epica quotidiana che canalizzava le nostre inesauribili energie e trasformava il tempo in gioia. Per noi che riuscivamo anche a giocare nel corridoio di casa quel campo era Maracanã, Bernabeu, San Siro... L'unica infelicità era il pallone bucato o smarrito oltre il muro di cinta, dove c'erano i cani randagi. In quel rettangolo trovo ancora lotta, bellezza, fratellanza, fatica, gioia, nostalgia e gratitudine. 

Quel rettangolo di gioco è stato scuola, perché c'è scuola «quando e dove» incontriamo ciò che non muore nel mondo. Il gioco è uno di quei «quando e dove» che abbiamo inventato perché assomiglia alla vita: regole e limiti che ci esaltano. Infatti non c'è gioco senza «campo», «tempo», «partita» (i Greci chiamavano il destino moira, che significa proprio «parte», «porzione», il pezzo che ti tocca), uno spazio-tempo finito, oltre il quale c'è, come nella vita, la fine del tempo e del campo: la «dipartita». Più questi limiti sono ristretti più il giocatore deve essere abile. Nel calcio infatti la rovesciata è un vertice: non solo devi usare la «parte» del corpo meno accurata, il piede, ma trasformarlo in una catapulta volante, rischiare l'osso sacro o quello del collo, colpire la palla al volo e, spalle alla porta, indirizzarla in rete. Era il mio pezzo preferito, la provavo sempre, a sproposito, perché era un gesto difficile e bellissimo.  

Con il mio amico abbiamo condiviso «partite» memorabili (ricordavamo la squadra intitolata «Over the top» da un film di quegli anni e delle magliette cancerogene confezionate da noi con la vernice delle bombolette).  

 Ora, essendo anche lui insegnante, la partita è in classe e così, passeggiando su quel campo di ricordi, ci interrogavamo sulla cosiddetta «emergenza» educativa, che fa «emergere» non ciò che manca ai ragazzi ma a noi: «L'assenza di limiti: i ragazzi non ne ricevono e così sono lasciati al caos». «A noi era il mondo a darci una forma, se non hai limiti resti informe, senza forma».  

Commenti di uomini già invischiati nella retorica dei tempi andati o nella verità del tempo fermo? Quel campetto rispondeva: se impari a giocare allora il mondo può anche essere ordine, amicizia, rispetto, intelligenza, fatica, gioia, errore, lotta... Non è una tristezza retorica quella che compatisce i bambini italiani orfani dei Mondiali, il calcio a quell'età ti dà una forma: il rettangolo. Quel dieci per venti conteneva la geografia e la storia del mondo intero, il tuo destino e quello di ogni Paese, con la sua bandiera e il suo popolo: guerre senza guerra! Oggi ci sono arbitri quasi quanti giocatori, e telecamere, schermi, fotocellule... nell'ossessione tutta contemporanea di eliminare l'errore con il controllo tecnologico. E allora perché poi i giocatori si buttano, fingono, esagerano se noi saltavamo subito in piedi? Perché a noi piaceva giocare, e basta. E se non giocavi a tutta pelle, lo facevi a tutta immaginazione, ascoltando di domenica la diretta delle partite in radio, e vedevi le azioni grazie ai radiocronisti, prestigiatori della parola. Oggi, dipendenti da effetti speciali e dopamina, le partite sembrano troppo noiose, le guardiamo compulsando i social: al cervello odierno un intrattenimento non basta, ce ne vogliono almeno due, in contemporanea.  

Un tempo le partite si giocavano allo stesso orario, un unico destino rettangolare da 90 minuti, e poi si aspettava la trasmissione dei goal, rito familiare e collettivo. E i riti, stabilizzando il tempo, lo rendono sensato. La gioia della domenica pomeriggio era concentrata, oggi i diritti tv disperdono la gioia in infiniti piaceri passeggeri, non è più rito condiviso ma intrattenimento consumato, non ferma il tempo, lo fa passare. Noi guardavamo solo il campo, e finiva lì, perché, ridotto all'osso, il calcio è: ventidue persone in mutandoni con un unico dono contro-evolutivo, usare i piedi (l'unico caso in cui «ragionare con i piedi» è arte) anziché le mani, per rincorrere una palla. Questo risveglia il bambino che tutti abbiamo dentro, che vorrebbe scorrazzare così anche nella vita.  

Vincenzo, un bambino di 10 anni di un piccolo e meraviglioso paesino siciliano (Caltabellotta), due giorni fa mi raccontava con la luce negli occhi che il sabato per lui è magico, perché c'è la partita di calcio alle 16 con gli amici in un campetto vero, mentre durante la settimana si gioca per strada. Il calcio ci ha sempre aiutato a custodire quel bambino con la luce negli occhi, che da grande vuole fare il calciatore, perché «la maturità dell'uomo consiste nell'aver ritrovato la serietà con cui giocava da bambino» (non è Mourinho in conferenza stampa ma Nietzsche in «Al di là del bene e del male»).  

Quando gioca il bambino lavora (Montessori), e tutti noi vorremo lavorare così, con la concentrazione e l'autenticità del presente eterno, quando essere e fare coincidono, senza assilli di carriera, di stipendio, di ruolo, di risultato.  

Fare perché è bello fare.  

Ma quel bambino si perde se non vede adulti giocare seriamente, vita salvata, ma solo intrattenersi, vita distratta. Un giorno chiederà chi erano gli aborigeni su un rettangolo verde impegnati in un rito magico che trasformava i corpi in danza e gli individui in compagni. Si chiamava «calcio», dal nome latino del calcagno, il tallone che aveva reso mortale Achille e che rende invece noi immortali, cioè bambini, scopritori di un eterno a portata di mano, anzi di piede...  

Ridatemi la forma della felicità, sotto casa, dentro al cuore, dice quel bambino. Non datemi il rettangolo di vetro a due dimensioni, che mi scherma, ma quello di cemento, asfalto, terra, erba, che mi incarna.  

Ricordo che su quel campetto, una volta l'anno, a inizio estate, facevamo la cena di condominio (rito purtroppo poi perduto): una fila di tavoli, zeppi di cibarie che ogni famiglia portava. Quel banchetto accadeva nello stesso rettangolo su cui noi giocavamo. Era il rettangolo della gioia.

Corriere della Sera

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UN NUOVO MEDIOEVO

 È prossimo un nuovo medioevo, dove gli aristocratici saranno individui sterili che complicheranno molto la vita a chi la vuole vivere come impegno civile, con e per gli altri, con e per i figli e le figlie.


Luigino Bruni

 Ogni epoca ha avuto le sue classi sociali principali, quelle da cui dipendevano la pace, le guerre, le ricchezze, le povertà, i diritti e le felicità. Nel medioevo erano aristocratici e servi della gleba, nell’età della Controriforma i proprietari terrieri e i contadini, quindi capitalisti e proletari nella società industriale. La gerarchia ecclesiastica, Papi, cardinali e vescovi, stavano nella classe dominante, quella ricca e potente, parroci, frati e suore dall’altra. C’erano poi sempre classi intermedie e localmente importanti (si pensi ai Mercanti medioevali di Venezia o Firenze, o agli artisti sempre in queste città e in altre analoghe), ma gli assi dentro i quali si svolgeva la dinamica sociale ed economica erano in genere due.

Con il nuovo millennio stanno emergendo due nuove classi, trasversali rispetto a quelle delle epoche precedenti e apparentemente molto diverse, ma che stanno determinando le dinamiche sociali, relazionali, e presto anche quelle politiche ed economiche. Sappiamo anche che, alla fine, noi esseri umani siamo molti simili sotto quasi tutti gli aspetti (vizi, virtù, fragilità, bellezze…), e queste distinzioni vanno sempre prese allo stesso modo in cui si parla del sale nelle ricette: «quanto basta», perché nessuna persona rientra mai in una categoria astratta.

Una «classe» è quella rappresentata da quelle persone che, in tutto il mondo, vivono la vita come impegno sociale, come compito spirituale ed etico. Si innamorano, poi mettono su una famiglia, spesso si sposano, e soprattutto fanno di tutto per avere figli, e se non ci riescono naturalmente li adottano, prendendo su di sé anche il rischio che ogni adozione porta con sé (insieme alla sua bellezza). È la comunità globale degli sposi, dei partner di vita, dei padri e delle madri, degli imprenditori, dei cooperatori, dei missionari, persone che decidono di investire le loro energie migliori negli anni più belli per creare qualcosa con e per gli altri. Qualche tempo fa avevo lanciato l’idea di introdurre un nuovo anello, analogo alla fede nuziale, per chi è madre o padre: per poterli riconoscere per strada, ringraziarli, esprimere loro la nostra riconoscenza. Quando vedo una persona con la fede al dito provo sempre un brivido civile positivo, che raddoppierebbe se ne vedessi anche un’altra di colore diverso che dice che quella persona ha giocato la sua vita creando nuova vita umana sulla terra, che ha speso la vita per due fedi simili e diverse: in una persona, in bambini, in un «per sempre».

Accanto a questa «classe» c’è poi l’altra. Quella, altrettanto globale, di chi non si sposa, non vive relazioni affettive stabili e pubbliche, o, se si sposa o si accompagna, decide intenzionalmente di non avere figli. I motivi sono molti, e non voglio sottoporli a giudizio. Alcuni presentano queste scelte con un «rivestimento etico»: «Come potrei mettere al mondo un figlio in questo mondo tremendo?». In genere, questo popolo di single, o di coppie fatte dalla somma di due single, non amano i legami forti, in particolare non li amano nei confronti di umani. Infatti, molti di questi vivono con uno o più animali, in genere cani e gatti, che sono molto amati perché non hanno le note tipiche degli esseri umani: la libertà, i conflitti e la reciprocità. Spesso amano molto la natura, vivono vite sane, sono salutisti, molto preoccupati della loro forma fisica e hanno paura del loro invecchiamento. Sono spesso ottimi lavoratori e, ancor di più, lavoratrici, affidabili e devoti all’impresa, fanno ottime carriere, e si ritrovano spesso anche con molti soldi (che non sanno neanche come spendere). Sono mescolati con tutti gli altri, non sono più antipatici della media; sono meno generosi, e quindi meno generativi (le due parole sono quasi sinonimi).

Si possono però riconoscere da alcuni indicatori. Il primo è la mancanza di letizia e di gioia di vivere, che viene coperta dal divertimento e dall’allegria adrenalinica di brevissimo periodo (gite, vacanze, aperitivi, magari un po’ di droga ogni tanto). Non sono felici, sono solo allegri transitori, appagati dalle gioie che possono procurare cani, gatti e vacanze viaggi. Il secondo indicatore è la mancanza di amici profondi e veri, che vengono sostituiti da conoscenti e compagni, anche qui transitori e a basso investimento, perché legati soltanto a una specifica attività (vacanza, montagna, ristorante…), che si attivano solo in quel contesto, senza alcuna quotidianità. Il terzo è la grande quantità di tempo dedicata alla cura di sé, che prende quasi interamente il posto della cura degli altri.

Se non cambia qualcosa nella nostra cultura globale, quella che si esprime nelle serie TV, nei film, nei talk show, nei romanzi, questa seconda classe di celibi e nubili diventerà sempre più la classe dominante e, come ogni classe dominante, imporrà a tutti gli stili di vita, le regole del gioco, le politiche, fiscali ed economiche. È prossimo un nuovo medioevo, dove gli aristocratici saranno individui sterili che complicheranno molto la vita a chi la vuole vivere come impegno civile, con e per gli altri, con e per i figli e le figlie. 

Messaggero di sant'Antonio 


 

NON LA POTENZA, MA LA CURA

 

Maria ci ricorda che il legame, la compassione, la preoccupazione per la felicità altrui sono le dimensioni più qualificanti dell’umano. Non la potenza. Non il controllo. La cura.


-        di Chiara Giaccardi

Maggio è il mese di Maria. E Maria è una figura che continua a interrogarci, ben oltre i confini della devozione. Una donna che ha parlato pochissimo. Che ha molto meditato. Che ha fatto di una non-scelta la via della propria libertà, e del proprio dolore di madre la capacità di portare su di sé tutti i dolori del mondo. Una donna che colpisce per l’audacia, come quando viaggia sola per visitare la cugina Elisabetta. E per la sensibilità, come nelle nozze di Cana, quando si accorge prima di tutti che il vino buono sta finendo. 

Maria ci ricorda che il legame, la compassione, la preoccupazione per la felicità altrui sono le dimensioni più qualificanti dell’umano. Non la potenza. Non il controllo. La cura. Maria testimonia che il confine tra l’umano e il divino è labile, quasi cancellato dalla filiazione. C’è un paradosso che vale la pena sottolineare. 

L’uomo che vuol farsi Dio uccidendo Dio, resta vittima, la prima vittima del proprio stesso delirio di onnipotenza. Oggi questa sconfitta è tristemente evidente nell’oscillazione tra senso di impotenza e deliri del transumanesimo

 Cogliere invece che l’essenza del divino è il generare, il far esistere nel voler bene, è comprendere insieme la natura di Dio Padre e il destino dell’essere umano. La generazione è il principio di tutto. È la forma più alta dell’essere. In questo paradossale andare oltre se stessi, quando ne siamo capaci, si coglie il senso più pieno della vita, della libertà e della felicità. Maria lo sapeva. 

Messaggero di sant'Antonio 

 

lunedì 4 maggio 2026

IL LAVORO SOCIALE

 

Manifesto 

del lavoro

sociale



Educatori, assistenti sociali, insegnanti, infermieri, oss, badanti...Mai come oggi le lavoratrici e i lavoratori della filiera della cura sono in sofferenza. Le condizioni economiche e di stress professionale contano molto. Ma non conta meno la mancanza di riconoscimento civile e pubblico verso questi professionisti che hanno un peso determinante nella vita di tutti noi. Il "Manifesto del lavoro sociale" elaborato da VITA con le 75 organizzazioni del suo Comitato Editoriale vuole essere una presa di coscienza collettiva che senza i social worker perdiamo tutti

di Redazione

Il lavoro di cura tiene in piedi le nostre comunità. Eppure chi lo svolge, educatori, insegnanti, assistenti sociali, operatori delle Rsa, psicologi, Oss, badanti… spesso ha remunerazioni che non consentono di acquistare un’abitazione o di metter su famiglia. Ma non è solo questo: è la stima sociale che manca. VITA ha costruito intorno al tema un approfondimento di quasi 80 pagine che potrete leggere da settimana prossima sul numero del magazine di maggio. Ma abbiamo voluto andare oltre: con un Manifesto in cinque punti che non è una rivendicazione di categoria, ma un appello civico. Perché senza welfare non c’è benessere e senza lavoratori del sociale non c’è welfare. Condividilo, diffondilo, fallo girare: nei tuoi spazi professionali, nelle tue comunità, tra le persone che conosci. Ogni condivisione è un atto culturale e politico. È il modo più concreto per dire che questa società non può continuare a fingere di non vedere.

Di seguito il testo integrale del “Manifesto del lavoro sociale”. In coda trovate le indicazione su come scaricare la versione pdf e su come, peer chi lo volesse, condividere la propria storia di lavoratore/lavoratrice del sociale.


I. Il lavoro di cura difende il benessere di tutti

Fate sparire per un giorno solo le educatrici e gli educatori, le e gli insegnanti, le e gli assistenti sociali, le operatrici e gli operatori di comunità, le e i badanti, le psicologhe e gli psicologi dei consultori, le e gli oss delle Rsa, le e i cooperanti. Guardate cosa rimane. Rimangono anziani soli che non sanno come alzarsi dal letto. Rimangono ragazzi a rischio senza nessuno che li intercetti. Rimangono classi senza qualcuno che tenga insieme una comunità di bambini e adolescenti che spesso portano in aula il peso del mondo. Rimangono famiglie con una persona con disabilità abbandonate a se stesse. Rimangono donne in difficoltà che non sanno a chi rivolgersi. Rimangono persone in crisi senza nessuno che sappia come starci accanto. E quando questi professionisti non ce la fanno più — quando si dimettono, vanno in burnout, cambiano mestiere — quel vuoto non si riempie in fretta: perché questo lavoro richiede anni per essere imparato davvero, e si impara stando accanto alle persone, non sui libri. Ma c’è un punto ulteriore che non possiamo ignorare: molte delle condizioni che oggi attraversano la società — disabilità, cronicità, fragilità complesse — non chiedono interventi occasionali, ma continuità, integrazione, responsabilità condivisa nel tempo. Senza questa capacità di presa in carico, il sistema non solo si indebolisce: smette di essere affidabile. Il risultato lo pagano i più fragili per primi. Ma lo paga anche chi fragile non si considera ancora. Perché la vulnerabilità può raggiungere tutti, e prima di quanto pensiamo. Difendere chi si prende cura non è un gesto di generosità verso una categoria. È difendere noi stessi.

II. Il lavoro sociale è lavoro qualificato, oltre che vocazionale

Per molto tempo la cura è stata raccontata solo come vocazione, missione, dono. Dimensioni ispiratrici, che esigono oggi di essere riconosciute per il loro valore strutturato: è venuta l’ora di parlare di lavoro. Lavoro vero, spesso duro, qualificato. Chi accompagna una persona con disabilità costruisce percorsi di autonomia che richiedono anni di formazione e una resistenza emotiva che pochi mestieri esigono. Chi educa un bambino in condizione di fragilità in Italia e in tante altre parti del mondo porta su di sé una responsabilità enorme, compie un’impresa di altissimo valore  e lo fa a nome di tutta la società. La “passione” si traduce in competenza e la “dedizione” diventa fatica professionale: in quanto tali non possiamo continuare a non valorizzarle, a non tutelarle, a non rispettarle. Se non lo faremo, continueremo a perderle. 

III. I professionisti del sociale vanno  pagati in modo equo

Il tema salariale è reale e urgente e va affrontato senza sconti. Ci sono professionisti del sociale che faticano a pagare le spese di prima necessità, come la casa, e a cui sono preclusi progetti di vita come la costruzione di una famiglia. Serve una remunerazione migliore. Oltre a questo, la crisi del lavoro sociale è strettamente connessa a una crisi di riconoscimento: di stima pubblica, di considerazione civica, di narrazione collettiva. Chi lavora nel sociale si sente invisibile, sottovalutato. Questa percezione non è un capriccio: è il riflesso fedele di come una società intera ha scelto di guardare — o meglio, di non guardare — chi si prende cura di lei. Riconoscere il lavoro sociale significa riconoscere un’infrastruttura essenziale del Paese: quella che tiene insieme servizi, famiglie e comunità, e che rende possibile, ogni giorno, la vita delle persone nelle situazioni di maggiore fragilità e dei loro familiari. 

IV. Il welfare è un investimento redditizio

Occorre mettere la cura al centro del discorso pubblico. Smettere di trattare il welfare come una voce di costo da comprimere e cominciare a vederlo per quello che è: l’investimento più redditizio che una società possa fare su se stessa. Ogni euro speso in educazione, assistenza, salute mentale, supporto alle famiglie è un euro che evita dieci euro di emergenza. Ma soprattutto, è un euro che dice a ogni cittadino che non sarà lasciato solo: l’esperienza di cura è una formidabile pratica di responsabilità e partecipazione democratica. Questo richiede un salto di qualità: superare la frammentazione tra sanitario e sociale, costruire percorsi realmente integrati, garantire continuità della cura lungo tutto l’arco della vita, favorire la libertà di azione dei soggetti sociali affinché si realizzi concretamente il principio di sussidiarietà. Questo è il patto civile che vogliamo valorizzare. Questo è il patto che rischiamo di perdere.

V. Il lavoro di cura è un lavoro aperto a tutti: uomini e donne

Il personale maschile nelle scuole dell’infanzia non arriva all’1%. Nelle Rsa, nei consultori, nelle comunità educative, a reggere il welfare sono quasi sempre donne. Questo sbilanciamento deriva da una cultura che ha assegnato alle donne la responsabilità della cura. Ma è anche un’occasione mancata.  Il lavoro di cura e di educazione offre ciò che molti cercano in un mestiere: senso, relazione, impatto reale sulla vita delle persone. Per i giovani uomini che cercano un lavoro con significato, è una frontiera quasi inesplorata e c’è bisogno di loro. In questi mondi la presenza maschile manca e si sente. Prendersi cura è una delle competenze più richieste, più difficili e più umane che esistano. Vale per le  donne e vale per gli uomini. 

L’illustrazione in apertura è di Ludovica Fantetti


VITA


SINNER, L'ITALO-AUSTRIACO

 


LA SOSTITUZIONE ETNICA

Una questione aleggia, indirettamente, in molte affermazioni che riguardano Jannik Sinner. E’ davvero un tennista italiano? La domanda si rafforza se guardiamo alla identità italiana con gli occhiali della ideologia che si colloca, apertamente, nelle parole di non pochi leaders politici: essi fanno della “difesa della nazione”, della “remigrazione”, della paura della “sostituzione etnica” una bandiera, persino nel nome stesso del partito (come Fratelli d’Italia). Rispetto ai “fratelli d’Italia” che si riconoscono solo nel “carattere nazionale”, Sinner sembra un marziano. Anche giornalisti ingenui, o senza scrupoli, hanno scritto diversi articoli sulla “non italianità” di Sinner. Sinner nei modi, come nelle parole, come nel suo stesso nome, non sembra italiano. Sembra piuttosto un caso palese di “sostituzione etnica”. 

di Andrea Grillo

Per capire meglio questa perplessità, spesso interessata, bisogna riflettere su un dato rimosso. Se per conseguire la cittadinanza italiana è ragionevole richiedere una certa conoscenza della lingua italiana, bisogna tuttavia ammettere che ci sono cittadini italiani che non sono di “lingua madre” italiana. Se si chiamano Abdul, Liam, Ruud o Joao è perché, molto spesso, non hanno l’italiano come lingua madre. Jannik Sinner è tra questi italiani, di lingua madre non italiana (ma, nel suo caso, tedesca). Il suo è il caso particolare di una parte della nazione italiana, come la Val Pusteria, in cui più del 98% dei cittadini italiani è di madre lingua tedesca. Questo accade, in quella parte di Italia, dal momento in cui il Sud Tirolo è diventato Alto Adige. Si deve notare la sottile ironia con cui Sinner è per gli austriaci un uomo del sud, mentre per gli Italiani è un uomo dell’estremo nord. Ma quello che conta è che ci siano italiani che non hanno la lingua italiana come lingua madre. 

 Questo non dovrebbe sorprendere chi ha un minimo di memoria storica. 

Certamente la lingua italiana è uno dei fattori storici di unificazione della nazione. Ma non nelle forme che immaginiamo. Italiani, ma non di madre lingua italiana, si trovano alla radice della nostra storia istituzionale. Per fare solo due esempi: Camillo Benso Conte di Cavour e Vittorio Emanuele II non avevano l’italiano come lingua madre, ma il francese

 Ecco dunque un primo aspetto interessante: ci sono italiani che parlano e pensano primariamente in una lingua diversa dall’italiano. Parlare e pensare in un’altra lingua significa portare, nella esperienza dello Stato italiano, altre visioni del mondo, altre concezioni, altre rappresentazioni, altri ideali. Quello che accade oggi, pubblicamente, di fronte al talento di Jannik Sinner, dovrebbe diventare una sorta di esempio di ciò che può capitare in ogni settore, anche molto meno famoso ed esposto dello sport. 

Dovremmo ammettere, senza riserve, che il “fenomeno Sinner” è stato possibile grazie alla “ibridazione” italo-germanica, o, meglio, germano-italica. Che cosa accade ad un ragazzo, di lingua madre tedesca, che entra nel mondo in un contesto italiano? Che è costretto, dalla nazione in cui vive, a tenere insieme una lingua madre tedesca con una lingua comune italiana? 

Fin dall’inizio della parte “pubblica” della sua carriera, era chiaro che Jannik, o Gianni, portava nello sport un senso della dedizione, un equilibrio nella comunicazione e una rigorosa attenzione al lavoro che viene, in larga parte dalla tradizione tedesca. Se sei italiano, appartieni alla tradizione italiana. Ma se parli e pensi anzitutto in tedesco, appartieni alla cultura germanofona. Nel misterioso equilibrio che questa condizione sa generare in alcuni, si può vedere, quasi in ogni tratto della azione o della parola, la traccia di questa sintesi nuova, che sarebbe difficile sia ad un “tutto italiano”, sia a un “tutto austriaco”. La “impurità” istituzionale di Sinner, il suo essere “italiano di lingua madre tedesca” è una componente decisiva del suo stile e del suo successo. 

Che cosa insegna a tutti, questa vicenda? Che non dobbiamo aver paura delle ibridazioni, delle mescolanze, delle impurità. Questo vale sempre, ma in modo particolare sul piano istituzionale. Ogni forma di discredito verso le identità composite, che viene spesso dal discorso politico sulla purezza, sulla italianità, sulla difesa dallo straniero, sul sospetto verso il diverso, dovrebbe riconoscersi qui come un chiaro esempio di accecamento. Lo stereotipo dell’italiano è un danno per tutti: per gli italiani che così si semplificano troppo, e per gli stranieri, che non capiscono la verità. Una “fratellanza” italiana è possibile solo accettando che le “lingue madri” sono molte, anche nell’ambito dello stesso ambito italiano. Le regioni di Italia sono, da questo punto di vista, una riserva di diversità preziosa e da coltivare. Fare in modo che in ogni cittadino italiano resti una differenza tra “lingua madre” e “lingua comune” è una riserva di senso e di cittadinanza preziosa. 

Per questo è bello chiamare Jannik con la sua italianizzazione Gianni (che non è molto diversa da come gli spagnoli pronunciano Jannik, ossia Giannik). D’altra parte è bello notare quanto spesso Jannik, parlando italiano, lascia trasparire che sta traducendo dal tedesco. Il suo è non di rado “italiano di traduzione”. Si sente che il suo parlare italofono non è “primario”, ma “secondario”. Ma questo non si può cambiare, Le lingue sono “forme del mondo”, ossia danno forma al mondo. La lingua sovraintende non solo a tutto ciò che diciamo, ma anche a tutto ciò che facciamo. Per ogni cittadino italiano questo è ciò che dovremmo sempre ricordare: la sua lingua madre contribuisce alla costruzione della cultura italiana. Il tedesco che Jannik ha nel cuore organizza la sua giornata, imposta il modo con cui risponde di dritto o di rovescio, in cui avanza o retrocede nel campo. La correlazione tra prima lingua e seconda lingua ricostruisce la sua identità. Che è italiana in forma composita e perciò originale. La fratellanza italiana vive di queste diversità costitutive. Chi cerca di negarle, chi ne ha paura, chi preferisce puntare su una “normalità uniforme” e dice che “per Jannik un italiano fatica a tifare” ha paura della storia e può convincere per qualche attimo, ma sarà sconfitto dal cammino civile e sociale, che non sopporta confini angusti. 

Il campione italiano con nome e profilo austriaco è una bella metafora della “composizione sociale” che l’Italia sta vivendo da molti decenni. La sordità arrogante di alcune istituzioni non riesce ad appassionarsi per Jannik Sinner, perché sente che sconvolge uno stereotipo troppo importante per coloro che vogliono fermare la storia, chiudere le frontiere, stabilire blocchi navali, reggere lo strascico ad ogni nazionalismo. Sinner è la smentita di ogni nazionalismo, essendo la figura vivente di una ibridazione da cui viene fuori un nuovo modello di sportivo e di cittadino. Sinner è un esempio di “apprendimento sociale”. Questo vale per ogni cittadino la cui lingua madre non si identifica con la lingua comune: ogni istituzione che non capisca il valore delle lingue-madri per la lingua comune lavora contro se stessa. Una “fratellanza italiana” inizia necessariamente da questa diversità, che non si deve solo tollerare, ma ammirare, incentivare e imitare. La “sostituzione etnica” non è altro che la storia dei popoli, una grande carovana in cui ci si mescola in un apprendimento continuo. Ma, come diceva un Cardinale, quando la carovana parte, i cani abbaiano. 

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sabato 2 maggio 2026

SORRIDI ALLA VITA

 


Ringrazia il buon Dio.

Dona felicità a coloro che incontri sul tuo cammino.

Non cercare te stesso.

Cerca l'incontro con gli altri


Apprezza le luci, accogli le ombre, accetta i limiti, tuoi e altrui.

Supera ogni paura e ogni diffidenza.

Vinci le illusioni dell'apparire e scegli l'essere.

Testimonia valori e non pregiudizi.

«Se i simboli della felicità sono quelli del successo e della perfezione, nell’età in cui cominci a concepire il tuo progetto di felicità ti senti subito schiacciato.

Invece io voglio riscoprire quello stile veramente occidentale di educazione che ci ha insegnato Socrate: conoscerci con le nostre luci e ombre.

Ma oggi sembra che debbano esserci solo le luci: quelle irreali del Photoshop.

La nostra unicità invece passa per i nostri limiti». 

A. D'Avenia