mercoledì 8 aprile 2026

EMOZIONI E RELAZIONI

Un itinerario

 di crescita 

per insegnanti 

ed alunni” 


-di Antonio Ferro*

        “Innovare per insegnare: approcci, metodi e strategie in classe” è il titolo del percorso formativo organizzato dall’AIMC (Associazione Italiana Maestri Cattolici) di mazara del Vallo. In tale contesto, la dott.ssa Caterina Di Stefano, presidente dell’AIMC di Mazara del Vallo, mi ha coinvolto a relazionare sul tema “Emozioni e relazioni: un viaggio di crescita per insegnanti ed alunni”.

In passato si pensava che il raggiungimento degli obiettivi didattici dipendessero prevalentemente dalle abilità cognitive e dalla motivazione dell’alunno, oggi sappiamo che oltre a queste due condizioni, un ruolo fondamentale giocano le “Emozioni”.

Studi recenti dimostrano quanto le emozioni giochino un ruolo cruciale nelle acquisizioni delle competenze dei bambini. In particolare, è stato dimostrato che le emozioni attivano i centri sottocorticali dell’encefalo (es. sistema limbico ed amigdala) responsabili della componente fisiologica dell’emozione (es. sudorazione, tachicardia, ecc.), insieme alle cortecce associative che attivano i processi di valutazione cognitiva dell’esperienza emotiva. Quindi se un alunno apprende sperimentando la paura di sbagliare, le stesse aree del sistema nervoso legate a questa emozione si attiveranno in futuro per evitare situazioni analoghe, intaccando così significativamente l’autostima e l’autoefficacia dell’alunno. L’emozione negativa associata a quell’apprendimento si comporta come un antagonista dell’apprendimento stesso. L’emozione e i processi cognitivi rappresentano due facce interconnesse della stessa medaglia. Ciò significa che quando un alunno recupera un’informazione questa attiverà nuovamente il vissuto emotivo associato a quell’apprendimento perché entrambe hanno tracciato lo stesso percorso sinaptico. La “warm cognition” rivoluziona quindi le modalità degli apprendimenti associandoli alle emozioni positive e ciò avviene solo se un alunno impara con “gioia”.

Comprendere, dunque come le emozioni influenzino gli apprendimenti scolastici diventa fondamentale per gli insegnanti, che devono saper gestire e valorizzare l'aspetto emotivo nei loro alunni. I primi anni di vita sono fondamentali per lo sviluppo socio-emozionale di un bambino. Durante questa fase, egli inizia a costruire le basi delle sue future relazioni attraverso le interazioni emotive e relazionali con i genitori, i caregiver e gli insegnanti. La qualità delle prime relazioni basate sull’empatia e sulla fiducia è fondamentale per una sana crescita psicologica.

Le emozioni sono risposte psicologiche e fisiologiche a stimoli interni ed esterni. Possono essere classificate in efficacemente emozioni positive (es. gioia, felicità, amore, ecc.) ed emozioni negative (es. paura, ansia, tristezza, ecc.). Queste ultime sebbene scomode, sono essenziali per la nostra capacità di adattarci e reagire a situazioni di pericolo. Le emozioni influenzano il comportamento, le relazioni interpersonali e il processo di apprendimento. Nei bambini, esse si manifestano in modi diversi rispetto agli adulti. La loro capacità di esprimere e regolare le emozioni è ancora in fase di sviluppo. È importante che i docenti riconoscano e comprendano queste emozioni per supportare i bambini nel loro percorso di crescita. Il linguaggio emotivo è uno strumento potente nella relazione insegnante-alunno. Attraverso l'uso di un linguaggio che esprime emozioni, i docenti possono fornire un ambiente sicuro e creare uno spazio in cui i bambini si sentano liberi di esprimere le proprie emozioni. Le emozioni positive migliorano la motivazione e l'attenzione, mentre la gestione delle emozioni negative può prevenire distrazioni e comportamenti problematici.

Associare emozioni positive all’acquisizione dei contenuti didattici è essenziale per favorire un ambiente di apprendimento favorevole ed inclusivo. I docenti devono essere sempre più consapevoli dell'importanza del linguaggio emotivo e della gestione delle emozioni per sostenere i bambini nel loro sviluppo personale e accademico.

L’insegnante può promuovere negli alunni la sperimentazione di emozioni positive attraverso specifiche strategie relazionali e comunicative. In particolare:

  • l’ascolto attivo ed empatico consente all’alunno di percepirsi compreso e riconosciuto nella propria esperienza soggettiva;
  • l’espressione di apprezzamenti e feedback positivi autentici favorisce il senso di autoefficacia e di valorizzazione personale;
  • i comportamenti di gentilezza e cura contribuiscono a costruire un clima relazionale accogliente e rassicurante;
  • l’incoraggiamento e il supporto sostengono la motivazione e rafforzano la percezione di un sostegno emotivo significativo;
  • la condivisione di esperienze positive facilita la costruzione del legame educativo e il consolidamento della relazione insegnante–alunno.

L’efficacia di tali interventi risulta strettamente correlata alle caratteristiche personali e professionali dell’insegnante, nonché alla sua capacità di instaurare una relazione autentica, nella quale l’alunno possa percepire un reale interesse e coinvolgimento nei propri confronti.

Investire tempo nella comprensione delle emozioni può trasformare la relazione insegnante-alunno rendendola più efficace e significativa. I docenti sono chiamati a essere guide empatiche, pronte ad ascoltare e a rispondere alle esigenze emotive dei loro alunni.

È quindi necessario che gli insegnati abbiano un nuovo approccio che valorizzi, oltre il versante didattico e cognitivo, un apprendimento associato alle emozioni positive. In tale modo l’insegnante diventerà una figura significativa anche sul versante relazionale contribuendo al successo scolastico dei propri alunni, anche di coloro con bisogni speciali di apprendimento.

*Neuropsichiatra infantile, Direttore Sanitario della Fondazione Auxilium di Trapani

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martedì 7 aprile 2026

AI GRANDI DELLA TERRA

 


LETTERA AI GRANDI DELLA TERRA 

CHE FANNO

 LA GUERRA

 


Ci rivolgiamo a voi che vi proclamate “uomini di un Dio cristiano”, “uomini di Yahweh, Dio unico”, “uomini del dio di Abramo, il misericordioso”, che dite di agire per “volontà sua” o in nome delle sue promesse. 

Noi vi chiediamo: “Chi è il vostro Dio?” Il dio degli eserciti, il dio della distruzione e della morte dei nemici? Vi servite del nome di Dio per le vostre ideologie, volontà, visioni e interpretazioni? 

Cristiano” vorrebbe dire “essere di Cristo”, cioè testimone di una appartenenza alla persona di Gesù Cristo, di cui fu detto: “ECCE HOMO”, perché aderendo a Lui, si possa dire lo stesso di ogni essere umano sulla terra. 

Perché si possa dire di Trump:” Ecce homo!”; di Putin:” Ecce homo!”; di Netanyahu: “Ecco l’uomo del Primo Comandamento, l’uomo del “non uccidere”; dei musulmani: “Ecco l’uomo di Allah misericordioso”! Ma si può dire così di voi? 

Vi chiediamo: in nome di chi agite in tal modo? Non certo in nome del vero Dio che è amore, compassione, misericordia, perdono e Padre di tutti gli uomini. 

“Ecce homo”: l’uomo della Parola, della cura delle persone, dell’amicizia, della fraternità, della condivisione, della relazione, dell’incontro, che non ha impugnato armi, che si è fidato del Padre, che ha detto a tutti noi: “Amatevi come io vi ho amato”, che piuttosto che uccidere gli oppositori, si è lasciato uccidere da loro. 

Dio è vita e amore dato a tutti, incondizionatamente, anche a voi, ora, che lo state tradendo, che lo state uccidendo insieme a tutti gli innocenti. Da Lui dovremmo imparare la gratitudine per la vita, l’amore e la fiducia nell’uomo, la responsabilità per dare a tutti la possibilità di una vita dignitosa, nel rispetto delle differenze. 

Siete stati eletti da un popolo che certamente non voleva la guerra, ma aiuto, per vivere meglio, con più sicurezza per il domani, con più libertà di espressione, pane e acqua e servizi fondamentali per tutti. 

Invece nella vostra mente c’è ben altro: conquiste stratosferiche, appropriazione violenta dei beni della terra per dominare sulle nazioni, quali schiavi di mammona. Pensate di essere super-uomini e non vedete l’errore: una visione distorta dell’origine della vita e del destino dell’uomo; il vostro super-dio-egoico, che va oltre ogni limite creaturale, sconfinando nella disumanità senza controllo, è stato messo al posto del vero Dio. Ciò vi rende ciechi e perversi. 

L’usare la guerra per dire che siete forti, dimostra la vostra debolezza: la paura di non essere uomini veri, la non fiducia nella ragione e nell’animo umano, la paura del confronto leale, la paura del fallimento senza la forza bruta. 

Non credete nell’uomo, dunque, non credete in Dio che ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza. E così non avete la Sapienza, dono di Dio. 

Ignorate lo Spirito Santo che Dio, tramite Cristo Risorto, ha consegnato a tutti noi, con i suoi doni, che, se accolti e vissuti, nell’amore e nell’obbedienza a Lui, fa, di chi lo osserva nel quotidiano, l’”ecce homo”, l’uomo che ama, che rispetta ogni vita, unica cosa sacra insieme a Dio. 

Sottomettersi al “Principe del mondo” porta inevitabilmente a ideologie umane aberranti, che diventano ossessioni, tarli corrosivi che portano solo ad azioni autodistruttive, distruttive e al contagio del male. 

Preghiamo ogni giorno per voi e per tutti noi, e con Gesù Cristo sulla croce, diciamo: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno e perdona pure tutti noi, perché siamo corresponsabili nella nostra immobilità e impotenza”. 

Chiediamo allo Spirito Santo del Padre, che Gesù ci ha consegnato dalla croce, di essere da tutti noi accolto e conosciuto, perché possiamo, per sola sua grazia e nostra adesione, sulle orme dell’”Ecce homo”, vivere alla Sua Luce.

 Alzogliocchiversoilcielo


DONNE DELLA PASQUA

TREMORE

 ED 

ESTASI

 A Pasqua troviamo le donne sotto la croce e poi davanti a un sepolcro: il primo annuncio pasquale, in tutti i vangeli, passa attraverso di loro, lo sappiamo bene, anche se si stenta a tradurre pienamente questo elemento della Rivelazione in un ministero appropriato.

 -di Emanuela Buccioni 

 Per secoli, fra sospetti e ironie, si è scherzato sulle “donne chiacchierone” che per questo tratto sarebbero state coinvolte così da diffondere rapidamente la buona notizia. 

 Tuttavia il più antico dei racconti, quello di Marco, si chiude con una frase enigmatica che la liturgia pasquale dell’anno B omette (!) e che gli agiografi si sono premurati di completare aggiungendo delle sintesi tratte dagli altri vangeli successivi. 

 La frase controversa è: «Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite» (Mc 16,8). 

 È l’ultimo versetto del vangelo nella sua forma più originale. Nessuna apparizione del Risorto, nessun incontro rassicurante. Solo donne che fuggono e tacciono. 

  Il silenzio di Marco 

 Il testo greco è più denso di quanto sembri, Marco parla infatti di tromos kai ekstasis, «tremore e estasi». Quest’ultimo termine non indica semplice stupore, ma appunto uno “stare fuori di sé”, la stessa parola usata per descrivere esperienze di rivelazione che sconvolgono le categorie abituali. Non è paura codarda, ma spaesamento teofanico. 

 Anche il verbo phobeomai (“avevano paura”) non designa soltanto timore psicologico. Nelle Scritture il “timore” è spesso la reazione alla manifestazione del divino. È la soglia tra l’evento e la sua comprensione. Marco non sta screditando le donne: sta descrivendo l’istante in cui l’irruzione di Dio rompe il linguaggio disponibile. 

 Il silenzio, allora, non è negazione dell’annuncio, ma la sua gestazione. Come scriveva R.M. Rilke, «le cose, tutte, non sono così facili da afferrare o da dire, come di solito ci si vuol far credere; le esperienze, per lo più, sono indicibili, e si compiono in uno spazio in cui nessuna parola si è mai inoltrata» (Lettere a un giovane poeta, I lettera). Anche la Pasqua, in Marco, appare come un evento che chiede di essere custodito prima di essere detto. 

 Il vangelo finisce così, con un vuoto narrativo. Se la buona notizia è giunta fino a noi, significa che quel silenzio non è stato definitivo, ma Marco ci costringe a sostare nella frattura tra evento e parola. 

  Matteo e Luca: il silenzio interpretato 

 Gli altri evangelisti non sopportano quella sospensione e integrano con altre informazioni. Matteo racconta che le donne «corsero a dare l’annuncio» e che, lungo la strada, incontrarono Gesù e «gli abbracciarono i piedi» (Mt 28,9). Il verbo è krateō, che può significare “afferrare, trattenere”. È un gesto di riconoscimento, ma anche il segno di un attaccamento comprensibile: l’amore vorrebbe fermare ciò che ha perduto. 

 Luca, dal canto suo, le presenta come annunciatrici fedeli, anche se «quelle parole parvero loro come un vaneggiamento» (Lc 24,11). L’annuncio è rallentato per l’incredulità maschile. Il problema non è il silenzio femminile, ma l’incapacità di ascolto dei discepoli. 

 In entrambi i casi, il silenzio di Marco non viene negato: viene superato. L’amore che ha accompagnato Gesù fino alla croce diventa, gradualmente, parola pubblica. 

 Non è irrilevante che proprio questo dettaglio – le donne come prime testimoni – sia oggi richiamato anche dagli studiosi come esempio del cosiddetto “criterio di discontinuità” o di imbarazzo, uno degli argomenti utilizzati per valutare la storicità delle tradizioni evangeliche. Nel contesto giudaico del I secolo in cui la testimonianza femminile aveva scarso peso giuridico, difficilmente una comunità che avesse voluto costruire un racconto apologetico efficace avrebbe scelto di affidare l’annuncio fondativo della propria fede a figure considerate marginali. Proprio questa “scomodità” narrativa – donne legalmente inattendibili, impaurite, non immediatamente credute – diventa così un indizio a favore dell’autenticità della memoria trasmessa. Il Vangelo poi non idealizza le sue protagoniste: conserva l’imbarazzo, il tremore, la fatica del passaggio alla parola. Forse è proprio questa franchezza a rendere il racconto pasquale tanto disarmante quanto credibile. 

  L’amore che spinge 

 Il passaggio decisivo è quello dall’emozione all’annuncio. Qui la tradizione paolina offre una chiave preziosa: «L’amore di Cristo ci possiede» (2Cor 5,14). Il verbo greco synechei non indica possesso nel senso di dominio, ma una forza che stringe, che tiene insieme, che spinge. È lo stesso termine usato per la febbre che “opprime” la suocera di Pietro o per la folla che “stringe” Gesù. L’amore di Cristo mette in movimento. 

 Le donne al sepolcro vivono esattamente questo passaggio: non trattengono il Risorto, anzi, sono da lui inviate. Il loro amore non è fusione né nostalgia del corpo perduto, ma fedeltà che diventa testimonianza. Una volta compresa la posta in gioco, l’affetto non si trasforma come conseguenza degli eventi pasquali in devozione spirituale, ma si converte in urgenza missionaria. In ogni caso l’amore autentico non elimina il tremore, cioè non finge sicurezza immediata, e nemmeno evita il silenzio iniziale. 

 Marco, con il suo finale spiazzante, ci ricorda che tra l’esperienza e l’annuncio esiste sempre una soglia e che il Vangelo – almeno quello orale – nasce non da una calma certezza, ma da un amore che, pur tremando, sceglie di parlare. Se oggi la Chiesa continua a proclamare Cristo risorto, è perché quel silenzio iniziale non è rimasto tale. Forse ogni autentico annuncio pasquale nasce ancora così: da un amore che prima tace, poi si lascia spingere, e infine trova le parole giuste. 

  Silenzi e parole 

 Il silenzio delle donne di Marco non è – letteralmente – l’ultima parola. Non lo è stato allora, non deve esserlo oggi. In molte parti del mondo donne che vivono sotto le bombe, nei territori occupati, in regimi che reprimono il dissenso, conoscono bene il peso di un silenzio imposto. Tuttavia continuano a custodire parole di vita: madri che proteggono i figli nelle città assediate, insegnanti che mantengono aperta una scuola clandestina, credenti che pregano e trasmettono speranza in contesti dove parlare può costare caro. Non sempre la loro voce trova orecchi disponibili, figuriamoci microfoni; spesso resta fragile, sommessa, perfino inaudibile. Eppure è da lì che la storia può ripartire. Come al sepolcro, la Pasqua non comincia con un proclama trionfale, ma con un amore che attraversa la paura e prepara la parola. Anche oggi il Vangelo rinasce così: dove qualcuno, pur tremando, sceglie di custodire e poi di dire che la vita è più forte della morte.

 Rocca 

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lunedì 6 aprile 2026

DIO VUOLE LA PACE


 La forza "non violenta" della Pasqua negli appelli di pace di Papa Leone XIV

Dalle mani che “grondano sangue” della Domenica delle Palme, a quelle che depongono le armi, invocate nel messaggio per l’Urbi et Orbi. I richiami alla pace del Pontefice invitano a non lasciarsi sopraffare da indifferenza e assuefazione, ma a credere con fermezza nel “Dio che rifiuta la guerra”.

-di Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue’.

Le mani cosparse di quella linfa vitale ormai versata, invocate dal Papa nella Domenica delle Palme. Le stesse mani del Pontefice, strette intorno alla Croce nel Venerdì santo. Un "segno importante", per sua stessa ammissione, come "leader spirituale oggi nel mondo", che abbraccia idealmente "madri", "parenti" e "amici dei condannati", costretti “a umiliarsi davanti all'autorità per vedersi restituire i resti martoriati” di una persona loro cara. E infine quelle stesse mani chiamate a deporre le armi e a risplendere della stessa luce celebrata la mattina di Pasqua dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro.

“Rimetti la tua spada al suo posto”

La concretezza dei gesti, la tenerezza dei sentimenti. C’era tutto questo negli appelli che, durante la Settimana Santa, Papa Leone XIV ha dedicato alla pace e al cessare dei conflitti che imperversano nel mondo. Il primo fotogramma è quello della Domenica delle Palme in Piazza San Pietro, davanti a 40mila fedeli e 120mila ramoscelli d’ulivo innalzati per simboleggiare quella pace mite di cui Gesù, ha ricordato il Pontefice, è sia "re" che "carezza", mentre "altri impugnano spade e bastoni". A loro il Pontefice si è rivolto con le stesse parole pronunciate da Cristo quando uno dei suoi discepoli, secondo il racconto evangelico, aveva estratto un'arma per difenderlo.

Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno.

Il rosso del sangue che gronda, contrastato da quello stesso colore che spiccava nei paramenti liturgici, celebrazione di quel Dio che "non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra", ha affermato il Pontefice.

Invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell'umanità.

“Il bene non può venire dalla prevaricazione”

La pace invocata dal Papa, specialmente in quest'"ora oscura" per un mondo "conteso tra potenze che lo devastano", ha toccato tutto lo scibile dell'esistenza umana. Nella Messa crismale del Giovedì santo, presieduta nella Basilica di San Pietro, Leone XIV ha ricordato come "il bene non può venire dalla prevaricazione" in qualsiasi ambito, non solo pastorale ma anche sociale e politico.

L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova.

“Cristo ci dà un esempio di dedizione, di servizio e di amore”

La terza immagine immortala le mani, ancora quelle del Pontefice, che, nella Messa in Coena Domini nella Basilica di San Giovanni in Laterano, hanno lavato i piedi ai giovani preti da lui stesso consacrati. Un gesto che, nelle parole di Leone XIV, ha richiamato il potere purificatore di Dio. Egli lava non solo il sangue grondante dei conflitti, ma anche l'immagine distorta che essi restituiscono: le "idolatrie" e le "bestemmie" che lo sporcano. E con esse il Signore ripulisce anche l’uomo stesso.

Che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto. Vero Dio e vero uomo, Cristo ci dà invece un esempio di dedizione, di servizio e di amore.

Sulle “orme” di Gesù

Gli appelli del Papa sulla pace rimandano alla continua dicotomia tra male e amore. Allo stesso modo, le meditazioni scritte da padre Francesco Patton, già custode di Terra Santa, per la Via Crucis presieduta dallo stesso Pontefice, hanno individuato una simile ambivalenza, ripercorrendo quella stessa strada percorsa da Gesù tra persone che ne condividevano “la fede” e “altri che deridono e insultano”. "Così è la vita di tutti i giorni", ha scritto il frate minore: così è il cammino tracciato seguendo "le orme" di Gesù, come affermato dal Pontefice recitando la Preghiera Omnipotens composta da san Francesco d'Assisi, insieme ai circa 30mila fedeli presenti al Colosseo nella notte del Venerdì santo.

“Dio non vuole la nostra morte”

È ancora il buio, questa volta preludio al mattino pasquale, che ha accompagnato la veglia nella Basilica di San Pietro gremita di 6mila persone. Dio "non vuole la nostra morte": questo è stato l'appello del Papa, impellente di fronte alla narrazione dei conflitti che riduce le vittime a freddi numeri.

L’uomo può uccidere il corpo, ma la vita del Dio dell’amore è vita eterna, che va oltre la morte e che nessun sepolcro può imprigionare.

Leone XIV ha esortato a dare vita a un "mondo nuovo, di pace, di unità", partendo dai fallimenti dell’umanità, con un riferimento al mare attraverso cui Dio ha liberato gli israeliti dalla schiavitù dell'Egitto. Un elemento che il Pontefice ha definito "porta d'ingresso" per l'inizio di una vita "libera", ma anche "luogo di morte", proprio mentre la cronaca restituiva l'ennesima tragedia del Mediterraneo: il naufragio di un barcone partito dalla Libia, che ha causato oltre 70 dispersi, e i racconti dei superstiti, sotto choc, a Lampedusa. Il luogo dove Leone XIV si recherà il prossimo 4 luglio.

Urbi et Orbi, il Papa: "Chi ha le armi, le deponga. L'11 aprile veglia di pace a San Pietro"

Leone XIV dalla Loggia centrale della Basilica vaticana, pronuncia il tradizionale messaggio di Pasqua alla Città e al mondo, in cui implora Dio “che doni la sua pace al mondo ...

“Il Signore è vivo e rimane con noi”

La notte, l'alba e poi la Messa nel giorno di Pasqua. Il cielo limpido di Piazza San Pietro, 60mila fedeli presenti. Certo, il male non si cancella in un giorno: la guerra "uccide e distrugge" e la minaccia è sempre in agguato:

La vediamo presente nelle ingiustizie, negli egoismi di parte, nell’oppressione dei poveri, nella scarsa attenzione verso i più fragili. La vediamo nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge.

Ma si può e si deve raccogliere l'invito pasquale ad "alzare lo sguardo", scorgendo lo "spazio per una nuova vita che sorge", oltre i sepolcri e il dolore.

Il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita.

“La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta”

È l'invito finale del Pontefice, che riecheggia anche nel tradizionale messaggio per l’Urbi et Orbi.

Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo.

Perché se nel mondo ci sono battaglie, l’esempio per vincerle scaturisce dalla Pasqua: mani che abbracciano, e che non imbracciano armi.

La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta.

Un'esortazione che riecheggia nell'appello rivolto martedì scorso a Castel Gandolfo da Leone XIV al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e ai leader del mondo:

Tornate al tavolo per dialogare, cerchiamo soluzioni ai problemi, cerchiamo modi per ridurre la violenza che stiamo alimentando. E che la pace, soprattutto a Pasqua, sia nei nostri cuori

Vatican News

IL RISORTO

 


Gesù di Alda Merini


Lenta la morte
come un lago pieno di sogni.
Ma Dio vede al di là delle pietre,
vede al di là dei sepolcri.
Per anni creatura di Dio
sono stato chiuso nell’argilla del corpo,
per anni sono stato pietra,
ma con tante voci nel cuore.
E come non conosco le pietre dell’universo?
Allungo la mano e sollevo tutto il Calvario,
in uno spasimo di luce.
Chi mi ha perseguitato?
Dove sono i miei persecutori?
Dov’è il grembo materno?
E dov’è il fiat di mia madre?
Una pietra.

Il Figlio di Dio ha creato con la resurrezione
il cammino degli angeli.
Addio,
addio terra infingarda,
le radici di Dio sono nel mio volto:
lo scaveranno
e diventerà radioso.
Fuggirò da questo sepolcro
come un angelo calpestato a morte dal sogno,
ma io troverò la frontiera della mia parola.
Addio crocifissione,
in me non c’è mai stato niente:
sono soltanto un uomo risorto.

MARIA BADALONI

 UNA PEDAGOGISTA 

PRESTATA 

ALLA POLITICA


-         -di Zina Bianca

-          La premessa: la metafora di un’esistenza

 Il tramonto scivola nell’acqua, dolcemente lambisce sull’orizzonte il primo buio della notte, un blu profondo sconfina il cielo e il mare, immensa e superba tra la corte delle lampare avanza una maestosa, dorata, rossa, luna.

Si staglia sullo sfondo cobalto. Guardandola, la meraviglia di Ciaula, le domande del giovane Leopardi, la luna rossa di De Crescenzo affollano il cuore in un’unica sensazione di bellezza.

 Il venticello del mare raggiunge la terrazza, annodo la sciarpa e raccolgo le carte sparse sul tavolo. Lei è tra queste, emerge dal bianco della carta come prima la luna sul blu, un ovale dai tratti gentili, il microfono in mano, sembra che sappia, che abbia capito che ci interessiamo veramente a lei.

 La prima volta che l’ho vista ho pensato che fosse una delle cantanti liriche che la mia mamma straamava. Scoprirò ben presto che non era una cantante, ma che cresce nella musica e della musica farà la sua vera professione, professione che non abbandonerà mai: nell’animo sarà sempre, una sensibile, attenta, Maestra di musica.

 La musica è sicuramente la metafora di tutta la sua esistenza, la natura della musica è infatti qualcosa che riguarda intimamente l’essere umano; muove, plasma l’intelligenza emotiva, le power skills che consentono di gestire la complessità.

Maria sperimenta infatti la complessità del passaggio dall’emozione al suono – dalla nota allo strumento, allo spartito, all’orchestra – valorizzando le disarmonie, trasformandole in armonie, sinergie, linguaggi moderni pur nella fedeltà, e la complessità della gestione dei sottosistemi per un sistema superiore (l’orchestrale è sottosistema del sistema orchestra) cifra distintiva nel mondo del lavoro, nella società, nella politica.  

 Una considerazione ancora. La musica, nell’animo umano, passa dalla sensibilità del finito alla sensibilità dell’infinito, passa a quella sensazione di trascendenza che eleva: la coscienza della creazione è l’anima al cospetto di Dio.

La musica, infatti, si esprime con il suono e il suono è correlato alla vita: il primo nasce dal silenzio che lo precede e l’ultimo è correlato al silenzio che lo segue, la vita e la morte, come ci insegna il grande Daniel Barenboim. Sarà per questo che Maria Badaloni avrà un valore aggiunto alla sua fede, lei sa che l’esecuzione di uno spartito è una forza, una energia che si diffonde, supera l’umano e, in quanto tale, non può che venire da Dio.

 Il progetto

 Con questi sentimenti e la considerazione che dobbiamo a lei, insieme a Carlo Carretto, per la nascita dell’AIMC, fondata su incarico di Papa Pacelli nel 1945, il Direttivo AIMC della Provincia di Catania ha proposto alle Presidenti delle sezioni che lo compongono, e dopo ai soci tutti in assemblea da remoto, un Convegno dal tema «Maria Badaloni, la visione fondativa dell’AIMC tra memoria e futuro», con sede a Catania.

Il Convegno – mosso dalla finalità di offrire l’occasione di una giornata di studio sul pensiero, sulla azione concreta e sul cambiamento di scenario che Maria Badaloni, nel dopoguerra, in una Italia piegata dalla povertà anche educativa, riuscì ad avviare e a consolidare – è stato articolato in due sessioni: la prima sessione dedicata ai saluti, agli interventi dei relatori e moderatori, alle testimonianze dei soci, alla premiazione degli allievi e delle allieve meritevoli, al riconoscimento di merito ed eccellenza a socie di antica dedizione; la seconda sessione dedicata all’incontro dei Quadri Associativi AIMC Sicilia con la Presidente Esther Flocco.

 Gli ambiti di riflessione

Tre gli ambiti di riflessione nei quali è stato articolato il convegno:  - Maria Badaloni, una pedagogista prestata alla politica

Nell’Italia da ricostruire, con l’attività in Parlamento – Deputata dal 1948 al 1972, per cinque legislature (dalla I alla V) nelle liste della Democrazia Cristiana e con gli incarichi di Governo, Sottosegretario di Stato alla Pubblica Istruzione per un decennio, con diversi Ministri, dal 1959 al 1968 – con lungimiranza e una visione di grande apertura, mediando tra il mondo cattolico e le esigenze della Società che cambiava rapidamente, pose le basi di un sistema scolastico moderno che ci interroga ancor oggi.  

  - L’istruzione come ascensore sociale

Maria Badaloni si interessò a tutti gli ambiti delle politiche educative con un triplice obiettivo: garantire il diritto alla formazione del minore, in particolare con la lotta all’analfabetismo (oggi povertà educativa e relazionale) che definirà violazione dei diritti umani; garantire la qualità̀ dell’Insegnamento ed anche la stabilità giuridica e salariale, la libertà di insegnamento del Docente; garantire i luoghi dell’apprendimento con investimenti per l’edilizia scolastica, attrezzature educative e didattiche.         

 

 - La Pedagogia strumento di Pace

L’esperienza dell’insegnamento fu la guida della sua visione della Scuola: uno spettro a 360 gradi affinché l’istruzione non fosse un destino designato e affinché il valore del sapere, della cultura, fossero patrimonio di tutti, e garanzia del riconoscimento dei diritti naturali ed inalienabili della persona.

Il Convegno

Nell’Aula Magna del Palazzo Centrale dell’Università di Catania, “testimone” della storia dell’Ateneo più antico della Sicilia (1434), sotto gli affreschi del soffitto di Giovanni Battista Chiari nel XVIII secolo, tra raffinati stucchi, marmi e velluti, ha avuto luogo la Prima Sessione del Convegno.

Dopo i saluti istituzionali e il ringraziamento al Magnifico Rettore, prof. Enrico Foti, per la benevola concessione dell’Aula Magna, ampio spazio è stato dato alla lettura dei saluti augurali.

S.E. Mons. Luigi Renna, Arcivescovo di Catania, nell’augurare la buona riuscita dei lavori, ha ricordato la vocazione formativa e la storia dell’AIMC che a partire dai suoi fondatori “ha avuto ed ha personalità che nel campo della educazione hanno contagiato positivamente i territori di tutta Italia, anche quelli più periferici, assicurando formazione dei docenti, cura della persona, attenzione ai cambiamenti della scuola”. Mons Renna sottolineando come la Badaloni abbia “espresso, anche nell’ambito politico, un modo di prendersi cura dell’istruzione coniugando fede cristiana e cura del bene comune, con sapienza e grande equilibrio”, ha augurato all’AIMC di “continuare a lungo in questa missione di costruzione della cittadinanza, del diritto, del più autentico umanesimo”.

S.E. Mons. Calogero Peri, Vescovo di Caltagirone, nell’affidare i lavori del Convegno all’intercessione della Vergine Maria, Sede della Sapienza, ha sottolineato la preziosità della occasione che il Convegno offre per riscoprire   Maria Badaloni, figura significativa tra i cattolici del Novecento, evidenziando che la memoria della fondazione  non è soltanto un ricordo storico, ma una sorgente viva di ispirazione per il presente e per il futuro della scuola e della società in Italia. Oggi, in un contesto culturale profondamente mutato ma non meno problematico, la sua visione continua ad interpellarci: educare significa custodire la memoria e al tempo stesso accogliere le sfide e aprire strade nuove, formare coscienze libere e responsabili, capaci di dialogo, di senso critico, capaci di promuovere la speranza”.

Ne abbiamo parlato con....

Sapientemente moderati, con naturale autorevolezza e brillante capacità di andare al cuore dei concetti, da S.E. Mons Antonino Raspanti, Presidente CESi, Vescovo di Acireale e Vescovo delle sezioni AIMC di Acireale e Giarre, i relatori hanno offerto spunti illuminanti di conoscenza e riflessione di altissimo livello, a partire dai temi proposti:

Esther Flocco: “Custodire per innovare: la visione di Maria Badaloni nella missione dell’AIMC”.

Mirzia Bianca:Maria Pia Badaloni: la dignità della missione del docente e l’educazione all’universalità dei diritti umani”.

Arianna Rotondo: “Oltre le dicotomie: cristianesimo e impegno politico nel progetto educativo di Maria Badaloni.

Giovanni Burtone:L’articolo 34 della Costituzione è stato il vero motore della crescita del Paese: l’impegno parlamentare di Maria Badaloni”.

Giuseppe Desideri: “AIMC e Scuola della Repubblica, due storie intrecciate”.

 Un pubblico fortemente coinvolto ha seguito dentro un mood di ascolto ed attenzione.

 Testimonianza e premiazione

Festosi e commoventi i momenti delle Testimonianze di Cecilia Belfiore e Giovanni Perrone, delle premiazioni degli allievi (Giovanna Giordano I.C. S.G. Bosco, Ct; Elena Catania, Liceo Sc. Ettore Majorana, Ct; Antonio Buono, Liceo Sc. Ettore Majorana, Ct; Allievi 4^ A, B e C, I.C. Guglielmino-Rossi, Acicatena, Ct; Aurora Zotaj, I.C Paolo Vasta, Acireale, Ct; Allievi delle 3^ E, F, H, I del Liceo S.U. M. Amari di Riposto; Allievi Classe 1^B, I.C. “Galilei Mazzini” di Grammichele, Ct.), del bel video di Giovanni Perrone, dell’Attestato di Eccellenza alla socia Cecilia Belfiore e attestato di merito alla socia Maria Torrisi.

 Seconda Sessione

Nei locali della bellissima sede della Comunità di Sant’Egidio, si è svolto il caloroso incontro di tutti i soci, pervenuti dalle varie Province della Sicilia, con la Presidente Nazionale Esther Flocco e la partecipazione della Presidente Regionale Marina Ciurcina.

Un incontro importante, uno scambio umano di conoscenza, testimonianze e riflessioni, progetti per ritrovarsi.

 Nell’andar via, la Presidente Nazionale Esther Flocco, la Presidente Provinciale Zina Bianca del Direttivo Nazionale e tutti i convenuti hanno inviato un saluto di ringraziamento al prof. Emiliano Abramo, Comunità Sant’Egidio – assente per improvvisi motivi di salute – per la generosa collaborazione alla organizzazione del Convegno.

 Abbracci, promesse di ritrovarsi, di invio delle foto… commozione che chiude il convegno.

Appuntamento alla pubblicazione degli Atti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INCIPIT VITA NOVA

 


Geometrie dell'anima

 e alfabeti del cuore: 

"Incipit VitaNova" di LucianoCorradini

 

In un'epoca segnata, per dirla con Zygmunt Bauman, dalla "liquidità" dei legami e da un progressivo, e non di rado doloroso, sfaldamento dell'istituzione familiare, l'opera di Luciano Corradini, Incipit Vita Nova, si offre al lettore come un viatico prezioso, un breviario laico e spirituale al contempo. Il titolo stesso, programmatico e solenne, si abbevera alla fonte dantesca: quella «rubrica la quale dice: Incipit vita nova» che segna, per il Sommo Poeta così come per l'autore, la linea di demarcazione tra l'inconsapevolezza e la presa di coscienza, rivelandosi come la «storia documentata, commentata, idealizzata di un amore giovanile e della scoperta di una vocazione».

Al centro della narrazione – incastonata nella prestigiosa collana Ars cooperativa naturae edita da Diogene Multimedia – vi è un carteggio giovanile consumato tra il 1952 e il 1954. Un dialogo furtivo, lontano dalle odierne ed effimere comunicazioni digitali, affidato a foglietti celati nei libri o alle pagine di un quadernetto mimetizzato sotto il titolo "Appunti di storia". Protagonisti sono due liceali: da un lato il giovane Luciano, il quale, mosso da un impeto che unisce fede, passione e una precoce vocazione pedagogica, traccia le coordinate di un amore assoluto, sognando sin d'allora la fondazione di una "nuova e santa famiglia”; dall'altra, una fanciulla che qui assume il senhal squisitamente dantesco di Beatrice. Ciò che avvince e rapisce il lettore, sin dalle prime battute, è l'altissimo registro etico e linguistico di questi adolescenti degli anni Cinquanta.

 La prosa di Luciano è febbricitante, intrisa di un ardore che fonde misticismo e urgenza terrena: «Quando, a letto, prima di dormire, penso a te, vorrei correre qui sul tavolo e scrivere ciò che mi sembra di non averti detto mai abbastanza: ti amo. E se ti dico queste due magiche parole che mi fanno tremare le labbra e il cuore [...] sono convinto di non averti ancora detto tutto». Di contro, Beatrice oppone una ritrosia saggia, un pudore intriso di speranza e lucida consapevolezza: «Sappi però che se un giorno questa mia simpatia si mutasse in amore, mi sentirei la donna più fortunata del mondo». La grandezza letteraria e umana di questo epistolario risiede nella sua profonda compenetrazione con la temperie culturale del Liceo Classico (l'Ariosto di Reggio Emilia, nello specifico), che funge non da mero sfondo, ma da lente ermeneutica.

I turbamenti dei due giovani non sono mai disgiunti dalla riflessione sui classici. Corradini interroga i giganti della letteratura, respinge con forza il lirismo passivamente erotico e sensuale di Mimnermo, Lucrezio o Catullo, e tenta di decifrare le inesplicabili dinamiche amorose femminili attraverso i versi del Tasso. Nell'Aminta, confessa l'autore, sembra celarsi il mistero della ritrosia di Beatrice: «La donna fugge e fa ch'altri la prenda, pugna e fa ch'altri la vinca». Tuttavia, l'anelito di Luciano guarda ben più in alto, a quel dantesco «Amor che a nullo amato amar perdona» che pretende, per sua intrinseca natura, reciprocità e dono assoluto. È un'educazione ai sentimenti in cui, mutuando la poetica di Saint-Exupéry nel Piccolo Principe, l’autore ci rammenta che amare significa primariamente «addomesticare», ovvero creare legami impossibili.

Eppure, come accade nelle più fulgide parabole umane, il carteggio con Beatrice non sfocia in un'unione matrimoniale. Ma lungi dal rappresentare un fallimento, quel triennio si rivela una magnifica paideia, un tirocinio spirituale e umano, un «cantiere incredibilmente bello, serio (forse troppo) e terribile» in cui si è forgiato l'uomo adulto, capace di accogliere il vero compimento del suo destino.

La vera, autentica "vita nova" si invera infatti negli anni universitari, all'ombra della Cattolica di Milano, con l'ingresso in scena di Bona Bonomelli. È qui che il sostrato lirico, lungamente allestito, trova la sua luminosa epifania terrena. Alla dichiarazione di Luciano, Bona risponde con una frase di disarmante, candida bellezza, pregna di quel timore reverenziale che si deve alle cose sacre: «Direi che è impossibile, perché sarebbe troppo bello». Da questo stupore germoglia un'unione solidissima, un patto nuziale capace di celebrare il traguardo del mezzo secolo, allietato da figli, nipoti e pronipoti. Da quello struggimento giovanile e da quelle attese, come riconoscerà Luciano scrivendo a Beatrice trentacinque anni dopo, sono nate due famiglie, a testimonianza che nulla, nell'economia dell'amore, va mai sprecato.

 Chiudere le pagine di Incipit Vita Nova significa, in ultima istanza, fare esperienza di un'intensa gratitudine. L'opera di Corradini trascende il perimetro del manifesto pedagogico o del semplice memoir, per farsi reliquiario palpitante di un sentimento che ha saputo sconfiggere l'inesorabile usura del tempo. Ciò che stringe il cuore, in una morsa di dolcissima malinconia, non è soltanto il candore di quei fremiti celati tra le pagine di un quaderno di liceo, ma il miracolo – umanissimo e al contempo intriso di sacro – della loro prodigiosa incarnazione.

In un presente in cui l'amore è sovente declinato al condizionale, assottigliato nella liquidità degli affetti o consumato nella fugacità di un istante, questo libro, che evoca il tempo in cui i sentimenti venivano coltivati con pudore, responsabilità e inesauribile speranza, si leva come un canto coraggioso e struggente. Ci ricorda, con la voce velata dalla tenerezza di chi contempla una vita intera spesa per l'altro, che amare significa farsi custodi instancabili del destino altrui.

 Quel seme gettato con mani tremanti in una lontana primavera del 1952 non si è disperso nel vento dei decenni, ma si è fatto radice, quercia, dimora. Così, l'ultima riga di questo carteggio non segna un congedo, ma un nuovo, inestinguibile incipit. Corradini ci consegna il legato di una certezza che emoziona e lascia senza parole: il quotidiano donarsi non è rinuncia, bensì il solo, magnifico telaio su cui l'anima umana possa tessere la propria luce. Un piccolo capolavoro di grazia che ci prende per mano e ci invita, sommessamente, a non smettere mai di avere sete d'eterno e a non temere la vertigine di quel “per sempre”.

Franco Mileto

 Corradini