giovedì 29 gennaio 2026

SESSUALITA' E AMORE SPONSALE

 


Sessualità

 e amore

 sponsale:


cosa troviamo

nella Bibbia?

 

 

 di Cecilia Galatolo

Di recente abbiamo pubblicato un articolo, in dodici punti, sull’intimità coniugale, per offrire una panoramica sulla visione cristiana della sessualità. Il testo ha suscitato un vivace dibattito e non poche polemiche. Molti lettori hanno osservato che la Chiesa ha sempre visto la sessualità come un tabù e un terreno su cui inculcare pesanti moralismi e sensi di colpa. Ascoltando con attenzione queste osservazioni, cosa possiamo rispondere?

Le riflessioni più esplicite sulla sessualità, sviluppate soprattutto con san Giovanni Paolo II e la Teologia del Corpo, non sono una novità dottrinale per la Chiesa Cattolica, ma una riscoperta della bellezza già presente nella Scrittura, in cui si parla esplicitamente di un amore sponsale fatto di corpo, desiderio e dono reciproco. Eppure, le osservazioni di chi ci segue meritano ascolto, tantopiù perché esprimono un modo di sentire diffuso. 

Va detto che le consapevolezze maturate negli ultimi decenni non erano formulate con la stessa chiarezza nella Chiesa di un secolo fa. Tuttavia, è importante precisare che ciò che Papa Wojtyła ha iniziato a compiere con la sa Teologia del Corpo non è stato un cambiamento di dottrina o un’opera di “restyling”, bensì una riscoperta: ha portato alla luce la bellezza già inscritta nella Sacra Scrittura, mostrando come la passione umana sia una dimensione autentica e preziosa dell’amore sponsale.

Leggi anche: Matrimonio e sessualità: l’intimità tra gli sposi cristiani in 12 punti

Un esempio eloquente è il Cantico dei Cantici, che la Chiesa riconosce come vera e propria Parola di Dio. In esso, l’amore passionale tra uomo e donna diventa, nella tradizione giudaico-cristiana, immagine e parabola dell’amore che Dio nutre per l’umanità. 

Prendiamo, ad esempio, un passo particolarmente significativo:

(Cantico dei Cantici 7,1-14)

“Volgiti, volgiti, Sulammita,
volgiti, volgiti: vogliamo ammirarti.
[…]
Quanto sei bella e quanto sei graziosa,
o amore, figlia di delizie!
La tua statura rassomiglia a una palma
e i tuoi seni ai grappoli.
Ho detto: ‘Salirò sulla palma,
coglierò i grappoli di datteri’.
[…]
Io sono per il mio diletto
e la sua brama è verso di me.
Vieni, mio diletto, andiamo nei campi;
là ti darò le mie carezze.”

È evidente come il linguaggio biblico non abbia timore di celebrare la corporeità, la bellezza del corpo, il desiderio reciproco, collocandoli all’interno di una relazione di amore fedele e totale. 

E la sessualità, nella prospettiva cristiana, è una realtà umana di valore e, per questo, è chiamata a essere redenta, illuminata e celebrata all’interno dell’alleanza sponsale. 

Certo, si può obiettare – e in parte è vero – che per secoli questa ricchezza sia rimasta in ombra, spesso per il timore che un approccio più esplicito potesse alimentare la concupiscenza. Ne è derivato, soprattutto in alcune epoche storiche, un grande silenzio attorno alla sessualità, più che una vera riflessione positiva su di essa.

Basti pensare alla fine dell’Ottocento e, in parte, anche all’inizio del Novecento. Molte donne arrivavano al matrimonio con una conoscenza minima – se non nulla – dell’atto sessuale. Nella società borghese e cattolica dell’epoca, la sessualità non veniva spiegata: le madri non ne parlavano alle figlie, la scuola non forniva alcuna informazione, la Chiesa si occupava prevalentemente di morale, non di fisiologia. 

Leggi anche: L’amore chiama per nome: perché i rapporti di sesso occasionali non ci saziano

Alla luce di tutto questo, cosa dire oggi ai nostri lettori? Che la Chiesa ha compiuto – e continua a compiere – un cammino. Un cammino di crescita nella consapevolezza, nella capacità di esprimere ciò che è sempre stato vero. Con san Giovanni Paolo II, molti tabù si sono infranti, non per adeguarsi alla cultura del tempo, ma per tornare con maggiore fedeltà alle sorgenti: la Scrittura, la visione integrale della persona, l’amore vissuto come dono.

Punto Famiglia

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FIGLI DI MAMMONA

 

Quando

 la ricchezza

 diventa 

tirannia



di Francesco Cicione

In dieci giorni l’1% più ricco brucia il “budget” annuale 

di carbonio e, come mostra Oxfam, 

trasforma ricchezza in potere: 

un culto di Mammona che produce fame e disuguaglianze globali

Dieci giorni.

In dieci giorni – dieci soli, fuggevoli giorni – l’uno per cento più ricco dell’Umanità ha esaurito la disponibilità di carbonio annuale. Poi, più niente. Il resto dell'anno diventa surplus. È debito scaricato sui polmoni della Terra. Sui corpi sofferenti dei poveri. È furto del futuro. Travestito da diritto acquisito.

L'Oxfam, nel suo implacabile rapporto del gennaio 2026 – “Resisting the Rule of the Rich: Protecting Freedom from Billionaire Power” – ci pone davanti a uno specchio frantumato. Il recente World Economic Forum di Davos ne ha amplificato la prospettiva. Vi si riflette un’Umanità lacerata. Divisa. Non più soltanto in ricchi e poveri, ma in padroni e sudditi. In creatori del futuro e vittime del presente. In coloro che dettano il tempo e coloro ai quali il tempo è negato. Derubato.

È uno specchio al limitare del quale stanno tremila miliardari, custodi di diciotto trilioni e trecento miliardi di dollari. Avanguardia di una nuova Umanità. O, più precisamente, di una post-Umanità. Un’Umanità che ha deciso di trasformarsi in qualcos’altro: artificiale, aumentata.  Dall’altra parte dello specchio, metà del mondo vive in povertà. Un quarto dell’Umanità non ha cibo sufficiente.

Diciotto trilioni. La cifra più alta mai registrata nella storia. Cresciuta dell’ottantuno per cento dal 2020. Dell’ottantuno per cento! Aumentata di due trilioni e mezzo nel solo 2025. Mentre, fuori dalle porte dorate, brillano incendi, carestie, guerre, naufragi. E dire che, dopo la pandemia, ci eravamo ripromessi di diventare migliori.

Ma il rapporto Oxfam va oltre la mera constatazione delle disuguaglianze. Indaga – con lucidità chirurgica – il nesso profondo che lega ricchezza e potere. Ed è qui emerge una verità scandalosa: la nostra civiltà non si è limitata ad accumulare ricchezza. Ha costruito un modello. Un paradigma. Un’antropologia. Un culto. Il modello dello sviluppo estrattivo, acquisitivo, incrementale. Il modello dell’homo oeconomicus. Il modello della crescita infinita in un mondo finito. Il modello della competizione come legge naturale e della massimizzazione del profitto come misura ultima del valore.

Questo modello potremmo chiamarlo con un nome proprio: il Modello-Mammona. È diventato religione. Prima in occidente, poi nel mondo intero. Con i suoi falsi dei, i suoi templi, i suoi sacerdoti, i suoi seguaci, i suoi riti, i suoi dogmi, i suoi comandamenti.  E, soprattutto, con i suoi frutti. Frutti velenosi, descritti analiticamente dal rapporto Oxfam. I miliardari hanno quattromila probabilità in più di occupare cariche politiche rispetto alle persone comuni. Oltre la metà delle principali aziende mediatiche globali è nelle loro mani. Un milione e trecentomila le morti previste entro fine secolo per ondate di calore imputabili alle emissioni dell’uno per cento più ricco. Quarantaquattro trilioni di dollari i danni economici ai paesi poveri entro il 2050. Il “One Big Beautiful Bill Act”, con cui l’Amministrazione Trump ha appena approvato la più grande redistribuzione di ricchezza verso l’alto degli ultimi quarant’anni. I super-ricchi vedranno ridursi le tasse; i più poveri – coloro che guadagnano meno di quindicimila dollari –vedranno aumentare il proprio carico fiscale. Una persona su quattro non ha cibo sufficiente con regolarità. Metà della popolazione mondiale vive in povertà. Questa è la realtà fotografata in pochi dati sintetici.

Non si tratta più di avere. O di avere di più. Si tratta di essere. O meglio: di non essere. Perché questo modello – il Modello-Mammona – non si limita a distribuire in modo iniquo la ricchezza: esso plasma l'Umano. Lo deforma. Lo riduce. Lo svuota. Lo distrugge. Lo annichilisce. Fa dell’Uomo una funzione del sistema produttivo, un ingranaggio della macchina economica, un consumatore di beni e un produttore di valore aggiunto. Mai – mai davvero – una persona. Un fine in sé. Un mistero irriducibile. Un’immagine di Dio. Cambiano i modelli di sviluppo, ma non cambia – purtroppo – la loro essenza.

Eppure – ed è qui che la riflessione si fa vertiginosa – l’Umanità possiede da sempre un altro Modello. Un Modello non inventato dall'Uomo, ma rivelato all'Uomo. Un Modello che non è teoria, ma Persona. Non idea, ma Incarnazione. Non progetto, ma Storia vissuta. È il Modello-Cristo. Il Modello tradito. La morale cristiana, nella sua essenza più vera, è riprodurre la vita di Cristo Gesù nella nostra vita. Non si tratta di osservare norme astratte: ogni norma è, in realtà, la descrizione della vita di Cristo. Cristo è l’unico Modello da realizzare. È il paradigma perfetto dell'Umano. È la forma compiuta dell'esistenza. È la verità vivente di ciò che siamo chiamati a essere.

Ma che cosa significa, concretamente, realizzare il Modello-Cristo in un’epoca dominata dal Modello-Mammona? Significa vivere una vita radicalmente alternativa. Una vita in cui il primo comandamento non è massimizzare il profitto, ma amare Dio e il prossimo. In cui la misura ultima non è l’efficienza, ma la misericordia. In cui il criterio supremo non è l’accumulo, ma il dono. In cui la legge fondamentale non è la competizione, ma la comunione. Nella verità. Per la verità. Cristo non ha accumulato ricchezze. «Non aveva nemmeno dove posare il capo». Cristo non ha cercato il potere. «Il mio regno non è di questo mondo». Non ha fatto guerre. Non ha calunniato alcuno. Non ha detto false testimonianze. Non ha pronunciato parole vane. Ha abbracciato la croce con purissimo amore, facendo di essa sacrificio per la redenzione del mondo. Ha dato la vita: non l’ha tolta, non l’ha sfruttata, non l’ha mercificata.

Ecco il Modello. Ecco il Paradigma. Ecco la forma alternativa di esistenza che avrebbe dovuto –e dovrebbe ancora – plasmare la civiltà cristiana. E invece? Per secoli abbiamo tentato di servire due padroni. Di conciliare Cristo e Mammona. Di ibridare il Vangelo con la speculazione. Di cercare una sintesi impossibile tra la logica del dono e quella dell’accumulo indiscriminato. Tra il Discorso della Montagna e il desiderio di opulenza. Il risultato – tragico, inevitabile – è quello che Oxfam documenta: abbiamo costruito una civiltà cristiana solo di nome. Nei fatti, abbiamo eretto il più gigantesco tempio mai dedicato a Mammona.

Come si è giunti a questo punto? Come è stato possibile che una civiltà nata dal Vangelo – dalla Buona Novella del Dio che si fa povero, che nasce in una stalla, che muore su una croce – abbia prodotto tremila miliardari mentre metà del mondo vive in povertà? La risposta sta in una separazione fatale. Abbiamo scisso la morale dalla Parola. Dalla vita stessa di Cristo, dal Logos eterno, incarnato. L’abbiamo sostituita con principi astratti. L'abbiamo fondata non più sulla Rivelazione, ma sulla sola ragione. Non più sul Vangelo, ma sulla razionalità. Non più sulla Parola eterna, ma sul consenso mutevole.

Ecco allora la teoria dei «principi non negoziabili». Ma quali sono questi principi? Quelli che, di volta in volta, la ragione dell’Uomo considera indispensabili. Quelli che la coscienza contemporanea può ancora tollerare. Il problema è che, man mano che la ragione si indurisce –nella misura in cui la verità viene soffocata nell’ingiustizia – ciò che ieri non era negoziabile, oggi diventa negoziabile. Domani si potrà abrogare, cancellare, abolire. Questo avviene quando la morale si fonda sulla razionalità dell'Uomo e non sulla verità di Cristo. Quanto lo Spirito Santo condanna, la coscienza indurita non solo non lo condanna più: addirittura lo giustifica. Lo eleva a diritto. Lo trasforma in legge. L’immorale diventa morale.

Così, gradualmente, abbiamo assistito alla dissoluzione del Modello-Cristo. Si tratta di uno slittamento progressivo e invisibile. Ancora in atto. Prima si è detto: la ricchezza non è male in sé. È neutrale. Dipende dall’uso che se ne fa. Poi: accumulare è lecito, purché si rispettino alcune regole minime. Poi ancora: competere è naturale. È inscritto nella natura umana. E ancora: il mercato è efficiente. Redistribuisce meglio dello Stato. Continuando: i ricchi creano ricchezza per tutti. La ricchezza “sgocciola”" verso il basso. E infine – conclusione inevitabile di questa china scivolosa – i miliardari sono benefattori dell'Umanità. Sono innovatori. Sono visionari. Sono coloro che muovono il progresso.

Ed ecco che il Modello-Cristo – quello del Dio che si fa povero – è stato completamente rovesciato. Non più «beati i poveri in spirito». Ma: beati i ricchi, perché di essi è il regno della terra. Non più «non potete servire Dio e Mammona». Ma: servite Mammona e Dio vi benedirà. Questa non è teologia. È ideologia. Non è fede. È idolatria. Non è cristianesimo. È il suo tradimento più radicale. Frutto dell’opera tenace e sofisticata di raffinatissimi “ladri e briganti di verità”.

Perché – ed è questo il punto che l'Armonauta sa e testimonia – la ricchezza (o, meglio ancora, la vita) che non si fa dono, uccide chi la possiede prima ancora di chi ne è escluso. Diventa prigione dorata. Diventa isolamento ontologico. Diventa incapacità di riconoscere l'altro come parte costitutiva del proprio essere. Diventa tirannia.  I super-ricchi – paradossalmente – sono i più poveri di tutti. Poveri di relazione. Poveri di senso. Poveri di eternità. Abitano castelli di sabbia costruiti sulla sabbia mobile delle quotazioni di borsa. Accumulano tesori che la tignola consuma e la ruggine corrode. Si illudono di comprare l'immortalità con la crionica e la longevità con la bioingegneria. Ma non sanno – o non vogliono sapere – che «la vita di un uomo non dipende da ciò che possiede, anche se ricco». Che «chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio» è stolto. Che «nessuno può servire due padroni».

Sarebbe giusto domandarsi, allora: come ridistribuiamo la ricchezza? Di più: che cos’è la ricchezza? A cosa serve? Qual è il suo senso ultimo? E – soprattutto – chi è l’Uomo che può possederla senza esserne posseduto? Qual è il senso più profondo e autentico della vita? La tradizione sapienziale – da Aristotele a Tommaso d'Aquino, da Seneca ad Agostino – ci ha insegnato che i beni esteriori non costituiscono la beatitudine. Che la vera economia è scienza morale, altrimenti è crematistica. Che la ricchezza ha valore solo in funzione d’altro. Che la vera prosperità non è nell’avere ma nell’essere. Ne ha parlato con grande lucidità Cristina Uguccioni su Avvenire lo scorso 20 gennaio, in un bellissimo articolo dal titolo: La lezione di Sant’Agostino: la ricchezza va condivisa. Ma questa sapienza – antica e perenne – è stata progressivamente dimenticata. Sostituita da un utilitarismo amorale che misura il valore in termini di utilità individuale. Da un materialismo pratico che riduce l’esistenza alla massimizzazione del piacere. Da un darwinismo sociale che giustifica la sopravvivenza del più ricco come legge naturale.

L’Uomo che pretende di realizzare non il Modello-Cristo, ma il Modello-Mammona, non diventa più Umano. Diventa meno Umano. Si riduce. Si impoverisce. Si svuota. Perde ciò che lo rende veramente tale. Perde la capacità di accogliere il dono. Di dire grazie. Di inginocchiarsi davanti al mistero. Ecco perché la vera alternativa alla tirannia della ricchezza non è una diversa redistribuzione economica. O meglio: non è solo questo. È un cambiamento di paradigma. È una conversione dello sguardo. E non solo. È conversione integrale. È passaggio dal Modello-Mammona al Modello-Cristo. Dall’economia dell’avere all’economia dell’essere. Dalla logica dell’accumulo alla logica del dono. Dalla tenebra alla luce. Dalla morte alla vita. Dall’inganno alla verità.

È questo – e solo questo – il cammino dell’innovazione armonica. Che non nega il progresso, ma lo orienta secondo il Modello-Cristo. Che non rifiuta la tecnologia, ma la subordina all’Umano vero. Che non disprezza la ricchezza, ma la riconosce come mezzo e non come fine. Che non condanna i ricchi, ma li invita alla conversione. Alla santificazione della loro ricchezza. A viverla da poveri. Come Cristo visse da povero pur essendo ricco. A farla diventare strumento di redenzione e non di oppressione. Perché l’ultima parola non appartiene ai potenti. Non appartiene ai ricchi. Non appartiene a coloro che accumulano tesori sulla terra. L’ultima parola appartiene a Colui che disse: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». A Colui che – pur essendo ricco – si fece povero per arricchire noi della sua povertà. A Colui che non venne per essere servito, ma per servire e dare la vita.

E quella Parola – pronunciata duemila anni fa su un monte in Galilea – continua a risuonare. Continua a giudicare. Continua a convertire. Continua a salvare. Continua ad amare. Continua a indicare il Modello. Anche oggi. Anche ora. Anche qui, nel cuore stesso dell’impero della ricchezza e del potere.

www.avvenire.it

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LA SFIDA DELLA SPERANZA

 


In un tempo in cui il secolarismo determina una realtà dove l'uomo resta come riferimento veritativo e di senso, l'autore affronta le riflessioni sui temi fondamentali della nostra epoca, per confrontarsi sull'idea di uomo e su una comune grammatica dell'umano, che consenta di esercitare una competenza educativa efficace.

Tuttavia, è lecito parlare di un'epoca post-secolare, in quanto le religioni starebbero vivendo una fase di rinascita. 

Però più che un ritorno di Dio, ovvero di una religiosità dai toni pubblici, si evidenzia una religiosità fatta di una pluralità di forme de-istituzionalizzanti e legate alla preminenza dell'autonomia individuale nell'ambito della ricerca e delle pratiche spirituali.

 Nel libro l'autore offre approfondite riflessione per rispondere ad alcune domande: Come siamo passati dal coraggio di rischiare per il bene proprio e della società alla paura che ogni incertezza ci possa travolgere?

Cosa fa di noi dei soggetti umani? Cosa costituisce e fonda la nostra identità?

A quali fondamenti antropologici e pedagogici dovrebbero riferirsi adulti, genitori, insegnanti ed educatori, per guidare la crescita di ragazzi e giovani?

Questo libro nasce da un corso durato tre anni, per un complesso di ventuno lezioni, sette per ogni anno, indirizzato ai docenti delle diverse discipline, di ogni ordine e grado, organizzato dall’Associazione A.I.M.C. di Torino.

Il tema era: L’età secolare e le sue ricadute in ambito educativo.

 

La sfida della speranza nell'età secolare

di Fabio Rondano (Autore)

 Edizioni Ecogeses, 2026

TORNA IL LATINO

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IL RITORNO 

DEL LATINO 

A SCUOLA


Di Andrea Carlino

 

Sulla Gazzetta Ufficiale è pubblicato il decreto che introduce le nuove Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione.

Il provvedimento sostituisce integralmente le Indicazioni del 2012 ed entrerà in vigore l’11 febbraio 2026. Le scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado dovranno adottare i nuovi curricoli a partire dall’anno scolastico 2026/2027, con un’implementazione graduale che inizierà dalle classi prime. Il testo rappresenta una revisione complessiva dell’assetto formativo del primo ciclo e introduce elementi di novità significativi nell’offerta didattica nazionale.

Reintroduzione del latino come disciplina curricolare opzionale

Le nuove Indicazioni reintroducono l’insegnamento del latino nella scuola secondaria di primo grado con modalità curricolare ma opzionale, a partire dalla seconda media. La disciplina sarà denominata “Latino per l’educazione linguistica” e prevederà un’ora aggiuntiva settimanale.

Giuseppe Valditara, Ministro dell’Istruzione e del Merito, ha definito il latino “una straordinaria palestra di logica” che serve a “potenziare il ragionamento” e migliorare la comprensione delle regole grammaticali e sintattiche della lingua italiana.

Il percorso didattico si propone di consolidare le regole grammaticali, arricchire il lessico e sviluppare l’educazione al ragionamento ordinato attraverso il confronto lessicale tra latino, italiano e lingue straniere moderne.

L’approccio prevede l’utilizzo di vocabolari digitali per l’analisi etimologica e attività laboratoriali per la comprensione di frasi e testi latini semplici. Le famiglie potranno scegliere se inserire questa disciplina nel percorso formativo dei propri figli.

Il Ministero sottolinea che attualmente meno del 40% degli studenti italiani ha accesso allo studio del latino, limitato principalmente ai licei classico, scientifico tradizionale, linguistico e delle scienze umane.

Competenze attese e consenso delle famiglie

Il testo ministeriale indica le competenze attese al termine della classe terza. Gli studenti dovranno comprendere l’importanza del latino per raggiungere una piena consapevolezza nella lettura e nella scrittura dell’italiano, riconoscere l’origine latina di parole italiane appartenenti a registri linguistici differenti e comprendere i primi elementi della lingua e della cultura latina.

Le competenze includono la consapevolezza della centralità del latino nella tradizione culturale italiana, con riferimento alla funzione della lingua classica nella produzione di testi e documenti con valenza storico-letteraria e giuridica, compresi quelli presenti nel patrimonio culturale nazionale. Il percorso formativo prevede il confronto interlinguistico con altre lingue flessive e connessioni interdisciplinari con le discipline STEM e l’educazione civica.

Nei mesi scorsi, un sondaggio commissionato dal Ministero su un campione di 1.200 genitori ha rilevato che 6 genitori su 10 apprezzano il ritorno del latino alle medie, con il 63% che valuta positivamente la proposta e il 21% che la giudica molto positivamente. L’indagine evidenzia che quasi il 90% dei genitori ritiene indispensabile il coinvolgimento di tutte le componenti scolastiche nella riforma.

Orizzonte Scuola

 

ALLA RICERCA DI LIKE

 


"Per essere felici 
non dovete piacere 
agli altri. 

Non siamo prodotti da pubblicizzare e vendere

  •  

La Redazione

 Il bisogno di piacere, le maschere che indossiamo e le ferite emotive che ci portiamo dietro: la riflessione della psicologa Gabriella Tupini sulla ricerca di approvazione e sul coraggio di guardarsi dentro...

 Siamo spesso concentrati sull’immagine di noi stessi che riflette all’esterno, sui giudizi degli altri, sul cercare in tutti i modi di piacere. Come se l’approvazione dell’altro fosse l’ unico passaporto sulla finestra del mondo, ma quando cerchiamo a tutti i costi di ottenere consensi inevitabilmente ci troviamo ad indossare maschere che non ci rappresentano.

A tal proposito interviene la psicologa Gabriella Tupini che ci pone una domanda semplice, queste le sue parole: “La domanda non è perché vi sentite giudicati, ma perché dovete piacere agli altri? Questo lo posso capire di una società che vende un prodotto che deve piacere, oppure di un attore che deve piacere al pubblico? Perché c'è una ragione, perché lo pagano per quello”. La società nella quale viviamo non ci risparmia di certo commenti e giudizi, anzi, i social hanno sempre più amplificato questo nostro pensare, questa nostra ricerca di consensi.

Ma se ci fermiamo un attimo e poniamo a noi stessi la domanda dell'esperta, possiamo accorgerci di come il voler a tutti i costi un'approvazione esterna non è altro che un cerotto usato che mettiamo su una o più su ferite emotive antiche. 

 Una carezza mancata, esser stati messi da parte più e più volte, essere protagonisti di un continuo confronto in famiglia, queste situazioni rappresentano ciò che più comunemente abbiamo vissuto, in tempi e circostanza diverse, ma in qualche modo siamo stati tutti protagonisti di un tempo che non ci è piaciuto vivere e che inevitabilmente ci ha portato ad essere ciò che siamo oggi con aspetti negativi e positivi, pregi e difetti. Continuando il suo intervento la psicologa ci pone sempre la medesima domanda: “Ma perché dovete piacere agli altri? Perché, se piaccio agli altri tutti mi applaudono? Perché ho bisogno dell'applauso? Di cosa mi devo convincere? Devo smontare qualcosa di negativo…”.

 È nelle parole dell’esperta che troviamo il senso della nostra sete di consensi. È sempre il passato che guida le nostre scelte, le nostre idee soprattutto quando siamo ancora alla ricerca di una risposta. Quando il nostro sé bambino non si è sentito amato, protetto e difeso e cerca in tutti i modi un posto sicuro nel quale abitare. Ed erroneamente questo posto sicuro è spesso rappresentato per noi dal consenso, dall’approvazione altrui.

Un altro aspetto importante sta proprio nella parola “smontare”, in quanto non è cercando di rimuovere pezzi del passato che ci hanno fatto soffrire che troveremo le risposte, anzi, è proprio il contrario. Le risposte arrivano quando troviamo il coraggio di guardare in faccia quel passato, quando capiamo che l'unica persona da fare felice nella vita siamo noi stessi. Perché una vita passata alla ricerca del consenso inevitabilmente non può renderci felici.

Per te, lettore che ci segui, ti sei mai chiesto quante volte hai cercato l’approvazione degli altri mettendo da parte ciò che sentivi davvero?

Quante maschere hai indossato per essere accettato, applaudito, riconosciuto?

 Ascuolaoggi

martedì 27 gennaio 2026

LE SIMMETRIE NASCOSTE


 I sistemi semplici si somigliano tutti, ogni sistema complesso è complesso a modo suo. Così, parafrasando l'incipit di "Anna Karenina", Giorgio Parisi - premio Nobel per la Fisica nel 2021 proprio «per contributi rivoluzionari alla teoria dei sistemi complessi» - introduce la sua visione della complessità, che non è una nuova scienza, ma «un modo nuovo e diverso di guardare la natura».

In questo libro, Parisi mostra il cammino che, a partire dalla nascita della fisica statistica nell'Ottocento, e dunque dall'introduzione della probabilità nelle leggi fisiche, ha condotto allo studio e alla descrizione matematica dei «comportamenti collettivi emergenti», quelli cioè che compaiono solo se il numero di agenti coinvolti (elettroni, molecole, neuroni, individui...) è elevato, e quindi non è possibile capirli guardando al comportamento dei singoli elementi. 

È l'ambito di fenomeni come la magnetizzazione dei vetri di spin, leghe metalliche composte per esempio da una piccola percentuale di ferro diluita in oro. 

Le scoperte di Parisi in un campo così lontano dall'esperienza comune non solo gli hanno fatto vincere il Nobel, ma hanno condotto allo sviluppo di tecniche fondamentali nel mondo di oggi, per l'ottimizzazione delle risorse, per la gestione delle reti, e soprattutto nell'intelligenza artificiale, dalle prime reti neurali ai Large Language Models e oltre, a cui sono dedicati gli ultimi capitoli del libro. 

Il racconto di Parisi è una dichiarazione di fiducia nella scienza pura, guidata dalla pura curiosità: è giusto, è bello affrontare problemi scientifici per il gusto di farlo, non per le presunte ricadute pratiche (che magari ci saranno lo stesso, per le vie più impreviste).

 Ma la sua fiducia non è cieca: le pagine finali esaminano i tanti rischi dell'intelligenza artificiale, a partire da quello, molto concreto, del monopolio, e indicano alcune possibili vie per una scienza e una tecnologia al servizio dell'umanità.

 Autore: Giorgio Parisi

Editore: Rizzoli

Collana: Saggi italiani

Anno edizione: 2026

Pagine: 300 p., Rilegato

EAN: 9788817181440

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LA MIA OMBRA A DACHAU

 


«Basta una matita 

per salvarsi?

 

Chiedetelo a Nevio finito a Dachau a sedici anni.»


Alessandro D’Avenia

 "Con una matita puoi salvarti la vita. Me lo ha ricordato Nevio Vitelli che, all'età dei miei studenti, fu internato nel campo di concentramento di Dachau. Era il 1944 e ti toglievano tutto. Diventavi una divisa e un numero: qui tu non sei niente e non hai niente, neanche il nome. Sostituirlo con un numero è il modo più rapido di toglierti anche l'anima. Ma ti resta qualcosa quando non hai più neanche il nome? C'è una vita irraggiungibile dal male, indistruttibile dal potere?  

 A questo serve una matita, anche a rischio della vita, a scavare fino a trovare il tuo nome, anche quando per il mondo non sei più nulla. Quel nome ti salva perché come scrive il nobel Canetti nei suoi appunti: «Le lettere del proprio nome hanno una terribile magia, come se il mondo fosse composto di esse», non il mondo visibile ma il mondo che solo tu sei, incontri e fai. Quando scegliamo il nome per qualcuno è per sancire la sua unicità, per questo l'Apocalisse narra che a ciascuno di noi Dio darà «un sassolino bianco, sul quale è scritto un nome nuovo, che nessuno conosce se non chi lo riceve» (12,7), è «scritto nei cieli», dice Cristo, che non significa tra le nuvole, ma in Dio: tu sei voluto da sempre e per sempre. Nevio Vitelli, a diciassette anni, scoprì quel nome, per questo dedico a lui il «giorno della memoria» di domani, perché la memoria è vita che non muore. Grazie a una matita. 

 In realtà era solo un mozzicone di matita, finito nel fango primaverile, forse buttato via da uno dei carcerieri dopo averlo consumato segnando sul suo taccuino il numero di chi doveva morire. Nevio lo nascose in un'asola dell'uniforme, tra il cotone ruvido e la pelle livida: se gliel'avessero trovato l'avrebbero punito fino al sangue. Perché rischiare? Nella notte, alla luce delle stelle che brillavano per chi aveva ancora la forza di guardarle, il diciassettenne scrisse una poesia: “La mia ombra a Dachau”.  

 E perché un ragazzo dovrebbe rischiare la vita per scrivere una poesia? La cosa più inutile nel mondo in cui conta solo l'utile? Perché quando ti viene tolto tutto, solo la verità sopravvive alla violenza. Tu sei necessario al mondo come un punto ben messo, un a capo ben scelto: sei ancora libero se riesci a creare anche all'inferno, tu decidi che cosa ha senso, non i tuoi carnefici. Nevio si aggrappò alla matita come un naufrago all'avanzo di un relitto. E così scoprì il nome che nessuno conosce se non chi lo riceve, proprio nella sua odissea senza speranza: «Mamma, non torno,/ me l’ha detto Iddio./ L’inferno,/ senza sensi d’anima,/ l’ho visto così,/ come tocco il corpo che mi duole;/ né parole,/ mamma, ti so dire,/ perché non so ridire/ il marchio del terrore». Figlio: questo è il suo vero nome. Il nome che si oppone all'inferno sulla Terra. Un inferno indescrivibile a parole, ma a questo serve la poesia: a cercarle.  

 Già Omero aveva immaginato che Ulisse si fosse spinto ai margini del mondo, nell'aldilà, per conoscere il suo destino e avesse incontrato proprio la madre, morta durante la sua assenza. Aveva tentato di abbracciarla ma lei era solo un'ombra: “O figlio mio, questa è la sorte degli uomini, quando si perde la vita: la carne, le ossa, non sono più rette dai nervi, la violenza del fuoco ardente le annienta appena lo spirito lascia le bianche ossa” (Od. XI).  

 Le parti sono invertite, ma di fronte alla morte è sempre alla madre che si parla, lo fa anche Cristo. E lo fa Nevio che, benché si senta già un'ombra, sa che la madre lo può vedere e sentire, perché la vita, non quella in balia dei carnefici, appartiene a un'altra fisica, in cui le persone non sono mai separate: «Io penso che tu senti/ oltre il filo pungente e velenoso/ di queste baracche,/ e penso che mi vedi/ con la testa senza peli/ e la cornice fosca/ delle occhiaie nere,/ insanguinato e sporco/ e il cuore al tocco/ d’una campana a morto».  

 Il figlio chiede come un Cristo in croce:

«Che cosa ho fatto, mamma?/ Tu lo sai? Dimmelo/ e baciami nel sonno,/ appena lievemente,/ che non mi venga in mente/ di ricambiarti il bacio/ come quando tu piangevi/ di me, il ragazzaccio./ Non voglio spenti i tuoi occhi,/ mamma, mi capisci?/ Quando la sera, il tuo nome/ canto singhiozzando/ inconcludente e vano/ il gioco del mio labbro/ si schiude: tu non rispondi»

La madre deve vegliare su di lui, che resiste ripetendo il nome di lei come una preghiera. «È l’ora della sera/ ed i pensieri del giorno/ non tornano più/ come i primi giorni d’ormeggio/ a ridestarmi./ È l’ora della sera/ Ed i pensieri sono di domani.// Dachau!», a togliere il sonno non è il passato, ma il domani: Dachau. Nome senza speranza.  

 Ma il nome della madre è più forte, fa il miracolo, fa un altro mondo, e una luce s'accende nella notte oscura dello spirito, quella in cui solitudine e salvezza coincidono perché la solitudine è l'esperienza di non appartenere del tutto a questo mondo, ma a un altro più sottile, vero, eterno: 

«Ora, soltanto ora,/ sento una musica che irrora/ l’aria di palpiti di stelle,/ ma forse no, son palpiti di cuori/ e di sangue,/ di sangue che guizza nelle vene/ dei viventi ricoprendoli di polvere di sole».  

Proprio nell'ora più buia s'ode la musica di cuori che palpitano come stelle, il loro sangue scorre invincibile, riempiendo tutto di luce. Ecco la vita dello spirito, la vita che nessuno può toglierci, la vita di Dio in noi, dove ciascuno è se stesso senza essere separato dagli altri, per questo i martiri muoiono perdonando i loro assassini. E Nevio si salva, arriva la liberazione, le ombre tornano nella carne. Una matita lo ha salvato, perché può resistere alla disperazione solo chi spera, e scrivere una poesia è sperare che la vita abbia un senso anche all'inferno. 

Tre anni dopo, nel 1948, purtroppo Nevio muore, ventenne, per le conseguenze fisiche dei due anni di prigionia, ma la sua poesia si salva grazie a un altro prigioniero, Mirco Giuseppe Camia, che la conserva per 40 anni e nel 1985 la consegna, insieme ai suoi versi, a Dorothea Heiser, ricercatrice di Dachau, ispirandole il progetto di un'antologia di poesie scritte dai sopravvissuti di quel campo.  

 Nel 1997, dopo 12 anni di faticoso lavoro di ricerca, esce un libro di 61 testi e 10 lingue, che porta il titolo di quella scritta da un diciassettenne con un mozzicone di matita. Dico ai miei ragazzi che Nevio è vivo perché aveva una matita. Con una matita ci si salva l'anima, si vince il male, si scava fino a trovare la fonte della vita.

 Alzogliocchiversoilcielo

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