venerdì 1 maggio 2026

METH'HYMON EIMI

 


A chi gli chiede 


dove sia Dio,

 

Gesù risponde:


 «Io sono  con voi»

 

Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella V domenica di Pasqua (anno A)

At 6,1-7; Sal 32/33; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

Il capitolo 14 del vangelo secondo Giovanni, insieme al capitolo precedente e a quelli immediatamente successivi, contiene l’ultimo intenso colloquio tra il Maestro di Nazareth e i suoi discepoli, l’ultimo suo grande insegnamento agli apostoli, di cui è espressione concreta la lavanda dei piedi – raccontata nel capitolo 13 – e il cui culmine è la lunga preghiera innalzata poi da Gesù a Dio Padre in favore dei suoi amici. Lo scenario può essere immaginato all’interno del cenacolo, a Gerusalemme, alla vigilia della pasqua ebraica, nelle ore che precedono il dramma della passione.

L’odierna pagina evangelica ci riporta dentro quella scena, che nel suo complesso possiamo considerare una sorta di teofania, quantunque velata dalla ferialità, immersa nella quotidiana compagnia di Gesù tanto da risultare inevidente: un momento speciale, che preannuncia la Pasqua di Gesù ormai imminente, anzi già in corso per lui, benché i suoi discepoli ancora non se rendano conto. Essi sono condizionati dallo scorrere cronologico del tempo e non ne avvertono, invece, l’urgenza kairologica: per i discepoli il tempo semplicemente trascorre, scivola via davanti a loro, senza che se ne sentano piuttosto raggiunti, incalzati, interpellati. Per questo Gesù risponde provocatoriamente alla domanda di uno dei suoi, pur certamente animata da buone intenzioni: «Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo (chrónos, nel testo greco) sono con voi eppure tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre”».

«Sono con voi»: meth’hymôn eimi. Il fulcro di quest’affermazione è il «con», metá. Tuttavia questa preposizione greca non significa soltanto “assieme, con”, ma anche “oltre”. La qual cosa, qui, vuol dire che Gesù è al “contempo” assieme ai discepoli, ma anche oltre di loro (a monte e a valle: viene prima di loro e si sporge al di là di loro, è «il Primo e l’Ultimo», «l’Alfa e l’Omega», come leggiamo nell’Apocalisse). E, investiti dal paradosso del “contempo”, cioè stretti nell’intreccio tra chrónos e kairós, essi subiscono il primo (il chrónos) e non avvertono il secondo (il kairós), non riconoscendo ancora in Gesù l’Esserci di Dio, la Presenza del Padre. Gesù impersona, in mezzo a loro, il roveto ardente – che brucia senza incenerirsi – di fronte al quale Mosè s’era confuso e meravigliato, mentre riceveva la suprema rivelazione del Nome divino: «Io-sono-chi-è-qui, Io-sarò-con-te».

Nella risposta di Gesù a Filippo è concentrata l’intera rivelazione biblica. E vi è condensato tutto il senso della storia della salvezza, con la sua spiazzante sovreccedenza rispetto alla nostra misura umana. In lui Dio si fa conoscere come Qualcuno, non come qualcosa. Come Qualcuno che, in quanto tale, si mette in rapporto, suscita relazione: viene, av-viene, prende posizione, si disloca dall’orizzonte trascendente – umanamente inarrivabile – incontro al mondo, verso la storia, per illuminarla di quel senso alto (per imprimerle quell’orientamento verticale) che altrimenti rischierebbe di non trasparire agli occhi degli esseri umani destinandoli a restare appiattiti alla terra, incurvati su sé stessi.

Difatti Gesù impersona il «dove» di Dio, in cui vuole coinvolgere e ospitare i suoi discepoli: «[…] vi prenderò con me, affinché dove sono io siate anche voi». Si tratta della sua missione pasquale, del “passaggio” al Padre che egli si prepara a compiere dal di dentro della storia comune degli uomini, per renderlo possibile anche a loro: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. […] Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo». Il linguaggio è inevitabilmente figurato, per riuscire il più possibile comprensibile ai discepoli. Ma rimane comunque gravido di un sovrappiù di senso, che sfugge loro. La Pasqua prospettata dal Maestro, la Parusia da lui promessa, sono avvenimenti salvifici che i discepoli riusciranno a focalizzare concettualmente solo molto dopo, con l’aiuto dello Spirito Santo, eredità di Gesù imprescindibile per guidarli «a tutta la verità» (Gv 16,13).

E «la verità tutta intera» è complessa, non perché sia complicata, bensì perché consiste nella coimplicazione dell’Uno nell’Altro e viceversa, dell’Uno negli altri e viceversa. Il Padre è il «dove» eterno di Gesù. E Gesù è il «dove» storico-salvifico in cui i discepoli possono entrare in contatto con Dio: «Io sono nel Padre e il Padre è in me». La qual cosa implica il fatto che il «dove» di Dio è alla portata degli esseri umani, innestato nella storia, riposizionato in seno al mondo. Gesù lo spiega ai suoi amici e il vangelo giovanneo lo annuncia anche a noi: «Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

Quel «fin da ora» (ap’árti nel testo greco) segnala l’incidenza del kairós nel chrónos, la conversione qualitativa del chrónos in kairós (ap’árti significa esattamente: da ora in avanti). Il «dove» in cui Gesù desidera condurre i discepoli è un «luogo» che coincide – allorché la storia si trasfigura in storia di salvezza – col posto in cui essi si trovano. Quel «dove» è sì la meta del loro cammino, ma è nondimeno la «via» che stanno percorrendo per recarvisi: «E del luogo dove io vado, conoscete la via», giacché «io sono la via». Ma per accorgersene, per ravvisare nel loro Maestro l’Esserci divino, per riconoscerlo quale Presenza del Padre, i discepoli devono guardarlo con una vista “altra”: non con quella oculare, bensì con quella contemplativa. Non a caso la voce verbale “vedere” è in questa pagina evangelica coniugata sempre da horáō, che in greco indica una visione spirituale e interiore più che fisica o esteriore.

La vista “altra” non può che essere la fede. Per questo motivo Gesù invita insistentemente i suoi amici a credere in lui. Per riuscire a fare questa radicale esperienza occorre che amiamo “totalmente” il Signore. Non basta chiarirci le idee, afferrare dei concetti teologici. Dobbiamo amare il Signore «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» – come suggerisce lo Shemà Israel in Dt 6,4-5 –, lungo il nostro cammino, qui e ora, mentre incrociamo ad ogni piè sospinto il Signore nei fratelli e nelle sorelle, particolarmente in chi tra di loro è più debole o marginale, autentico sacramento della sua Presenza. Poiché il Signore è colui che si presenta in Gesù Cristo, ossia nel più piccolo tra di noi: è lui «la via, la verità e la vita»

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LA DIGNITA' DEL LAVORO

 


Intervento 

del Presidente 

della Repubblica,

 in occasione 

della Celebrazione 

della Festa del Lavoro



Rivolgo il saluto più cordiale a tutti i presenti, al Presidente della Regione, al Sindaco, al Presidente della Provincia, all’Arcivescovo; a tutti coloro che sono qui in questo suggestivo Auditorium di questo affascinante Museo, che ho avuto la possibilità di vedere, purtroppo, velocemente.

Un augurio particolarmente intenso alle lavoratrici e ai lavoratori della Piaggio, ai loro familiari, a quanti operano nelle aziende della filiera, a tutti coloro che lavorano in questo territorio storicamente ricco di attività produttive e di creatività.

Un esempio di connessione tra conoscenza e produttività.

In queste contrade viene da citare il grande storico dell’economia Carlo Cipolla: “gli italiani sono abituati, diceva, fin dal Medio Evo, a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo”.

Siamo a Pontedera per celebrare, oggi - con la presenza del Ministro del lavoro - il lavoro italiano, fondamento essenziale della nostra convivenza, del nostro progredire, della nostra vita democratica.

Ringrazio la Ministra del Lavoro, il Presidente della Piaggio, la Signora Pamela Vanni, il Presidente dell’Unione industriali pisani per le considerazioni che hanno svolto, per le riflessioni che ci hanno proposto.

È una festa della Repubblica, che sul lavoro si fonda.

Anticiparne la celebrazione in questo luogo, ripeto, così iconico ricorda il cammino del nostro Paese con le sue fatiche e i suoi successi, il dinamismo che ha fatto breccia nei mercati e nell’immaginario collettivo, sottolinea la tessitura della solidarietà e dei diritti in fabbrica e fuori di essa.

Ne sono espressione gli scooter che hanno caratterizzato un’epoca nella ricostruzione italiana del secondo dopoguerra, segnando lo sviluppo di una società contraddistinta dalla mobilità e dalla libertà di azione che da essa derivava.

Piaggio, con la Vespa, e Innocenti con la Lambretta, hanno imposto a livello internazionale un modello che persiste.

La Vespa è, tutt’ora, nel mondo, uno dei simboli della creatività e della industriosità dell’Italia.

Il lavoro plasma il nostro essere e il nostro futuro.

Contribuisce a far mettere radici, a renderci artefici, protagonisti, responsabili della società che lasciamo a figli e nipoti.

Domande e bisogni segnano le fisionomie delle società.

La produzione di ricchezza e la sua distribuzione alimentano la qualità della vita, il benessere della comunità, realizzano i valori a cui si ispirano la nostra convivenza e la nostra cultura, caratterizzano la sostenibilità sociale del nostro modo di essere.

Il lavoro è attore preminente nella realizzazione degli obiettivi di solidarietà sociale assegnati dalla Costituzione.

La modernità modifica i ruoli propri al lavoro nella società contemporanea.

La velocità nell’innovazione è sempre più cifra di questo nostro tempo.

L’accelerazione tecnologica, peraltro, non conduce alla eliminazione del lavoro, ma alla sua trasformazione.

Una trasformazione che, in questo cambiamento d’epoca, rischia di condurre anche a forme di una sua svalutazione, rischio da prevenire e scongiurare.

Il lavoro è presidio della società.

È espressione della libertà della persona e dell’intera comunità. È dignità. È strumento di partecipazione, di costruzione.

L’obiettivo di una piena e buona occupazione è iscritto tra quelli della nostra democrazia.

È il messaggio dei Costituenti che hanno voluto che la Repubblica - di cui stiamo per festeggiare l’ottantesimo compleanno - fosse “fondata sul lavoro” proprio per dare alla democrazia, alla libertà, all’uguaglianza - finalmente conquistate - un contenuto più forte e impegnativo.

Per sottolineare che la Repubblica sarebbe stata il tempo delle opportunità.

Fu una scelta coraggiosa e lungimirante quella dell’articolo 1 della Costituzione, che definì, con magistrale brevità, un insieme assai denso di valori, nei quali si sono riconosciute tutte le forze e le culture dell’Italia liberata.

Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 alla Costituente, parlò dell’avvio di una “nuova fase” della storia proprio perché per la prima volta si riusciva a unire “la democrazia puramente politica” con la prospettiva di “una democrazia sociale ed economica”.

Questo compito appartiene alla Repubblica e costituisce un orizzonte comune, nel confronto tra i diversi, legittimi, indirizzi politici.

L’industria è pilastro per l’Italia. Quella manifatturiera contribuisce al Pil nazionale nella misura del 15%.

Seconda in Europa, ottava nel mondo, la manifattura italiana è veicolo fondamentale e motore di crescita.

Per essere attori, e non piatti curatori di un’eredità passata, sappiamo che non serve attardarsi a misurare sterilmente la realtà sulle immagini rimandate dallo specchietto retrovisore ma occorre guardare avanti.

Ci deve guidare la capacità di innovazione basata sulla sostenibilità, lungimirante elemento di guida per la resilienza delle aziende in un mondo sempre più complesso.

Pesano le fragilità dell’economia internazionale sulle nostre aziende. Pesano i conflitti e le guerre.

Per produttività e capacità di innovazione registriamo in Europa un deficit competitivo. Occorre eliminare al più presto le barriere che ancora impediscono una compiuta unione dei nostri mercati interni. Bisogna orientare gli investimenti nei settori più strategici e con il maggiore potenziale di crescita.

È una consapevolezza diffusa fra i membri dell’Unione, tra i suoi Paesi, tanto è vero che la Commissione ha ritenuto di proporre un regolamento, dal significativo titolo Provvedimento di accelerazione industriale, ispirato al rapporto Draghi e diretto a rafforzare la base industriale continentale, a promozione del Made in Unione Europea.

È tempo di visione. Non di misure di corto respiro.

È tempo di procedere, con coraggio, sulla strada dell’integrazione europea.

Nel frattempo siamo chiamati a fare la nostra parte.

Potremmo intendere i punti maggiormente critici del nostro mercato del lavoro come potenzialità ancora inespresse, come riserve a cui attingere per dare nuovo impulso alla società e all’economia italiana.

Certamente la prima di queste leve su cui concentrarsi è il lavoro delle donne.

L’occupazione femminile in Italia è anch’essa cresciuta negli ultimi anni, raggiungendo tassi che per noi costituiscono un primato. Tuttavia resta consistente il gap da colmare rispetto alla media europea. Il divario di genere, che emerge non soltanto dai tassi di occupazione ma anche dalla disparità che perdura nelle retribuzioni e nelle carriere, va colmato con un complesso di interventi e attenzioni: sui fattori strutturali e sui contesti territoriali, ma anche sulla qualità del lavoro e sui servizi per favorire la conciliazione con gli altri impegni di vita.

L’altro punto critico da intendere come “riserva” di potenziale sviluppo è il lavoro dei giovani.

Ancora troppo alta l’età di ingresso nel mercato del lavoro.

Nella nostra società i giovani sono poco ascoltati. C’è una scarsa attenzione alla loro maturazione e alla loro indipendenza.

Se guardiamo ai lavoratori definiti “indipendenti” che lavorano per un solo datore - insomma lavoratori autonomi senza autonomia - scopriamo che la parte più consistente è formata proprio da under 30.

Sono numerosi i giovani ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero.

Sono più di quelli che vengono in Italia.

Nell’interesse del Paese questa tendenza va invertita.

Nostri giovani lasciano l’Italia, altri arrivano. Il sistema produttivo reclama manodopera: c’è di che riflettere.

Il tema delle migrazioni è rilevante in tutta Europa. L’impoverimento demografico da un lato, la crescita delle esigenze di lavoro che non trovano risposta dall’altro, pongono le nostre società di fronte al bisogno di misurarsi con questi problemi usando razionalità e saggezza, sollecitando cooperazione con i Paesi di origine.

In questo ambito si colloca il Piano Mattei, varato e sviluppato dal Governo.

Due giorni fa, la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro ha riproposto alla attenzione delle opinioni pubbliche una piaga che non accenna a sanarsi.

Un richiamo che, in verità, giunge dalle dolenti note di ogni giorno.

Le cronache ci restituiscono, pressoché quotidianamente, notizie di lavoratrici e di lavoratori che perdono la vita o rimangono infortunati, nello svolgimento delle loro attività. La sicurezza sul lavoro resta un impegno, un dovere, che non consente rinunce o distinguo. Tra luoghi di lavoro e in itinere sono oltre mille le vite spezzate ogni anno.

Nel ricordarle, rinnovando la vicinanza alle famiglie delle vittime, ribadiamo che si tratta di un tributo inaccettabile.

La lotta alle incurie, all’illegalità, alle imprudenze deve coinvolgere tutti.

Imprenditori, lavoratori, istituzioni, società.

Sono le cronache a intimarci che ciò facciamo non è ancora abbastanza per tutelare la salute di chi lavora.

Deve migliorare l’organizzazione, il rispetto delle regole, la cultura della sicurezza comune.

Le imprese italiane che fanno dell’innovazione e della qualità il cuore del loro impegno sono tante.

E costituiscono un traino.

A rafforzare il modello contribuisce la cura degli ambienti e delle relazioni umane, la partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese, la sintonia con le comunità e i territori che fa crescere efficienza e competitività delle aziende.

Le fabbriche, i lavoratori, le organizzazioni sindacali, sono state in primo piano nella costruzione - dopo la guerra - della nuova Italia, nello sviluppo dei diritti, nel welfare, nella civiltà.

Un Paese forte, in cui vige l’eguaglianza dei cittadini, vive di coesione sociale.

La coesione sociale richiede che il lavoro e la tutela dei lavoratori siano effettive, contro ogni illegalità e sfruttamento che rappresentano una minaccia alla stessa convivenza.

Le parti sociali - sindacati, imprese, associazioni - sono chiamate a contribuirvi con i loro valori.

Il dialogo sociale non deve mai interrompersi. 

Le fabbriche, con la loro inventiva, con l’orgoglio operaio di prodotti eseguiti alla perfezione, hanno offerto, in questi ottant’anni della vita della Repubblica, una lezione.

Oggi sono - siamo - a confronto con la sfida dell’Intelligenza Artificiale.

Ebbene proprio a un territorio e a realtà come queste credo si possa applicare una riflessione di Carlo Cattaneo che, nel cuore della rivoluzione industriale di quel tempo, nel 1845, nel suo “Industria e morale” affermava che le rivelazioni della scienza si vanno collegando per molteplici fila alle fatiche dell’officina, elevandole ad alta dignità.

E fu la cultura politecnica a unire umanesimo e scienza, dando vita a quella che venne definita “civiltà delle macchine”, con la persona al centro di questi processi.

È oggi una nuova frontiera con cui dobbiamo misurarci, nella riaffermazione dei valori che ispirano la nostra comunità.

Lavoro dignitoso

Alle confederazioni Cgil, Cisl e Uil che domani celebrano insieme il Primo maggio con il motto “Lavoro dignitoso” rivolgo l’augurio più intenso.

L’organizzazione sindacale, la sua libertà, e anche la sua capacità di trovare momenti ampi e importanti di unità, è parte insostituibile della vita democratica.

Rivolgo un saluto a tutti i sindacati che rappresentano i lavoratori e i loro interessi.

Un saluto speciale ai giovani che si ritroveranno a Roma - come ormai è consuetudine - nel concertone di piazza San Giovanni.

Buona festa del lavoro, ancora una volta, anche a chi il lavoro lo sta cercando, a chi lo difende, a chi cerca di superare le barriere del lavoro povero e precario.

Buon Primo maggio a tutti!

Quirinale

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giovedì 30 aprile 2026

UNA PEDAGOGIA PER IL FUTURO

 


C’è un paradosso al cuore del modo in cui Gesù forma i suoi discepoli, un paradosso che sfida ogni pedagogia del controllo e ogni spiritualità del possesso: il vero maestro è colui che si ritira, che crea spazio, che rende possibile persino il tradimento. Non come fallimento, ma come dono. 

 


di Paolo Gamberini 

Il Buon Pastore e Giuda 

 Alessandro Deho ci offre una chiave interpretativa sorprendente: Cristo è stato davvero un buon pastore perché tra i suoi c’era anche Giuda. La presenza del traditore nel cerchio più intimo non è una macchia sulla figura del maestro — è la sua più alta certificazione. Un maestro che seleziona solo chi lo amerà per sempre, che si circonda solo di fedeli garantiti, rivela in questo gesto il suo bisogno di conferma, la sua fragilità narcisistica mascherata da autorità spirituale. 

 Gesù non impedisce a Giuda di tradirlo. Non lo espelle quando potrebbe, non lo smonta pubblicamente, non lo usa come esempio ammonitore. Lo lascia libero. E questa libertà lasciata all’altro — anche quando quell’altro sta percorrendo una strada oscura — è lo schema della grazia. Non la grazia sentimentale, consolatoria, ma quella strutturale: quella che abilita alla possibilità del tradimento, e proprio così autentica la libertà del discepolo. 

 Il Maestro che si Sforma 

 Teilhard de Chardin scriveva: “Non sono, né posso, né voglio essere un maestro. Prendete di me ciò che vi aggrada e costruite il vostro edificio.” In queste parole c’è qualcosa di radicalmente anti-pedagogico nel senso corrente del termine. Il grande teologo e scienziato gesuita non rinuncia alla trasmissione — rinuncia al controllo della trasmissione. Offre se stesso come materiale da costruzione, non come schema da replicare. 

 Si coglie in questo movimento la struttura stessa della kenosi di Cristo: il vero maestro forma attraverso uno s-formarsi, si svuota della propria forma per diventare capace di trasformare. Non è il modello che impone la propria sagoma all’argilla, ma la forza che libera la forma già contenuta nella materia. La kenosi — lo svuotamento di Cristo di cui parla Paolo nella lettera ai Filippesi — non è solo un evento cristologico: è il metodo pedagogico di Dio. 

 L’Assenza come Presenza Più Alta 

C’è un momento nel Vangelo di Luca che condensa tutto questo con forza narrativa straordinaria: i discepoli di Emmaus camminano con il Risorto senza riconoscerlo, lo invitano a fermarsi, e nel momento esatto in cui lo riconoscono nello spezzare il pane — lui scompare. Si fa assente proprio nell’istante della rivelazione. 

 Non è crudeltà. È il compimento del metodo. Gesù non lascia i discepoli con una sua immagine da venerare, con modelli o esempi da imitare ma con un gesto da ripetere e una comunità in cui ripeterlo. Fate questo in memoria di me. La sua assenza fisica è la condizione perché la loro presenza — la loro soggettività, la loro libertà, la loro responsabilità — possa finalmente dispiegarsi. Come scrive Deho: “Il vero Dio è presente ma non occupa la presenza. La dispone alla possibilità di assenza perché la mia presenza — e non solo la sua — si possa dare.” 

 Questo è il rovesciamento di ogni forma di maestro seduttivo e manipolatore: costui si rende indispensabile, occupa il campo visivo del discepolo, coltiva la dipendenza affettiva e intellettuale. Gesù invece lavora sistematicamente alla propria irrilevanza operativa — non perché non ami i suoi, ma perché li ama abbastanza da volerli interi, capaci di stare in piedi senza di lui. 

 Una Pedagogia per il Futuro 

 Teilhard chiudeva la sua riflessione con una visione: “Il futuro appartiene a coloro che trasmettono alla prossima generazione motivi per sperare.” Non certezze, non risposte, non sistemi chiusi. Motivi per sperare: cioè orientamenti aperti, energie vitali, domande fecondate. 

 È questo il lascito dell’arte di Gesù di fare discepoli. Non una scuola che perpetua se stessa, non un movimento che custodisce gelosamente il metodo del fondatore, ma una comunità di persone che sanno mettersi da parte perché l’altro cresca. Che sanno, come Cristo, lasciare andare — anche verso il tradimento, anche verso l’errore — perché la libertà non è un rischio da gestire, ma il nome stesso dell’amore quando si fa adulto. 

 Il buon pastore non trattiene il gregge. Lo conduce fino al punto in cui il gregge può camminare da solo. E poi si fa da parte. “Non ambisco che di essere gettato nelle fondamenta di qualcosa che cresce.” Forse questa è, in ultima analisi, la sola ambizione lecita per chi voglia davvero educare persone libere.

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CONNESSI E DIFFIDENTI

 

L’analisi del Censis
Sempre più connessi, 
sempre più diffidenti.


Il rapporto Censis racconta un’Italia che vive dentro gli schermi ma cerca disperatamente un’informazione di cui fidarsi.

di LELIO CUSIMANO

Gli italiani consumano sempre più “media”, ma si fidano sempre meno dell’informazione. È questo il paradosso che emerge dal 21° Rapporto sulla comunicazione del Censis, presentato nei giorni scorsi a Roma. Il nostro è un Paese permanentemente connesso, immerso nella dimensione digitale, ma allo stesso tempo stanco, diffidente, spesso tentato dalla fuga davanti al flusso incessante di notizie, opinioni, allarmi e contenuti che scorrono sugli schermi senza sosta. La televisione resta il grande focolare nazionale: la utilizza il 93% degli italiani. Ma è una tv che cambia pelle. Cala quella tradizionale, cresce invece la televisione via internet, con la web tv ormai arrivata al 62% dell’utenza. Resiste anche la radio, ascoltata dal 78% della popolazione. 

L’autoradio continua a dominare, ma soprattutto aumenta l’ascolto attraverso il telefono cellulare: oltre il 90% degli italiani usa quotidianamente la rete e il proprio telefono intelligente. Più che crescita, è una condizione di saturazione: siamo arrivati al punto in cui essere online non rappresenta più una scelta, ma l’ambiente naturale dentro cui si svolge la vita quotidiana. Nel frattempo, continua la lunga crisi della carta stampata. I quotidiani cartacei a pagamento scendono al minimo storico del 21%, praticamente dimezzati rispetto al 2007. 

Ma il dato più significativo è un altro: si sta indebolendo l’intero sistema dell’informazione.Lo si vede nel rapporto sempre più tormentato degli italiani con le notizie. I telegiornali restano la principale fonte informativa, ma arretrano. Facebook perde terreno, così come i siti giornalistici. In compenso avanzano le forme di comunicazione più rapide, frammentate ed emotive: sette italiani su dieci, tra quelli che utilizzano i social, si informano attraverso i “reel”, i brevi video pensati per essere consumati in pochi

UNA INFORMAZIONE RAPIDA. PIÙ EMOTIVA CHE RAZIONALE

È un’informazione rapida, istintiva, più emotiva che razionale. Non sorprende che quasi un quarto degli utenti la consideri superficiale. Eppure, c’è anche chi la apprezza perché più immediata, più accessibile, più coinvolgente. Dietro questi comportamenti emerge una crisi di fiducia profonda. 

Quasi il 60% degli italiani dichiara di cercare deliberatamente di evitare i media più diffusi ed afferma di essere interessati ad approfondire temi trascurati dai grandi mezzi di comunicazione. È il segno di un pubblico meno passivo rispetto al passato, ma anche più spaesato dentro quella che il Censis definisce efficacemente una “palude mediatica”. A tutto questo si aggiunge la fatica da iperconnessione. 

Oltre un terzo degli italiani sente il bisogno di prendersi una pausa dai social network: per recuperare tempo, ridurre le distrazioni, difendere la privacy o semplicemente respirare fuori dalla pressione continua della rete. Il “social detox” non appare più come una moda, ma come una forma di autodifesa. In questo scenario irrompe infine l’intelligenza artificiale (IA). 

La maggioranza degli italiani dice di non sentirsi a proprio agio con l’informazione prodotta interamente dall’IA. A preoccupare è la convinzione che il lavoro umano conservi un valore insostituibile nella costruzione del racconto giornalistico.

 Forse il dato più duro del rapporto, però, è quello che ricorda quanto l’informazione reale sia chiamata a pagare un prezzo altissimo: mentre guerre e conflitti occupano stabilmente la scena mediatica globale, solo nel 2025 sono morti 129 giornalisti. 

Un numero che pesa come un monito; dietro il rumore dei contenuti digitali, esiste ancora qualcuno che rischia e perde la vita per cercare la verità.

https://www.giovannipepi.it/inpaggina-cusimano/

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LA CIVILTA' DEL LAVORO

 

Che tipo di civiltà


del lavoro 


vogliamo?

La società moderna si basa sull’interazione di lavoratori che vogliono plasmare razionalmente la natura, compresa la natura sociale dell’uomo. Infatti il lavoro, che è (oggi più che in passato) un dispendio di energie personali volto a modificare, secondo una razionalità strumentale, l’ambiente fisico o sociale, trasforma al tempo stesso non solo il lavoratore, sotto il profilo fisico, mentale e spirituale, ma anche la società. I rapporti tra servizi e poteri sono capovolti.

Questo articolo presenta il rapporto che c’è oggi tra l’essere umano e il suo ambiente di lavoro in termini di costrizione fisiologica, adattamento mentale e inserimento nella società. La seconda parte di questo studio, che verrà pubblicata in un prossimo numero, si concentrerà sulla dimensione spirituale del lavoro.

Durante la pandemia di Covid-19, nell’anno 2020, papa Francesco ha promosso l’istituzione di un gruppo di riflessione sulla dimensione umana del lavoro. Vi hanno collaborato vari uffici della Santa Sede, le loro reti internazionali e il dicastero vaticano per il Servizio dello sviluppo umano integrale. I due princìpi su cui tali riflessioni si sono basate – al crocevia tra l’agenda del «lavoro dignitoso», da tempo elaborata dall’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) a Ginevra, e l’«ecologia integrale» promossa dall’enciclica Laudato si’ (2015) – si possono riassumere nella suggestiva formula Care is work, work is care, «Prendersi cura è lavorare, lavorare è prendersi cura»: una cura attenta tanto al lavoratore quanto al pianeta[1].

Il report prodotto da questo think tank definisce chiaramente lo scenario, individuando, oltre all’esperienza psicosomatica (fisica e mentale) del lavoro, quattro specifiche dimensioni: il lavoro è una realtà economica, ecologica, sociale e spirituale. Qui discuteremo i primi tre aspetti; il quarto – la dimensione spirituale del lavoro –, come abbiamo anticipato, sarà oggetto di un altro saggio.

Lavorare come una macchina umana

Prima ancora di essere pensato nel suo contesto economico, ecologico e sociale, il lavoro è subito avvertito come fatica, a volte facile da superare, a volte piacevole, o addirittura gratificante quando se ne può trovare una ragionevole giustificazione, ma a volte invece estremamente dolorosa. In quest’ultimo caso, in assenza di una spiegazione razionale, si invoca o l’assurdità del mondo, oppure il sapiente Qoèlet quando parla dell’essere umano: «Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa» (Qo 2,23), o anche il libro della Genesi: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (Gn 3,19).

La maggior parte delle volte il lavoro viene vissuto come una costrizione, più o meno dolorosa. Non c’è bisogno di evocare l’etimologia mitica della parola «lavoro», il tripalium, lo strumento di tortura costruito con tre pali; basta notare che un’attività, anche facile, ma priva di significato, risulta in ogni caso penosa. Per designare questa malattia di tipo spirituale è stata coniata una nuova parola: bore-out (che si potrebbe tradurre con «fatica estenuante» o, meglio ancora, «alienazione per disinteresse»). Ecco perché oggi la forma più semplice di disumanizzazione del lavoro è il lavoro tanto meccanico quanto non necessario, o comunque il lavoro di cui il lavoratore non vede il senso; ciò accade spesso quando il processo produttivo viene ridotto a una serie di attività frammentarie, come se si fosse macchine specializzate in un’unica operazione.

Agli albori della modernità, il rischio connesso al lavoro – cioè il correlato di quel mondo anticipato che si vuole realizzare a forza di lavorare – era visto come la possibilità del danno, e prima di tutto del dolore, compensato dalla speranza del guadagno. Oggi – con tutti gli obblighi di sicurezza previsti – la speranza di guadagno è offuscata dalla possibilità di un danno che deve essere ridotto a tutti i costi[2]. Di qui il moltiplicarsi, in nome del principio di precauzione, dei disciplinari di produzione supposti garanti della razionalità e della sicurezza, che impongono una mole di vincoli procedurali a operatori, collaboratori, ricercatori, consulenti… La verifica tramite rendicontazione costante, associata con l’empowerment dei compiti, trasforma ogni persona in una sorta di meccanismo asservito a un protocollo alienante. Il manto plumbeo della burocrazia viene imposto con il pretesto della «conformità», che piega ogni lavoratore agli standard imposti.

Gli stessi manager non ne sono esenti. Nel migliore dei casi, chiedono alle autorità pubbliche linee guida e standard per avere la pura soddisfazione di osservarli ed esserne all’altezza, a maggior ragione quando la loro azienda è finanziariamente più forte di quella dei concorrenti. Nel peggiore dei casi, i manager riducono il proprio ruolo alla ricerca dei nominativi dei dipendenti da inserire nell’organigramma aziendale, senza preoccuparsi troppo dell’adeguatezza tra dipendente e funzione.

Per il lavoratore la retribuzione diventa allora non il segno di uno sforzo utile, per la sua famiglia o per la società, ma semplicemente il riscontro dell’obbedienza a regole che adempie come un rito formale. Tali regole sono una funzione dello status. Questo è il primo compito che viene imposto al lavoratore quando assume il suo ruolo: conoscere le procedure e le norme che dovrà applicare. Lo status socio-economico e le norme sono collegati: in passato era imperativo «stare al posto giusto» e saper «rimanere al proprio posto». Oggi si devono applicare le regole inerenti alla propria funzione socio-economica. Queste regole si impongono in nome dei valori moderni sopra citati: razionalità e sicurezza. A questi due valori si aggiunge spesso quello dell’efficienza, senza chiedersi: per chi? Per quando? E chi ne pagherà il prezzo?

Il paragone con i robot è qui appropriato, dal momento che i robot – industriali o domestici – sono sempre presentati come se svolgessero un lavoro implementando algoritmi che sono altrettanti standard costitutivi della macchina. Sono persino in grado di fabbricare oggetti o svolgere mansioni impossibili agli esseri umani. Ma il loro potere crescente è spaventoso. Una recente Risoluzione del Parlamento europeo ne dà la riprova. Il postulato era che lo sviluppo dei robot porterà alla loro autonomia e alla loro potenziale ribellione contro l’umanità che li ha creati. Occorre quindi neutralizzare le loro iniziative irrazionali, allo stesso modo in cui l’organizzazione scientifica del lavoro in passato pretendeva di eliminare i comportamenti erronei dell’operaio, razionalizzando i processi e facendone il servitore della macchina.

Il lavoro non finirà

Per cominciare, sfateremo due illusioni ampiamente diffuse. Si dice che, in risposta allo scarso interesse per il lavoro, la Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012), rispetto alla Generazione Y (che comprende i giovani nati tra il 1980 e il 1996), sarebbe indisciplinata, eclettica, più incline all’intrattenimento che al lavoro. La maggior parte dei sondaggi psico-sociologici però mostra che questa idea è del tutto falsa.

Un’altra illusione è che i posti di lavoro della classe operaia stiano scomparendo. In realtà, il lavoro manifatturiero «prolifera» e si muove secondo le opportunità e le esigenze del capitale[3]. La robotizzazione non ha ancora occupato l’intero campo della produzione; per quanto riguarda i servizi, che sollecitano tutta la collaborazione degli utenti, essi prevedono innanzitutto la partecipazione dei lavoratori. Dato questo intreccio di lavoro del produttore e dell’utente, le piattaforme di scambio ora occupano un numero crescente di dipendenti e consumatori.

In una pubblicazione, un docente di Oxford utilizza i progressi dell’Intelligenza Artificiale (IA) per annunciare la scomparsa del lavoro[4]. Contrariamente al «progresso scientifico e tecnico» del passato, l’IA introdurrebbe la novità di insidiare non la produzione materiale e la sua logistica, ma il settore dei servizi che, in Occidente, occupa la maggior parte dei lavori necessari. Quindi, il lavoro dei conducenti di treni, autobus e taxi non sarà l’unico a risentirne. Dopo segretarie e archivisti di ogni genere, verranno danneggiati anche medici, giornalisti e avvocati.

Infatti, attingendo a tutto il web, l’IA può raccogliere in pochi istanti informazioni mirate che il professionista più esperto impiega lunghe ore, anche settimane, a ottenere. La ciliegina sulla torta è che l’IA può presentare i frutti della sua ricerca in forme «accettabili» perché copiate dalle più numerose formulazioni racimolate in Internet. Certo, ChatGPT, il software di intelligenza artificiale prodotto da OpenAI, ha ancora molte lacune che docenti e internauti si sono divertiti a rilevare, ma un rapido miglioramento del sistema è facilmente prevedibile.

Qualunque sia lo sviluppo di questi strumenti, di sicuro possono rendere superflui solo alcuni lavori del terziario, compresi quelli più specializzati. Di fatto, perciò, questa distruzione di impieghi non annuncia la fine del lavoro. Il motivo non è che i posti di lavoro distrutti saranno sostituiti da ingegneri, programmatori e tecnici informatici; certamente ce ne saranno alcuni, anche nelle periferie del mondo digitale, nel settore di Internet che ha visto fiorire «canali YouTube», influencer e altre proposte mediatiche che fanno la felicità, se non la fortuna, dei loro promotori. Ma queste nuove esigenze di manutenzione e sviluppo dei sistemi digitali non saranno sufficienti a colmare il vuoto. Il motivo per cui l’IA non preannuncia la fine del lavoro è un altro: proprio come il progresso scientifico e tecnico di un tempo, l’IA aumenta la produttività globale del lavoro, una produttività globale che indirettamente genera posti di lavoro retribuiti nei settori anche più lontani dalla digitalizzazione (servizi di sicurezza, cura della persona, transizione ecologica, intrattenimento, comfort, controllo sociale…).

Va di moda, in una visione statica dell’economia e della società, evocare la «quantità di lavoro disponibile» e ragionare falsamente sul mito del «lavoro da condividere», inteso alla maniera in cui si condivide una torta; una torta che, si pensa, va rimpicciolendosi a causa delle tecnologie attuali. Supponendo che la premessa (una data quantità di lavoro) sia vera, questa condivisione potrebbe funzionare solo se si accettasse di condividere, nello stesso movimento, il corrispondente reddito monetario disponibile, cioè qualcosa che nessun politico difensore delle 35 ore, o anche delle 32 ore o perfino delle 24 ore settimanali ha mai voluto. Di fatto, il lavoro trattato come una cosa è questione di volgare materialismo. Trattare il lavoro come un oggetto identificabile, una cosa circoscritta in un certo spazio in un dato momento, equivale ad avere solo una visione parziale e statica di una società che, come la nostra, è in permanente mutazione.

Lavoro nascosto nel consumo di servizi e nell’intrattenimento

Quelli contemporanei non sono più i tempi in cui si poteva ragionare distinguendo (senza poterlo fare in pratica) tra lavoro produttivo, con cui si intendeva il plusvalore generato grazie allo sfruttamento del proletario, e lavoro improduttivo, visto come la costruzione di templi e cattedrali, ma anche di tutta la «sovrastruttura» istituzionale, giuridica e religiosa della società, fino ai servizi amministrativi, finanziari o commerciali resi alle industrie e ai privati. Anche se, forse, è possibile distinguere il lavoro utile (per chi? per quando?) dal lavoro inutile, non si può più differenziare il lavoro produttivo da quello improduttivo, perché ormai tutto contribuisce alla costruzione della società, compreso l’intrattenimento. Più precisamente, qualsiasi servizio mobilita non solo il lavoro di chi lo esegue, ma anche quello del destinatario. È l’intera società che lavora per la propria riproduzione.

In effetti si lavora o per gli altri, siano o no consumatori paganti, o per sé stessi, ma comunque con l’idea di soddisfare le esigenze di un beneficiario che si prevede attivo. Questo vale non solo per i servizi in cui il consumatore deve partecipare in qualche modo alla realizzazione del servizio stesso (si pensi ai trasporti, alle assicurazioni, ai servizi di informazione o alla cura della persona), ma anche per i prodotti più tangibili. Non si tratta semplicemente di clienti che, per ottenere un biglietto ferroviario e per adempiere a un obbligo commerciale o amministrativo, devono utilizzare da sé gli strumenti informatici, lavoro che un tempo era svolto da agenti ferroviari, commessi o dipendenti pubblici. La partecipazione del destinatario finale di un bene o di un servizio è concepita come l’elemento principale, ad esempio, dell’automobile o della lavatrice che gli viene fornita. Deve sentirsi «a casa», come nella propria stanza. Per molto tempo, i prezzi da pagare per gli pneumatici venivano calcolati agli autotrasportatori in proporzione ai chilometri percorsi, e quindi all’uso che se ne faceva. Lo sviluppo del leasing, che sostituisce il noleggio di un prodotto al suo acquisto, procede dalla stessa logica che fa dell’utente un contributore all’opera sociale del produttore.

Il lavoro dell’utente non appare migliore nelle attività d’intrattenimento. Al di là dell’«industria dell’intrattenimento» – che include una vasta gamma di attività diverse, dallo sport finalizzato al relax, al fitness, ai musei e al variegato settore degli alberghi e degli spettacoli –, ognuno si diverte solo lavorando per far corrispondere i propri desideri ai mezzi offerti dal mercato o dalla pubblica amministrazione. Inoltre, la distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero è ormai più sfumata, poiché tutti cercano nel lavoro la stessa «autorealizzazione» che perseguono nel tempo libero.

I responsabili del personale non si sono sbagliati. Alla fine, è l’insieme della società che assume la figura dell’officina di un tempo, al servizio di una possibile realizzazione individuale.

Dal momento che qualsiasi attività – di produzione o consumo, salariata o no, monetizzata o no – può essere considerata come una forma di lavoro, possiamo affermare con altrettanta certezza che tutti gli aspetti della società e tutte le relazioni culturali e sociali diventano capitale, in quanto sono già lavoro. Ciascuno vi trova qualcosa da «realizzare» in un futuro che immagina promettente, giudicando il valore attuale di ogni cosa secondo il criterio del reddito futuro o della gratificazione che genererà, che è poi la definizione di capitale.

Ecco perché la civiltà dell’intrattenimento, pur basata sull’osservazione oggettiva e misurabile dell’espansione del tempo libero, è alquanto illusoria. È vero che la tendenza va verso una diminuzione dell’orario del lavoro obbligato. Mezzo secolo fa, l’orario di lavoro medio annuo nei Paesi industrializzati (OCSE) oscillava tra le 1.800 e le 2.000 ore e, sebbene sia ancora vicino alle 2.000 ore in Grecia, oggi è appena di 1.720 ore in Italia, 1.700 in Spagna, 1.520 in Francia e 1.350 in Germania. La media dei Paesi OCSE è di 1.734 ore e nasconde molte disparità, perché dipende dallo status e dal potere economico di ciascun Paese. Ma questa rappresentazione dovrebbe essere ponderata considerando gli anni di formazione iniziale e il tempo dedicato alla formazione continua, nonché l’entità degli spostamenti necessari per andare al lavoro o per le riunioni «in presenza».

La diminuzione del tempo dedicato alla «giornata lavorativa» – come si chiamava un tempo per escluderne il lavoro domenicale – è andata di pari passo con un aumento generale del tenore di vita e un divario sempre più ampio nei redditi e nella ricchezza. Ciò è dovuto all’investimento in formazione, in strumenti e in organizzazione, che ha permesso, con un fortissimo aumento della produttività, una disumanizzazione del lavoro, a cui si aggiunge per l’appunto il crescente divario di reddito e – soprattutto – di ricchezza. Di conseguenza, i non laureati sono sempre più esclusi dal mondo del lavoro; «l’impiego» sta sostituendo il lavoro, per non parlare del lavoro part-time e del lavoro a tempo determinato. L’instabilità professionale alimenta la mancanza di rispetto del lavoratore ai suoi stessi occhi, oltre che a quelli di chi gli sta intorno.

Le dimensioni politiche del lavoro

Per esaminare seriamente le risposte della società odierna, è necessario tenere presenti i dati politici fondamentali che collocano il lavoro tra le preoccupazioni attuali. Infatti il lavoro, oltre ad essere inciso nel corpo e nella mente del lavoratore, è anche una realtà economica, ecologica e sociale.

Il lavoro è innanzitutto una realtà economica, perché crea valore: non solo in senso morale quando risponde ai bisogni della società, soprattutto dei più deboli, ma anche in senso strettamente economico. Sotto quest’ultimo profilo, il valore è ciò che dà significato a un costo. Ciò che produce il lavoro – un oggetto utile (per chi? per quando?), un servizio indispensabile (agli occhi di chi?) – compensa la fatica, il lavorio, il genio dell’ingegnere, dell’artigiano, dell’operaio, dell’operatore amministrativo, del gestore, dell’artista, dell’utente o del consumatore finale.

Per gli economisti il lavoro è sia un costo che una risorsa. Il costo è misurabile; la sua controparte, per chi paga, è una risorsa: la «risorsa umana», come si dice oggi. Segno dei tempi razionalisti, l’espressione «risorsa umana» va sempre più soppiantando la nozione di «personale». Questo passaggio riflette l’influsso della cultura materialista sull’economia. Il personale connotava la persona, quella figura sociale definita dal suo ruolo e dalla sua responsabilità nella comunità di lavoro; la risorsa umana, invece, si fonda sulla redditività dell’investimento fatto sulle persone, alla maniera di un capitale dal quale ci si attende un ritorno futuro.

La logica strumentale dell’economia è sempre derivata dalla logica finanziaria che misura il valore attuale di un bene, di un servizio, di un rapporto d’affari, o anche di un’amicizia, rispetto al guadagno futuro, che sia esso monetario o un’altra qualsiasi forma di gratificazione. Questa pervasività della logica finanziaria in ogni lavoro è tale oggi che, anche nel linguaggio quotidiano, tutto diventa capitale. Si gode del capitale sanitario, del capitale delle competenze, del capitale relazionale, del capitale emotivo, del capitale familiare, del capitale sociale, del capitale estetico, del capitale religioso, persino del capitale della conoscenza, della saggezza o della moralità. Questa logica finanziaria porta, per una sorta di attualizzazione implicita, a valutare qualsiasi attività presente in termini di ciò che apporterà più avanti, si pensa, nel futuro. Ogni persona attiva, sia essa produttrice o consumatrice, diventa una specie di homo financiarius, un uomo dai progetti incessanti che vive solo in una perenne gestione del rischio e cerca di barcamenarsi come meglio può tra la speranza del guadagno e la limitazione delle perdite[5].

Alla metà del XVII secolo, che aprì la via razionalista alla modernità occidentale, Blaise Pascal ne previde le conseguenze antropologiche. Scriveva: «Il presente non è mai il nostro fine: il passato e il presente sono i nostri mezzi, solamente il futuro è il nostro fine. In questo modo non viviamo mai, ma speriamo di vivere; e, disponendoci sempre ad essere felici, è inevitabile che non lo siamo mai»[6].

La trasformazione dell’ambiente naturale e sociale

Il lavoro è una realtà tanto economica quanto ecologica. Infatti la ricerca della produttività del lavoro e la sua logica finanziaria hanno portato a modi di fare e di consumare, modi di utilizzare strumenti, macchine, fabbriche e mezzi di trasporto che, fino ai nostri giorni, hanno saccheggiato le risorse energetiche e minerarie del pianeta. L’acqua stessa – efficace simbolo di vita – sta diventando una risorsa scarsa in aree sempre più vaste[7].

Certo, va di moda, nelle aule dei tribunali, sui giornali e nei dibattiti pubblici, fomentare liti tra esperti per strattonare la «scienza» al servizio di convinzioni particolari. Internet, inoltre, ha distillato nella mente delle persone un relativismo che apre un’ampia strada alle fake news (notizie volontariamente offuscate o addirittura distorte). Ma per quanto riguarda il clima, le esitazioni non sono più ammesse. L’enciclica Laudato si’ di papa Francesco spiega chiaramente quale sia la posta in gioco dal punto di vista ecologico del lavoro, e qui non è necessario entrare nel dettaglio delle sue ormai note formulazioni.

Il lavoro è ovviamente anche una realtà sociale. Su questo punto insiste la dottrina sociale della Chiesa, fin dall’enciclica princeps di Leone XIII, la Rerum Novarum (1891). Un’analisi pertinente riconosce il lavoro al centro della dottrina sociale della Chiesa: «L’enciclica Rerum Novarum, pilastro del discorso sociale della Chiesa, ha per oggetto la condizione operaia, ma dedica al lavoro stesso un lungo sviluppo. È a questo testo fondamentale che tutte le successive encicliche, pubblicate in occasione dei suoi anniversari, faranno riferimento, tra cui la Laborem Exercens [di papa Giovanni Paolo II nel 1981], che ad essa si riferisce, novant’anni dopo»[8].

La tradizione cristiana non può non opporsi all’idea che il lavoratore sia solo un individuo libero di poter vendere la sua forza lavoro. La moderna organizzazione del lavoro e dell’economia, è vero, tende a isolare il lavoratore e a separarlo dai suoi compagni di lavoro, dalla sua famiglia e dalla sua patria. Da qui la logica della «società» piuttosto che la logica della «comunità»[9]. Inoltre, ci sono molte altre solidarietà che sono minate dalla divisione internazionale del lavoro: la regione in cui opera il lavoratore, quella in cui vive, il bacino occupazionale in cui si trova e, più in generale, le solidarietà che lo legano al contesto geopolitico giuridico, economico, nazionale e internazionale. Lo smart working favorito dalla pandemia di Covid-19 ha fortemente incoraggiato l’isolamento del lavoro, facendone diventare sempre più virtuale l’attuazione; inoltre, aumentando notevolmente il senso di autonomia, ha favorito l’isolamento in una comunità di lavoro sempre più sfuggente. Pensiamo ad esempio alle aziende che lavorano solo con i subappaltatori  – come Flixbus, che in Europa non possiede alcun autobus oppure, sempre di più, ai grandi marchi automobilistici: spesso hanno come realtà gestionale solo il software per il coordinamento e l’adeguamento dei processi o della distribuzione dei compiti. Questo spiega perché riescano a incrementare i loro profitti in un mercato depresso: sono i subappaltatori che si sobbarcano la depressione.

Nonostante la pandemia di Covid-19 abbia accentuato queste derive nel mondo, nella società contemporanea il lavoro resta la principale via di autorealizzazione, integrandoci in un sistema sociale dove l’importante non è fare qualcosa di oggettivamente utile per sé stessi, per la propria famiglia o per gli altri, ma qualcosa che è riconosciuto, con un salario, un onorario, uno stipendio, il prestigio o altro. Il lavoro quindi non scomparirà, almeno se rimarrà il vettore principale dell’identità individuale, cioè un mezzo di integrazione nella società. Questa identità attraverso il lavoro non ha certo il valore assoluto che le attribuiscono gli psico-sociologi. Infatti l’identità distrugge la singolarità del lavoratore. Il lavoratore è ridotto alla sua utilità sociale, o addirittura alla sua funzione. Nel contesto antropologico odierno, l’identità non può dare conto della dimensione spirituale del lavoro, ma di questo tratteremo nel secondo e successivo articolo.

 La Civiltà Cattolica

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[1].     Cfr International Catholic Migration Commission (ICMC), Care is work, work is care .

[2].     Cfr U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Roma, Carocci, 2013.

[3].     Cfr J.S. Carbonell, The Future of Work, Amsterdam, Amsterdam Publi­shing, 2022.

[4].     Cfr D. Susskind, Un mondo senza lavoro. Come rispondere alla disoccupazione tecnologica, Milano, Bompiani, 2022.

[5].     Cfr G. Giraud – E. G. Ruiz Lara, «I veri ostacoli alla transizione ecologica», in Civ. Catt. 2023 I 434-448.

[6].     B. Pascal, Pensieri, Milano, Rizzoli, 2013, n. 42, 62.

[7].     Cfr É. Perrot, «L’acqua, una questione di attualità», in Civ. Catt. 2022 II 560-572.

[8].     F. Salmon, 2012, in Ceras-Project.org, Dottrina sociale della Chiesa, alla voce «Lavoro».

[9].     Cfr É. Perrot, «Impresa, società e comunità umana», in Civ. Catt. 2022 IV 209-222.