Quando
la ricchezza
diventa
tirannia
di Francesco
Cicione
In dieci giorni l’1% più
ricco brucia il “budget” annuale
di carbonio e, come mostra Oxfam,
trasforma
ricchezza in potere:
un culto di Mammona che produce fame e disuguaglianze
globali
Dieci giorni.
In dieci giorni – dieci
soli, fuggevoli giorni – l’uno per cento più ricco dell’Umanità ha esaurito la
disponibilità di carbonio annuale. Poi, più niente. Il resto dell'anno diventa
surplus. È debito scaricato sui polmoni della Terra. Sui corpi sofferenti dei
poveri. È furto del futuro. Travestito da diritto acquisito.
L'Oxfam, nel suo
implacabile rapporto del gennaio 2026 – “Resisting the Rule of the Rich:
Protecting Freedom from Billionaire Power” – ci pone davanti a uno specchio
frantumato. Il recente World Economic Forum di Davos ne ha amplificato la
prospettiva. Vi si riflette un’Umanità lacerata. Divisa. Non più soltanto in
ricchi e poveri, ma in padroni e sudditi. In creatori del futuro e vittime del
presente. In coloro che dettano il tempo e coloro ai quali il tempo è negato.
Derubato.
È uno specchio al
limitare del quale stanno tremila miliardari, custodi di diciotto trilioni e
trecento miliardi di dollari. Avanguardia di una nuova Umanità. O, più
precisamente, di una post-Umanità. Un’Umanità che ha deciso di trasformarsi in
qualcos’altro: artificiale, aumentata. Dall’altra parte dello specchio,
metà del mondo vive in povertà. Un quarto dell’Umanità non ha cibo sufficiente.
Diciotto trilioni. La
cifra più alta mai registrata nella storia. Cresciuta dell’ottantuno per cento
dal 2020. Dell’ottantuno per cento! Aumentata di due trilioni e mezzo nel solo
2025. Mentre, fuori dalle porte dorate, brillano incendi, carestie, guerre,
naufragi. E dire che, dopo la pandemia, ci eravamo ripromessi di diventare
migliori.
Ma il rapporto Oxfam va
oltre la mera constatazione delle disuguaglianze. Indaga – con lucidità
chirurgica – il nesso profondo che lega ricchezza e potere. Ed è qui emerge una
verità scandalosa: la nostra civiltà non si è limitata ad accumulare ricchezza.
Ha costruito un modello. Un paradigma. Un’antropologia. Un culto. Il modello
dello sviluppo estrattivo, acquisitivo, incrementale. Il modello dell’homo
oeconomicus. Il modello della crescita infinita in un mondo finito. Il modello
della competizione come legge naturale e della massimizzazione del profitto
come misura ultima del valore.
Questo modello potremmo
chiamarlo con un nome proprio: il Modello-Mammona. È diventato religione. Prima
in occidente, poi nel mondo intero. Con i suoi falsi dei, i suoi templi, i suoi
sacerdoti, i suoi seguaci, i suoi riti, i suoi dogmi, i suoi comandamenti.
E, soprattutto, con i suoi frutti. Frutti velenosi, descritti analiticamente
dal rapporto Oxfam. I miliardari hanno quattromila probabilità in più di
occupare cariche politiche rispetto alle persone comuni. Oltre la metà delle
principali aziende mediatiche globali è nelle loro mani. Un milione e
trecentomila le morti previste entro fine secolo per ondate di calore
imputabili alle emissioni dell’uno per cento più ricco. Quarantaquattro
trilioni di dollari i danni economici ai paesi poveri entro il 2050. Il “One
Big Beautiful Bill Act”, con cui l’Amministrazione Trump ha appena approvato la
più grande redistribuzione di ricchezza verso l’alto degli ultimi quarant’anni.
I super-ricchi vedranno ridursi le tasse; i più poveri – coloro che guadagnano
meno di quindicimila dollari –vedranno aumentare il proprio carico fiscale. Una
persona su quattro non ha cibo sufficiente con regolarità. Metà della
popolazione mondiale vive in povertà. Questa è la realtà fotografata in pochi
dati sintetici.
Non si tratta più di
avere. O di avere di più. Si tratta di essere. O meglio: di non essere. Perché
questo modello – il Modello-Mammona – non si limita a distribuire in modo
iniquo la ricchezza: esso plasma l'Umano. Lo deforma. Lo riduce. Lo svuota. Lo
distrugge. Lo annichilisce. Fa dell’Uomo una funzione del sistema produttivo,
un ingranaggio della macchina economica, un consumatore di beni e un produttore
di valore aggiunto. Mai – mai davvero – una persona. Un fine in sé. Un mistero
irriducibile. Un’immagine di Dio. Cambiano i modelli di sviluppo, ma non cambia
– purtroppo – la loro essenza.
Eppure – ed è qui che la
riflessione si fa vertiginosa – l’Umanità possiede da sempre un altro Modello.
Un Modello non inventato dall'Uomo, ma rivelato all'Uomo. Un Modello che non è
teoria, ma Persona. Non idea, ma Incarnazione. Non progetto, ma Storia vissuta.
È il Modello-Cristo. Il Modello tradito. La morale cristiana, nella sua essenza
più vera, è riprodurre la vita di Cristo Gesù nella nostra vita. Non si tratta
di osservare norme astratte: ogni norma è, in realtà, la descrizione della vita
di Cristo. Cristo è l’unico Modello da realizzare. È il paradigma perfetto
dell'Umano. È la forma compiuta dell'esistenza. È la verità vivente di ciò che
siamo chiamati a essere.
Ma che cosa significa,
concretamente, realizzare il Modello-Cristo in un’epoca dominata dal
Modello-Mammona? Significa vivere una vita radicalmente alternativa. Una vita
in cui il primo comandamento non è massimizzare il profitto, ma amare Dio e il
prossimo. In cui la misura ultima non è l’efficienza, ma la misericordia. In
cui il criterio supremo non è l’accumulo, ma il dono. In cui la legge
fondamentale non è la competizione, ma la comunione. Nella verità. Per la
verità. Cristo non ha accumulato ricchezze. «Non aveva nemmeno dove posare il
capo». Cristo non ha cercato il potere. «Il mio regno non è di questo mondo».
Non ha fatto guerre. Non ha calunniato alcuno. Non ha detto false
testimonianze. Non ha pronunciato parole vane. Ha abbracciato la croce con
purissimo amore, facendo di essa sacrificio per la redenzione del mondo. Ha
dato la vita: non l’ha tolta, non l’ha sfruttata, non l’ha mercificata.
Ecco il Modello. Ecco il
Paradigma. Ecco la forma alternativa di esistenza che avrebbe dovuto –e
dovrebbe ancora – plasmare la civiltà cristiana. E invece? Per secoli abbiamo
tentato di servire due padroni. Di conciliare Cristo e Mammona. Di ibridare il Vangelo
con la speculazione. Di cercare una sintesi impossibile tra la logica del dono
e quella dell’accumulo indiscriminato. Tra il Discorso della Montagna e il
desiderio di opulenza. Il risultato – tragico, inevitabile – è quello che Oxfam
documenta: abbiamo costruito una civiltà cristiana solo di nome. Nei fatti,
abbiamo eretto il più gigantesco tempio mai dedicato a Mammona.
Come si è giunti a questo
punto? Come è stato possibile che una civiltà nata dal Vangelo – dalla Buona
Novella del Dio che si fa povero, che nasce in una stalla, che muore su una
croce – abbia prodotto tremila miliardari mentre metà del mondo vive in povertà?
La risposta sta in una separazione fatale. Abbiamo scisso la morale dalla
Parola. Dalla vita stessa di Cristo, dal Logos eterno, incarnato. L’abbiamo
sostituita con principi astratti. L'abbiamo fondata non più sulla Rivelazione,
ma sulla sola ragione. Non più sul Vangelo, ma sulla razionalità. Non più sulla
Parola eterna, ma sul consenso mutevole.
Ecco allora la teoria dei
«principi non negoziabili». Ma quali sono questi principi? Quelli che, di volta
in volta, la ragione dell’Uomo considera indispensabili. Quelli che la
coscienza contemporanea può ancora tollerare. Il problema è che, man mano che
la ragione si indurisce –nella misura in cui la verità viene soffocata
nell’ingiustizia – ciò che ieri non era negoziabile, oggi diventa negoziabile.
Domani si potrà abrogare, cancellare, abolire. Questo avviene quando la morale
si fonda sulla razionalità dell'Uomo e non sulla verità di Cristo. Quanto lo
Spirito Santo condanna, la coscienza indurita non solo non lo condanna più:
addirittura lo giustifica. Lo eleva a diritto. Lo trasforma in legge.
L’immorale diventa morale.
Così, gradualmente,
abbiamo assistito alla dissoluzione del Modello-Cristo. Si tratta di uno
slittamento progressivo e invisibile. Ancora in atto. Prima si è detto: la
ricchezza non è male in sé. È neutrale. Dipende dall’uso che se ne fa. Poi:
accumulare è lecito, purché si rispettino alcune regole minime. Poi ancora:
competere è naturale. È inscritto nella natura umana. E ancora: il mercato è
efficiente. Redistribuisce meglio dello Stato. Continuando: i ricchi creano
ricchezza per tutti. La ricchezza “sgocciola”" verso il basso. E infine –
conclusione inevitabile di questa china scivolosa – i miliardari sono
benefattori dell'Umanità. Sono innovatori. Sono visionari. Sono coloro che
muovono il progresso.
Ed ecco che il
Modello-Cristo – quello del Dio che si fa povero – è stato completamente
rovesciato. Non più «beati i poveri in spirito». Ma: beati i ricchi, perché di
essi è il regno della terra. Non più «non potete servire Dio e Mammona». Ma:
servite Mammona e Dio vi benedirà. Questa non è teologia. È ideologia. Non è
fede. È idolatria. Non è cristianesimo. È il suo tradimento più radicale.
Frutto dell’opera tenace e sofisticata di raffinatissimi “ladri e briganti di
verità”.
Perché – ed è questo il
punto che l'Armonauta sa e testimonia – la ricchezza (o, meglio ancora, la
vita) che non si fa dono, uccide chi la possiede prima ancora di chi ne è
escluso. Diventa prigione dorata. Diventa isolamento ontologico. Diventa
incapacità di riconoscere l'altro come parte costitutiva del proprio essere.
Diventa tirannia. I super-ricchi – paradossalmente – sono i più poveri di
tutti. Poveri di relazione. Poveri di senso. Poveri di eternità. Abitano
castelli di sabbia costruiti sulla sabbia mobile delle quotazioni di borsa.
Accumulano tesori che la tignola consuma e la ruggine corrode. Si illudono di
comprare l'immortalità con la crionica e la longevità con la bioingegneria. Ma
non sanno – o non vogliono sapere – che «la vita di un uomo non dipende da ciò
che possiede, anche se ricco». Che «chi accumula tesori per sé e non è ricco
davanti a Dio» è stolto. Che «nessuno può servire due padroni».
Sarebbe giusto
domandarsi, allora: come ridistribuiamo la ricchezza? Di più: che cos’è la
ricchezza? A cosa serve? Qual è il suo senso ultimo? E – soprattutto – chi è
l’Uomo che può possederla senza esserne posseduto? Qual è il senso più profondo
e autentico della vita? La tradizione sapienziale – da Aristotele a Tommaso
d'Aquino, da Seneca ad Agostino – ci ha insegnato che i beni esteriori non
costituiscono la beatitudine. Che la vera economia è scienza morale, altrimenti
è crematistica. Che la ricchezza ha valore solo in funzione d’altro. Che la
vera prosperità non è nell’avere ma nell’essere. Ne ha parlato con grande
lucidità Cristina Uguccioni su Avvenire lo scorso 20 gennaio, in un bellissimo
articolo dal titolo: La lezione di Sant’Agostino: la ricchezza va condivisa. Ma
questa sapienza – antica e perenne – è stata progressivamente dimenticata.
Sostituita da un utilitarismo amorale che misura il valore in termini di
utilità individuale. Da un materialismo pratico che riduce l’esistenza alla
massimizzazione del piacere. Da un darwinismo sociale che giustifica la
sopravvivenza del più ricco come legge naturale.
L’Uomo che pretende di
realizzare non il Modello-Cristo, ma il Modello-Mammona, non diventa più Umano.
Diventa meno Umano. Si riduce. Si impoverisce. Si svuota. Perde ciò che lo
rende veramente tale. Perde la capacità di accogliere il dono. Di dire grazie.
Di inginocchiarsi davanti al mistero. Ecco perché la vera alternativa alla
tirannia della ricchezza non è una diversa redistribuzione economica. O meglio:
non è solo questo. È un cambiamento di paradigma. È una conversione dello
sguardo. E non solo. È conversione integrale. È passaggio dal Modello-Mammona
al Modello-Cristo. Dall’economia dell’avere all’economia dell’essere. Dalla
logica dell’accumulo alla logica del dono. Dalla tenebra alla luce. Dalla morte
alla vita. Dall’inganno alla verità.
È questo – e solo questo
– il cammino dell’innovazione armonica. Che non nega il progresso, ma lo
orienta secondo il Modello-Cristo. Che non rifiuta la tecnologia, ma la
subordina all’Umano vero. Che non disprezza la ricchezza, ma la riconosce come
mezzo e non come fine. Che non condanna i ricchi, ma li invita alla
conversione. Alla santificazione della loro ricchezza. A viverla da poveri.
Come Cristo visse da povero pur essendo ricco. A farla diventare strumento di
redenzione e non di oppressione. Perché l’ultima parola non appartiene ai
potenti. Non appartiene ai ricchi. Non appartiene a coloro che accumulano
tesori sulla terra. L’ultima parola appartiene a Colui che disse: «Beati i
poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». A Colui che – pur
essendo ricco – si fece povero per arricchire noi della sua povertà. A Colui
che non venne per essere servito, ma per servire e dare la vita.
E quella Parola –
pronunciata duemila anni fa su un monte in Galilea – continua a risuonare.
Continua a giudicare. Continua a convertire. Continua a salvare. Continua ad
amare. Continua a indicare il Modello. Anche oggi. Anche ora. Anche qui, nel
cuore stesso dell’impero della ricchezza e del potere.
www.avvenire.it
Immagine