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mercoledì 16 luglio 2025

PERSONA NON IDEOLOGIE


 S
alute e istruzione si sviluppano

 guardando alla persona

 non alle ideologie


Il rappresentante della Santa Sede all'Onu di New York è intervenuto in due momenti al Forum politico di alto livello sullo sviluppo sostenibile: necessarie "politiche integrate" per promuovere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne

Vatican News



Raggiungere la salute e il benessere per tutti, promuovere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne: sono due obiettivi fondamentali dell’Agenda 2030 che, secondo la Santa Sede, richiedono un approccio centrato sulla persona e sulle relazioni, non su mere agende ideologiche. Lo ha ribadito l’arcivescovo Gabriele Caccia, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, intervenendo il 14 e il 15 luglio a due sessioni dell’High-Level Political Forum, dedicate rispettivamente agli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) 3 e 5.

Il diritto alla salute

Parlando del diritto alla salute, l’arcivescovo ha ricordato che «la salute non è semplicemente l’assenza di malattia, bensì uno stato olistico di benessere fisico, psicologico, sociale, spirituale ed emotivo». Essa, ha sottolineato, «è parte vitale dello sviluppo umano integrale». Eppure, monsignor Caccia ha constatato che «i progressi verso il raggiungimento dell’SDG 3 rimangono disomogenei». Le disparità restano profonde: «Milioni di persone non hanno ancora accesso all’assistenza sanitaria di base», i tassi di mortalità materna sono stagnanti e tante sofferenze legate alla salute mentale «restano invisibili». Per affrontare questi ostacoli, servono «politiche integrate» che riconoscano l’interdipendenza tra la salute e altri obiettivi, come la lotta alla povertà, la nutrizione, l’istruzione, l’acqua e i servizi igienico-sanitari, il finanziamento allo sviluppo. Soprattutto, ha rimarcato Caccia, la salute deve essere garantita «ai membri più vulnerabili della famiglia umana: i nascituri, i bambini, gli anziani, le persone con disabilità, i migranti e coloro che vivono in aree di conflitto».

La famiglia come luogo originario di relazioni

E proprio di dignità umana, uguale e «inalienabile», monsignor Caccia ha parlato nel suo secondo intervento, citando la dichiarazione Dignitas infinita del Dicastero per la Dottrina della Fede. La piena uguaglianza, ha detto, richiede più del semplice riconoscimento formale: servono «condizioni che permettano lo sviluppo integrale delle donne», come l’accesso all’istruzione di qualità, all’assistenza sanitaria, a un lavoro dignitoso e alla vita pubblica. Ha poi messo in guardia contro una visione individualista e utilitaristica del ruolo femminile: «Le donne non vanno ridotte a strumenti di agende economiche o politiche». Occorre invece valorizzare «la complementarità tra uomo e donna» e riconoscere la famiglia come luogo originario di relazioni. Per questo, ha concluso, le politiche di genere devono «sostenere e proteggere le famiglie, la maternità e la genitorialità», insieme alla promozione dell’uguaglianza.

Vatican News

 

domenica 28 aprile 2024

LE RAGIONI DEL MERITO

 

QUALE MERITO?


Operando una profonda destrutturazione dei paradigmi che solitamente accompagnano l'opzione meritocratica, il saggio assume in chiave critica la lettura prevalentemente negativa del merito. Risolto come presupposto di vantaggio o potere individuale, se non di legittimazione delle disuguaglianze. In un orizzonte eticamente compromesso connotato di arroganza, discriminazione, selezione.

E dove i rapporti sociali, per lo più determinati in partenza, si esauriscono inesorabilmente in un gioco a somma zero. Con vincitori e perdenti.

Tali approcci, a parere dell'autore, sono ampiamente riconducibili, per la ricerca sociologica e non solo, alle conseguenze nefaste della società contemporanea. Dove a prevalere sono ideologie e culture che premiano individualismo e competizione, disuguaglianza ed esclusione. E a dettare legge restano soltanto i risultati, e con essi la ricchezza e il potere.

In tale contesto il merito è - non può non essere - valore assoluto. Indiscutibile. Da accogliere o rifiutare. Senza via di mezzo.

L'obiettivo della ricerca, al contrario, è quello di problematizzare il tema del merito, relativizzarne il valore e il significato. Porlo all'interno di una molteplicità di fattori che concorrono a diventare leva di emancipazione e di responsabilità individuale e collettiva. Fattori di cambiamento e di sviluppo.

Il tentativo è quello di sciogliere il dilemma che da qualche tempo coinvolge il mondo politico, economico e sociale. E che può tradursi nell'interrogativo: il merito è l'esito sufficientemente scontato di una società ingiusta, oppure è il prodotto e il riconoscimento di un'azione pur incerta e faticosa di emancipazione e di riscatto di individui e gruppi per costruire una società un po' più giusta e solidale?

L'intento è quello di riconoscere e apprezzare il valore di ogni scelta compiuta nell'ottica del contributo offerto al raggiungimento del bene comune.

La ricerca tematizza in particolare, i concetti di uguaglianza e di libertà attraverso un'ottica pluralista. Che privilegia approcci e dimensioni del merito secondo le categorie del riconoscimento, dell'identità e della dignità, dei bisogni e dei diritti.

Inoltre, ben oltre i confini dell'uguaglianza, il lavoro si pone il problema della distribuzione delle opportunità nei termini più comprensivi dell'equità. Ciò senza trascurare il rapporto con la giustizia, l'inclusione sociale e la differenza.

Aderendo alla proposta di ridefinizione del merito nei termini meno equivoci di meritevolezza e/o meritorietà, l'autore sviluppa un'ipotesi di intervento che chiama in causa il ruolo attivo di ogni soggetto nel realizzare se stesso e i propri valori, e l'attuazione di politiche atte a creare le condizioni migliori di uguaglianza democratica centrata sulla garanzia di agire i diritti di cittadinanza. All'interno di una società giusta, luogo di cooperazione tra persone libere e uguali, aventi pari dignità.

A cominciare dall'istruzione. Dove, partendo dal superamento del dilemma selezione-socializzazione, l'autore giudica insufficiente la soluzione dell'uguaglianza delle opportunità a favore dell'uguaglianza delle capacità. In grado di convertire opportunità e risorse in effettive libertà di scelta.

Il ruolo della scuola risiede piuttosto nello scoprire e sviluppare i talenti. Non nell'esaltazione dei soli risultati ma nella considerazione del percorso e dell'impegno nell’affrontare le difficoltà. E dove comunque, prima di riconoscerlo e premiarlo, il merito va alimentato per farlo fiorire.

L'obiettivo, allora, non è solo garantire 'i capaci e meritevoli', ma garantire le condizioni per diventare 'capaci e meritevoli'. Per sviluppare le proprie capacità. Al di là di standard predefiniti.

Riscoprire il senso e il valore della formazione scolastica, come strumento di uguaglianza sociale, e come volàno di una democrazia intesa come sforzo continuo di vivere secondo saggezza, solidarietà e ricerca del bene individuale e collettivo.

 

Le ragioni del merito: appunti per un dibattito

di Enzo Bertellini | aprile 2024

ISBN-13        979-8882700934

sabato 3 febbraio 2024

SUPERIORE o INFERIORE ?


UGUAGLIANZA

 

PARITETICITA''




 - di Anna De Simone*

Fin da bambini, dovrebbero insegnarci i principi di reciprocità e uguaglianza, tuttavia, in modo del tutto involontario, alcuni genitori finiscono per trasmetterci modelli in cui ci sentiamo o inferiori agli altri, o superiori. Difficilmente sperimentiamo sentimenti di uguaglianza e pariteticità! Una bella gatta da pelare! Come sempre, la strada vincente è quella di mezzo. È naturale essere orgogliosi dei propri talenti, credere in se stessi è cosa buona e giusta, così come è sano nutrire fiducia in sé. Tutto questo è il riflesso di una buona autostima. Chi si reputa superiore agli altri, tuttavia, ritiene di avere diritti unici, di essere intoccabile e per questo non esiterà a trattarti come un suo subordinato.

 Chi si ritiene superiore spesso assume un atteggiamento egocentrico o arrogante. Potrebbe non essere consapevole dei suoi sentimenti di superiorità:  è naturale sentirsi superiore quando si è convinti di esserlo!

 Sappi che secondo il celebre autore Alfred Adler (allievo di Freud e precursore della psicologia individuale), chi si reputa superiore sta solo cercando di compensare eclatanti sentimenti di inferiorità, sapientemente occultati anche alla propria coscienza. In pratica, chi si sente superiore a te non fa altro che servirsi, in modo ricorsivo e disfunzionale, di un meccanismo di difesa noto come proiezione. In pratica, questa persona nega con se stesso di avere limiti o difetti, proiettandoli sugli altri.

 Le maschere che indossa

In pratica, chi ti reputa inferiore, sta proiettando in te tutto ciò che di “inferiore” c’è in lui. Ma come capire se qualcuno che conosci inciampa in questo meccanismo? In effetti, non sempre è facile riconoscere una persona che si sente superiore. Chi si sente superiore a te, infatti, potrebbe sfoggiare diverse maschere:

 -la maschera della vittima

-della finta umiltà

-dell’efficienza

-del super indaffarato

-del perbenismo

Se ci fai caso, alcune persone sembrano essere super-indaffarate ma, osservando più da vicino la loro vita, questa poi non risulta così ricca. Mancano affetti, manca profondità… sembra piuttosto essere piena solo di sogni e progetti campati in aria. Eppure, se provi a confrontarti con queste persone, riuscirebbero a demolire la tua autostima in pochi istanti! Ecco il primo indizio: chi si sente superiore fa di tutto per minare la tua autostima.

 I pensieri tipici che accompagnano ogni azione

Chi si ritiene migliore di te, appare intollerante, come se tutti e tutto, per lui, costituisse nient’altro che una seccatura. All’apparenza, sembra quasi che queste persone non sentano il bisogno di nulla, ma di fatto, sono molto carenti.

 Nelle conversazioni, devono sempre dire la loro, contraddicono il tuo punto di vista e, quando non hanno argomentazioni, scendono sul personale e offendono. Chi si sente migliore di te, cercherà di dominarti, controllarti ed esercitare il suo potere sulla tua persona. Qualunque cosa tu faccia o dica, si porrà verso di te con un’aria che manda messaggi inequivocabili:

 -«io ne so più di te» Allora mi sento in diritto di zittirti.

-«il mio punto di vista è più valido del tuo» Allora farò di tutto per far valere la mia, anche prevaricarti.

-«le mie opinioni pesano più delle tue» Allora farò in modo di avere l’ultima parola a ogni costo.

-«il mio tempo è più prezioso del tuo» Allora sarò impaziente e non rispetterò i tuoi tempi.

-«i miei bisogni devono essere soddisfatti prima dei tuoi» Allora ti userò per soddisfare i miei bisogni, calpestando i tuoi.

-«io sono più importante» Allora ti tratterò da mio subordinato.

-«tu non hai valore» Allora sarai il mio promemoria, mi farai sentire migliore.

Chi si sente superiore

Il dramma di chi si sente superiore è che… c’è una cosa che si chiama realtà e, la realtà, presenta sempre il suo conto da pagare. Per quanto lei/lui si senta superiore, la realtà non fa sconti a nessuno. Mentre chi ha una sana autostima riuscirà a fronteggiare le inevitabili batoste della vita, chi si sente superiore, non riuscirà a digerire alcuna difficoltà. Ecco perché chi si sente superiore è una persona frustrata o del tutto sconnessa dalla realtà.

 Vive in un mondo tutto suo

Chi si sente superiore a te, cercherà di minare la tua autostima, ma se tu sei più forte e consapevole del tuo valore, gli darai in qualche modo filo da torcere. Se hai una promozione, oppure conduci una vita che lui/lei non può permettersi, questo avrà sull’altro due effetti:

 L’altro screditerà tutto ciò che ti riguarda ma se non ci riesce…

L’altro inizierà a vivere in un mondo illusorio dove ciò che ha e che fa, è più importante di ciò che hai e fai tu, a prescindere dall’oggettività della realtà!

Parliamo del cosiddetto «maladaptive daydreaming», meccanismo per il quale la persona tende a defilarsi dalla società così da immergersi in sogni ad occhi aperti dove lei è importante, anzi, dove lei può essere la più importante di tutti. Dove lei ha uno scopo superiore. Rifugiarsi in un mondo di superiorità illusoria e l’unico modo che ha per sopravvivere, quando adattarsi a una realtà crudele è impossibile.

 Chi si sente superiore, si comporta così

Chi si sente migliore di te, metterà in atto tutta una serie di comportamenti, tra questi vediamo:

 -Mette in dubbio tutto ciò che dici e che fai

-Ti critica costantemente

È indulgente con se stesso, perdonandosi ogni errore. Al contrario, sarà severo con te.
Non te ne farà passare una! Anzi, non perderà occasione per sottolineare ogni minima sbavatura, anche quando non commetti alcun errore!

Attua meccanismi di rimozione, ciò significa che nega qualsiasi errore commesso. Se sottolinei un suo difetto o un suo errore, anche un episodio del passato, nega l’evidenza o la trasforma in qualcosa di diverso.

Incolpare gli altri o il destino per i propri insuccessi.

Minimizzare i propri errori, difetti e mancanze.

Ingigantire i propri successi e qualità.

Non tollerare le critiche.

Si autoconvince di avere qualità che invece non possiede.

Ti fa complimenti e ti valorizza ma solo se tu fai ciò che lui/lei vuole.

Inventa, condisce o enfatizzare eventi “grandiosi” della sua vita.

Non perde occasione per sottolineare, in modo implicito, quanto lui sia migliore di te.

Può provare pena per te perché ti considera un poveraccio. Tranquillo, non ha la minima reale cognizione di come sia la sua vita, né la tua!

Ha difficoltà nel costruire relazioni con gli altri, in genere lega con chi si fa sottomettere.

Può nutrire sentimenti di paranoia, per questo può apparire discreto e introverso. In realtà, pensa intimamente che tu e tutti gli altri sono invidiosi di lui!

Non ti ascolta empaticamente, non è in grado di farlo perché ti giudica segretamente e ti critica.

Per queste persone, la tua disfatta è la loro vittoria ecco perché spesso possono farti sentire davvero male.

 Non lasciarti manipolare: tu vali!

Non ti conosco ma conosco le persone che si sentono superiori, so dove possono arrivare, so bene cosa sono capaci di fare, come possono farti sentire. Se hai delle vulnerabilità, chi si sente superiore, può minare la tua autostima, può condizionare negativamente la tua vita.

 Il segreto per non farti sopraffare non consiste nell’avere la risposta pronta alle sue sterili e vuote frecciatine ma nel dare più autorevolezza a te stesso. Non avrebbe senso rispondere per le rime, ha molto più senso lavorare sulla propria affermazione personale.

 Forse tu ti conosci abbastanza bene da sapere cosa ti piace e di cosa hai bisogno, tuttavia, però, non riesci a legittimare a sufficienza questo tuo sapere. In un certo senso, ti manca quel pizzico di affermazione che potrebbe farti fare il vero salto di qualità.

 Magari riesci a fare ragionamenti raffinati, ad avere una buona visione d’insieme ma, al momento dell’azione, ti lasci sopraffare dalla falsa ma prepotente autorevolezza si chi si sente superiore a te. Purtroppo non puoi modificare il comportamento degli altri ma puoi disinnescare il loro potere agendo su di te. Nella vita siamo chiamati a sentirci autori del nostro destino, dei nostri pensieri e quindi della nostra affermazione personale perché, a volte, sotto questo aspetto, siamo un po’ deboli. Come premesso, pochissimi di noi sono stati educati all’uguaglianza. Molto più comunemente, fin da bambini, i nostri genitori ci hanno fatto sentire troppo spesso inferiori, come se non meritassimo!

 Se hai sofferto molto durante l’infanzia, quella sensazione spiacevole, potrebbe essere entrata a far parte di te. Ed ecco che anche da adulto, ti comporti come se non meritassi. Ecco perché ti manca quel pizzico di autentica autorevolezza. Questa mancanza ci espone a manipolazione, ci fa subire l’invidia degli altri e ci fa essere poco protagonisti della nostra vita.

 Non offrirti in pasto a chi si sente superiore di te. Le cose a cui tieni (le tue idee, le tue ambizioni, i progetti, i bisogni…) devono avere la priorità che meritano. Sai, ho scritto un libro di psicologia che spiega come puoi fare ad affermare te stesso, a conquistare quel pizzico di autorevolezza che manca. S’intitola «Riscrivi le Pagine della Tua Vita» e troverai strumenti pratici che ti consentiranno di vivere la vita che meriti, da vero protagonista! Lo trovi in tutte le librerie o su Amazon, a questa pagina.

 *Autore: Anna De Simone, psicologo esperto in neuropsicobiologia. Autore del libro bestseller «Riscrivi le pagine della tua vita», Rizzoli

giovedì 2 dicembre 2021

BUON NATALE o BUONE FESTE?

Un documento europeo 

che esprime una filosofia

Dopo le aspre polemiche, che la loro pubblicazione ha suscitato, le linee-guida della Commissione Europea per una «comunicazione inclusiva» sono state ritirate, con un comunicato della commissaria UE all’Uguaglianza, Helena Dalli, responsabile del progetto. Motivo delle proteste era stata soprattutto l’indicazione, contenuta nel documento, di evitare il termine “Natale”, per non ferire la sensibilità religiosa dei non cristiani, sostituendolo con quello, più neutro di “festività”. Ma il problema è molto più radicale e non riguarda solo la sfera religiosa.

In realtà le «linee-guida» – al di là del loro precipitoso ritiro – contengono una ben precisa filosofia, la stessa che oggi sta alla base di correnti d’opinione ampiamente diffuse, come – per fare un esempio che nel nostro Paese è stato reso attuale dal dibattito sul ddl Zan – quelle relative alle teorie del gender (ma non solo quelle). Che il documento fosse riservato, come hanno precisato fonti della Ue, che sia stato ufficialmente ritirato, non intacca in alcun modo il suo valore di testimonianza sulle idee che circolano oggi, non solo a Bruxelles, ma in tutta l’Europa.

La sua stessa esistenza – a prescindere dal suo valore giuridico – è un’occasione significativa per rendersi conto di quali siano queste idee e discuterle francamente, invece di doverle subire attraverso una propaganda sottile e pervasiva.

Che cosa significa un “linguaggio inclusivo”

Che non si tratti di un puro regolamento tecnico lo dice già la premessa da cui le linee-guida partono: «Le parole e le immagini che usiamo nella nostra comunicazione quotidiana trasmettono un messaggio su chi siamo e chi non siamo». Affermazione pienamente condivisibile, a cui va aggiunta un’altra notazione, cara ai sostenitori delle gender theories e del femminismo estremo, secondo cui il linguaggio non si limita a riflettere la nostra realtà umana, ma in qualche modo contribuisce a plasmarla.

Proprio da qui nasce l’esigenza di curarlo, per preparare un mondo diverso. È questo lo sfondo del documento della UE, che si propone – come molti dei movimenti che si ispirano alla sua stessa filosofia – il lodevole obiettivo di educare a uno stile di rispetto reciproco, spingendo ad usare un «linguaggio inclusivo», che non implichi discriminazioni e aiuti a superare le logiche della violenza in nome dell’uguale dignità delle persone (non a caso il documento porta il titolo di “Union of Equality”).

Una esigenza che, con tutto il rispetto per i non credenti, è perfettamente in linea con lo spirito del Natale. A suscitare forti perplessità sul progetto è stato il concetto di uguaglianza adottato dalle linee-guida: «Ogni persona in Ue», vi si dice, «ha il diritto di essere trattato in maniera eguale» senza riferimenti di «genere, etnia, razza, religione, disabilità e orientamento sessuale». Dove, fin dalle intenzioni, si chiarisce che l’uguaglianza tra le persone le include, sì, ma non grazie, bensì a prescindere dalle loro differenze.

Su questa linea, infatti, erano gli esempi portati nel testo per indicare in che termini dovrebbe essere modificato il nostro linguaggio per essere «inclusivo». In tema di genere – vi si spiegava – «è meglio non usare nomi o pronomi che siano legati al genere del soggetto». Perciò piuttosto che “he” o “she” (egli o ella), meglio usare un più indeterminato e asessuato “they” (loro). Nel salutare una platea il consiglio era di evitare la classica formula “ladies and gentlemen” (signore e signori) sostituendola con “dear colleagues” (cari colleghi). Rivolgendosi a una donna, al “signora” (Mrs) o “signorina” (Miss) va preferito il neologismo “Ms”.

Anche nel linguaggio riguardante la famiglia, il «linguaggio inclusivo», secondo il documento, esclude vocaboli come “marito” e “moglie”, da rimpiazzare con il neutro “partner”, o come “padre” o “madre”, da sostituire con “genitori”.
L’inclusione, per i vertici Ue, deve essere chiaramente anche religiosa. Così, quando si compila un comunicato, la Commissione sconsigliava al suo staff di usare negli esempi nomi legati alla Bibbia e in particolare al vangelo. Alla frase “Maria e John sono una coppia internazionale” andrebbe perciò sostituita “Malika e Giulio sono una coppia internazionale”.

In questo contesto il consiglio che ha suscitato le proteste. Invece di dire o scrivere “Natale è stressante”, usare l’espressione “le festività sono stressanti”. Non è contenuta nel documento, ma rientra in questa logica, l’applicazione fatta da molti alla tradizionale formula di auguri: “Buon Natale!”, che andrebbe sostituita con “Buone feste!”.

Una filosofia che annulla le differenze

Chi ha presenti gli opuscoli che, qualche anno fa, erano stato preparati dall’Istituto Beck su commissione dell’UNAR (ufficio governativo) avrebbero dovuto essere distribuiti (poi l’iniziativa fu bloccata all’ultimo momento) agli insegnanti di ogni ordine e grado per istruirli sul modo di combattere le discriminazioni sessuali nelle scuole, non ha di che stupirsi. La filosofia è la stessa. E quando dico “filosofia” non intendo nulla di astratto e di estraneo alla nostra vita, bensì il modo di vedere le persone e i rapporti tra di loro.

Il fondamento di questo modo di vedere è il principio che l’uguaglianza richiede l’annullamento delle differenze. Il lavoro fatto sul linguaggio mira a formare – e sui più giovani questo è più possibile che mai – individui che non si riconoscano appartenenti a nessuna categoria, ma solo a se stessi. È il trionfo del puro individualismo.

Ma è anche l’annegamento del singolo in una massa informe e indistinta, in cui viene privato di una sua collocazione nei confronti degli altri, perché non ha più con essi un terreno condiviso che li accomuni. In questo universo senza appartenenze e che fonda l’uguaglianza sulla omologazione, anche l’individuo perde alla fine la sua identità, che avrebbe bisogno delle relazioni. E le relazioni diventano impossibili, o meramente formali, in una società dove al posto delle differenze c’è l’incommensurabilità tra individui che sono solo se stessi e che non hanno in comune né l’essere uomini, né l’essere donne, né l’essere cristiani né l’essere islamici, né l’essere credenti né non credenti.

Purtroppo queste non sono solo teorie. È la tendenza della globalizzazione a imporre – attraverso le mode, oltre che attraverso, ancora una volta, il linguaggio – la logica dell’omologazione, che rende tutti uguali annullando le differenze culturali e lasciando in vita individui sradicati e incapaci di relazioni profonde. Per un mondo dove si realizza la vera uguaglianza non si può puntare sull’annullamento dell’appartenenza dei singoli alle loro rispettive comunità locali, ma all’apertura di ciascuna di esse alle altre e al mondo intero, per questo è stato coniato anche un termine: “glocalizzazione”. Salvo a dover fare i conti con una realtà che va in tutt’altra direzione.

Insomma, il rispetto «dell’uguale dignità delle persone», a cui miravano le linee-guida della UE, non si realizza, come credevano gli estensori del documento, a spese delle differenze, ma attraverso di esse. E non credo proprio che un non credente possa sentirsi prevaricato e offeso se un cristiano gli augura la cosa che è più bella e più grande ai propri occhi, la venuta di Dio nella sua vita (questo significa, in fondo, «buon Natale”). Meno che mai un islamico, il quale nell’unico capitolo (sura) del Corano dedicato a una donna – precisamente a Maria, la madre di Gesù – trova narrato l’evento dell’annunciazione e della nascita verginale.

Una bella occasione per l’Europa di essere “inclusiva”

Se la commissione UE vuole veramente un mondo più inclusivo, forse potrebbe smettere di opporsi alla richiesta dell’India e del Sud Africa di applicare una moratoria ai diritti di proprietà intellettuale, che consentirebbe a Paesi poveri di produrre il vaccino contro il covid.

«Una misura volta a sbloccare i monopoli che impediscono l’accesso alla conoscenza medica e il suo utilizzo per espandere e delocalizzare la capacità produttiva non solo per i vaccini, ma per tutti i rimedi che servono per contrastare il virus (…). Dal Natale del 2020, papa Francesco ribadisce la necessità non più prorogabile di ricorrere a questa misura di giustizia pandemica (…). Ma la Commissione Europea, insieme a Gran Bretagna, Svizzera e Canada, blocca da mesi il negoziato».

L’Ue in particolare ha proposto «un sistema che punta sì a rimuovere gli attuali ostacoli all’incremento della produzione di strumenti essenziali contro Covid-19, ma tramite incentivi alle industrie farmaceutiche affinché rilascino licenze volontarie per il trasferimento di tecnologie alle aziende nei Paesi del Sud del mondo, in cambio di abolizione delle restrizioni commerciali, abbattimento delle barriere doganali, facilitazioni fiscali. Così i monopoli sono salvi» (N. Dentico, Covid. Vaccini. La Terza via dell’Europa mette all’angolo i Paesi poveri, su «Avvenire» 27 novembre 2021). 

Questo potrebbe essere davvero un buon modo di rispettare l’uguaglianza tra gli esseri umani rispettando, anzi valorizzando le differenze. Ma forse, a questa triste Europa che rinnega il Natale, costa di meno destrutturare le identità delle persone.

 www.tuttavia.eu



 

 

lunedì 5 ottobre 2020

MORIN: NOI FRATELLI NELLA COMPLESSITA' DEL MONDO

 Proponiamo la prefazione del filosofo e sociologo francese Edgar Morin al nuovo libro di Mauro Ceruti Sulla stessa barca (Qiqajon, pagine 102, euro 10,00). Ceruti rilegge la Laudato si’ nell’orizzonte di un umanesimo planetario, volto a delineare una nuova rotta per l’umanità. La Laudato si’, infatti, è stata una bussola insperata e necessaria: dopo la libertà e l’uguaglianza, protagoniste dell’Ottocento e del Novecento, la fraternità può diventare protagonista del XXI secolo.

 di Edgar Morin

La lettera enciclica Laudato si’ di Francesco è un testo che è arrivato imprevisto, e in questo senso provvidenziale, a indicare all’umanità che è urgente cambiare via. Viviamo in un’era desertica del pensiero, che non riesce a concepire la complessità della condizione umana nell’età globale, e in particolare la complessità della crisi ecologica. È infatti un pensiero sbriciolato in tanti frammenti, che non riesce a vedere i rapporti fra le molte dimensioni della nostra crisi: economica, politica, sociale, culturale, morale, spirituale… Nel “deserto” attuale, dunque, l’enciclica risponde alla necessità di pensare questa complessità. Anch’io sono sempre stato mosso da questa stessa esigenza di uno sguardo complesso, globale, ovvero dal bisogno di trattare i rapporti fra i diversi aspetti della condizione umana. Perciò l’enciclica è stata per me una felice sorpresa. E perciò anche invito a leggere questo libro di Mauro Ceruti, fra i pochi pensatori del nostro tempo ad avere compreso e raccolto la sfida che ci è posta dalla complessità dei nostri esseri e del nostro mondo globalizzato. Egli ci aiuta a leggere l’enciclica di Francesco nell’orizzonte di un umanesimo planetario, volto a delineare una nuova rotta per l’avvenire dell’umanità.

Francesco definisce il progetto di una “ecologia integrale”, che non è affatto però quell’ecologia “profonda” che pretende di convertirci al culto della Terra, subordinando tutto il resto. Francesco mostra, piuttosto, che l’ecologia riguarda le nostre vite in profondità, la nostra civiltà, i modi delle nostre azioni, le nostre riflessioni. La Laudato si’ segna una presa di coscienza, è un incitamento a ripensare la nostra società e ad agire. E indica il cammino della costruzione della “casa comune” planetaria, che io chiamo Terra- Patria. Critica quello che definisce “l’antropocentrismo deviato”, che mette l’uomo al centro dell’universo, che considera l’uomo come solo soggetto dell’universo, e attraverso il quale l’uomo prende il posto di Dio. Scivolare in questa deriva antropocentrica significa infatti fare dell’uomo, secondo la formula di Cartesio, il padrone e il dominatore della natura. Io non sono credente, ma penso che questo ruolo divino che l’uomo talvolta si attribuisce sia assolutamente insensato. Il mondo della natura è diventato un mondo di oggetti. Il vero umanesimo consiste al contrario nel riconoscere in ogni essere vivente al contempo un essere simile e diverso da me. Francesco rigenera l’invocazione di san Francesco d’Assisi, riconoscendo la fratellanza degli esseri umani con ogni creatura. E questo sentimento di fratellanza converge, in certo senso, con ciò che la scienza è giunta a raccontarci.

Oggi sappiamo che possediamo cellule che si sono moltiplicate fin dall’origine della vita e di cui siamo composti, come ogni altro essere vivente. Se ripercorriamo la storia dell’universo, ci accorgiamo così che, pure in modo singolare, portiamo in noi tutto il cosmo. Esiste una solidarietà profonda nella natura, anche se beninteso siamo diversi, per via della coscienza, della cultura. Ma pur essendo diversi, siamo tutti figli del Sole, o fratelli del Sole, secondo l’espressione di san Francesco… E il vero problema non consiste nel ridurci allo stato di natura, ma di separarci dallo stato naturale. Nel contempo, la questione del rapporto degli esseri umani con la natura è a sua volta strettamente intrecciata con la questione della povertà. E, anche in questo caso, Francesco è profondo e lucido nel suo pensiero. Critica il “paradigma tecnocratico”, cioè quel modo di pensare oggi dominante che sottomette ogni discorso e ogni azione alla logica tecnoeconomica del profitto. La sua critica al paradigma tecnocratico e alle sue conseguenze per gli stili di vita e per le diseguaglianze sociali ha senz’altro potuto trovare linfa vitale nella sua cultura latino-americana. In America Latina, troviamo una vitalità, una capacità d’iniziativa che noi non abbiamo. Ritrovo nell’enciclica un senso della povertà che è così forte in questo continente. In Europa, abbiamo completamente dimenticato i poveri, li abbiamo emarginati.

Ma, nell’enciclica, la preoccupazione per la povertà è viva. C’era bisogno che un Papa venisse da lì, con questa esperienza umana. È un Papa imbevuto di questa cultura andina che oppone al “benessere” europeo esclusivamente materialistico lo star bene (il buen vivir), che rappresenta una pienezza personale e comunitaria autentica. Un’ultima cosa voglio sottolineare: tutti gli sforzi per sradicare le religioni sono completamente falliti. Le religioni sono delle realtà antropologiche. Il cristianesimo ha conosciuto una contraddizione fra alcuni suoi sviluppi storici e il suo messaggio iniziale, evangelico, che è amore degli umili. Ma, quando la chiesa ha perso il suo monopolio politico, una sua parte ha ritrovato la sua fonte evangelica. La Laudato si’ è un ritorno integrale alle origini evangeliche. E la fede può dare coraggio. In un’era virulenta come la nostra, per salvare il nostro pianeta davvero minacciato, il contributo delle religioni non è superfluo. Questa enciclica ne è una manifestazione eclatante. Il messaggio di Francesco invita a un cambiamento, a una nuova civiltà, e lo trovo molto toccante.

 

www.avvenire.it

 

 

giovedì 14 maggio 2020

IL RE TRENTATRE'



-             di Claudio Imprudente

C’era una volta un re che si chiamava Trentatrè.

Un giorno Trentatrè pensò che un re deve essere giusto con tutti.
Chiamò Sberleffo, il buffone di corte: “Io voglio essere un re giusto – disse Trentatrè al suo buffone – così sarò diverso dagli altri e sarò un bravo re”.
“Ottima idea maestà” – rispose Sberleffo con uno sberleffo. Contento dell’approvazione il re lo congedò.
“Nel mio regno – pensò il re – tutti devono essere uguali e trattati allo stesso modo”. In quel momento Trentatrè decise di cominciare a creare l’uguaglianza nel suo palazzo reale.
Prese il canarino dalla gabbia d’argento e gli diede il volo fuori dalla finestra: il canarino ringraziò e sparì felice nel cielo. Soddisfatto della decisione presa, Trentatrè afferrò il pesce rosso nella vasca di cristallo e fece altrettanto, ma il povero pesce cadde nel vuoto e morì.
Il re si meravigliò molto e pensò: “Peggio per lui, forse non amava la giustizia”.
Chiamò il buffone per discutere il fatto. Sberleffo ascoltò il racconto con molto rispetto, poi gli consigliò di cambiare tattica.
Trentatrè, allora, prese le trote dalla fontana del suo giardino e le gettò nel fiume: le trote guizzarono felici.
Poi prese il merlo dalla gabbia d’oro e lo tuffò nel fiume, ma questa volta fu il merlo a rimanere stecchito.
“Stupido merlo – pensò Trentatrè – non amava l’uguaglianza”. E chiamò di nuovo il buffone Sberleffo per chiedergli consiglio.
“Ma insomma! – gridò stizzito il re – come farò a trattare tutti allo stesso modo?”.
“Maestà – disse Sberleffo – per trattare tutti allo stesso modo bisogna, prima di tutto, riconoscere che ciascuno è diverso dagli altri. La giustizia non è dare a tutti la stessa cosa, ma dare a ciascuno il suo”.





venerdì 24 aprile 2020

SPUNTI DI EDUCAZIONE CIVICA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

- Il 25 aprile nel ricordo del prof. Luciano Corradini, uno dei maggiori pedagogisti italiani esperti di educazione alla cittadinanza.


di Luciano Corradini*

Data la mia età, assediata dalla strategia  utilizzata dal Covid-19 nel decimare la nostra “riverita specie”, mi permetto di ricorrere a qualche cenno biografico per condividere con i giovani un breve ricordo del 25 aprile, festa della Liberazione.

C’ero anch’io
Avevo 9 anni, il  25 aprile del 1945, quando fui svegliato da un rombo di un corteo di carri armati, che passavano a cinquecento metri dalla casa in cui ero sfollato con la famiglia, sull’argine del Po, nella bassa reggiana. Ci riempiva di curiosità e di emozione il vociare concitato dei contadini che dicevano che era vero, che la guerra era finita davvero, e non come il 25 luglio del 1943, quando “era andato giù il Duce”, o l’8 settembre, quando Badoglio aveva annunciato l’armistizio con gli americani, ma poi se n’era scappato a Brindisi col Re, lasciando l’esercito italiano allo sbando, e dicendo che la guerra continuava. In aprile gli americani erano venuti sul serio a liberarci, perché tutti me lo dicevano, anche se io non avevo le idee molto chiare in proposito.
C’era un sole radioso, perfino accecante, con l’aria fine e trasparente che si trova assai di rado da quelle parti. Mio fratellino ed io correvamo a perdifiato fra i campi, inseguiti da un branco di oche spaventate per il frastuono della colonna. Impolverati e sorridenti, i soldati americani ci salutavano con entusiasmo dalle torrette dei loro carri, talora fermandosi per regalarci cioccolate e gomme da masticare, e chiedendo in cambio insalata e rapanelli.
Avevamo vissuto le vicende dei bombardamenti, dei rastrellamenti, della comparsa più o meno inquietante di gruppi di tedeschi, di fascisti repubblichini e di partigiani, che alcuni chiamavano ribelli, nei tre anni della Resistenza armata. Ho saputo per caso, leggendo Avvenire, che il primo annuncio della Liberazione fu dato alle ore 22 del 25 aprile 1945 da una radio allestita alla meglio, che trasmetteva in onde corte.
Riascoltiamo quel messaggio, che iniziava con l’Inno del Piave: “Attenzione, attenzione. Qui Radio Busto Arsizio. Stiamo per trasmettere un importante comunicato: ‘Per proclama del Comandante della piazza militare di Busto Arsizio si dichiara decaduto il regime fascista repubblicano e si esorta la popolazione alla calma e al rispetto delle leggi civili e militari dell’8 settembre 1943 rientrate in vigore. Cittadino italiano, tu che hai sofferto per la tua Patria ancora una volta calpestata dal barbaro nemico, l’ora della tua liberazione è giunta! Lavoratore, ancora per qualche giorno controlla ogni tentativo di distruzione delle tue macchine, delle tue officine, delle centrali elettriche. Salva la tua ricchezza di domani… Industriali, disponete perché il lavoro continui, perché le mense aziendali non abbiano a subire interruzioni. Donne, siate degne dell’ora che volge, italiani tutti, al vostro posto di battaglia!”. Il giorno 26 aprile la notizia fu ripresa da radio e da giornali e fece il giro del mondo.

L’inizio di una presa di coscienza storica negli anni’50
Mi sembra di aver cominciato solo al liceo a rendermi conto dei fatti e dei problemi relativi alla guerra, alla resistenza, alla pace, alla difficile ricostruzione. Questo è avvenuto un giorno, quando il preside del Classico di Reggio Emilia, che si chiamava Ermanno Dossetti, ci convocò in Palestra, per parlarci della Costituzione, proprio alla vigilia del 25 aprile.
Allora ho avuto l’intuizione, anche se un po’ vaga, che la Costituzione fosse una cosa molto importante, un avvenimento che cambiava per sempre la nostra vita, un tesoro, che doveva essere conosciuto e messo a frutto non solo da parte delle istituzioni e dei politici, ma da tutti i cittadini, nella vita di tutti i giorni, se non si voleva tornare agli anni terribili della guerra. Negli anni successivi, anche come insegnante, sono tornato più volte su questo testo: sono restato e resto sempre più ammirato per la sua verità e la sua bellezza, ma anche amareggiato e deluso per il modo con cui in complesso l’abbiamo ignorata e trattata.
E’ come se avessimo tenuto in cantina, in mezzo ai topi, un capolavoro di Leonardo. O come se avessimo ricevuto in eredità una Ferrari e l’avessimo fatta marciare solo in prima e in seconda.
E’ stato detto che le Costituzioni sono gli strumenti che gli uomini si danno nei tempi della saggezza, a valere per il momento della confusione. Il “capolavoro di saggezza” della Costituzione è stato scritto in 18 mesi, dal 2 giugno 1946 al 22 dicembre 1947. Il 2 giugno si tennero le prime votazioni a suffragio universale, comprese le donne, sia per rispondere al referendum in cui si decise la nascita della Repubblica Italiana, sia per eleggere l’Assemblea Costituente. Appare perciò storicamente corretto riconoscere la radice della Costituzione nella Resistenza e nella Liberazione, che hanno nel 25 aprile la loro genesi storica e simbolica. E chiedersi le ragioni della mancata o parziale attuazione dei suoi principi e delle sue norme fondamentali, per cercare di avanzare nella via della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà e per evitare di soccombere  di fronte alle crisi epocali che dipendono in gran parte dalla nostra “dimenticanza” dei principi costituzionali.
Nulla è perduto con la pace, aveva detto Pio XII in un radiomessaggio del 1939, aggiungendo che tutto può essere perduto con la guerra. E’ possibile però anche dimenticare che allora una difficile pace è stata conquistata a prezzo di una guerra disastrosa; e che si può anche perderla di nuovo, se si dimentica quella terribile lezione della storia. Faccio ora un salto  in avanti di quarant’anni dalla fine della guerra.

Il 25 aprile ricordato a Milano nel 1986, per leggere 14 lapidi
Una mattina del 1986, quando abitavo a Milano, decidemmo, con mia moglie e mio figlio, che saremmo andati alla manifestazione organizzata dall’ANPI per ricordare il 25 aprile. C’erano solo 3 macchine con gli striscioni sul cofano, davanti alla sede del Consiglio di Zona di Porta Venezia. Col nostro arrivo, le macchine divennero 4 e così noi rappresentammo il 25% della delegazione che si preparava a visitare le 14 lapidi del Quartiere, per portare corone d’alloro ai martiri della Resistenza. Quando uno del gruppo, lamentando le assenze degli “altri”, disse che avrebbero potuto sfoderare le loro bandiere rosse, feci garbatamente valere le nostre ragioni di cittadini della parrocchia di San Gregorio. Sicché questo bastò a restituire al Tricolore il suo carattere di simbolo dell’unità nazionale.
Si prese atto che il nostro 25% in quel piccolo corteo possedeva due primati: mio figlio era il più giovane del gruppo e io ero il più alto. Lui ascoltò le commosse parole dell’anziano presidente dell’ANPI, che fu lieto di poter consegnare a un giovane il suo ricordo e il suo messaggio; io manovrai con discreta perizia il bastone che serviva per installare le corone vicino alle lapidi, poste molto al di sopra delle nostre teste, e forse per questo ignorate dai passanti e dagli abitanti del quartiere. Mia moglie, che aveva caldeggiato la nostra partecipazione, prendeva appunti. Registrava i nomi di quei giovani che erano stati fucilati a Milano o uccisi nei campi di concentramento, talora pochi giorni prima o dopo la Liberazione; e annotava le frasi con cui amici e parenti avevano voluto ricordare il senso di quei sacrifici.
Si scendeva dalle macchine, si sostava un istante, si poneva in alto la corona, come se si cercasse di cogliere il gesto, il sorriso, la smorfia di dolore di chi aveva offerto la sua vita perché noi potessimo conservare e sviluppare la nostra vita di cittadini liberi e democratici.
Poi si risaliva in auto e si ricominciava la piccola processione di quella via crucis civile che ci ha fatto sentire popolo italiano, come la via Crucis del Venerdì santo ci fa sentire popolo di Dio.
Fra una stazione e l’altra leggevamo qualche frase di un giornaletto dell’ANPI o ricordavamo qualche pensiero dei Condannati a morte della Resistenza. Sentivamo il bisogno di ringraziare il Signore, che aveva dato tanta forza a quei giovani, e di ringraziarlo per la libertà conquistata dal loro sacrificio, di cui molti hanno perso la memoria.
Al termine della visita, abbiamo aderito all’ANPI, per restare informati della loro attività e per condividere quel grande patrimonio di fede nella libertà e nella pace, che ha caratterizzato questo lungo dopoguerra.

La pandemia del Covit-19 e gli appelli del Papa e del Segretario dell’ONU per un’alleanza globale per l’unità e per la pace
La strage pandemica di questo 2020 mette a dura prova la nostra speranza di indefinito benessere, per l’inedito scenario di morte, di paura, di solitudine, di crisi economica e d’incertezza che grava sul nostro futuro. D’altra parte questa lotta contro uno sciame invisibile di microbi patogeni che involontariamente ci trasmettiamo con la prossimità, inducendo le pubbliche autorità a imporre, in ordine sparso, lunghi e incerti lockdown per attuare un “distanziamento sociale”, e cioè per sottrarre “cibo” al virus, sta affamando anche parte di noi, ma anche risvegliando in altri le migliori energie che hanno consentito all’Italia di riemergere, attraverso la Resistenza e la Costituente, dal “crogiolo ardente” della guerra mondiale degli anni ’40. Papa Francesco e Antonio Gutierrez invocano con accorata energia l’unità europea, la cessazione delle guerre e la pace, in nome di un’umanità che riconosca il comune nemico non in un popolo, in uno stato o in un’ideologia, ma in uno dei tanti virus che abbiamo inconsapevolmente risvegliato, nella nostra pretesa di sfruttamento incontrollato della natura.
Per questo alla Pasqua cristiana possiamo associare la Pasqua civile che il nostro Paese celebra, anch’essa per la prima volta per via telematica, a 75 anni da quell’evento.

 *professore emerito di Pedagogia generale nell'Università di Roma Tre





sabato 16 febbraio 2019

UN ACCORDO PER LE AUTONOMIE. CUI PRODEST?

  - di Giuseppe Savagnone *

L’accordo per le autonomie
La notizia di questi giorni che il governo sta per approvare un accordo che trasferisce a tre regioni del Nord – Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna – una serie di funzioni (con relativi budget finanziari), finora riservate allo Stato, può essere letta a vari livelli.
Uno è quello del metodo, per la verità ben poco democratico – e per nulla “populista” – che si è seguito. Dopo aver gridato a gran voce contro gli “inciuci” della “casta”, consumati sulle teste degli italiani, i partiti al governo si trovano oggi a discutere a porte chiuse una scelta che non potrà non avere una portata storica per il nostro Paese e conseguenze rilevantissime per la vita concreta delle persone.
Se, infatti, le tre regioni italiane più ricche potranno gestire i servizi fondamentali, avranno anche il diritto di trattenere all’interno dei loro confini quel surplus che deriva dal loro gettito fiscale e che attualmente viene redistribuito dallo Stato in modo da venire incontro ai bisogni delle altre regioni, in particolare di quelle meridionali, i cui bilanci sono invece in deficit. Non è un’ipotesi, ma una certezza, la previsione di un serio contraccolpo sulle economie già precarie di queste regioni.
La fine di un modello unitario statale: l’istruzione
Ma, dicevo, non è un problema solo economico. Trasferendo alle regioni che ne stanno facendo richiesta l’autonomia in ambiti decisivi come, per fare un esempio, l’istruzione, lo Stato italiano rinuncerà ad avere un modello unitario di scuola.
Potrà diventare diverso studiare in Lombardia o in Veneto e in Calabria o in Sicilia, come lo è oggi tra studiare in Italia e in Germania (potrà essere diversa anche l’offerta formativa).
Ma lo sarà anche insegnare: si parla già di stipendi più alti per i professori che lavoreranno al Nord e quelli del Sud. E, naturalmente, toccherà alle rispettive regioni stabilire le regole per l’assunzione, ivi inclusa la provenienza regionale dei candidati.
Del resto le motivazioni non mancheranno: fa parte dell’armamentario culturale della Lega il luogo comune che i “terroni” sono degli scansafatiche e dei parassiti.
Proprio a proposito di scuola, il ministro leghista dell’Istruzione Marco Bussetti, alla domanda di un cronista su come le scuole meridionali possano recuperare il gap con quelle del Nord, ha risposto che «ci vuole l’impegno del Sud, vi dovete impegnare forte».
E, all’insistenza del cronista che gli chiedeva se fosse previsto un piano di aiuti economici, si è visibilmente irrigidito: «Più fondi? No, più impegno: lavoro, sacrificio, impegno, lavoro e sacrificio».
Insomma, come titolava, «Libero» (vicino alla Lega), anche per i meridionali, dopo che per i migranti, «la pacchia è finita».
Il rischio della discrezionalità e delle discriminazioni
Ma a tutti i livelli, non solo a quello scolastico, bisogna spettarsi una ricaduta analoga del nuovo regime dell’autonomia. Ormai è prevedibile che nei bandi di concorso, nelle ammissioni a tutti i servizi, compresi quelli sanitari, possano scattare meccanismi di discriminazione che vanificherebbero la comune cittadinanza italiana, dando la precedenza a quella regionale.
Dopo il «Prima gli italiani», scatta (come ampiamente previsto dai pochi, inascoltati, che hanno fin dall’inizio diffidato delle promesse elettoralistiche di Salvini al Sud) la seconda fase: «Prima il Nord».
Roba di fronte a cui la riforma costituzionale proposta da Renzi e su cui si sono spesi fiumi di discorsi, sui giornali, in televisione, sui social, diventa ben poca cosa.
Mappa delle persone a rischio povertà nelle varie regioni, pubblicata dall’istituto tedesco BBSR
Il mancato ascolto dell’opinione pubblica
 Se c’era, dunque, una questione su cui sarebbe stato necessario un vastissimo coinvolgimento dell’opinione pubblica era proprio questa.
Invece, già il governo Gentiloni (che ha avviato la procedura) sia questo (che la sta portando a compimento) sono stati talmente riservati che solo all’ultimo momento si è cominciato a parlarne sui mezzi di comunicazione.
Si dirà che l’accordo deve ancora essere definito e che poi sarà necessaria l’approvazione del Parlamento. Ma chi ricorda che in Senato l’ultima legge di bilancio è stata approvata dai senatori senza che neppure avessero il tempo di eleggerla, e che alla Camera i deputati hanno dovuto votare senza avere quello discuterla, non può certo sentirsi rassicurato sulla possibilità di un vero confronto pubblico.
E, in ogni caso, la decisone resterà nelle mani di gruppi parlamentari di maggioranza che hanno dimostrato inequivocabilmente di dipendere totalmente dalla volontà dei loro leader, e dunque del governo di ci essi sono i (vice)premier.
Autonomia suona meglio di secessione
Un altro livello di lettura è quello riguarda il significato politico. Quella che si sta verificando ha potuto essere definita, da un serio economista studioso dei problemi Nord-Sud, Gianfranco Viesti, la «secessione dei ricchi».
La realizzazione, cioè, del programma che la Lega Nord aveva invano perseguito con Bossi partendo dalla periferia e attaccando “Roma ladrona”, questa volta attuato da Salvini a partire proprio dal centro dello Stato. Ha aiutato anche cambiare il nome: “autonomia” suona meglio di “secessione”…
L’utilità delle autonomie per lo sviluppo della nazione
Da parte del governo, a dire il vero, arrivano le più ampie rassicurazioni. Conte al termine della riunione di governo che ha trattato l’argomento, dopo aver sottolineato che «sull’autonomia c’è assoluta unanimità e pieno consenso», ha promesso che sarà lui il «garante della coesione nazionale; non sarà un percorso che arricchirà alcune regioni e ne impoverirà altre».
Senza i miliardi che per ora lo Stato eroga, attingendo alle entrate fiscali del Nord e reinvestendole al Sud, i meridionali saranno, secondo loro, molto più felici.
Perché anche loro, si fa notare, potranno chiedere la stessa autonomia che oggi viene data alla Lombardia, al Veneto e all’Emilia Romagna. «Mi auguro che questo percorso venga raccolto dalle regioni del sud», ha detto Salvini in conferenza stampa.
Già. Forse il nostro ministro degli Interni non ricordava che questa autonomia già la Sicilia ce l’ha fin dal dopoguerra e che essa non ha portato, finora, particolare felicità, anzi ha favorito corruzione, mafia e degrado economico.
Finora si era contato sull’aiuto dello Stato per cercare di vincere queste derive. Ora che ogni regione prende la sua strada, per la parte sana della popolazione si delinea un futuro sempre più problematico.
La Chiesa e il rapporto nord-sud
Un’ultima lettura può essere quella che guarda alla visione della Chiesa italiana, che si è molto occupata del rapporto tra Nord e Sud.
Già nel documento della CEI del 1989, Chiesa italiana e Mezzogiorno: sviluppo nella solidarietà, si era voluto riflettere «sulla “questione meridionale” come problema di tutto il Paese» (n.1) e si era notato che «la questione meridionale implica sostanzialmente l’esistenza di una crisi che è di tutto il Paese e non solo del Mezzogiorno» (n.8).
In continuità con questa impostazione, nel nuovo documento Per un Paese solidale, pubblicato poco più di dieci anni dopo, i vescovi osservano che oggi «affrontare la questione meridionale diventa un modo per dire una parola incisiva sull’Italia di oggi» (n.1).
I vescovi denunziavano senza mezzi termini una deriva culturale che «ha fatto crescere l’egoismo, individuale e corporativo, un po’ in tutta l’Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo» (n.5).
Non si tratta, però, di scaricare i meridionali delle loro responsabilità. Già nel documento del 1989 ciò si diceva chiaramente: «Sono necessari, e doverosi, l’aiuto e la solidarietà dell’intera Nazione, ma in primo luogo sono i meridionali i responsabili di ciò che il Sud sarà nel futuro» (n.15).
Citando Giovanni Paolo II, il documento del 2010 dice la stessa cosa: «Spetta “alle genti del Sud essere le protagoniste del proprio riscatto, ma questo non dispensa dal dovere della solidarietà l’intera nazione”» (n.2).
Oltre l’assistenzialismo
Basta, dunque, col vittimismo e con l’assistenzialismo. L’aiuto che il Paese può e deve dare il Sud è di stimolarlo a trovare in se stesso le energie e le risorse per uscire dal degrado.
Ma questo, se da un lato esclude che si continui come si è fatto finora, richiede una più stretta e autentica collaborazione tra le regioni italiane: «Proprio per non perpetuare un approccio assistenzialistico alle difficoltà del Meridione, occorre promuovere la necessaria solidarietà nazionale» (n.8).
Mi sembra il contrario di ciò che si sta facendo. Invece di studiare progetti di intervento e di cooperazione tra Nord e Sud alternativi all’ “approccio assistenzialistico”, si abbandona il Meridione al suo destino. Accompagnando il gesto con parole di vago conforto, come si usa ai funerali.

*Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo. Scrittore ed Editorialista.
            www.tuttavia.eu