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mercoledì 24 dicembre 2025

UN NEONATO INFREDDOLITO

 


Dove nasce

 Gesù oggi


Chi crede nella divinità 

di Cristo è chiamato

 a ricordare che

 duemila anni fa il Creatore delle galassie

 ha assunto la nostra inerme umanità

 nella sua forma più estrema, quella di un neonato infreddolito,

 rischiando di morire assiderato come  i bambini di Gaza.

-di Giuseppe Savagnone 

Dal Natale al solstizio d’inverno

Del Natale, in questi giorni, come ogni anno, sono piene le nostre strade, con le vetrine illuminate, gli addobbi più o meno ricchi, la folla di persone che escono per comprare. Ma in questa festa – forse la più sentita dell’anno – chi è assente è proprio festeggiato. Sembra essere sparito Gesù.

Il problema, in realtà, non è nuovo. Da sempre il Natale è stato esposto al rischio di vedere subordinata la sua valenza propriamente religiosa a una costellazione di valori umani che da un lato ne erano l’espressione, dall’altro però lo banalizzavano, diventando così la festa del buonismo, della famiglia e dello scambio dei regali. E tuttavia le tracce del suo originario significato rimanevano in una fede diffusa, anche se spesso abitudinaria e tradizionalista, che faceva riempire  le chiese per la veglia natalizia .

Da quando  il consumismo si è impadronito delle festività cristiane per trasformarle in occasioni di marketing, anche il Natale ha progressivamente  perduto il suo riferimento alla nascita del Salvatore. In alcuni paesi europei anche la dizione è stata cambiata in quella di “festa del solstizio d’inverno”, rinunziando perfino alla menzione dell’evento celebrato nella tradizione cristiana.

Nella stessa direzione vanno – di sicuro senza averne l’intenzione – gli odierni tentativi di rinnovare lo stesso cristianesimo rinunziando all’unicità e irripetibilità  di quell’evento. Dio non sarebbe “Altro” dal mondo. È la tesi di chi sostiene che «il  Logos incarnato non va inteso nella sua esclusività dell’uomo Gesù ma comprende e si estende a tutto il creato» (P. Gamberini).

E, a questo punto, non avrebbe neppure senso parlare di un momento della storia in cui è nato il Salvatore. E, del resto, non ce ne sarebbe bisogno. Per gli essere umani «il mezzo salvifico è l’etica, è la vita buona, è la vita giusta. Questa etica professata e vissuta non fa altro che esprimere una logica eterna», (V. Mancuso), immanente alla realtà del mondo e d cui dobbiamo solo prendere coscienza, non l’irrompere di qualcosa di nuovo, di Qualcuno che “viene” tra noi. 

In questa visione ormai diffusa, di cui la perdita di significato del Natale è espressione, ad essere in gioco non è solo il nostro modo di guardare a Cristo, ma quello di vedere noi stessi e la nostra vita. Essa rispecchia, infatti, una idea –  propria dell’antichità e riproposta, alle origini dell’epoca post-moderna, da Nietzsche – , secondo cui la salvezza non può venire dalla storia, concepita, sul modello della natura, come un “eterno ritorno”, ma deve avere una portata cosmica. Non c’ è posto, in quest’ottica, per  l’unicità e la novità di un evento in cui Dio si manifesta, perché Egli ci parla nell’universalità dei fenomeni e della nostra coscienza.  

I cristiani, utilizzando per la celebrazione della nascita di Gesù,  la festa pagana del Natalis Solis invicti, che cadeva ciclicamente alla fine di dicembre,  hanno sancito precisamente la rivoluzione culturale e spirituale che oggi si sta cercando – con successo – di annullare.

 Chi lo fa non si rende conto che sostituire la festa del solstizio d’inverno al Natale significa sostituire una visione immutabile del destino umano alla fiducia che qualcosa di radicalmente nuovo possa accadere, anzi sia già accaduto in quella lontana notte di duemila anni fa, e operi ormai incessantemente, pur senza rumore, per trasformare la nostra vita a livello sia personale che comunitario.

Ma davvero Dio è venuto nella nostra storia?

Certo, bisogna ammettere che per credere nel Natale oggi bisogna avere molto coraggio. Del Messia i profeti avevano parlato come di colui che avrebbe, a nome di Dio, instaurato un regno di pace e di giustizia destinato a durare per sempre. Come si legge nel libro di Isaia:

«Egli sarà giudice fra le genti/e arbitro fra molti popoli./Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,/ delle loro lance faranno falci;/una nazione non alzerà più la spada/contro un’altra nazione,/non impareranno più l’arte della guerra» (Is 2,4).

Se si guarda a questa promessa alla luce della escalation della violenza  e dell’ingiustizia di cui siamo stati spettatori in questi mesi e dilaganti anche in questo periodo natalizio, –  si è portati a condividere un racconto della tradizione ebraica, in cui  si narra che un pio ebreo un giorno si recò dal proprio rabbi per confessargli di avere la terribile tentazione di farsi cristiano. «E se fosse davvero venuto?».

Il rabbi, dice il racconto, rimase in silenzio. Con una mano, scostò la tenda e guardò fuori. In strada un povero mendicante cencioso chiedeva l’elemosina, , un uomo picchiava un bambino, un ricco in abiti di lusso passava impettito, riverito da tutti. Lasciò ricadere la tenda e disse: «No, non è venuto».

Possiamo ancora credere nel Natale oggi, dopo quello che è successo a, che continua a succedere, in Ucraina, a Gaza? Non siamo costretti anche noi, come il saggio rabbi ebreo, a constatare con rassegnata tristezza: «No, non è venuto»?

A metterci in guardia dall’equivoco è la festa, subito seguente a quella del Natale, in cui si ricorda la strage degli innocenti. Il vangelo non ha mai avallato l’illusione che la nascita di Gesù dovesse eliminare il male dalla storia con un colpo di bacchetta magica. E le stesse condizioni di questa nascita, nella emarginazione e nella povertà, con la successiva fuga in Egitto, da povero rifugiato, la smentivano evidentemente.

Il Natale non segna l’avvento del Messia vittorioso atteso dalla maggior parte degli ebrei. In tutta la sua missione Gesù ha voluto prendere decisamente le distanze da questa figura. E la parabola del grano e della zizzania, destinati a crescere insieme fino alla fine dei tempi, è più eloquente di qualunque filosofia della storia.

Dio è venuto tra noi mettendosi dalla parte dei civili ucraini torturati e uccisi a Bucha, dei palestinesi bombardati, cacciati dalla loro terra, massacrati, degli sfollati del Sudan, dei migranti trattenuti nei campi di tensione libici o annegati nel Mediterraneo.

Il silenzio del Natale

Ma il Natale significa che nella profondità della storia operano ormai forze che non fanno rumore – come sono quelle della verità e dell’amore – e che, a dispetto  della loro apparente irrilevanza, continuano l’evento salvifico della venuta di Dio nel nostro mondo.

Oggi siamo tentati di credere che la storia stia dando ragione ai terroristi, agli arroganti, ai narcisisti, e che la sola possibilità di opporsi a loro  è di farlo con lo stesso spirito di odio e di violenza. Il Natale ci sfida a rifiutare questa logica. In realtà, la sola cosa peggiore di un mondo dove i fanatici e i prepotenti dilagano sarebbe un mondo dove, per combatterli, noi stessi ci riduciamo a diventare come loro.

Chi crede nella divinità di Cristo è chiamato a ricordare che duemila anni fa il Creatore delle galassie ha assunto la nostra inerme umanità nella sua forma più estrema, quella di un neonato infreddolito, rischiando di morire assiderato come  i bambini di Gaza.

Gesù ancora oggi nasce là, tra i poveri ucraini senza riscaldamento nel rigido inverno del loro paese, nelle tendopoli allagate della Striscia, negli sforzi dei medici e degli operatori umanitari che a rischio della vita restano accanto a questi disperati cercando di mantenerli in vita. In questa miseria, in questa impotenza – non nei trionfi dei grandi della terra – , si manifesta tutta la gloria di Dio.

Perciò non dobbiamo meravigliarci se, anche a Natale, il chiasso del circo mediatico e dei proclami dei politici domina incontrastato. Le cose grandi maturano nel silenzio. Nel silenzio Dio si è fatto uomo. E là ci chiede di incontrarlo e di continuare, con i nostri poveri sforzi, la sua incarnazione.

 www.tuttavia.eu

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sabato 13 dicembre 2025

HAMAS E ISRAELE

 


I crimini 

contro l’umanità 

di Hamas,

 e quelli di Israele

 

Amnesty International documenta il genocidio e l'apartheid commessi da Israele e i crimini di guerra di Hamas e altri gruppi armati palestinesi, in particolare l'attacco del 7 ottobre 2023. «I responsabili di crimini di diritto internazionale devono rispondere alla giustizia. Tutte le parti devono riconoscere le proprie responsabilità», dice Agnès Callamard, segretaria generale dell'organizzazione.

 

di Redazione

 Al termine dell’Assemblea degli stati parte della Corte penale internazionale, svoltasi all’Aja, Amnesty International ha chiesto agli stati di dimostrare il loro impegno per la giustizia internazionale assicurando che le vittime dei crimini di guerra, dei crimini contro l’umanità e del genocidio nel Territorio palestinese occupato e in Israele vedano i responsabili chiamati a risponderne.

«Il sistema di giustizia Internazionale è sotto attacco ed è di fronte a minacce alla sua esistenza. Non c’è maggiore banco di prova della situazione in Israele e nel Territorio palestinese occupato. Gli stati devono dimostrare il loro impegno per la giustizia internazionale sostenendo organismi come la Corte penale internazionale e proteggendo la possibilità che essa giudichi i responsabili di crimini internazionali», ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

Amnesty International ha ampiamente documentato come Israele abbia commesso e stia continuando a commettere il crimine di genocidio contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza, persino dopo il cessate il fuoco, e come il suo sistema di apartheid costituisca un crimine contro l’umanità. L’organizzazione per i diritti umani ha pubblicato anche un’approfondita ricerca sui crimini di guerra e sui crimini contro l’umanità commessi da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi durante e dopo gli attacchi lanciati il 7 ottobre 2023.

«I leader mondiali hanno accolto con favore la risoluzione adottata il mese scorso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul piano per una pace sostenibile nella Striscia di Gaza. Ma decenni di crimini internazionali non possono essere nascosti sotto il tappeto proprio mentre gli accordi in essere ignorano la ricerca delle responsabilità e rafforzano l’ingiustizia. Verità, giustizia e riparazioni sono le fondamenta di una pace duratura», ha aggiunto Callamard. «Chiediamo a tutte le parti coinvolte in Israele e nel Territorio palestinese occupato, così come alla comunità internazionale che nutre preoccupazione per le evidenti mancanze insite nella risoluzione del Consiglio di sicurezza, di sviluppare e impegnarsi a realizzare una roadmap verso la giustizia e le riparazioni, i cui obiettivi siano da un lato la fine del genocidio israeliano, del sistema di apartheid e dell’occupazione illegale del territorio palestinese e dall’altro la persecuzione dei crimini internazionali commessi da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi».

Per garantire una giustizia genuina, efficace e significativa e la non ripetizione dei crimini internazionali, Amnesty International ha raccomandato che questa roadmap si fondi sulla complementarità di più istituzioni e meccanismi giudiziari.

Le indagini della Corte penale internazionale sui crimini commessi dal lato israeliano e da quello palestinese devono andare avanti senza essere ostacolate e prendere in considerazione tanto il genocidio e il crimine contro l’umanità di apartheid da parte israeliana quanto i crimini commessi dai gruppi armati palestinesi prima, durante e dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 in modo da assicurare che tutte le singole persone – per lo meno, quelle ancora in vita tra le principali responsabili – siano portate di fronte alla giustizia.

La roadmap dovrebbe impegnare gli stati a sostenere e a collaborare pienamente con organismi quali la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e la stessa Corte penale internazionale. Gli stati dovrebbero eseguire i mandati d’arresto della Corte e fare tutti i passi necessari per assicurare l’annullamento delle sanzioni e delle restrizioni imposte alle organizzazioni palestinesi per i diritti umani, che da decenni documentano le violazioni del diritto internazionale e ne rappresentano tutte le vittime.

Parallelamente ai meccanismi internazionali, gli stati possono tratteggiare un nuovo corso per la pace basato sulla giustizia attraverso gli organi giudiziari nazionali, la giurisdizione universale o ulteriori forme di giurisdizione penale extraterritoriale per i crimini commessi nel Territorio palestinese occupato e in Israele.

«Le vittime delle atrocità in Israele e nel Territorio palestinese occupato meritano una giustizia autentica. Questo significa non solo vedere i responsabili processati e condannati ma anche assicurare rimedi effettivi e sviluppare garanzie di non ripetizione. Non c’è alcun dubbio che questi siano passi cruciali verso una pace e una sicurezza che durino nel tempo», ha commentato Callamard.

Il genocidio, l’apartheid e l’occupazione illegale

Trascorsi due mesi dall’annuncio del cessate il fuoco e rientrati in Israele tutti gli ostaggi ancora in vita, le autorità israeliane stanno ancora commettendo nella totale impunità il crimine di genocidio nei confronti della popolazione palestinese della Striscia di Gaza occupata, continuando a sottoporla deliberatamente a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, senza alcun segnale di un cambiamento nelle loro intenzioni. Amnesty International ha recentemente pubblicato un’analisi giuridica della situazione in atto che dimostra come il genocidio stia continuando, unita a testimonianze di abitanti della Striscia di Gaza e di personale medico e umanitario che hanno evidenziato le drammatiche condizioni in cui versa la popolazione palestinese. Nonostante una riduzione dell’intensità degli attacchi e alcuni limitati miglioramenti, non c’è un significativo cambiamento delle condizioni cui Israele sta sottoponendo la popolazione della Striscia di Gaza e non vi è alcuna prova che le intenzioni israeliane stiano mutando.

Almeno 327 persone, tra le quali 136 minorenni, sono state uccise dagli attacchi israeliani a partire dal 9 ottobre 2025, giorno in cui è stato annunciato il cessate il fuoco. Nel contesto del genocidio ancora in corso da oltre due anni, Israele ha intenzionalmente ridotto alla fame i civili palestinesi e limitato – nonostante alcuni modesti miglioramenti – l’accesso ad aiuti fondamentali e a forniture di soccorso, quali quelle mediche e le attrezzature necessarie per riparare infrastrutture indispensabili per la vita umana. Ha sottoposto la popolazione civile palestinese a successive ondate di trasferimenti forzati in condizioni inumane che hanno acuito la sua catastrofica sofferenza. Complessivamente almeno 70mila persone palestinesi sono state uccise e 200mila sono rimaste ferite, molte delle quali in un modo grave e che ha cambiato la loro vita.

La probabilità oggettiva che le attuali condizioni possano causare la distruzione della popolazione palestinese della Striscia di Gaza persiste tuttora. Ciò nonostante, le autorità israeliane non hanno mostrato un cambiamento nelle loro intenzioni: hanno ignorato tre serie di decisioni vincolanti della Corte internazionale di giustizia e non hanno indagato né sottoposto a procedimenti giudiziari le persone sospettate di atti di genocidio o chiamato a rispondere le autorità e i funzionari che hanno fatto dichiarazioni genocidarie. Le autorità responsabili della direzione e della commissione del genocidio restano al potere, con la garanzia di poter continuare a commettere atrocità. Il genocidio israeliano contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza va collocato nel contesto di una pervasiva impunità per il crimine contro l’umanità di apartheid tuttora in corso e di decenni di occupazione illegale del territorio palestinese.«È in questo scenario di apartheid e occupazione illegale che Israele ha intenzionalmente causato una carestia di massa, un bagno di sangue senza precedenti, livelli apocalittici di distruzione e massicci sfollamenti forzati e ha intenzionalmente bloccato l’aiuto umanitario: tutti esempi del crimine in corso di genocidio», ha commentato Callamard.

 In Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, il crudele sistema di apartheid israeliano e l’occupazione illegale costano assai caro alla popolazione palestinese. Le operazioni militari israeliane, compresi gli attacchi aerei, hanno causato l’uccisione di almeno 995 persone palestinesi tra le quali almeno 219 minorenni, lo sfollamento di decine di migliaia di esse ed estesi danni a infrastrutture civili essenziali, ad abitazioni e a terreni agricoli. Negli ultimi due anni c’è stato un aumento degli attacchi dei coloni sostenuti dallo stato israeliano, che hanno causato morti, feriti e sfollamenti tra la popolazione palestinese. L’Ufficio di coordinamento per gli affari umanitari delle Nazioni Unite ha documentato, dal gennaio 2025, oltre 1.600 attacchi dei coloni che hanno causato danni alle persone o a proprietà. Le comunità di pastori dell’area C sono quelle più colpite da questa ondata di incessante violenza sostenuta dallo stato israeliano. Nonostante le condanne internazionali e alcuni provvedimenti restrittivi adottati da stati terzi contro singoli coloni e loro organizzazioni, la violenza continua a crescere a causa del sostegno del governo israeliano e della pressoché totale impunità di cui beneficiano i coloni. Il piano di pace Trump è l’ultima di una serie di iniziative fatalmente manchevoli, che cercano di proporre “soluzioni” che ignorano il diritto internazionale premiando così implicitamente Israele per la sua occupazione illegale, i suoi insediamenti illegali e il suo sistema di apartheid che sono le cause di fondo delle continue atrocità inflitte alla popolazione palestinese.

Le condizioni stabilite durante l’attuale cessate il fuoco rafforzano ulteriormente il sistema israeliano di apartheid e l’occupazione illegale così come l’ingiustizia. L’imposizione, da parte israeliana, di un “perimetro di sicurezza” (una zona cuscinetto) nella Striscia di Gaza rischia di rendere permanente l’illegale occupazione israeliana e priva la popolazione palestinese delle sue terre più fertili, così come di perpetuare la frammentazione territoriale che puntella il sistema israeliano di apartheid impedendo la libertà di movimento delle persone palestinesi verso l’altra parte del territorio occupato. Analogamente, beneficiano dell’impunità le forze israeliane responsabili delle detenzioni arbitrarie, delle sparizioni e della sistematica tortura delle persone prigioniere palestinesi. Di recente il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha descritto una “politica statale de facto di maltrattamenti e torture organizzati e diffusi, gravemente intensificatasi dal 7 ottobre 2023” e ha espresso forte preoccupazione per le “ampie denunce di violenza sessuale nei confronti di prigioniere e prigionieri palestinesi, che costituiscono maltrattamenti e torture”. «L’ostinata mancanza di azione da parte della comunità internazionale per chiamare Israele a rispondere dei suoi crimini internazionali e premere affinché aderisca alle raccomandazioni dai meccanismi delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali per i diritti umani ha rafforzato l’occupazione illegale e l’apartheid e ha direttamente permesso a Israele di compiere il crimine di genocidio contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza», ha ribadito Callamard.

I crimini contro l’umanità commessi da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi

È a sua volta fondamentale assicurare giustizia per i crimini commessi dai gruppi armati palestinesi. A oltre due anni distanza, continuano a emergere resoconti delle atrocità da loro commessi durante gli attacchi del 7 ottobre 2023 guidati da Hamas nel sud d’Israele e il successivo trasferimento di ostaggi nella Striscia di Gaza. Le persone sopravvissute agli attacchi, gli ex ostaggi e le loro famiglie continuano a tenere accesi i riflettori sull’esperienza passata e a chiedere giustizia e riparazioni. Il rapporto pubblicato da Amnesty International dà conto dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità commessi dall’ala militare di Hamas, le Brigate al-Qassam, e da altri gruppi armati palestinesi durante il loro assalto nel sud d’Israele e contro gli ostaggi successivamente portati nella Striscia di Gaza.

Nelle prime ore del 7 ottobre 2023, le forze di Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno lanciato un attacco coordinato, principalmente contro luoghi civili. Sono state uccise circa 1.200 persone, oltre 800 delle quali civili, compresi 36 minorenni: prevalentemente ebrei israeliani ma anche beduini con cittadinanza israeliana e decine di lavoratori, studenti e richiedenti asilo di nazionalità straniera. Sono state ferite oltre 4mila persone e centinaia di case e di strutture civili sono state distrutte o rese inabitabili. Attraverso l’analisi dello schema seguito negli attacchi, prove e contenuti delle comunicazioni tra le persone che vi stavano prendendo parte, Amnesty International ha concluso che questi crimini sono stati condotti nell’ambito di un attacco massiccio e sistematico contro una popolazione civile. Gli uomini armati hanno ricevuto istruzioni di prendere di mira persone civili.

«Le nostre ricerche hanno confermato che i crimini commessi da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi nei loro attacchi del 7 ottobre 2023 e contro le persone prese in ostaggio hanno fatto parte di un massiccio e sistematico assalto contro la popolazione civile e costituiscono pertanto crimini contro l’umanità», ha dichiarato Callamard. «Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno mostrato un abominevole disprezzo per la vita umana: hanno intenzionalmente e sistematicamente colpito civili nelle loro abitazioni e durante un festival musicale con l’obiettivo di prendere ostaggi, ciò che costituisce un crimine di guerra; hanno deliberatamente ucciso centinaia di civili, usando armi da fuoco e granate per portare fuori dalle loro stanze di sicurezza, o da altri luoghi in cui si nascondevano, persone terrorizzate, comprese famiglie con bambini piccoli o le hanno attaccate mentre erano in fuga. Amnesty International ha trovato prove che alcuni palestinesi si sono resi responsabili di pestaggi e aggressioni sessuali e hanno maltrattato i corpi di coloro che avevano ucciso», ha aggiunto Callamard.

Hamas ha sostenuto che le sue forze non sono state coinvolte negli omicidi mirati, nei rapimenti e nei maltrattamenti dei civili durante gli attacchi del 7 ottobre 2023 e che molti civili sono stati uccisi dal fuoco israeliano. Ma, sulla base di ampie prove, video inclusi, e testimonianze, Amnesty International è giunta alla conclusione che, seppure alcuni civili siano stati uccisi dalle forze israeliane nel tentativo di respingere gli attacchi, la vasta maggioranza delle persone morte è stata intenzionalmente uccisa da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi, che hanno preso di mira luoghi civili lontani da qualsiasi obiettivo militare. Uomini armati palestinesi, comprese le forze di Hamas, sono stati allo stesso modo responsabili del rapimento di civili da più località e di violenza fisica, sessuale e psicologica contro le persone rapite.

Sono state 251 le persone, per lo più civili compresi anziani e bambini, prese in ostaggio e portate nella Striscia di Gaza. Nella maggioranza dei casi, sono state rapite vive ma si ritiene che 36 di esse fossero già morte. Queste persone sono state trattenute per settimane, mesi e in alcuni casi due anni. Alcuni degli ostaggi tornati vivi hanno riferito ad Amnesty International o in occasione di incontri pubblici di essere stati tenuti in catene in tunnel sottoterra per parte o per tutto il tempo e di aver subito intense violenze, privazioni e tormenti psicologici come la minaccia di esecuzione. Alcuni di loro hanno subito aggressioni e violenze sessuali e minacce di matrimonio forzato e sono stati costretti a stare nudi. Almeno sei ostaggi sono stati uccisi dai loro rapitori.

Amnesty International ha intervistato 70 persone: 17 sopravvissute agli attacchi del 7 ottobre 2023, familiari di vittime, medici legali, professionisti sanitari, avvocati, giornalisti e autori di indagini. I suoi ricercatori hanno visitato alcuni dei luoghi attaccati e hanno esaminato oltre 350 fotografie e video di tali luoghi e delle persone tenute in ostaggio nella Striscia di Gaza. Sulla base delle proprie indagini Amnesty International ha concluso che Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno commesso i crimini contro l’umanità di “uccisione”, “sterminio”, “imprigionamento o altra grave forma di privazione della libertà fisica in violazione delle norme fondamentali del diritto internazionale”, “sparizione”, “tortura”, “stupro (…) o ogni altra forma di violenza sessuale di gravità comparabile” e “altri atti inumani”.

«Decenni di spaventose violazioni ai danni delle persone palestinesi e di occupazione illegale e di apartheid nonché il genocidio tuttora in corso nella Striscia di Gaza non possono giustificare in alcun modo questi crimini né esonerare i gruppi armati palestinesi dai loro obblighi di diritto internazionale. Le violazioni dei diritti umani da parte dei gruppi armati palestinesi nel contesto degli attacchi del 7 ottobre 2023 devono essere riconosciute e condannate per ciò che sono: crimini di atrocità. Hamas, inoltre, deve restituire senza alcuna condizione il corpo di una persona uccisa il 7 ottobre 2023 e presa in ostaggio non appena lo avrà localizzato», ha sottolineato Callamard.

Nelle ultime settimane il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato la costituzione di un comitato che esaminerà il processo decisionale del governo in occasione degli attacchi del 7 ottobre 2023. Questo annuncio è stato assai criticato, anche dalle persone sopravvissute agli attacchi e dalle famiglie di quelle uccise, in quanto privo di indipendenza e disallineato rispetto ai precedenti di commissioni d’inchiesta dirette da un giudice. Amnesty International chiede alle autorità dello Stato di Palestina di riconoscere e denunciare le gravi violazioni del diritto internazionale commesse dai gruppi armati palestinesi e di condurre indagini indipendenti e imparziali per identificare persone sospettate di aver commesso crimini di diritto internazionale nonché di cooperare totalmente coi meccanismi internazionali d’indagine, anche condividendo prove in loro possesso.

Una giustizia internazionale necessaria per tutte le vittime

Le indagini in corso della Corte penale internazionale sulla “situazione in Palestina” e i mandati d’arresto emessi dalla stessa Corte nei confronti del primo ministro Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità restano elementi fondamentali di un genuino accertamento delle responsabilità. Assumere iniziative per chiamare alti funzionari israeliani a rispondere di crimini di diritto internazionale è un passo essenziale per far terminare il genocidio israeliano nella Striscia di Gaza, per ripristinare la fiducia nel diritto internazionale e per assicurare a tutte le vittime dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità giustizia, verità e riparazioni.

Ad avviso di Amnesty International, la Corte penale internazionale dovrebbe proseguire a indagare sui crimini commessi dai gruppi armati palestinesi prima, durante e dopo gli attacchi del 7 ottobre, per assicurare che le persone sospettate di essere responsabili di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità siano portate di fronte alla giustizia. «Si tratta di questioni non negoziabili. I responsabili di crimini di diritto internazionale devono rispondere alla giustizia e le istituzioni che essi rappresentano, devono avviarsi lungo un percorso nuovo, basato sui diritti umani e sul diritto internazionale, anche adottando leggi che impediscano la futura ripetizione di tali violazioni. Tutte le parti devono riconoscere le proprie responsabilità e fornire piena collaborazione agli organismi investigativi e ai meccanismi della giustizia internazionale, come la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e la Corte penale internazionale, dando seguito alle loro raccomandazioni e permettendo loro di raccogliere, conservare e analizzare prove al fine di accertare le responsabilità. Le vittime devono essere ascoltate, devono essere riconosciute per ciò che hanno subito e devono ricevere rimedi efficaci, comprese le riparazioni. Senza queste misure concrete per assicurare verità e giustizia non potrà esserci alcuna pace duratura», ha concluso Callamard.

VITA

 


domenica 30 novembre 2025

NEL CUORE DI GAZA

UN PADRE E UN FIGLIO

 NELLA TRAGEDIA 

 DI GAZA

Le stelle brillano più forte perché un fondo di notte oscura, l'ambiente più scuro fa risaltare la loro luminosità, a differenza diurnaDal punto di vista scientifico, le stelle brillano a causa della fusione nucleare che avviene nel loro nucleo, un processo che rilascia energia sotto forma di luce. La frase viene anche citata in ambito letterario e religioso per sottolineare che i momenti più bui possono far risaltare maggiormente la speranza o la luce. 


 
Nel mondo immaginario che ho costruito per lui, a Gaza, Walid e io giochiamo alla scuola. 

Mio figlio ha solo tre anni ed è dall’inizio della guerra che recito per proteggerlo. Voglio che creda che la nostra tenda da sfollati sia una villa, che i pochi vasi siano un giardino, che le bombe che piovono intorno a noi siano fuochi d’artificio. 

Ogni sorriso che riesco a strappargli vale tutte le bugie che gli dico. Walid si è appena affacciato alla vita quando la sua esistenza viene stravolta. 

Mese dopo mese, la normalità sparisce: niente scuola, niente giochi, niente dolci, e poi sempre meno tutto, casa, cibo, calore, elettricità, vita. Ma c’è una cosa che suo padre Rami decide che va salvata a ogni costo: il suo sorriso. 

Così, mentre la distruzione avanza e la famiglia è costretta a uno, due, tre, quattro trasferimenti forzati per cercare di sfuggire ai bombardamenti, passando da un appartamento a una tenda, con la complicità della moglie Rami crea intorno a Walid una bolla in cui ansia, tristezza e morte non possono entrare. 

Ogni esplosione è applaudita come un fuoco d’artificio, i droni sono uccelli che vengono a dargli il buongiorno e la tenda diventa la sua classe. Rami sa che, qualunque cosa succeda, non deve permettere che la gioia negli occhi del suo bambino si spenga. 

Accolta da straordinarie recensioni come una versione reale e poetica de La vita è bella per il dramma di Gaza, l’indimenticabile dichiarazione d’amore di un padre per suo figlio e, insieme, il più efficace e realistico resoconto di un giornalista coraggioso sulla tragedia palestinese. 

Un romanzo-verità unico e prezioso, un canto di speranza mai vinta che emoziona, informa, commuove.

Le stelle brillano più forte


sabato 29 novembre 2025

PACE O MIRAGGIO ?

 


Ma questa

 è la caricatura 

della pace


-di Giuseppe Savagnone 

 

Tutto è bene quel che finisce bene

È quasi scomparsa dalle prime pagine dei giornali e dai notiziari televisivi italiani la tragedia della Palestina. E anche l’opinione pubblica – che aveva espresso la sua indignazione con manifestazioni di un’imponenza mai vista da molti anni – sembra essersela ormai lasciata alle spalle.

Effetto dell’entrata in vigore del piano di pace con cui Donald Trump ha mancato per un pelo il premio Nobel e ha comunque ricevuto un incondizionato plauso internazionale, fino ad essere paragonato a Ciro il Grande, “strumento di Dio” nella liberazione degli ebrei.

Le scene trionfali della firma del trattato, a Sharm el-Sheikh, al cospetto di più di venti presidenti e primi ministri di tutta l’Europa e dei paesi arabi, hanno assunto agli occhi del mondo il significato di una felice conclusione del dramma umanitario che aveva sempre più inquietato le coscienze e messo in difficoltà i governi.

Anche la grande maggioranza degli opinionisti, che aveva tenacemente difeso il diritto di Israele di difendersi, cominciava ad essere a disagio, di fronte agli scenari di massacri e devastazioni trasmessi ogni giorno in diretta (a costo spesso della loro vita) dai giornalisti palestinesi. Anche loro perciò hanno potuto tirare un sospiro di sollievo, inneggiando al piano di pace come alla giusta soluzione che chiudeva finalmente la questione, dando a ciascuno ciò che gli spettava.

A confermare questa percezione è venuta l’approvazione, da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il 17 novembre scorso, della risoluzione che, sulla linea del piano Trump, affida per due anni al presidente americano il controllo della Striscia attraverso un organismo, il “Consiglio di pace”, i cui membri saranno scelti direttamente dallo stesso presidente.

Il merito che è stato unanimemente attribuito al presidente degli Stati Uniti è stato quello di aver finalmente messo fine a uno spargimento di sangue che durava da due anni. Molti hanno parlato di un miracolo, di cui Trump sarebbe stato l’autore con la sua proposta di pace che nessuno fino ad allora aveva  provato a fare.

Qualche perplessità controcorrente

In questo clima di beatificazione del Tychoon, quasi nessuno si è azzardato a far notare che questo primato dipendeva dal fatto che il massacro in corso a Gaza era sostenuto, politicamente e militarmente, dagli Stati Uniti e che perciò solo il presidente americano era in grado di fermare Netanyahu. Cosicché sarebbe stato legittimo, se mai, chiedersi perché lo avesse fatto solo ora, a prezzo della vita di migliaia di innocenti.

Così come nessuno o quasi si è posto il problema della consistenza di una pace siglata sulla testa di un popolo rigorosamente escluso dalle trattative, anche nella sua rappresentanza legittima, quell’Autorità Nazionale Palestinese che da tempo riconosce lo Stato ebraico (senza esserne ricambiata).

Perché – come ci si è ricordati invece davanti all’analogo piano di pace americano per l’Ucraina – non basta, per una vera pace, che essa faccia cessare la guerra, ma è necessario che sia giusta.

Per questo motivo gli stessi governi e gli stessi giornalisti che avevano salutato con entusiasmo la fine delle stragi a Gaza senza porsi altre domande, hanno invece ritenuto irricevibile l’ultima proposta di Trump, sia perché non rispettosa del popolo ucraino, sia perché non concordata con i suoi legittimi rappresentanti. Confermando ancora una volta il doppio standard della diplomazia occidentale, e in particolare di quella europea, nei confronti di questi due conflitti.

Un’illusione ottica

Resta il fatto che la crisi di Gaza è data ormai per risolta, anche se resta qualche pendenza da risolvere nella cosiddetta “fase due”, e l’attenzione del mondo si concentra adesso esclusivamente su quella ucraina.

In realtà, siamo davanti a una di quelle illusioni ottiche che l’apparato mediatico, al servizio di precisi interessi politici, è capace di generare a livello pubblico. Anche se alcune voci isolate si sono levate per smascherarla. Come quella Lorenzo Kamel, professore di Storia Internazionale all’Università di Torino e adjunct professor alla Luiss School of Government che, dopo  la risoluzione dell’ONU, ha parlato di «un grande giorno per Netanyahu, Hamas e Trump», e di «un brutto giorno per la sicurezza a lungo termine dello Stato di Israele, per l’autodeterminazione palestinese e più in generale anche per le tante persone perbene che ci sono nel nostro mondo».

Perché è vero che con questa pretesa pace i morti innocenti sono molto diminuiti. Ma questo è stato pagato con la discesa del sipario sulle condizioni disastrose di un popolo di più di due milioni di gazawi le cui case, i cui ospedali, le cui moschee sono stati sistematicamente rasi al suolo dall’esercito israeliano e che continua a dipendere dall’arbitrio mutevole dei suoi oppressori per quanto riguarda  l’apertura o meno dei valichi attraverso cui dovrebbero arrivare i rifornimenti di viveri.

Per due anni sono stati trattati come un gregge di bestie da Israele, che li ha deportati da un luogo all’altro a suo piacimento, sradicandoli  dai luoghi dove vivevano e privandoli di ogni punto di riferimento. Ora sono abbandonati, ancora come bestie, nello spaventoso non-luogo a cui Gaza è stata ridotta.

La tragedia è ora ulteriormente accentuata dalle condizioni atmosferiche e dalle alluvioni. Uomini, donne, bambini guazzano nel fango, sotto tendoni improvvisati, alla ricerca di  qualcosa da mangiare, nella speranza che Netanyahu decida di riaprire i valichi. E l’inverno si avvicina sempre di più.

Di tutto questo nessuno risponde. Un giornalista italiano che si è azzardato a chiedere in una conferenza stampa se Israele non debba risarcire i danni causati in questi due anni è stato licenziato dall’agenzia di stampa per cui lavorava. Ciò che è accaduto in questi due anni e, di cui il disastro attuale è il risultato, viene ormai cancellato, rimosso. Il radioso futuro aperto con la pace maschera il disastro del presente

Ma in realtà anche il futuro è estremamente incerto. Per colpa di Hamas, che rifiuta di consegnare le armi, ma anche perché la prospettiva del famoso Stato palestinese, a cui sia il piano Trump che la risoluzione dell’ONU accennano in modo molto vago e ipotetico, è irremovibilmente esclusa dal governo israeliano, che precisa di non essere disposto, su questo punto, a cedere a nessuna pressione. Come ha chiarito recentemente Netanyahu: «La nostra opposizione a uno Stato palestinese in qualsiasi territorio non è cambiata. Gaza verrà smobilitata e Hamas disarmata, nel modo più facile o nel modo più difficile. Non ho bisogno di rinforzi, tweet o prediche da nessuno».

E il comportamento dell’esercito israeliano, in queste settimane di “pace”, rimane quello di un’occupazione militare e conferma uno stile di violenza sistematica verso un popolo che non viene trattato come un possibile partner, ma come un vinto, a cui non è riconosciuta alcuna dignità umana.

Il silenzio sulla Cisgiordania

A rendere ulteriormente problematico il miraggio del futuro Stato palestinese è la situazione nella West Bank, quella Cisgiordania che secondo la risoluzione dell’ONU del 1947 dovrebbe costituire insieme a Gaza il territorio di quello Stato.

Risale a poche settimane fa l’approvazione da parte del ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, che è anche responsabile della gestione civile in Cisgiordania, di un nuovo piano di insediamento  – l’ennesimo, dopo la svolta in questo senso a seguito della guerra dei sei giorni (1967) – che prevede la costruzione di  3.400 unità abitative per i coloni. La sua realizzazione, ha spiegato con soddisfazione Smotrich, «seppellirà l’idea di uno Stato palestinese».

E, coerentemente con questa logica, si sono sempre più moltiplicate in queste settimane le violenze dei coloni, che tagliano gli ulivi dei palestinesi, ne bruciano i raccolti, ne demoliscono le fattorie. Con l’appoggio dell’esercito israeliano, che ottempera così alla Legge Fondamentale del 2018, che in un suo articolo dice: «Lo Stato considera lo sviluppo dell’insediamento ebraico come un valore nazionale, e agirà per incoraggiare e promuovere il suo sviluppo e consolidamento». 

Non è un caso che il piano di pace di Trump non faccia parola del destino della Cisgiordania. Con l’evidente intenzione di lasciarlo agli attuali rapporti di forza, assolutamente sbilanciati a favore degli israeliani.  Anche se, per decenza, la Casa Bianca ha pressato perché venisse annullata la decisione con cui la Knesset, alla fine di luglio, ha votato a grande maggioranza una mozione che sancisce l’annessione della Cisgiordania mozione avversata anche dal premier Netanyahu – che quella annessione la vuole – perché inopportuna in questo delicato momento.  Ma è chiaro a tutti che è solo questione di tempo.

Ma  è questo il bene  di Israele?

Davanti al quadro che abbiamo delineato non mancherà, ancora una volta, chi griderà all’antisemitismo. Un’accusa resa ridicola dal fatto che, oltre a un’autorevole commissione indipendente d’inchiesta dell’ONU, molte personalità ebraiche, come Anna Foa, e anche israeliane, come David Grossman, hanno denunciato con forza i crimini di Israele bollandoli chiaramente come genocidio. Essere contro la politica di Netanyahu e del suo governo non significa avversare gli ebrei, anzi testimonia la stima e il rispetto nei loro confronti.

E del resto sono gli stessi ebrei israeliani a manifestare la loro delusione per quella politica, che alla fine sta danneggiano prima di tutto lo Stato ebraico.. Sul portale  dell’ebraismo italiano «Pagine ebraiche», del 27 novembre  scorso, c’è un articolo dal  titolo «Un quarto degli israeliani pensa di lasciare il paese».

«L’indagine, condotta ad aprile di quest’anno», dice l’articolo, «mostra che il 26% degli ebrei e il 30% degli arabi israeliani valuta la possibilità di emigrare». E continua: «Il dato emerge dal rapporto annuale dell’Israel Democracy Institute, che fotografa uno stato d’animo diffuso (…). Le ragioni del malessere sono: l’aumento del costo della vita (…) seguito dal timore per il futuro dei figli e dalla prolungata instabilità della sicurezza nazionale». Il fenomeno riguarda soprattutto i giovani

La verità è che questa guerra, scatenata in nome di un messianismo fondamentalista che vuole rendere più sicuro Israele, ha determinato un clima di violenza e di odio senza precedenti, creando le premesse per uno strascico di vendette di cui non si può prevedere la fine. Soprattutto ne ha sfigurato il volto.  A livello internazionale, ma anche agli occhi di molti ebrei della diaspora e dei suoi stessi cittadini.

E questa pace, che copre le ferite ma non vuole riconoscerle e meno che mai curarle, non ne è il superamento, ma il prolungamento permanente, a cui chi ama la pace vera non può rassegnarsi. Perché, come ha recentemente detto papa Leone in un suo discorso, «la pace ci chiede, soprattutto, di prendere posizione. Davanti alle ingiustizie, alle diseguaglianze, dove la dignità umana è calpestata, dove ai fragili è tolta la parola: prendere posizione».

Se c’è in questo momento una situazione di ingiustizia e di disuguaglianza, in cui la dignità umana è calpestata e ai fragili è tolta la parola, è quella dei palestinesi.  

Chiudere gli occhi su tutto questo non promuove la pace, ma la caricatura della pace.

 www.tuttavia.eu

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giovedì 20 novembre 2025

BAMBINI AL MACELLO



 

Dichiarazione della Direttrice generale

 dell'UNICEF Catherine Russell


Da oltre 700 giorni, i bambini di Gaza vengono uccisi, mutilati e sfollati in una guerra devastante che è un affronto alla nostra comune umanità. Gli attacchi israeliani su Gaza City e su altre parti della Striscia di Gaza continuano.

 Il mondo non può e non deve permettere che questo continui.

Negli ultimi due anni, secondo le notizie, un numero sconcertante di 64.000 bambini sono stati uccisi o mutilati in tutta la Striscia di Gaza, tra cui almeno 1.000 appena nati. Non sappiamo quanti altri siano morti a causa di malattie prevenibili o siano sepolti sotto le macerie.

La carestia persiste a Gaza City e si sta diffondendo verso sud, dove i bambini vivono già in condizioni disastrose. La crisi legata alla malnutrizione, soprattutto tra gli infanti, rimane drammatica. Mesi senza cibo adeguato hanno causato danni permanenti alla crescita e allo sviluppo dei bambini.

La necessità di un cessate il fuoco non potrebbe essere più urgente. Da sabato mattina, secondo le notizie, almeno 14 bambini sono stati uccisi, mentre i bombardamenti da parte di Israele continuano a colpire Gaza City e altre zone.

L’UNICEF accoglie con favore tutti gli sforzi volti a porre fine alla guerra e a stabilire un percorso verso la pace a Gaza e nella regione. Qualsiasi piano deve portare a un cessate il fuoco, al rilascio degli ostaggi e al passaggio sicuro, rapido e senza ostacoli degli aiuti umanitari – attraverso tutti i valichi e le rotte disponibili – nella misura estremamente necessaria per tutti gli abitanti di Gaza, soprattutto i bambini.

Il diritto internazionale umanitario è chiaro: chiediamo a Israele di garantire la piena protezione della vita di tutti i civili. Negare l'assistenza umanitaria ai civili è inequivocabilmente proibito. I principi di distinzione, proporzionalità e precauzione devono guidare tutte le azioni militari e i civili che non possono, non vogliono o scelgono di non evacuare le zone di combattimento rimangono civili e devono essere sempre protetti.

Ogni bambino ucciso è una perdita insostituibile.
 Per il bene di tutti i bambini di Gaza, questa guerra deve finire ora.

domenica 19 ottobre 2025

WCNSF - L'ABBANDONO

 


A Gaza 5 lettere

 sul braccio dicono

 se un bimbo 

ha perso tutto


L'acronimo Wcnsf segnala se un bambino ferito è sopravvissuto senza familiari. Unicef: sono 2.596 i piccoli rimasti senza entrambi i genitori, sono saltate tutte le reti di aiuto per l'infanzia

-di Riccardo Michelucci

 Appena cinque lettere. Un acronimo scarno, ma agghiacciante: Wcnsf (Wounded Child, No Surviving Family, ovvero “Bambino ferito, nessun familiare sopravvissuto”). Da alcuni mesi, a Gaza, gli operatori sanitari hanno cominciato a scriverlo sulle braccia degli orfani palestinesi per segnalare che sono sopravvissuti ai bombardamenti ma hanno perso tutto: genitori, fratelli, parenti. Non hanno più alcun familiare in vita. È un’etichetta di disperazione, un codice d’identità necessario a non perderli nel flusso continuo dei feriti e degli sfollati. Un segno sul braccio che nasce dal bisogno di ricordare chi sono, perché non c’è più nessuno che possa farlo per loro.

Secondo i dati Unicef aggiornati all’inizio di settembre, 2.596 bambini hanno perso entrambi i genitori mentre altri 53.724 sono rimasti orfani del padre o della madre. Ma dietro alla fredda contabilità delle cifre ci sono storie come quella di Wesam, tre anni, che il 13 agosto stava dormendo con i genitori, i nonni e il fratellino quando la loro casa di famiglia a Gaza City è stata bombardata. Wesam è l’unica sopravvissuta ma ha riportato gravi ferite alla gamba e all’addome, oltre a lesioni al fegato e a un rene. L’Unicef ha dichiarato che la bambina dovrebbe essere evacuata con urgenza all’estero per ricevere cure avanzate che le consentano di salvare la gamba sinistra dall’amputazione.

Gli operatori sanitari hanno sempre più difficoltà a fornire cure per le ferite fisiche dei bambini e con il crollo di gran parte delle istituzioni sociali, solo piccole reti comunitarie e gruppi umanitari continuano a prendersi cura dei bambini orfani o cercano di rintracciare eventuali parenti sopravvissuti. L’Ong britannica War Child è una delle poche organizzazioni umanitarie ancora presenti sul campo che ricevono chiamate dalle cliniche d’emergenza riguardo ai casi Wcnsf. I suoi assistenti sociali perlustrano i campi di sfollati alla ricerca di bambini non accompagnati e cercano di affidarli ad adulti disposti a prendersene cura. Ma è estremamente difficile trovare famiglie in grado di accogliere bambini in un contesto di grave carenza alimentare, e trasportare un bambino ferito è molto costoso.

«Questo è il primo scenario bellico che ha richiesto la creazione di un simile acronimo», ha spiegato Kieran King, responsabile di War Child. «Persino in Siria o Afghanistan, c’era quasi sempre qualcuno che si prendeva cura dei bambini. Qui, invece, non c’è più nessuno». Radeh, 13 anni, ha visto morire la madre davanti ai suoi occhi, colpita da un cecchino. Il padre era già morto. Da allora è silenziosa, schiva, tormentata da incubi e dolori allo stomaco. Vive in uno dei pochi centri sostenuti da War Child, dove riceve supporto psicologico. Il danno mentale inflitto a questa generazione di bambini a Gaza è incalcolabile.

Soffre di incubi e insonnia anche Alma Jaarour, 12 anni, estratta viva alcuni mesi fa dalle macerie della sua casa. È l’unica superstite della sua famiglia. Nel bombardamento israeliano che ha distrutto il loro isolato a Gaza City ha perso i genitori e i fratelli, insieme a decine di altri parenti che si erano rifugiati insieme in un palazzo di cinque piani.

 Tra quel che resta delle rovine della Striscia, sono sempre più numerosi i ragazzini che rovistano tra i rifiuti alla ricerca di cibo o si ammassano nei punti di distribuzione degli aiuti, sfidando il rischio costante della ripresa dei bombardamenti.

E mentre il mondo spera nella tenuta del cessate il fuoco e discute di corridoi umanitari, nelle cliniche da campo si accumulano le cartelle mediche con quella scritta: Wcnsf.

Avvenire - Mondo

Immagine : Un bimbo palestinese appena nato all'ospedale di Khan Younis / Reuters