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mercoledì 16 luglio 2025

L'ARTE DEL DISCUTERE


 Crepet: “Discutere è sintomo di umiltà, difendere le proprie idee se sbagliate è il segno della povertà intellettuale di una persona"



La Redazione

In un tempo in cui l’omologazione è la norma, Crepet invita a riscoprire il valore del pensiero critico, del confronto e dell’unicità della personalità...

Ciò che caratterizza l'essere umano rispetto ai suoi simili è, senza ombra di dubbio, la sua personalità. La personalità è il tratto distintivo di ciascuno di noi, permettendo alle nostre qualità, attitudini ed inclinazioni di emergere e di contraddistinguerci in maniera unica e speciale. Cosicché, sin dalla nascita, ci viene continuamente insegnata l'importanza della personalità e di tutta la sua evoluzione.

Tuttavia, nel panorama attuale, si assiste sempre più ad una sorta di omologazione, dimenticandosi di un elemento degno di nota, e cioè - proprio come sottolineato con fermezza dal sociologo e psichiatra Paolo Crepet - che una persona deve essere discutibile, deve fare "discutere per le idee che propone, lo stile di vita e i comportamenti che ha adottato...imponendo una propria visione di sé"

In altre parole, occorre distinguersi, coltivare delle idee e portarle avanti con fierezza, senza infrangere le regole ma sempre con l'intento di affermare la propria personalità.

“Che vi siano così pochi uomini e donne discutibili per molti è un sollievo, per me è il segno di un declino culturale. Essere indiscutibili significa essere «normali», accontentare tutti, ricercare e ottenere il più ampio consenso come se questo fosse indice di chissà quali qualità dell’essere umano. Più consenso meno atipicità, quindi più omogeneità, dunque miseria creativa”, queste le significative e mai scontate parole dello psichiatra attraverso le quali si sottolinea l’importanza di non ricercare consenso a tutti i costi perché ciò comporterebbe un appiattimento ed un annullamento della propria personalità.

È necessario, dunque, insegnare ai giovani a diffidare dall'omologazione e dalla misera emulazione. L'importanza di tutto ciò ci viene tramandata dalla storia stessa poiché non vi è stato creativo o artista che non fosse discutibile.

Ma cosa significa, allora, far discutere di sé, ingenerando visioni contrapposte? Significa avere personalità. Lo stesso Paolo Crepet sostiene che personalità è ciò che caratterizza un'unicità, e quindi tale concetto va tenuto del tutto distinto ed avulso dal concetto di neutralità. 

Purtroppo, oggi, invece, va di moda la normalità e nessuno ha il coraggio di portare avanti le proprie idee, soprattutto quando quest’ultime si differenziano da quelle del "gregge", proprio perché si ha il terrore di essere emarginati, esclusi, uscendo così dall'alveo sicuro ed ovattato dell'omologazione.

È importante, pertanto, che genitori ed insegnanti inducano i giovani "a difendere la propria posizione, ma anche ad avere il coraggio di correggersi, di modificare il proprio pensiero, che non deve mai essere rigido e invalicabile come le mura di un castello medievale. Entrare nel merito di una questione e discuterne è sintomo di umiltà, difendere a oltranza le proprie idee anche quando sono evidentemente sbagliate è il segno della povertà intellettuale di una persona".

Ascuolaoggi

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giovedì 14 novembre 2024

UNIVERSITA' E ANIMA

 




di Benedetta Capelli

Se c’è una parola chiave che ha attraversato il Dies Academicus, l’inizio dell’anno accademico 2024-2025 della Pontificia Università Lateranense, è “anima”. 

Un termine che per il rettore dell’ateneo, monsignor Alfonso Amarante, implica un lavorio costante di dialogo e incontro tra docenti e studenti ma anche la necessità di osare avviando percorsi virtuosi, perlustrando strade che altri non hanno percorso e che non sia solo un’occupazione di spazi. Sono tre i passi indicati, frutto anche dell’impegno di un nuovo Consiglio Superiore di Coordinamento ufficializzato solo sabato scorso, 9 novembre. 

Il primo riguarda la crescita del percorso formativo, guardando alla qualità del corpo docente che lo scorso anno contava 139 professori e 1137 studenti; a seguire la ricerca di nuove strategie di comunicazione per diffondere l’offerta della Pul infine l’elaborazione di un piano triennale che preveda l’identificazione di possibili donatori/contributori in Italia e all’estero. 

“Anima” è anche la parola che il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, ha sottolineato nel suo discorso declinando insieme allo stupore, alla creatività e alla libertà di pensiero. «L’università — ha affermato — è uno spazio in cui il soggetto trova le condizioni per diventare protagonista della propria storia, uno straordinario intreccio di dialogo». Anche il porporato non ha mancato di invocare un cambiamento nell’università, parlando di coraggio e di audacia che sono gli ingredienti giusti per osare e per non perdere la capacità di essere «il sale della terra e la luce del mondo». «L’università è un laboratorio di dialogo anche con Cristo ed ha bisogno di interlocutori, di maestri ispirati e di testimoni credibili». 

Il prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione ha poi voluto ringraziare Giacomo Poretti, attore comico e fortunato protagonista anche di diversi film realizzati dal trio Aldo, Giovanni e Giacomo, per la bella e intensa riflessione sull’anima che ha regalato a studenti attenti e docenti interessati alla novità di un comico che si cimenta in una sorta di Lectio Magistralis. Poretti ha attinto al suo repertorio, sintetizzando parti di uno spettacolo del 2018 intitolato Fare l’anima. E ha attinto anche alla sua vita privata raccontando della nascita del figlio Emanuele, della visita in ospedale di don Bruno, il sacerdote che lo aveva sposato. Spiazzante quella frase buttata lì dopo aver giocato con il piccolo neonato: «bene, avete fatto un corpo, ora dovete fare l’anima». 

Ma come si fa l’anima? Cosa è? Dove si trova? Quando nasce? Sono «domande bambine» ha detto don Davide Milani, officiale del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, presentando Giacomo Poretti. Domande che ognuno di noi si è posto nella vita e alla quale l’attore non offre ovviamente risposta, il suo merito è quello di mostrare la forza o meglio la debolezza di questa parola. 

Una parola, ha raccontato, che si è sedimentata nel suo cuore, generando un leggero fastidio ma anche inquietudine. «Mi ha fatto tenerezza — ha spiegato — e mi è parso che avesse il lamento doloroso dell’abbandono, che non l’avessi mai degnata di una simpatia, di un ascolto. Ho pensato alla solitudine delle parole, forse una parola deve essere frequentata, ha bisogno di cura, se non si parlano le parole vengono dimenticate e scompaiono. I dizionari possono essere allora il cimitero delle parole, pensiamo a termini come mitezza, villeggiatura, paltò, infinito, speme e appunto anima». 

Per Poretti l’uomo di oggi cerca rassicurazione in quello che vede, nella tecnologia ad esempio, nell’algoritmo che sceglie per noi, nei big data ma con l’anima bisogna fare i conti. «I preti possono scombussolarti la vita», niente di più vero, come è vero — ha continuato l’attore — che fa pensare la scelta di dedicarsi al sacerdozio. I preti per lui sono «uomini ostinati» che non hanno ceduto al fascino degli influencer, «che hanno la sfrontatezza di svegliarsi tutte le mattine e vestirsi di nero, questi poveri cristi cercano di tatuarci nel cuore qualcosa di prezioso e misterioso». Preziosa e misteriosa come l’anima.

Osservatore Romano

venerdì 1 luglio 2022

L'IDENTITA' PERDUTA

                                                                            

-        
di Sabrina Corsello*


Vi era un tempo in cui la ricerca della propria identità era considerata parte costitutiva ed integrante di ogni crescita umana. In particolare, era l’adolescenza a segnare il momento di crisi o di passaggio all’età adulta per ogni giovane che inevitabilmente si trovava a dover fare i conti con i modelli genitoriali, le tradizioni e i valori della propria comunità di appartenenza.

Era dunque scontato pensare che ogni percorso di conoscenza di sé dovesse passare da una prioritaria assunzione critica della propria storia e da una rivisitazione dei valori sociali di riferimento. La “legge del padre”, i modelli sociali, la cultura dominante, rappresentavano allora il punto di partenza e al tempo stesso il limite-contenimento del processo di costruzione del proprio Sé.

Per quanto ancora oggi la ricerca della propria identità sia riconosciuta come un’aspirazione di ogni essere umano, tuttavia, ciò che oggi sembra sia venuto meno è lo spazio contenitivo in cui, fino ad un passato recente, si svolgeva questa indagine. Sembra che quel carico di inquietudine esistenziale che da sempre l’ha accompagnata, oggi difficilmente trovi il proprio contenimento all’interno di uno spazio rassicurante e ben definito dall’appartenenza ad una propria comunità. Ciò che è venuto meno non è dunque l’anelito personale alla ricerca di sé, ma l’idea che possa esistere una comunità capace di fornire un modello di riferimento. Ad emergere oggi, infatti, è una concezione individualistica che nella comunità non vede altro che una mera somma di individui i quali, non a caso, appaiono sempre più sradicali, privi di appartenenze e di valori condivisi.

Resa dunque ancora più complessa e problematica, la ricerca di se stessi ha così lasciato il posto ad un’ossessiva, ma ben più rassicurante, cura della propria immagine; le relazioni sociali sono state d’altra parte rimpiazzate dalle più comode connessioni e da un compulsivo collezionismo di contatti. Il nuovo identikit è dunque quello di un individuo che, di fatto, di comunità e di ricerca di bene comune sa ben poco.

Le leggi di un mercato globalizzato hanno spazzato via, infatti, quelli che un tempo erano valori consolidati e obiettivi esistenziali: la famiglia, la certezza del lavoro, il salario dignitoso, per lasciare spazio ai nuovi “valori” della flessibilità e competitività, dello sradicamento e precarietà. Tutti falsi miti di una società individualistica e totalizzante che è capace di subordinare tutto a quella prioritaria ricerca di profitto che sta determinando il passaggio dall’ homo politicus, comunitario e socievole per definizione, all’homo migrans, destinato a circolare come merce, sradicato, senza modelli di riferimento e fuori dal contenimento protettivo di una propria comunità.

Non c’è dunque da stupirsi se smarrimento, inquietudine e senso di inadeguatezza siano i sentimenti dominanti nelle nuove generazioni, troppo spesso giudicate irresponsabili e disimpegnate, ma raramente ascoltate e comprese nella loro oggettiva, oltre che soggettiva, difficoltà di vivere il proprio travaglio esistenziale senza veri punti di riferimento e avendo dinanzi un futuro che ogni giorno appare sempre più incerto. Non possiamo infatti non considerare che il difficile percorso di autoconsapevolezza oggi è stata reso ancor più complesso da un vero e proprio progetto culturale che mira scientemente a dissolvere ogni forma di identità, percepita come presunta minaccia alla libertà individuale di autodefinirsi e fonte di pericolosi contrapposizioni e conflitti. Se dunque, appena ieri, sarebbe stato impossibile prescindere dal riconoscimento delle appartenenze alla propria famiglia, alla propria Nazione, a un determinato credo religioso, oggi ci si sta spingendo persino verso la rimozione della stessa possibilità di definirsi a partire dal proprio sesso di nascita.

L’ideologia gender, infatti, sta provando a dissolvere la coscienza di genere, trasformando il dato biologico del sesso di nascita in mero fatto culturale che, in nome di una presunta libertà assoluta, deve anch’esso potersi considerare frutto di una scelta esclusivamente individuale. Il genere sessuale non sarebbe più dunque da considerare un dato biologico, cromosomico, perché il nuovo must impone che maschi o femmine non si nasce, ma si diventa. Dal gender si passa così dal cisgender o al transgender, a seconda che ci si riconosca o meno nell’identità di genere attribuita alla nascita, o al queer di chi addirittura rifiuta di dare un nome alla propria identità di genere o al proprio orientamento sessuale. Tutto appare lecito in uno spazio sempre più dominato da un artificio, che ogni giorno di più si manifesta come soppressione e superamento di tutto ciò che è natura.

A ben vedere, ciò che viene messo in discussione è la stessa possibilità di pensare l’esistenza di modelli in una società in cui l’unico paradigma è quello libertario, che non ammette definizione di identità a partire da appartenenze date. L’identità fluida diviene allora l’unica forma di identità possibile in una società che non a caso sceglie di definirsi liquida e che alla comunità di appartenenza preferisce quel melting pot che promuove la commistione di individui di origini, religioni e culture diverse, con la pretesa di voler costruire un’identità universalmente condivisa.

Alla base di questa ideologia vi è la convinzione che non ha senso parlare di anagrafe, di biologia, di cittadinanza, poiché ogni essere umano deve essere lasciato libero di andare a vivere dove ritiene, senza limitazioni e senza essere considerato un clandestino, perché l’unica definizione possibile è quella di essere cittadini del mondo e abitanti della Terra. Non sappiamo se tale progetto diverrà realtà o sia destinato a rimanere mera utopia. Intanto quel che è certo è che questo uomo migrante è tutto fuorché felice di essere costretto a lasciare i confini della propria terra, di dover rinunziare ai propri affetti per vagare in un mondo che è ben distante dall’utopia di pace promessa a chi crede nel one world no borders.

Di fatto ciò cui stiamo assistendo è il profilarsi di un homo vacuus, un uomo vuoto, svuotato di ogni identità ma al tempo stesso potenzialmente capace di assumerle tutte. C’è da chiedersi il perché di questo attacco frontale all’identità. Tra le possibili cause certamente quella del grande equivoco di un’egemonia culturale che ha confuso identità e identitarismo, nazione e nazionalismo, sesso e sessismo. In pratica è come se si fosse deciso di demolire qualcosa di significativo, solo in quanto avrebbe in nuce le potenzialità della sua stessa degenerazione.

C’è inoltre da considerare che la ratio apparente di tale demolizione risiede in un’idea astratta di uguaglianza che sarebbe preclusa e minacciata proprio dalla definizione di identità e di appartenenze precostituite. Paradossalmente, infatti, sarebbe proprio l’esigenza di garantire tolleranza e rispetto a giustificare l’affermazione di uguaglianza intesa come indifferenziazione.

In altre parole, il ragionamento sarebbe questo: se vogliamo essere uguali, dobbiamo rimuovere tutte le differenze che fanno sì che si sia diversi ossia, appunto, le diverse identità. Ma è proprio così? Davvero occorre sopprimere le identità per garantire uguaglianza? Se ci pensiamo bene, realizzare uguaglianza non vuol dire sopprime le differenze, ma far sì che, nonostante le differenze, si abbia tutti pari dignità. Così, ad esempio, non occorre demolire la differenza fra maschio e femmina, negarne le differenze biologiche, perché questi possano ritenersi uguali, ma occorre piuttosto lavorare per una società che sappia dare eguale riconoscimento ed eguale dignità all’uomo e alla donna, pur rispettandone le diverse identità.

 

* Laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Palermo, ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in Filosofia politica, presso l’Università degli studi di Pisa. Ha conseguito inoltre il titolo di Mediatrice familiare e comunitaria, presso l’Università Cattolica di Milano.

 

www.tuttavia.eu

 


venerdì 4 febbraio 2022

UNICITA'


 “Forse dovrei parlare di integrazione o diversità ma è una parola che non mi piace, è qualcosa di comparativo, esprime una distanza che non mi convince. 

Quando la verbalizzo sento sempre che tradisco qualcosa che sento, che penso. Trovo che le parole siano come gli amanti, quando non funzionano più sono da sostituire. Ho trovato un termine per sostituirlo, molto convincente. 

Unicità. Mi piace, piace a tutti. Tutti noi siamo capaci di trovare l’unicità dell’altro e tutti pensiamo di essere unici. Per niente. Per comprendere la propria unicità è necessario capire di che cosa è fatta. Capire di che cosa siamo fatti noi. Certamente cose belle: valori, convinzioni, amori, i talenti. Ma i talenti vanno allenati, seguiti. 

Delle proprie convinzioni bisogna avere la responsabilità. Delle proprie forze, bisogna avere cura. Immaginatevi quando si comincia con i dolori che vanno affrontati, le fragilità che vanno accudite. 

Non è facile entrare in contatto con la propria unicità. Come si fa a tenere insieme tutte queste cose? Io un modo ce lo avrei: si prendono per mano tutte le cose che ci abitano, quelle belle e quelle che pensiamo siano brutte e si portano in alto. Si sollevano insieme a noi, alla luce del sole, in un grande abbraccio innamorato. E gridiamo: che bellezza! 

Tutte queste cose sono io. Sarà una figata pazzesca. Sarà bellissimo, abbracciare la nostra unicità. E a quel punto io credo che sarà anche più probabile aprirsi all’unicità dell’altro e uscire da questo stato di conflitto che ci allontana. 

Io sono già una persona molto fortunata a essere qui, ma vi chiederei un altro regalo: date un senso alla mia presenza su questo palco: l’ascolto degli altri, delle loro unicità.

Promettetemi che ci doneremo agli altri, che accogliamo il dubbio anche solo per essere certi che le nostre convinzioni non siano solo delle convenzioni. Facciamo scorrere i pensieri in libertà e senza pregiudizio e senza vergogna.
 
Facciamo scorrere i sentimenti con libertà e liberiamoci dalla prigionia dell'immobilità. Immaginate se il mondo non ruotasse e fisso stesse, se tutto il buio fosse nero pesto”.

Drusilla Foer

sabato 30 ottobre 2021

HOMO RECIPROCANS


 A Napoli proseguono le attività educative delle persone coinvolte nelle Olimpiadi dei Saperi Positivi per un virtuoso allargamento alle altrui esperienze e personalità

- di Laura Colantonio

Il principio di reciprocità, su cui verte questa riflessione, può divenire sempre più il corridoio sociale tra l’io e il noi di ogni comunità.

La “sociabilità del sapere” di cui abbiamo detto nell’ultimo contributo ha infatti un’opportunità importante nella dimensione civica propria del pensiero che abbraccia anche l’economia civile. E il principio di reciprocità è il pilastro dell’economia civile: rispetto a iniziative o percorsi di qualsivoglia natura, affinché ciascun aspetto venga tutelato e valorizzato in ogni  potenziale espressione, le sinergie di impegno tra istituzioni ed enti locali, tra gestioni pubbliche e attività di privati cittadini possono far sì che ciascun soggetto rappresentativo di una parte della società civile si ponga in condizione di ascolto dialogico superando ogni tendenza  all’individualismo e all’ autoreferenzialità e puntando invece a traguardi di benessere per la collettività che si traducono in sostanza in traguardi per ciascuno.

L‘homo reciprocans, che si pone su un piano del tutto diverso rispetto a quello dell’homo oeconomicus, tende ad agire nella consapevolezza che i suoi obiettivi trovino misure di convergenza in quelli di altri soggetti che con i loro interventi vanno a sostenere e a consolidare gli impegni già promossi in determinate direzioni. Concetto strutturato nell’ambito delle contemporanee teorie sull’economia civile e divulgato infatti dal professore Stefano Zamagni, quello dell’homo reciprocans potrebbe essere associato alle determinazioni di due delle modalità di intelligenza individuate dallo studioso Howard Gardner nell’ambito della teoria sulle Intelligenze Multiple, quella intrapersonale e quella interpersonale. Prospettive di approfondimento diverse per un’analisi cognitiva che porta ciascuna persona a incontrare l’altro da sé per ritrovare almeno una parte di quel sé, ossia della propria identità.

L’introspezione, imprescindibile per potersi conoscere e far emergere ogni intrinseco livello di motivazione, consente di passare dalla intelligenza intrapersonale a quella interpersonale anche grazie a canali di percezione e poi di espressione quali il linguaggio, la musica, il teatro la danza o la scrittura creativa o di altro tipo. Quando conosciamo cosa ci motiva o ciò che ci provoca reazioni, quali sono i nostri punti forti e quali sono i nostri limiti, possiamo migliorare le nostre potenzialità relazionali. È in quel momento che abbiamo l’opportunità di creare strategie che ci aiutano a reagire adeguatamente nelle diverse situazioni della vita, sviluppando la fiducia in noi stessi e mettendo a fuoco quel corridoio che da interpersonale può divenire di effettiva relazionalità reciproca e quindi sociale.

E proprio in un sistema di rete nell’ambito di una comunità che decide di mettersi in gioco, la reciprocità si apre in più direzioni, potenziando il livello di inclusione della comunità stessa. E d’altra parte, l’attributo civile di quell’economia che può sempre più compensare il disagio socio-economico e culturale rimanda a quella civitas latina estremamente accogliente ed inclusiva in senso sostanziale: oggi, come nella civiltà latina, riconoscere il valore dell’altro come opportunità di valorizzazione di sé per la crescita della comunità. Riconoscere il valore del legame tra il proprio io e il noi, quel noi che già ci comprende proprio grazie a quella intelligenza interpersonale, nota anche come intelligenza sociale e quindi come capacità di stabilire relazioni con gli altri, permette di promuovere tanti processi di crescita che includano tutti, anche i Neet.

In tale ottica, infatti, obiettivo condiviso di un sistema integrato diviene il sostegno agli adolescenti nella identificazione ed esteriorizzazione dei loro sentimenti come l’aiuto nel trovare risorse per gestire i possibili comportamenti negativi come l’aggressività o l’impulsività. Questo l’intento dei percorsi sociali e formativi che a Napoli, nel cuore pulsante del centro storico rappresentato dalla Onlus Pietrasanta, il gruppo di persone coinvolte nelle Olimpiadi dei Saperi Positivi sta perseguendo grazie alla comunità educante che ha aperto rinnovate opportunità di vivere il noi mettendo all’opera una pluralità di io. Una rete di scuole, l’Ateneo Federico II, Accademie culturali, enti locali insieme alla dimensione forte del Terzo settore della Pietrasanta, retta per il complesso basilicale da monsignor Vincenzo De Gregorio e presieduta per la Onlus da Raffaele Iovine, condividono e animano le idee di chi ha scelto di fare del principio di reciprocità aperto e flessibile una forma di volontariato civile per accogliere tutti gli io che scelgono di mettersi in discussione per un modo diverso di crescere, chiamando in causa anche quelle intelligenze che ci sostengono nell’essere uomini e donne “reciprocanti”.

E grazie ai percorsi di scrittura, alle arti performative quali la musica o il canto lirico o il teatro, sposando temi di prioritario interesse pubblico quali l’acqua come bene comune o la valorizzazione dei beni culturali come volàno per uno sviluppo economico sostenibile e per far crescere il senso d’appartenenza, il fervore dell’attività della Pietrasanta sta proponendo un modello non solo sostenibile, ma anche replicabile proprio perché basato sulla motivazione della reciprocità relazionale e di scopo.

 Il sussidiario

 

lunedì 24 febbraio 2020

EDUCARE SENZA GRIDARE ....

Educare senza gridare è la scelta migliore che possiamo fare come genitori ed educatori. Urlare non è istruttivo né salutare per il cervello del bambino. Lungi dal risolvere qualcosa, in realtà si attivano due tipi di risposte emotive: paura e/o rabbia. Impariamo a educare, a imporre la disciplina con il cuore, l’empatia e la responsabilità.

Tutti coloro che sono genitori o che lavorano ogni giorno nel mondo dell’educazione e dell’insegnamento saranno stati tentati di alzare la voce in molteplici occasioni, allo scopo di fermare un comportamento fuori controllo o di sfida, di bloccare dei capricci che mettono a dura prova la pacatezza. Non possiamo negarlo, queste situazioni capitano spesso, sono momenti in cui la fatica si combina con lo stress e la nostra disperazione supera il limite.
Gridare non educa, educare con urla rende sordo il cuore e chiude il pensiero.
Ma cedere e lasciare spazio alle urla è qualcosa che molte persone fanno. Non è un tabù genitoriale. In realtà alcuni dicono che gridare, così come “un bel ceffone quando ci vuole”, sia utile. Ora, per chi sceglie di educare gridando e vede di buon occhio questi metodi, si tratta della normalità. Forse sono gli stessi metodi che sono stati usati con loro quando erano bambini. Adesso che sono diventati adulti, non sono in grado di utilizzare altri strumenti, altre alternative più utili e rispettose.
Educare senza gridare non è solo possibile, ma necessario. Disciplinare, correggere, guidare e insegnare senza ricorrere alle urla ha un impatto positivo sullo sviluppo della personalità del bambino. Si tratta di un modo efficace per prendersi cura del suo mondo emotivo, per soddisfare la sua autostima, per dare l’esempio e fargli vedere che c’è un altro tipo di comunicazione che non fa male, che sa comprendere ed entrare in connessione con le esigenze reali.
L’impatto neurologico sul cervello dei bambini
Qualcosa che come genitori ed educatori avremo notato in più di un’occasione è che a volte ci mancano le risorse, le strategie e le alternative. Sappiamo che gridare non è utile e che non ci porta mai a ottenere il risultato che ci aspettiamo. Quello che otteniamo è che nello sguardo del bambino compaia un guizzo di paura, di rabbia repressa… È quindi necessario apprendere le chiavi per educare senza gridare, per creare un’educazione positiva che ci permetta di risolvere con intelligenza queste situazioni.
Un primo aspetto che non possiamo perdere di vista è l’impatto che le grida hanno sul cervello umano e sullo sviluppo neurologico del bambino. L’atto di “gridare” ha uno scopo ben preciso nella nostra specie, così come in qualsiasi altra: avvertire di un pericolo, di un rischio. Il nostro sistema di allarme si attiva e rilascia il cortisolo, l’ormone dello stress che ha come scopo quello di metterci nelle condizioni fisiche e biologiche necessarie per fuggire o lottare.
Di conseguenza, il bambino che vive in un ambiente dove viene fatto uso e abuso delle urla come strategia educativa soffrirà di precise alterazioni neurologiche. L’ippocampo, la struttura del cervello legata alle emozioni e alla memoria, sarà più piccolo. Anche il corpo calloso, punto di congiunzione tra i due emisferi, riceve meno flusso sanguigno, influenzando così l’equilibrio emotivo, la capacità di attenzione e altri processi cognitivi…
Gridare è una forma di abuso, un’arma invisibile, non si vede e non si tocca, ma il suo impatto sul cervello del bambino è semplicemente devastante. Questo rilascio eccessivo e costante di cortisolo mantiene il bambino in uno stato permanente di stress e di allarme, in una situazione di angoscia che nessuno merita e che nessuno dovrebbe provare.
Educare senza gridare, educare senza lacrime
Paolo ha 12 anni e non sta andando molto bene a scuola. I suoi genitori adesso lo stanno mandando in un istituto dove danno lezioni extra scolastiche per rinforzare varie materie. Si alza ogni giorno alle 8 del mattino e torna a casa alle 9 di sera. In questo trimestre Paolo non ha avuto la sufficienza in due materie, matematica e inglese. Due in più rispetto allo scorso trimestre.
Quando torna a casa con i voti, suo padre non può fare a meno di urlargli contro. Gli rimprovera la sua passività e tutti i soldi che stanno investendo su di lui “per niente”. E non manca la tipica frase “se continui così, non diventerai mai nessuno”. Dopo il rimprovero, Paolo si chiude in camera ripetendosi che fa tutto schifo, che vuole lasciare la scuola e andarsene da casa il prima possibile, lontano da tutto e da tutti, in particolare dai suoi genitori.
Questa situazione, certamente comune in molte case, è un piccolo esempio di ciò che provocano le grida assieme a delle frasi infelici pronunciate in un dato momento. Ma vediamo più in dettaglio quello che una situazione di questo tipo può causare se queste reazioni sono all’ordine del giorno nell’ambiente familiare.
I bambini e gli adolescenti interpretano il grido come un’espressione di odio, quindi se i loro genitori si rivolgono a loro in questo modo, si sentiranno respinti, non amati e disprezzati.
  • La mente non elabora correttamente le informazioni che vengono trasmesse attraverso un messaggio emesso con un tono di voce alto. Quindi tutto ciò che si dice gridando è privo di qualsiasi utilità.
  • Ogni grido suscita un’emozione e in generale si tratta di rabbia e necessità di fuggire. Più che risolvere la situazione, la complichiamo ulteriormente.
Come possiamo educare senza gridare?
L’abbiamo detto all’inizio, ci sono molte possibilità prima di ricorrere alle urla, diverse strategie che possono aiutare a costruire un dialogo più riflessivo, un’educazione positiva sulla base di quei pilastri sui quali costruire un rapporto più sano con i nostri figli. Vediamo alcune soluzioni.
  • Dobbiamo prima di tutto capire che gridare significa perdere il controllo. Solo questo. Pertanto nel momento in cui sentiamo che appare il bisogno di gridare, dobbiamo fare un respiro e riflettere. Se il nostro primo impulso per porre fine ai capricci di questo bambino di 3 anni o per comunicare con questo adolescente di 12 è ricorrere alle urla, dobbiamo fermarci e capire che alzando la voce perdiamo tutto.
  • C’è sempre un motivo dietro un comportamento o una situazione. Comprendere ed entrare in empatia con il bambino è un progresso, e per questo sono richieste due cose: la pazienza e la vicinanza. Il bambino che esplode in un capriccio ha bisogno che gli insegniamo a gestire il suo complesso mondo emotivo. L’adolescente abituato a sentirsi dire cosa deve fare in qualsiasi momento, ha bisogno che gli chiediamo cosa pensa, cosa sente, cosa gli succede … Essere ascoltati a volte può essere un vero toccasana in questa età e in qualsiasi altra.
Per concludere, educare senza gridare è prima di tutto una scelta personale che richiede volontà e impegno quotidiano da parte di tutta la famiglia. Bisogna anche dire che non c’è una chiave magica che ci aiuterà in tutte le situazioni e con tutti i bambini. Tuttavia, alcune sono utili con la maggior parte di loro: condividere del tempo di qualità, dare ordini coerenti, identificarci come figure di supporto incondizionato o incoraggiarli ad assumersi le responsabilità che sono alla loro portata considerando il loro livello di sviluppo.




giovedì 27 giugno 2019

PRENDERSI CURA DI SE' PER FARE FIORIRE LA VITA

I saggi di Luigina Mortari e degli autori giapponesi Kishimi e Koga aprono lo sguardo sulla necessità di alimentare l’interiorità

 di LISA GINZBURG

«La condizione umana è dedicarsi a qualcosa di essenziale che sempre manca: la cura di sé», scrive Luigina Mortari (Aver cura di sé; Cortina, pagine 192, euro 17). Prendersi cura di quel che “fa fiorire” la vita, medicare così «le ferite che accadono nel tempo», perché è prestando cura a noi stessi che più omaggiamo il nostro stare al mondo, gli diamo un senso. Infonde benessere la lettura del saggio di Mortari: una ricognizione, la sua, che di per se stessa cura.
Sul filo di percorsi filosofici diversi ma tutti incentrati sul tema della cura di sé, è libro fruibile anche per chi di filosofia sia digiuno, e in virtù di questa capacità divulgativa, benefico. Merito di Foucault avere riacceso interesse per il prendersi cura, ma c’è il socratismo, alla base. Quei dialoghi di Platone ( Apologia di Socrate, Cratilo, Fedone, Alcibiade) nei quali Socrate offre una definizione di cura di sé molto vicina non solo a quella di amor proprio, anche di amore altruista. Maieutica e pedagogia socratica convergono: educare è orientare l’altro conducendolo a miglior cura di se stesso. Per farsi del bene, occorre liberarsi dell’inessenziale. Individuare quel che non è necessario all’anima, avere il coraggio di lasciarlo andare. Sgombrare, fare spazio. In caccia e in cerca di nozioni e stimoli vitali non mediocri: cose che animano e fanno sentire vivi. Lì dove si avverte consistenza, spessore, vero stimolo, lì e non altrove sostare con il pensiero. Perfar questo, conoscersi a fondo.
Prendere le misure della propria persona e personalità. Scavalcando secoli e sterzando in direzione di tutt’altre prospettive teoretiche, il socratismo si interseca con la fenomenologia.
Quel che più alimenta la vita dell’anima, e la cura e la guarisce, è «una conoscenza riflessiva della nostra interiorità»: così Heidegger in Essere e tempo. Procedere interi, centrati, «con un’anima completamente impiantata su se stessa», nelle parole di Edith Stein.
Affinare la vita interiore sino a renderla bussola, antenna per orientarsi, agire.
Evitare così ogni distruttività. L’intuito si fa conoscenza, e forte delle verità comprese realizza quell’«uso pragmatico dell’introspezione» predicato da Pierre Hadot nei suoi studi sugli esercizi spirituali. Cura di sé come massima attenzione. Vigilanza ininterrotta: pensare i pensieri, pensare il proprio sentire. Evitare il maleficio delle illusioni,
quegli scompensi che provoca «il lavoro sradicante dell’immaginazione».
Togliere, scartare il dannoso. Prender tempo, per riconquistarlo. Cessata la stanchezza della dispersione, tornare alle acque sorgive della propria intima, individuale energia. Nella fretta, rallentare. Re-incontrare il silenzio.
Avere la forza di abitare il vuoto. Sopportare mancanza di conferme del mondo, acquietare ogni ansia di venire riconosciuti e legittimati dagli sguardi altrui. Nel frattempo, fare del proprio uscire di scena una “politica del quotidiano”. Questo è cura. Quanto ai rapporti umani, la buona qualità del tessuto delle nostre relazioni che Socrate nell’Apologia raccomanda, forma anche quella di cura, talvolta operare un taglio con le aspettative del mondo è la migliore medicina. In Giappone ha venduto quattro milioni di copie un libro scritto a due mani da Ichiro Kishimi e Fumitake Koga, filosofo divulgatore di pensiero psicoanalitico il primo, autore di manuali di business il secondo. Si intitola Il coraggio di non piacere (De Agostini, pagine 284, euro 16,90): costruito in forma di dialogo tra un maestro e un giovane discepolo, propone una visione a-storica del trauma, sposando le istanze del pensiero di Adolf Adler in opposizione alla teoria della nevrosi di Freud, “eziologica” perché tutta vincolata al tempo. Nell’universo giapponese dominato dal trauma di Hiroshima, non sorprende il successo di un pensiero che nega le tracce mnestiche ancorandosi a un’idea di cura di sé tutta imperniata sul momento presente.
Liberarsi dei ricordi e non solo: anche del peso di nodi gordiani dati da relazioni complesse.
Farlo rispettando se stessi, i propri limiti.
Delegare, saper dirsi: «Ho fatto quanto dovevo, da qui in poi non è più compito mio». Per poter camminare sulle proprie gambe, tale divisione di compiti è esiziale, il maestro dice allo sconcertato discepolo. Fluidificare l’osmosi con il mondo esterno lasciando ad esso spazio di agire, non solo reagire ai nostri gesti. Smettere di ossessionarsi con le pretese che la realtà avanza su di noi, di cercare approvazione. Semplicemente essere, quel che davvero si sente di volere. Questo anche è autonomia. Libertà. Cura di se stessi.