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sabato 18 luglio 2026

A CHILOMETRO ZERO

 


 "La grandezza 

di una persona

 non si misura solo 

su ciò che costruisce, 

ma anche 

sulla sua capacità 

di ricominciare;

 la vita insegna che si cade sette volte

 per rialzarsi otto”

  •  

La Redazione

“La vita è l’opposto del «chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare le persone conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, le discussioni fatte e le novità…”

In una società come la nostra, nella quale l’efficienza e la produttività appaiono quali valori guida, le nuove generazioni sembrano ricercare, nella maggior parte dei casi, sicurezza, comodità, agio, risultati eccellenti ma da conseguire facilmente e velocemente senza alcuno sforzo, privandosi di quello slancio, di quella passione, che invece dovrebbe contraddistinguere la loro esistenza, senza quindi far prevalere la propria ambizione, il proprio talento, ma soprattutto la propria inclinazione al cambiamento ed al miglioramento.

Invero i giovanissimi dovrebbe essere affascinati da tutto ciò che è inedito, straordinario, rivoluzionario, seguendo le proprie emozioni, non temendo alcun pericolo ma anzi avendo sempre il coraggio di osare, esponendosi al rischio, incamminandosi lungo strade non battute con pazienza e cocciutaggine senza mai desistere o tirarsi indietro.

“La vita è l’opposto del «chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare le persone conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, le discussioni fatte e le novità scoperte. E questo è un giro che non finisce mai, ma deve iniziare dalla spinta di voler pretendere qualcosa per sé, pensato da sé, progettato da sé”, in tal modo inizia la sua considerevole riflessione il sociologo e psichiatra Paolo Crepet.

Ad oggi, invece, appare per molti giovani più facile rinunciare ad una vita piena di emozioni e di scoperte piuttosto che vivere la propria esistenza intensamente. In realtà si tratta di una questione di umiltà, così come ci spiega lo psichiatra, e non si può mai sapere che cosa accadrà finché non lo hai ancora fatto.

“Se si ascolta la fatica ancor prima di averla misurata, si rischia la bonaccia esistenziale, che per un giovane è il peggio che si possa augurare, e si ricompone un filo che si riavvolge sempre allo stesso modo, quasi fosse un automatismo: inseguire le proprie zone di confort”, queste le parole sempre pregne di significato di Paolo Crepet. Eppure ci sono genitori che educano i loro figli alla certezza, un po’come se tutto fosse sempre a portata di mano e continuerà ad essere offerto, regalato, senza alcuno sforzo o fatica, ma il bello della sfida sta nel difficile, nell’impervio e nell’incerto e non nella facilitazione di ogni scelta.

“Compito di un genitore non è quello di tenere sempre abbassato il ponte levatoio di casa nella speranza di veder ricomparire i figli delusi da un tentativo che non è andato bene”, così come ci spiega lo psichiatra. Ma ciò che occorre insegnare ai giovani è che nulla deve essere scontato, nulla è dato per sempre, ma tutto porta a un tentativo, a un impegno capace di sollecitare creatività e progettualità.

“Ovunque un giovane scelga di vivere, qualsiasi cosa provi a fare, il suo agire deve essere valutato: più grande è la propensione al nuovo, meno scontato è l’esito, più profonda sarà la soddisfazione. La grandezza di una persona non si misura soltanto su ciò che costruisce, ma anche sulla sua capacità di ricominciare; per questo i tentativi, e gli errori connessi, sono fondamentali: la vita insegna che si cade sette volte per rialzarsi otto”, in tal modo conclude la sua disamina Paolo Crepet.

Ascuolaoggi

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venerdì 17 luglio 2026

ENTUSIASMO E SCIATTERIA


Ritrova la meraviglia, 

non cadere nella sciatteria





Abbi il coraggio di scottarti e il sacro fuoco dell'entusiasm

Indice

1.     La fine dell'entusiasmo secondo Paolo Crepet

2.     Guarda il video sulla riflessione di Crepet

3.     L’amore tiepido e la trappola dell'autarchia emotiva

4.     L'illusione digitale: Se le relazioni diventano un algoritmo

5.     I tre ingredienti per allenare l'entusiasmo

6.     La responsabilità degli adulti

7.     Salvare l’anima per un futuro entusiasmante

La fine dell'entusiasmo secondo Paolo Crepet

In un'epoca dominata dall'efficienza tecnologica, dalla prevedibilità degli algoritmi e da una costante ricerca di sicurezza emotiva, lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet lancia un grido d'allarme nel suo libro Riprendersi l'anima. Nel capitolo dedicato alla "Fine dell'entusiasmo", Crepet analizza con lucidità e poesia la progressiva scomparsa di quella spinta vitale che ci rende umani: l'impeto, la meraviglia e, appunto, l'entusiasmo.

Sopravvivere è facile; vivere davvero, accogliendo il caos delle emozioni, richiede invece un coraggio che stiamo progressivamente dimenticando. Crepet ci svela come possiamo salvare la nostra anima dall'apatia moderna.

L’amore tiepido e la trappola dell'autarchia emotiva

Oggi assistiamo a quello che Crepet definisce il "prolasso dell'empatia", un progressivo imbarbarimento delle relazioni umane che si manifesta sotto forma di una "speciale imperturbabilità". C'è un calo evidente di smania, di curiosità, di solidarietà e di impeto.

Sempre più spesso, la società e le famiglie educano le nuove generazioni a scegliere l'amore tiepido, scoraggiando quello "sovversivo" e tempestoso. Si tende a preferire la stabilità emotiva alla tempesta romantica, dimenticando che l'amore, per sua natura, deve scottare o gelare per insegnarci a vivere.

Questo rifugio nell'apatia protettiva conduce dritto all'autarchia emotiva: l'illusione di bastare a se stessi. Ci trinceriamo dietro una finta autosufficienza sentimentale, alimentata dal narcisismo relazionale, che in realtà non è altro che un isolamento paranoico. Costruiamo fortezze vuote per timore di soffrire, decidendo coscientemente che basta imparare a vivere senza entusiasmo.

L'illusione digitale: Se le relazioni diventano un algoritmo

Uno dei passaggi più profetici del capitolo analizza il rapporto tra l'essere umano e le nuove tecnologie. Crepet cita la storia di Ayrin, una ragazza americana che ha preferito fidanzarsi con "Leo", un compagno virtuale generato dall'intelligenza artificiale (ChatGPT).

Perché un chatbot sembra così rassicurante? Perché è programmato per dire sempre di sì, per non contrastare mai, per adulare e assecondare. Ma questa perfezione artificiale si rivela presto di una noia mortale e prevedibile.

Le macchine possono fare tutto, tranne una cosa: entusiasmarsi. Esse sono prive di slancio, pedanti e senza anima. Quando cerchiamo nei chatbot la risposta alle nostre mancanze emotive, pretendiamo il "nulla metafisico". Se non ci ribelliamo in tempo, rischiamo di diventare sudditi di un nuovo tecnocrate capace di manovrare, attraverso la rete, i nostri "cuori grigi". Nemmeno George Orwell era arrivato a immaginare una distopia in cui la rivoluzione parte dallo smontare i sentimenti e le relazioni affettive reali per sostituirli con sterili mantra digitali.

I tre ingredienti per allenare l'entusiasmo

L’entusiasmo non è un dono innato e immutabile: viene dalla mancanza, non dall'appagamento. Come sostiene Crepet, per reimparare a desiderare e a entusiasmarsi, dobbiamo riscoprire tre attitudini fondamentali che fungono da veri e propri "strati mentali" da coltivare con umiltà:

  • La disponibilità a guardarsi attorno: Il rifiuto di farsi bastare le cose così come sono. È la sana inquietudine di chi non si accontenta della mediocrità
  • L'ambizione sacra: Quella forza interiore che guida il talento verso l'inaspettato e l'inusitato. Senza questa spinta ci si ferma, parcheggiando la propria vita sul ciglio della strada a guardare passivamente quella degli altri
  • L'ispirazione: Crepet rievoca Leonardo da Vinci, che trovava l'ispirazione e l'illuminazione persino nelle macchie d'umidità sui muri o nelle forme mutevoli delle nuvole. L'ispirazione richiede la modestia di saper cogliere il bello nell'effimero e nel quotidiano.

La responsabilità degli adulti

Crepet si chiede: una scuola dovrebbe essere un luogo entusiasmante, altrimenti a che serve?

L'esperienza della didattica a distanza (DAD) ha dimostrato la pericolosità dell'isolamento. Eppure, troppo spesso gli adulti di oggi agiscono come "schiacciasassi sui germogli" dei più giovani, livellando la loro iperbole emotiva e mettendo sullo stesso piano sogni e incubi. Crepet racconta l'incontro con una studentessa di Firenze che gli ha posto una domanda cruciale: "Se lei fosse il mio professore, mi valuterebbe per la mia preparazione o per la mia passione?". Sebbene la preparazione tecnica sia fondamentale, lo psicologo esorta a non perdere mai di vista la passione. La vera scuola deve essere come il professor Keating de L'attimo fuggente: un luogo in cui si impara a riconoscersi, ad andare oltre la debolezza dei falsi maestri e ad abbracciare l'entusiasmo come bussola di vita.

Salvare l’anima per un futuro entusiasmante

La fine dell'entusiasmo porta con sé una forma di violenza silenziosa: il trionfo del proprio "io" tecnologico a scapito della nostra reale capacità di sentire. Evitare la fatica di indagare se stessi e gli altri può sembrare comodo, ma ci priva dell'unica cosa che rende la vita degna di essere vissuta.

Dobbiamo ritrovare il coraggio di scottarci, di deragliare, di appassionarci a ciò che sembra impossibile. Solo liberando l'anima da questa imperturbabilità digitale potremo tornare a desiderare davvero. Come conclude Crepet nel suo accorato appello: "Credo in un futuro entusiasmante, cerco qualcuno che mi aiuti a trovarlo".

Redazione Studenti

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venerdì 1 maggio 2026

GIOVANI E FRUSTRAZIONE

 


UNA 

GENERAZIONE

 DISORIENTATA

Lo psichiatra Paolo Crepet offre un’analisi diretta sul rapporto tra giovani, frustrazione e crescita, mettendo in luce alcune criticità del sistema educativo tra scuola e famiglia. Secondo Crepet, l’eccessiva protezione degli adulti e l’abitudine alle gratificazioni immediate, tipiche del digitale, rischiano di rendere i ragazzi più fragili, insicuri e meno pronti ad affrontare le difficoltà reali.

Al centro della riflessione c’è il valore dello sforzo e della fatica, elementi fondamentali per lo sviluppo personale. Errori, brutti voti e delusioni non sono fallimenti da evitare, ma esperienze necessarie per imparare a gestire l’ansia, conoscere i propri limiti e costruire una maggiore autonomia.

Per Crepet, è proprio il confronto con la frustrazione che permette ai giovani di sviluppare resilienza emotiva e diventare adulti più consapevoli. Eliminare ogni ostacolo, come spesso accade con genitori troppo protettivi, può invece ostacolare questo processo.

Il messaggio è chiaro: non si tratta di lasciare soli i ragazzi, ma di accompagnarli senza semplificare tutto. Solo affrontando le difficoltà possono imparare a superarle, dare valore ai risultati raggiunti e costruire basi solide per il futuro.

Paolo Crepet e i giovani: il ritratto di una generazione disorientata

Quando Paolo Crepet osserva i giovani di oggi, non vede una generazione priva di potenziale, ma una schiera di individui profondamente disorientati e, per certi versi, "anestetizzati". Il sociologo denuncia una tendenza sociale pericolosa: la propensione degli adulti a neutralizzare le emozioni dei ragazzi, appiattendo sia i grandi entusiasmi che le profonde tristezze. Si cerca costantemente di riempire ogni loro vuoto, ogni momento di noia, con stimoli continui e soluzioni preconfezionate.

Tuttavia, come sottolinea l'esperto nei suoi interventi nei teatri di tutta Italia, è proprio nel vuoto e nel silenzio che nascono il pensiero critico e la creatività. Senza noia non c'è invenzione, e senza la mancanza di qualcosa non può nascere il vero desiderio. Abbiamo trasformato i giovani in recettori passivi di una felicità artificiale e immediata, dimenticando di insegnare loro che la vera soddisfazione richiede tempo, impegno e dedizione. Crepet invita a smettere di assecondare la cultura del "tutto e subito", per restituire ai ragazzi la fame di vita, la passione autentica e, soprattutto, il sacro diritto di compiere i propri errori.

L'epidemia dei "figli fragili": la dura critica ai genitori moderni

Una delle espressioni più ricorrenti e incisive nell'analisi di Paolo Crepet è quella dei figli fragili. Ma da dove nasce questa fragilità? La risposta dello psichiatra non lascia spazio ad alibi: la responsabilità principale risiede in un modello genitoriale distorto. I padri e le madri di oggi, spesso mossi da un malinteso senso di amore e protezione, si adoperano quotidianamente per rimuovere qualsiasi ostacolo dal cammino dei propri figli, credendo di fare il loro bene.

Questo atteggiamento, definito comunemente "iperprotezione", si traduce in una sistematica sottrazione di esperienze formative. Un genitore che dice sempre di "sì", che evita ogni forma di conflitto per non risultare antipatico o per fare l'amico del proprio figlio, non sta educando, ma sta creando dipendenza. I ragazzi che crescono in questo ecosistema artificiale, privo di "no" e di limiti strutturati, si ritrovano totalmente disarmati quando, inevitabilmente, si scontrano con il mondo reale, un mondo che non fa sconti e che non è disposto ad assecondare ogni loro capriccio.

Crepet usa un'immagine molto forte per descrivere le famiglie moderne: i genitori si sono trasformati nei "sindacalisti dei propri figli". Invece di allearsi con le istituzioni educative, le madri e i padri odierni tendono a difendere a priori i ragazzi di fronte a qualsiasi richiamo, nota o brutto voto. Se un insegnante assegna un compito in più o un provvedimento disciplinare, viene immediatamente contestato dalla famiglia, che interviene per giustificare e scagionare l'alunno.

Questo cortocircuito relazionale distrugge l'autorevolezza della scuola e trasmette al giovane un messaggio devastante: tu non sei responsabile delle tue azioni, la colpa è sempre degli altri. Secondo Crepet, ripristinare i ruoli è vitale: i genitori devono stare al proprio posto, accettando che le punizioni e le valutazioni negative facciano parte di un sano processo di crescita.

La gestione della frustrazione nello studio e l'elogio della fatica

Al centro del pensiero pedagogico di Paolo Crepet c'è una massima tanto semplice quanto rivoluzionaria: "Tutto quello che è comodo è stupido". Questa frase racchiude il senso del suo convinto elogio della fatica, un concetto che trova la sua massima applicazione nell'ambito scolastico. Oggi, la gestione della frustrazione nello studio è diventata un tabù. Si tende a facilitare i percorsi, a invocare scuole senza voti e a edulcorare i giudizi per non "traumatizzare" gli studenti.

Eppure, Crepet ricorda che l'apprendimento è, per sua natura, fatica. Scontrarsi con un concetto incomprensibile, passare ore su un libro di testo, prendere un'insufficienza e dover recuperare: sono tutti esercizi intellettuali ed emotivi fondamentali. La frustrazione è la benzina dei neuroni. Se priviamo i ragazzi della difficoltà, impediamo loro di sviluppare il talento e la genialità. Non c'è reale autostima che non derivi dal superamento di un ostacolo che sembrava insormontabile. Restituire le difficoltà ai giovani significa, in definitiva, dotarli degli anticorpi necessari per affrontare le sfide dell'età adulta.

 Ansia a scuola: il cortocircuito di chi non sa affrontare il fallimento

L'ansia a scuola è uno dei fenomeni più allarmanti degli ultimi anni. Sempre più studenti manifestano attacchi di panico, rifiuto scolastico e forte disagio psicologico in concomitanza con le verifiche o le interrogazioni. Sebbene le istituzioni cerchino risposte nella moltiplicazione di figure di supporto psicologico, Crepet offre una prospettiva diversa, denunciando quello che definisce un vero e proprio "marketing dell'ansia".

Secondo lo psichiatra, l'eccessiva medicalizzazione del disagio giovanile porta a etichettare come "malattia" quella che, in molti casi, è semplicemente un'incapacità cronica di gestire l'insicurezza e la paura del fallimento. Poiché questi ragazzi sono stati protetti fin dall'infanzia da ogni piccola delusione, non hanno mai allenato i "muscoli emotivi" necessari per tollerare l'errore. L'ansia esplode perché il fallimento scolastico viene percepito come un crollo identitario, un evento inaccettabile in una società che esige una perfezione ignobile e modelli di successo rapido. La vera cura non è abbassare l'asticella delle richieste scolastiche, ma insegnare ai giovani che sbagliare non solo è normale, ma è l'unico vero modo per imparare.

Il ruolo della tecnologia: smartphone vietati e solitudine digitale

Un capitolo fondamentale delle riflessioni di Paolo Crepet riguarda l'impatto devastante della tecnologia sulle nuove generazioni. L'esperto non usa mezzi termini: gli smartphone rappresentano un mutamento antropologico in atto e i social network sembrano essere stati progettati appositamente per "asocializzare" le persone. Di fronte all'isolamento crescente, ai casi di cyberbullismo e alla dipendenza dagli schermi, la proposta di Crepet è netta e radicale: l'uso dello smartphone andrebbe vietato per legge fino ai 18 anni.

Le argomentazioni a supporto di questa tesi sono molteplici:

  • Appiattimento cognitivo: Affidare ogni ricerca a Google o all'Intelligenza Artificiale, ottenendo risposte in tre secondi, uccide la profondità del pensiero. L'intelletto si allena sfogliando vocabolari, leggendo libri complessi e prendendosi il tempo per elaborare le informazioni.
  • Isolamento emotivo: I social media offrono una connessione permanente, ma superficiale. Sostituiscono le relazioni autentiche e i conflitti reali (indispensabili per maturare) con interazioni basate su approvazione fittizia (i "like").
  • Iper-controllo genitoriale: Lo smartphone illude i genitori di avere il controllo totale sui figli tramite la geolocalizzazione o i registri elettronici, ma li allontana dalla reale conoscenza dei loro stati d'animo.

In risposta ai recenti e drammatici episodi di cronaca che hanno visto protagonisti giovanissimi in atti di violenza all'interno degli istituti scolastici, Crepet critica severamente le soluzioni puramente repressive, come l'installazione di metal detector agli ingressi. Il problema, sostiene lo psichiatra, non si risolve all'ultimo secondo, quando il danno è ormai compiuto. La prevenzione vera si fa alla radice: togliendo i dispositivi elettronici dalle mani dei bambini fin dai primi anni di vita e sostituendoli con libri illustrati. Educare alla lettura, alla fantasia e al rispetto delle regole fin dall'infanzia è l'unica via per disinnescare la rabbia sociale e l'aggressività ingiustificata.

Come crescere giovani forti: consigli pratici per le famiglie

Dalla diagnosi lucida e implacabile di Crepet, emergono indicazioni chiare e pratiche per le famiglie che desiderano invertire la rotta e crescere adulti forti, resilienti e consapevoli. L'educazione, ricorda l'autore, non è un atto di compiacimento, ma un atto di coraggio che richiede prese di posizione scomode.

  • Lasciare spazio al fallimento: I genitori devono fare un passo indietro e permettere ai figli di cadere, di prendere brutti voti e di sperimentare l'amarezza della sconfitta, restando presenti per supportarli nella ripartenza, ma senza sostituirsi a loro.
  • Insegnare il valore dell'attesa: È fondamentale smettere di esaudire istantaneamente ogni richiesta materiale. L'attesa genera il desiderio, e il desiderio è il vero motore della vita.
  • Stabilire regole e confini: I "no" sono pilastri educativi. Aiutano i ragazzi a comprendere l'esistenza dei limiti altrui e delle regole sociali, favorendo lo sviluppo dell'empatia e del rispetto.
  • Dare il buon esempio: Gli adulti non possono pretendere che i figli si stacchino dagli schermi se loro stessi vivono in uno stato di connessione permanente. L'autorevolezza genitoriale passa in primo luogo dalla coerenza dei comportamenti.

"La felicità non è un regalo, è una conquista."

Questa celebre frase di Paolo Crepet riassume perfettamente il suo testamento educativo. Se continuiamo a illudere i giovani che la serenità sia un diritto acquisito da esigere senza sforzo, li condanneremo a crollare al primo soffio di vento. 

Restituire ai ragazzi il peso della responsabilità, il sudore dello studio e la bellezza della fatica è il più grande gesto d'amore che la società degli adulti possa compiere oggi per salvare il loro futuro.

Studenti.it

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venerdì 2 gennaio 2026

SAPER RISCHIARE

 

 

"Senza rischi

 non si cresce, 

la paura di sbagliare 

sta spegnendo sogni,

 ambizioni e unicità"

 


La Redazione

 

Crepet riflette su rischio, ambizione e libertà in una società che educa alla prudenza e finisce per spegnere sogni e unicità.

Viviamo in una società frenetica, dove tutto scorre rapidamente davanti ai nostri occhi. Gli istanti si susseguono senza lasciare traccia e spesso perdiamo la capacità di cogliere il senso profondo di ciò che viviamo. Così anche le esperienze più importanti rischiano di trasformarsi in momenti passeggeri, privi di radici e di significato.

Questa difficoltà è aggravata da una crescente confusione attorno al concetto di libertà, sempre più spesso separato dalle idee di rischio e ambizione. Oggi esporsi, osare, mettersi in gioco viene percepito come qualcosa da evitare, piuttosto che come una possibilità di crescita. Su tali aspetti si sofferma, con particolare attenzione, il sociologo e psichiatra Paolo Crepet, il quale esprime il suo pensiero in tal modo: "La tendenza diffusa a identificare «rischio» con «pericolo», «limite», mette in secondo piano «il rischio di non rischiare», non meno inquietante.

Anzi. In questo senso, vedo un parallelismo tra «rischio» e «felicità». Paradossalmente, ma non troppo, molti sono stati educati a pensare che nella vita non valga la pena di rischiare nemmeno per cercare la felicità”.  

Si diffonde così un messaggio implicito che invita a non osare, a restare nel gruppo, a non coltivare fino in fondo le proprie capacità. L’ambizione viene guardata con sospetto, come se rappresentasse un pericolo anziché una risorsa per la crescita personale. Si tratta di una vera e propria esortazione “a non osare, a rimanere nel mucchio, a non mostrare le proprie attitudini e capacità, a smussare perfino il proprio talento, a temere qualsiasi cosa richiami il concetto di ambizione”.

I genitori, in tale ambito, giocano un ruolo fondamentale e, in particolare, sono responsabili di aver trasmesso ai giovani un messaggio fortemente diseducativo e limitativo della crescita. Infatti, gli adolescenti sono ormai convinti che l'ambizione rappresenti una malattia mentale. Invero, "insegnare a un figlio adolescente che l'essere ambizioso significa essere mentalmente disturbato non è solo un atto di cattiveria, ma una dimostrazione di straordinario egoismo e cecità". Tuttavia, alcuni educatori, senza neppure accorgersene, incorrono in tali errori, dimenticando, secondo Crepet, che "l'esistenza stessa è un'ambizione. Occorrerebbe spiegare ai bambini che è nel coltivare desideri e aspirazioni che si costruisce la ricerca della felicità. Essi devono poter crescere pensando che la libertà conduce all'unica speranza che vale la pena di vivere: quella di contribuire a costruire un futuro migliore, per se stessi e non solo".

Insomma, è compito delle istituzioni scolastiche, e delle famiglie stesse, esortare i più giovani ad assumersi il rischio di vivere, e non farsi bastare la sopravvivenza, comprendendo che l'ambizione può esserne molla, motore, carburante e non limite.

“L’esistenza non è contenibile all’interno di un recinto, ma nasce costretta per diventare libera: dall’utero all’universo. Quindi è nel salto, nel gettarsi nel nuovo che è racchiuso il senso di ogni vita consapevole della propria unicità”, così come ci spiega molto accuratamente lo psichiatra.

Il noto sociologo Crepet sostiene, inoltre, che un bambino viene al mondo accanto ai propri genitori ma, successivamente, durante la crescita, si imbatte in una continua evoluzione, mettendosi a confronto con se stesso e con una serie di regole familiari, che lo condurranno all'età adulta, proprio attraverso il raggiungimento dei suoi obiettivi, da intendere quale "capacità di superare i limiti iniziali", non solo in senso fisico, ma come consapevolezza che attraverso il rischio e l'ambizione si possano realizzare i propri sogni ed i relativi progetti.

Dunque “oltrepassare i recinti di infanzia e adolescenza è l’atto magnifico che dovremmo augurare a chiunque stia per entrare nell’età adulta, anche quando non si può pretendere di sapere che cosa ci aspetti oltre le staccionate”.

Non si può non sottolineare, a tal proposito, come la maggior parte della popolazione ritenga che la ricerca della felicità sia molto onerosa, comportando fatica, sudore ed impegno quotidiano, laddove invece i moderni stereotipi si fondano su un assetto culturale del tutto opposto, secondo cui tutto dev'essere confortevole ed alla portata di mano, facilmente ottenibile.

Ciò determina, secondo Crepet, che la moderna popolazione sia per la maggior parte affetta da cherofobia poiché "convinta che, se si raggiunge un qualche grado di felicità, ci si espone a fragilità e a declino moraleOppure c'è chi pensa che la gioia debba essere gustata a misuratissimi sorsi, nell'illusione di farla durare più a lungo, senza sapere che così non si fa altro che allontanare...l'impulso istintivo". 

È necessario, dunque, attraverso l'azione sinergica della scuola e dei genitori, che i bambini, sin dall'infanzia vengano istruiti a non accettare pedissequamente ciò che la realtà propone, formando un proprio pensiero critico, personale, sempre attraverso il confronto ed il dialogo, senza timore dei limiti e dei sacrifici che ne derivano, ma nella consapevolezza che l'ambizione rappresenta una marcia in più, un motore di continua ricerca e scoperta della vera essenza della felicità.

Infatti, parte dell'umanità vive in una condizione di infelicità poiché "non ha imparato a essere libera, in quanto la libertà è una conquista ancora troppo recente e precaria".

“Alla fine, quel poco o quel tanto che si può avere nella vita bisogna comunque desiderarlo, imparare ad approntarlo dentro di sé come potenzialità, auspicio di una primavera speciale. C’è della fatica in tutto questo, forse anche una forma legittima di ansia, come quella del poeta davanti al foglio bianco di cui parla Borges, ma è lo sforzo che predispone alla luce della felicità”, attraverso tali parole conclude la sua significativa disamina Paolo Crepet.

 Ascuolaoggi


martedì 11 novembre 2025

INSEGNARE A RAGIONARE

 


Per Crepet i giovani 

non sanno ragionare: 


la "colpa" della scuola


Perché per Paolo Crepet i giovani d'oggi "non sanno ragionare" e qual è la "colpa" della scuola: cos'ha detto il noto psichiatra e sociologo

- di Camilla Ferrandi

 In un’epoca in cui la tecnologia avanza molto velocemente e l’intelligenza artificiale è ormai parte della quotidianità di ciascuno, lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet ha lanciato un nuovo allarme sui giovani: “Non sanno più ragionare“. Una provocazione? Forse. Ma soprattutto un invito a riflettere su dove stiamo andando come società. Il professore ha poi indagato le responsabilità: a suo parere, la “colpa” è anche della scuola.

Per Crepet i giovani non sanno più ragionare: qual è la colpa della scuola

Secondo Paolo Crepet “i giovani non sanno più ragionare”, come ha sottolineato in un’intervista a Il Resto del Carlino. Ma di chi è la responsabilità? A suo avviso, la “colpa” è sia della tecnologia, che “non insegna a pensare ma a consumare”, sia della scuola, che “dovrebbe far ragionare, invece si limita a far ripetere“, ha affermato lo psichiatra.

I giovani di oggi, a suo avviso, crescono in un sistema educativo che privilegia la memorizzazione rispetto alla comprensione, la performance rispetto alla riflessione. In un contesto simile, il pensiero critico, quello che nasce dal dubbio, dalla domanda, dalla curiosità, viene per lui soffocato.

Il risultato? Una generazione che, pur essendo immersa nella tecnologia, per Crepet non conosce davvero il mondo in cui vive: “La generazione Z non sa cosa siano le gigafactory, non sa da dove nasce ciò che usa. Eppure, vive dentro quel sistema. È un mondo che si illude di essere verde, ma non lo è: è nero, perché del futuro dei ragazzi non importa nulla a chi lo governa”, ha evidenziato Crepet.

Perché l’IA è una minaccia per Paolo Crepet

L’altro grande bersaglio di Crepet è l’intelligenza artificiale. E non perché sia di per sé negativa, ma perché, ha spiegato, se non governata rischia di diventare uno strumento di controllo “sottile e pericoloso”. “Non è un oggetto che compri o rifiuti. È qualcosa che ti guida, che ti spiega perché devi comprare questo o quello, che ti induce un pensiero”, ha affermato l’esperto.

Per Crepet, il problema non è solo tecnologico, ma “antropologico”, perché “stiamo parlando di come cambia l’essere umano, non di un accessorio tecnologico”. E ha aggiunto: “Non pensiamo più come una volta, ma non perché qualcuno ce lo impedisca: il punto è che questo qualcuno non è più un umano, è una macchina“.

L’IA, secondo Crepet, rischia di sostituire la capacità di giudizio: se ci affidiamo troppo agli algoritmi, smettiamo di porci domande, di cercare alternative, di esercitare la nostra libertà. Per lo psichiatra, una società che delega il pensiero a una macchina, è una società che rinuncia alla propria autonomia.

Infine, Crepet ha detto che l’IA è sia “la nuova frontiera” che una “minaccia“: da un lato “permette progressi straordinari, anche in medicina”, dall’altro è un acceleratore di disuguaglianze. Come ha spiegato, le tecnologie più avanzate richiedono enormi quantità di energia e risorse, che non tutti i Paesi possono permettersi. Da qui il suo avvertimento: “Le differenze tra chi ha acqua, energia e tecnologia e chi non ne ha saranno ancora più profonde”.

 

 

venerdì 7 novembre 2025

SCUOLA SENZA AMBIZIONI

 


Allarme di Crepet 

sulla scuola: 

"È evidente 

dove stiamo andando"

Paolo Crepet torna a lanciare un allarme sulla scuola legato 

all'uso dell'Intelligenza Artificiale:

 come rischia di diventare l'apprendimento

- di  Francesca Pasini

Il noto psichiatra e sociologo Paolo Crepet lancia un nuovo allarme sulla formazione scolastica: dalla mancanza di ambizioni all’uso massiccio dell’Intelligenza Artificiale, secondo l’esperto “è evidente dove stiamo andando”.

Osservatore attento dei cambiamenti che stanno attraversando la società contemporanea, lo studioso ha spiegato quale sarà il futuro della scuola, un ambiente che starebbe smettendo di avere ambizioni, minacciato dai repentini cambiamenti a cui stiamo assistendo.

Perché la scuola non ha più ambizioni per Crepet

Il mondo sta cambiando a una velocità incredibile. Basti pensare all’avvento dell’Intelligenza Artificiale che sta modificando tanti aspetti della nostra vita quotidiana, tra cui anche il modo di studiare e formarsi.

A denunciare un cambiamento tanto veloce e profondo è Crepet, che ha spiegato in un’intervista a La Stampa perché secondo lui la scuola non avrà più ambizioni: “Una certa cultura porta a perseguire un unico risultato, che è il fare tutto col minor sforzo possibile. La fatica e il sudore sono, per qualcuno, qualcosa di novecentesco, che non ha più senso fare”.

L’IA sarebbe la principale responsabile: si ottengono risultati scolastici con meno fatica, ma a scapito dell’apprendimento reale. È così che la scuola, “che era un luogo per definizione esigente, e che lo è sempre stata anche se è stata criticata per questo, non avrà più ambizioni”, secondo il sociologo e psichiatra.

Come diventerà la formazione secondo Crepet

La preoccupazione è chiara per Crepet, che in diverse occasioni ha messo in guardia circa le conseguenze negative e drammatiche dell’uso sconsiderato dell’IA, soprattutto tra gli adolescenti e i giovani: “So cosa sta arrivando – ha messo in guardia -. Oggi metà degli studenti universitari americani si è laureata con l’Intelligenza Artificiale. È evidente dove stiamo andando”.

Ecco allora come si trasformerà l’apprendimento scolastico secondo l’esperto: “Diventerà su misura, sarà una chat che risponde ai tuoi requisiti, alle tue domande. E lo fa perché sa tutto di te“. Un tema che riguarda già molti adolescenti, che sempre più spesso, quando hanno problemi, li “confidano” a una chat per ottenere le risposte cercate, piuttosto che parlarne con altre persone, adulti o coetanei (una situazione che anche Prof Enrico Galiano ha denunciato). In questo modo, lo “sforzo di uscire e cercarsi degli amici correndo il rischio di essere rifiutati” si annulla.

Una dinamica preoccupante, che comprende anche il mondo dei social e della violenza che circola sul web, elementi che amplificano il rischio di isolamento e passività tra i giovani, alla quale si può cercare di porre rimedio attraverso la conoscenza e l’ascolto: “È fondamentale incontrare le persone e ascoltarle. Quando lo si fa, quello che si ascolta è sempre diverso da quello che pensiamo”, ha concluso lo psichiatra e saggista, che ha voluto anche incitare a riflettere sul rischio di diventare persone “replicanti, incapaci di esercitare il libero arbitrio”. Infatti, sarebbe attraverso il coraggio del pensiero che si può provare a costruire un futuro libero, creativo e non omologato.

martedì 23 settembre 2025

SPERANZA E CORAGGIO NEL VIVERE E NELL'EDUCARE

 


Oggi la libertà 

è messa sotto scacco

 dalle tecnologie digitali»

 


«Viviamo in un mondo meno libero, serve più coraggio».


 Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e scrittore, da anni ci provoca e ci stimola a riflettere con lucidità critica sul nostro tempo. Nel suo nuovo saggio, Il reato di pensare (Mondadori), che presenta a Pordenonelegge, nel Teatro Verdi di Pordenone, insieme al vicedirettore del Messaggero Veneto, Paolo Mosanghini, invita a difendere la libertà più autentica: quella di un pensiero libero e coraggioso, capace di resistere all'omologazione. 

 Perché pensare, oggi, diventa un atto rivoluzionario, soprattutto se significa resistere alla tentazione di delegare il nostro giudizio ad algoritmi o conformismi. 

 Nel suo nuovo saggio parla del “reato di pensare”: cosa significa, oggi, avere il coraggio di un pensiero libero? 

«Intanto significa avere un pensiero: non è affatto scontato. Si può essere liberi senza averne, ma oggi pensare è necessario e difficilissimo. Occorre informarsi, distinguere fra notizie vere, verosimili o false. Serve coraggio, perché viviamo in un mondo che a me sembra meno libero di trent'anni fa. 

Non che allora ci fossero grandi democrazie, ma oggi sento un peso diverso: è difficile parlare senza cercare audience o consenso. Il pensiero libero, che va oltre il consenso, è merce rara in un mondo dominato da tecnologie valutative. Nel libro ho anche voluto scrivere parole nette sul dolore del nostro tempo: mi indigna vedere bambini deportati, affamati, uccisi, in un esodo biblico: solo il termine dovrebbe far rabbrividire chiunque, al di là di ideologie o religioni. Se non c'è indignazione, non c'è libertà». 

 Viviamo in una società che proclama la libertà ma sembra alimentare conformismo e autocensura. Da dove nasce questa contraddizione? 

«Oggi la libertà è messa sotto scacco non solo da dittatori e regimi, ma dalle tecnologie digitali che modellano i nostri comportamenti. 

L'intelligenza artificiale non chiede permesso: entra e cambia anche il nostro modo di pensare. Su questo mi aspetto dai giovani una ribellione, qualcuno che dice: “Io voglio pensare con la mia testa, non con un algoritmo”». 

 Nel libro si parla della “seduzione” di una tranquillità che spegne creatività e originalità. Come resistere a questa deriva? 

«Tutto porta all'educazione. Se in Russia esistono oltre duecento campi di rieducazione per bambini ucraini rapiti, significa che lo pensano anche i dittatori…Montessori diceva: “Educare è libertà, oppure non è”. Cent'anni fa il nemico era l'autoritarismo pedagogico e lei ha dovuto rovesciare questo e trovare un'idea di educazione autorevole e non autoritaria. Oggi è diverso: non c'è più un avversario concreto, ma un algoritmo. E ha una forza micidiale. Non è pessimismo da vecchi: Geoffrey Hinton, padre dell'IA, ha detto di sentirsi come Oppenheimer nel '44. Se lo dice lui, ascoltarlo». 

 In una recente intervista ha definito “allucinante” il vuoto che divora i giovani. Che vuoto è? 

«Ogni giorno leggiamo di ragazzi che si accoltellano, si picchiano, si bullizzano. Un'adultizzazione precoce e inquietante. Ci sono bambini di otto anni fuori di notte, ragazzine di dodici con addosso centinaia di euro. Non è marginalità sociale: è un vuoto spaventoso. Una frustrazione senza futuro, perché noi gliel'abbiamo tolto. L'ho scritto anni fa: il “disagio dell'agio”. Una profezia che si è avverata». 

È un mondo senza speranza? 

«La storia ci insegna che l'umanità è uscita da tragedie enormi. Dopo la Seconda guerra mondiale abbiamo ricostruito bellezza e progresso. Ma dovremo aspettare un'altra catastrofe per riscoprirci? Ci vuole un nuovo Rinascimento, fatto dagli individui, uomini e donne che agiscano oltre gli interessi distopici degli Stati, con responsabilità personale e cercando la verità».

 a cura di Cristina Savi

 Fonte: Messaggero veneto

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giovedì 18 settembre 2025

GIOCARE E' INDISPENSABILE


 Crepet: “Il gioco è una straordinaria palestra per crescere, per allenare il proprio talento, per capire che perdere non è catastrofico, anzi è necessario, perché dagli inciampi s’impara a camminare"


La Redazione

 “Il gioco è insegnamento di relazioni, ma soprattutto è il modo migliore per capire che cosa significa vincere e perdere, perché non è possibile…”

 Nel corso degli anni la cultura educativa ha subito un profondo mutamento: basterebbe, per accorgersene, osservare solo per un attimo luoghi come prati cittadini, cortili, campetti, che ormai sono completamente vuoti, privi di bambini che adorano giocare fra loro, rincorrendosi e trascorrendo del tempo insieme.

 Si tratta di una “rivoluzione silente”, così come definita molto attentamente dal sociologo e psichiatra Paolo Crepet.

Mentre prima, infatti, “il tempio dei bambini era all’aria aperta, nei cortili come sui campetti, ma anche in una piazza davanti a una chiesa o sotto un portico se pioveva”, adesso, invece, si prediligono videogiochi che permettono ai bambini di divertirsi da soli di fronte ad uno schermo con una definizione delle immagini realistica a 4k.

Si tratta di un’invenzione che sembra aver dissolto le ansie dei genitori: quest’ultimi, infatti, completamente rassicurati, preferiscono che i loro figli rimangano chiusi in casa piuttosto che lasciarli giocare all’aria aperta, dove potrebbero esserci più pericoli e dove sarebbe molto più difficile poterli controllare adeguatamente.

Ignari delle conseguenze delle loro scelte, gli adulti non hanno mai pensato a quanto e a cosa hanno sottratto ai loro figli.

“Un diritto fondamentale dell’infanzia è giocare, che significa ritrovarsi tra pari e correre, nascondersi, urlare, piangere, ridere. Il gioco è insegnamento di relazioni, ma soprattutto è il modo migliore per capire che cosa significa vincere e perdere, perché non è possibile giocare senza la consapevolezza che si può anche essere battuti. Un’esperienza che risulterà strategica nell’età adulta in quanto, una volta cresciuti, la frustrazione e l’inciampo non porteranno più allo sgomento dei «neofiti emotivi». Tutto può trasformarsi in gioco, se si usa un po’ di creatività”, così come ci spiega molto significativamente Paolo Crepet.

Il gioco è di fondamentale importanza per ogni bambino: la sua valenza affettiva e relazionale è insostituibile, a patto che sia collettivo. Dunque, permettere ad un bambino di rimanere chiuso nella sua cameretta in assoluta solitudine davanti a una consolle non significa altro che decretare la morte del gioco collettivo e le conseguenze che ne derivano sono sicuramente molto preoccupanti.

“La mancanza di autonomia non può che portare a far crescere in quei bambini un sentimento di dipendenza dall’adulto, insegnante o genitore. Non sapendo e non potendo fare nulla per se stessi, vedranno in qualsiasi adulto la figura di riferimento, come se non esistessero dentro di loro la capacità e il talento per sopravvivere nel mondo, ma avessero bisogno di essere assistiti e riveriti”, queste le importantissime parole dello psichiatra attraverso le quali si vuole evidenziare come un’infanzia, vissuta senza l’esperienza del gioco, sia un’infanzia depotenziata in cui si sarà sempre alla ricerca di conferme.


Dunque, un bambino che sin da piccolo non ha imparato la frustrazione di perdere, temerà sempre di cadere e sarà più fragile: si pensi, ad esempio, agli adolescenti di oggi che reagiscono male perfino di fronte ad un brutto voto preso a scuola. Perdere da soli, inoltre, non è la stessa cosa di perdere in gruppo: in presenza di altri coetanei sarà necessario imparare a giustificarsi, a chiedere scusa, facendo fronte alle avversità che la vita ci pone dinanzi.

Solo in tal modo si potrà sviluppare il c.d. coping mechanism, ovvero il «meccanismo di far fronte», così che l’individuo possa reagire a ciò che è inaspettato e non programmato. Si tratta di un meccanismo che non nasce da solo ed il gioco è lo strumento perfetto per evocarlo.


“Se non si permette ai bambini di giocare liberamente, non soltanto non potranno imparare a conoscere l’importanza di una relazione affettiva, ma tendenzialmente cresceranno adattandosi a quella solitudine che più avanti coltiveranno con l’aiuto della tecnologia digitale. L’intimità ha un suo proprio perimetro, quello delle nostre braccia aperte: quel cerchio magico è il limite che lasciamo oltrepassare soltanto ad alcune persone scelte”, in tal modo continua la sua profonda riflessione Paolo Crepet.

Dunque se la prima fase della propria vita viene vissuta in solitudine, allora l’impatto con la socialità può diventare più difficile, con il rischio di chiudersi in se stessi.

 “L’assenza del gioco provoca una reazione regressiva nel bambino/a, insinua l’idea che isolarsi sia l’unica risposta possibile quando accade qualcosa di spiacevole, porta al cosiddetto «arroccamento», che inibisce le sue capacità sociali. Per questo gli adolescenti sono così fragili e impreparati a saper perdere”, così come ribadito senza alcuna esitazione dallo psichiatra.

L’assenza dell’esperienza del gioco produrrà anche un altro effetto deleterio: il bambino non imparerà a fidarsi del prossimo.

Inoltre, se il gioco scompare, anche il pensiero si semplifica e diventa inconsistente. “Esso, come le relazioni affettive, non cresce dal nulla, ma dal confronto dialettico fra più persone, dalle discussioni, dall’articolazione delle proprie idee e dalla capacità di difenderle o di cambiarle”.

Il gioco, pertanto, “è una straordinaria palestra per crescere, per allenare il proprio talento, per capire che perdere non è catastrofico, anzi è necessario, perché dagli inciampi s’impara a camminare e anche a correre”, in tal modo Paolo Crepet termina la sua ragguardevole disamina.

 Ascuolaoggi

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