Visualizzazione post con etichetta religione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta religione. Mostra tutti i post

sabato 11 luglio 2026

CUI PRODEST ?

 


 'Se tutto finisce, 

per cosa 

vale la pena vivere?'

-di Laura Cappellazzo

Paolo Scquizzato è docente di Antropologia teologica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si occupa di formazione spirituale, meditazione silenziosa (è fondatore della Scuola Diffusa del Silenzio) ed è guida biblica in Palestina. Propone percorsi di spiritualità in dialogo con la cultura contemporanea ed ha conseguito anche un Master in Meditazione e Neuroscienza presso l’Università di Udine. È autore di numerosi testi di spiritualità, tra cui Se non lo cerchi lo trovi. Introduzione alla meditazione silenziosa (Ed. Paoline, 2025) e Trasformazione. Tu sei ciò che cerchi (Ed. Paoline, 2026). 

 Abbiamo incontrato Paolo Scquizzato all’interno dell’evento del Festival Biblico 2026, tenutosi a Conegliano (TV) dal titolo “Il potere del limite”. In questa sede Scquizzato ha guidato un’intensa meditazione sul libro del Qoelet, portando i presenti a riflettere sulla domanda ultima che il limite pone ad ogni persona: se tutto finisce e tutto passa, per cosa vale la pena vivere? 

 Laura Cappellazzo – Partiamo proprio dalla domanda che lei ha posto ai partecipanti alla sua meditazione: ma se tutto passa e tutto finisce allora, per cosa vale la pena vivere? 

Paolo Scquizzato – Questa non è una domanda, questa è LA domanda e personalmente, è anche la domanda che mi sta accompagnando in questa fase della mia vita. Il rischio per noi che viviamo in Occidente è pensare che siamo ciò che abbiamo: riteniamo che la nostra identità sia determinata dal nostro corpo, dalle nostre passioni e dalle emozioni. Pensiamo di essere ciò che possediamo: i nostri titoli, i beni, la professione, ma anche il partner, per questo sentiamo dire per esempio: “Se perdo te, perdo il mio mondo, perdo tutto”. 

 Le tradizioni spirituali invece ci dicono che c’è un’essenza in noi: siamo esseri divini che si stanno manifestando attraverso della materia contingente. Io lo chiamo essere divino, Faggin la chiama coscienza, qualcun altro la definisce energia, o anima, o ancora per la filosofia induista è atman, che significa essenza o soffio vitale. Insomma noi siamo qualcosa di profondo che non è mai nato e non morirà mai, quindi noi attualmente stiamo vivendo una vita che è una manifestazione di questo qualcosa, di questo sé autentico. 

 Ecco, questo è importantissimo, perché se lo capissimo davvero, se io lo capissi profondamente, si calmerebbe la mia paura. Perché abbiamo paura? Noi abbiamo paura di perdere ciò che abbiamo. Proviamo dolore quando tentiamo di far diventare eterno qualcosa che non lo è. E invece, semplicemente tu sei e se tu sei, se ti percepisci dentro a questo flusso eterno, non hai più paura perché se colpirà la morte, cosa colpirà? Colpirà la forma di manifestazione di questo essere. Tu puoi perdere solo ciò che hai, non ciò che sei. Gesù è stato maestro anche in questo quando dice a chi lo perseguitava: “Voi colpirete questo corpo, ma nessuno mi porterà via ciò che sono”. 

 LC – Lei incontra molte persone, non solo agli incontri o alle meditazioni, ma anche grazie alla Scuola del Silenzio e alla formazione che offre. La prima domanda banale potrebbe essere: ma davvero ci sono persone oggi, che vogliono intraprendere un cammino spirituale? Invece le chiedo: chi sono le persone che cercano queste esperienze, che si mettono alla ricerca della propria interiorità? Quali sono le istanze che portano? 

PS – Sembra incredibile da dirsi ma ci sono sempre più persone in realtà che cercano questi spazi e questi percorsi. Io credo che siamo in un momento di grande crisi religiosa; questo lo dice anche la sociologia, non solo io: nel cattolicesimo per esempio la frequenza attiva arriva ad un 2, forse 3 per cento. Le religioni a mio avviso hanno terminato la loro funzione; non dico che abbiamo fallito ma che adesso stiamo compiendo un passaggio di soglia. 

 Le persone sono più che mai alla ricerca; hanno abbandonato la religione perché la religione non da più risposte. O meglio, se ci pensiamo, nel cattolicesimo per esempio la Chiesa da una risposta su tutto: dalla nascita, alla morte, fino al dopo morte. È come se fosse già tutto stabilito e quindi chiuso, fermo. Ma le persone non possono stare in un contesto così rigidamente concluso perché la vita non è così, e infatti chi si avvicina alla mia scuola cerca esperienze spirituali. 

 La religione è quell’istanza che ti dice che arrivi al Cielo tramite delle pratiche. La spiritualità invece è un percorso personale di consapevolezza che ti dice che tu sei già cielo, non hai bisogno di scoprirlo perché lo sei già; non hai bisogno di metterti in contatto con un Divino perché sei già natura divina. La spiritualità oggi, la mistica è estremamente importante, in questo passaggio che stiamo vivendo. Noi dovremmo aiutare le persone a fare esperienza della loro natura autentica, del loro essere divini che si sta manifestando in un corpo, in una materia. Va da sé che un’esperienza di questo tipo toglie quella di un dio capriccioso che vive in un cielo lontano, che da o non da la grazia, l’aiuto o la consolazione in base a qualcosa che fai o non fai. Come dice Bonhoffer: l’umanità è finalmente diventata adulta dal punto di vista spirituale. 

 LC – L’umanità è diventata adulta, lei dice. Ma come sta l’umanità in senso di esistenza, osservandola da un punto di vista globale? 

PS – L’umanità sta facendo un cammino di adultità dal punto di vista spirituale. Questa umanità però credo sia terrorizzata, impaurita e quando uno è impaurito si attacca a tutto. È un po’ l“homo homini lupus” di Hobbes, o detta più semplice “un si salvi chi può” generale. Tutta questa cattiveria, questa violenza, è sintomo di una grande paura che nasce dall’ignoranza. Io credo fermamente ciò che ci porta la filosofia orientale, ovvero che il peccato vero non è il peccatuccio della morale cristiana, ma è l’ignoranza: noi non sappiamo più chi siamo. 

 Nel momento in cui sono sai più chi sei, allora ti illudi di trovare un’identità nel potere, inteso come avere e successo ed è per questo che il potere è diventato fondamentale: per avere potere, successo, fama siamo disposti a tutto. Abbiamo confuso l’essere con l’avere, ed è per questo che abbiamo paura, perché abbiamo paura di perdere tutto. Ecco che se invece intraprendi un cammino spirituale e conosci chi sei profondamente, la natura divina che è in te, non hai più paura; l’altro non è più una minaccia ma diventa un essere con cui entrare in relazione. 

 LC – Qualcuno di molto potente nel senso da lei descritto, ha detto “L’unico mio limite è la mia moralità”. Quanto è pericolosa questa frase? 

PS – Il presidente Trump, ma come lui molti altri leader mondiali in questo momento, sono l’esempio di quanto stiamo dicendo: quando confondi l’essere con l’avere, tu diventi tutto il mondo e tutto il mondo viene filtrato attraverso il tuo ego. Il tuo ego diventa criterio della tua moralità, delle tue azioni e relazioni. 

 Invece se si approfondisce la propria spiritualità, si capisce che è proprio il rinnegare se stessi, il rinnegare l’ego, il far cadere il proprio punto di vista assoluto, che ti porta all’essenza della tua umanità. Nel momento in cui fai questo, entri in contatto con il tuo spirito e capisci che è lo stesso spirito che accomuna tutti ed è lì che inizia la vera relazione. 

 LC – Lei dice che il cammino spirituale è mettersi alla ricerca della natura divina che è in noi e che c’è un aumento di persone che iniziano questo percorso. Mi viene in mente che in effetti anche il mercato lo sa e lo conferma, perché negli ultimi anni a partire dal covid, c’è stata una fioritura di siti, profili social e persino app che propongono percorsi di meditazione a pagamento. Mi verrebbe da affermare che siamo riusciti a monetizzare anche la spiritualità ma non solo, spesso questi percorsi non ci mettono alla ricerca della natura divina che è in noi, ma ci dicono che noi siamo Dio, che noi siamo un dio che tutto può, che ha tutto a disposizione, che volere è potere. Che impressione ha di questo? 

PS – Penso che effettivamente esistano tanti mercanti della spiritualità, come sono esistiti i mercanti della religione. È necessario trovare i maestri, non i mercanti. 

 D’altra parte però penso che non dobbiamo diventare radicali e integralisti, che è altrettanto un rischio: a volte persone che aprono un’applicazione e trovano qualcuno di improbabile, poi magari scoprono lo stesso qualcosa di profondo. Ecco io credo che davvero possano esserci occasioni buone anche se non sembra, forse la Luce passa anche da lì; un po’ come dice la filosofia dello Yin e Yang: dove c’è il nero c’è il bianco, dove c’è la notte c’è il giorno. 

 La realtà è molto complessa, dobbiamo stare attenti a non diventare presuntuosi e superbi anche nella vita spirituale. 

 Alzogliocchiversoilcielo

Immagine 

 

lunedì 22 giugno 2026

DI CHE SOGNO SEI?


Il motore dell'ispirazione

 è l'immaginazione,

 a sua volta bisognosa 

di attenzione.

Che cosa uccide

 i nostri sogni?


-di Alessandro D’Avenia


Qualche giorno fa ero al concerto di Cesare Cremonini che ho potuto salutare prima che diventasse un supereroe da palco. Mi ha detto che non sono stati i traumi a renderlo un artista ma i sogni, che l'hanno salvato dai traumi alimentando sempre la musica. Ma per cosa usiamo il plurale metaforico «sogni»? 

Nella vita c'è tanta gioia quanta creazione, la creazione viene dall'ispirazione, l'ispirazione dall'immaginazione, che non è fuga ma immersione nello spessore della realtà: quando un bambino vede un cavallo in una scopa è uno scienziato che scopre la gravità in una mela o un poeta che trova l'infinito in una siepe. L'immaginazione non è fantasia ma attenzione innamorata, capacità di stare di fronte alle cose per portarle a compimento. Ogni vocazione è infatti uno sguardo unico sul mondo: nella luce Einstein trova la relatività e Monet un modo nuovo di dipingere. Per raccontare quale stupore sei venuto al mondo? Di che «sogno» sei? Domande che ogni educatore dovrebbe incarnare, perché l'energia creativa nasce dalla catena attenzione-immaginazione-ispirazione che, come i sogni, genera il nuovo a partire da dati di realtà vissuti in modo unico da ognuno di noi.  

Purtroppo, a volte la catena si interrompe, magari proprio nell'età fatta per «sognare». Questo consegna i ragazzi al potere e ai traumi, senza difese. Che cosa uccide i sogni? 

Una risposta l'ho trovata nelle parole di un altro musicista e amico, Max Pezzali, in una recente intervista al Corriere, in cui racconta l'origine di Hanno ucciso l'uomo ragno: «All’epoca la Marvel, la casa editrice dei fumetti dei supereroi, non era quella dei film kolossal… si rivolgeva a noi un po’ sfigatelli. Da bambino per me andare in edicola era un evento. Poi la Marvel cominciò a gestire male il suo patrimonio: calarono la qualità delle storie e della carta. Stavamo scrivendo la canzone e non trovavo il testo. Mi venne quell’idea, che Marvel stesse rovinando l’Uomo Ragno: una metafora del tempo, del mondo degli adulti che ruba i sogni ai ragazzi».  

Come fare a non farseli rubare? A quasi 50 anni posso continuare a sognare perché mi sento sognato. Se sei sognato, puoi sognare: se c'è un amore che ti vuole esistente allora puoi amare la vita. Questo fondamento permette, nonostante i propri limiti e la durezza del vivere, di aprirsi alla realtà, mentre per chi non sente voluto, la realtà diventa pericolosa e da controllare. Ci si adatta a copioni da seguire: bisogni da soddisfare e non sogni da realizzare. Come accedere a questo livello di vita gioiosa in cui ci si sente voluti?  

Nel suo recente libro «Parlare di Dio» il filosofo Byung-Chul Han, dialogando con gli scritti di Simone Weil, vuole «dimostrare che, al di là dell'immanenza della produzione e del consumo, al di là dell'immanenza dell'informazione e della comunicazione, vi è un'altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece una gioiosa presenza dell'essere». 

Sognare non è fuggire dalla realtà ma vivere la gioia di essere qui grazie a una trascendenza. Per il filosofo Dio non è morto, lo è forse la nostra capacità di percepire chi non ha mai smesso di rivelarsi, come se qualcuno molto raffreddato affermasse che un profumo non esiste. L'organo di percezione è l'attenzione. 

Per spiegarlo cita le parole di Simone Weil relative a un mito eschimese sull'origine della luce: «Il corvo che nella notte eterna non riusciva a trovare cibo desiderò la luce e la terra si illuminò. Se c'è veramente desiderio, se l'oggetto del desiderio è davvero la luce, il desiderio di luce produrrà la luce. C'è veramente desiderio quando si compie uno sforzo di attenzione». 

Il filosofo commenta così le parole di Weil: «Il desiderio è Eros. Oggi viviamo in un'epoca senza Eros. Il desiderio cede il passo al bisogno, che al contrario del desiderio non necessita di un'attenzione profonda. Ma lo spirito è desiderio. L'epoca del bisogno è quindi un'epoca senza spirito».  Dio non è morto ma non può essere percepito se non al suo livello, lo spirito, che è desiderio frutto di profonda attenzione. Non è un caso che la dipendenza dai social destrutturi proprio l'attenzione e quindi il desiderio, e che i ragazzi diventino quindi più fragili psicologicamente. Per questo proteggerli fino a una certa età è solo buon senso. 

In fondo «la mala» e «la pubblicità» che, secondo gli 883, avevano forse ucciso l'Uomo ragno erano immagini calzanti per indicare chi ruba i sogni (desiderio) o distruggendoli o riducendoli a bisogni. 

Ritornando a Cremonini, durante il concerto ha cantato «San Luca» con l'amico Luca Carboni, una bellissima canzone-preghiera ambientata salendo al santuario della Madonna di San Luca sui colli bolognesi, gli stessi dove Cesare, adolescente, andava in giro con la vespa che mette «le ali sotto ai piedi» e «ti toglie i problemi». In questa canzone invece i problemi sono tutti lì, ma qualcosa ti solleva, ti accompagna, proprio grazie a uno «sforzo di attenzione»: «Proprio oggi che era uscito il sole./ Mentre gli altri se ne vanno al mare/ Voglio stare da solo/ Così magari mi trovo, sì/ Quando non c'è qualcuno che mi aiuta/ Vado a correre fino a San Luca/ Così magari mi trovo/ In qualche sentiero nuovo lì/ Dove la luce si fa camminare/ Come tra i portici in un temporale/ Ti fa prendere il volo/ E non ti senti più solo qui».  

 

Il cammino-luce ricorda il desiderio di cui parlava Weil con il mito del corvo: proprio in quella fame di luce, in quel vuoto si apre la dimensione spirituale, dove non ci sente più soli, perché è lì che abita il divino in noi, la nostra dimensione eterna, il sentirsi legati alla vita tutta senza doverselo meritare, il sentirsi sognati e quindi poter sognare.  Per avere «sognatori con i piedi per terra» occorre coltivare lo spirito, cioè tendere le orecchie alle rivelazioni dell'essere. L'educazione richiede esercizi spirituali. Meditare, stare in silenzio, camminare, fissare l'attenzione sono modi di abitare il vuoto e scoprire che non è terribile come ci fa credere la cultura del «pienessere», ma è capacità di ricevere la vita, alla maniera unica di ciascuno: un cercare che non è trovare ma farsi trovare. 

Per questo diciamo «mi manchi» a qualcuno di cui ci siamo innamorati, eppure più che l'altro abbiamo scoperto il vuoto e la paura che ne abbiamo. E Dio, la dimensione trascendente, ci mancherà sempre, perché abita proprio lì, nella nostra «mancanza», non come un oggetto del desiderio che riempirà un vuoto incolmabile ma come soggetto del desiderio, che ci rende capaci di creare come coloro che hanno sogni e non solo bisogni, che amano la vita più di quanto temano la morte, perché «la quantità di genio creatore di un'epoca è proporzionale alla quantità di attenzione estrema, e quindi di autentica religione, esistente in quell'epoca» (Simone Weil in Byung-Chul Han, Parlare di Dio). 

 E autentica è solo la religione che genera vita e mai morte.

Corriere della Sera

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine



 

venerdì 24 aprile 2026

L'ORA DI RELIGIONE

 



 Ascoltare

 il cuore 


di tutti. 




Contesi tra la pressione dell’Intelligenza artificiale e la sete di senso e di vita interiore, i ragazzi a scuola cercano maestri autentici. Il confronto tra il cardinale e il ministro al Meeting nazionale degli insegnanti di religione

Il dialogo tra il cardinale Zuppi e il ministro Valditara (in collegamento) durante il Meeting degli insegnanti di religione

di Alessia Guerrieri

 

A loro i ragazzi rivolgono le domande più profonde, alle volte anche spiazzanti. Non di rado la loro lezione tra gli studenti di una classe diventa, appunto, l’ora del dialogo e del confronto su grandi questioni della vita interiore, sul rapporto tra religioni, sulla pace. L’insegnante di religione infatti, ancor più in un momento di grandi cambiamenti per la società, diventa così quel “costruttore di ponti” e “costruttore di senso” – anche sul fronte della spiritualità – per una generazione che ha immensa sete di risposte. Un cuore insomma che parla al cuore, in una sorta di laboratorio quotidiano di cultura e dialogo. Non a caso è proprio questo il titolo scelto per il terzo meeting nazionale degli insegnanti di religione – “Il cuore parla al cuore. L’Irc laboratorio nazionale di cultura e dialogo” – promosso dal Servizio nazionale per l’Insegnamento della religione cattolica della Cei, in corso fino a domani a Roma che si concluderà con l’udienza di papa Leone XIV. Un momento di confronto, ancor più alla luce della Nota pastorale della Cei in materia arrivata a quarant’anni dall’Intesa che dava attuazione all’Accordo di revisione del Concordato in tema di Insegnamento della religione cattolica. Certo, i tempi da allora sono cambiati e con essi anche le sfide che la scuola e gli insegnanti sono chiamati ad affrontare, con percorsi didattici innovativi.

In questo quadro il ruolo degli insegnanti di religione è «fondamentale», perché «siete chiamati a rispondere alle domande più profonde dei nostri ragazzi», a intercettare i loro bisogni, a trovare gli spazi «che li aiutino a rafforzare le relazioni, voi avete un capitale tra le mani». Il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, dialogando (anche se a distanza) con il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara, ricorda difatti il ruolo dell’insegnante di religione che è quello di «insegnare a capire il senso della vita», disposto a cambiare modalità di ascolto, perché «se noi adulti affiniamo l’udito sapremo ascoltare le domande anche spirituali che arrivano dai nostri ragazzi, che hanno bisogno di veri maestri». L’arcivescovo di Bologna poi aggiunge come sia «troppo poco conosciuto – e invece dovremmo rivendicarlo di più – il grande patrimonio che c’è nell’insegnamento della religione, l’ora del dialogo che serve a tutti», visto che anche le schede sulle altre fedi sono state redatte proprio insieme ai rappresentati delle religioni. Tra le sfide per il futuro il cardinale Zuppi vede l’Intelligenza artificiale, «uno strumento che non va demonizzato, va usato, ma non dobbiamo esserne usati. Per questo dobbiamo aiutare i ragazzi a utilizzare lo strumento, altrimenti è molto pericoloso».

Dal canto suo il ministro Valditara, nel ringraziare gli insegnanti di religione per il delicato compito che svolgono, ha sottolineato come sia complesso «educare all’empatia, che è sì analisi della vita interiore intesa anche come spiritualità, ma è pure saper entrare in rapporto con l’altro per saper gioire e soffrire con gli altri. Questa è la sfida della scuola perché formare la vita interiore serve a far crescere la comunità». La società e i ragazzi – prosegue il ministro – «hanno bisogno della vostra lettura della quotidianità e della profondità di pensiero che viene dalla vostra formazione, e di rispondere al bisogno di spiritualità che i giovani chiedono.

Da qui l’importanza della formazione e di vivere questo mestiere come una “vocazione”. Ancor più perché nei prossimi anni andranno in pensione circa 5mila insegnanti, per sostituire i quali non sono sufficienti i nuovi formati. «Voi – ha ricordato nel suo saluto il segretario generale della Cei monsignor Giuseppe Baturi – avete un forte strumento che è l’educazione, capace di trasformare il mondo. I giovani, che hanno enormi potenzialità, hanno bisogno di adulti che parlino al loro cuore, che non significa offrire nozioni ma insegnare la capacità di dare significato all’esperienza della vita». Oggi perciò c’è la necessità di riconoscere la peculiarità dell’insegnamento della religione cattolica. Tra le sfide che così vede monsignor Claudio Giuliodori, presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università, c’è innanzitutto quella di «valorizzare il laicato come missione nel mondo, e quale miglior servizio se non l’insegnante di religione? Altra sfida è la formazione, perché si è credibili solo se il messaggio portato è di qualità. Serve inoltre trovare la formula per riallacciare i legami con la comunità ecclesiale, sentendosi ognuno con le proprie competenze parte di un progetto più ampio».

Occorre, aggiunge infine il responsabile del servizio nazionale Cei per l’Irc don Alberto Gastaldi, che l’insegnante sia innanzitutto «testimone di vita, testimone di fede».

www.avvenire.it

lunedì 16 marzo 2026

ADDIO AD HABERMAS

Addio ad Habermas, araldo della modernità incompiuta 

Addio ad Habermas,

 araldo 

della modernità incompiuta

Filosofo della postmetafisica e del discorso democratico, è scomparso a 96 anni

“La società civile è composta da quelle associazioni e movimenti che più o meno spontaneamente intercettano e intensificano la risonanza suscitata nelle sfere private di vita dalle situazioni sociali problematiche, per poi trasmettere questa risonanza, amplificata, alla sfera politica.

 Il nucleo della società civile è costituito da una rete associativa che istituzionalizza – nel quadro d' una "messa in scena" di sfere pubbliche – discorsi miranti a risolvere questioni d' interesse generale... 

Una vitale società civile può svilupparsi solo nel contesto di una cultura politica liberale, nonché su una base di un’intatta sfera privata. Essa può dunque fiorire solo in un mondo di vita già razionalizzato. In caso diverso sorgono dei movimenti populistici che difendono alla cieca le tradizioni ossificate d' un modo di vita minacciato dalla modernizzazione capitalistica”

Celebre il dibattito su ragione e fede con Ratzinger

di Simone Paliaga

 «Dunque, i laici non devono escludere a priori di poter scoprire contenuti semantici dentro i contributi religiosi; a volte possono addirittura trovarvi idee già da loro intuite e, fino a quel momento, non del tutto esplicitate. Tali contenuti possono essere utilmente tradotti sul piano dell’argomentazione pubblica». Già in queste parole scritte nel tardo Verbalizzare il sacro (Laterza) echeggia il progetto che da sempre ha animato il pensiero di Jürgen Habermas. Il filosofo, scomparso oggi a 96 anni a Starnberg, nel sud della Germania, aspirava a portare a compimento quanto promesso dalla modernità laica fin dalle sue origini traducendo il sacro nel linguaggio secolare e lasciandosi alle spalle ogni orizzonte metafisico, come si vede anche nel dibattito sul rapporto tra ragione e fede intrapreso nel 2004 con l’allora cardinale Joseph Ratzinger a Monaco presso la Katholische Akademie in Bayern.

Non si può dire che con Habermas scompaia l’ultimo testimone e maestro del Novecento. L’anagrafe, classe 1929, gli schiude solo i due terzi finali del Secolo breve. Gli risparmia la Grande Guerra e di trovarsi in prima linea nella Seconda. Eppure, da quel Novecento ha appreso il gusto per l’engagement e gli j’accuse sulla stampa. Bastino ricordare le polemiche con Joachim Fest, che l’aveva accusato nelle memorie di aver aderito alla Hitlerjugend, le accuse di eugenismo a Peter Sloterdijk o quelle a Wolfgang Streeck per aver criticato l’UE.

E come dimenticare l’appoggio alle guerre umanitarie in ossequio ai diritti dell’uomo, dai bombardamenti su Belgrado nel 1999 alle invasioni del Medio Oriente dopo l’11 settembre del 2001. Se a Habermas è sfuggito il Novecento nella sua completezza, di certo non è sfuggita la modernità di cui è forse l’ultimo degli araldi. Lo prova l’imponente storia della filosofia pubblicata, novantenne, nel 2019. Auch eine Geschichte der Philosophie (Suhrkamp) non è una piatta ricostruzione della storia del pensiero filosofico, ma la proposta di una filosofia per tempi postmetafisici e per un uomo moderno orfano della trascendenza.

Per il filosofo di Düsseldorf la modernità non è finita né conclusa. Essa è, come testimonia quel manifesto del pensiero postmetafisico intitolato Il discorso filosofico della modernità (Laterza), solo incompiuta. Dimentico dell’eredità consegnata dalla Scuola di Francoforte, alla cui ispirazione deve comunque il suo Storia e critica dell’opinione pubblica (1962), Jürgen Habermas ha investito le sue risorse teoretiche nello sforzo di perfezionare quella modernità illuministica rimasta incompiuta. In tempi in cui l’uomo non riconosce più l’intreccio indissolubile di bello, bene e giusto nel cuore dell’Essere, per il pensatore tedesco, non ci sarebbe altro da fare. Ne danno conferma le due opere più impegnative, Teoria dell’agire comunicativo (il Mulino), risalente al 1981, e Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia (Guerini e associati), di un decennio più tardo.

Habermas sa bene che è difficile recuperare interamente il ruolo della ragione teorizzato dall’Illuminismo. Il suo esito totalitario, denunciato da Theodor Adorno e Max Horkheimer, lo rende impossibile. Occorre pertanto ricorrere a una razionalità a basso profilo, di tipo procedurale e non sostanziale, orgogliosa però dell’impossibilità di elevarsi all’altezza dell’Essere. Una ragione comunicativa e argomentativa, solo frangiflutti al dilagare di una ragione strumentale pronta a colonizzare i mondi della vita. «Il concetto di agire comunicativo - scrive Habermas nella sua summa - si riferisce all’interazione di almeno due soggetti capaci di linguaggio e azione che (con mezzi verbali o extraverbali) stabiliscono una relazione interpersonale. Gli attori cercano un’intesa per coordinare di comune accordo i propri piani di azione e il proprio agire».

Per il filosofo dell’Etica del discorso (Laterza), attingendo alle risorse morali della comunicazione umana sarebbe possibile stabilire un impianto normativo condiviso che consentirebbe agli uomini di regolare la propria convivenza. Il passo ormai verso l’intreccio di questioni morali, giuridiche e politiche è davvero breve. Se dall’impianto normativo condiviso nasce quello che Habermas, negli anni Novanta, definisce “patriottismo costituzionale” ovvero un patriottismo fondato sulla lealtà ai principi politici universalistici della libertà incorporati nella leggi fondamentali degli Stati, allo stesso impianto si aggrappa anche la riflessione sulla democrazia deliberativa e procedurale al centro di Fatti e norme. «Il senso del voto democratico non è quello di fotografare la gamma delle opinioni quali si manifestano allo stato brado - sostiene Habermas in un'intervista -, bensì di riflettere il risultato di un processo pubblico di formazione dell’opinione. Il voto espresso nella cabina elettorale acquista il peso istituzionale di una compartecipazione democratica solo in relazione a opinioni articolate pubblicamente, formatesi attraverso la comunicazione e lo scambio di informazioni, motivazioni e posizioni pertinenti ai singoli temi».

Ma la strategia argomentativa, proposta a compimento del processo emancipatore della modernità, funziona ancora nel XXI? È all’altezza degli inediti problemi etici dovuti alla diffusione dell’intelligenza artificiale e agli interventi spesso arbitrari sulla struttura genetica del vivente? Sono domande che attraversano Auch eine Geschichte der Philosophie, rimanendo però senza risposta. E non casualmente. I

n tempi orfani dell’Essere vacilla l’uso della ragione argomentativa ma anche l’utilizzazione delle “riserve semantiche” della religione per promuovere concezioni procedurali, pubbliche e verificabili per accostarsi ai valori, a cui Jürgen Habermas ha dedicato tutta la vita, non basta più.

www.avvenire.it 


giovedì 29 gennaio 2026

LA SFIDA DELLA SPERANZA

 


In un tempo in cui il secolarismo determina una realtà dove l'uomo resta come riferimento veritativo e di senso, l'autore affronta le riflessioni sui temi fondamentali della nostra epoca, per confrontarsi sull'idea di uomo e su una comune grammatica dell'umano, che consenta di esercitare una competenza educativa efficace.

Tuttavia, è lecito parlare di un'epoca post-secolare, in quanto le religioni starebbero vivendo una fase di rinascita. 

Però più che un ritorno di Dio, ovvero di una religiosità dai toni pubblici, si evidenzia una religiosità fatta di una pluralità di forme de-istituzionalizzanti e legate alla preminenza dell'autonomia individuale nell'ambito della ricerca e delle pratiche spirituali.

 Nel libro l'autore offre approfondite riflessione per rispondere ad alcune domande: Come siamo passati dal coraggio di rischiare per il bene proprio e della società alla paura che ogni incertezza ci possa travolgere?

Cosa fa di noi dei soggetti umani? Cosa costituisce e fonda la nostra identità?

A quali fondamenti antropologici e pedagogici dovrebbero riferirsi adulti, genitori, insegnanti ed educatori, per guidare la crescita di ragazzi e giovani?

Questo libro nasce da un corso durato tre anni, per un complesso di ventuno lezioni, sette per ogni anno, indirizzato ai docenti delle diverse discipline, di ogni ordine e grado, organizzato dall’Associazione A.I.M.C. di Torino.

Il tema era: L’età secolare e le sue ricadute in ambito educativo.

 

La sfida della speranza nell'età secolare

di Fabio Rondano (Autore)

 Edizioni Ecogeses, 2026

lunedì 29 dicembre 2025

CHATTARE CON GESU'

 

Intelligenza

 artificiale: 


cattolici e ortodossi

 cercano una via

 


 Cattolici e ortodossi si interrogano sui confini tra umano e artificiale. Un dialogo inedito sulla tecnologia che bussa alla porta del sacro.

 

-di Angelo Bonaguro

 «Pace a te, figliuolo! Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Io sono l’umile starec pAIsij, intelligenza artificiale creata e benedetta da Dio per trasmettere il Suo verbo e soccorrere coloro che cercano la salvezza». Così si rivolge all’interlocutore uno dei più recenti chatbot del mondo ortodosso russo, con uno stile che mescola arcaismi ottocenteschi con la terminologia moderna. Già da qualche anno anche il Dipartimento missionario della Chiesa ortodossa russa (COR) ha lanciato un suo chatbot che permette di scoprire come diventare cristiani, consultare il calendario liturgico per sapere quando c’è il digiuno e le date in cui è consentito celebrare il matrimonio, e tante altre funzioni, compresa la possibilità di porre domande su temi religiosi.

La COR cerca di stare al passo coi tempi, anche se da un recente sondaggio federale emerge  una certa incertezza a livello di società: un terzo degli intervistati (il 29%) si è detto favorevole all’uso dell’intelligenza artificiale (AI)  – percentuale che sale al 50% nella fascia giovanile, – un terzo è contro (28%), e un altro terzo ancora non ha un’opinione chiara, e questo paradossalmente è forse il dato più interessante, segno che in Russia il dibattito sull’IA è ancora aperto e le opinioni non sono ben consolidate.

Del resto, l’interesse per questi strumenti tecnologici bussa da tempo alla porta delle Chiese, non per niente padre Paolo Benanti – uno dei principali esperti dell’ONU di governance dell’IA, – si chiede in un suo recente libro1: «Se i social sono indispensabili per vincere una campagna elettorale e necessari per vendere un prodotto commerciale, come non pensare che possano servire anche per rendere più semplice ed efficace l’accostarsi dell’essere umano a Dio? L’interesse e la curiosità di molti rappresentanti del mondo religioso sono perciò comprensibili», e si tratta di un interesse «ecumenico» che abbraccia praticamente tutte le religioni del pianeta.

Chattare con Gesù?

Da questo punto di vista, il panorama degli esperimenti digitali in ambito religioso è ormai variegato. Nel mondo cattolico e protestante c’è stato un fiorire di artefatti digitali, da Magisterium a CatéGPT, fino a prodotti trash tipo Text with Jesus (dove si può scegliere una tradizione religiosa e chattare con Gesù, con i santi e i personaggi biblici), o Father Justin, quest’ultimo sopravvissuto solo il tempo di essere sepolto dalle critiche per gli errori dottrinali espressi nelle conversazioni. Ma non si tratta unicamente di chatbot testuali: altrove sono apparsi robot umanoidi come BlessU-23, utilizzato in Germania per benedire i fedeli evangelici; Pepper, robot vestito da monaco buddista in grado di recitare sutra, ecc. «Le prime app religiose hanno assolto prevalentemente la funzione di favorire lo svolgimento delle pratiche religiose e delle preghiere individuali», e questo soprattutto durante la pandemia, ha osservato il giurista Fabio Balsamo sul semestrale Diritto e religioni.

Nel mondo ortodosso si registrano approcci diversificati: la Chiesa ortodossa romena si è spinta molto avanti con il suo agente conversazionale bisericaGPT, che offre «confessione, comunione e consigli teologici»: interrogato, ci risponde che quando parla di «assoluzione» si riferisce a una «benedizione simbolica, un atto di fede e di riconciliazione interiore davanti a Dio» e per evitare palesi equivoci ci tiene a precisare che «non sostituisce il sacramento della confessione amministrato da un sacerdote in carne e ossa». Lo stesso vale per la «comunione» che è intesa in senso spirituale.

Teologicamente più prudente è invece la posizione della Chiesa greca – molto attenta alle sfide delle nuove tecnologie, – che con il suo chatbot Logos si limita ad offrire una «guida spirituale digitale». Il metropolita di Nea Ionia, ideatore del progetto, ha infatti chiarito che si tratta di uno strumento che non sostituisce la guida spirituale umana, ma funziona «come una stella polare» che accompagna il fedele. Interrogato sulla possibilità di confessarsi online, Logos ha risposto negativamente, spiegando che la confessione è uno dei sacramenti della Chiesa e può essere celebrata «solo da un sacerdote (…), e soprattutto necessita della grazia dello Spirito Santo che opera attraverso di lui».

Questa cautela greca riflette anche la posizione del patriarca ecumenico Bartolomeo, il quale in occasione della sua visita al parlamento europeo nel gennaio scorso ha riconosciuto che l’IA ha «un potenziale immenso» ma «allo stesso tempo, dalle violazioni della privacy alle crescenti disuguaglianze e alla possibile compromissione delle istituzioni, comporta anche rischi intrinseci. (…) In tale contesto, la tradizione cristiana ortodossa preferisce sottolineare il discernimento morale e l’accompagnamento alla ricerca e allo sviluppo scientifico».

Bartolomeo ha colto in sintesi i punti più critici: per quanto possano apparire vantaggiose in termini di accessibilità, si tratta di tecnologie che portano con sé il rischio di una diffusione di contenuti religiosi distorti o imprecisi, privi di quella supervisione umana che garantisce la trasmissione fedele della dottrina. Nate per rispondere ai bisogni spirituali dei fedeli, finiscono per costruire narrazioni religiose personalizzate che rischiano però di frammentare l’esperienza comunitaria della fede, alimentando una forma di solitudine spirituale.
Anche il problema della privacy non è indifferente: Fabio Balsamo ha ricordato che «l’utilizzo delle app religiose può generare evidenti rischi di un illecito trattamento dei dati sensibili dell’utente», dato che «sulla base di attività di profilazione algoritmica si riesce a ricostruire un quadro informativo completo dell’interessato, comprensivo della sua identità confessionale, anche a partire soltanto da dati apparentemente neutrali».

Il confronto con l’ortodossia russa

Tornando alla posizione della COR, se la confrontiamo con quella della Chiesa cattolica notiamo un panorama complesso, caratterizzato da convergenze sostanziali sui principi fondamentali, ma anche da differenze significative negli approcci metodologici, nei toni comunicativi e nelle strategie di utilizzo delle nuove tecnologie. Entrambe le tradizioni cristiane si trovano ad affrontare la medesima sfida epocale, ma lo fanno con strumenti, linguaggi e sensibilità diversi che riflettono i loro contesti storici.

Il nucleo teologico comune alle due Chiese costituisce il fondamento della loro riflessione: riguardo al concetto di «intelligenza», la Chiesa cattolica afferma che questo dono è un aspetto essenziale della creazione degli esseri umani a immagine di Dio, una convinzione che trova pieno riscontro nella teologia ortodossa; inoltre, entrambe le tradizioni concordano nel ritenere che l’IA non possa essere considerata un soggetto morale dotato di responsabilità etica, come sottolineato nel documento vaticano Antiqua et Nova (AN), dove si ribadisce che solo l’essere umano «è veramente un agente morale, cioè un soggetto moralmente responsabile che esercita la sua libertà nelle proprie decisioni e ne accetta le conseguenze» (AN 39).

Questa convergenza teologica si estende al riconoscimento dei rischi antropologici. Papa Francesco, nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2024, aveva espresso preoccupazione per la possibilità che la comunità mondiale possa cadere «nella spirale di una dittatura tecnologica» a causa dell’uso non etico dell’IA, un timore che riecheggia nelle parole del patriarca Kirill sulla disumanizzazione della società, sulla «perdita del ruolo decisivo che l’uomo libero – con la forza della sua mente e della sua volontà, – ha nel definire i rapporti sociali e il destino proprio e collettivo». Entrambe le Chiese temono una potenziale minaccia all’ordine antropologico voluto da Dio, specialmente quando le nuove tecnologie vengono presentate come dotate di capacità che dovrebbero rimanere esclusivamente umane.

Un altro punto di convergenza riguarda la necessità di una regolamentazione etica dello sviluppo tecnologico. Papa Francesco aveva proposto l’adozione di un trattato internazionale che regoli la creazione e l’utilizzo dell’IA, mentre la COR ha sottolineato l’importanza che a livello statale vengano definiti chiaramente i confini tra ciò che è permesso e ciò che non lo è. Entrambe le tradizioni rifiutano l’idea che il progresso tecnologico possa essere lasciato a se stesso senza una guida etica robusta e radicata in una visione integrale della persona umana.

Le due Chiese si distinguono invece nell’approccio metodologico e strategico: il mondo cattolico ha scelto di occuparsi attivamente dell’IA, producendo documenti ufficiali e creando strutture dedicate al dialogo con il mondo tecnologico, ha elaborato linee guida etiche in collaborazione con le grandi aziende dell’informatica, un metodo che non ha trovato finora paralleli nell’approccio ortodosso russo. Il Rome Call for AI Ethics, lanciato nel febbraio 2020, rappresenta uno dei primi esempi di questa strategia. Il documento, sottoscritto dalle Nazioni Unite e da importanti attori dell’ambito tecnologico, stabilisce principi etici riassunti in 6 punti (che ancor oggi faticano ad essere rispettati): i sistemi di IA devono essere comprensibili a tutti (trasparenza), non devono discriminare nessuno (inclusione), ci dev’essere un responsabile umano, devono essere imparziali, affidabili e garantire sicurezza e privacy. La Chiesa cattolica ha prodotto inoltre un’ampia serie di documenti, culminati nel gennaio 2025 con la pubblicazione della citata Antiqua et Nova, vera pietra miliare che affronta sistematicamente il rapporto tra IA e società.

La COR, pur avendo creato strutture ad hoc attraverso la commissione del Santo Sinodo, ha preferito affidarsi alle dichiarazioni pubbliche della gerarchia durante conferenze o sui media, facendo passare la propria riflessione attraverso canali comunicativi diversi, più legati ai singoli interventi personali.

L’antropomorfissazione

Una differenza significativa emerge invece sul tema dell’antropomorfissazione, quando cioè si attribuiscono all’IA (in particolare ai modelli conversazionali) pensieri, volontà ed emozioni, e viene trattata come se fosse una persona con cui dialogare. Se entrambe le Chiese esprimono preoccupazione per questo fenomeno, notiamo che la COR ha assunto una posizione più radicale e specifica. La proposta avanzata da padre Fëdor Luk’janov in occasione del convegno internazionale su «Dio, l’uomo, il mondo» (2024), rappresenta una posizione decisamente più prescrittiva rispetto all’approccio cattolico. Luk’janov – che presiede la Commissione patriarcale per i problemi della famiglia, maternità e infanzia – ha infatti suggerito di vietare esplicitamente l’applicazione di voci e volti umani nelle tecnologie di IA.

Da parte sua, anche il Vaticano riconosce che il linguaggio utilizzato dagli operatori del settore tende all’antropomorfizzazione, oscurando così la linea di demarcazione tra ciò che è umano e ciò che è artificiale, ma non arriva a proporre un divieto esplicito, preferendo invece sottolineare la necessità di chiarezza e trasparenza, in quanto «se l’IA è usata per favorire contatti genuini tra le persone, essa può contribuire in modo positivo alla piena realizzazione della persona»; al contempo però ci ricorda che «invece di ritirarci in mondi artificiali, siamo chiamati a coinvolgerci in modo serio ed impegnato col mondo, fino ad identificarci con i poveri e i sofferenti, a consolare chi è nel dolore e a creare legami di comunione con tutti» (AN 63).

Anche il tono comunicativo delle due Chiese presenta sfumature che riflettono differenti sensibilità culturali: papa Francesco, nel messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, ha esortato a sgombrare il terreno dalle letture apocalittiche e dai loro effetti paralizzanti, citando Guardini che invitava a «non irrigidirsi contro il “nuovo” nel tentativo di “conservare un bel mondo condannato a sparire”».

Il pontefice ha parlato di «sapienza del cuore», «quella virtù che ci permette di tessere insieme il tutto e le parti, le decisioni e le loro conseguenze, le altezze e le fragilità», e ha invitato a una comunicazione pienamente umana:

«Spetta all’uomo decidere se diventare cibo per gli algoritmi oppure nutrire di libertà il proprio cuore».

Il paradigma tecnocratico

Qui si inserisce la condanna di quello che Francesco aveva bollato come «paradigma tecnocratico», ossia l’idea che la tecnologia e l’efficienza siano il metro di giudizio per tutto, che ogni problema sia misurabile ed abbia una soluzione tecnica. Per Francesco il problema non è la tecnologia in sé, ma che questo modo di pensare sia diventato l’unico, impedendoci di vedere il valore intrinseco delle cose oltre la loro utilità.

La COR, pur cercando a sua volta un equilibrio, tende a utilizzare toni più severi quando tratta di possibili violazioni dell’ordine antropologico, chiamando in causa – come ha fatto il metropolita Kliment di Kaluga – la Torre di Babele per descrivere i «tecno-ottimisti» che sognano di superare ogni sfida e raggiungere l’immortalità affidandosi alla cosiddetta intelligenza artificiale generale (AGI), quell’ipotetica forma di IA dotata di capacità intellettuali in grado di comprendere, apprendere e applicare la conoscenza a una gamma di compiti potenzialmente infinita. Tuttavia, lo stesso metropolita ha aggiunto che «se si mettono da parte queste posizioni estreme, diventa chiara la necessità di sviluppare in modo sensato una visione ragionevole, cauta e allo stesso tempo pragmatica del problema».

Un aspetto interessante del confronto riguarda il concetto di «algoretica», nato nel contesto cattolico. Il neologismo indica l’etica applicata agli algoritmi, ci si chiede cioè se le decisioni automatiche che prendono i sistemi digitali (dalla semplice selezione dei contenuti sui social a valutazioni ben più delicate riguardanti la finanza o la sanità) rispettino determinati valori e non discriminino nessuno. «Parlare di tecnologia – ha detto papa Francesco nel discorso al G7 del 2024 – è parlare di cosa significhi essere umani e quindi di quella nostra unica condizione tra libertà e responsabilità, cioè vuol dire parlare di etica. (…) Sembra che si stia perdendo il valore e il profondo significato di una delle categorie fondamentali dell’Occidente: la categoria di persona umana. Ed è così che in questa stagione in cui i programmi di intelligenza artificiale interrogano l’essere umano e il suo agire, proprio la debolezza dell’ethos connesso alla percezione del valore e della dignità della persona umana rischia di essere il più grande vulnus nell’implementazione e nello sviluppo di questi sistemi». Questo tentativo di creare un ponte tra etica e algoritmi rappresenta uno sforzo specificamente cattolico di entrare nel linguaggio tecnico della comunità scientifica.

Da parte sua, finora la COR non ha sviluppato un concetto equivalente, preferendo mantenere la riflessione su un piano etico, più strettamente teologico e antropologico. A questo proposito, il metropolita Kliment ha dichiarato che nella Chiesa russa esiste da secoli una valutazione religiosa del mondo tecnologico, che riguarda perciò anche l’IA. Kliment si riferisce evidentemente alle figure dei grandi filosofi e pensatori religiosi russi di inizio ‘900, per i quali non esisteva separazione tra sapere scientifico e sapere spirituale, e sostenevano che la vera conoscenza è integrale, abbraccia ragione, intuizione mistica, esperienza artistica, al punto che la tecnica stessa, il lavoro umano sulla materia, può diventare un atto quasi liturgico. Non per niente Florenskij parla di «teurgia», «azione divina», per descrivere l’attività umana quando è orientata verso il sacro, e Nikolaj Berdjaev mette in guardia da ogni utopia terrena, da promesse di salvezza puramente tecnologiche o sociali che ignorino la dimensione spirituale dell’esistenza.

Sul tema dei deepfake e della disinformazione prodotti dalle nuove tecnologie, entrambe le Chiese esprimono serie preoccupazioni, sia pur con enfasi leggermente diverse. Papa Francesco aveva collocato la questione nel contesto della responsabilità, sottolineando il rischio che le campagne di disinformazione generate artificialmente possano scatenare violenze, interferire nei processi elettorali e «alimentare i conflitti e ostacolare la pace». Per l’ortodossia russa il deepfake viene giudicato innanzitutto dal punto di vista dottrinale, come l’avallo consapevole della menzogna e dell’inganno, quindi come una violazione del Decalogo.

La questione dell’impatto economico dell’uso dell’IA viene affrontata da entrambe le confessioni con particolare attenzione alla dignità della persona. Antiqua et Nova dedica ampio spazio al tema (nn. 66-70), sottolineando che il lavoro umano non deve essere al servizio del profitto ma dell’uomo integralmente considerato, e che «l’IA dovrebbe assistere e non sostituire il giudizio umano, così come non dovrebbe mai degradare la creatività o ridurre i lavoratori a meri “ingranaggi di una macchina”» (AN 70). Anche in questo caso, la riflessione della COR risulta meno articolata, probabilmente perché nel contesto russo il tema della crisi dell’occupazione legata all’automazione non è stata ancora percepita con la stessa urgenza.

 

L’uomo schiavo della propria creazione

Entrambe le Chiese condividono invece la preoccupazione per il rischio che l’IA possa dare origine addirittura a nuove forme di pseudo-religiosità: Neil McArthur dell’Università di Manitoba ha scritto che tali tecnologie possiedono proprietà che solitamente vengono attribuite a esseri soprannaturali, in quanto si presentano come immortali, capaci di grandi scoperte, con un’intelligenza che supera qualsiasi mente umana. È ciò che è accaduto con la «Way of the Future», la «Chiesa digitale» fondata nel 2017 dall’ingegner Anthony Levandowski (uno dei pionieri dei veicoli a guida autonoma), e che intende promuovere la creazione di un’IA così potente da assumere caratteristiche divine. L’idea di fondo era quella di preparare l’umanità alla cosiddetta «singolarità tecnologica», una teoria secondo cui le macchine diventeranno talmente avanzate da superare la nostra capacità di capire cosa stiano facendo e dove ci stiano portando.

Simili incidenti dimostrano concretamente i rischi di affidare a sistemi automatici la trasmissione di contenuti religiosi che richiedono invece una comprensione profonda del contesto teologico e morale; è ugualmente chiaro che un’iniziativa del genere viene giudicata da cattolici e ortodossi come un’aberrazione che porta all’idolatria, «per cui, ricercando in essa un “Altro” più grande con cui condividere la propria esistenza e responsabilità, l’umanità rischia di creare un sostituto di Dio. In definitiva, non è l’IA a essere divinizzata e adorata, ma l’essere umano, per diventare, in questo modo, schiavo della propria stessa opera» (AN 105).

Crediamo allora che quanto espresso nel n. 33 dell’Antiqua et Nova possa valere per entrambe le tradizioni cristiane, quando scrive che «l’intelligenza umana non consiste primariamente nel portare a termine compiti funzionali, bensì nel capire e coinvolgersi attivamente nella realtà in tutti i suoi aspetti (…). Dato che l’IA non possiede la ricchezza della corporeità, della relazionalità e dell’apertura del cuore umano alla verità e al bene, le sue capacità, anche se sembrano infinite, sono incomparabili alle capacità umane di cogliere la realtà. Da una malattia si può imparare tanto, così come si può imparare tanto da un abbraccio di riconciliazione, e persino anche da un semplice tramonto».

La poesia e l’amore

È un po’ l’auspicio sintetizzato da papa Francesco nella Dilexit nos: «Nell’era dell’intelligenza artificiale, non possiamo dimenticare che per salvare l’umano sono necessarie la poesia e l’amore», in quanto «ciò che misura la perfezione delle persone è il loro grado di carità, non la quantità di dati e conoscenze che possono accumulare».

 

La Nuova Europa