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domenica 26 ottobre 2025

FARISEI o PUBBLICANI?


 DOMENICA XXX 

DEL TEMPO ORDINARIO (C) 

 26 Ottobre 2025

  

Sir 35,12-15b-17.20.22a; Sal 33 (34); 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14


 Commento di M. Augé B.

Il Signore ascolta il grido dei poveri, degli umili, di coloro che hanno il cuore ferito, e li salva da tutte le loro angosce. La speranza dei poveri si compie in Cristo; san Luca fa cominciare la missione di Gesù con la citazione di Is 61,1: “mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio” (Lc 4,18).

 C’è una certa continuità tra le letture della domenica scorsa e quelle odierne; è ancora il tema della preghiera, infatti, che ritorna con insistenza, sia pure da un particolare angolo visuale, che è quello della speciale attenzione che Dio rivolge alla preghiera dell’umile e del povero. La prima lettura ci ricorda che Dio è giusto; non v’è presso di lui preferenze di persone e, quindi, non può essere né comprato, né corrotto. Davanti a lui non contano le apparenze. Egli esaudisce chi con umiltà e amore lo supplica. L’insegnamento della parabola del fariseo e del pubblicano, riportata dal vangelo, si muove sulla stessa linea: il pubblicano, che si riconosce umilmente peccatore, torna a casa giustificato; il fariseo, che si vanta delle sue opere e disprezza gli altri, non viene invece giustificato. Nella seconda lettura ascoltiamo san Paolo che, ormai al termine della sua vita, ne fa un bilancio fiducioso e sereno e si affida al Signore, giusto giudice, che gli darà la corona di giustizia. La società in cui viviamo esalta i potenti, i forti, coloro che con la loro attività hanno raggiunto denaro, sicurezza e prestigio. Sono essi ad avere successo ed a diventare i modelli a cui facciamo volentieri riferimento. Presso Dio invece è il povero, l’oppresso e l’umile che ha garanzia di successo. I criteri di valutazione appaiono rovesciati. Dio non misura con le misure umane. Egli guarda il cuore dell’uomo.            

 Il vangelo di questa domenica ci ammonisce a lasciare un po’ di spazio al Signore, a non presumere, a non pretendere, a non passare il tempo ad elencare i nostri meriti. Siamo tutti nudi davanti a Dio, tutti mendicanti. La giustificazione, cioè la salvezza, non è certo frutto della nostra giustizia, né delle nostre risorse di creature. La giustificazione è anzitutto un dono, è una grazia che viene dalla misericordia di Dio. Afferma san Giovanni che il cristiano non è figlio di Dio per nascita (Gv 1,13) ma perché è rinato, perché è stato rigenerato dall’alto mediante lo Spirito (Gv 3,5-8). Nella nostra vita tutto è dono, tutto è grazia. San Paolo riconosce che “per grazia di Dio” è quello che è (1Cor 15,10). D’altra parte, l’orazione colletta ci ricorda che per ottenere il dono di Dio, dobbiamo amare ciò che egli comanda; la giustificazione chiama in causa l’uomo che con la sua libertà è chiamato a corrispondere al dono di Dio. Infatti, la giustificazione non è un atto magico che avviene ineluttabilmente ma una azione che inserisce la nostra libertà in una situazione nuova originata dal dono di Dio.

 L’eucaristia è la mensa alla quale il Cristo invita i poveri, i piccoli e gli umili come al convito del regno di Dio (cf. Mt 5,3; Lc 6,20). Prima di avvicinarci alla comunione proclamiamo con il centurione del vangelo: “O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma dì soltanto una parola e io sarò salvato” (cf. Mt 8,8). Ma l’eucaristia è anche il massimo della azione salvifica del Risorto e la anticipazione della condizione definitiva del salvato.

Liturgia e dintorni

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domenica 5 ottobre 2025

SAN FRANCESCO OGGI

 «Il mondo va dietro a Francesco, perché vede realizzati in lui quei valori ai quali ognuno anela: la libertà, la pace, (con se stessi e con il Creato) la fratellanza e la gioia». Invece vi è una dote del poverello di Assisi «alla quale il mondo non aspira affatto», ma che nella sua vicenda è alla «radice di tutti gli altri valori: l'umiltà».


Lo ha sottolineato il cappuccino Raniero Cantalamessa nella predica alla Curia Romana.

San Francesco conserva ancora oggi intatta tutta la sua affascinante attualità.
> «Finché la persona si commisura con se stessa (ha spiegato il predicatore della Casa Pontificia) o con gli altri o con la società, non si conosce mai: le manca la misura esatta».
> Mentre san Francesco ha compreso che essere umile significa «guardare Dio, prima che se stessi».
>
> Perché proprio il Signore è il modello più alto di umiltà, in quanto «è amore».
> Per sua natura, infatti, l'amore crea «dipendenza e la dipendenza è umiltà».
> Da questo punto di vista, ha proseguito il religioso cappuccino, «la manifestazione visibile dell'umiltà di Dio si ha contemplando Cristo»:
> quando «si mette in ginocchio davanti ai suoi discepoli, per lavare loro i piedi, e possiamo immaginare anche che erano piedi sporchi»; e ancor di più quando, «ridotto alla radicale impotenza sulla Croce, continua ad amare, senza mai condannare».
> Padre Cantalamessa ha insistito sullo stretto legame tra l'umiltà di Dio e l'incarnazione del Figlio.
> Quello stesso legame che Francesco d'Assisi ha saputo cogliere nella scoperta che la virtù dell'umiltà «non consiste principalmente nell'"essere piccoli", perché si può "essere piccoli" senza essere umili», ma «nel "farsi piccoli" p er amore, per innalzare gli altri».
>  Proprio come ha fatto Gesù, che «si è fatto umile, come si è fatto carne».
> E in questo modo, ha detto il predicatore, ha dato un volto nuovo all'umiltà, quello del «servizio»: per diventare «il primo» bisogna «farsi ultimo».
> Questo richiamo, secondo padre Cantalamessa, riguarda in modo particolare la Chiesa.
> Infatti, se Cristo ha servito anche la Chiesa deve servire per amore.
> E invece «per troppo tempo la Chiesa ha mostrato al mondo la verità di Cristo, ma non abbastanza e altrettanto chiaramente l'umiltà di Cristo», grazie alla quale «si placano le ostilità, si smontano i pregiudizi e si apre la via all'accoglimento del Vangelo».> Un esempio di questa virtù dell'umiltà si trova in Maria, che la possedeva «in grado sommo» (ha detto il frate cappuccino) ma non lo sapeva.

> Del resto, il pregio dell'umiltà è proprio quello di esser un «profumo che non sente chi lo emana, ma chi lo riceve; ce l'ha chi non crede di averla, non ce l'ha chi crede di averla».
> Al punto che «solo Gesù può dichiararsi «umile di cuore» ed esserlo veramente, in quanto (ha concluso padre Cantalamessa) «questa è la caratteristica unica e irripetibile dell'umiltà dell'uomo - Dio».


> (L'Osservatore Romano)

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domenica 20 luglio 2025

LA BANALITA' DEL BENE

 

Il bene, quando è vero, non ha bisogno di essere "messo in vetrina", mostrato, comunicato, perché vive nella carne, nel sangue, nelle ossa e non nell’immagine, nei likes, nelle autocelebrazioni.


-di Luca Farruggio

Hannah Arendt, nel suo celebre saggio La banalità del male, racconta come il male più atroce, quello del nazismo, potesse manifestarsi attraverso gesti ordinari, compiuti da uomini apparentemente normali. Non demoni assetati di sangue, ma burocrati che, senza riflettere, eseguivano ordini e regolamenti. Il male si faceva così banale, quotidiano, impersonale.

Ma oggi viviamo in un tempo in cui anche il bene rischia di essere banalizzato. Non perché sia diventato ordinario e fondamentale, ma perché viene esibito e svuotato completamente della sua essenza silenziosa. È quella che si può chiamare “banalità del bene”: una versione superficiale, sbiadita, in cui il gesto buono serve più a costruire un’immagine, una rappresentazione, che a rispondere a un bisogno reale e necessario.

Infatti, viviamo nell’era della comunicazione disumana, della visibilità a tutti i costi, del racconto continuo di sé. Il bene è così recitato, messo in scena. Donazioni riprese con il cellulare e atti di gentilezza urlati sui social. Non si tratta di giudicare le intenzioni, ma di notare come il Bene (quello con la maiuscola), quello che trasforma le persone e costruisce comunità, viene spesso compiuto nel silenzio, lontano dai riflettori, senza spettatori.

Il Vangelo, in questo senso, nel suo essere sempre paradossale, è sorprendentemente moderno: “Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.”  
(Matteo 6,1).

 E ancora: “Quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dalla gente […] Ma quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra.” (Matteo 6,2-3).

Infatti, Gesù non condanna l’elemosina in sé, ma l’intenzione dietro il gesto quando diventa spettacolo. Resta emblematico il gesto compiuto da una umile donna: “Sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere»”. (Marco 12,41-44).

 Lo stesso vale per la preghiera: “E quando pregate, non siate come gli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini. […] Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo nel segreto.” (Matteo 6,5-6).

 Quindi il Vangelo ci invita a un bene nascosto, essenziale, vitale, non mediato dallo sguardo altrui. Un bene che non cerca like, condivisioni o applausi, ma che nasce dalla compassione autentica e veritiera, dalla scelta di servire e condividere anziché apparire.

Ecco perché la banalità del bene è un rischio tanto quanto quella del male: entrambi svuotano di senso l’azione umana. Uno la rende meccanica, priva di capacità critica, l’altro la rende spettacolare, visibile, troppo visibile. In entrambi i casi, il cuore - che nel Vangelo e per i padri della Chiesa è il centro dell’essere umano - è assente.

 Forse oggi il vero atto rivoluzionario è proprio questo: fare il bene senza dirlo, senza mostrarlo. Offrire tempo, ascolto e aiuto senza documentarlo. Pregare nel silenzio, donare senza cercare riconoscimento.

Non per moralismo, ma perché il bene, quando è vero, non ha bisogno di essere mostrato, comunicato, perché vive nella carne, nel sangue, nelle ossa e non nell’immagine. E allora, contro la banalità del bene esibito, c’è bisogno di un bene silenzioso, umile e radicale. Insomma, di un Bene che non fa rumore, ma trasforma e trasfigura il mondo in vista del Regno.

 Il blog di Enzo Bianchi



 

 

mercoledì 16 luglio 2025

L'ARTE DEL DISCUTERE


 Crepet: “Discutere è sintomo di umiltà, difendere le proprie idee se sbagliate è il segno della povertà intellettuale di una persona"



La Redazione

In un tempo in cui l’omologazione è la norma, Crepet invita a riscoprire il valore del pensiero critico, del confronto e dell’unicità della personalità...

Ciò che caratterizza l'essere umano rispetto ai suoi simili è, senza ombra di dubbio, la sua personalità. La personalità è il tratto distintivo di ciascuno di noi, permettendo alle nostre qualità, attitudini ed inclinazioni di emergere e di contraddistinguerci in maniera unica e speciale. Cosicché, sin dalla nascita, ci viene continuamente insegnata l'importanza della personalità e di tutta la sua evoluzione.

Tuttavia, nel panorama attuale, si assiste sempre più ad una sorta di omologazione, dimenticandosi di un elemento degno di nota, e cioè - proprio come sottolineato con fermezza dal sociologo e psichiatra Paolo Crepet - che una persona deve essere discutibile, deve fare "discutere per le idee che propone, lo stile di vita e i comportamenti che ha adottato...imponendo una propria visione di sé"

In altre parole, occorre distinguersi, coltivare delle idee e portarle avanti con fierezza, senza infrangere le regole ma sempre con l'intento di affermare la propria personalità.

“Che vi siano così pochi uomini e donne discutibili per molti è un sollievo, per me è il segno di un declino culturale. Essere indiscutibili significa essere «normali», accontentare tutti, ricercare e ottenere il più ampio consenso come se questo fosse indice di chissà quali qualità dell’essere umano. Più consenso meno atipicità, quindi più omogeneità, dunque miseria creativa”, queste le significative e mai scontate parole dello psichiatra attraverso le quali si sottolinea l’importanza di non ricercare consenso a tutti i costi perché ciò comporterebbe un appiattimento ed un annullamento della propria personalità.

È necessario, dunque, insegnare ai giovani a diffidare dall'omologazione e dalla misera emulazione. L'importanza di tutto ciò ci viene tramandata dalla storia stessa poiché non vi è stato creativo o artista che non fosse discutibile.

Ma cosa significa, allora, far discutere di sé, ingenerando visioni contrapposte? Significa avere personalità. Lo stesso Paolo Crepet sostiene che personalità è ciò che caratterizza un'unicità, e quindi tale concetto va tenuto del tutto distinto ed avulso dal concetto di neutralità. 

Purtroppo, oggi, invece, va di moda la normalità e nessuno ha il coraggio di portare avanti le proprie idee, soprattutto quando quest’ultime si differenziano da quelle del "gregge", proprio perché si ha il terrore di essere emarginati, esclusi, uscendo così dall'alveo sicuro ed ovattato dell'omologazione.

È importante, pertanto, che genitori ed insegnanti inducano i giovani "a difendere la propria posizione, ma anche ad avere il coraggio di correggersi, di modificare il proprio pensiero, che non deve mai essere rigido e invalicabile come le mura di un castello medievale. Entrare nel merito di una questione e discuterne è sintomo di umiltà, difendere a oltranza le proprie idee anche quando sono evidentemente sbagliate è il segno della povertà intellettuale di una persona".

Ascuolaoggi

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mercoledì 26 febbraio 2025

FIUTARE LA PRESENZA DI DIO

 


Francesco: “fiutare” 

la presenza di Dio 

nella piccolezza

Pubblicata la catechesi dell’udienza generale che il Papa avrebbe dovuto tenere oggi in Aula Paolo VI e che è stata annullata a causa del protrarsi del ricovero al Policlinico Gemelli. 

Nel testo, il Pontefice sviluppa una riflessione sulla presentazione di Gesù al Tempio e invita a essere come Simeone e Anna, “pellegrini di speranza” con occhi limpidi capaci di vedere oltre le apparenze

Vatican News

È stata pubblicata dalla Sala Stampa della Santa Sede la catechesi di Papa Francesco preparata per l'udienza generale che si sarebbe dovuta svolgere oggi, 26 febbraio, e che è stata annullata a causa della permanenza del Pontefice al Policlinico Gemelli. Di seguito il testo che, pensato nell'ambito del ciclo giubilare di catechesi su "Gesù Cristo nostra speranza. L'infanzia di Gesù", propone una riflessione sulla presentazione di Gesù al Tempio.

 Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Contempliamo oggi la bellezza di «Gesù Cristo, nostra speranza» (1Tm 1,1) nel mistero della sua presentazione al Tempio.

Nei racconti dell’infanzia di Gesù, l’evangelista Luca ci mostra l’obbedienza di Maria e Giuseppe alla Legge del Signore e a tutte le sue prescrizioni. In realtà, in Israele non c’era l’obbligo di presentare il bambino al Tempio, ma chi viveva nell’ascolto della Parola del Signore e ad essa desiderava conformarsi, la considerava una prassi preziosa. Così aveva fatto Anna, madre del profeta Samuele, che era sterile; Dio ascoltò la sua preghiera e lei, avuto il figlio, lo condusse al tempio e lo offrì per sempre al Signore (cfr 1Sam 1,24-28).

Luca dunque racconta il primo atto di culto di Gesù, celebrato nella città santa, Gerusalemme, che sarà la meta di tutto il suo ministero itinerante a partire dal momento in cui prenderà la ferma decisione di salirvi (cfr Lc 9,51), andando incontro al compimento della sua missione.

Maria e Giuseppe non si limitano a innestare Gesù in una storia di famiglia, di popolo, di alleanza con il Signore Dio. Essi si occupano della sua custodia e della sua crescita, e lo introducono nell’atmosfera della fede e del culto. E loro stessi crescono gradualmente nella comprensione di una vocazione che li supera di gran lunga.

Nel Tempio, che è «casa di preghiera» (Lc 19,46), lo Spirito Santo parla al cuore di un uomo anziano: Simeone, un membro del popolo santo di Dio preparato all’attesa e alla speranza, che nutre il desiderio del compimento delle promesse fatte da Dio a Israele per mezzo dei profeti. Simeone sente avverte nel Tempio la presenza dell’Unto del Signore, vede la luce che rifulge in mezzo ai popoli immersi «nelle tenebre» (cfr Is 9,1) e va incontro a quel bambino che, come profetizza Isaia, «è nato per noi», è il figlio che «ci è stato dato», il «Principe della pace» (Is 9,5). Simeone abbraccia quel bambino che, piccolo e indifeso, riposa tra le sue braccia; ma è lui, in realtà, a trovare la consolazione e la pienezza della sua esistenza stringendolo a sé. Lo esprime in un cantico pieno di commossa gratitudine, che nella Chiesa è diventato la preghiera al termine della giornata:

«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo

vada in pace, secondo la tua parola,

perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,

preparata da te davanti a tutti i popoli:

luce per rivelarti alle genti

e gloria del tuo popolo, Israele» (Lc 2,29-32).

Simeone canta la gioia di chi ha visto, di chi ha riconosciuto e può trasmettere ad altri l’incontro con il Salvatore di Israele e delle genti. È testimone della fede, che riceve in dono e comunica agli altri; è testimone della speranza che non delude; è testimone dell’amore di Dio, che riempie di gioia e di pace il cuore dell’uomo. Colmo di questa consolazione spirituale, il vecchio Simeone vede la morte non come la fine, ma come compimento, come pienezza, la attende come “sorella” che non annienta ma introduce nella vita vera che egli ha già pregustato e in cui crede.

In quel giorno, Simeone non è l’unico a vedere la salvezza fattasi carne nel nella carne del bambino Gesù. Lo stesso succede anche ad Anna, donna più che ottuagenaria, vedova, tutta dedita al servizio del Tempio e consacrata alla preghiera. Alla vista del bambino, infatti, Anna celebra il Dio d’Israele, che proprio in quel piccolo ha redento il suo popolo, e lo racconta agli altri, diffondendo con generosità la parola profetica. Il canto della redenzione di due anziani sprigiona così l’annuncio del Giubileo per tutto il popolo e per il mondo. Nel Tempio di Gerusalemme si riaccende la speranza nei cuori perché in esso ha fatto il suo ingresso Cristo nostra speranza.

Cari fratelli e sorelle, imitiamo anche noi Simeone ed Anna, questi “pellegrini di speranza” che hanno occhi limpidi capaci di vedere oltre le apparenze, che sanno “fiutare” la presenza di Dio nella piccolezza, che sanno accogliere con gioia la visita di Dio e riaccendere la speranza nel cuore dei fratelli e delle sorelle.

 

Vatican News

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giovedì 3 ottobre 2024

IL PRIMO PASSO PER CAMBIARE

Chiedere la pace allora è riconoscere che abbiamo bisogno di un aiuto dall’alto, per capire davvero quanto male fa sentirsi i migliori, i più forti, i più giusti.

- di Riccardo Maccioni


 La parola chiave, il filo rosso, la serratura che apre il cuore alla vita dello spirito è “umiltà”. Nel senso evocato nel Libro dei Proverbi che la ricollega alla sapienza. Tipica di chi si curva di fronte alla grandezza di Dio. Cantata nel Magnificat. Simbolo dell’umanità che si gloria, come scrive san Paolo ai Filippesi, della grazia e della croce, non della propria intelligenza. L’umiltà, ha detto il Papa nel suo intervento inaugurale al Sinodo, che ci permette «di guardare il mondo riconoscendo di non essere meglio degli altri». È quello l’atteggiamento con cui domenica prossima e poi il 7 ottobre, anniversario del tragico agguato di Hamas a Israele, i credenti sono chiamati a pregare per la pace. 

E non a caso il primo appuntamento, che vedrà protagonista Francesco stesso e i sinodali, si svolgerà in Santa Maria Maggiore, Basilica carissima al Pontefice in cui è custodita una reliquia della sacra culla, cioè la memoria del più umile e straordinario dei doni, quello di un Dio che per la salvezza dell’umanità accetta di farsi creatura fragile, bisognosa di cure. Com’è appunto l’uomo quando non pretende di essere lui il centro di tutto, ma riconosce la propria dipendenza dall’infinitamente grande e gli apre il cuore per capire come mettersi al servizio del suo regno quaggiù in attesa di viverlo in pienezza nella vita che sarà. Perché la preghiera non è magia ma scuola di ascolto, è imparare, o almeno provarci, a vedere il mondo con gli occhi del Padre buono, è svuotarsi delle proprie sicurezze per accettare la scommessa dell’abbandono tra le braccia di chi promette di amarci come nessun altro mai.

Quasi inutile dire che non è per niente facile. Si tratta di lavorare sull’orgoglio, di rinunciare ad avere l’ultima parola, di ammettere che sì, quell’errore, quella prospettiva sbagliata, quel comportamento totalmente fuori luogo sono stati colpa nostra, esclusivamente nostra. La conseguenza o, meglio, il primo passo per cambiare, è chiedere perdono, senza pretendere di ottenerlo ma in nome della giustizia che, se non sempre guarisce le ferite, almeno le fa cicatrizzare così che smettano di far uscire sangue. Non a caso il primo ottobre in San Pietro, il Papa ha affidato ad alcuni cardinali delle pesanti ammissioni di colpa chiamando per nome i peccati commessi come Chiesa, verso le persone fragili, i poveri, i bambini. Negli abusi di coscienza, di potere e, terribile anche solo a dirsi, sessuali. 

E poi le offese al creato, contro la dignità delle donne, conseguenza dell’aver ingrigito e annacquato la novità del Vangelo finendo per ostacolare fino a bloccarla la creazione di una comunità veramente sinodale. È con questa consapevolezza delle proprie responsabilità, senza però cedere allo scoraggiamento, che Francesco invita i credenti lunedì prossimo a implorare il dono della pace nel mondo con una giornata di preghiera e digiuno. Cioè le armi, potenti proprio perché in apparenza spuntate, che la Chiesa usa da sempre contro i nemici più forti. Nel senso, ancora una volta, del paradosso del cristianesimo secondo cui è grande chi si fa piccolo, che innalza chi si abbassa e, quindi, dà forza con nutrimento spirituale a chi volontariamente rinuncia al cibo materiale.

Il richiamo è a tante pagine della Bibbia, dal digiuno di Mosè prima di ricevere le tavole della legge a Gesù che si ritira nel deserto per prepararsi a vincere le tentazioni del Diavolo. A partire da quegli esempi inarrivabili, nella misera e impaurita quotidianità che stiamo vivendo accettare volontariamente una privazione vuol dire riconoscere che la nostra stessa vita è un dono, di cui ogni uomo è perenne debitore. 

Chiedere la pace allora è riconoscere che abbiamo bisogno di un aiuto dall’alto, per capire davvero quanto male fa sentirsi i migliori, i più forti, i più giusti. Usando la violenza e l’inganno fino a bestemmiare Dio mentre ci si illude di parlare in suo nome, per dominare gli altri, per ridurli in schiavitù, per sfigurare la loro dignità. Tutto questo fa la guerra, perenne esercizio di arroganza ed egocentrismo. 

Nel segno di una rivendicata superiorità in realtà fasulla, perché la grandezza, quella vera, si alimenta di piccolezza, di dialogo, di mansuetudine. Di umiltà.

www.avvenire.it


giovedì 7 marzo 2024

SUPERBIA e FRATERNITA'


La superbia, un vizio 

che avvelena

 il sentimento di fraternità

 Alla folla tornata in Piazza San Pietro per l'udienza generale l'invito del Papa ad approfittare della Quaresima per lottare contro questo male, dietro il quale "si nasconde il peccato radicale, l'assurda pretesa di essere come Dio". Il "vero rimedio" è l'umiltà

 -         di Adriana Masotti - Città del Vaticano

 "La superbia è autoesaltazione, presunzione, vanità": a questo vizio, l'ultimo del percorso sui vizi e le virtù cominciato il 27 dicembre scorso, è dedicata la catechesi all'udienza generale di oggi che torna in Piazza San Pietro. ". La lettura che la precede è tratta dal libro del Siracide:

 “Odiosa al Signore e agli uomini è la superbia (…). Perché mai si insuperbisce chi è terra e cenere? (…) Il Signore ha rovesciato i troni dei potenti, al loro posto ha fatto sedere i miti. (Sir 10,7.9.12.14)”

 Di tutti i vizi, la superbia è "gran regina"

Nel testo Francesco descrive il superbo: "E' uno che pensa di essere molto più di quanto sia in realtà; uno che freme per essere riconosciuto più grande degli altri", che disprezza ritenendoli inferiori. Nella catechesi di mercoledì scorso, ricorda il Papa, si parlava di un vizio simile, la vanagloria, ma essa "è una malattia infantile" se paragonata alla superbia. E afferma:

 Analizzando le follie dell’uomo, i monaci dell’antichità riconoscevano un certo ordine nella sequenza dei mali: si comincia dai peccati più grossolani, come può essere la gola, per approdare ai mostri più inquietanti. Di tutti i vizi, la superbia è "gran regina". (...) Chi cede a questo vizio è lontano da Dio, e l’emendazione di questo male richiede tempo e fatica, più di ogni altra battaglia a cui è chiamato il cristiano.

 Gesù ci ha insegnato a non giudicare mai

Dentro il male della superbia, prosegue il Papa, c'è "l’assurda pretesa di essere come Dio", c'è dunque il peccato originale. Essa rovina i rapporti tra le persone, avvelena quel "sentimento di fraternità" che dovrebbe accomunarci tutti. Il superbo si rivela tale anche nel fisico e in particolari atteggiamenti.

 È un uomo facile al giudizio sprezzante: per un niente emette sentenze irrevocabili nei confronti degli altri, che gli paiono irrimediabilmente inetti e incapaci. Nella sua supponenza, si dimentica che Gesù nei Vangeli ci ha assegnato pochissimi precetti morali, ma su uno di essi si è dimostrato intransigente: non giudicare mai.

 L'esempio dell'apostolo Pietro

Alla persona superba è impossibile fare anche solo una piccola critica o osservazione, prosegue il Pontefice, è impossibile correggerla, con lei bisogna soltanto avere pazienza "perché un giorno il suo edificio crollerà". E cita l'esempio dell'apostolo Pietro che, sicuro di sé, dice a Gesù: “Se anche tutti ti abbandonassero, io no!” per poi scoprirsi pauroso come gli altri di fronte al pericolo della morte.

 E così il secondo Pietro, quello che non solleva più il mento ma che piange lacrime salate, verrà medicato da Gesù e sarà finalmente adatto a reggere il peso della Chiesa.

La salvezza passa per l'umiltà

"Vero rimedio ad ogni atto di superbia" è l'umiltà da cui passa la salvezza e Maria ne è un esempio. Nel Magnificat, lei rende testimonianza al Dio che "disperde i superbi nei pensieri malati del loro cuore". Francesco ricorda infine l'apostolo Giacomo che ad una comunità ferita da lotte intestine causate dall'orgoglio scrive: "Dio resiste ai superbi, agli umili invece dà la sua grazia", e conclude con un riferimento al tempo che stiamo vivendo:

 Dunque, cari fratelli e sorelle, approfittiamo di questa Quaresima per lottare contro la nostra superbia.

 DISCORSO DEL PAPA







sabato 16 dicembre 2023

TU CHI SEI ?


*
  Vangelo: Gv 1,6-8.19-28 - Terza Domenica di Avvento.
 

 - Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne per una testimonianza, per essere testimone della luce, perché tutti credessero per mezzo di essa. Non era lui la luce, ma doveva essere testimone della luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i capi dei Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io, voce di uno che grida nel deserto: Raddrizzate la via del Signore, come disse il profeta Isaia». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta? ». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dietro a me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betania, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

 

 Commento di Enzo Bianchi

Nel tempo dell’Avvento Giovanni il Battezzatore e Maria di Nazaret ci accompagnano con la loro attesa perseverante, la loro fede salda e la loro obbedienza risoluta al Signore Veniente. La presenza di Giovanni nel IV Vangelo si caratterizza innanzitutto come quella di chi annuncia la venuta del Regno e del Messia, e questo suo ministero viene qualificato come “testimonianza”: Giovanni appare come il testimone inviato da Dio “per rendere testimonianza alla luce” (Gv 1,7) e per condurre i figli di Israele a riconoscere il Messia. Di fronte all’accoglienza della sua predicazione da parte di molti giudei, l’autorità religiosa legittima di Israele – rappresentata dai sacerdoti e dai leviti di Gerusalemme – si reca a incontrare Giovanni nel deserto e gli chiede conto della sua missione: “Chi sei tu? Sei il Cristo, il Messia che attendiamo? Sei l’Elia annunciato dal profeta Malachia per gli ultimi tempi (cf. Mal 3,23-24)? Sei il profeta escatologico uguale a Mosè che ci è stato promesso (cf. Dt 18,18; 34,10)?”. E Giovanni per tre volte risponde: «No! Non lo sono!», confessando di non essere ciò che altri pensano di lui. Egli non guarda a se stesso, non pretende attenzione alla propria persona; è soltanto uno che fa segno, un dito teso a indicare un altro.

 Non a caso, quando usa l’espressione: “Io sono”, lo fa solo per definirsi “voce”: “voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore” (cf. Is 40,3), voce che deve testimoniare ciò che vede, voce che deve obbedire senza indugio, voce prestata a chi l’ha mandato. Nessun attentato alla signoria di Gesù: è lui il Messia, è lui il Profeta! Nei vangeli sinottici è Gesù stesso ad affermare che Giovanni il Battezzatore era “l’Elia venuto e non riconosciuto” (cf. Mt 17,12-13), mentre qui Giovanni non proclama di sé neppure ciò che in realtà è. Sì, Giovanni è voce obbediente alle Sante Scritture, alla profezia di Isaia che egli adempie puntualmente, tramite la richiesta della conversione (cf. Mt 3,2.8), cioè di un impegno fattivo a raddrizzare le strade per andare incontro al Signore Veniente (cf. Mc 1,3 e par.). Giovanni non ha neppure un messaggio suo: rinnova l'invito profetico e anticipa la predicazione di colui innanzi al quale è stato mandato da Dio.

 E quando sacerdoti e leviti, insistendo nell’interrogarlo, gli chiedono conto del suo gesto profetico, l’immersione nell’acqua di chi vuole convertirsi, egli risponde che il suo gesto prepara la venuta ormai imminente, anzi l’apparizione, di uno che è già presente nel mondo eppure non è conosciuto. È qualcuno che sta alla sua sequela, cammina dietro a lui come un discepolo, eppure Giovanni non è degno di sciogliere il legaccio dei suoi sandali. Ecco la testimonianza di Giovanni, la rivelazione del mistero: il Messia Veniente è già presente, in modo nascosto, ma sta per essere manifestato proprio da lui, che tuttavia non è neppure degno di compiere il servizio dello schiavo: qui sta la grandezza di Giovanni, nella sua capacità di farsi piccolo, di «diminuire affinché Cristo cresca» (cf. Gv 3,30).

 Ancora oggi occorre guardare all’umiltà autentica di Giovanni: a questo sono chiamati in particolare quanti, come lui, hanno la missione di annunciare Gesù Cristo: Giovanni ammonisce la chiesa e tutti gli evangelizzatori a non esigere sguardi su di loro, a non parlare di se stessi, a non trattenere presso di sé chi deve essere condotto solo a Cristo! In questo tempo di narcisismo religioso, un tempo in cui abbondano quelli che “raccontano se stessi per dare testimonianza” o che, in nome dei carismi ricevuti, ostentano senza pudore la propria persona agli occhi del mondo, Giovanni il Battezzatore è una memoria che interroga e giudica senza tregua…

Cercoiltuovolto


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venerdì 13 ottobre 2023

UNA PREZIOSA VIRTU'


 UMILTA' 
- di José Tolentino Mendonça

- Con la sapienza che gli viene riconosciuta, sant’Agostino ricorda che «né il nostro timore, né il nostro amore sono stabili e sicuri». Il suo punto di partenza è l’imperfezione delle valutazioni che noi facciamo, così spesso incapaci di andare al di là di uno sguardo inconsapevolmente approssimativo o anche del tutto errato, relativamente a persone, avvenimenti e cose. «Quale uomo, infatti, è in grado di giudicare?».

La domanda dell’autore delle Confessioni merita di diventare oggetto della nostra riflessione. È una briciola di saggezza offerta ai nostri discorsi forse troppo assertivi, alle nostre considerazioni probabilmente troppo sicure di sé, alle nostre quotidiane sentenze che si lasciano andare a un tono implacabile e ferreo, anche quando mascherato con i tic giudiziosi della buona educazione.

La verità è che facciamo fatica a discernere e, per dirlo senza mezzi termini, vederci chiaro non è una delle nostre qualità più immediate. Per altro verso, nemmeno la vita resta lì immobile ad aspettare di essere fotografata dal nostro giudizio: è mobile, in perpetua mutazione, attraversa stagioni diverse, si lascia meglio raccontare con le virgole che con frettolosi punti fermi.

 Nella Prima lettera ai Corinzi san Paolo scrive che «ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa» (1Cor 13,12), e aveva ragione.

 Rendercene conto ci aiuta a entrare nella scuola dell’umiltà.

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martedì 19 settembre 2023

ASCOLTO, STUPORE E CURIOSITA'

 


Le tre chiavi d’accesso 

a un mondo plurale 

 

- di Renato Zilio*


«Vedi, ho buttato via l’orologio – mi fa, mostrandomi l’avambraccio sinistro – ho imparato dagli africani. Qui in Africa, si vive solo il presente, ma intensamente». Parola decisa, quella di padre Pierre, missionario. In terra africana, infatti, non si è preoccupati del dopo, di ciò che viene in seguito, come da noi... e che ci fa esclamare: «Presto, ho altro da fare!». Questo missionario, così, ha cambiato ritmo, ha cambiato campo. Quando incontra qualcuno prende tutto il tempo che serve, lasciando perdere il nostro gioiello al polso, l'orologio! Mi viene da sorridere al paragone, pensando quando – in vacanza nella mia terra veneta – mi presento alla porta di una parrocchia. «Scusami, stavo proprio uscendo!» mi fa a volte il prete e... scompare! Non prende neppure il tempo di estrarre l’agenda e fissarmi un appuntamento per un altro giorno, come succede all’estero. «Il Signore bussa alla nostra porta», direbbe sant’Agostino «ma noi siamo spesso fuori casa!». In Africa, invece, l’incontro – anche quello imprevisto – è sacro. Oscar Wilde commenta: «Le cose vere della vita non si studiano né si imparano, ma si incontrano». Tempo fa, ascoltavo estasiato, padre Michel, in Marocco da anni, che mi confessa: «Dormo poco, sai, ma nella notte, quando mi sveglio, mi metto in ginocchio davanti all’armadio. Naturalmente, dopo averlo aperto: dentro c’è il Santissimo!» In un Paese dove la preghiera è costante e onnipresente, lo trovo per davvero un bell'esempio, per dire, di inculturazione. Qui, infatti, ti può sorprendere dietro un’auto parcheggiata, qualcuno su un tappeto in preghiera... o il bigliettaio della stazione dei bus scomparso brevemente per lo stesso motivo.

 Viviamo spesso al giorno d’oggi in uno spazio interculturale. Dove mondi differenti, modi di vivere diversi si incontrano, si scontrano, si osservano, si imitano o si intrecciano. «I sistemi si oppongono, gli uomini si incontrano» afferma giustamente una massima. Ma quale è la regola d'oro per vivere in un mondo così complesso e plurale? Fare lo stesso lavoro delle api, suggeriva Antonio Perotti, grande esperto di sociologia. Di un viaggio, un incontro, un’idea differente, un’esperienza nuova... si coglie e si raccoglie il meglio. «Come le api fanno con i fiori – concludeva –, così io di tutto quello che incontro faccio il “mio” miele!». La differenza, in questo modo, arricchisce per davvero! «La nostra ricchezza è fatta dalla nostra diversità – spiegava il biologo francese Albert Jacquard – l’altro ci è prezioso nella misura in cui ci è diverso». Ma per entrare in un mondo fatto di tante differenze, per arricchirsi in fondo dell'altro, quali sono le chiavi? 

La prima è l'ascolto. Il decentrarsi. Uscire da sé e dal proprio mondo. Prestare attenzione a ciò che è unico nella vita degli altri. «Ricordando sempre che tu sei unico – sottolinea qualcuno – esattamente come tutti gli altri!». Si diventa persone migliori facendo proprie le conoscenze, i risultati, le conquiste degli altri che si incontrano quotidianamente.

 Altra chiave è lo stupore. Cioè, rimanere nell'immobilità, come in attesa, in suspense, senza ombra di condanna di fronte alla diversità dell’altro. Attitudine questa che gli antichi chiamavano “epochè” sospensione del giudizio. «Non giudicare sbagliato ciò che non conosci – ripeteva Pablo Picasso, immerso nel mondo dei colori –, cogli l’occasione per comprendere».

 Altra ancora, l'arte della curiosità. A lungo considerata un comportamento negativo la curiosità è oggi sinonimo di cammino intelligente, di un sentimento che non si arresta davanti al reale, ma guarda le cose diversamente. Come un rabdomante che cerca la sorgente d'acqua, la curiosità cerca il senso sotterraneo, il “perché“ di un comportamento, di una tradizione differente o di un gesto. Per questo essa è tolleranza, apertura alla diversità. La curiosità semina dubbi. E il dubbio porta alla certezza, compresa quella che si esprime attraverso una grande scoperta scientifica. L'unico modo, così, per andare a fondo delle cose oltre l'apparenza è interrogarsi: cosa, come, perché, quando, quanto, in che senso... «La curiosità e i problemi sono gli allenatori del pensiero». (M.Trevisan) Infine, una chiave importante è sempre provare qualcosa di nuovo. Essere aperti ad altri punti di vista, assaporare cibi differenti, esotici, accogliere opinioni diverse dalle proprie, accettare che una risposta inaspettata possa rivelarsi preziosa. Essere, infine, disposti a cambiare la vostra stessa idea o atteggiamento. Se necessario.

 In tutto questo una grande umiltà, lo spirito del dialogo, il gusto del raccontarsi sanno essere alleati formidabili. Per entrare in una nuova, promettente dinamica: la cultura dell’integrazione, “il rendere normale domani quel che ieri era impossibile”.

 *Missionario in Marocco

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giovedì 15 dicembre 2022

VIGILARE PER NON SBAGLIARE

Vigiliamo sempre 

sul nostro cuore

 perché il male

 sa travestirsi da angelo

 All'udienza generale Francesco approfondisce il tema del discernimento parlando dell'aspetto della vigilanza: non bisogna lasciarsi prendere da eccessiva sicurezza ma custodire con costanza l'interiorità, perché il demonio sa bussare con cortesia alla porta dell'anima per poi prenderne possesso. "E la mondanità spirituale va sempre in questa direzione"

- di Tiziana Campisi – Città del Vaticano

 

È un atteggiamento essenziale la vigilanza, perché “tutto il lavoro fatto per discernere il meglio e prendere la buona decisione non vada perduto”. Francesco lo sottolinea nel consueto appuntamento del mercoledì con i fedeli, all’udienza generale, nell’Aula Paolo VI. Per la sua dodicesima catechesi sul discernimento il Papa sceglie il tema della vigilanza, affrontandolo dopo aver parlato nelle scorse settimane dell’esempio di Sant’Ignazio di Loyola, degli “elementi del discernimento – cioè la preghiera, conoscere sé stessi, il desiderio e il ‘libro della vita’” – e ancora della desolazione e della consolazione.

Il buon discepolo è vigilante

“Giunti alla conferma della scelta fatta”, c’è il rischio che “il Maligno, possa rovinare tutto, facendoci tornare al punto di partenza, anzi, in una condizione ancora peggiore”, spiega Francesco, e allora “è indispensabile essere vigilanti” affinché “il processo di discernimento vada a buon fine e rimanga”.

Nella sua predicazione Gesù insiste molto sul fatto che il buon discepolo è vigilante, non si addormenta, non si lascia prendere da eccessiva sicurezza quando le cose vanno bene, ma rimane attento e pronto a fare il proprio dovere.

Il Papa evidenzia che è questo “l’atteggiamento ordinario da tenere nella condotta di vita, in modo che le nostre buone scelte, compiute a volte dopo un impegnativo discernimento, possano proseguire in maniera perseverante e coerente e portare frutto”. "Vigilare per custodire il nostro cuore e capire cosa succede dentro".

L’insidia dello spirito cattivo

Se manca la vigilanza, c’è un pericolo di ordine spirituale di cui tener conto: è l’“insidia dello spirito cattivo”, che aspetta il momento in cui “siamo troppo sicuri di noi stessi": "Sono sicuro di me stesso, ho vinto, adesso sto bene". E invece è quel momento che lo spirito maligno aspetta, avverte Francesco. Capita che ci si distrae, non si è desti o si perde “l’umiltà di custodire il proprio cuore” e allora “lo spirito cattivo può approfittarne” vanificando le buone decisioni scaturite dal discernimento.

Dobbiamo custodire sempre la nostra casa, il nostro cuore e non essere distratti e andare… perché qui è il problema ...

La presunzione di essere a posto

Quella condizione interiore paragonabile ad una casa bella, elegante, ordinata e pulita, "la casa del cuore", dopo un buon discernimento, può essere danneggiata se non la si custodisce, se per paura di rovinarla si finisce col non accogliere più nessuno, non invitare “i poveri, i senza tetto, quelli che disturbano”.

Una cosa è certa: qui c’è di mezzo il cattivo orgoglio, la presunzione di essere giusti, di essere bravi, di essere a posto. Tante volte sentiamo uno: “Sì, io ero cattivo prima, mi sono convertito e adesso, ora la casa è in ordine grazie a Dio, e stai tranquillo per questo…”. Quando confidiamo troppo in noi stessi e non nella grazia di Dio, allora il Maligno trova la porta aperta. Allora organizza la spedizione e prende possesso di quella casa.

I "demoni educati"

Ci sono "i demoni educati", precisa il Pontefice, quelli che entrano nel cuore senza che il padrone se ne accorga.  

Entrano senza che tu te ne accorga, bussano alla porta, sono cortesi. “No va bene, vai, vai, entra…” e poi alla fine comandano loro nella tua anima. State attenti a questi diavoletti, a questi demoni… il diavolo è educato, quando fa finta di essere un gran signore, no? Perché entra con la nostra per uscirne con la sua. Custodire la casa da questo inganno, dei demoni educati. E la mondanità spirituale va per questa strada, sempre.

La mancanza di vigilanza porta ad essere vinti nelle battaglie, precisa Francesco, "tante volte, forse, il Signore ha dato tante grazie", ma "non siamo capaci di perseverare in questa grazia e perdiamo tutto, perché ci manca la vigilanza".

Non abbiamo custodito le porte. E poi siamo stati ingannati da qualcuno che viene, educato, e si mette dentro e ciao…il diavolo ha queste cose.

Il demonio sa travestirsi da angelo

L’invito del Papa è a ripensare ciascuno alla propria storia personale, perchè "non basta fare un buon discernimento e compiere una buona scelta", "bisogna rimanere vigilanti, custodire questa grazia che Dio ci ha dato, ma vigilare".

Perché tu puoi dirmi: “Ma quando io vedo qualche disordine, me ne accorgo subito che è il diavolo, che è una tentazione…” sì, ma questa volta viene travestita da angelo: il demonio sa travestirsi da angelo, entra con parole cortesi, e ti convince e alla fine è la cosa peggiore dall’inizio… Bisogna rimanere vigilanti, vigilare il cuore. Se io domandassi oggi ad ognuno di noi e anche a me stesso: “Cosa sta succedendo nel tuo cuore?”. Forse non sapremo dire tutto: diremo una o due cose, ma non tutto.

La vigilanza segno di umiltà

A conclusione della sua catechesi, Francesco esorta ancora a vigliare il cuore, "perché la vigilanza è segno di saggezza, è segno soprattutto di umiltà", "che è la via maestra della vita cristiana".

 Vatican News

 

 


sabato 1 ottobre 2022

SERVI INUTILI


 - Dal Vangelo secondo Luca

 In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. 

Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?

Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

  Ab 1,2-3; 2,2-4; Sal 94; 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10.

  Commento di   M. Augé B

La fede è centrale nel processo di ricezione della salvezza, che giunge a noi come annuncio, come parola, come buona notizia che per essere ricevuta dev’essere creduta. “A Dio che si rivela è dovuta l’obbedienza della fede, con la quale l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente” (Dei Verbum, n. 5). La fede si attua come un gratuito e libero incontro tra Dio che si comunica e la persona umana che accoglie la sua autocomunicazione aprendosi all’azione di Dio. La fede non è credere in qualcosa, ma credere in qualcuno, in Dio salvatore. Nell’evento della nostra salvezza, l’iniziativa è sempre di Dio. La fede è quindi anzitutto un dono. Non a caso il vangelo d’oggi inizia con la supplica degli apostoli a Gesù: “Accresci in noi la fede!”. La risposta di Gesù è immediata e, come al solito, sconcertante: “Se aveste fede quanto un granello di senapa, potreste dire a questo gelso: Sradicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe”.

Ecco, quindi, che Gesù proclama la potenza salvatrice della fede. Gli fa eco san Giovanni quando afferma che la vittoria che ha sconfitto il mondo è la nostra fede (1Gv 5,4). Ma questa fede che, anche se minuscola, è capace di sradicare e trapiantare nel mare un gelso, albero gigante dalle radici difficilmente sradicabili, non è da confondersi con una tecnica con cui ottenere effetti prodigiosi come lo spostamento di una montagna o il radicamento di un albero nelle acque del mare. La potenza della fede di cui parla Gesù è la potenza di Dio che si manifesta e si sprigiona nella vita di noi credenti. La fede lascia passare sempre e solo l’azione di Dio attraverso di noi; non costringe Dio a fare quello che vogliamo noi ma permette a noi di fare quello che vuole Dio. Infatti, Gesù parla in seguito del servo che “ha eseguito gli ordini ricevuti”.

La lettura apostolica ci invita a dare una coraggiosa testimonianza della nostra fede. E la prima lettura, tratta dal libro di Abacuc, conclude affermando che colui che non ha l’animo retto soccombe, mentre “il giusto vivrà per la sua fede”. La parola “fede”, nella lingua semitica in cui si esprimeva Gesù, significa fermezza e certezza, sicurezza e fiducia. La fede non ha niente a che fare con l’angustia degli orizzonti. La fede non intimidisce, non riduce la voglia di vivere e di crescere che c’è in ognuno di noi ma apre a questa nuovi ed insospettabili orizzonti.

L’eucaristia è “Mistero della fede”. “La fede e i sacramenti sono due aspetti complementari della vita ecclesiale. Suscitata dall’annuncio della Parola di Dio, la fede è nutrita e cresce nell’incontro di grazia col Signore risorto che si realizza nei sacramenti” (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 6).

 

Liturgia e dintorni