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lunedì 6 aprile 2026

INCIPIT VITA NOVA

 


Geometrie dell'anima

 e alfabeti del cuore: 

"Incipit VitaNova" di LucianoCorradini

 

In un'epoca segnata, per dirla con Zygmunt Bauman, dalla "liquidità" dei legami e da un progressivo, e non di rado doloroso, sfaldamento dell'istituzione familiare, l'opera di Luciano Corradini, Incipit Vita Nova, si offre al lettore come un viatico prezioso, un breviario laico e spirituale al contempo. Il titolo stesso, programmatico e solenne, si abbevera alla fonte dantesca: quella «rubrica la quale dice: Incipit vita nova» che segna, per il Sommo Poeta così come per l'autore, la linea di demarcazione tra l'inconsapevolezza e la presa di coscienza, rivelandosi come la «storia documentata, commentata, idealizzata di un amore giovanile e della scoperta di una vocazione».

Al centro della narrazione – incastonata nella prestigiosa collana Ars cooperativa naturae edita da Diogene Multimedia – vi è un carteggio giovanile consumato tra il 1952 e il 1954. Un dialogo furtivo, lontano dalle odierne ed effimere comunicazioni digitali, affidato a foglietti celati nei libri o alle pagine di un quadernetto mimetizzato sotto il titolo "Appunti di storia". Protagonisti sono due liceali: da un lato il giovane Luciano, il quale, mosso da un impeto che unisce fede, passione e una precoce vocazione pedagogica, traccia le coordinate di un amore assoluto, sognando sin d'allora la fondazione di una "nuova e santa famiglia”; dall'altra, una fanciulla che qui assume il senhal squisitamente dantesco di Beatrice. Ciò che avvince e rapisce il lettore, sin dalle prime battute, è l'altissimo registro etico e linguistico di questi adolescenti degli anni Cinquanta.

 La prosa di Luciano è febbricitante, intrisa di un ardore che fonde misticismo e urgenza terrena: «Quando, a letto, prima di dormire, penso a te, vorrei correre qui sul tavolo e scrivere ciò che mi sembra di non averti detto mai abbastanza: ti amo. E se ti dico queste due magiche parole che mi fanno tremare le labbra e il cuore [...] sono convinto di non averti ancora detto tutto». Di contro, Beatrice oppone una ritrosia saggia, un pudore intriso di speranza e lucida consapevolezza: «Sappi però che se un giorno questa mia simpatia si mutasse in amore, mi sentirei la donna più fortunata del mondo». La grandezza letteraria e umana di questo epistolario risiede nella sua profonda compenetrazione con la temperie culturale del Liceo Classico (l'Ariosto di Reggio Emilia, nello specifico), che funge non da mero sfondo, ma da lente ermeneutica.

I turbamenti dei due giovani non sono mai disgiunti dalla riflessione sui classici. Corradini interroga i giganti della letteratura, respinge con forza il lirismo passivamente erotico e sensuale di Mimnermo, Lucrezio o Catullo, e tenta di decifrare le inesplicabili dinamiche amorose femminili attraverso i versi del Tasso. Nell'Aminta, confessa l'autore, sembra celarsi il mistero della ritrosia di Beatrice: «La donna fugge e fa ch'altri la prenda, pugna e fa ch'altri la vinca». Tuttavia, l'anelito di Luciano guarda ben più in alto, a quel dantesco «Amor che a nullo amato amar perdona» che pretende, per sua intrinseca natura, reciprocità e dono assoluto. È un'educazione ai sentimenti in cui, mutuando la poetica di Saint-Exupéry nel Piccolo Principe, l’autore ci rammenta che amare significa primariamente «addomesticare», ovvero creare legami impossibili.

Eppure, come accade nelle più fulgide parabole umane, il carteggio con Beatrice non sfocia in un'unione matrimoniale. Ma lungi dal rappresentare un fallimento, quel triennio si rivela una magnifica paideia, un tirocinio spirituale e umano, un «cantiere incredibilmente bello, serio (forse troppo) e terribile» in cui si è forgiato l'uomo adulto, capace di accogliere il vero compimento del suo destino.

La vera, autentica "vita nova" si invera infatti negli anni universitari, all'ombra della Cattolica di Milano, con l'ingresso in scena di Bona Bonomelli. È qui che il sostrato lirico, lungamente allestito, trova la sua luminosa epifania terrena. Alla dichiarazione di Luciano, Bona risponde con una frase di disarmante, candida bellezza, pregna di quel timore reverenziale che si deve alle cose sacre: «Direi che è impossibile, perché sarebbe troppo bello». Da questo stupore germoglia un'unione solidissima, un patto nuziale capace di celebrare il traguardo del mezzo secolo, allietato da figli, nipoti e pronipoti. Da quello struggimento giovanile e da quelle attese, come riconoscerà Luciano scrivendo a Beatrice trentacinque anni dopo, sono nate due famiglie, a testimonianza che nulla, nell'economia dell'amore, va mai sprecato.

 Chiudere le pagine di Incipit Vita Nova significa, in ultima istanza, fare esperienza di un'intensa gratitudine. L'opera di Corradini trascende il perimetro del manifesto pedagogico o del semplice memoir, per farsi reliquiario palpitante di un sentimento che ha saputo sconfiggere l'inesorabile usura del tempo. Ciò che stringe il cuore, in una morsa di dolcissima malinconia, non è soltanto il candore di quei fremiti celati tra le pagine di un quaderno di liceo, ma il miracolo – umanissimo e al contempo intriso di sacro – della loro prodigiosa incarnazione.

In un presente in cui l'amore è sovente declinato al condizionale, assottigliato nella liquidità degli affetti o consumato nella fugacità di un istante, questo libro, che evoca il tempo in cui i sentimenti venivano coltivati con pudore, responsabilità e inesauribile speranza, si leva come un canto coraggioso e struggente. Ci ricorda, con la voce velata dalla tenerezza di chi contempla una vita intera spesa per l'altro, che amare significa farsi custodi instancabili del destino altrui.

 Quel seme gettato con mani tremanti in una lontana primavera del 1952 non si è disperso nel vento dei decenni, ma si è fatto radice, quercia, dimora. Così, l'ultima riga di questo carteggio non segna un congedo, ma un nuovo, inestinguibile incipit. Corradini ci consegna il legato di una certezza che emoziona e lascia senza parole: il quotidiano donarsi non è rinuncia, bensì il solo, magnifico telaio su cui l'anima umana possa tessere la propria luce. Un piccolo capolavoro di grazia che ci prende per mano e ci invita, sommessamente, a non smettere mai di avere sete d'eterno e a non temere la vertigine di quel “per sempre”.

Franco Mileto

 Corradini


mercoledì 18 giugno 2025

GERMOGLI DI SPERANZA


 Pensate  al presente della scuola, che è il futuro della società, alle prese con una trasformazione epocale. Pensate ai giovani insegnanti che muovono i primi passi nella scuola e alle famiglie che si sentono sole nel loro compito educativo. A ciascuno proponete con umiltà e novità il vostro stile educativo e associativo.


 - di Luciano Corradini *

I nuovi passi verso la guerra mondiale tra Israele e l’Iran e l’l’imbarbarimento del conflitto israelo-palestinese  in Gaza e in Cisgiordania richiamano alla memoria due  motti latini: il tragico ma sempre più praticato mors tua, vita mea, e il più giusto ma meno praticato: vita tua, vita mea. Le idee, i principi e le istituzioni (le Costituzioni, l’ONU e il diritto internazionale dei diritti umani e del diritto umanitario) sono sempre più considerate utopie storicamente superate. Mi sono parsi in proposito illuminanti , come un prezioso testamento, due passi tratti dagli ultimi discorsi di papa Francesco, di cui mi permetto di citare alcune frasi.

 Quando sentiamo ancora il peso della morte dentro il nostro cuore, quando vediamo le ombre del male continuare la loro marcia rumorosa sul mondo, quando sentiamo bruciare nella nostra carne e nella nostra società le ferite dell’egoismo o della violenza, non perdiamoci d’animo, ritorniamo all’annuncio di questa notte: la luce lentamente risplende anche se siamo nelle tenebre; la speranza di una vita nuova e di un mondo finalmente liberato ci attende; un nuovo inizio può sorprenderci benché a volte ci sembri impossibile, perché Cristo ha vinto la morte. 

La fede cristiana – ricordiamocelo – non vuole confermare le nostre sicurezze, farci accomodare in facili certezze religiose, regalarci risposte veloci ai complessi problemi della vita. Al contrario, quando Dio chiama suscita sempre un cammino, come è stato per Abramo, per Mosè, per i profeti e per tutti i discepoli del Signore. Egli ci mette in viaggio, ci trae fuori dalle nostre zone di sicurezza, mette in discussione le nostre acquisizioni e, proprio così, ci libera, ci trasforma, illumina gli occhi del nostro cuore per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati “ (cfr Ef 1,18).

Queste parole non lasciano spazio a nessuna retorica e a nessuna scappatoia. Come nella Crocifissione, anche nella Resurrezione il Padre poteva cancellare il dubbio, e non l’ha fatto.  Il Padre, il Figlio e lo Spirito, danno a noi il compito di continuare a credere e di testimoniare, non di dimostrare scientificamente (o con la pretesa di “contrattare”) ciò che ci chiede per fede e per amore, e di sconfiggere il dubbio, ma di collaborare alla salvezza di questo mondo, anche sul piano educativo.

Il 4 gennaio 2025 Papa Francesco aveva ricevuto i convegnisti dell’Uciim e dell’Aimc che hanno celebrato l’80° della loro fondazione, concludendo il suo discorso con queste parole: “All’inizio della vostra storia c’è stata l’intuizione che solo associandosi, camminando insieme, si potesse migliorare la scuola, che per sua natura è una comunità, bisognosa del contributo di tutti. I vostri fondatori vivevano in tempi nei quali i valori della persona e della cittadinanza democratica avevano bisogno di essere testimoniati e rafforzati, per il bene di tutti; e anche il valore della libertà educativa. Non dimenticate mai da dove venite, ma non camminate con la testa girata indietro, rimpiangendo i bei tempi passati!

 Pensate invece al presente della scuola, che è il futuro della società, alle prese con una trasformazione epocale. Pensate ai giovani insegnanti che muovono i primi passi nella scuola e alle famiglie che si sentono sole nel loro compito educativo. A ciascuno proponete con umiltà e novità il vostro stile educativo e associativo. Tutto questo vi incoraggio a farlo insieme, con una sorta di “patto tra le associazioni”, perché così potete testimoniare meglio il volto della Chiesa nella scuola e per la scuola. E allora andate avanti con fiducia! Benedico di cuore voi e tutti e coloro che formano la rete delle vostre Associazioni”. “Fratelli e sorelle, questa è la chiamata che dobbiamo sentire forte dentro di noi: facciamo germogliare la speranza della Pasqua nella nostra vita e nel mondo!

*Luciano Corradini è professore emerito di Pedagogia generale nell’Università di Roma Tre. È stato docente nelle scuole secondarie, nel­le Università di Cosenza, Milano Statale, Bre­scia Cattolica e Roma La Sapienza, presiden­te dell’IRRSAE Lombardia, vicepresidente del CNPI (Consiglio nazionale della P.I.), con sette successivi ministri, sottosegretario alla P.I. nel Governo Dini, presidente dell’ARDeP, associazio­ne per la riduzione del debito pubblico, dell’AIDU (docenti universitari), dell’UCIIM (docenti medi).



 

 

martedì 12 dicembre 2023

RACCONTI DI VITA E DI SCUOLA


Racconti di vita e di scuola di ex studenti dell'ITI «Leopoldo Nobili» di Reggio Emilia, negli anni '60


di Luciano Corradini

"Le autobiografie che ci siamo impegnati a scrivere, a partire dal ricordo delle aule dell'ITI "Nobili" di Reggio Emilia, hanno fatto crescere la comune speranza che figli, nipoti, pronipoti, studenti, docenti, genitori, dirigenti, la stessa società di oggi, nelle sue articolazioni, trovino, anche in queste modeste pagine, occasione e motivi di riflessione e di coraggio. 

Noi, con fede cristiana o almeno foscoliana, dovunque ci troveremo nei prossimi decenni, vorremmo continuare a sentirci uniti tra noi, per aiutarvi a sentirvi uniti tra voi, dovunque vi troviate. 

Un ex prof, insieme e su delega di venti ex studenti, compagni di viaggio."

Informazioni bibliografiche del Libro

  • Titolo del Libro: Racconti di vita e di scuola di ex studenti dell'ITI «Leopoldo Nobili» di Reggio Emilia, negli anni '60
  • Autore:  Luciano Corradini
  • Editore: Marcianum Press
  • Collana: Varie
  • Data di Pubblicazione: 2023
  • Genere: letteratura italiana: testi
  • Pagine: 224
  • Peso gr: 490
  • Dimensioni mm: 230 x 0 x 17
  • ISBN-10: 8865129700
  • ISBN-13:  9788865129708

giovedì 23 febbraio 2023

DON MILANI. EDUCAZIONE ALLA LEGALITA' E ALLA POLITICA


Educazione alla legalità e educazione politica nella scuola, 

nella Lettera ai Giudici 

di don Milani

 

- di Luciano Corradini *

 

La "lezione" fatta ai suoi ragazzi e scritta con loro, indirizzandola a "una professoressa", si dilata e assume un vasto respiro etico e civile nella Lettera ai Giudici e nella Risposta ai cappellani militari toscani, raccolte sotto il Titolo L'obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di don Milani (1965). Si tratta di un testo, in tutto un'ottantina di pagine, di grande valore etico, religioso, storico, civico, giuridico e politico, concentrato in un dialogo a distanza, nel corso di un'azione giudiziaria, con i cappellani militari e con i giudici, scritto, per la sua parte, da un giovane gravemente ammalato, che argomenta la sua difesa come maestro e come sacerdote.

Viene spontaneo accostarlo a Socrate. Oltre che per la drammaticità della situazione e la lucidità dell'argomentazione, questi sintetici e densi discorsi sono esemplari per la loro chiarezza metodologica. Basti pensare alla famosa distinzione fatta nella LG: “La scuola è diversa dal tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e l’avvenire e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione)". (….) "E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i 'segni dei tempi', indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso”. (pp.36-37)

E’ qui individuato con chiarezza il sottile confine fra l’educazione civica e l’educazione politica, come in altri passi fra l'educazione etica, l'educazione storica e quella giuridica; e fra la deontologia professionale e la profezia. La quale profezia non è vaneggiamento o pretesa di aver tutta la verità in tasca e di conoscere il futuro. Don Milani ammette che gli insegnanti vedono “solo in confuso” le cose belle che i ragazzi vedranno domani: e crede che gli insegnanti queste belle cose debbano “indovinarle negli occhi dei ragazzi”. Riconosce i suoi limiti, non insulta chi lo ritiene un vile, ma rivendica il diritto al rispetto e alla libertà d'insegnamento di ciò ritiene la verità, alla luce dei fatti, del Vangelo e della Costituzione.

Il leit motiv e l’incipit di queste certezze si trovano espresse in frasi come queste: "Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null’altro che d’essere uomo. Cioè che vada bene per credenti e atei. Io lo conosco. Il priore me l’ha imposto fin da quando avevo 11 anni e ne ringrazio Dio. Ho risparmiato tanto tempo. Ho saputo minuto per minuto perché studiavo” (p.94). “Per esempio, ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. (LP,p.14)

Pensiamo alla crisi di motivazione dei giovani d’oggi e al coraggio di scrivere che un prete “impone” un fine elevato ad un ragazzo di 11 anni, e questo poi ringrazia Dio per questa imposizione, che gli ha aperto la mente. Woody Allen potrebbe chiedergli: e qual è il fine del prossimo? E che cosa hanno fatto i posteri per me? La risposta di Barbina è chiara e forte. I care, me ne importa.

"Ma questo, conclude don Milani, è solo il fine ultimo, da ricordare ogni tanto. Quello immediato, da ricordare minuto per minuto, è d'intendere gli altri e di farsi intendere".  Condizione per cessare il fuoco e far la pace. Più attuale di così…

Luciano Corradini è professore emerito di Pedagogia generale nell’Università di Roma Tre. È stato docente nelle scuole secondarie, nel­le Università di Cosenza, Milano Statale, Bre­scia Cattolica e Roma La Sapienza, presiden­te dell’IRRSAE Lombardia, vicepresidente del CNPI (Consiglio nazionale della P.I.), con sette successivi ministri, sottosegretario alla P.I. nel Governo Dini, presidente dell’ARDeP, associazio­ne per la riduzione del debito pubblico, dell’AIDU (docenti universitari), dell’UCIIM (docenti medi).

 

sabato 21 gennaio 2023

I BAMBINI E LA SHOAH

«La Shoah spiegata ai bimbi 

Lezioni già dalle elementari»

L’ebraista Corradini ha scritto un libro che può rappresentare un valido aiuto per gli insegnanti. «Lo sterminio è un tema che, con le giuste precauzioni, si può trattare anche con alunni così piccoli. Magari preparando i montini di Purim»

 - di PAOLO FERRARIO

 

Negli ultimi vent’anni, da quando, nel 2000, è stata istituita la Giornata della Memoria, il 27 gennaio, sono state davvero numerose le iniziative che hanno coinvolto le scuole, soprattutto le superiori. Difficilmente, però, la “didattica della memoria” ha riguardato la scuola primaria, soprattutto in considerazione della giovanissima età degli alunni in rapporto all’enormità dei fatti narrati: la Shoah. Persino lo Stato di Israele, abitato da moltissimi discendenti dei sei milioni di ebrei assassinati nei lager nazisti, non prevede lo studio sistematico dello sterminio prima dei quindici anni di età e allo Yad Vashem, il memoriale della Shoah di Gerusalemme, è vietato l’ingresso ai minori di 10 anni. Ciò, però, non significa che non si possa parlare di questa tragica pagina di storia anche alle scuole elementari, seppur con un linguaggio adatto all’età degli scolari. Una sfida che coinvolge in prima battuta gli insegnanti, che possono trovare un valido aiuto nel libro Tu sei memoria, scritto per le edizioni Erickson da Matteo Corradini, ebraista e studioso della Shoah, vincitore del premio Andersen 2018. Che in questa intervista spiega perché è una sfida possibile e come gli scolari possono, a loro volta, farsi Memoria.

La Shoah è una materia adatta all’età degli alunni della scuola primaria?

Sì e no. Se con il termine Shoah intendiamo il punto finale dello sterminio, Auschwitz per capire, allora dico subito che non è adatto ad alunni così giovani, anche quelli più grandicelli, di quarta e quinta, per i quali sono pensate le attività proposte nel libro. Se, invece, con questo termine indichiamo i fatti che avvengono tra il 1933, quando i nazisti prendono il potere in Germania e il 1945, quando la guerra finisce, allora c’è tutta una parte che si può raccontare, anche ad alunni di questa età. Perché Auschwitz è il terminale di un processo di costruzione dell’odio antisemita che dura anni e che, con un linguaggio comprensibile ai bambini, è possibile spiegare anche alla scuola primaria.

Come si devono porre i docenti rispetto a una tematica di tale portata?

Da insegnanti, cioè da adulti che capiscono le domande dei propri studenti e provano a dare delle risposte. Il libro cerca di venire incontro proprio a questo lavoro di ricerca delle risposte da dare. Ben sapendo che, come scriveva Elie Wiesel nel suo La notte: «Ogni domanda possiede una forza che la risposta non contiene più». Gli alunni non si innamorano degli insegnanti che sanno tutte le risposte, ma di quelli che sanno accendere domande. Un modo di procedere, tra l’altro, molto ebraico.

Sono preparati per questo?

Io ne incontro tanti e molto motivati, che vogliono formarsi proprio in vista della Giornata della Memoria. Magari non sono tutti così, ma moltissimi docenti sono davvero ben predisposti!

Abbiamo visto che è “possibile” parlare della Shoah alla scuola primaria, ma è anche “necessario”?

Assolutamente sì. E lo è perché questa parte del nostro passato non è ancora passata del tutto e ha ancora qualcosa da dirci. Raccontare la Shoah è imprescindibile. Forse arriverà un momento in cui non sarà più così e io sarò disoccupato ma il mondo sarà un posto migliore. Ma quel momento non è ora, non è qui. È necessario parlare della Shoah per sincronizzare il presente con il passato e fare in modo che alcune parole del passato non siano più passato, perché sono ancora tanto forti nel presente.

Per esempio?

Il meccanismo del pregiudizio e del razzismo è ancora, purtroppo, ben radicato nella nostra società e gli studenti, anche quelli più piccoli, hanno occasione di sperimentare che cosa vuol dire essere discriminati.

Quali attività proporre in classe?

In Italia c’è ancora una scarsa conoscenza degli ebrei e, quindi, si può cominciare con attività semplici come preparare insieme i montini di Purim, oppure costruire una kippah di carta o, ancora, giocare con le lettere dell’alfabeto ebraico. In questo modo si può cominciare ad “assaggiare” una porzione dell’ebraismo e conoscere che cosa sono stati e sono gli ebrei. Non farlo equivale e non onorare la Shoah, perché non sapere nulla delle vittime significa dimenticarle.

 Perché gli ebrei sono così poco conosciuti in Italia?

Perché di loro non si parla. Chi frequenta le parrocchie li incontra a catechismo e poi a scuola con la Seconda guerra mondiale. Ma in mezzo ci sono duemila anni di storia ebraica, che nessuno conosce. È come se gli ebrei fossero stati ibernati al tempo di Gesù e ritirati fuori nel 1938 con le leggi razziali. C’è persino chi pensa che siano stranieri. E, invece, gli ebrei siamo noi, sono i nostri vicini di casa. Gli ebrei sono un pezzo di storia d’Italia.

Perché a scuola non se ne parla come sarebbe necessario?

Le questioni che toccano la scuola sono talmente tante e complesse che si dovrebbe stare in classe diciotto ore al giorno. E, comunque, la scuola è l’unica agenzia educativa che si occupa di questi argomenti. Di antisemitismo si deve parlare a scuola ma anche, per esempio, nelle società sportive, perché è anche negli stadi che esplode con manifestazioni violente. Dalla scuola può partire un percorso di maturazione che, però, ha bisogno di tempi lunghi e non si esaurisce in classe. Servono progetti di ampio respiro, a lungo raggio. E qui entra in gioco la responsabilità della politica che, invece, vive e ragiona a corto raggio. Per il tempo di una legislatura. Ma il senso civico di una generazione ha tempi di maturazione più lunghi.

 www.avvenire.it


Matteo Corradini, Tu sei memoria. Didattica della Memoria: percorsi su ebraismo e Shoah alla scuola primaria, ed. Erikson, 2022

 Questo libro è un aiuto per tutti gli insegnanti che vogliono allargare il loro sguardo e intraprendere un percorso di educazione alla Shoah in modo attento e consapevole, affrontando un tema così delicato con i bambini e le bambine della scuola primaria. Matteo Corradini ci accompagna in un viaggio di scoperta della memoria e ci fornisce gli strumenti teorici e pratici per parlare a scuola di memoria e Shoah. Il libro offre indicazioni di metodo, stimolando l'apertura personale degli insegnanti verso questi argomenti, e numerose proposte operative per coinvolgere le classi in interessanti percorsi pratici. Le 20 attività seguono un percorso a tappe: dall'esplorazione della cultura ebraica ai meccanismi di pregiudizio e di emarginazione messi in atto dai regimi nazista e fascista, fino all'avvio e al compimento dello sterminio di milioni di persone. Ma questo libro ci parla anche del dopo, ci coinvolge in prima persona perché spinge ciascuno di noi ad essere memoria. Tu sei memoria.



 

venerdì 22 aprile 2022

EDUCARE ALLA PACE, EDUCARE ALLA CITTADINANZA

 La pace nella prospettiva 

dell'educazione 

socio-civico-politica

Il prof. Corradini, uno dei maggiori esperti di educazione alla cittadinanza, da quasi mezzo secolo sostenitore di un impegno istituzionale più forte per l'educazione civica nella scuola, autore di numerose pubblicazioni sull'argomento, già sottosegretario alla P.I. e presidente nazionale Uciim, suggerisce strade percorribili per orientarsi di fronte al grande male della guerra, per cercare di capirlo e di viverlo in modo non superficiale e non distruttivo, ma con l'impegno a superarlo a tutti i livelli in una prospettiva non violenta. Ciò che è stato possibile a certe persone, in certi momenti, può in fatti diventare prima o poi una conquista definitiva o almeno duratura. Frattanto è più importante capire empaticamente, rispettare, aiutare, agire in termini di solidarietà che odiare chi non la pensa come noi.


- di Luciano Corradini*

 La prestigiosa rivista Limes ha come titolo dell’ultimo numero “La fine della pace”. Diversi giornali dicono che siamo in guerra e che non sappiamo come e quando ne usciremo. Uno studente che ha chiesto di parlare della guerra in corso fra Russia e Ucraina si è sentito rispondere: “non parliamo di cose tristi”. Come se la scuola potesse distrarsi o rimuovere il problema più lacerante della storia umana e la frustrazione antropologica che consegue ala difficoltà di sostituire al mors tua vita mea il vita tua vita mea.

All'elaborazione di una cultura di pace, oltre alla famiglia, è chiamata a contribuire la scuola, insieme alle associazioni giovanili, ai mass media, alle chiese e a tutti gli enti pubblici e privati la cui attività può incidere, direttamente o indirettamente, sulla mentalità, sulla qualità dei rapporti e sul senso complessivo dello stare e del crescere insieme.

La scuola, in virtù della sua capillare estensione, delle sue potenzialità culturali e relazionali e delle sue specifiche difficoltà congiunturali, è al centro di contrastanti pressioni, volte da un lato ad aprirla a tutto ciò che sia ritenuto socialmente importante e dall'altro a chiuderla a tutto ciò che non sia riconducibile a un compito istruttivo restrittivamente interpretato.

Anche ammettendo che la scuola abbia suoi compiti prioritari da affrontare, in cui nessun altro può sostituirla, non si può negare che il vero problema è quello di affrontarli in modo deontologicamente corretto, utilizzando le norme e i programmi vigenti per affrontare questioni strategicamente importanti e significative per i singoli ragazzi e per la società d'oggi e di domani.

Se volessimo raccogliere più precisamente tutto ciò che da anni bussa alle porte della scuola, con crescente consapevolezza delle implicazioni e delle connessioni con la vita reale, per trovarvi uno spazio curricolare o meglio un'attenzione "intelligente" di tipo interstiziale o di tipo trasversale, dovremmo parlare di educazione ai diritti umani, alla pace, allo sviluppo, alla salute, all’ambiente.

Questa problematica è soggetta in tutto il mondo ad approfondimenti, revisioni, accorpamenti sotto l'uno o l'altro termine, ritenuto più comprensivo o più strategico. Per la sua densità valoriale può alimentare conflitti, occupare spazi eccessivi nell'attività scolastica, degenerare nella chiacchiera, nel moralismo, nella faziosità.

Di qui le comprensibili cautele delle persone serie; ma di qui anche gli alibi di chi non vuole impegnarsi a pensare e a rinnovare una scuola, la cui auspicata migliore produttività non può comunque prescindere dalle motivazioni  e dalle prospettive  dell'apprendimento.

La pace, intesa come "nucleo pesante", in cui si addensano tutti i significati positivi della vita personale e sociale, non può considerarsi un tema estraneo, né di diritto né di fatto, alla vita scolastica. Anche quando non era esplicitamente tematizzata come finalità da perseguire da parte di tutti, in particolare degli educatori, di fatto la pace occupava un suo spazio nella letteratura, nella storia, nella filosofia, nel diritto, nella geografia, nell'economia e finalmente nell'educazione civica, che nella scuola ha avuto però sempre uno statuto precario. Oggi abbiamo la legge 92/2019 sull’educazione civica, che fa perno sulla Costituzione italiana, in cui sono stati “aggiornati” nel febbraio scorso gli artt. 9 e 41. Non è poco.

* Professore Emerito di Pedagogia Generale Università Roma 3, Roma

 

martedì 19 ottobre 2021

NELL'EDUCAZIONE UN TESORO

 


Il prof. Luciano Corradini rintraccia, all’interno e oltre i risvolti sociologici e giuridici che caratterizzano i ruoli e i tempi dei docenti e dei discenti nei contesti formali e informali delle relazioni educative, una pista che conferma l’intuizione del Rapporto Delors all’UNESCO per il XXI secolo, contenuta nel titolo Nell’educazione un tesoro, del 1996. 

Utilizza allo scopo i suoi ricordi e il suo archivio personale, in particolare lettere, documenti e profili di suoi maestri e suoi discepoli, che ritengono credibilmente d’aver trovato questo tesoro. Se la metafora utilizzata inizialmente da questo libro (Sentieri rivisitati) indicava la riconsiderazione di percorsi compiuti nel cammino dell’educazione, il nuovo titolo indica, anche con l’aggiunta di due parti dedicate a nuovi discepoli e maestri, che nelle ostriche dei mari talora agitati dell’educazione si possono anche trovare le perle preziose di cui parla la parabola evangelica. 

Si tratta dei tesori che i ladri non possono rubare e che le tarme non possono corrodere.

L. Corradini, Un Tesoro nell'educazione, Armando Editore, ottobre 2021




giovedì 17 settembre 2020

DA CALAMANDREI A WILLY .....


... ANCHE QUESTA 
                 E' SCUOLA

di Luciano Corradini

“La scuola è la società” è il titolo che la Democrazia Cristiana diede ad un convegno nazionale tenuto a Firenze nel 1974, in preparazione al varo dei decreti delegati. Voleva dire, con un po’ di enfasi, che la scuola non doveva essere intesa come “tecnostruttura” o come corpo separato della società o come “parcheggio” dei giovani, ma come istituzione fondamentale, che doveva stare a cuore, non solo a parole, a tutte le componenti istituzionali e sociali del Paese.

Dieci anni dopo, Giorgio Bocca scrisse un libro intitolato L’Italia l’è malada”. La malattia sarebbe di carattere socioantropologico. Ecco la sua diagnosi:“Il paese è bello, ricco di beni naturali, ma è molto difficile viverci per l'anarchia di chi ci abita. Per l'illusione costante di poter migliorare la società senza disciplina e senza sacrifici, per l'idea assurda che esista uno "stellone", una garanzia di fortuna che spontaneamente risolve i problemi del paese”.

Il basso continuo delle sue analisi dure e amare, si può riassumere nella tesi che “alla maggioranza delle persone va bene la rinuncia alla libertà, pur di non avere grane, pur di vivere tranquilli”. E’ il tema del “particulare” di cui parlava Guicciardini, del “me ne frego” del fascismo, del “farsi i fatti propri” dell’indifferentismo. Don Milani nella Lettera a una professoressa  rispondeva col motto “I care”, cioè me ne importa, e col giudizio lapidario: “sortirne da soli è l’avarizia, sortirne insieme è la politica”. Questa visione è entrata anche nella normativa scolastica: “La scuola- si legge nel dpr 249 del 98, dal titolo ‘Statuto delle studentesse e degli studenti’- è luogo di formazione e di educazione (...), è una comunità di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale, informata ai valori democratici e volta alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni. In essa ognuno, con pari dignità e nella diversità dei ruoli, opera per garantire la formazione alla cittadinanza, la realizzazione del diritto allo studio, lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno e il ricupero delle posizioni di svantaggio, in armonia coi principi sanciti dalla Costituzione (...)

Questo riferimento ci consente di richiamare, anche durante questo periodo di pandemia in cui potremmo dire che ”La Terra l’è malada” e che e anche le nostre scuole non stanno troppo bene, la potente metafora introdotta dal "padre costituente" Piero Calamandrei: "Se si dovesse fare un paragone fra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue, gli organi ematopoietici, quelli da cui parte il sangue che rinnova giornalmente tutti gli altri organi, che portano a tutti gli altri organi giornalmente, battito per battito, la rinnovazione e la vita". E ancora: "se si vuole che la democrazia prima si faccia e poi si mantenga e si perfezioni, si può dire che la scuola a lungo andare è più importante del Parlamento, della Magistratura, della Corte Costituzionale (...) la coscienza dei cittadini è la creazione della scuola, dalla scuola dipende come domani sarà il Parlamento, come funzionerà domani la Magistratura...". Ecco perché Calamandrei diceva che l'art. 34 era il più importante della nostra Costituzione. Occorre ricordare che l’anno scolastico che comincia ora tra molte difficoltà organizzative, psicologiche e molti vincoli ad una vita scolastica libera e gioiosa, è anche l’anno che, in virtù della legge 92/2019 inizia un nuovo percorso di educazione civica, che ha, come stelle dell’Orsa, la Costituzione, la Dichiarazione universale dei diritti umani, l’ordinamento dell’UE, che da’ ora nuovi segni di vitalità, e l’Agenda ONU 2030. La cronaca ci offre un’icona indimenticabile che viene da Colleferro: il sorriso di Willy Monteiro, e la piazza ricoperta di fiori da un’intera popolazione, in particolare da giovani con la maglietta bianca, sgomenti e determinati di fronte al delitto compiuto dal branco di giovani che lo ha aggredito e ucciso a calci, mentre si era impegnato a difendere un altro ragazzo aggredito. Anche questa è scuola.

 dal GIORNALE DI BRESCIA



mercoledì 3 giugno 2020

UNA CONVIVENZA CIVILE. Itinerari di educazione civica

Il progetto ministeriale per l’educazione dei cittadini ha due obiettivi importanti:
  • costruire progressivamente una coscienza civile nei ragazzi
  • essere un insegnamento trasversale sviluppato da tutto il consiglio di classe, con competenze e obiettivi di insegnamento comuni all’interno del gruppo docente.
D’altra parte l’educazione civica rappresenta un momento importante di contatto tra scuola e società civile, per preparare i ragazzi a entrare nella vita reale con una maggiore responsabilità di sé, degli altri, della cosa di tutti: un libro di testo che aiuti il consiglio di classe a lavorare in modo omogeneo può essere una buona base di lavoro comune.

Gli autori di questo corso hanno un particolare coinvolgimento nel riconoscimento di questa disciplina e nel suo inserimento nella scuola: Luciano Corradini, professore emerito di Pedagogia generale all’Università di Roma Tre, ha lavorato per questo scopo da molti anni, con un personale contributo all’elaborazione dei fondamentali della materia e per il suo inserimento tra le discipline curricolari. Andrea Porcarelli è professore associato di pedagogia generale all’Università di Padova, impegnato attivamente nella formazione del corpo docente.


Il progetto, strutturato in cinque grandi sezioniLa comunitàDiritti e doveriLe nostre regoleI poteri dello StatoCittadini del mondo, procede dalla dimensione dei ragazzi (la famiglia, gli amici, la scuola, il web) verso quella dello Stato (i diritti e i doveri, le responsabilità, il coinvolgimento nella politica e il diritto di voto, il lavoro delle istituzioni) per finire a quella delmondo (le grandi istituzioni sovranazionali, il rispetto e la salvaguardia dell’ambiente, del patrimonio artistico e culturale, il funzionamento globale dell’economia e dei diritti). Idealmente il progetto si sviluppa con quattro argomenti per ogni anno di corso, ma può essere utilizzato trasversalmente secondo le esigenze degli insegnanti e del contesto.


Nella Guida per il docente sono proposte attività di verifica utili per la valutazione comune della materia.
Per i docenti che adottano questo titolo, un corso on line di 15 ore dal titolo “BULLISMO E CYBERBULLISMO”, disponibile da settembre 2020 nell’area Materiali digitali integrativi.


Corradini, Porcarelli, UNA CONVIVENZA CIVILE, ed. SEI, 2020



venerdì 24 aprile 2020

SPUNTI DI EDUCAZIONE CIVICA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

- Il 25 aprile nel ricordo del prof. Luciano Corradini, uno dei maggiori pedagogisti italiani esperti di educazione alla cittadinanza.


di Luciano Corradini*

Data la mia età, assediata dalla strategia  utilizzata dal Covid-19 nel decimare la nostra “riverita specie”, mi permetto di ricorrere a qualche cenno biografico per condividere con i giovani un breve ricordo del 25 aprile, festa della Liberazione.

C’ero anch’io
Avevo 9 anni, il  25 aprile del 1945, quando fui svegliato da un rombo di un corteo di carri armati, che passavano a cinquecento metri dalla casa in cui ero sfollato con la famiglia, sull’argine del Po, nella bassa reggiana. Ci riempiva di curiosità e di emozione il vociare concitato dei contadini che dicevano che era vero, che la guerra era finita davvero, e non come il 25 luglio del 1943, quando “era andato giù il Duce”, o l’8 settembre, quando Badoglio aveva annunciato l’armistizio con gli americani, ma poi se n’era scappato a Brindisi col Re, lasciando l’esercito italiano allo sbando, e dicendo che la guerra continuava. In aprile gli americani erano venuti sul serio a liberarci, perché tutti me lo dicevano, anche se io non avevo le idee molto chiare in proposito.
C’era un sole radioso, perfino accecante, con l’aria fine e trasparente che si trova assai di rado da quelle parti. Mio fratellino ed io correvamo a perdifiato fra i campi, inseguiti da un branco di oche spaventate per il frastuono della colonna. Impolverati e sorridenti, i soldati americani ci salutavano con entusiasmo dalle torrette dei loro carri, talora fermandosi per regalarci cioccolate e gomme da masticare, e chiedendo in cambio insalata e rapanelli.
Avevamo vissuto le vicende dei bombardamenti, dei rastrellamenti, della comparsa più o meno inquietante di gruppi di tedeschi, di fascisti repubblichini e di partigiani, che alcuni chiamavano ribelli, nei tre anni della Resistenza armata. Ho saputo per caso, leggendo Avvenire, che il primo annuncio della Liberazione fu dato alle ore 22 del 25 aprile 1945 da una radio allestita alla meglio, che trasmetteva in onde corte.
Riascoltiamo quel messaggio, che iniziava con l’Inno del Piave: “Attenzione, attenzione. Qui Radio Busto Arsizio. Stiamo per trasmettere un importante comunicato: ‘Per proclama del Comandante della piazza militare di Busto Arsizio si dichiara decaduto il regime fascista repubblicano e si esorta la popolazione alla calma e al rispetto delle leggi civili e militari dell’8 settembre 1943 rientrate in vigore. Cittadino italiano, tu che hai sofferto per la tua Patria ancora una volta calpestata dal barbaro nemico, l’ora della tua liberazione è giunta! Lavoratore, ancora per qualche giorno controlla ogni tentativo di distruzione delle tue macchine, delle tue officine, delle centrali elettriche. Salva la tua ricchezza di domani… Industriali, disponete perché il lavoro continui, perché le mense aziendali non abbiano a subire interruzioni. Donne, siate degne dell’ora che volge, italiani tutti, al vostro posto di battaglia!”. Il giorno 26 aprile la notizia fu ripresa da radio e da giornali e fece il giro del mondo.

L’inizio di una presa di coscienza storica negli anni’50
Mi sembra di aver cominciato solo al liceo a rendermi conto dei fatti e dei problemi relativi alla guerra, alla resistenza, alla pace, alla difficile ricostruzione. Questo è avvenuto un giorno, quando il preside del Classico di Reggio Emilia, che si chiamava Ermanno Dossetti, ci convocò in Palestra, per parlarci della Costituzione, proprio alla vigilia del 25 aprile.
Allora ho avuto l’intuizione, anche se un po’ vaga, che la Costituzione fosse una cosa molto importante, un avvenimento che cambiava per sempre la nostra vita, un tesoro, che doveva essere conosciuto e messo a frutto non solo da parte delle istituzioni e dei politici, ma da tutti i cittadini, nella vita di tutti i giorni, se non si voleva tornare agli anni terribili della guerra. Negli anni successivi, anche come insegnante, sono tornato più volte su questo testo: sono restato e resto sempre più ammirato per la sua verità e la sua bellezza, ma anche amareggiato e deluso per il modo con cui in complesso l’abbiamo ignorata e trattata.
E’ come se avessimo tenuto in cantina, in mezzo ai topi, un capolavoro di Leonardo. O come se avessimo ricevuto in eredità una Ferrari e l’avessimo fatta marciare solo in prima e in seconda.
E’ stato detto che le Costituzioni sono gli strumenti che gli uomini si danno nei tempi della saggezza, a valere per il momento della confusione. Il “capolavoro di saggezza” della Costituzione è stato scritto in 18 mesi, dal 2 giugno 1946 al 22 dicembre 1947. Il 2 giugno si tennero le prime votazioni a suffragio universale, comprese le donne, sia per rispondere al referendum in cui si decise la nascita della Repubblica Italiana, sia per eleggere l’Assemblea Costituente. Appare perciò storicamente corretto riconoscere la radice della Costituzione nella Resistenza e nella Liberazione, che hanno nel 25 aprile la loro genesi storica e simbolica. E chiedersi le ragioni della mancata o parziale attuazione dei suoi principi e delle sue norme fondamentali, per cercare di avanzare nella via della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà e per evitare di soccombere  di fronte alle crisi epocali che dipendono in gran parte dalla nostra “dimenticanza” dei principi costituzionali.
Nulla è perduto con la pace, aveva detto Pio XII in un radiomessaggio del 1939, aggiungendo che tutto può essere perduto con la guerra. E’ possibile però anche dimenticare che allora una difficile pace è stata conquistata a prezzo di una guerra disastrosa; e che si può anche perderla di nuovo, se si dimentica quella terribile lezione della storia. Faccio ora un salto  in avanti di quarant’anni dalla fine della guerra.

Il 25 aprile ricordato a Milano nel 1986, per leggere 14 lapidi
Una mattina del 1986, quando abitavo a Milano, decidemmo, con mia moglie e mio figlio, che saremmo andati alla manifestazione organizzata dall’ANPI per ricordare il 25 aprile. C’erano solo 3 macchine con gli striscioni sul cofano, davanti alla sede del Consiglio di Zona di Porta Venezia. Col nostro arrivo, le macchine divennero 4 e così noi rappresentammo il 25% della delegazione che si preparava a visitare le 14 lapidi del Quartiere, per portare corone d’alloro ai martiri della Resistenza. Quando uno del gruppo, lamentando le assenze degli “altri”, disse che avrebbero potuto sfoderare le loro bandiere rosse, feci garbatamente valere le nostre ragioni di cittadini della parrocchia di San Gregorio. Sicché questo bastò a restituire al Tricolore il suo carattere di simbolo dell’unità nazionale.
Si prese atto che il nostro 25% in quel piccolo corteo possedeva due primati: mio figlio era il più giovane del gruppo e io ero il più alto. Lui ascoltò le commosse parole dell’anziano presidente dell’ANPI, che fu lieto di poter consegnare a un giovane il suo ricordo e il suo messaggio; io manovrai con discreta perizia il bastone che serviva per installare le corone vicino alle lapidi, poste molto al di sopra delle nostre teste, e forse per questo ignorate dai passanti e dagli abitanti del quartiere. Mia moglie, che aveva caldeggiato la nostra partecipazione, prendeva appunti. Registrava i nomi di quei giovani che erano stati fucilati a Milano o uccisi nei campi di concentramento, talora pochi giorni prima o dopo la Liberazione; e annotava le frasi con cui amici e parenti avevano voluto ricordare il senso di quei sacrifici.
Si scendeva dalle macchine, si sostava un istante, si poneva in alto la corona, come se si cercasse di cogliere il gesto, il sorriso, la smorfia di dolore di chi aveva offerto la sua vita perché noi potessimo conservare e sviluppare la nostra vita di cittadini liberi e democratici.
Poi si risaliva in auto e si ricominciava la piccola processione di quella via crucis civile che ci ha fatto sentire popolo italiano, come la via Crucis del Venerdì santo ci fa sentire popolo di Dio.
Fra una stazione e l’altra leggevamo qualche frase di un giornaletto dell’ANPI o ricordavamo qualche pensiero dei Condannati a morte della Resistenza. Sentivamo il bisogno di ringraziare il Signore, che aveva dato tanta forza a quei giovani, e di ringraziarlo per la libertà conquistata dal loro sacrificio, di cui molti hanno perso la memoria.
Al termine della visita, abbiamo aderito all’ANPI, per restare informati della loro attività e per condividere quel grande patrimonio di fede nella libertà e nella pace, che ha caratterizzato questo lungo dopoguerra.

La pandemia del Covit-19 e gli appelli del Papa e del Segretario dell’ONU per un’alleanza globale per l’unità e per la pace
La strage pandemica di questo 2020 mette a dura prova la nostra speranza di indefinito benessere, per l’inedito scenario di morte, di paura, di solitudine, di crisi economica e d’incertezza che grava sul nostro futuro. D’altra parte questa lotta contro uno sciame invisibile di microbi patogeni che involontariamente ci trasmettiamo con la prossimità, inducendo le pubbliche autorità a imporre, in ordine sparso, lunghi e incerti lockdown per attuare un “distanziamento sociale”, e cioè per sottrarre “cibo” al virus, sta affamando anche parte di noi, ma anche risvegliando in altri le migliori energie che hanno consentito all’Italia di riemergere, attraverso la Resistenza e la Costituente, dal “crogiolo ardente” della guerra mondiale degli anni ’40. Papa Francesco e Antonio Gutierrez invocano con accorata energia l’unità europea, la cessazione delle guerre e la pace, in nome di un’umanità che riconosca il comune nemico non in un popolo, in uno stato o in un’ideologia, ma in uno dei tanti virus che abbiamo inconsapevolmente risvegliato, nella nostra pretesa di sfruttamento incontrollato della natura.
Per questo alla Pasqua cristiana possiamo associare la Pasqua civile che il nostro Paese celebra, anch’essa per la prima volta per via telematica, a 75 anni da quell’evento.

 *professore emerito di Pedagogia generale nell'Università di Roma Tre