martedì 10 novembre 2020

A PROPOSITO DI DEMOCRAZIA

 Gli anticorpi della democrazia hanno salvato la società 

-          di Luigi  Sanlorenzo*

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Celebriamo il risveglio degli Stati Uniti, che hanno combattuto e superato momenti drammatici dopo l’avvento di Donald Trump. Il merito è anche dei pilastri fondamentali che compongono la civiltà liberaldemocratica, che difendono ogni tentativo di corruzione dei propri valori e rappresentano l’ultima barriera che contiene l’infezione da populismo

Platone l’esecrava e Aristotele non l’amava. Occorrerà attendere lo storico Polibio e poi Marco Tullio Cicerone, un avvocato del Foro di Roma, per avere della democrazia una descrizione positiva che poi si farà strada nel pensiero filosofico e politico. In tempi non lontani è stata invocata, ottenuta, ridimensionata, oltraggiata, negata, perduta e riconquistata.

Winston Churchill ne coglieva i limiti ma ammetteva di non avere idea di una forma migliore di convivenza e ne diventò il campione nell’Europa funestata dai fascismi. Tra le due epoche ed oltre, esiste una bibliografia sterminata che il lettore potrà facilmente reperire e che, pertanto, ometterò.

Oggi celebriamo la democrazia come riconfermata pacificamente negli Stati Uniti che furono di Donald Trump, anche se, con qualche esagerazione, qualcuno ha voluto accostare la giornata del 7 novembre 2020 al 25 Aprile del 1945. Eccessi di retorica, forse giustificati dalle grandi emozioni collettive che abbiamo vissuto durante una lunga settimana: perché una cosa è proclamare la democrazia e altra praticarne l’uso e proteggerne l’integrità. Ed è questa la ragione per cui è opportuno riflettere.

Tralasciate le definizioni scolastiche, l’etimologia della parola e le declinazioni peggiorate da aggettivi non sempre appropriati, più utile può essere ragionare su quegli elementi che possono preservarla e se, del caso, estenderla e migliorarla. Sono gli “anticorpi” della democrazia cioè le difese che essa può mettere in campo per opporsi ad ogni tentativo di corruzione dei propri valori se non di annullamento dell’intrinseco significato cui il termine riconduce.

I tempi che viviamo ci rendono familiare il lessico della biologia e della medicina e mai come oggi si parla di anticorpi, di sistema immunitario, di difese dell’organismo e di barriere, naturali o chimiche, contro l’attacco quotidiano che virus e batteri sferrano ogni giorno contro tutti gli esseri viventi. Risulterà così più facile analizzare il processo mediante il quale la democrazia si difende, sopravvive, supera momenti drammatici o, per converso, si indebolisce, vacilla e soccombe.

Il primo e più immediato riferimento è l’analisi del termine “anticorpo” che sta a significare come ad un’entità sia pure microscopica si oppone a difesa un’altra di segno contrario e portatrice di un contenuto cellulare diverso. Perché ciò avvenga è necessario che quest’ultima esista, in base al principio logico di non contraddizione che distingue A da non A. Applicato a ciò che ci occupa in questo scritto, vuol dire essenzialmente che il principale anticorpo di cui la democrazia dispone è la conoscenza e la consapevolezza di ciò che essa è e delle potenzialità che possiede.

Se in una società gli individui partecipano di una definizione, generica, vaga e imprecisa, si è già in presenza di un forte deficit immunitario e il corpo estraneo troverà facile breccia per farsi strada, assumendo due principali caratteri: il populismo che fa leva sulle emozioni profonde e sulle pulsioni istintive abilmente evocate e provocate e l’egalitarismo che azzera competenze, meriti e valore, tradendo di fatto il termine “democrazia” specifico contesto sociale e politico in cui non si è affatto tutti uguali, se non davanti alle leggi contenenti diritti e doveri che autonomamente e liberamente essa ha prodotto con il contributo di tutti e a tutela di ciascuno.

In ogni società esistono i “migliori” per eredità genetica, capacità personali, inclinazioni naturali, livello culturale, abilità nel fare le cose o nel farle accadere. Si tratta di elementi che troppo spesso si vogliono far risalire al censo o alle opportunità offerte dall’ambiente familiare e sociale; spesso non è così, come dimostrano le biografie di personalità eccellenti provenienti da condizioni sociali svantaggiate, contesti culturali carenti, situazioni familiari devastanti. Allo stesso modo, esistono, senza giri di parole, i “peggiori” portati naturalmente a negarsi ad ogni opportunità di migliorare se stessi e di confidare, in modo parassitario, sull’assistenza da parte degli altri, pretesa come un diritto.

Essi adducono quale esimente del proprio destino il “sistema” quale entità astratta cui attribuire le proprie sventure. Avvinti da bisogni crescenti ed incapaci di emanciparsi, perché non educati ed aiutati a farlo, costituiscono il milieu in cui si sviluppano le peggiori tentazioni antidemocratiche alimentate da quanti sanno come costruirvi sopra il proprio successo personale.

L’anticorpo di cui la democrazia dispone al riguardo è il concetto di pari opportunità quale condizione di partenza offerta a tutti in egual misura e consistenza, lasciando poi a ciascuno la libertà, ma anche la responsabilità, di farne tesoro in ogni parte del mondo. Istruzione, formazione e internazionalizzazione agevolate, se non gratuite, per i meritevoli meno abbienti sono i suoi migliori alleati e non mancano mai, quando ben gestiti, di dare i propri frutti.

Spesso gli ingenti fondi a ciò destinati sono stati stornati altrove o restituiti, con vergogna, all’Unione Europea che ancora aspetta di capire come mai l’Italia meridionale (cui si sono aggiunte nel 2020 anche Sardegna e Molise) sia ancora tra le aree meno sviluppate del continente. Un argomento inoppugnabile che abbiamo regalato ai “paesi frugali” che di quei fondi hanno fatto tesoro per decenni. 

Tra i “migliori” e i “peggiori” si estende il mare interno dei mediocri in cui prevalgono la difesa di privilegi illegittimamente acquisiti, l’appartenenza acritica a partiti o movimenti, il qualunquismo più cinico, il perseguimento di interessi particolari, familiari o personali, messi davanti a tutto ciò che può sapere di collettivo, di civile, di comunitario.

Denunciano ogni appartenenza come deviata, ogni competenza come potere e, mentre attendono di salire sul carro del vincitore di turno, pretendono di calpestare secoli di cultura e di progresso scientifico esprimendo giudizi apodittici quanto banali, che in altri tempi non avrebbero oltrepassato la soglia dell’osteria. 

Oggi, come tutti noi peraltro, essi hanno a disposizione i social media su cui “pubblicano” rutti in forma scritta o video, con cui intendono mettersi in pari con quanti fino ad allora hanno invidiato e snobbato e che oggi odiano. Forse sarebbe meglio insistere sulla differenza tra “pubblicare” e “postare” per ridimensionare il fenomeno e ricondurlo nell’alveo di opinioni che, con i limiti invalicabili dell’insulto e della palese e morbosa oscenità, tali sono e rimangono, se non suffragate da studi adeguati, faticosi approfondimenti, antiche e recenti letture, concrete esperienze professionali e di vita. 

È la democrazia dei “like” come qualcuno ha voluto connotare la nostra epoca. E dai “like” alle piattaforme digitali che hanno sostituito il processo di selezione delle classi dirigenti oggi magna pars nel governo del Paese, il passo è breve. Medesimo ragionamento può essere fatto su influencer di vario genere e personaggi televisivi che avrebbero solo l’imbarazzo della scelta se volessero candidarsi a ruoli cruciali per la vita democratica del Paese.

La chiamano “democrazia diretta” e su tale altare vengono sacrificati secoli di elaborazione critica, di riflessione filosofica o religiosa, di testimonianze concrete del ruolo svolto dalle Idee nel progresso dell’Umanità. Dal mancato rispetto del già citato principio di non contraddizione che impone di distinguere tra ciò che è e ciò che non è , spesso accompagnato da un ruolo non sempre obiettivo e trasparente dell’informazione, origina l’assenza del principale anticorpo posto a difesa della democrazia. Il bastione è stato demolito e i nemici della democrazia possono procedere nella propria strategia di attacco.

Una seconda famiglia di anticorpi è costituita dai cosiddetti “valori non negoziabili” posti a fondamento di ogni democrazia e quasi sempre fissati in carte costituzionali su cui si innestano ogni successiva attività legislativa, la legittimità dei comportamenti individuali e sociali, i limiti del potere, i contrappesi istituzionali.
Va detto chiaramente che l’evoluzione della società, il mutamento dei costumi, l’emergere di nuove soggettualità politiche e di nuove aspirazioni ideali hanno il proprio limite invalicabile nel rispetto dell’integrità fisica e spirituale di ciascun individuo e nel suo diritto a difenderla direttamente nei limiti consentiti e, in ogni altro caso, a vederla difesa dallo Stato democratico. 

In quanto strettamente legato alla dignità di tutti gli esseri umani, l’elenco dei valori non negoziabili contiene tutto ciò che fa crescere una società in tale direzione ed espelle con determinazione tutto ciò che limita e minaccia tale spinta vitale tesa verso il miglioramento della condizione umana, come correntemente intesa nei paesi democratici.

Fermi i valori non negoziabili, contenuti in Italia nella parte iniziale della Costituzione repubblicana del 1948 i cui primi dodici articoli sono immodificabili, la dinamica legislativa si esprime senza ulteriori condizionamenti ed ha lo scopo di attualizzare nella forma e mai nella sostanza quei principi fondamentali per renderli fattuali e misurane nel tempo l’efficacia sull’evoluzione della vita comunitaria. 

Qui entra in gioco ancora una volta la dialettica democratica che, garantita dalla citata permanenza dei valori fondamentali, è tenuta ad applicare il principio della legittimità degli atti legislativi e regolamentari, secondo la volontà espressa dalla società in libere elezioni in cui si sono confrontate forme diverse di attuazione dei diritti e di rispetto dei doveri. Forme attuative, ribadisco, e non modificative dei valori fondativi.

Tale vigilanza è affidata, com’è noto, al vaglio del Presidente della Repubblica nel momento della promulgazione e in un’ultima istanza alla Corte Costituzionale, se adita nelle forme previste da chi ne ha titolo.
Tuttavia tale sofisticata architettura voluta dai Padri Costituenti spesso viene aggirata da interventi legislativi o di decretazione d’urgenza ad opera del Governo o, come in casi che ormai conosciamo bene, del Presidente del Consiglio, absolutus, cioè sciolto da ogni legame, una volta che sia stato dichiarato lo stato di emergenza nazionale.
Va detto una volta per tutte che anche tali decisioni, che vogliamo credere essere sempre urgenti, indifferibili e nell’interesse supremo del Paese, non possono oltrepassare i confini costituzionali né sospendere le libertà individuali garantite dalla Repubblica. Qualsiasi cedimento in tale direzione fa cadere come birilli una serie di anticorpi essenziali per la vita democratica e consente l’avanzamento di parecchi metri a chi sta scavando una galleria di mina sotto i bastioni.

È a tale punto che intervengono altri anticorpi che, impossibili da fissare sul vetrino del microscopio legislativo, rappresentano l’ultima barriera all’infezione. Si tratta della vasta gamma dei comportamenti individuali assunti da ciascuno come parte integrante dell’identificazione nel contesto sociale. Non potendo essere regolati né, grazie al cielo, controllati o sanzionati dall’impianto normativo, essi sono espressione dei principi di autonomia e di responsabilità e del grado di civismo raggiunto e praticato dalla cittadinanza.
Volendo essere estremamente chiari, significa che una collettività che rispetta le leggi per timore delle sanzioni mentre le aggira con furbizia ed espedienti è la più esposta al rischio del tramonto della democrazia. A maggior ragione se assume tali comportamenti come protesta verso disposizioni che non ritiene le appartengano perché espresse da una maggioranza politica rispetto alla quale si percepisce come oppositrice.
È il crollo dell’architrave democratica che si regge proprio sul riconoscimento della volontà della maggioranza, cui può e deve opporsi il dibattito politico e il diritto di manifestazione pubblica ma mai l’inosservanza o la violazione della legge, finché la medesima è in vigore. Ci fu chi bevve volentieri la cicuta per non contraddire tale profondo convincimento.

I comportamenti individuali sono dunque l’ultima spiaggia della democrazia, quella più esposta ai frangenti dell’umore popolare, all’azione di erosione da parte di persuasori più o meno occulti e dei mestatori di caos e disinformazione. Bene ha fatto la libera stampa degli Stati Uniti d’America a riportare le dichiarazioni improvvide di Donald Trump ma contestualmente a stigmatizzarne l’inconsistenza probatoria. In Italia sarebbe stato impossibile e ciò aprirebbe nuove e più approfondite riflessioni anche sulla terzietà dell’informazione nostrana. Ma non qui e non ora.

Da cosa sono dettati i comportamenti individuali in una democrazia in buona salute? Innanzitutto, dal pieno convincimento dell’esistenza di un patto che, oltre a quelli scritti, fonda la convivenza civile e la mette al riparo dal diritto del più forte, delle menzogne del più furbo, dalle seduzioni del più convincente. Il paradosso è che mentre tale logica viene accettata e pretesa ad ogni livello sociale dalla stragrande maggioranza dei tifosi sportivi, è rifiutata da molti nella vita di tutti i giorni. 

La ragione non è arcana: lo sport si fonda sulla passione ed è amato e rispettato, la democrazia non è ancora, nel nostro paese, oggetto di tali sentimenti e viene percepita da molti più come una tecnicalità politica che come un valore, più come uno strumento che come un fine ideale in progressiva realizzazione. Come ogni amore ha nell’affidamento al partner il proprio principale anticorpo per la tenuta del rapporto, anche nell’esercizio della democrazia la fiducia non è solo un sentimento ma anche una tappa formalizzata per l’esercizio del potere e il collante tra le istituzioni chiamate in solido a perseguire lealmente, ai diversi livelli territoriali ogni miglioramento. Ne ho scritto.

I fatti di questi giorni e il conflitto permanente tra stato e regioni e tra di esse in merito alla zonizzazione della situazione epidemiologica sono il peggiore colpo che possa essere inferto alla democrazia. Un’intera batteria di anticorpi è stata bruciata in poche settimane.

Ne pagheremo il prezzo in termini di credibilità dell’intera compagine governativa, di ulteriori diseguaglianze tra i territori della Repubblica e, soprattutto, come caduta dell’indice di affidabilità delle istituzioni. Una catastrofe non inferiore a quella sanitaria poiché la capacità di affrontare quest’ultima è funzione dell’operato dei decisori politici che non possono e non devono nascondersi dietro un algoritmo cromatico. 

Il fenomeno della sottovalutazione della democrazia non riguarda tutti ma trova manifestazione laddove sin dall’atto originario, l’espressione del voto, tale esperienza è vissuta all’insegna della superficialità e spesso con il ricatto sui bisogni primari, scientemente mantenuti tali in molte aree geografiche, perché unico modo di nascondere l’incompetenza e l’inadeguatezza di singoli e di partiti sostituendovi forme di protezione di questo o di quell’interesse particolare.

Quanto vale un singolo consenso in alcune periferie italiane? In media, secondo le indagini svolte dalle Forze dell’Ordine nei casi conclamati di voto di scambio, una ventina di euro, spesso anche meno. Ed è gratis davanti a promesse di piccoli o grandi vantaggi assicurati al singolo, magari in danno della collettività. Troppo ampia è la casistica per trarne alcuni esempi, ma mi colpì a suo tempo l’indignazione di un noto politico che in anni non troppo lontani ebbe a dire «Quanti parroci hanno venduto il proprio voto ed impegnato la propria influenza per vedere realizzato un campetto di calcio?»

L’ultima serie di anticorpi della democrazia è costituita dal complesso degli atti ricompresi nella categoria della solidarietà universale ed è ciò per cui ciascuno riconosce kantianamente nell’altro l’intera Umanità, quindi se stesso, e come tale agisce senza bisogno di una legge, di un regolamento, di una sanzione che lo costringa a qualcosa che non percepisce come valore. Quando la casa brucia non sono solo i Vigili del Fuoco a salvare le persone ma anche coloro che, nell’attesa, immediatamente si lanciano tra le fiamme per aiutare chi è in difficoltà.

Quale molla scatta in un giovane immigrato, magari considerato clandestino, per farlo tuffare in un canale traendone un bambino che sta annegando o per consegnare ad un poliziotto un portafogli smarrito? Cosa induce una nazione in piena emergenza sanitaria a non negare assistenza in mare a chi fugge verso un futuro migliore?
Cosa può portare un popolo ad osservare le regole, a collaborare con la giustizia, ad essere guardiano della legalità, ad autoimporsi limitazioni alla libertà individuale nel superiore convincimento di fare la cosa giusta, innanzitutto per la comunità di cui si sente parte viva ed attiva? Soltanto il possesso di una profonda spiritualità civile e la democrazia è una religione laica che non conosce chiese, sinagoghe o moschee ma solo la dimensione della solidarietà tra esseri consapevoli della propria e dell’altrui finitudine.

Esiste una cura per fortificare gli anticorpi della democrazia? Un complesso vitaminico che somministrato costantemente rafforzi le difese immunitarie insidiate dagli egoismi, dai particolarismi, dall’ignavia e dall’indifferenza nei confronti degli altri? Bastano alcune alte autorità morali a ricordare che tra gli scartati dalla società fanno proseliti i principali nemici della democrazia? Basterà quell’esercito di maestri elementari invocato da Gesualdo Bufalino, se poi i migliori insegnamenti verranno rinnegati in famiglia tra le mura domestiche? Abbiamo abbastanza guide che accompagnino in età adulta la crescita della consapevolezza democratica? Nel dubbio ne ho scritto qualche tempo fa.

Nel gorgo della pandemia, come in un gigantesco maelstrom, si corre il rischio che emergano i fantasmi del passato, trascinando sul fondo i vecchi ritenuti inutili, i disabili considerati costosi, i giovani lasciati preda di cattivi maestri sin dalla più tenera età. Un tempo, almeno, nel corso di un naufragio risuonava il grido “Prima le donne e i bambini! “ quasi rassegnandosi a salvare la generatività futura, sacrificando il passato. Quasi mai succedeva e tutti tranne i più coraggiosi si accalcavano sulle scialuppe.

La verità è che non esistono alternative a salvarsi tutti insieme. O meglio, ne esiste solo una ed è quella di perdersi tutti insieme. In tale drammatica prospettiva l’unica arca a disposizione è la difesa della democrazia, rafforzandone le paratie perché resistano ad abbietti demolitori e alle onde suscitate dal vento panico di una società smarrita che sull’orlo della disperazione potrebbe anche accettare di vendere la propria anima al primo diavolo di passaggio che sa come illudere la fragilità della natura umana. In caso contrario a naufragare sarà l’intera umanità per come ci è stata raccontata.

In un articolo pubblicato dal quotidiano Avvenire il 13 ottobre del 2006, sir Ralph Dahrendorf, il politologo di estrazione liberale scomparso nel 2009 e autore di “Quadrare il cerchio: benessere economico, coesione sociale e libertà politica” scrisse: «Bisogna poi stare attenti alla falsa democrazia i cui rappresentanti in realtà non danno ascolto alla voce della gente. La repubblica di Weimar è stata correttamente definita come una democrazia senza democratici ed è questa una delle ragioni per cui non è durata. Il suo contrario offre forse maggiori speranze. Anche se non possiamo avere una democrazia mondiale e neppure europea, almeno abbiamo i democratici: persone coscienti dei propri diritti che prendono sul serio la responsabilità di difenderli attivamente».

La democrazia è un’idea filosofica venuta da lontano e, nonostante abbia sulle spalle duemilacinquecento anni, affascina ancora il mondo, può salvarlo dagli errori che esso stesso ha commesso e riaprire il sentiero, pur costellato di dolori individuali e sociali, verso quella cima che abbiamo imparato a chiamare resilienza e che con nomi diversi ha salvato i superstiti nel corpo e nello spirito di altri tremendi riti di passaggio tra un’epoca e un’altra della storia. Se con determinazione, la democrazia e la solidarietà diventeranno per tutti sentimenti profondi e istinti perfino più potenti di quello della sopravvivenza, allora anche la prova che stiamo affrontando avrà avuto il significato di un insegnamento profondo in grado di generare una nuova umanità.

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*Luigi Sanlorenzo




 

 

 

 

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