venerdì 16 ottobre 2020

RIPENSARE IL POSSIBILE


 «E ora riscopriamo il mondo del possibile»

 «La modernità è l’epoca del possibile, 

ma per consentirgli di fare il suo gioco occorre un limite»

«Quando Dostoevskij dice che, se Dio non c’è, tutto è possibile, lo fa perché si sente orfano di una religione particolare. Un cinese non lo sosterrebbe mai. Per lui l’uomo vive in un flusso, in un ordine in cui è evidente che tutto non è possibile», racconta Paolo Jedlowski, docente di Sociologia all’Università di Calabria e autore dei recenti Memorie del futuro. Un percorso tra sociologia e studi culturali (Carocci, pagine 116, euro 11) e Intanto (Mesogea, pagine 154, euro 13) scritto proprio nel corso del recente lockdown. Nel corso del Festival di Sociologia di Narni, Jedlowski ha affrontato un problema fondamentale per tornare a interrogare la realtà che ci circonda. “Ripensare il possibile” si intitola, infatti, la lectio magistralis che ha pronunciato al Teatro comunale.

Che cos’è il possibile, professore?

Darne una definizione è difficile ma forse un modo per descriverlo si trova. Il possibile è qualcosa che non sappiamo se è o non è. Anzi il possibile è qualcosa che è e, simultaneamente, non è. Pensiamo al futuro: al tempo stesso esso è, perché lo immagino, ma anche non è, perché non ha ancora avuto modo di dispiegarsi, se mai lo avrà. Al possibile si contrappone invece il concetto di necessario che è determinato, è o non è.  Tertium non datur. Non può essere e non essere simultaneamente come invece avviene per il possibile.

Come ha scoperto l’esperienza del possibile?

Come tutti, nella vita di ogni giorno, mi imbatto in un ventaglio di possibilità. Di solito do per scontata una certa opinione, accetto dei comportamenti anche senza interrogarli ma capita che in certi momenti ci si chieda che cosa sia possibile e cosa no, che cosa accadrà nel mio gruppo, nel mondo o a me. E questo porta a immaginare altri possibili oltre a quello realizzato che vivo. Invece dal punto di vista intellettuale il tema del possibile è apparso lavorando al mio libro Memorie del futuro. Allora mi chiedevo cosa facciamo dei futuri che abbiamo immaginato in passato ma che non si sono realizzati. Malgrado non siano diventate realtà esse non sono scomparse del tutto. Rimangono nel ricordo e questo vale per l’esperienza personale ma anche per la storia collettiva.

Che cosa consente l’imporsi di un possibile piuttosto di un altro?

La sua forza. Il realizzarsi di un possibile piuttosto di un altro avviene con il conflitto. Nella storia collettiva ma anche in quella personale. Anzi il ricordo dei possibili non realizzati consente di pensare alla pugna interiore che ha portato al prevalere di uno sull’altro e quindi di riflettere su di sé.

E che conseguenze può avere?

Il ricordo dei possibili mancati può diventare uno slancio di entusiasmo. Ritornare sulle possibilità irrealizzate permette di riconsiderare quello che non è stato per rielaborarlo e realizzarlo ad un altro livello. Per esempio se accarezzo il ricordo di quando andavo in motocicletta non è per rimpiangere il passato, ma per ridare linfa alla vitalità, rinverdire la voglia di vivere che si esprime nel desiderio di muoversi, allora su una due ruote e oggi in modo diverso.

Che rapporto c’è tra il possibile e la modernità?

La modernità è l’epoca del possibile, che si manifesta attraverso la ricerca scientifica e tecnologica ma anche attraverso l’emancipazione dai vincoli che legavano l’uomo e limitavano il ventaglio delle possibilità. Il rapporto tra modernità e il possibile lo scorgiamo nel capolavoro di Robert Musil, L’uomo senza qualità: all’uomo è proprio il senso del possibile ma il protagonista, Ulrich, di possibili da coltivare ne ha troppi. Infatti la modernità rappresenta il loro eccesso e questo disorienta l’uomo, lo paralizza. Per consentire al possibile di fare il suo gioco occorre la presenza di un limite, perché per realizzarsi il possibile necessita della realtà che solo all’apparenza lo frena.

Che relazione c’è tra il possibile e la libertà?

È strettissima ma per capirlo bisogna considerare il ruolo recitato dall’abitudine, dal senso comune. Essi permettono di risparmiare energie, di mettere tra parentesi i troppi possibili che potrebbero distrarci e bloccarci. Per esempio l’urgenza in cui spesso sprofondiamo in questi tempi forse non è altro che una maniera per mettere tra parentesi altri modi di vita che solo apparentemente desideriamo. Se viviamo di fretta magari c’è una ragione, vale a dire non vogliamo essere scavalcati dagli eventi...

Il recente lockdown che ruolo ha giocato nell’economia del possibile?

È stato un momento-soglia. Di solito si vive senza porsi tante domande, ma all’improvviso fanno capolino dei momenti che squarciano il velo. Può essere il lockdown, ma anche un lutto o la lettura di una poesia che spinge a reinterrogare lo scontato e a fare emergere altri possibili. Col lockdown ci si è chiesti, per la prima volta dopo tanto tempo coralmente, se volevamo tornare a vivere come prima oppure no.

 

www.avvenire.it


 

 

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