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domenica 25 aprile 2021

LOCK-DOWN E DISABILI INTELLETTIVI

      

  L’impatto psicologico del Covid-19

         e del lockdown sui disabili intellettivi.

Progetto di ricerca su un’associazione di volontariato di Formigine (Mo).

-         di Anna Cuoghi 

Durante i primi mesi di pandemia, una delle categorie trascurate è stata sicuramente quella dei disabili e delle loro famiglie. Le istituzioni non si sono soffermate su cosa facessero le persone disabili lasciate a casa da sole con le loro famiglie, né cosa succedesse nelle strutture residenziali o nelle case-famiglia, dove la carenza di personale non ha permesso di accogliere queste persone tutto il giorno. Per diversi mesi, i laboratori sono rimasti chiusi. La didattica a distanza con i disabili è complessa e richiede il coinvolgimento delle famiglie, già in sovraccarico. A causa della chiusura dei centri diurni e la sospensione di ogni attività quotidiana, le famiglie si sono ritrovate nuovamente ad interagire giorno e notte con i figli disabili, spesso persone adulte, ricreando meccanismi di accudimento che sono ricaduti maggiormente sulle donne, spesso non più giovani.

Questa ricerca è stato ha voluto dar voce a ragazzi “fragili”, poter raccontare, attraverso le loro parole e quelle delle persone che gli sono vicino, i loro vissuti, le emozioni provate durante il primo lockdown, iniziato il 9 marzo e terminato il 18 maggio 2020, e le conseguenze psicologiche che da esso sono derivate. A questo scopo è stato preso in esame un campione formato da 16 giovani italiani con disabilità intellettive e/o disagio sociale e altre comorbilità (9 uomini e 7 donne), di età compresa tra i 16 e i 30 anni, 8 genitori e caregiver, 7 operatori dell’associazione di volontariato #TuttoSiMuove di Formigine, cittadina in provincia di Modena, che opera nel disagio sociale. La tecnica utilizzata è stata quella dello studio di caso, poiché si presta allo studio di unità di analisi ristrette, come singoli soggetti o piccoli gruppi, con caratteristiche di unitarietà e specificità, ed è la strategia migliore per descrivere gli effetti di un evento in contesti reali. 

Al fine di raggiungere l’obiettivo della ricerca, sono state ideate tre interviste semi-strutturate di natura qualitativa con domande diverse in base ai soggetti a cui erano rivolte: una è stata sottoposta ai ragazzi con disabilità, che hanno raccontato in prima persona la loro esperienza; la seconda ai loro genitori, per capire come abbiano vissuto quel periodo in cui sono stati costretti a vivere insieme ai loro figli tutto il giorno per un periodo prolungato di tempo, e l’ultima agli operatori dell’associazione, per sapere se sono rimasti in contatto con gli utenti e le loro famiglie e se hanno notato dei cambiamenti significativi nei ragazzi una volta iniziate di nuovo le attività in presenza. ......

Leggi: PANDEMIA E DISABILI INTELLETTIVI




venerdì 16 ottobre 2020

RIPENSARE IL POSSIBILE


 «E ora riscopriamo il mondo del possibile»

 «La modernità è l’epoca del possibile, 

ma per consentirgli di fare il suo gioco occorre un limite»

«Quando Dostoevskij dice che, se Dio non c’è, tutto è possibile, lo fa perché si sente orfano di una religione particolare. Un cinese non lo sosterrebbe mai. Per lui l’uomo vive in un flusso, in un ordine in cui è evidente che tutto non è possibile», racconta Paolo Jedlowski, docente di Sociologia all’Università di Calabria e autore dei recenti Memorie del futuro. Un percorso tra sociologia e studi culturali (Carocci, pagine 116, euro 11) e Intanto (Mesogea, pagine 154, euro 13) scritto proprio nel corso del recente lockdown. Nel corso del Festival di Sociologia di Narni, Jedlowski ha affrontato un problema fondamentale per tornare a interrogare la realtà che ci circonda. “Ripensare il possibile” si intitola, infatti, la lectio magistralis che ha pronunciato al Teatro comunale.

Che cos’è il possibile, professore?

Darne una definizione è difficile ma forse un modo per descriverlo si trova. Il possibile è qualcosa che non sappiamo se è o non è. Anzi il possibile è qualcosa che è e, simultaneamente, non è. Pensiamo al futuro: al tempo stesso esso è, perché lo immagino, ma anche non è, perché non ha ancora avuto modo di dispiegarsi, se mai lo avrà. Al possibile si contrappone invece il concetto di necessario che è determinato, è o non è.  Tertium non datur. Non può essere e non essere simultaneamente come invece avviene per il possibile.

Come ha scoperto l’esperienza del possibile?

Come tutti, nella vita di ogni giorno, mi imbatto in un ventaglio di possibilità. Di solito do per scontata una certa opinione, accetto dei comportamenti anche senza interrogarli ma capita che in certi momenti ci si chieda che cosa sia possibile e cosa no, che cosa accadrà nel mio gruppo, nel mondo o a me. E questo porta a immaginare altri possibili oltre a quello realizzato che vivo. Invece dal punto di vista intellettuale il tema del possibile è apparso lavorando al mio libro Memorie del futuro. Allora mi chiedevo cosa facciamo dei futuri che abbiamo immaginato in passato ma che non si sono realizzati. Malgrado non siano diventate realtà esse non sono scomparse del tutto. Rimangono nel ricordo e questo vale per l’esperienza personale ma anche per la storia collettiva.

Che cosa consente l’imporsi di un possibile piuttosto di un altro?

La sua forza. Il realizzarsi di un possibile piuttosto di un altro avviene con il conflitto. Nella storia collettiva ma anche in quella personale. Anzi il ricordo dei possibili non realizzati consente di pensare alla pugna interiore che ha portato al prevalere di uno sull’altro e quindi di riflettere su di sé.

E che conseguenze può avere?

Il ricordo dei possibili mancati può diventare uno slancio di entusiasmo. Ritornare sulle possibilità irrealizzate permette di riconsiderare quello che non è stato per rielaborarlo e realizzarlo ad un altro livello. Per esempio se accarezzo il ricordo di quando andavo in motocicletta non è per rimpiangere il passato, ma per ridare linfa alla vitalità, rinverdire la voglia di vivere che si esprime nel desiderio di muoversi, allora su una due ruote e oggi in modo diverso.

Che rapporto c’è tra il possibile e la modernità?

La modernità è l’epoca del possibile, che si manifesta attraverso la ricerca scientifica e tecnologica ma anche attraverso l’emancipazione dai vincoli che legavano l’uomo e limitavano il ventaglio delle possibilità. Il rapporto tra modernità e il possibile lo scorgiamo nel capolavoro di Robert Musil, L’uomo senza qualità: all’uomo è proprio il senso del possibile ma il protagonista, Ulrich, di possibili da coltivare ne ha troppi. Infatti la modernità rappresenta il loro eccesso e questo disorienta l’uomo, lo paralizza. Per consentire al possibile di fare il suo gioco occorre la presenza di un limite, perché per realizzarsi il possibile necessita della realtà che solo all’apparenza lo frena.

Che relazione c’è tra il possibile e la libertà?

È strettissima ma per capirlo bisogna considerare il ruolo recitato dall’abitudine, dal senso comune. Essi permettono di risparmiare energie, di mettere tra parentesi i troppi possibili che potrebbero distrarci e bloccarci. Per esempio l’urgenza in cui spesso sprofondiamo in questi tempi forse non è altro che una maniera per mettere tra parentesi altri modi di vita che solo apparentemente desideriamo. Se viviamo di fretta magari c’è una ragione, vale a dire non vogliamo essere scavalcati dagli eventi...

Il recente lockdown che ruolo ha giocato nell’economia del possibile?

È stato un momento-soglia. Di solito si vive senza porsi tante domande, ma all’improvviso fanno capolino dei momenti che squarciano il velo. Può essere il lockdown, ma anche un lutto o la lettura di una poesia che spinge a reinterrogare lo scontato e a fare emergere altri possibili. Col lockdown ci si è chiesti, per la prima volta dopo tanto tempo coralmente, se volevamo tornare a vivere come prima oppure no.

 

www.avvenire.it


 

 

giovedì 17 settembre 2020

ASCOLTARE I GIOVANI PER MIGLIORARE LA SCUOLA

 

L’indagine dell’Osservatorio dell’Istituto Toniolo sull’istruzione in Italia

C’è fiducia nel sistema, ma chiedono più ore di lezione, più tecnologie, più inglese, attenzione al singolo e un legame col mondo del lavoro.

Il nostro modello ha eccellenze, ma molti limiti: gli studenti italiani hanno performance più basse in lettura, matematica e scienze e troppi lasciano gli studi prima di un diploma superiore

 

i DIEGO MESA *

 Anche in questo atipico anno scolastico la scuola sta riaprendo i battenti tra mille timori, incertezze e ipotesi di retromarcia. Alle consuete polemiche sui ritardi delle coperture degli organici si aggiungono, sulle prime pagine dei giornali e sui social, quelle riguardanti le consegne dei banchi, delle mascherine, dei gel, l’incertezza dei protocolli e degli orari. Si tratta di preoccupazioni e questioni di indubbia rilevanza che, tuttavia, se assolutizzate rischiano di alimentare una visione di cortissimo raggio delle sfide che il sistema di istruzione deve affrontare e, soprattutto, di enfatizzare ancora una volta un’idea della scuola come problema e non come risorsa fondamentale. La scuola che riapre in questi giorni è la leva principale per la formazione e lo sviluppo di oltre 8.300.000 ragazzi e ragazze (dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado). Insieme agli oltre 1.800.000 studenti frequentanti l’università e i corsi di alta formazione artistica e musicale stiamo parlando di un investimento strategico sul capitale umano che riguarda il 17% dell’intera popolazione italiana. C om’è noto, rispetto ad altri Paesi dell’Europa occidentale, il nostro sistema di istruzione presenta accanto a punte di eccellenza ancora diverse criticità tra le quali, solo per citarne le principali, ricordiamo: performance mediamente più basse nelle prestazioni di lettura, matematica e scienze; un livello più alto di giovani che terminano gli studi prima di conseguire una qualifica o un diploma di secondaria superiore (in Italia sono il 13% dei 18-24enni), un numero significativamente più basso di laureati (sono poco più di un terzo dei 25-29enni) oltre a forti disuguaglianze a livello territoriale.

All’interno di questo quadro le indagini dell’'Osservatorio Giovani' del-l’Istituto Toniolo – l’ente fondatore dell’Università Cattolica, di cui il 20 settembre si tiene la 96ª Giornata, tema: «Alleati per il futuro » – hanno monitorato l’esperienza che i diretti beneficiari, i giovani, hanno avuto del sistema di istruzione, la loro idea di scuola e le loro aspettative di cambiamento. Ne emerge una visione disincantata e al tempo stesso sfidante di una scuola come esperienza formativa fondamentale da rivedere, valorizzare e rilanciare a vari livelli. I n un’indagine dell’Osservatorio Giovani effettuata prima dell’emergenza Covid-19 è stato chiesto a un campione di giovani tra i 18 e i 34 anni a cosa serve secondo loro la scuola. Per almeno sette su dieci serve ad aumentare le conoscenze e le abilità personali (77,7%) a imparare a ragionare (75,1%) e a stare con gli altri (73,4%). Sei su dieci pensano che serve a capire le proprie attitudini e (63,5%) e formare dei cittadini consapevoli (60,4%). Poco più della metà pensa che la scuola serve ad affrontare la vita (52,2%) o a trovare un lavoro migliore (53,4%). Il 44,5% pensa che possa servire a trovare più facilmente lavoro (44,5%) e per meno di un terzo è utile a capire come funziona il mondo del lavoro. Questa graduatoria pone in evidenza i pregi sotto il profilo della crescita personale, culturale e sociale, ma anche le criticità che i giovani rilevano soprattutto nella mancanza di raccordi istituzionali tra il sistema di istruzione e il percorso di orientamento e inserimento nel mercato del lavoro.

I n merito agli insegnanti, la spina dorsale del sistema, i giovani riconoscono loro maggiori competenze nella preparazione sui contenuti della disciplina, nello spiegare e valutare e nella gestione delle relazioni, mentre ritengono meno diffuse le capacità di adattamento e risoluzione di problemi inediti, di supporto individuale e di capacità di motivare allo studio. Rispetto alle ipotesi su cosa andrebbe implementato i giovani individuano una molteplicità di fronti. Limitandoci a quelli più consistenti, segnaliamo che oltre sei giovani su dieci propongono l’aumento dei giorni complessivi di scuola, l’aumento delle possibilità di scelta delle discipline, dell’uso delle nuove tecnologie, delle attività laboratoriali e, poco al di sotto del- la soglia del 60%, l’aumento degli scambi culturali con scuole straniere, l’implementazione delle lingue straniere e degli stage e tirocini lavorativi. A emergere è una richiesta complessiva e pressante di maggiore investimento in una scuola più dinamica e aperta alle innovazioni, all’internazionalizzazione, al dialogo con il mondo del lavoro e alle istanze e attitudini proprie dei singoli studenti.

I n questa prospettiva, l’evento della Pandemia ha rappresentato un’opportunità positiva che non va sprecata, quantomeno sul piano della riduzione del divario digitale tra insegnanti e studenti e della digitalizzazione delle scuole. Va da sé che la didattica a distanza, per quanto possa rappresentare un valido supporto per il processo di apprendimento, può solo in parte favorire lo sviluppo di tutte quelle competenze e attitudini che gli studenti acquisiscono nella relazione in presenza e nei contesti di apprendimento con i pari e con gli insegnanti e non può rappresentare l’unica leva di innovazione del sistema. Il divario tra l’esperienza effettivamente vissuta e ciò che l’istruzione come ascensore sociale e leva di apprendimento dovrebbe o potrebbe essere, si riflette anche nel grado di fiducia che le nuove generazioni dichiarano di riporre nella scuola e nell’università. Fiducia che supera la sufficienza per poco più della metà del campione passando dal 56,8% del 2013 al 53,5% della rilevazione del 2017. Non si tratta tanto, per molti sfiduciati, di dubitare del valore del sapere e della conoscenza in sé, dato che la ricerca scientifica rappresenta in assoluto l’ambito che riscuote il grado più alto di fiducia (77,3% nel 2017), quanto piuttosto di non credere nella capacità che il sistema d’istruzione ha di favorire l’acquisizione e l’effettiva applicazione di tali saperi nei propri contesti di vita. L’ ultima rilevazione internazionale dell’Osservatorio Giovani, effettuata tra aprile e maggio 2020, ha mostrato che la fiducia nei confronti della scuola e dell’università è rimasta invariata rispetto alla fase antecedente al lockdown per il 61% dei giovani italiani, è aumentata per il 21% ed è diminuita per il 17% con una differenza del 4% a favore di coloro i quali l’hanno vista aumentare. Non così negli altri Paesi osservati nei quali si sono registrati lievi scostamenti negativi della fiducia tra il -2% della Spagna e il -5% della Francia. Il giudizio sugli effetti futuri che la pandemia potrà avere sul sistema scolastico rimane in bilico: secondo il 43,4% dei giovani italiani saranno tendenzialmente positivi, secondo il 56,6% negativi. In sintesi, le osservazioni e i giudizi raccolti tra i giovani italiani attraverso le diverse rilevazioni riflettono questa tensione tra il valore e il significato che la maggior parte di essi ancora attribuisce all’istituzione scolastica e i limiti e le frustrazioni che molti di loro sperimentano sul fronte interno nelle modalità di gestione del processo di trasmissione dei saperi e di partecipazione alla vita scolastica e sul fronte esterno nella difficoltà di mettere in gioco ciò che si è appreso nel contesto lavorativo, sociale e culturale italiano. Nella precedente crisi economico- finanziaria l’Italia ha reagito sul piano delle politiche dell’istruzione riducendo la spesa in nome dell’austerity.

Si tratta di capire se, in occasione di questa crisi pandemica, e nel contesto della messa a disposizione di una dotazione straordinaria di fondi europei, ci sarà un investimento mirato e di prospettiva sulla scuola. Lo ha ricordato anche il presidente Mattarella nel suo intervento di inaugurazione dell’anno scolastico 2020/2021 a Vo’: «La nostra partecipazione al programma Next Generation dell’Unione Europea è una straordinaria opportunità che non possiamo perdere. Un’occasione anche per un vero rilancio della scuola italiana». Un’alleanza strategica tra le generazioni non può che ripartire dalla scuola e dall’università. Una volta superata la 'prova d’ingresso' della riapertura saranno dunque altre le 'prove di maturità' che le istituzioni politiche dovranno superare per non disperdere quel credito di fiducia che i giovani ancora ripongono nel valore del sapere e della formazione. Per ridare uno slancio decisivo al Paese, la scuola (e i giovani con essa) più che essere vista come il problema, dovrebbe essere considerata come parte della soluzione.

 *Docente di Sociologia della famiglia e dell’infanzia all’Università Cattolica, membro dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo

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RAPPORTO GIOVANI



 

 

giovedì 13 agosto 2020

SOLITUDINI DA SBARAGLIARE


Camminare

 con l’altro 

di MAURO LEONARDI

Siamo nel pieno dell’estate più difficile del secolo, quella dopo i mesi di un lockdown che speriamo non si ripeta più. 

La stanchezza che ci dobbiamo scrollare di dosso non è il normale stress di aver corso tanto, di aver lavorato troppo, di non aver dormito abbastanza, ma è un bisogno di pace, soprattutto interiore, che prenda le distanze dalle sirene delle autoambulanze che ogni quindici minuti solcavano le nostre strade lacerando i silenzi delle nostre città ricordandoci che un’altra persona stava male, che forse un altro come noi stava per morire.
Siamo logorati più che stanchi. Il riposo che cerchiamo è quello che deve gettare l’àncora nella contemplazione più che nella ricreazione fisica. E così, tra restrizioni nei viaggi, paure e mancanze di soldi, la domanda che si staglia sempre più necessaria è: cosa ci serve davvero durante il tempo estivo? Abbiamo bisogno di bellezza, senza dimenticarci però che la bellezza non è solo quella del Creato, ma soprattutto quella della vita, dei legami. I mesi in casa ci hanno bruscamente aperto gli occhi sulla verità per cui 'famiglia' non è solo dove mangiare o dormire, ma è dove vivere. La bellezza cui dobbiamo attingere e che dipende solo da noi e non dai nostri soldi o dalle circolari ministeriali, è quella della vita e dei legami.
In questi mesi tutti abbiamo incontrato nei modi più diversi tante persone che soffrivano e noi, essendo buoni, abbiamo avuto, come primo atteggiamento, quello di risolvere la causa della loro sofferenza, ma spesso abbiamo fallito. Se una persona soffre perché la madre è morta o l’ha abbandonata, noi non ci possiamo fare nulla. Anzi, possiamo fare una cosa sola: avere 'compassione', 'patire assieme'. È giusto (e necessario) ovviamente cercare di dare un tetto a chi non ce l’ha, o di dar da mangiare all'affamato, ma ciò di cui davvero ciascuno di noi ha un bisogno assoluto è di avere qualcuno che condivida con noi. Che stia assieme a noi. Che, in primo luogo, viva con noi lo stesso destino da poveri e di sofferenti: perché ci sono tanti tipi di povertà e di sofferenza.
Banalmente, vorrei suggerire queste vacanze, di provare a vivere assieme agli altri 'la penitenza' e l’allegria del camminare. Ho degli amici appassionati di escursioni ardite che mi hanno raccontato come quest’estate, la prima con un figlio, abbiano trascorso l’intera mattinata a fare 'il giretto' del lago di montagna dove si trovavano: il bimbo ha poco più di un anno e la bellezza del suo camminare traballante sembrava loro più emozionante che salire la parete attrezzata di un monte delle Dolomiti.
Percorriamo a piedi, se possiamo, le strade di chi ci sta accanto e di chi amiamo. Percorreremo così le strade dell’umanità che significa stare accanto all’uomo. E così rimedieremo al dolore che è la madre di tutti i dolori: la solitudine ovvero la principale ragione dell’angoscia dell’uomo. Joseph Ratzinger ne era convinto alla fine degli anni Sessanta del Novecento, quando nella sua 'Introduzione al cristianesimo', scriveva: «Nell’estrema preghiera di Gesù sulla Croce ('Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato' – Mc 15, 34), come del resto anche nella scena dell’orto degli ulivi, il nucleo più profondo della Passione non sembra essere qualche dolore fisico, bensì la radicale solitudine, il completo abbandono. In ciò viene in luce, in definitiva, semplicemente l’abissale solitudine dell’uomo in genere: dell’uomo che nel suo intimo è solo, tragicamente solo.
Pur camuffata, questa solitudine rimane la vera situazione dell’uomo, e denota al contempo la più stridente contraddizione con la natura stessa dell’uomo, che non può sussistere da solo, ma abbisogna invece di una vita con altri. La solitudine è perciò la ragione dell’angoscia, radicata nel fatto stesso che l’essere è gettato allo sbaraglio, eppure deve ugualmente esistere, anche trovandosi costretto ad affrontare l’impossibile.




sabato 11 luglio 2020

LE DUE FACCE DEL POST LOCK-DOWN


La decisione del governo italiano di bloccare gli arrivi da ben 13 Stati, per limitare i rischi di contagio da coronavirus, è un indizio eloquente del capovolgimento che ha portato il nostro Paese ad essere, da focolaio di contagio, ad area relativamente sicura, rispetto a quasi tutto il resto del mondo. 
Al tempo stesso, il nuovo, preoccupante aumento dei casi di contagio sta portando a ventilare il prolungamento dello stato di emergenza fino alla fine dell’anno.

- di Giuseppe Savagnone

L’Italia, la prima nazione dell’Occidente ad essere colpita – e con estrema virulenza, almeno in alcune regioni del nord –, ha pagato un caro prezzo alla pandemia, non solo in termini di vite umane perdute (35.000), ma anche di sacrifici imposti alla popolazione e di danni subiti dall’economia per un lockdown particolarmente rigido. Oggi però si trova nelle condizioni di poter tirare un sospiro di sollevo – anche se relativo (e sempre condizionato dal mantenimento di alcune misure elementari di sicurezza) – e può fare un bilancio complessivamente positivo, pur con tutte le dovute riserve, della linea di politica sanitaria seguita per fronteggiare il coronavirus.
Lo schiaffo ai negazionisti
Ad attaccarla come insensata o accusandola di essere liberticida sono stati in tanti. All’estero essa era stata addirittura oggetto di derisione. Finché la pandemia non ha colpito con estrema violenza proprio i Paesi i cui governanti avevano ostentato il loro scetticismo e la loro noncuranza verso i segnali di allarme che venivano dall’Italia. Il primo a pagare le conseguenze di questo atteggiamento è stato il Regno Unito, il cui premier, Boris Johnson, ha vissuto sulla propria pelle, ammalandosi e rischiando la vita, la più sonora smentita del suo negazionismo, e che attualmente, con quasi 45.000 morti, è la nazione europea con un maggior numero di vittime.
Non meno clamoroso lo schiaffo dato dal coronavirus alla sicumera con cui il presidente Trump aveva assicurato che gli Stati Uniti non correvano alcun pericolo, continuando a ripetere che gli scienziati sono troppo allarmisti e che non bisognava paralizzare l’America con eccessivi timori. Da qui anche il suo appoggio ai manifestanti che in diversi Stati hanno aspramente contestato il lockdown, rivendicando il diritto alla propria “libertà”. Anche in questo caso il rifiuto ostentato di adottare le più elementari cautele – Trump ha sempre evitato di portare la mascherina e fino a pochi giorni fa ha presenziato a un raduno oceanico dei suoi sostenitori (anche loro senza mascherina) – ha dato i effetti prevedibili: più di tre milioni di contagi – con un ritmo che tocca sempre nuovi record (siamo a più di sessantamila al giorno) – con 133.000 morti.
Il terzo Paese più colpito al mondo è stato il Brasile. Il presidente Bolsonaro è stato un negazionista convinto e instancabile, e lo rimane anche ora che il virus ha colpito anche lui, insistendo sulla inutilità del lockdown e sulla necessità di continuare a condure la vita ordinaria. Risultato: un milione e ottocentomila contagi e quasi 70.000 decessi.
I “complottisti” e don Ferrante

Questi dati dovrebbero fare riflettere anche coloro che tenacemente, nel nostro Paese, hanno accusato il governo di avere abusivamente limitato la libertà e i diritti. Non parlo qui dei “complottisti”, che hanno addirittura negato non solo la pericolosità reale della pandemia, ma la sua stessa esistenza, attribuendone l’“invenzione” a scienziati corrotti, al soldo delle grandi case farmaceutiche. Davanti a più di dodici milioni di persone contagiate in tutto il mondo e a più di mezzo milione di morti, la loro posizione assomiglia sempre di più a quella dei “terrapiattisti”, che attribuiscono a una congiura la tesi secondo cui la terra sarebbe rotonda.
Nemmeno mi riferisco ai sopracitati leader mondiali che, senza arrivare a questi estremi, hanno creduto però di poter contestare la gravità della pandemia e alcuni dei quali, come si è visto, hanno fatto la fine del don Ferrante dei Promessi sposi, il quale, in piena pestilenza, era arrivato alla conclusione che la peste non poteva esistere perché non rientrava nella categorie della logica aristotelica, non essendo né una sostanza né un accidente, salvo poi a ad ammalarsi e a morire lui stesso appestato.
Diritti negati?
Penso, piuttosto, alle diffuse recriminazioni di chi, a proposito del lockdown, ha con insistenza parlato di “diritti negati”, e quindi anche a quella parte del mondo cattolico che ha vivacemente protestato, finché sono rimasti in vigore, per i divieti alle celebrazione di messe, matrimoni e funerali.
Davanti al disastro provocato altrove da strategie meno severe, questi difensori della “libertà” hanno rimproverato al governo di non avere voluto seguire una linea “mediana”, che evitasse lockdown, imposizioni poliziesche e gravi danni all’economia, puntando piuttosto sul senso di responsabilità dei cittadini, senza cadere però nel lassismo provocato altrove dai governanti “negazionisti”.
Chi ha seguito i miei “chiaroscuri” di questi ultimi mesi sa che ho più volte rilevato gli errori, le incertezze, le contraddizioni che hanno contraddistinto, a livello tattico, l’azione di Conte. Mi sembra difficile, però, alla prova dei fatti, negargli il merito di avere seguito una strategia che alla fine ha limitato i danni in termini di vite umane.
Il prezzo economico: mal comune mezzo gaudio
Si potrà dire che il prezzo è stato troppo alto. In particolare, impressionano i dati dell’economia: in base alle stime del Fondo monetario internazionale, il nostro Paese avrà nel 2020 una caduta del Pil del 12,8%.
Ma a chi imputa questo prezzo agli errori di gestione da parte del governo, è facile far notare che il Fondo, sempre per il 2020, prevede anche per la Spagna un calo del Pil della stessa portata – 12,8% – e uno di poco inferiore – del 12,5% – per la Francia. Crisi a due cifre anche per il Pil britannico, che nel 2020 calerà del 10,2%. E che per la stessa “locomotiva” tedesca si preveda una contrazione del 7,8% è significativo della difficoltà incontrata da tutti i grandi Stati europei nel conciliare tutela della salute e difesa dell’economia.
Bastano i “consigli”?
Quanto all’accusa di avere violato i diritti umani, costringendo d’autorità a un confinamento che avrebbe dovuto essere se mai consigliato, c’è solo da far notare che, dei Paesi con cui il confronto è possibile (ce ne sono, come la Svezia, le cui condizioni sono troppo diverse), che hanno registrato un numero minore di morti sono quelli che hanno adottato forme di severo confinamento, mentre in altri, come l’Inghilterra, i “consigli” non sono mancati, ma si sono rivelati insufficienti.
Anche in Italia, del resto, dove la fine del lockdown è accompagnata, in questi giorni, da pressanti raccomandazioni di non abbassare la guardia, le foto pubblicate dai giornali, ma anche la nostra quotidiana esperienza, ci dicono la vanità di questi appelli. Da qui il timore di una “seconda ondata” della pandemia e le ipotesi di prolungare lo stato di emergenza.
La verità è che il dopo-lockdown sta dimostrando quanto sia carente il senso di responsabilità dei cittadini, quando non è sostenuto da norme rigorose. È un fatto che può dispiacere, ma che è difficile negare.
Il dualismo perverso tra Stato e individuo
La verità è che il coronavirus ha messo in luce una debolezza di fondo insita nella logica liberale che, indebolendo, fino a volte ad eliminarlo, il senso comunitario dei singoli e favorendo una cultura individualista, affida solo allo Stato “gendarme” (l’espressione è dei pensatori che hanno fondato il liberalismo) e alle sue leggi impositive il compito di garantire la convivenza civile. L’antica idea che l’essere umano sia “sociale” per sua natura, e strutturalmente legato agli altri da una reciproca responsabilità, ha lasciato così il posto a una visione in cui l’individuo si ritiene veramente libero quanto meno è vincolato  ad essi e al rispetto delle loro esigenze.
Diritti senza doveri
Perciò, l’esaltazione dei diritti non è stata controbilanciata da una analoga percezione dei doveri. A porre questi ultimi si è dovuto e si deve provvedere con la coercizione esterna delle leggi, che, in questo modo, diventano non la garanzia, ma il limite della libertà e vengono subite con insofferenza.
Lo abbiamo visto e lo vediamo non solo di fronte alla pandemia, ma, purtroppo, nella crisi complessiva del senso di cittadinanza che dovrebbe essere alla base della nostra democrazia. Il bene comune, per la grande maggioranza, è solo uno slogan vuoto. E ai governi si chiede non di perseguire questo ideale utopico ma, molto più realisticamente, di cercare di bilanciare nei limiti del possibile i diversi e talvolta opposti interessi particolari, ovviamente appagando in primo luogo quelli più forti.
Di questa fragilità costitutiva – che mina le basi della nostra società – sentiremo tutte le conseguenze quanto più usciremo dall’emergenza. Già ora l’allentarsi del pericolo e, conseguentemente, delle regole esteriori, ha favorito il ritorno agli individualismi e ai particolarismi, anche all’interno del governo, come evidenzia la permanente paralisi che rende lentissime le sue decisioni.
“Minoranze profetiche da shock” per un mondo diverso
Esistono soluzioni? A breve scadenza, no. Una cultura diffusa non si cambia con un colpo di bacchetta magica. Ma possono incidere su di essa, per trasformarla, quelle che Jacques Maritain chiamava «minoranze profetiche da shock», gruppi capaci di esercitare una critica in profondità dell’esistente, spingendo a riflettere su prospettive diverse. Magari, come nel caso del coronavirus, partendo dalle esperienze più negative per aprire alla speranza di un mondo diverso.