venerdì 23 ottobre 2020

A PROPOSITO DI OMOSSESSUALITA'

Nessuno dovrebbe essere infelice perché omosessuale

- di Giuseppe Savagnone* -

Ha suscitato reazioni di segno opposto l’intervento di Papa Francesco sulle coppie omosessuali contenuto nel documentario “Francesco” di Evgeny Afineevsky, presentato ieri alla Festa del Cinema di Roma.

«Le persone omosessuali», dice Francesco in quell’intervento, «hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo». Da qui una presa di posizione a favore di una legislazione che preveda le unioni civili, aperte anche alle coppie gay: «Ciò che dobbiamo creare è una legge di convivenza civile. In questo modo sono coperti legalmente». Nell’ordinamento italiano questa legge è stata fatta ed è in vigore dal 20 maggio 2016, ma ovviamente il pontefice, che ha presente il quadro mondiale, si rivolge ai Paesi in cui i rapporti tra persone omosessuali non sono regolarizzati.

Una Chiesa nel caos?

Ciò che nel suo discorso ha suscitato scalpore, peraltro, non è la sua valenza giuridica, ma quella religiosa ed etica. È chiaro, infatti, che attribuire a gay e lesbiche «il diritto di essere in una famiglia», prima ancora che un riconoscimento di ordine legale costituisce una legittimazione morale e, in ultima istanza, coinvolge tutta la visione cristiana della sessualità.  Non stupisce che una parte del mondo cattolico, abitualmente qualificata conservatrice e rappresentata dai giornali “di destra”, abbia reagito  molto negativamente. In qualche titolo si parla un pontefice che «si arrende», in qualche altro di «caos che diventa dogma» e di «Chiesa ormai liquida».

Uno sdoganamento dell’omosessualità come tale?

Sul resto della stampa si prende atto, invece, con evidente favore, di quella che, nel titolo di un quotidiano, viene definita la «svolta» di Francesco e in quello di un altro «la rivoluzione dell’amore». In entrambe le posizioni, si attribuisce al papa l’abbandono della dottrina tradizionale della Chiesa riguardo alla famiglia fondata sul matrimonio eterosessuale e, più in generale, uno sdoganamento dell’omosessualità come tale.

Il rispetto per le persone omosessuali

Quello che Francesco ha detto, però, è un po’ diverso. Egli ha parlato della dignità di figli di Dio e del diritto alla felicità degli omosessuali, rifiutando di demonizzarli. Lo aveva già fatto, peraltro, in numerose occasioni, a partire dalla famosa risposta data a un giornalista nel luglio del 2013, pochi mesi dopo la sua elezione, sul volo di ritorno da Rio de Janeiro: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?». Lo stesso Francesco ha in seguito ripreso questa sua affermazione, sfidando lo scandalo che essa aveva provocato: «L’ho detto nel mio primo viaggio e lo ripeto, anzi ripeto il Catechismo della Chiesa cattolica: i gay non vanno discriminati, devono essere rispettati, accompagnati pastoralmente. Si può condannare qualche manifestazione offensiva per gli altri. Ma il problema è che con una persona di quella condizione, che ha buona volontà, che cerca Dio, chi siamo noi per giudicare? Dobbiamo accompagnare bene, è quello che dice il Catechismo».

Un magistero in evoluzione negli ultimi anni

Il riferimento di Francesco al Catechismo della Chiesa cattolica (11 ottobre 1992) ha un certo fondamento, perché in esso già emerge un atteggiamento del magistero abbastanza diverso da quello dei documenti precedenti.  Emblematico quello della Sacra Congregazione per la Dottrina della fede, intitolato Persona humana, del 29 dicembre 1975, dove si parlava non di “persone”, ma di «omosessuali», chiedendo per loro «comprensione» e invitando a sostenerli per «superare le loro difficoltà personali e il loro disadattamento sociale», sottolineando però che le loro azioni «sono condannate nella sacra Scrittura come gravi depravazioni e presentate, anzi, come la funesta conseguenza di un rifiuto di Dio».

Molto diverso il tono del Catechismo della Chiesa cattolica (11 ottobre 1992), dove  si insiste di più sulla necessità di capire e rispettare i soggetti in carne ed ossa che vivono la condizione omosessuale: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione» (n. 2358). L’indicazione, dal punto di vista morale, rimane comunque univoca: «Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana (n. 2359).

Le persone prima degli atti

La vera svolta di papa Francesco sta nell’aver accentuato la tendenza già presente nel Catechismo e nell’aver messo in primo piano non gli atti, ma le persone e le loro coscienze, non valutando queste alla luce dei loro comportamenti – anche quando sono oggettivamente disordinati -, ma, viceversa, i comportamenti alla luce della situazione personale di chi li pone in essere. Siamo sulla linea dell’Amoris laetitia, dove si insegna che «è meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano» (n.304).

In realtà, scriveva in quel testo il papa, «a causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa» (n.305). Così, aggiungeva citando il Sinodo sulla famiglia, «sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione»(n. 296)

Un’ identità in questione

Per questo bisogna distinguere l’omosessualità – che, quando non rimane solo una tendenza, ma è praticata, rimane agli occhi della Chiesa un peccato – con gli omosessuali, dimenticando che si parla di esseri umani, che nella grande maggioranza vivono la loro condizione come un dato, poco importa se di origine genetica o psicologica, che entra in maniera decisiva a costituire la loro identità. Una lunga tradizione di pregiudizio ha visto nell’omosessualità una scelta viziosa. Senza negare che esistano comportamenti omosessuali inquadrabili in questa tipologia, bisogna prendere atto che nella grande maggioranza dei casi  «l’omosessualità è uno stato subìto» (Zuanazzi), e non una scelta.

Proprio perché riguarda l’identità delle persone, dire a qualcuno che il suo essere omosessuale è maledetto da Dio significa affermare non che le sue idee o i suoi comportamenti sono sbagliati, ma che lui è sbagliato; è come dire che sarebbe meglio che non esistesse.

Il sacrilegio contro l’essere umano

È quello che, purtroppo, è avvenuto per secoli, anche (ma non solo) nelle società cristiane, dove gli omosessuali sono stati perseguitati, derisi, emarginati, dimenticando che, come ha detto papa Francesco, essi «sono figli di Dio» esattamente come qualsiasi altro essere umano e che calpestare e vilipendere la loro dignità significa compiere un sacrilegio nei confronti dell’immagine divina impressa nel loro volto. Tutte le discussioni, le riserve, le precisazioni di principio che si possono fare sull’omosessualità non devono oscurare questa inviolabile dignità  delle persone. È ciò che Francesco intendeva quando, a Juan Carlos Cruz, omosessuale cileno che da piccolo era stato abusato da un prete pedofilo, ha detto: «Juan Carlos, che tu sia gay non importa. Dio ti ha fatto così e ti ama così e non mi interessa. Il Papa ti ama così. Devi essere felice di ciò che sei».

Una distinzione da salvaguardare (anche se nessuno lo farà)

Ciò non significa che il papa accetti l’equiparazione della coppia omosessuale alla famiglia fondata sul matrimonio: «Sulla dottrina del matrimonio sono conservatore», ha detto Francesco rispondendo, in un’intervista del maggio 2019, alle domande della giornalista Valentina Alazraki. «La grazia dello Spirito Santo esiste, certo. Io ho sempre difeso la dottrina. Ed è un’incongruenza parlare di matrimonio omosessuale».

Se non bisogna confondere la critica all’omosessualità con la demonizzazione delle omosessuali, è vero anche il reciproco: dal rispetto del Papa per queste ultime non deriva una legittimazione della prima. Anche se è improbabile che i “conservatori” da un lato, i “progressisti” dall’altro, prendano atto di questa distinzione fondamentale. Non è difficile perciò prevedere che, dopo questa ultima dichiarazione, papa Francesco sarà ancora una volta attaccato da entrambe le parti per le sue pretese contraddizioni. Ma ormai c’è abituato.

* Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu

 

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