venerdì 2 ottobre 2020

LA SFIDA PER TUTTI: RICOSTRUIRE IL PATTO EDUCATIVO GLOBALE

 
L’accresciuto benessere non ha contribuito a rendere migliore la qualità della vita, ma ha incrementato la tendenza a ripiegarsi su di sé. In una fase di cambiamento epocale è necessario rimettere al centro la persona.

Va colto l’invito del Papa per la costituzione di un villaggio dell'educazione che generi una rete di relazioni umane e aperte, favorendo la creatività e la responsabilità

Giovanni Cucci

Nel Messaggio per il lancio del patto educativo, del 12 settembre 2019, papa Francesco aveva invitato a Roma, per il 14 maggio 2020, tutti coloro che operano nel campo dell’educazione a diversi livelli (accademico, istituzionale, pastorale e sociale), per elaborare insieme un patto educativo globale. L’evento è stato poi rinviato a causa del Covid-19. La pandemia ha reso l’appello del Santo Padre ancora più stringente: serve unire gli sforzi per la casa comune, affinché l’educazione sia creatrice di fratellanza, pace e giustizia. Per questo, il 15 ottobre 2020, alle ore 14.30 (ora di Roma), si terrà un incontro virtuale, aperto a tutti e in diretta sul canale Youtube di Vatican Media, durante il quale sarà trasmesso un videomessaggio del Papa, insieme a testimonianze ed esperienze internazionali, per guardare oltre con creatività. N el corso di questi anni il Pontefice ha più volte ricordato la necessità di tale collaborazione a livello educativo per la custodia della 'casa comune', come ad esempio nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium (nn. 23 e 87), nell’enciclica Laudato si’ (nn. 215 e 220), e nel discorso del 9 gennaio 2020 al Corpo diplomatico presso la Santa Sede: «Ogni cambiamento, come quello epocale che stiamo attraversando, richiede un cammino educativo, la costituzione di un villaggio dell’educazione che generi una rete di relazioni umane e aperte. Tale villaggio deve mettere al centro la persona, favorire la creatività e la responsabilità per una progettualità di lunga durata e formare persone disponibili a mettersi al servizio della comunità. Occorre dunque un concetto di educazione che abbracci l’ampia gamma di esperienze di vita e di processi di apprendimento e che consenta ai giovani, individualmente e collettivamente, di sviluppare le loro personalità». L’educazione è stata anche il tema di fondo scelto dall’episcopato italiano per la pastorale del decennio 2010-2020.

I luoghi che da sempre sono stati decisivi per l’educazione (in particolare la famiglia, le istituzioni e la scuola) sono oggi profondamente in crisi, anche perché considerati in modo negativo dalla cultura odierna, ossessivamente ripiegata su se stessa. Da qui la grave e crescente frattura del patto generazionale tra adulti e giovani. Il Papa fa esplicita menzione delle situazioni problematiche in cui versano i genitori, per lo più abbandonati a se stessi e succubi di un ritmo di vita sempre più stressante, e anche del difficile compito degli insegnanti («sempre sottopagati»). Tale frattura emerge drammaticamente dal crollo demografico dell’Occidente, e in particolare del nostro Paese, che si colloca ormai da diversi anni agli ultimi posti nel mondo. I dati dell’Istat per l’anno 2019 mostrano che in Italia il rapporto nascite/morti è di 67/100 (-212.000, la differenza rispetto all’anno precedente; 10 anni fa il rapporto era 96/100), «il più basso livello di ricambio naturale mai espresso dal Paese dal 1918»: un ricambio che diventa sempre più difficile. Inoltre, un quinto di quei neonati è di madre straniera.

Un fenomeno preoccupante e insieme un avvertimento epocale: le crisi demografiche sono sempre state il primo segnale di una più generale crisi di civiltà. Il 'vecchio continente' sembra essere sempre più un 'continente vecchio'; è l’unica zona della Terra dove gli anziani sono più numerosi dei bambini. (...). E il calo delle nascite porta con sé altri interrogativi inquietanti: la mancanza di figli in una società denuncia la mancanza di un futuro, di voler continuare a vivere in altri, soprattutto della consapevolezza di avere qualcosa di bello da consegnare a chi verrà dopo. Questa sfiducia nel futuro si riflette così nella crescente difficoltà a educare, a trasmettere alle generazioni seguenti un patrimonio sapienziale acquisito per cui valga la pena vivere. Il futuro viene visto sempre meno come il luogo della progettazione e della speranza, ma richiama piuttosto paure e preoccupazioni. L’accresciuto benessere non ha contribuito a rendere migliore la qualità della vita, ma ha incrementato la tendenza a ripiegarsi su di sé, fino a smarrire il gusto di vivere. È oltremodo significativa, e preoccupante, la decisione presa, il 18 gennaio 2018, dalla premier inglese Theresa May, di nominare un 'ministro per la solitudine'. Non era mai accaduto nella storia un fatto simile (...). Una ricerca condotta dalla Brigham Young University a Provo (Usa) ha mostrato come la sensazione cronica di solitudine abbia per la salute un effetto dannoso doppio rispetto all’essere in sovrappeso, e come sia paragonabile ai danni recati dall’alcolismo o dal fumo di 15 sigarette al giorno. La solitudine, concludono i ricercatori, è un virus mortale, rilevabile anche statisticamente, destinato a diffondersi in maniera inarrestabile. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization, Who) precisa che, nel corso di 10 anni (1987-97), il numero di pazienti depressi nel mondo è aumentato del 300%; tra il 2005 e il 2015 tale cifra è ulteriormente cresciuta del 18%. Questa è la principale causa di disabilità delle persone tra i 15 e i 40 anni, e richiede una spesa sanitaria di 43 miliardi di dollari all’anno. Se un tempo il primo episodio depressivo si verificava attorno ai 30 anni, ora fa la sua comparsa a 13. Ne consegue un notevole incremento dei comportamenti suicidari. Sempre secondo i dati del Who, nel 2013 sono state 842.000 le persone che hanno voluto porre fine alla loro vita, con un aumento del 60% rispetto al 1960. Ma per gli adolescenti la crescita è stata del 400% (...). P apa Francesco, rivolgendosi ai partecipanti a un Convegno tenutosi poco prima del lockdown, ha precisato che con il termine 'educazione' non si deve intendere una mera trasmissione di concetti, una visione del tutto astratta, retaggio dell’illuminismo. Educare significa piuttosto «integrare il linguaggio della testa con il linguaggio del cuore e il linguaggio delle mani. Che un alunno pensi ciò che sente e ciò che fa, senta ciò che pensa e ciò che fa, faccia ciò che sente e ciò che pensa. Integrazione totale», in un patto che coinvolge le famiglie, le scuole e le istituzioni. Questa visione unitaria è comunque presente in

Occidente, anche se in gran parte è andata perduta. (...). Quando l’educazione si riduce a tecnica, porta a un progressivo e pericoloso inaridimento della vita, in tutte le sue espressioni. È la 'gabbia artificiale', descritta in maniera eloquente da Jacques Ellul: «Tutto è compreso nel processo tecnico. Esistono una tecnica di lettura, una tecnica di masticazione, ogni sport diventa sempre più tecnico, c’è una tecnica di animazione culturale, una per condurre una riunione» (...).

La modernità ha dimenticato il linguaggio del cuore, limitandosi alla 'testa' e alle 'mani'. Ma la massa accresciuta di informazioni a disposizione, pur essendo un bene prezioso, non ha reso più confortevole l’esistenza, perché i criteri di valutazione sono di tipo relazionale e affettivo. I sentimenti sono un elemento di verità del nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e con Dio. Sono anche un campanello di allarme di un disagio. La sapienza biblica invita a tenere strettamente uniti conoscenza e affetti, cuore, intelligenza e fede. E lo fa non in modo astratto e teorico, ma mediante narrazioni che danno rilievo ai sentimenti: sono essi il luogo della valutazione e della decisione. Si pensi alla 'gioia' dei magi quando vedono la stella (Mt 2,10), o alla 'tristezza' del giovane ricco di fronte alla proposta di lasciare tutto e seguire Gesù (Lc 18,23), o alla 'paura' di Pilato quando viene a sapere che Gesù si è proclamato Figlio di Dio (Gv 19,8). I discepoli di Emmaus, ripensando all’incontro avuto con il Signore, inizialmente non riconosciuto, restano colpiti soprattutto dalle risonanze affettive delle sue parole: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi?» (Lc 24,32).

 

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