-GESU',
L'AGNELLO,
IL SERVO-
18 gennaio 2026
II Domenica del tempo ordinario - Giovanni 1,29-34 (Is 49,3.5-6 – 1Cor 1,1-3)
In quel tempo, Giovanni, 29vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me». 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
32Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito
discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33Io
non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi
disse: «Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che
battezza nello Spirito Santo». 34E io ho visto e ho
testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
Commento di di sorella Ilaria
Dopo aver contemplato
domenica scorsa il battesimo di Gesù, oggi il vangelo ci invita a sostare sulla
testimonianza che Giovanni Battista dà a Gesù, colui che egli non voleva
battezzare ma insieme al quale fece obbedienza per “adempiere ogni giustizia” (Mt
3,14-15).
Giovanni e Gesù sono
legati da uno stretto rapporto fin dal grembo delle loro madri, eppure qui
Giovanni dice per due volte: “Io non lo conoscevo”, esprimendo una verità
fondamentale per ciascuno di noi: il mistero che abita le profondità di coloro
che ci stanno accanto non è conoscibile se non facendo obbedienza alla propria
e altrui vocazione. Per penetrarlo, almeno un poco, occorre avere uno sguardo
contemplativo, capace cioè di vedere ciò che lo Spirito opera nelle loro vite.
Giovanni sapeva di non essere lui il Cristo, sapeva di essere stato inviato a
battezzare perché Gesù venisse manifestato a Israele, sapeva che il suo compito
era quello di preparare un popolo ben disposto, di essere voce che annuncia la
venuta del Messia, del Signore atteso e invocato.
Giovanni sapeva che la
sua vocazione di profeta e battezzatore era aperta sulla vocazione di un altro,
che sarebbe venuto dopo di lui ma che in realtà era prima di lui: qui c’è
chiaramente l’eco del solenne prologo che apre il vangelo di Giovanni: “In principio
era la Parola” (Gv 1,1) e nel quale troviamo già la testimonianza di Giovanni
formulata con le stesse parole del nostro brano evangelico: “Colui che viene
dopo di me è avanti a me, perché era prima di me”. I tempi di Dio non sono i
nostri tempi e colui che, secondo i tempi degli uomini, viene cronologicamente
dopo, in realtà nel disegno di salvezza di Dio, secondo l’eternità del suo
essere, è prima perché è fin da principio presso Dio (Gv 1,1-2).
Giovanni arriva a
riconoscere Gesù come Figlio di Dio, come Agnello che toglie il peccato del
mondo, grazie alla sua obbedienza alla vocazione ricevuta dal Signore che lo
chiama a essere profeta e battezzatore, e grazie anche alla sua capacità di
discernere l’agire dello Spirito nella vita dell’altro, nella vita di Gesù: “Ho
contemplato lo Spirito discendere come colomba dal cielo e rimanere su di lui”:
qui ricorre per la prima volta nel vangelo di Giovanni il verbo rimanere, verbo
tanto significativo e tanto caro a Giovanni, verbo che percorre tutto il suo
vangelo come un filo rosso, verbo che dice una caratteristica essenziale della
sequela, il rimanere nell’amore di Cristo, il rimanere in lui e con lui. Ma qui
esprime la ragione, il perché di questa necessità dei discepoli di rimanere, di
dimorare con Gesù, dice che essi devono dimorare in Lui perché lui è il Cristo,
l’Agnello di Dio, il Figlio di Dio , colui sul quale e nel quale rimane
permanentemente lo Spirito e per questo può battezzare a sua volta nello
Spirito.
Gesù generato per opera
dello Spirito potrà donare a sua volta lo Spirito, e questo lo farà soprattutto
sulla croce, come estremo atto d’amore che compie il disegno di salvezza del
Padre: “Dopo aver preso l’aceto Gesù disse: ‘Tutto è compiuto’ e chinato il
capo effuse lo spirito” (Gv 19,20). Per questo Gesù è l’agnello di Dio e il
Figlio di Dio.
L’immagine dell’agnello
evoca la figura del servo del capitolo 53 di Isaia, dove il servo del Signore
viene descritto proprio come un agnello condotto al macello (Is 53,6), lui che
porta la salvezza addossandosi il peso delle nostre iniquità (cf. Is 53,10-11).
Ma ci rimanda anche al secondo canto del servo da cui è tratta la prima
lettura: “Mio servo sei tu”, un servo che dona la salvezza non solo a Israele
ma a tutti i popoli; “Ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia
salvezza fino alle estremità della terra” (Is 49,6). In Gesù questi tratti del
servo si sono concretizzati, in lui che “ha riconciliato con Dio gli uni e gli
altri, in un solo corpo, attraverso la croce, uccidendo su di essa
l’inimicizia” secondo le parole dell’inno cristologico della Lettera ai
cristiani di Efeso (Ef 2,16) e può compiere tutto questo perché su di lui
dimora lo Spirito, caratteristica, anche questa, del servo del Signore secondo
Isaia 42,1: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi
compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui”.
Gesù è il servo e
l’eletto (secondo alcune versioni del testo di Giovanni al posto
dell’espressione “Figlio di Dio” c’è proprio l’espressione “l’eletto di Dio”),
colui su cui scende e dimora lo Spirito e grazie a questo egli viene a portare
la salvezza a ogni carne, prendendo su di sé il peso dei nostri peccati e
donandoci la sua luce affinché anche noi, come Giovanni Battista, possiamo
vedere, riconoscere e rendere testimonianza a Gesù, il Figlio di Dio, l’eletto
amato dal Padre, l’Agnello di Dio, il Salvatore del mondo.
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