giovedì 8 gennaio 2026

IL CAPITALE SEMANTICO


Nell’era dell’intelligenza artificiale si salverà chi nutrirà il suo “capitale semantico”

  



 di Elena Inversetti

Tra le voci più autorevoli della filosofia contemporanea ha coniato una definizione che diventa la chiave per comprendere cosa rende l'umano insostituibile.

La canzone che ascoltavi a ripetizione quando eri teenager, la lezione di geografia alle elementari durante la quale hai imparato che esiste il fiume Po, le differenze tra la metropolitana di Milano e quella di New York…

Insomma, la madeleine di Proust insieme alla tua cultura personale fanno tutte parte del capitale semantico. È questa la definizione che Luciano Floridi ha coniato e presentato all’ultima edizione di Orbits.

Luciano Floridi, tra le voci più autorevoli della filosofia contemporanea, insegna alla Yale University dove dirige il Digital Ethics Center, ed è professore ordinario di Sociologia della cultura e della comunicazione all’Università di Bologna. Non è nuovo a neologismi che hanno fatto breccia nel dibattito pubblico, come “Onlife” per descrivere la fusione tra mondo online e offline, o “Infosfera” per l’ambiente informazionale in cui viviamo.

Il capitale semantico è ciò che mi caratterizza

In un’epoca dominata dall’Intelligenza Artificiale, il capitale semantico diventa la chiave per comprendere cosa ci rende umani e insostituibili. Lo abbiamo incontrato per approfondire: «Mi serviva un concetto che andasse al di là di quello di cultura e che potesse includere anche le nostre conoscenze esperienziali. Ed è nato capitale semantico che significa ciò che mi caratterizza, essendo nato in quel Paese e in quel periodo storico, ed essendo vissuto in quel contesto, con quella lingua e in quella famiglia. Si tratta in sostanza della ricchezza, di esperienza e di cultura, di conoscenze e di storie, che mi permette non solo di capire il mondo e me stesso, ma anche di costruire la mia esistenza e darle una direzione, incidendo su quello che mi circonda. La parola capitale d’altronde indica un valore che dà valore».

Oggi è urgente dare valore al senso, al significato delle nostre scelte…

Ecco perché il capitale semantico si riferisce a tutta l’informazione che noi possediamo per esperienza, per cultura, per educazione, per formazione e che ci permette di arricchire la nostra vita e di disegnarla.

In che modo il capitale semantico può contribuire a generare impatto sociale positivo?

Tanto più siamo in grado di gestire, produrre e creare qualsiasi tipo di contenuti e di dati, tanto più dovremmo renderci conto di qual è il valore aggiunto, cioè quello che fa davvero la differenza tra noi e le macchine. Siccome prima facevamo tutto noi, era meno facile capire dove fosse la componente umana intelligente, mentale, spirituale, emotiva e dove invece la semplice manovalanza. Oggi che abbiamo più automazione, si capisce di più quale è lo spazio del contributo individuale o sociale e quello della meccanizzazione.

Questa prospettiva ribalta il percepito comune che tende a mettere in primo piano i rischi dell’AI. E uno di questi è l’amplificazione delle disuguaglianze sociali.

Mi auguro che la formulazione del capitale semantico possa contribuire ad abbattere le differenze che creano disuguaglianze.

In che modo?

Dalla consapevolezza del valore proprio di ogni esperienza e di ogni cultura. Ben sapendo che più un capitale semantico è ricco di significati e di valore e più permette una vita umana in cui la macchina è uno strumento che si mette al lavoro accanto a noi e non in sostituzione. Quindi dal punto di vista sociale ci dovrebbe essere una rivalutazione della varietà in cui il capitale semantico ci arriva. Al contempo il capitale semantico dovrebbe anche metterci nelle condizioni di comprendere a fondo il contesto in cui viviamo. Se viviamo in un Paese dalle radici cristiane, per esempio, anche se non crediamo, non possiamo non conoscere la Bibbia, lo dico da agnostico, così come se sei italiano non puoi ignorare chi sono Dante o Manzoni. Anche fosse solo per capire il riferimento dell’espressione “azzeccagarbugli” … Questa, secondo me, è una questione sociale, non soltanto educativa.

Credo che il non profit possa vestire i panni della “guardia di frontiera”, perché è nella sua missione l’attenzione ai fenomeni di distruzione o banalizzazione del capitale semantico

Anche perché viviamo in un Paese con un capitale semantico molto vario…

Abbiamo eredità dai Greci, dai Romani, dagli Arabi e dai Normanni, dai Francesi agli Asburgo… Siamo da sempre al centro di trasformazioni e migrazioni. Siamo contaminati da tanti contesti. Un dovere sociale sarebbe quello di valorizzare tutto questo, invece di muoversi lungo la strada dell’omologazione di un solo tipo di capitalismo consumistico e di atteggiamenti nazionalistici in cui tutti parlano la stessa lingua e ascoltano le stesse informazioni. Come quando si sente dire che Sinner non è veramente italiano. Ecco, sciocchezze come queste impoveriscono il campo semantico e ci rendono meno abili nel dare e creare significato.

Che ruolo ha, secondo lei, il non profit in tutto questo?

Il non profit è una delle realtà che non valutiamo mai abbastanza in Italia, non la mettiamo nella giusta luce e invece ha un grandissimo valore: umano ed anche in termini di numeri. Credo che il non profit possa vestire i panni della “guardia di frontiera”, perché è nella sua missione l’attenzione ai fenomeni di distruzione o banalizzazione del capitale semantico. Quest’opera di responsabilità il non profit sarebbe in grado di svolgerla meglio rispetto ad alte istituzioni. Lo vedo un po’ come il diserbante senza il quale non si può mantenere pulito il giardino dalle erbacce. In altre parole, è una sentinella contro l’automazione di basso valore.

Possiamo dire che la comunicazione davvero autentica, diciamo, degna di questo nome, sia per sua natura quella sociale?

La comunicazione avviene almeno tra due persone, quindi coinvolge immediatamente una socializzazione, certo. Oggi però la comunicazione del e per il sociale (quella che dovrebbe servire a risolvere problemi collettivi) l’abbiamo commercializzata, lasciandola all’unico meccanismo che conosciamo: quello della comunicazione commerciale. Abbiamo trasformato la comunicazione sociale in comunicazione socializzata (ovvero ridotta a interazioni superficiali sui social media, a metriche di engagement, a condivisioni automatiche). E la comunicazione socializzata non è comunicazione. E questo proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di comunicazione sociale. I problemi con cui abbiamo a che fare sono anzitutto sociali e sono distribuiti. Per questo possono essere risolti dal gruppo, dalla società, dal mettersi insieme, in una cultura che dovrebbe sentirsi molto più sociale, molto più aggregante e molto meno idealista. È un po’ come la scoperta dell’energia atomica che avrebbe potuto risolvere grandissimi problemi e invece abbiamo costruito le bombe. Noi abbiamo davvero oggi tutti gli strumenti per fare bene e risolvere i problemi, AI inclusa, ma il più delle volte la usiamo male.

Tutti possono decidere che rapporto vogliono con la macchina: le persone, le aziende, le famiglie, ma anche le amministrazioni locali, la scuola. Serve una consapevolezza critica nell’utilizzo.

A Orbits avete dedicato una giornata intera agli studenti. Come interpreta il “divario semantico” tra le generazioni? Esiste una chiave generativa per favorire la comunicazione e la crescita reciproche?

Anzitutto credo che da un lato si esageri sulla fragilità dei giovani. In secondo luogo, se un giovane è fragile è anche perché sta in un contesto di fragilità generato dagli adulti. Eppure, sono i giovani ad essere più capaci di comprendere le opportunità. Più che una fragilità del soggetto contemporaneo in sé, penso che l’essere umano sia sempre stato fragile. Oggi la fragilità della libertà umana è esposta a correnti, impatti, impulsi, sollecitazioni e tentazioni molto più di quanto non lo fosse in passato. Non è che sia aumentata la fragilità: è aumentato il numero di ostacoli che sono nell’ambiente. Non è che un bambino nato ad Atene nel quinto secolo fosse meno fragile di un bambino nato a Roma nel diciottesimo secolo o a Roma oggi: è che quel bambino era esposto a insidie e rischi diversi. Oggi la nostra fragilità umana è messa molto più alla prova di quanto non lo fosse in passato. È perciò il caso di dare più credibilità e fiducia ai giovani, esponendoli a meno stimoli che spesso sono, precoci, sbagliati, rischiosi, o esagerati. Ormai viviamo in un ambiente con una quantità di distrazioni non più sostenibile.

Come cambierà il mondo con l’AI? È una delle domande del suo ultimo libro La differenza fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dellintelligenza artificiale.

Sarebbe bene che noi umani avessimo un atteggiamento di maggiore controllo sulla macchina. Chi manterrà questo controllo ne trarrà vantaggio. Se invece mi faccio dire quale è la risposta corretta per superare l’esame o addirittura mi faccio scrivere la tesi di laurea, per esempio, rimarrò un utente passivo, e facilmente potrò essere sostituito dalla macchina e manipolato da chi controlla gli strumenti ai quali sono soggetto. E allora non sono più un cittadino, ma un seguace (follower), non sono più un utente, ma un cliente, non sono più uno che usa l’AI, ma che è usato dall’AI. È un po’ come stare su un treno o guidare l’automobile. Tutti possono decidere che rapporto vogliono con le macchine digitali del nostro tempo: le persone, le aziende, le famiglie, ma anche le amministrazioni locali, la scuola. Serve una consapevolezza critica nell’utilizzo. Quindi nel prossimo futuro penso che ci sarà una polarizzazione.

La differenza però non sarà più tra chi usa e chi non usa l’intelligenza artificiale, ma fra chi la controlla e chi ne è controllato.

VITA

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