secondo Esther Flocco
Dal contrasto alla povertà
educativa alla formazione di cittadini consapevoli: la scuola come luogo di
relazioni, valori e futuro
L’educazione è un diritto
umano. Lo prevede la Dichiarazione universale dei diritti umani all’articolo 26, che “non parla di istruzione come semplice
trasmissione di conoscenze, ma di sviluppo pieno della persona umana”, dice a
Interris.it la presidente nazionale dell’Associazione italiana maestri
cattolici (Aimc) Esther Flocco, intervistata in occasione
della Giornata mondiale dell’educazione. “Educare significa aiutare
ciascuno a diventare sé stesso, in relazione con gli altri, con il limite, con
la libertà”.
L’intervista
Presidente, l’educazione è un fondamento
di una società equa, giusta e accogliente?
“Sì e ne è anche la coscienza. Una
società che investe davvero nell’educazione non ha paura della diversità,
perché ha strumenti per comprenderla e sa generare legami. L’educazione è il
luogo dove si impara che i diritti sono responsabilità reciproche, dove nasce
il rispetto delle libertà fondamentali quale riconoscimento dell’altro, dove la
tolleranza diventa capacità amicizia civile. Da Presidente nazionale dell’Aimc
sono convinta non esista una società giusta senza maestri e maestre
riconosciuti come costruttori di futuro. Perché ogni aula è un laboratorio di
democrazia, ogni bambino accolto è una promessa mantenuta. Una società che
sceglie l’educazione consapevolmente sceglie di restare umana”.
Come si adatta l’educazione ai tempi che
cambiano?
“L’educazione cambia forma, ma non la
vocazione: rendere l’umano all’altezza del tempo che vive. Viviamo in un’epoca
rapidissima e il rischio è pensare che educare significhi aggiornarsi
continuamente, ma l’educazione autentica distingue ciò che passa da ciò che
resta. Le tecnologie cambiano ma il bisogno di senso, il desiderio di essere
visti, ascoltati, riconosciuti rimane intatto. Dobbiamo avere il coraggio di
dire, anche istituzionalmente, che non tutto ciò che è nuovo è educativo, e non
tutto ciò che è educativo è immediatamente utile o produttivo. Educazione oggi
è educare al limite, formare coscienze critiche, dare strumenti per abitare
l’incertezza senza paura. Come Aimc crediamo che i maestri e le maestre siano
ponti tra generazioni: radicati in valori profondi, capaci di leggere il
presente e di aprire orizzonti di futuro”.
In Italia oltre un milione di minori
soffre vive in condizione di povertà educativa, cosa può fare il mondo della
scuola?
“La povertà educativa è una delle forme
più gravi di ingiustizia contemporanea, una ferita aperta nella coscienza del
Paese, perché ipoteca il loro futuro. La scuola può fare moltissimo e già lo
fa, spesso in silenzio. È il primo presidio di equità, il luogo in cui le
disuguaglianze possono essere riconosciute, nominate e almeno in parte,
contrastate. Ma dobbiamo dire con chiarezza che da sola non basta, il contrasto
alla povertà educativa è una responsabilità collettiva”.
Cosa serve?
“La povertà educativa nasce dove mancano
opportunità culturali, spazi di relazione, tempo di qualità, sostegno alle
famiglie. Per questo servono alleanze educative vere, politiche pubbliche
lungimiranti, servizi sociali integrati, enti locali presenti, un Terzo settore
competente, comunità educanti corresponsabili. La scuola è il cuore e ha
bisogno di un corpo per vivere. Il contrasto alla povertà educativa misura la
qualità democratica di un Paese: lasciare indietro i propri bambini lo rende
più povero, meno giusto, meno libero, con meno futuro. Serve investire in
cultura, in relazioni, in fiducia”.
Come ricostruire e rinsaldare il patto
educativo che Papa Francesco nel 2018 in udienza all’Aimc definì rotto, in
crisi?
“Francesco colse una frattura profonda
tra istituzioni e famiglie, tra scuola e società, che nasce da solitudini che
non si parlano più. Il patto educativo si ricostruisce condividendo una
responsabilità, perché l’educazione è relazione. Servono tre scelte chiare.
Rimettere al centro i bambini e i ragazzi quali portatori di domande e
accettare che l’educazione sia un cammino fatto di tentativi e ripartenze.
Riconoscere i reciproci ruoli, la scuola non può sostituirsi alla famiglia, la
famiglia non può delegare tutto alla scuola, le istituzioni non possono
limitarsi a normare. Infine, ricostruire comunità educanti con una visione
comune, in cui si condividono linguaggi e obiettivi e si progetta insieme”.
Cosa vi è rimasto di quell’incontro con
il Pontefice?
“Abbiamo ricevuto il mandato di essere
ponte, custodire una pedagogia ispirata al Vangelo che accompagna, che tiene
insieme autorevolezza e tenerezza, regole e cura”.
L’educazione è relazione?
“Sì, e la scuola è, o dovrebbe essere, il
primo luogo in cui un bambino fa esperienza di una relazione giusta, quella
docente-alunno. Asimmetrica ma non fredda, è il luogo in cui l’autorità si
conquista attraverso la coerenza, l’ascolto, la presenza. Il sapere prende
corpo nello spazio umano che si crea tra loro. La relazione educativa ricorda
che l’errore non è una colpa ma una tappa, e che prima di essere valutati, i
bambini devono essere riconosciuti. Un bambino impara davvero quando sente che
qualcuno crede in lui, prima che nei suoi risultati. Se custodiamo la relazione
salviamo il senso stesso della scuola”.
E’ educazione anche imparare la relazione
con l’Altro da sé?
“Sì, perché ci costringe a riconoscere
che il mondo non coincide con il nostro punto di vista, che la verità non si
possiede ma si cerca, che l’identità si rafforza nel confronto. Significa
imparare a stare davanti all’Altro senza paura, insegnando anche ad
attraversare il conflitto. La relazione con l’Altro non è sempre comoda né
immediata, ma richiede ascolto, pazienza, capacità di argomentare senza
umiliare, di dissentire senza disumanizzare. L’Altro non è un problema da
gestire, ma un’occasione di crescita in un esercizio quotidiano di convivenza –
così si impara la cittadinanza democratica. Educare alla relazione con l’Altro
significa, in definitiva, educare alla pace”.
Legalità, ambiente, inclusione, nuove
tecnologie: come educare in questi ambiti?
“Senza affrontarli a compartimenti stagni
o ridurli a progetti episodici, perché i bambini non imparano quello che
diciamo, ma da ciò che siamo e ciò che facciamo insieme a loro. Un bambino
impara la legalità quando vede che le regole valgono per tutti e che la scuola
è un luogo affidabile, coerente. L’ambiente è lo spazio che abitiamo insieme
dove ‘tutto è connesso’, come ha detto papa Francesco, per cui l’educazione
ambientale non è parlare solo di la sostenibilità, ma insegnare la cura dei
luoghi, delle cose e delle persone, e il senso del limite, la responsabilità,
la sobrietà. L’inclusione deve essere un criterio con cui guardare la realtà:
una scuola inclusiva riconosce la differenza come un valore, non riduce nessuno
alla propria fragilità, si adatta alle persone invece di chiedere di adattarsi
a un unico modello. La sfida tecnologica è una delle più delicate, significa
insegnare che le nuove tecnologie non sono strumenti neutri e che la vera
competenza è il pensiero critico, cioè sapere scegliere come e perché usarle.
Come Aimc crediamo che l’educazione del futuro non sarà più ricca di contenuti,
ma più profonda di senso”.
Qual è il vostro contributo
all’educazione?
“E’ prima di tutto il gesto di tendere la
mano, di non lasciare nessuno indietro, di costruire ponti là dove altri vedono
solo distanze. L’Aimc è nata da un’intuizione profonda di Maria Badaloni, che
comprese che educare non significa solo insegnare, ma prendersi cura. Il nostro
contributo è nel modo in cui abitiamo la scuola: con uno sguardo che accoglie,
una parola che orienta, con una presenza che rassicura. Essere maestri
cattolici oggi significa credere che ogni bambino sia amato prima ancora di essere
valutato, che ogni fragilità sia una possibilità di incontro, che ogni classe
sia un piccolo mondo in cui si può imparare a vivere insieme, che si educa con
il cuore, il pensiero, la competenza e la compassione”.
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