sabato 24 gennaio 2026

EDUCAZIONE COME DIRITTO UMANO

 


Il ruolo dei maestri cattolici 

secondo Esther Flocco

 

Dal contrasto alla povertà educativa alla formazione di cittadini consapevoli: la scuola come luogo di relazioni, valori e futuro

 

DiLorenzo Cipolla

 

L’educazione è un diritto umano. Lo prevede la Dichiarazione universale dei diritti umani all’articolo 26, che “non parla di istruzione come semplice trasmissione di conoscenze, ma di sviluppo pieno della persona umana”, dice a Interris.it la presidente nazionale dell’Associazione italiana maestri cattolici (Aimc) Esther Flocco, intervistata in occasione della Giornata mondiale dell’educazione. “Educare significa aiutare ciascuno a diventare sé stesso, in relazione con gli altri, con il limite, con la libertà”.

L’intervista

Presidente, l’educazione è un fondamento di una società equa, giusta e accogliente?

“Sì e ne è anche la coscienza. Una società che investe davvero nell’educazione non ha paura della diversità, perché ha strumenti per comprenderla e sa generare legami. L’educazione è il luogo dove si impara che i diritti sono responsabilità reciproche, dove nasce il rispetto delle libertà fondamentali quale riconoscimento dell’altro, dove la tolleranza diventa capacità amicizia civile. Da Presidente nazionale dell’Aimc sono convinta non esista una società giusta senza maestri e maestre riconosciuti come costruttori di futuro. Perché ogni aula è un laboratorio di democrazia, ogni bambino accolto è una promessa mantenuta. Una società che sceglie l’educazione consapevolmente sceglie di restare umana”.

Come si adatta l’educazione ai tempi che cambiano?

“L’educazione cambia forma, ma non la vocazione: rendere l’umano all’altezza del tempo che vive. Viviamo in un’epoca rapidissima e il rischio è pensare che educare significhi aggiornarsi continuamente, ma l’educazione autentica distingue ciò che passa da ciò che resta. Le tecnologie cambiano ma il bisogno di senso, il desiderio di essere visti, ascoltati, riconosciuti rimane intatto. Dobbiamo avere il coraggio di dire, anche istituzionalmente, che non tutto ciò che è nuovo è educativo, e non tutto ciò che è educativo è immediatamente utile o produttivo. Educazione oggi è educare al limite, formare coscienze critiche, dare strumenti per abitare l’incertezza senza paura. Come Aimc crediamo che i maestri e le maestre siano ponti tra generazioni: radicati in valori profondi, capaci di leggere il presente e di aprire orizzonti di futuro”.

In Italia oltre un milione di minori soffre vive in condizione di povertà educativa, cosa può fare il mondo della scuola?

“La povertà educativa è una delle forme più gravi di ingiustizia contemporanea, una ferita aperta nella coscienza del Paese, perché ipoteca il loro futuro. La scuola può fare moltissimo e già lo fa, spesso in silenzio. È il primo presidio di equità, il luogo in cui le disuguaglianze possono essere riconosciute, nominate e almeno in parte, contrastate. Ma dobbiamo dire con chiarezza che da sola non basta, il contrasto alla povertà educativa è una responsabilità collettiva”.

Cosa serve?

“La povertà educativa nasce dove mancano opportunità culturali, spazi di relazione, tempo di qualità, sostegno alle famiglie. Per questo servono alleanze educative vere, politiche pubbliche lungimiranti, servizi sociali integrati, enti locali presenti, un Terzo settore competente, comunità educanti corresponsabili. La scuola è il cuore e ha bisogno di un corpo per vivere. Il contrasto alla povertà educativa misura la qualità democratica di un Paese: lasciare indietro i propri bambini lo rende più povero, meno giusto, meno libero, con meno futuro. Serve investire in cultura, in relazioni, in fiducia”.

Come ricostruire e rinsaldare il patto educativo che Papa Francesco nel 2018 in udienza all’Aimc definì rotto, in crisi?

“Francesco colse una frattura profonda tra istituzioni e famiglie, tra scuola e società, che nasce da solitudini che non si parlano più. Il patto educativo si ricostruisce condividendo una responsabilità, perché l’educazione è relazione. Servono tre scelte chiare. Rimettere al centro i bambini e i ragazzi quali portatori di domande e accettare che l’educazione sia un cammino fatto di tentativi e ripartenze. Riconoscere i reciproci ruoli, la scuola non può sostituirsi alla famiglia, la famiglia non può delegare tutto alla scuola, le istituzioni non possono limitarsi a normare. Infine, ricostruire comunità educanti con una visione comune, in cui si condividono linguaggi e obiettivi e si progetta insieme”.

Cosa vi è rimasto di quell’incontro con il Pontefice?

“Abbiamo ricevuto il mandato di essere ponte, custodire una pedagogia ispirata al Vangelo che accompagna, che tiene insieme autorevolezza e tenerezza, regole e cura”.

L’educazione è relazione?

“Sì, e la scuola è, o dovrebbe essere, il primo luogo in cui un bambino fa esperienza di una relazione giusta, quella docente-alunno. Asimmetrica ma non fredda, è il luogo in cui l’autorità si conquista attraverso la coerenza, l’ascolto, la presenza. Il sapere prende corpo nello spazio umano che si crea tra loro. La relazione educativa ricorda che l’errore non è una colpa ma una tappa, e che prima di essere valutati, i bambini devono essere riconosciuti. Un bambino impara davvero quando sente che qualcuno crede in lui, prima che nei suoi risultati. Se custodiamo la relazione salviamo il senso stesso della scuola”.

E’ educazione anche imparare la relazione con l’Altro da sé?

“Sì, perché ci costringe a riconoscere che il mondo non coincide con il nostro punto di vista, che la verità non si possiede ma si cerca, che l’identità si rafforza nel confronto. Significa imparare a stare davanti all’Altro senza paura, insegnando anche ad attraversare il conflitto. La relazione con l’Altro non è sempre comoda né immediata, ma richiede ascolto, pazienza, capacità di argomentare senza umiliare, di dissentire senza disumanizzare. L’Altro non è un problema da gestire, ma un’occasione di crescita in un esercizio quotidiano di convivenza – così si impara la cittadinanza democratica. Educare alla relazione con l’Altro significa, in definitiva, educare alla pace”.

Legalità, ambiente, inclusione, nuove tecnologie: come educare in questi ambiti?

“Senza affrontarli a compartimenti stagni o ridurli a progetti episodici, perché i bambini non imparano quello che diciamo, ma da ciò che siamo e ciò che facciamo insieme a loro. Un bambino impara la legalità quando vede che le regole valgono per tutti e che la scuola è un luogo affidabile, coerente. L’ambiente è lo spazio che abitiamo insieme dove ‘tutto è connesso’, come ha detto papa Francesco, per cui l’educazione ambientale non è parlare solo di la sostenibilità, ma insegnare la cura dei luoghi, delle cose e delle persone, e il senso del limite, la responsabilità, la sobrietà. L’inclusione deve essere un criterio con cui guardare la realtà: una scuola inclusiva riconosce la differenza come un valore, non riduce nessuno alla propria fragilità, si adatta alle persone invece di chiedere di adattarsi a un unico modello. La sfida tecnologica è una delle più delicate, significa insegnare che le nuove tecnologie non sono strumenti neutri e che la vera competenza è il pensiero critico, cioè sapere scegliere come e perché usarle. Come Aimc crediamo che l’educazione del futuro non sarà più ricca di contenuti, ma più profonda di senso”.

Qual è il vostro contributo all’educazione?

“E’ prima di tutto il gesto di tendere la mano, di non lasciare nessuno indietro, di costruire ponti là dove altri vedono solo distanze. L’Aimc è nata da un’intuizione profonda di Maria Badaloni, che comprese che educare non significa solo insegnare, ma prendersi cura. Il nostro contributo è nel modo in cui abitiamo la scuola: con uno sguardo che accoglie, una parola che orienta, con una presenza che rassicura. Essere maestri cattolici oggi significa credere che ogni bambino sia amato prima ancora di essere valutato, che ogni fragilità sia una possibilità di incontro, che ogni classe sia un piccolo mondo in cui si può imparare a vivere insieme, che si educa con il cuore, il pensiero, la competenza e la compassione”.

 

In terris

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