venerdì 2 gennaio 2026

LA LINGUA ITALIANA E L'INSEGNAMENTO

 


“La lingua italiana deve essere l’obiettivo prioritario dell’insegnamento, fondamento cognitivo e civile”

Di redazione

Pubblichiamo la lettera inviata alla nostra redazione da Marco Ricucci, docente di Italiano e Latino e professore a contratto presso l’Università degli Studi di Milano.

Il dibattito sull’insegnamento dell’italiano e della letteratura nella scuola secondaria di secondo grado, in Italia, continua a essere impostato, perlopiù, come una disputa sul canone: quali autori preservare, quali ridimensionare, quali eventualmente escludere. Questa impostazione rischia di essere fuorviante, perché sposta l’attenzione dai nodi pedagogici reali verso una contrapposizione ideologica che raramente incide sulla qualità effettiva degli apprendimenti. E nasce, facilmente, la “caciara”, in particolare su gruppi social, ad opera di leoni da tastiera…

A mio avviso la riflessione critica e lucida che ci si deve attendere da chi è docente dovrebbe partire da una domanda preliminare, troppo spesso elusa: quale sia oggi la priorità formativa dell’insegnamento dell’italiano in una scuola che opera in un contesto sociale profondamente mutato, caratterizzato da una crescente complessità culturale, da una pervasiva mediazione tecnologica e da una progressiva fragilità delle competenze linguistiche di base, in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, dove l’Intelligenza Artificiale pone sfide, anche in campo pedagogico.

Il punto centrale è che oggi la lingua italiana deve costituire l’obiettivo prioritario dell’insegnamento, non in senso riduttivo o strumentale, ma come fondamento cognitivo e civile. Non regge più il tradizionale connubio tra letteratura e lingua, a livello didattico, per gli adolescenti del terzo millennio. Soffermarsi sul perché e sul come di questo divorzio sarebbe troppo lungo e non funzionale alla riflessione che qui propongo. La lingua, alla luce anche degli studi specialistici recenti, non è soltanto da intendere come un codice comunicativo, bensì come lo strumento attraverso cui si organizza il pensiero, si costruisce l’identità, si interpretano i testi e si prende posizione nel mondo. Senza una solida competenza linguistica, ogni discorso sulla letteratura rischia di rimanere astratto.

Le difficoltà linguistiche diffuse tra gli studenti di oggi non possono più essere considerate un problema marginale o contingente. Una quota significativa di ragazzi arriva alla scuola superiore con competenze fragili nella comprensione del testo scritto, nella gestione del lessico astratto, nella produzione di testi coerenti e argomentati. Lo attestano spesso i dati INVALSI e i test internazionali. Se ciò non bastasse, le Università dello Stivale organizzano i “corsi di recupero” per le matricole sulle competenze di base come la comprensione del testo e I laboratori di scrittura italiana; si chiamano, con eleganza accademica, Obblighi Formativi Aggiuntivi (OFA). Tali difficoltà delle competenze di base hanno ricadute dirette sulla capacità di orientarsi criticamente in una società complessa, globale e fortemente mediatizzata, minando il diritto a essere un cittadino pieno nella società del mondo di oggi.

Le Indicazioni nazionali per il curricolo del 2012 collocano la lingua al centro del percorso formativo, sottolineando come la comprensione, l’interpretazione e la produzione dei testi costituiscano competenze trasversali e fondative. La letteratura, in questo quadro, non è concepita come un repertorio di contenuti, ma come uno strumento privilegiato per educare alla complessità del linguaggio e dell’esperienza umana, che sarà sempre più essenziale in un mondo “inumano” dominato dalla presenza delle “macchine” e dall’invasione tecnologica.

Nella prassi didattica quotidiana, tuttavia, questo impianto viene spesso disatteso. L’insegnamento continua a essere strutturato secondo un modello storicistico uniforme, che presuppone, in maniera subdola e ipocrita, competenze linguistiche già consolidate. In assenza di tali competenze, tuttavia, la letteratura rischia di trasformarsi in un insieme di informazioni da memorizzare, perlopiù veicolato da prassi nozionistiche e da metodologie meramente trasmissive che fanno “comodo” a molti docenti, paladini spesso ciechi davanti alla realtà, con la velleità di “salvare” Dante e Manzoni a scuola.

Obiettivi e strumenti

È necessario, dunque, ripensare i percorsi in termini di riallineamento tra obiettivi e strumenti: se l’obiettivo è lo sviluppo delle competenze linguistiche, allora la selezione dei testi deve essere coerente con tale finalità. Ci può essere anche la storia della letteratura come è oggi… ma allora ci vuole un monte ore maggiore! Ripristiniamo, dunque, le cinque ore settimanali decurtate dalla Riforma Gelmini. Nessuno però grida per questo scempio perpetrato quasi venti anni fa!
In questa prospettiva, la letteratura del Novecento assume un ruolo centrale. I suoi testi affrontano temi vicini alla sensibilità dell’uomo contemporaneo: identità, crisi, relazioni, marginalità, conflitto. Dal punto di vista linguistico, consentono un lavoro più diretto sulla comprensione e sull’argomentazione, senza la mediazione continua della parafrasi.
La scelta dei testi non è neutra, ma pedagogica. Privilegiare opere che consentano un accesso reale alla lingua, senza perdersi in un mare di note o in estenuanti parafrasi che spesso sono delle vere traduzioni in italiano corrente per i ragazzi di oggi, significa rendere effettivo il diritto all’apprendimento.

In una società dominata da linguaggi tecnici e semplificati, la letteratura educa al valore della parola, alla lentezza e alla profondità del senso, ossia contrasta la frammentazione dell’attenzione e l’impoverimento del lessico, dischiudendo dolcemente quel “naufragar” di memoria leopardiana.

È anche attraverso la lettura che si può restituire agli studenti il piacere della parola e della riflessione come strumenti di sviluppo personale, rispetto a un cimitero di date e nozioni: una “battaglia” contro gli “-ismi”, per alludere a un saggio di Luigi Capuana.

Ciò non implica l’esclusione della tradizione, ma una mediazione didattica consapevole. Anche le Indicazioni nazionali parlano di flessibilità, gradualità e centralità del testo.

L’educazione umanistica

Riportare al centro la lingua italiana, attraverso un uso pedagogicamente fondato della letteratura del Novecento, significa rendere effettiva l’educazione umanistica; i secoli precedenti possono essere commisurati e riadattati a tale prospettiva.

Poi si può discutere se sia pedagogicamente proficuo oppure “giusto” ed equo differenziare i programmi dell’insegnamento della storia della letteratura italiana in base all’indirizzo di studi della scuola secondaria di secondo grado. Ma la premessa teorico-didattica, basata sul principio dell’onestà intellettuale, deve essere chiara: tenere conto della realtà dei nostri alunni e delle quattro ore settimanali che noi decenti abbiamo.

Orizzonte Scuola

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