è una grande
grammatica
del dono.
-di Luigino Bruni
Erano uomini, dei maschi, ed erano capaci di fare
doni: maschio è Erode, ieri e oggi; ma maschi sono anche i magi, che ci dicono
che anche i maschi sanno fare doni.
Quegli uomini si misero in cammino inseguendo «una
stella», per «adorare» un bambino (Mt 2,2).
Ecco i primi due elementi di questa grammatica del
dono: c’è un cammino e c’è una stella. Cammino dice impegno e dice tempo, gli
ingredienti fondamentali di ogni dono.
I regali non richiedono molto tempo, ne facciamo molti
in poche ore di shopping; il dono no, è diverso.
Non c’è dono senza un cammino, senza un viaggio
materiale o spirituale.
Ci si alza, si va a trovare quella persona che abbiamo
deciso di onorare con la nostra visita e con il nostro dono.
Quasi tutto quello che volevamo dire a quella persona
lo diciamo andandola a trovare.
Il primo dono dei magi fu il loro mettersi in cammino. Poi c’è la stella.
Nei doni, di certo in quelli più importanti, non si
parte senza l’apparizione di una "stella" - senza una voce, un segno,
una chiamata.
Ciò che siamo oggi dipende da molte cose, ma dipende
soprattutto dai doni-stella che abbiamo ricevuto nella vita.
Dono chiama dono: ecco perché secondo il Vangelo
(apocrifo) arabo dell’infanzia di Gesù «Maria donò loro alcune delle fasce del
bambino Gesù».
I magi portano in dono «oro, incenso e mirra» (2,11).
Per dire regalità (oro), divinità (incenso), e
corporeità (mirra).
La grammatica e la sintassi del dono continua a
svelarsi.
In ogni incontro che nasce dal dono, ti incontro per
dirti che hai la dignità di un re, che sei sacro come un Dio e che sei un
essere umano, e quindi il tuo limite e la tua futura morte non sono maledizione
e condanna, ma compito e destino. Questo significa onorare.
«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua
madre, si prostrarono e lo adorarono» (2,11).
C’è anche Maria nel dono dei magi, una sorpresa e una
gioia aggiunte alla loro gioia che era già grandissima.
E in Maria possiamo rivedere un’altra amica biblica
dei magi: la regina di Saba, che partì da lontano, con molti doni, per
conoscere e onorare la sapienza.
Il dono dei magi è l’altro Magnificat dei Vangeli, e
la visita di Maria ad Elisabetta è l’episodio che più gli assomiglia. Maria
accolse con fiducia i magi dentro casa, li fece entrare, li riconobbe come
ospiti buoni, accettò il loro dono.
E infine l’ultima nota del dono. Anche i magi, come
Maria con Elisabetta, dopo aver fatto il loro dono presero la via di casa.
È questa l’ultima nota del processo del dono, che si
chiude col ripartire.
Il ritorno a casa
Chi conosce quest’arte sa che «fare ritorno a casa» è
il capolavoro del dono, perché dice castità, la sorella gemella della gratuità.
Chi sa donare non occupa spazi, li libera. È discreto. Sa stare senza fretta, ma poi in fretta riparte.
Non si appropria del tempo della reciprocità. E porta via con sé una "grandissima gioia".
Questo bell’augurio di Buon Cammino e di Buona
Epifania di Ignazio Punzi, formatore, psicologo e psicoterapeuta familiare,
presidente dell’associazione “L’aratro e la stella”
Il giorno dell'Epifania non si può non porsi questa
domanda: quando ci si mette in cammino?
Credo che occorrano almeno tre condizioni:
- quando si intuisce che qualcosa o qualcuno di
veramente importante ancora ci manca
- quando si ha la consapevolezza che questo
"qualcosa o qualcuno" non si trova nei luoghi in cui si abita o si
frequentano
- e quando infine, come conseguenza delle prime due,
si ha il coraggio di "uscire" e osare l'incontro con il nuovo.
Ci si mette in cammino se si obbedisce ad una assenza
che preme dal profondo di noi stessi e si manifesta come invito a mettersi in
cammino verso il non ancora, per terre sconosciute.
Si incontra la verità solo da nomadi, da stranieri. Facciamocene una ragione.
Se non si accetta questo cambio di status, che è
spirituale, emozionale e cognitivo, il cammino nel quotidiano, seppur faticoso,
è più simile a quello del criceto nella ruota.
I criceti, però, non inaugurano nuove vie, ma
smaltiscono solo il grasso accumulato nella loro stanzialità.
Se si vuole tracciare diritto il proprio solco, è più
saggio uscire dalle proprie ruote e dalle proprie gabbie dove tutto è garantito
e mettersi finalmente in cammino per territori inediti, attaccando l'aratro ad
una stella, in cerca di una verità che ci renderà liberi.
In questo giorno di Epifania, facciamo nostra
l'esortazione di don Tonino Bello a metterci in cammino senza più aspettare e
senza paura, per fare "straripare la speranza.
Andiamo a Betlemme!
[ ...] Per noi, disperatamente in cerca di pace, ma
disorientati da sussurri e grida che annunziano salvatori da tutte le parti, e
costretti ad avanzare a tentoni dentro infiniti egoismi, ogni passo verso
Betlemme sembra un salto nel buio.
Andiamo fino a Betlemme. È un viaggio lungo, faticoso,
difficile, lo so.
Ma questo, che dobbiamo compiere «all'indietro», è
l'unico viaggio che può farci andare «avanti» sulla strada della felicità.
Quella felicità che stiamo inseguendo da una vita, e
che cerchiamo di tradurre col linguaggio dei presepi, in cui la limpidezza dei
ruscelli, o il verde intenso del muschio, o i fiocchi di neve sugli abeti sono
divenuti frammenti simbolici che imprigionano non si sa bene se le nostre
nostalgie di trasparenze perdute, o i sogni di un futuro riscattato
dall'ipoteca della morte.
Andiamo fino a Betlemme, come i pastori.
L'importante è muoversi.
Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo
assicuro.
E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella
fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga
il dubbio di aver sbagliato percorso. Perché, da quella notte, le fasce della
debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi della
onnipotenza di Dio.
Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli
oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l'amarezza di
tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove Egli continua a
vivere in clandestinità.
A noi il compito di cercarlo.
E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della
sua visita.
Mettiamoci in cammino, dunque, senza paura.
Il Natale di quest'anno ci fa trovare Gesù e, con Lui,
il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto
dell'essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia
del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell'impegno storico,
lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera.
Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri
presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog, privo di segni
di morte e illuminato di stelle.
E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle
delusioni, strariperà la speranza.
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