L’elezione
del presidente del Senato, primo atto ufficiale del nuovo Parlamento, avrebbe
dovuto inaugurare la nuova stagione politica promessa in campagna elettorale
dalla Destra. Finalmente un governo stabile, sulla base di un programma chiaro
e condiviso, col sostegno di una netta maggioranza che i sondaggi
preannunciavano e che le urne hanno poi confermato.
Non
c’era bisogno di essere maghi, e neppure politologi professionisti, per capire
che dietro questa oleografia di facciata c’erano dei problemi di fondo, che la
legittima scelta tattica dei partiti alleati di unire i loro voti, per vincere
le elezioni, portava a mettere in secondo piano o addirittura a negare. E i
problemi sono puntualmente esplosi, prima ancora che il governo si sia formato,
già nelle difficili trattative per la scelta dei ministri e poi,
clamorosamente, in questa solenne giornata di apertura dei lavori parlamentari.
I
fatti sono noti. In aula, i senatori di Forza Italia, tranne Berlusconi e la
Casellati, si sono rifiutati di votare per il candidato della Destra alla
presidenza del Senato, Ignazio La Russa, co-fondatore di Fratelli d’Italia. Il
quale, però, è stato ugualmente eletto, grazie al voto decisivo di diciassette
senatori dell’opposizione che, nel segreto dell’urna, hanno indicato il suo
nome, contravvenendo alle prese di posizione ufficiali dei rispettivi partiti.
Un
duplice colpo di scena, a cui va aggiunto un pizzico di “giallo” per il fatto
che questi invisibili sostenitori, che il neopresidente eletto ha ufficialmente
ringraziato (deve a loro la sua elezione), rimangono tuttora senza nome.
Nessuno – e si tratta di ben diciassette persone su duecento senatori! –
ammette di avere contravvenuto alla linea ufficiale del proprio partito e di
avere prestato questo inatteso soccorso alla maggioranza claudicante.
Interpretazioni
a confronto
Questo
è ciò che avvenuto. Resta il problema di interpretarlo. Fino a un certo punto,
anche a questo livello non ci sono dubbi né divergenze. Tutti concordano sul
fatto che l’astensione di Forza Italia sia stata la risposta di Berlusconi al
netto rifiuto, da parte di Giorgia Meloni, di esaudire le sue richieste
riguardo l’attribuzione dei ministeri e la nomina dei nuovi ministri.
Per
quanto riguarda il primo punto, il cavaliere rivendicava per il suo partito,
senza successo, la poltrona che più direttamente riguarda i suoi interessi, e
cioè quella del ministero della Giustizia. Sul secondo punto il contrasto con
la premier in pectore verteva sul nome dei Licia Ronzulli, l’ex infermiera divenuta
in questi ultimi anni l’ombra di Berlusconi e la sua più fedele consigliera. Il
cavaliere la voleva a guidare un ministero importante, possibilmente quello
della Salute, mentre la Meloni non la riteneva all’altezza del governo di alto
profilo che lei intende guidare.
Da
qui la risposta data da Forza Italia in aula a palazzo Madama: «Abbiamo voluto
dare un segnale che non si devono dare i veti su persone», ha detto Berlusconi
commentando l’accaduto. Fin qui tutto chiaro. Da questo punto in poi le interpretazioni
divergono. Secondo quella data dallo stesso Berlusconi, all’uscita dall’aula,
l’intento dell’astensione non era di impedire l’elezione di La Russa: «Avevamo
fatto tutti i calcoli che sarebbe stato votato lo stesso».
Accettando
questa versione, qualche commentatore è arrivato a sostenere che si deve
proprio ad un diretto intervento del cavaliere il voto favorevole dei
diciassette rappresentanti dell’opposizione, che sarebbero stati da lui stesso
contattati in precedenza segretamente. Si sarebbe trattato, insomma, di
un’azione puramente dimostrativa, i cui effetti erano stati in anticipo
neutralizzati. Difficile, francamente, prendere per buona questa lettura.
Più
plausibile sembra quella degli opinionisti che vedono nell’episodio un
tentativo fallito di ricattare la Meloni, costringendola a cambiare posizione
sulle scelte dei ministri. L’appoggio dei diciassette “franchi tiratori”,
secondo quest’altra interpretazione, non solo non sarebbe stato voluto da
Berlusconi, ma avrebbe costituito per lui un grosso smacco, evidenziando
l’irrilevanza dei voti del suo partito e consentendo alla leader di Fratelli
d’Italia di ottenere quello che voleva senza cedere di un millimetro sul
governo.
E
sulla vittoria di Giorgia Meloni si concentrano i commenti dei suoi
fedelissimi, che sottolineano il risultato storico costituito dall’ascesa alla
seconda carica dello Stato di un rappresentante dell’estrema destra. Cercando
così, però, di far restare in ombra il risvolto forse più inquietante di questa
vicenda, che è la fragilità della nuova maggioranza. La si era presentata come
una corazzata destinata a navigare sicura per i prossimi cinque anni della
legislatura, e invece, alla prima prova, ha imbarcato acqua al punto che
sarebbe affondata senza un soccorso esterno. Che poi , come dicono alcuni –
questa è un’ulteriore sfumatura interpretativa – , la Meloni si aspettasse tale
soccorso non cambia nulla alla imbarazzante fragilità di un esecutivo che deve
sperare, per farsi valere, su transfughi (per giunta anonimi) dell’opposizione.
Tutti
contro tutti
E
siamo appena all’inizio. Se il buon giorno di vede al mattino, quella che il
nostro Paese si accinge a vivere non è una stagione politica rassicurante. E
non solo per la debolezza del futuro governo. Dopo tanti vituperi al precedente
Parlamento, accusato di non aver rispettato la volontà popolare e di aver dato
luogo a governi di segno contrastante, il nuovo si è aperto all’insegna del più
classico degli inciuci, quello di parlamentari che approfittano del voto
segreto per fare il doppio gioco.
Questo
coinvolge innanzi tutto, ovviamente, l’opposizione. Anche se non è facile
capire come sia stato possibile che un numero così rilevante di parlamentari si
sia potuto discostare dalla linea dei rispettivi partiti restando nella
segretezza. Berlusconi e altri hanno fatto il nome del gruppo di Renzi, ma è
formato da solo quattro senatori. Altri hanno accusato della rottura del fronte
delle sinistre i 5stelle, che avevano appena denunziato una manovra del PD per
escluderli dalle cariche di vicepresidenti nelle due Camere, ma gli interessati
respingono con sdegno al mittente le accuse.
Il
problema è che non bastano nuove elezioni per cambiare una classe politica. I
difetti di fondo denunciati ieri ed esibiti per invocarle, come una miracolosa
medicina in grado di superarli, sono in realtà ancora davanti ai nostri occhi.
Una vera “conversione” può venire solo da un ben più profondo rinnovamento
culturale, che non può riguardare solo i rappresentanti, ma deve cominciare già
dalla base, dai rappresentati, liberandoli dalle illusioni di un superficiale
populismo che se la prende con i potenti di turno per spodestarli e
sostituirli, ricadendo poi nelle stesse logiche.
Diceva
Charles Péguy che «la rivoluzione sociale sarà morale o non sarà». Non basta,
per un vero cambiamento, un avvicendamento al potere. Qui ci vuole un’altra
visione della politica, ritornando a quel primato del bene comune – un valore
etico e al tempo stesso politico – che la Seconda Repubblica ha
sistematicamente ignorato e che, in questi suoi ultimi sviluppi, non sembra
destinato ad avere maggiore peso che nel recente passato. E per questo non
basta sostituire il presidente del Consiglio e i ministri, non basta neppure
eleggere nuovi parlamentari. Ci vogliono logiche nuove, frutto di una nuova
mentalità che bisogna costruire. A questo futuro, che ancora non si vede, ma
che non un un’utopia, dobbiamo tutti lavorare.
Nessun commento:
Posta un commento