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giovedì 27 agosto 2026

GOVERNARE L'INTELLIGENZA


 L’intelligenza artificiale impone una governance globale



L’intelligenza artificiale come nuova “forza della natura” impone una governance globale: servono regole condivise, istituzioni internazionali e un’etica comune per stabilire limiti e responsabilità di una tecnologia che può trasformare il futuro dell’umanità.  

-di Vito Mancuso 

Qualcuno ancora ricorda la memorabile scena dell'Apprendista stregone nel film "Fantasia" di Walt Disney? È stata la prima immagine affacciatasi alla mia mente dopo aver letto le dichiarazioni di Bill Gates secondo cui l'IA va oggi trattata non più come uno strumento tecnologico ma come "una forza della natura che l'uomo ha scatenato". Ho subito rivisto Topolino apprendista stregone che, a seguito delle misteriose forze evocate, era caduto nel panico di fronte alla foresta impazzita di scope che, da pacifici strumenti, si erano trasformate in minacciosi guerrieri. Ora Topolino siamo noi. 

Dopo aver delineato la vera natura dell'IA e chiarito che da come la gestiremo (o ne saremo gestiti) dipende il nostro futuro, Bill Gates ha poi sostenuto che occorre procedere sostanzialmente su tre fronti: 

1) creare un'agenzia internazionale di governo dell'IA, così come già avviene con l'energia atomica; 

2) tassare le imprese che licenziano lavoratori a causa dell'IA, così da creare con queste tasse una specie di cassa integrazione o reddito di cittadinanza per chi rimane senza lavoro; 

3) riservare agli esseri umani almeno il 40 percento dei posti di lavoro, una sorta cioè di obbligatoria "quota rosa", salvo stabilire quale colore possa essere il più adatto per contrassegnare la quota umana. 

Mi soffermo sul primo punto. Per Bill Gates è necessaria una "gestione politica" dell'IA, ma in cosa concretamente può consistere tale gestione politica? Anzitutto nella stipulazione di leggi da parte del potere legislativo, poi nella loro effettiva applicazione da parte del potere esecutivo, infine nella possibilità di sanzionare le infrazioni da parte del potere giudiziario. Tutti e tre i poteri fondamentali che costituiscono l'autorità di uno stato moderno devono entrare necessariamente in gioco se si vuole istituire una governance davvero efficace della nuova forza della natura che abbiamo scatenato. Ma allora da qui rinasce nel modo più cristallino la necessità imprescindibile del diritto internazionale. E quindi dell'Onu. Bill Gates infatti potrà anche andare in Cina per incontrare il Presidente Xi Jinping (come io spero che presto avvenga), potrà inoltre incontrare un presidente Usa finalmente di nuovo degno di questo nome al termine del mandato dell'attuale, ma nessun accordo tra Usa e Cina da lui promosso potrà mai avere un'effettiva applicazione a livello mondiale senza il diretto coinvolgimento dell'Onu. Ne viene che il diritto internazionale e la sua principale istituzione oggi così marginalizzati, riacquistano necessariamente il centro della scena politica. 

Ma occorre procedere oltre e chiedersi su quale base si potrà fondare la necessaria legislazione sull'IA. E qui appare chiaro come il diritto nel suo farsi rimandi all'etica, vale a dire a una precisa visione dell'uomo e dei valori irrinunciabili per tutelarne la dignità. La governance mondiale dell'IA, in altri termini, non potrà essere attuata senza un'etica mondiale, la quale rimanda organicamente a quel progetto di "World Ethos" coraggiosamente portato avanti dal teologo svizzero Hans Küng

La situazione quindi è riassumibile nei seguenti passaggi: 

1) la tecnologia ha creato una forza di natura dalle potenzialità immense, in senso sia positivo sia negativo per l'umanità, ma essa non la sa governare; 

2) noi abbiamo bisogno di un'istituzione politica internazionale che la governi; 

3) perché questa istituzione possa effettivamente legiferare c'è bisogno di un accordo universale sui principi etici irrinunciabili. 

La situazione è tale che forse si può avverare oggi quanto avveniva anticamente nell'isola di Creta, i cui abitanti, sempre fortemente divisi tra loro in fazioni rivali, si coalizzavano sistematicamente tra loro all'apparire di un nemico esterno così che riuscivano a respingerlo. 

Noi abbiamo bisogno di questa rinnovata "sincreticità", cioè di un'energia intellettuale che unisca le forze fondamentali degli esseri umani al fine di salvare l'umanità dalla tecnica da essa stessa evocata. La scena dell'apprendista stregone del film di Walt Disney si chiude con l'arrivo del maestro stregone che ferma con un cenno le scope impazzite, ma da noi non arriverà nessun Superuomo a porre rimedio, ci dobbiamo pensare da noi. E forse da questo rinnovato pensare a noi stessi, a cosa sia davvero importante per la nostra vita, potrà sorgere una via di uscita. Ha scritto Hölderlin: "Ma dov'è il pericolo, cresce anche ciò che dà salvezza".

La Stampa 

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venerdì 23 maggio 2025

SCUOLA 2025-26


 Scuola, 

il Senato approva 

le nuove misure 

per l'anno 2025-26.


Valditara "Stop ai diplomifici"

 

LaPresse

 "Proseguiamo il nostro impegno per innalzare la qualità del sistema scolastico", dichiara il ministro dell'Istruzione

Con 88 voti favorevoli, 55 contrari e un astenuto, l'Aula del Senato ha confermato la fiducia posta dal governo sul decreto contenente "disposizioni urgenti per l'attuazione del Pnrr e l'avvio dell'anno scolastico 2025-2026". Il provvedimento passa ora alla Camera per la seconda lettura.

"Con le misure approvate, frutto anche della proficua collaborazione con la maggioranza parlamentare, proseguiamo il nostro impegno per innalzare la qualità del sistema scolastico -afferma il Ministro dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara -. Facciamo rispettare la legalità, stroncando il fenomeno dei diplomifici, sosteniamo le famiglie in difficoltà, incrementando le risorse per l'acquisto dei libri di testo, favoriamo l'internazionalizzazione degli ITS, rendiamo giustizia alle legittime aspettative degli idonei nei concorsi per docenti, estendiamo la carta docenti ai supplenti fino al 31 agosto, incrementiamo la retribuzione di risultato dei dirigenti scolastici, liberiamo risorse per gli Enti locali al fine di reinvestirle in scuole più sicure".

"Destiniamo ulteriori risorse alla sicurezza degli edifici scolastici, investiamo negli asili nido. Tutte misure di una strategia riformatrice che ha al centro i nostri ragazzi e quanti lavorano per loro", aggiunge.

Il provvedimento prevede, tra le sue misure più significative, interventi volti a contrastare il fenomeno dei diplomifici. Nello specifico, introduce limiti più stringenti per l'attivazione delle classi terminali collaterali, vieta di sostenere, nello stesso anno, due differenti esami anche in istituti di tipo diverso e dispone l'obbligo, per tutte le scuole statali e paritarie, di adottare la pagella elettronica, il registro online e il protocollo informatico. 

Si disciplina inoltre il completamento della riforma degli istituti tecnici, con l'introduzione di un nuovo assetto ordinamentale sensibile alle trasformazioni economiche e sociali del Paese: l'intervento consolida il legame tra scuola e territorio, promuove l'innovazione e l'internazionalizzazione, e rafforza la continuità con i percorsi dell'istruzione terziaria tecnologica.

Viene, inoltre, completata la revisione del sistema di reclutamento dei docenti, con l'ampliamento delle graduatorie agli idonei, l'introduzione di nuovi elenchi regionali sempre a beneficio degli idonei, l'accelerazione delle nomine in ruolo e la valorizzazione di categorie finora escluse, come gli idonei del concorso ''Straordinario 2020'' e quelli del concorso di Educazione motoria. 

Il provvedimento introduce poi due importanti misure a favore dei dirigenti scolastici: un incremento del Fondo Unico Nazionale (Fun) pari a 12 milioni di euro in due anni e, per l'anno scolastico 2025/2026, una mobilità straordinaria che consente di coprire fino al 100% dei posti vacanti su base regionale, fatta salva la quota riservata al concorso in atto, offrendo così maggiori opportunità a chi è in servizio da anni.

Si stanziano 820 milioni di euro per l'attuazione del Piano asili nido, che è stato già avviato dal Ministero, destinato ai Comuni con livelli di copertura del servizio inferiori alla media nazionale del 33% nella fascia 0-2 anni, per garantire una maggiore equità territoriale e sostenere la conciliazione tra tempi di vita e lavoro. Si prevede, inoltre, l'incremento delle risorse destinate alla fornitura gratuita o semigratuita dei libri di testo per gli studenti in difficoltà economica e si proroga l'utilizzo delle graduatorie comunali per le supplenze nelle scuole dell'infanzia paritarie.

Il decreto interviene anche sul fronte delle dipendenze e del disagio giovanile, con l'assegnazione al ministero dell'Istruzione e del Merito di un milione di euro, da destinare alla formazione dei docenti, e autorizza lo svolgimento su base regionale del concorso per 101 funzionari degli Uffici Scolastici Regionali. Particolare attenzione è riservata agli Its Academy, per i quali viene allineato al livello universitario sia il trattamento fiscale delle borse di studio, che saranno da oggi in poi esenti da tassazione con conseguente aumento di valore pro capite per gli studenti, sia il riconoscimento dei titoli e dei percorsi formativi svolti all'estero.

In sede di conversione, il testo si è arricchito anche con misure, scaturite da un proficuo confronto con Anci, volte a favorire l'attuazione degli interventi di edilizia scolastica, attraverso l'utilizzo dei ribassi d'asta e la semplificazione di varie procedure, tra cui quelle in tema di varianti, nonché agevolando gli interventi in materia di Dnsh e incrementando il fondo di 20 milioni in due anni per le esigenze straordinarie sempre in tema di edilizia scolastica. Infine, con un emendamento proposto dal Ministero dell'Istruzione e del Merito, viene riconosciuta, già per quest'anno scolastico, la carta del docente anche ai supplenti su posto vacante e disponibile.

 

RAI NEWS

 

sabato 8 febbraio 2025

LA FINE DELLE DIFFERENZE

 


Il caso Almasri

 e

 la fine delle differenze

  

-di Giuseppe Savagnone

 

Una seduta parlamentare tempestosa

Il caso Almasri continua a spaccare il mondo politico e l’opinione pubblica del nostro paese. Per capirci qualcosa, come sempre, la cosa migliore è cominciare dai fatti. Ridotti all’essenziale, essi si possono riassumere così: la Corte Penale Internazionale aveva chiesto al governo italiano l’arresto del generale libico Almasri per crimini contro l’umanità, il ricercato in effetti è stato arrestato ma poi – e qui le interpretazioni divergono radicalmente – è stato rilasciato e rimpatriato in Libia con un volo di Stato.

Il governo ha dato la sua versione nell’informativa resa, il 5 febbraio scorso, dai ministri Nordio e Piantedosi in Parlamento, in sostituzione della premier che, malgrado le insistenti richieste dell’opposizione, ha preferito non presenziare.

Già questa assenza è stato oggetto di aspre polemiche. Eddy Schlein ha accusato la Meloni di vigliaccheria e l’ha definita “presidente del coniglio”, invece che del Consiglio. Ma anche le relazioni del ministro della Giustizia e di quello degli Interni, più che criticate, sono state ridicolizzate.

Da parte loro, il governo e la stampa che lo sostiene hanno minimizzato la vicenda e hanno parlano di «sceneggiata» e di «show» propagandistico della sinistra, finalizzati a nascondere episodi di corruzione legati al fenomeno migratorio, come quello del tesoriere di PD in Campania, a loro avviso ben più gravi.   

Forse in poche occasioni come in questa la mancanza di dialogo tra la maggioranza e la minoranza è stata così radicale, rendendo l’immagine di due Italie non comunicanti, come neppure al tempo del duello tra DC e PC. Don Camillo e Peppone in fondo si rispettavano e parlavano tra loro.

La virulenza dei toni è stata bene espressa dalla vignetta di Giannelli sul «Corriere della sera». I due ministri sono rappresentati mentre, in piedi, dietro il banco del governo, cercano di ripararsi dalla pioggia di mele e uova marce proveniente dall’aula.

Al centro, fra di loro, la sedia vuota della premier, che però in realtà è rannicchiata, nascosta dietro di essa, mentre risponde al telefono spiegando, a chi le chiede una dichiarazione, «Mi dispiace, ora non posso».

Le ragioni del governo e i loro punti deboli

Ma veniamo al merito. Il ministro Nordio ha spiegato la sua scelta di non confermare l’arresto del generale libico con le gravi imprecisioni contenute nel mandato emesso dalla Corte penale internazionale.

«Non sono un passacarte», ha detto, rivendicando il suo diritto di chiedere chiarimenti alla Corte prima di dare esecuzione al documento. Le precisazioni sono arrivate, ma nel frattempo il ricercato era stato rimpatriato. Da parte sua, Piantedosi ha spiegato questo rimpatrio del generale libico con la sua evidente pericolosità, che rendeva urgente mandarlo fuori dal nostro paese il più presto possibile.

«Né Nordio né Piantedosi» – ha commentato un giornale certamente più vicino alla destra che all’opposizione, come «Il Foglio», «hanno ricordato che, una volta scarcerato Almastri per ragioni procedurali (…), vi era un’alternativa al rimpatrio, che era un nuovo arresto in attesa dei chiarimenti della Corte».

Non solo. Le due relazioni – come segnala un giornale, non sospetto di faziosità pregiudiziale, «La Stampa» – si sono smentite a vicenda: «Nordio contraddice Pantedosi», è il titolo di prima pagina del quotidiano torinese. 

Perché, se il problema era l’invalidità del mandato di arresto internazionale, che senso ha tirare in ballo la pericolosità o meno dell’indiziato? E, reciprocamente, quali che fossero le lacune formali di quel documento, evidentemente era chiaro al governo che Almasri era pericoloso e che la richiesta della Corte dell’Aja era tutt’altro che infondata. 

Ma anche in se stesse, le versioni dei due ministri hanno evidenziato dei punti deboli che in aula sono stati oggetto di irrisione da parte dell’opposizione. Per quanto riguarda quella di Nordio, la legge 237/2012 spiega molto chiaramente che non è il ministro della Giustizia a dover valutare la fondatezza di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale. Non si tratta di ridursi a “passacarte”, ma di rispettare un accordo internazionale che l’Italia ha firmato.

Quanto alla informativa di Piantedosi, è stato notato che la Corte d’appello di Roma ha ordinato la scarcerazione di Almasri nella tarda mattinata del 21 gennaio, ma il Falcon che doveva riportarlo a Tripoli era già ad attenderlo all’aeroporto di Torino.

Peraltro, la necessità di fare uscire il generale dai confini italiani, data la pericolosità del soggetto, non spiga perché Almasri sia stato portato giusto in Libia, l’unico paese dove gode di un’assoluta impunità. E l’unico dove purtroppo è e sarà ancora veramente pericoloso, come dimostrano le notizie che da più fonti sono arrivate e continuano ad arrivare sulla sua attività di sadico torturatore dei reclusi dei lager libici.

Alla base, una menzogna

Ma forse la contraddizione più inquietante, che si impone allo spettatore semplicemente desideroso di capire come siano andate le cose, è quella tra le odierne dichiarazioni dei ministri e la versione sostenuta dal governo fino ad ora, che esse hanno smentito.

«La richiesta di arresto della Corte Penale Internazionale» – aveva dichiaro Giorgia Meloni in uno dei video in cui si è rivolta ai suoi sostenitori, invece che rappresentanti dei cittadini in Parlamento – «non è stata trasmessa al Ministero italiano della Giustizia, come invece è previsto dalla legge, e per questo la Corte d’Appello di Roma decide di non procedere alla sua convalida.

A questo punto, con questo soggetto libero sul territorio italiano, piuttosto che lasciarlo libero noi decidiamo di espellerlo e rimpatriarlo immediatamente per ragioni di sicurezza con un volo apposito come accade in altri casi analoghi. Questa è la ragione per la quale la procura di Roma oggi indaga me, il sottosegretario Mantovano e due ministri».

La tesi sostenuta dalla Meloni e fatta propria per giorni dal governo e dai giornali di destra è stata dunque che «Almasri è stato liberato su disposizione della Corte d’Appello di Roma non su disposizione del Governo».

Ora, da quanto lo stesso Nordio ha riferito in Parlamento, non è vero che la Corte Penale Internazionale non ha informato il governo italiano, e in particolare il ministro della Giustizia, del mandato di cattura pendente su Almasri. Il ministro, nella sua relazione, ha perfino sottolineato come abbia costituito un ostacolo alla sua recezione la difficoltà di tradurlo, visto che era scritto in inglese (!!!).

E poiché, come abbiamo visto, la legge non gli attribuiva alcun potere discrezionale, avrebbe dovuto subito mettersi in contatto con la Procura di Roma, che sollecitava una risposta e che invece, dopo tre giorni di silenzio, mancando ogni riscontro dal Ministero, è stata costretta a rilasciare Almasri.

Meloni perseguitata?

La bugia sul ruolo del governo è servita alla premier per legittimare, agli occhi dell’opinione pubblica, la sua vibrante indignazione per quella che ha chiamato «avviso di garanzia», ricevuto a causa di un “pasticcio” che, a suo dire, era solo colpa della magistratura. 

E presentando tutta la vicenda – in una serie di video che hanno avuto un enorme impatto sull’opinione pubblica e fatto volare i consensi verso la premier “perseguitata” – come un attacco dei giudici per screditarla. «La magistratura dichiara guerra alla Meloni», ha titolato un giornale online di destra. Ma è il succo di quello che tutti i giornali governativi hanno scritto. 

In realtà, come l’Anm ha subito precisato in una nota, quello ricevuto dalla presidente del Consiglio non è un avviso di garanzia, che si inserisce in un’indagine, ma solo la comunicazione che c’è stata una denuncia, su cui la Procura, nel caso del premier e dei ministri, non può condurre alcuna indagine e che può solo trasmettere al Tribunale dei ministri. 

Sull’obbligatorietà o meno di questo atto si è aperta una polemica infinita che ha visto pareri opposti anche di seri giuristi. Quel che è certo, è che esso, anche se non fosse stato dovuto, rientrava nella normale discrezionalità della Procura.  La Meloni non ha esitato a presentarlo come un complotto nei suoi confronti, facendone il trampolino per esaltare la propria immagine come quella di una donna intrepida, decisa a tirare dritto per il bene del paese: «Non sono ricattabile, non mi faccio intimidire. Ed è possibile che per questo sia invisa a chi non vuole che l’Italia cambi e diventi migliore», ma «intendo andare avanti per la mia strada» a «testa alta e senza paura».

I “ricattatori”, evidentemente, sono, come sempre, i magistrati, accusati di invade la sfera politica: «Se i giudici vogliono governare, si candidino», ha detto la premier. Una frase a cui, garbatamente, l’Anm ha risposto con una nota la cui sostanza era che, a loro volta, se i politici vogliono amministrare la giustizia, devono prima studiare il diritto e vincere un concorso, come prevede la Costituzione.

 In questa arringa di accusa, i giudici sono stati additati dalla Meloni come nemici dell’Italia: «L’avviso di garanzia da parte del Procuratore della Repubblica, Francesco Lo Voi, per i reati di favoreggiamento e peculato per il caso Almasri è un danno alla nazione, alle sue speranze, opportunità e occasioni».

Contestualmente i consiglieri “laici” (non magistrati) di destra del Consiglio superiore della magistratura, hanno chiesto di aprire un‘inchiesta su Lo Voi, volta a “punirlo” con un provvedimento disciplinare.

Ma non sono solo i tutori del diritto italiani ad essere contestati: in coro la destra adesso accusa anche la Corte Penale Internazionale. Il nostro ministro degli Esteri, Tajani, ha proposto addirittura di aprire un’inchiesta nei suoi confronti (senza chiarire da chi dovrebbe essere svolta, visto che la Corte è il più altro tribunale internazionale).

Un caso emblematico della caduta delle differenze

Difficile, davanti a questa vicenda, non essere sgomenti.  Non soltanto per la posta in gioco, che comunque è tutt’altro che irrilevante – quante persone Almasri potrà ancora torturare, stuprare, uccidere? – , ma anche, e forse soprattutto, per il suo significato. Essa indica il venir meno dei confini tra verità e menzogna, tra diritto e potere, tra Stato e governo.  

Le bugie – inconfutabilmente emerse da questo racconto – sono state accolte e ripetute come verità, anche quando erano addirittura in contraddizione fra di loro.  I giudici, preposti alla tutela del diritto, sono stati messi sul banco degli imputati dai potenti a cui contestavano l’illecito uso del loro potere, come se il solo criterio del giusto e dell’ingiusto fosse l’investitura elettorale (vox populi, vox Dei).

Ogni rilievo nei confronti del capo dell’esecutivo – un organo dello Stato, come lo è, peraltro, la magistratura – è stato presentato come una minaccia alla nostra nazione e al popolo italiano.

Ritengo ridicola la questione se la Meloni sia o no nostalgica del fascismo. I fenomeni storici non si ripetono mai uguali. Quello che è certo è che, procedendo su questa strada, della democrazia, in Itali, resterà solo il nome.

 

*Scrittore ed editorialista   Pastorale Cultura Arcidiocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

 

sabato 11 gennaio 2025

GOVERNARE L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 

L’intelligenza artificiale 

adesso corre governarla

 con saggezza non è facile

 

La necessità di regolamentare l’IA per

 garantire uno sviluppo tecnologico

 responsabile e orientato

 al benessere umano

È necessaria una cooperazione che riconosca la peculiarità dell’essere umano e delle sue capacità. Evitando la polarizzazione tra apocalittici e integrati, tecnofobi e tecnofili

La ricerca di un’etica condivisa e le regole per evitare un uso improprio

-          di LUCIO ROMANO*

Il 2024 è stato l’anno in cui i sistemi di Intelligenza Artificiale (IA) hanno segnato una sempre più rapida e larga applicazione. Nei più svariati ambiti. Con sempre nuove prospettive e altrettanto pressanti interrogativi. Per giungere, come facilmente prevedibile, a una presenza pressoché ubiquitaria. Secondo le prime stime nel 2025 il mercato dell’IA è destinato a crescere del 26% in tutto il mondo. Per Gartner for Information Technology (IT) Executives, l’IA trainerà ancor più la spesa per le IT in Europa raggiungendo nel i 1.280 miliardi di dollari. Un +8,7% rispetto al 2024, che dovrebbe chiudersi a 1.180 miliardi di dollari. Con una prevalenza degli investimenti soprattutto per le IA generative nelle sue varie applicazioni e finanziamenti aumentati vertiginosamente secondo l’Artificial Intelligence Index Report della Standford University. La quota di mercato più grande per settore dell’IA è quello della sanità che già rappresenta il 15,70%, seguito da finanza e produzione per il 13,65%. Proprio nella sanità si riscontrano i maggiori progressi nella ricerca, nella diagnostica, nei trattamenti di precisione e in quelli personalizzati. Sistemi come AlphaFold di DeepMind hanno accelerato la scoperta di proteine definendo le strutture in pochi minuti. Con un notevole grado di accuratezza, reindirizzando tempo e risorse preziose per aiutare a risolvere le più grandi sfide mediche. Così i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM, Large Language Models) nei vari settori dell’assistenza.

Accentramento di potere

È evidente l’accentramento di potere economico nelle mani delle Magnificent Seven: Alphabet (Google), Amazon, Apple, Meta (Facebook e Instagram, WhatsApp e Messenger, Oculus Rift, visori di realtà virtuale), Microsoft, Nvidia, Tesla. Una vera e propria élite di aziende che dominano il mercato globale. Con una ingente disponibilità di risorse e potere di mercato tale da consentire enormi investimenti. Come nel caso di Microsoft, tra i principali partner commerciali di OpenAI, che ha annunciato un piano per ottenere energia elettrica necessaria ai propri data center con la riapertura di uno dei reattori della centrale nucleare di Three Mile Island, impianto in Pennsylvania diventato famoso alla fine degli anni Settanta per il più grave incidente nucleare nella storia degli Stati Uniti. Sopra tutti Elon Musk, che con i suoi asset principali come Tesla, SpaceX e xAI (noto soprattutto per il chatbot Grok), è la persona più ricca al mondo, con un patrimonio stimato di 428 miliardi di dollari.

SpaceX è la società privata di maggiore valore, davanti a ByteDance (società madre di Tik-Tok) e a OpenAI (sviluppatore di ChatGPT). Nella classifica dei supermiliardari, dopo Musk, segue Jeff Bezos, fondatore e presidente di Amazon. Altra faccia della stessa medaglia è il gap tecnologico dell’Europa rispetto ad altri Stati come gli Stati Uniti o la Cina. Nel Rapporto Draghi sulla competitività europea in relazione alle innovazioni tecnologiche dei sistemi di IA si segnala che dal 2017 il 73% dei modelli di IA è stato sviluppato negli Stati Uniti. Considerando le principali start-up a livello mondiale, il 61% dei finanziamenti globali va ad imprese nate in Usa, il 17% a quelle cinesi e solo il 6% a quelle dell'Ue. Di queste ultime, un terzo è migrata poi negli Stati Uniti per poter incontrare un mercato dei capitali in grado di finanziarne lo sviluppo. E merge una questione di sostenibilità dal punto di vista etico, sociale e politico. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla XVII Conferenza delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori d’Italia, svolta il 16 dicembre 2024, ha parlato di «operatori internazionali svincolati da ogni patria, la cui potenza finanziaria supera oggi quella di Stati di media dimensione, e la cui gestione di servizi essenziali sfiora, sovente, una condizione monopolistica». Concetto ribadito il giorno successivo alla Cerimonia per lo scambio degli auguri di fine anno con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile: «La concentrazione in pochissime mani di enormi capitali e del potere tecnologico, così come il controllo accentrato dei dati – definibili come il nuovo petrolio dell’era digitale – determinano una condizione di grave rischio. Gli effetti sono evidenti. Pochi soggetti – non uno soltanto, come ci si azzarda a interpretare – con immense disponibilità finanziarie. Grandi società che dettano le loro condizioni ai mercati e – al di sopra dei confini e della autorità degli Stati e delle Organizzazioni internazionali – tendono a sottrarsi a qualsiasi regolamentazione». Insomma, poche aziende che hanno la possibilità di reggere una sorta di IA globale del pianeta ( global repository of intelligence).

Un monopolio con un possesso illimitato di dati sensibili.

Una vera e propria ingegneria sociale. Siamo al “capitalismo della sorveglianza” di Shosana Zuboff. Ci si appropria dell’esperienza umana usandola come materia prima da trasformare in dati sui comportamenti per essere trasformati in prodotti predittivi. In un orizzonte in cui avremo meno potere e controllo, nuove fonti d’ineguaglianza divideranno le persone. In pochi saranno soggetti e in tanti oggetti. Una visione che minaccia delicati sistemi di natura sociale come la democrazia e la capacità di ogni persona di elaborare un giudizio morale autonomo. Emerge, ancora una volta, un ineludibile e sostanziale interrogativo. Quale governance, ovvero quale etica e regolamentazione per le innovazioni tecnologiche secondo uno sviluppo umanocentrico? Come bilanciare innovazione e regolamentazione? Proprio in questi giorni il Garante per la Protezione dei Dati Personali (GPDP) ha adottato un provvedimento correttivo e sanzionatorio nei confronti di OpenAI per il trattamento dei dati personali finalizzati all’addestramento di ChatGPT, dopo istruttoria avviata nel 2023. In particolare, senza aver prima individuato un’adeguata base giuridica e violando il principio di trasparenza con i relativi obblighi informativi nei confronti degli utenti. Inoltre, senza prevedere meccanismi per la verifica dell’età, emerge il rischio di esporre i minori di 13 anni a risposte inidonee rispetto al loro grado di sviluppo e autoconsapevolezza. Richiamando “Il crollo di Babele”, recente libro di Paolo Benanti, attuale e non eccessiva risulta la necessità di definire guardrail etici nelle democrazie computazionali. Sebbene a fronte delle circa 100 leggi sul settore high tech e delle oltre 270 autorità di regolamentazione attive nelle reti digitali in tutti gli Stati membri come emerge dal Rapporto Draghi.

La peculiarità dell’uomo

È proprio l’esigenza di una cooperazione che riconosca la peculiarità dell’essere umano e delle sue capacità - servendosi delle tecnologie digitali per ampliarle, non per restringerle rileva l’esigenza di uno sforzo comunitario per un’etica applicata ai sistemi di IA. Tutelando diritti fondamentali e senza voler significare un irrealistico neo-luddismo. Compito non certo facile vista la sproporzione tra lentezza dei regolatori e velocità delle innovazioni tecnologiche che ci fanno dire, con obiettiva certezza, che domani è già oggi. Né tantomeno nell’accondiscendere la polarizzazione tra “apocalittici e integrati”, tecnofobi e tecnofili. Ovvero tra coloro che hanno nei confronti delle innovazioni tecnologiche un atteggiamento del tutto critico tale da delineare un futuro distopico sottomesso alla tecnologia e gli altri, invece, che vedono nei sistemi di IA la soluzione di ogni problema con una sorta di totalitaria e fideistica delega tecnologica. Per approdare, secondo Ray Kurzweil, ad una «singolarità sempre più vicina, quando l’umanità si unisce all’IA». Posizioni che, nella loro radicalità, non rilevano la prioritaria necessità: umanizzare i sistemi di IA passando dall’algocrazia (dominio degli algoritmi) all’algoretica, nuovo grande capitolo dell’etica introdotto da P. Benanti. Ovvero armonizzare le abilità dei sistemi computazionali con valori etici. Algoretica non dice certo consapevolezza etica del sistema c.d. intelligente, perché la macchina non è qualcuno dotato di capacità soggettiva. «Non si tratta di dotare la macchina di una capacità di giudizio, cosa che è impossibile, e nemmeno solo di surrogarla con guardrail etici. Si tratta anche di creare uno spazio di critica sociale in cui sia possibile chiederci cosa facciano gli algoritmi, che funzione abbiano».

È l’orizzonte della visione umanocentrica dei sistemi di IA che Papa Francesco pone come obiettivo. Richiamata al G7 presieduto dall’Italia nel giugno del 2024. «A volte, spesso nel difficile compito del governare, siamo chiamati a decidere con conseguenze anche su molte persone. Da sempre la riflessione umana parla a tale proposito di saggezza, la phronesis della filosofia greca e almeno in parte la sapienza della Sacra Scrittura. Di fronte ai prodigi delle macchine, che sembrano saper scegliere in maniera indipendente, dobbiamo aver ben chiaro che all’essere umano deve sempre rimanere la decisione, anche con i toni drammatici e urgenti con cui a volte questa si presenta nella nostra vita». È sfida di umanità. È tutela della democrazia rappresentativa.

 *Coordinatore Osservatorio di Bioetica della Diocesi di Napoli, già senatore, membro del Comitato nazionale per la Bioetica e presidente nazionale di Scienza & Vita

www.avvenire.it


 

venerdì 25 ottobre 2024

IL BUIO CHE GENERA I MOSTRI


 Il nuovo clima culturale 

e l’avanzata delle destre

 in Europa

 

-        


 -di Giuseppe Savagnone*

 È un dato di fatto – che può rallegrare o rattristare, ma sta sotto gli occhi di tutti – il sempre più evidente riemergere, in Europa e in Italia, di umori, idee, atteggiamenti, che, negli anni Venti e Ttrenta del secolo scorso, erano sfociati, in alcuni paesi, nell’affermazione di partiti di estrema destra e nella loro ascesa al potere.

Anche ora questo clima culturale ha delle evidenti ripercussioni a livello politico. L’esempio più inquietante è la travolgente avanzata, in Germania, di Alternative für Deutschland (AfD), una formazione che ormai è il secondo partito nazionale e che non cerca neppure di nascondere i punti di contatto col nazismo, tanto da essere stata perfino esclusa dal gruppo parlamentare europeo più estremista, quello dei Patrioti di Le Pen e Salvini.

Senza che per questo si sia fermata la sua corsa, come dimostra, il fatto che, nelle elezioni regionali dello scorso settembre, per la prima volta AfD abbia avuto la maggioranza in un Land, la Turingia, e si sia affermata come secondo partito in un altro, la Sassonia.

Ma non è l’unico caso. Ormai l’estrema destra è al governo in ben sette paesi dell’UE – oltre all’Italia, i Paesi Bassi, la Svezia, la Finlandia, la Croazia, la Slovacchia e l’Ungheria – , ha un ruolo decisivo in Francia, dove Ressemblement National, pur non essendo al governo, ha vinto le ultime elezioni politiche –  e anche nelle elezioni europee del 6-9 giugno ha confermato i suoi progressi.

Il risultato immediato è uno spostamento a destra dell’asse politico europeo, evidente già nel mutato atteggiamento verso il fenomeno migratorio da parte della presidente della Commissione europea, Ursula von del Leyen, confermato dall’andamento del Consiglio europeo del 17 ottobre scorso, dove la scelta del governo italiano di istituire degli “hub” in Albania per lo smistamento dei migranti, in vista del loro rimpatrio, ha suscitato ampio consenso.

Anche le forze politiche moderate devono aprire alle istanze nazionaliste e sovraniste della destra più estrema, nel duplice intento di “normalizzarla”, da un lato, e di sottrarle consensi, intercettando gli umori xenofobi di molti elettori.

Come dicevo all’inizio, questi sviluppi politici sono comunque il riflesso di un ritorno al clima culturale che, proprio cento anni fa, si è tradotto nella nascita di regimi totalitari in alcuni paesi europei.

Non è detto, naturalmente, che ciò accada anche oggi. Raramente la storia si ripete. Ma i fatti dicono che anche questa volta il passaggio dal livello della cultura a quello della politica è inevitabile e, anche se con modalità inedite, diverse da quelle del passato, si sta già verificando.

Ipnotizzata dall’aspetto più vistoso, che è quello politico, la grande maggioranza delle persone tende oggi a chiudere gli occhi su quello culturale che invece sta alla radice. Qui vorrei provare a introdurlo – senza alcuna pretesa di esaustività – in riferimento alla realtà italiana.

Il falso problema del ritorno del fascismo

A dire il vero, non si può dire che, nel nostro paese, siano mancate le grida di allarme. Esse, però, si sono concentrate sul pericolo di un possibile ritorno del fascismo. A lungo la battaglia è stata sulle parole.

Si sono esaminati al microscopio i discorsi dei leader della destra al governo, a cominciare da quelle della premier, per vedere se e quante volte veniva usato il termine “fascismo”. Si sono attese al varco le mancate esplicite condanne del famigerato ventennio nelle manifestazioni ufficiali.

Per scoprire, alla fine, che da un fenomeno storicamente situato nel passato si possono abbastanza facilmente prendere le distanze, senza per questo rinunziare all’ottica di fondo che lo ha ispirato, anche se declinandola in modalità diverse.

Perché è chiaro che, se oggi la “filosofia” del fascismo dovesse risorgere dalle ceneri della sua sconfitta storica, non sarebbe certamente nelle forme che essa ha assunto nella prima metà del Novecento.

E se oggi, in Italia, ci sono dei sintomi allarmanti di un deterioramento della vita democratica e della garanzia dei diritti umani, essi non si manifestano nella ripetizione materiale degli slogan e dei comportamenti che hanno caratterizzato il famigerato ventennio, ma in altri fenomeni, a prima vista assai meno allarmanti, ma che sono in realtà le nuove forme che lo stesso grande buio di allora oggi assume, prima di tutto nelle teste e nei cuori.

Se vogliamo evidenziarle e denunciarle, è perciò necessario chiamarle con dei nuovi nomi, invece di continuare a parlare di fascismo e antifascismo. Proviamo a dirne qualcuno.

 I primi due nomi del buio

 Smemoratezza

Il primo nome da dare a questo clima culturale è “smemoratezza” e riguarda la perdita della memoria. Perché una nuova forma di totalitarismo si imponga non sono necessarie forme vistose di violenza, peraltro impensabili nel nostro solido assetto costituzionale. Basta che la gente dimentichi quello che ha avuto sotto gli occhi qualche anno, se non addirittura qualche mese o qualche giorno prima.

Un piccolo esempio. Al processo Open Arms contro Salvini, l’avvocato Giulia Bongiorno (lei stessa senatrice della Lega) ha costruito tutta la sua arringa per dimostrare, come poi ha sintetizzato ai giornalisti a fine udienza, che «questo è un processo politico sotto un preciso punto di vista: poiché più volte è stato offerto a Open Arms la possibilità di una via di fuga, di fare scendere i migranti, e la ONG si è rifiutata; ci siamo chiesti perché e la risposta ci è stata data da Oscar Camps che, in un video, alla fine ha detto che erano felici, ma non per lo sbarco, ma perché era caduto il ministro Salvini. Quindi per loro era una battaglia contro Salvini».

Insomma, la vera posta in gioco non era la salvezza dei migranti ma la caduta del ministro, che alla fine si è verificata.

Gli italiani hanno ascoltato senza battere ciglio questa ricostruzione, ispirata chiaramente a quella logica del “complottismo” che è diventata ormai un leit motiv della destra.

Ma chi ha presente l’effettivo svolgersi dei fatti, dovrebbe ricordare che il ministro Salvini non affatto «caduto» – tanto meno fatto cadere – per la sua linea sui migranti, che anzi è stata alla base del vertiginoso aumento dei suoi consensi, ma si è improvvisamente dimesso, facendo cadere il primo governo Conte, con l’esplicito di sostituirlo con uno nuovo, da lui guidato, per cui già chiedeva agli italiani «pieni poteri».  

Giulia Bongiorno tutto questo, evidentemente, lo sa benissimo, ma contava sulla smemoratezza degli italiani, e ha avuto ragione, perché ben pochi hanno protestato contro questa palese falsificazione di un passato peraltro recentissimo.

 Indifferenza

Un secondo nome che oggi potrebbe definire l’attuale clima attuale è “indifferenza” – fino al disprezzo – nei confronti di chi è diverso. Sempre nel contesto della polemica sui migranti, il vice premier Salvini ha dichiarato: «I confini sono sacri, non si capisce perché, secondo qualche giudice, possono arrivare in Italia cani e porci».

Il pensiero va alle immagini drammatiche di tanti poveracci, uomini, donne, ma spesso anche bambini – distesi sulle nostre spiagge, senza vita, inclusi in questa sprezzante definizione.

Questa volta qualche reazione indignata c’è stata. Ma la maggioranza degli italiani non si è ribellata. Non lo ha fatto neppure quando, commentando l’uccisione di un ragazzo di 26 anni del Mali che aveva aggredito un poliziotto, il leader della Lega ha detto: «Con tutto il rispetto, non ci mancherà».

Anche stavolta ci sono state voci di protesta. Ma nessuno degli altri membri del governo ha manifestato disagio e dissenso, né da parte della stampa e del corpo elettorale di destra si sono chieste le dimissioni di una persona che, come vice-premier, rappresenta l’Italia. Anzi, si è avuta la sensazione di un tacito consenso. «Salvini ha detto solo ciò che pensano tutti», ha scritto Vittorio Feltri sul «Giornale».

Eppure, nell’art. 2 della nostra, Costituzione – proprio in reazione ai totalitarismi che, negli anni immediatamente precedenti, avevano schiacciato le persone – sta scritto: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Non si parla di “cittadino”, ma di “uomo”, di qualunque paese, di qualunque cultura, in qualunque situazione giuridica sia. Sono uomini e donne anche gli immigrati. E la morte di ognuno di loro, come quella di ogni italiano, ci diminuisce.

Potere

Un terzo nome da dare alla cultura che si sta facendo strada – sia essa o no collegabile al fascismo (ho già osservato che non è questo il problema) – è  “potere”, inteso come pretesa di disporre senza limiti, in nome del popolo, delle sorti della comunità civile. Anche nella nostra Costituzione si parla di “poteri”, ma l’uso stesso del plurale indica che nessuno di essi è assoluto, perché si limitano a vicenda.

Di questo stentano a rendersi conto sia il nostro governo, sia i suoi sostenitori, invocando a ogni pie’ sospinto l’investitura popolare ottenuta nelle ultime elezioni politiche. Polemizzando con la decisione del Tribunale di Roma sul caso Albania, il ministro della Giustizia Nordio ha dichiarato: «Se la magistratura esonda dai suoi poteri, come in questo caso (…) allora deve intervenire la politica perché la politica esprime la volontà popolare. Noi rispondiamo al popolo: se il popolo non è d’accordo con quello che facciamo andiamo a casa».

In una Repubblica parlamentare e fondata sulla divisione dei poteri, le elezioni non servono a designare il potere assoluto di un capo. Chiunque venga scelto per governare, deve farlo secondo certe regole e in certi limiti.

«Noi rispondiamo al popolo» è da sempre lo slogan di tutte le dittature che, pretendendo di incarnare la “volontà generale” di Rousseau, non ammettono questi limiti.

È dai tempi di Berlusconi che domina, in Italia, una diffusa tendenza della politica a considerare ogni intralcio alla propria azione un sabotaggio ai danni dell’Italia. Ma il governo non è l’Italia. Ed è per il bene comune degli italiani che è stata prevista la possibilità di un intervento, da parte degli altri due organi costituzionali, che ne contrasti le decisioni ed eventualmente le blocchi.

Qualcuno dovrebbe spiegarlo ai membri dell’attuale governo, ai giornalisti che scrivono sui quotidiani di destra, agli stessi italiani, che ascoltano senza battere ciglio affermazioni come quelle del ministro Nordio.

È questo sonno delle menti e dei cuori, non la mancata condanna esplicita del fascismo, il nostro problema, oggi. Perché da esso, come una volta ha detto Goya, possono nascere (e forse stanno già nascendo) dei mostri, diversi da quelli del passato, ma non meno spaventosi. È questa minaccia è più pericolosa di qualunque repressione esterna, perché è dentro di noi.

 

*Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo

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venerdì 6 settembre 2024

IL BIRILLO E LA BOCCIA

 



-di Giuseppe Savagnone

Una storia italiana

Da alcuni giorni l’attenzione dei giornali e dell’opinione pubblica sembra catturata da una vicenda che, a prima vista, sembrerebbe rientrare nel gossip più che nella politica e che tuttavia – anche solo per le dimensioni che ha assunto – non può essere semplicemente liquidata come insignificante.

 Mi riferisco al tormentone che ha visto coinvolto il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, e la sua vera o presunta collaboratrice Maria Rosaria Boccia (detta da qualcuno “la collaboratrice fantasma”).

 Di Sangiuliano conosciamo la carriera di giornalista, all’ombra di “santoni mediatici” della destra, come Vittorio Feltri, con cui è stato vicedirettore di «Libero», e Augusto Minzolini, che Sangiuliano ha affiancato come vicedirettore del TG1. Il 31 ottobre 2018 è stato nominato dal CDA della RAI nuovo direttore del TG2, ruolo che ha lasciato il 21 ottobre 2022 in seguito alla sua nomina a ministro.

 Più difficile è definire la figura della Boccia, dipinta da alcuni come un’avventuriera intrigante, da altri come una donna in carriera frustrata dalle scelte maschiliste del suo datore di lavoro, da altri ancora come una donna “sedotta e abbandonata” da un maschio potente, che l’aveva illusa tenendola alla sua corte per alcuni mesi a soli fini di sfruttamento sessuale.

 La sola cosa certa è che in questi ultimi giorni è scoppiata una durissima polemica a distanza tra Boccia, che sosteneva di aver avuto garantito un posto di collaboratrice del ministro, svolgendone già alcuni ruoli, e Sangiuliano, che all’inizio ha negato ogni rapporto di collaborazione, poi, davanti all’evidenza di fotografie e messaggi, in una lunga intervista al TG1 ha ammesso di avere avuto con la donna dei rapporti extraconiugali, pur ribadendo tra le lacrime, di non aver mai avuto intenzione di lasciare la moglie.

 Resta da chiarire in che misura la Boccia abbia avuto accesso a documenti se non segreti almeno riservati. Lei afferma di sì, il ministro lo nega recisamente. Una ricaduta di questa polemica ha toccato perfino il prossimo G7 della cultura, che dovrebbe svolgersi a Pompei nei prossimi giorni sotto la presidenza italiana e di cui qualcuno – dopo la notizia delle infiltrazioni nei programmi del convegno –,  ha ipotizzato lo spostamento a Napoli, per motivi di sicurezza.

 Ma l’aspetto forse più spinoso della vicenda è legato alla domanda se questa avventura extraconiugale si sia svolta a spese dei contribuenti – come dice la Boccia – oppure, come sostiene il ministro, sia stata interamente pagata con i suoi fondi personali.

 Secondo la donna, alberghi, ristoranti, biglietti d’aereo, sarebbero sempre stati pagati, per lui come per il suo partner, dal ministero. Invece Sangiuliano ha giurato alla premier e ha ripetuto pubblicamente di non aver mai impiegato un centesimo dei soldi dello Stato.

 Qualche giornale ha fatto notare che una possibile via di mezzo sarebbe ipotizzabile, dato il ruolo che hanno spesso – nell’organizzare convegni e manifestazioni varie, a cui il ministro era invitato – comitati e istituzioni locali, non direttamente qualificabili come “Stato”, ma finanziati da quest’ultimo per svolgere la loro funzione. Ma anche in questo caso le spese della Boccia, che l’accompagnava costantemente, sarebbero state comunque a carico dei cittadini italiani.

 Dal testo al contesto

Un testo acquista pieno significato se collocato nel suo contesto. E in questo caso il contesto è la ancor breve storia di questo governo.

 «Con noi è finita la Repubblica delle banane», ha ripetuto, la scorsa primavera, Giorgia Meloni, riprendendo un leitmotiv che aveva già caratterizzato la campagna elettorale della coalizione da lei guidata e che poi ha vinto le elezioni.

 Perché, a motivare la scelta di far cadere il precedente esecutivo, guidato da Mario Draghi, non erano state tanto motivazioni di ordine economico, quanto l’idea che l’Italia avesse perduto il prestigio che le competeva e la convinzione che il nuovo governo di destra avrebbe saputo restituirglielo.

 Oggi, per quanto riguarda l’economia, tra il governo e i suoi oppositori è in corso una battaglia delle cifre, in cui il primo rivendica, come ha detto qualche giorno fa la Meloni, «il più alto tasso di occupazione da quando Garibaldi ha unificato l’Italia», gli altri denunziano il rallentamento della crescita e i tagli a settori fondamentali, come la sanità. Ma, ribadisco, chiunque abbia ragione (probabilmente entrambi) non è su questo terreno che è stata invocata la sostituzione del governo Draghi.

 In effetti nessuno pensava che la nuova presidente del Consiglio, diplomata in un liceo linguistico di Roma, avesse più titoli del suo predecessore – già governatore della BCE ed economista universalmente stimato a livello internazionale – per gestire il grosso prestito che lo stesso Draghi aveva ottenuto dall’Unione Europea e su cui si fondava il nuovo PRNN.

La sua sostituzione veniva invocata in nome di un rilancio dell’immagine politica del nostro paese, che la linea sovranista di FdI, erede della tradizione statalista e nazionalista del fascismo, sembrava promettere.

 Almeno in questo gli italiani hanno creduto, dando la maggioranza relativa, nelle elezioni del 2022, a questo partito e alla sua leader. E su questa linea si sono moltiplicati gli entusiastici apprezzamenti dell’azione governativa. «Giorgia Meloni ha riportato in alto il prestigio dell’Italia «, ha dichiarato proprio Gennaro Sangiuliano, nel settembre del 2023. «Con il premier Meloni l’Italia riacquisisce quell’autorevolezza e quel prestigio che da troppi anni non aveva più», aveva detto nel luglio precedente Mauro Rotelli, deputato di Fratelli d’Italia e presidente della commissione Ambiente a Montecitorio.

 La prima ad essere convinta di questa missione è la stessa premier. «Noi stiamo facendo la storia, e dobbiamo esserne tutti consapevoli. E questo non prevede né pause né soste, ma tanto meno può consentire errori e passi falsi», ha detto pochi giorni fa parlando all’esecutivo di FdI.

Sangiuliano ha «riportato in alto» il prestigio dell’Italia?

A dire il vero, al tempo in cui si è cominciato il ritornello sullo scarso prestigio dell’Italia, Draghi era molto considerato da tutti i leader europei (e non solo), La stessa Meloni lo ha riconosciuto, anche con un moto di stizza in cui non ha mancato di lanciare una frecciata critica: «Ricordo la foto di Draghi sul treno con Macron e Scholz. Per alcuni la politica estera è farsi fare qualche fotografia, anche quando a casa non si portava niente».

 Negando poi, il giorno dopo, di aver voluto criticare il predecessore, ma sottolineando anche che «grazie al lavoro che stiamo facendo l’Italia ha guadagnato forza». Forse avrebbe potuto aggiungere che è stato grazie a Draghi che l’Italia ha avuto la fiducia dell’Europa e la possibilità di lanciare il PNRR: non erano solo fotografie…

 Altrettanto insostenibile è l’affermazione, simmetrica alla precedente, che il prestigio dell’Italia a livello internazionale col nuovo governo è aumentato. Basta vedere il trattamento che ha avuto la nostra premier all’indomani delle elezioni europee, quando, malgrado le sue furibonde proteste, è stata rigorosamente esclusa dalle trattative fra Germania e Francia, e l’isolamento in cui – per giudizio universale degli osservatori – si è venuta a trovare nel gioco di alleanze che ha portato all’elezione della nuova Commissione europea, per capire che anche i ruoli istituzionali che la UE presumibilmente attribuirà ai rappresentanti italiani saranno un riconoscimento del peso che l’Italia, come paese fondatore dell’UE, non può non avere, malgrado gli errori dei suoi rappresentanti politici del momento.

 Ma non è a questi aspetti di alta diplomazia che il caso Boccia ci richiama. Più banalmente, quello a cui ci troviamo davanti è il caso di un ministro della Cultura che ha gestito così male una sua “avventuretta” extraconiugale da ridursi a piangere in televisione davanti a milioni di spettatori e da meritarsi gli spietati sarcasmi dei commentari e degli uomini e donne della strada.

 Un acuto commentare dei fatti, il vignettista Giannelli, lo ha ritratto sulla prima pagina del «Corriere della Sera» come un grottesco birillo che, su una pista di bowling, si vede arrivare addosso, atterrito, una boccia destinata a travolgerlo. Mancanza di rispetto vero l’autorità governativa? Ma siamo in un tempo in cui l’autorità istituzionale deve farsi valere attraverso l’autorevolezza personale.

 Peraltro, le gaffe e le uscite a vuoto di Sangiuliano erano state già più volte oggetto di ironia. Come quando aveva affermato che Dante è «il fondatore del pensiero di destra in Italia», cadendo in un drammatico anacronismo (le categorie stesse di “destra e “sinistra” non hanno senso nella politica medievale); o che «Colombo voleva raggiungere le Indie circumnavigando la Terra sulla base delle teorie di Galileo Galilei», sottovalutando il fatto che la scoperta dell’America è avvenuta nel 1492, settanta anni prima della nascita di Galilei.

 Nemmeno la geografia, peraltro, sembra essere il forte del ministro: « Se pensiamo a Parigi, pensiamo agli Champs-Élysées e all’Arco del Trionfo, se pensiamo a Londra pensiamo a Times Square». Purtroppo, come molti sanno, Times Square si trova a New York.

 Per non parlare della sua partecipazione alla giuria del Premio Strega 2023, quando, in occasione della premine, dal palco ha detto: «Ho votato i libri, ora proverò a leggerli».

 Siamo sicuri che nella Repubblica delle banane il “ministro della Cultura “– sottolineo lo specifico ruolo istituzionale – sarebbe peggio di così?

 *Scrittore ed editorialista – Pastorale della Cultura – Diocesi di Palermo

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