domenica 16 aprile 2023

RAGAZZI FRAGILI

 «Pressioni e paura 

di non farcela

 Cosa c’è dietro 

ai ragazzi fragili»


Lo psicologo Castelnuovo (Cattolica): venute meno le occasioni di confronto, i social sono disfunzionali. Aiutiamo gli adolescenti a tornare nella vita reale, ripartendo da anima e corpo

 

- di FULVIO FULVI

 Giovani, fragili ed esposti alle continue pressioni di una società che li vuole “sempre sul pezzo”, in famiglia, a scuola, nello sport e persino quando navigano sul web. Col risultato che spesso la corda si spezza e compare il disagio psicologico sotto forma di rabbia, isolamento, rapporto anomalo col cibo, ansia da prestazione. E allora gli adolescenti che non reggono allo stress della “competizione a tutti i costi” cominciano a combinare guai, compiono atti di autolesionismo e qualcuno tra i più disperati prova anche a togliersi la vita. «Ma il disagio giovanile c’è sempre stato, si presenta quando il proprio corpo cambia e si comincia a rispondere personalmente alle vicende della vita » spiega Gianluca Castelnuovo, ordinario di Psicologia clinica all’Università Cattolica di Milano e direttore del servizio di Psicologia clinica dell’Istituto Auxologico italiano.

Ma è più difficile oggi per i giovani crescere?

Diventare adulti non è mai automatico, però i ragazzi ora devono fare i conti, psicologicamente, con l’onda lunga del Covid. Erano già fragili, si interrogavano su cosa fare da grandi, poi sono arrivati il lockdown e le altre restrizioni imposte dalla pandemia, e sono venuti a mancare i loro sfoghi. Questo ha pesato e pesa ancora. Alcuni non si sono mai ripresi, fanno fatica a casa e a scuola. Hanno perso le occasioni di confronto con i modelli tradizionali e ne hanno assunti altri attraverso la tecnologia. I social network però sono punti di riferimento disfunzionali.

Cosa accade? Come è che la Rete condiziona la loro vita?

Dando un’immagine esagerata del corpo, per esempio. I ragazzi sono stati privati della parte umana dei rapporti: prima i pregi e i difetti di una persona si notavano, adesso non più. È stata “tolta” ogni negatività con la conseguenza che la vita viene fatta percepire solo come una cosa felice, ma sappiamo che non è così. Insomma, i punti di riferimento non sono più ancorati al reale. Tutto questo, messo insieme, se non se ne colgono i segnali per tempo, può creare forti disagi e far entrare in crisi i più fragili. Esiste, quindi, un problema educativo.

Colpa dei genitori che non se ne accorgono?

No. Anche loro sono sballottati da diverse agenzie educative più potenti e influenti. Mamma e papà conoscono solo una minima parte della vita dei figli e non sempre riescono ad aiutarli e sostenerli, se i messaggi non arrivano. E quando arrivano spesso non sanno cosa fare. Ma non è giusto accusarli di superficialità o incapacità. Diciamo invece che mancano le strutture, che non esiste un welfare per i disagi psicologici o psichici dei minori: scarseggiano medici specializzati, posti letto, servizi.

E la scuola, che ruolo svolge in questo contesto?

Molto spesso i ragazzi la vivono come una valutazione di sè. Il voto viene dato alla persona più che alla bontà di una prova.

E, infatti, otto studenti su dieci ritengono che quello che viene insegnato a scuola non abbia alcuna attinenza con la vita quotidiana. La percepiscono come interrogazioni, compiti da fare, verifiche. Ma così si amplifica l’ansia. Invece la scuola sarebbe una ghiotta occasione per crescere.

Ci sono stati ultimamente diversi casi di suicidi di studenti universitari che avevano nascosto ai genitori, per vergogna, i loro fallimenti...

Perché hanno ritenuto che non aver superato un esame o non essersi laureati è per loro una sconfitta inaccettabile, una squalifica della propria persona. Sono stati abituati al perfezionismo. Si illudono che ottenendo un “risultato alto” la loro persona stia bene ma appena questo non si verifica, e può succedere, vanno in crisi.

Lo sport può aiutare a far maturare un adolescente?

Bisogna avere un approccio non patologizzante con lo sport: non deve portare a disturbi alimentari, a una dedizione totale alla rinuncia e al sacrificio, che alla fine sono penalizzanti. Così, per altro, ci si disaffeziona. Lo sport deve essere invece vissuto come una festa del corpo, affrontato con spirito giocoso, come un’occasione per divertirsi. E si deve accettare anche che ci sia qualcuno più bravo di noi, accettare l’idea che si può anche perdere e non cambia nulla di quello che siamo.

Nello sport agonistico però le pressioni psicologiche sono spesso troppo stringenti. Come nel caso delle “farfalle” della nazionale di ginnastica artistica... Che fare?

La logica dominante è: se non hai risultati eccellenti non meriti di stare lì. Ma se lo sport non è più un gioco ma un lavoro diventa pericoloso. E basta un infortunio, un incidente, un allenamento non corretto, o un cambiamento del corpo e la prestazione non è più la stessa. E così subentra il terrore di essere messi fiori dal gruppo.

Ci si può sottrarre a questa logica?

Certo. Io come psicologo clinico ho seguito una danzatrice 15enne che era sottoposta a forte tensione fino al punto di avere problemi muscolari e perdere l’armonia del proprio corpo che è diventato quindi un ostacolo. Ma è stata aiutata a concentrarsi e adesso sta ritrovando il piacere della danza. E durante i saggi è tornata a divertirsi, non è più assillata dall’idea che deve fare bene sempre e tutto, compromettendo così anche i risultati.

 

www.avvenire.it



 

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