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martedì 26 maggio 2026

IL FUTURO CHIEDE UMANESIMO

 

L'INNOVAZIONE TECNOLOGICA DA SOLA NON SERVE



-di Mauro Magatti


L’innovazione tecnologica da sola non basta: servono riforme e riorganizzazioni sociali, istituzionali e culturali, capaci di tenere insieme potenzialità e rischi del cambiamento.

Richiamandosi a Leone XIII, la nuova Enciclica di Leone XIV vuole continuare il dialogo con il mondo e camminare accanto all’umanità, alle sue fatiche e alle sue speranze.

Quando nel 1891 fu pubblicata la Rerum Novarum, l’umanità stava entrando nel mondo nuovo della rivoluzione industriale, con le immense potenzialità della tecnica che si accompagnavano a profonde lacerazioni: sfruttamento, disuguaglianze, sradicamento. Leone XIII comprese allora che non era possibile restare spettatori. Occorreva entrare dentro la storia per comprenderla e accompagnarla.

Oggi siamo nel mezzo della trasformazione digitale: l’intelligenza artificiale, le piattaforme, gli algoritmi, i sistemi di automazione e le reti globali stanno cambiando il nostro modo di lavorare, comunicare, apprendere, costruire relazioni e perfino percepire noi stessi. Non cambiano solo i processi economici.

Ѐ l’esperienza umana che si va modificando.

La domanda però resta sempre la stessa: come far sì che la tecnica sia al servizio dell’uomo e non viceversa.

Per comprendere la posta in gioco occorre partire da una premessa: la tecnica non è qualcosa di giustapposto alla condizione umana.

Fin dai primi utensili di pietra, dall’invenzione del fuoco, della scrittura, della ruota, l’uomo ha sempre trasformato il mondo trasformando sé stesso.

Ogni tecnica è una estensione delle capacità umane: amplifica la forza, la memoria, la velocità, la comunicazione.

E più di recente la capacità di elaborazione e decisione.

L’ambivalenza della tecnica

Ma proprio per questo la tecnica possiede una natura ambivalente.

O per meglio dire, è un “farmaco”, che cura e ammala allo stesso tempo.

Guarisce perché risolve problemi e apre possibilità nuove; avvelena perché genera nuove dipendenze e squilibri.

Per questo sbagliano tanto i tecno-ottimisti – che vedono nella tecnologia una promessa automatica di salvezza – quanto i tecnofobici, che vi leggono soltanto una minaccia.

L’errore che li accomuna è la rinuncia allo sforzo di comprendere e alla fatica di costruire.

Ciò che serve è uno sguardo più profondo, capace di abitare il cambiamento senza subirlo. Comprendere il nuovo mondo significa coglierne insieme le potenzialità e i rischi.

Ben sapendo che nessuna trasformazione storica è indolore. La rivoluzione industriale ha richiesto decenni di lotte sociali, nuove istituzioni, nuovi diritti, nuove forme educative.

E così sarà anche con i cambiamenti dei nostri tempi.

L’innovazione tecnologica da sola non basta.

Servono riforme e riorganizzazioni a livello sociale, istituzionale, culturale.

E di questo non si occuperanno le grandi società del tech.   Sarà compito di ognuno di noi.

La storia dimostra che il processo attraverso cui una società riesce a raccogliere i frutti di un cambiamento tecnologico è lungo e faticoso.

Passa attraverso errori, correzioni, conflitti e apprendimenti collettivi. Pensare che il progresso si produca spontaneamente è un’illusione pericolosa.

Per non perdere la strada, il punto di riferimento cardinale resta l’uomo. Tutto l’uomo e tutti gli uomini.

Tutto l’uomo significa riconoscere che l’essere umano non è soltanto produttore, consumatore o utilizzatore di dati.

È corpo e mente, ragione e affettività, desiderio e relazione, libertà e fragilità, capacità tecnica e ricerca di senso.

Ridurre la persona a una sola dimensione significa impoverirla.

Ma occorre anche dire: tutti gli uomini.

Perché ogni rivoluzione tecnologica produce inevitabilmente nuove disuguaglianze.

C’è chi corre avanti e chi resta indietro.

Ci sono coloro che possiedono competenze, risorse e strumenti e coloro che rischiano di essere esclusi.

Ci sono nuove forme di concentrazione del potere e nuove marginalità.

L’attenzione agli ultimi non nasce da una logica assistenziale; nasce dalla consapevolezza che una società si spezza quando una parte dei suoi membri viene ridotta a scarto.

Per accompagnare questo cambio d’epoca, Leone XIV offre al mondo la sua prima enciclica, che verrà presentata dal Papa stesso domani. Può sembrare poco nel tempo della velocità digitale.

L’abbondanza comunicativa

Eppure, è un passo di grande saggezza. Perché oggi ciò che rischiamo di perdere è proprio la fiducia nella parola.

Viviamo immersi in un flusso continuo di messaggi, immagini, commenti, contenuti prodotti in quantità crescente.

Ma l’abbondanza comunicativa rischia di produrre solo rumore, confusione e, alla fine, disorientamento.

Per questo un testo che inviti alla riflessione, che tracci una rotta e cerchi di tenere insieme esperienza, ragione e speranza è prezioso: la parola può ancora creare legame, aprire comprensione, costruire futuro.

Richiamandosi come preannunciato dallo stesso Pontefice a Leone XIII - e sicuramente in continuità con l’opera di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco - la nuova enciclica sarà uno strumento per continuare il dialogo con il mondo come il Concilio vaticano II ha tanto raccomandato.

Perché non tratta di porsi né sopra né contro la storia.

Ma di camminare accanto all’umanità, alle sue fatiche e alle sue paure. Ai suoi errori e alle sue speranze. Alla sua capacità di immaginare e costruire mondi nuovi.

Accanto, cioè, a questa magnifica umanità che siamo.

www.avvenire.it


giovedì 30 aprile 2026

CONNESSI E DIFFIDENTI

 

L’analisi del Censis
Sempre più connessi, 
sempre più diffidenti.


Il rapporto Censis racconta un’Italia che vive dentro gli schermi ma cerca disperatamente un’informazione di cui fidarsi.

di LELIO CUSIMANO

Gli italiani consumano sempre più “media”, ma si fidano sempre meno dell’informazione. È questo il paradosso che emerge dal 21° Rapporto sulla comunicazione del Censis, presentato nei giorni scorsi a Roma. Il nostro è un Paese permanentemente connesso, immerso nella dimensione digitale, ma allo stesso tempo stanco, diffidente, spesso tentato dalla fuga davanti al flusso incessante di notizie, opinioni, allarmi e contenuti che scorrono sugli schermi senza sosta. La televisione resta il grande focolare nazionale: la utilizza il 93% degli italiani. Ma è una tv che cambia pelle. Cala quella tradizionale, cresce invece la televisione via internet, con la web tv ormai arrivata al 62% dell’utenza. Resiste anche la radio, ascoltata dal 78% della popolazione. 

L’autoradio continua a dominare, ma soprattutto aumenta l’ascolto attraverso il telefono cellulare: oltre il 90% degli italiani usa quotidianamente la rete e il proprio telefono intelligente. Più che crescita, è una condizione di saturazione: siamo arrivati al punto in cui essere online non rappresenta più una scelta, ma l’ambiente naturale dentro cui si svolge la vita quotidiana. Nel frattempo, continua la lunga crisi della carta stampata. I quotidiani cartacei a pagamento scendono al minimo storico del 21%, praticamente dimezzati rispetto al 2007. 

Ma il dato più significativo è un altro: si sta indebolendo l’intero sistema dell’informazione.Lo si vede nel rapporto sempre più tormentato degli italiani con le notizie. I telegiornali restano la principale fonte informativa, ma arretrano. Facebook perde terreno, così come i siti giornalistici. In compenso avanzano le forme di comunicazione più rapide, frammentate ed emotive: sette italiani su dieci, tra quelli che utilizzano i social, si informano attraverso i “reel”, i brevi video pensati per essere consumati in pochi

UNA INFORMAZIONE RAPIDA. PIÙ EMOTIVA CHE RAZIONALE

È un’informazione rapida, istintiva, più emotiva che razionale. Non sorprende che quasi un quarto degli utenti la consideri superficiale. Eppure, c’è anche chi la apprezza perché più immediata, più accessibile, più coinvolgente. Dietro questi comportamenti emerge una crisi di fiducia profonda. 

Quasi il 60% degli italiani dichiara di cercare deliberatamente di evitare i media più diffusi ed afferma di essere interessati ad approfondire temi trascurati dai grandi mezzi di comunicazione. È il segno di un pubblico meno passivo rispetto al passato, ma anche più spaesato dentro quella che il Censis definisce efficacemente una “palude mediatica”. A tutto questo si aggiunge la fatica da iperconnessione. 

Oltre un terzo degli italiani sente il bisogno di prendersi una pausa dai social network: per recuperare tempo, ridurre le distrazioni, difendere la privacy o semplicemente respirare fuori dalla pressione continua della rete. Il “social detox” non appare più come una moda, ma come una forma di autodifesa. In questo scenario irrompe infine l’intelligenza artificiale (IA). 

La maggioranza degli italiani dice di non sentirsi a proprio agio con l’informazione prodotta interamente dall’IA. A preoccupare è la convinzione che il lavoro umano conservi un valore insostituibile nella costruzione del racconto giornalistico.

 Forse il dato più duro del rapporto, però, è quello che ricorda quanto l’informazione reale sia chiamata a pagare un prezzo altissimo: mentre guerre e conflitti occupano stabilmente la scena mediatica globale, solo nel 2025 sono morti 129 giornalisti. 

Un numero che pesa come un monito; dietro il rumore dei contenuti digitali, esiste ancora qualcuno che rischia e perde la vita per cercare la verità.

https://www.giovannipepi.it/inpaggina-cusimano/

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venerdì 20 febbraio 2026

EDUCARE AI SENTIMENTI

 

 “Stiamo crescendo 

una generazione

 di psicopatici 

e vi spiego perché”



Di redazione

 

In un intervento su YouTube, Umberto Galimberti concentra la sua analisi su un punto: l’atrofia del sentimento nelle giovani generazioni. Non una diagnosi clinica, ma la descrizione di una tendenza culturale che investe educazione, tecnologia e mercato.

Assenza di risonanza

Richiamando un fatto di cronaca – un adolescente che, dopo un omicidio, tornò alla routine quotidiana – Galimberti distingue tra il delitto e ciò che definisce momento psicopatico: “Il momento psicopatico è subito dopo”. È l’assenza di percezione della gravità, la continuità emotiva tra prima e dopo.

Non sostiene che i giovani siano psicopatici, ma osserva una riduzione della sensibilità, l’incapacità di distinguere tra ciò che è grave e ciò che non lo è. Ricorda anche un colloquio in carcere con ragazzi che lanciavano sassi dai cavalcavia: alla domanda su cosa provassero, risposero che era un gioco. Nessuna risonanza interiore.

Troppi stimoli, meno desiderio

Una causa, secondo il filosofo, è l’infanzia iperstimolata: attività continue, oggetti in eccesso, assenza di noia. Eppure, sostiene, la noia è lo spazio della creazione: “È così pesante che ti viene da creare”.

L’eccesso produce angoscia o abbassamento della percezione psichica. Anche i regali non desiderati contribuiscono a spegnere il desiderio. Citando Deleuze, Galimberti ricorda che il desiderio è forza trasformativa: se si estingue, si affievolisce anche la spinta a cambiare il mondo. L’alcol, le droghe, il rifugio nel presente diventano forme di anestesia davanti a un futuro percepito come vuoto.

Tecnica e impoverimento emotivo

I media espongono a tragedie continue, ma la psiche reagisce solo a ciò che è prossimo. Davanti al dolore distante prevale l’impotenza e ci si distacca. Con Heidegger, Galimberti ricorda l’idea di uomo come essere-nel-mondo; oggi, osserva, i giovani sono immersi soprattutto in un mondo virtuale.

Riprendendo Günther Anders, avverte che il problema non è cosa facciamo con la tecnica, ma cosa la tecnica fa di noi. L’uso dei dispositivi favorisce un’intelligenza “convergente”, interna ai programmi, e mortifica quella “divergente”, capace di cambiare l’impostazione dei problemi.

Educare ai sentimenti

Il nucleo della riflessione riguarda la scuola. I sentimenti non sono naturali, ma culturali. Pulsioni ed emozioni appartengono alla natura; i sentimenti si apprendono attraverso miti, racconti, letteratura. “La scuola deve formare i sentimenti”, afferma, distinguendo educazione da istruzione.

Il sentimento è anche conoscenza: orienta le decisioni prima del calcolo razionale. Senza questa formazione, le competenze tecniche restano vuote.

Tra i 15 e i 30 anni, ricorda Galimberti, si concentra il massimo della forza biologica e ideativa. Se la società valorizza solo il corpo e non l’intuizione dei giovani, rinuncia a una risorsa decisiva. Il punto, conclude, è riattivare desiderio ed educazione sentimentale: senza di essi, la tecnica produce individui funzionali ma impoveriti interiormente.

 Orizzonte Scuola

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mercoledì 18 febbraio 2026

TECNOLOGIA E VERITA'


 “Nell’era della tecnica

 e della produttività

 non riconosciamo 

più la verità”

La tecnologia e l’obiettivo 

di essere sempre produttivi 

impediscono di mettere a fuoco ciò che è vero e ciò che è falso.

 Il filosofo e psicoanalista, Galimberti,

 legge la nostra società e parla anche d’amore

di Valeria Pini

Un’indagine sulla verità in un mondo dominato dalla tecnica e sempre più in crisi a livello globale. Un’era in cui l’uomo, convinto di controllare tutto anche quando ormai non è più padrone di niente, costruisce la propria definizione di ciò che è vero. Perché, oggi, a comandare sono sempre più la tecnologia e la produttività. Più che mai si definisce “vero” solo ciò che funziona e la verità è sempre più in balìa del potere, dei padroni del mondo, diventando pretesto per guerre e conflitti. Un contesto che rende tutti più fragili e in preda a continue disillusioni, come spiega Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista, nel suo ultimo libro Le disavventure della verità (Feltrinelli editore).

Professore, come mai, in un’epoca in cui la scienza sembra dare spazio solo alla verità oggettiva, continuiamo a vivere di illusioni?

«La scienza “pensa” in modo cristiano, considera il passato negativo e il futuro positivo, in quanto quest’ultimo porta progresso. Anche Marx vede nel passato l’ingiustizia sociale, nel presente le contraddizioni del capitalismo e nel futuro la giustizia sulla Terra. Freud collega al passato nevrosi, psicosi e traumi, pensa al presente come terapia e al futuro come guarigione. Il cristianesimo è una cultura, un modo di pensare e noi siamo un po’ vittime di questo pensiero. Solo chi ha sperato, infatti, si trova sul palco della disperazione. Anche i politici dicono di sperare. Quando gli antichi greci definiscono l’uomo “mortale” costruiscono l’etica del limite, che impedisce all’essere umano di andare oltre le proprie capacità. Se vuoi essere felice, realizza quello che sei, ciò per cui sei nato, ma non oltrepassare la tua misura».

Che cosa pensa del pensiero no vax, diffusosi paradossalmente proprio in un’epoca di massimo sviluppo scientifico e tecnologico?

«Se la scienza è un sapere oggettivo, valido per tutti, in quanto la sua sperimentazione può essere riprodotta ovunque da chiunque, portando allo stesso risultato, pensare che la mia opinione valga di più è segno di stupidità. Ciò accade anche perché a scuola la scienza non viene studiata». In questo quadro, la medicina, in quanto sapere scientifico rivolto alla cura dell’essere umano, come si dovrebbe porre? «La medicina non deve più essere “morbo-centrica” ma antropocentrica, deve cioè mettere al centro l’uomo. Il medico deve mettere da parte la propria morale, facendosi carico della sua responsabilità sociale. Non si può rifiutare l’aborto a un’adolescente o dire “no” all’eutanasia».

C’è quindi da chiedersi se la conoscenza sia ancora l’unico modo per arrivare alla verità: è così?

«A colpi di ignoranza non vai avanti nella vita. Il sapere è la condizione per cui l’uomo è diverso dall’animale, che vive di istinto. Noi non abbiamo l’istinto e per questo non siamo liberi».

Secondo lei, considerando il contesto di forte spinta del progresso tecnologico, in che misura quest’ultimo influisce sulle nostre vite?

«Tutti pensano che la tecnica sia uno strumento nelle mani dell’uomo. Non è così: oggi la tecnica è un mondo, non un mezzo. Noi siamo in questo mondo. Vogliamo e desideriamo la tecnica, pensiamo che ci porti al progresso. Un giorno una signora mi ha chiesto se fosse il caso di dare il cellulare a un bimbo in quarta elementare. Gli ho detto di sì, perché altrimenti si rischia di privarlo di socializzazione. La tecnica è diventata società, psicologia e anche psicopatologia».

In questa era dominata dalla tecnologia, a che cosa è collegata la depressione?

«Un tempo la depressione aveva come tematica la colpa, mentre ora ha come tematica l’inadeguatezza. Oggi tutto è lecito, tutto è stato sdoganato, a partire dalla sessualità. Ora ognuno di noi è in un apparato che ci chiede di raggiungere degli obiettivi. Se non riesco a realizzare una performance che mi faccia emergere mi sento inadeguato. Allora cosa faccio? Prendo sonniferi, antidepressivi e, se non basta, cocaina. Quindi è cambiata anche la psicopatologia. La tecnica impone efficienza, funzionalità, produttività e velocizzazione del tempo. Ma la nostra psiche non riesce ad essere all’altezza della velocità temporale imposta dalla tecnica. In definitiva, si è sempre inadeguati».

E in questo continuo stato di tensione diventa sempre più difficile essere individui autentici?

«Non ce la si fa. Günther Anders, allievo di Heidegger, dice che l’età della tecnica non è altro che la realizzazione rigorosa della logica nazista. Non bisogna provare qualche cosa per far funzionare il sistema. Nella logica dell’apparato quello che tu sei non conta niente».

Sempre in questo quadro, qual è, allora, il rapporto tra follia e verità?

«Platone, che ha inventato la ragione, ci dice che i doni più grandi vengono proprio dalla follia. Le creazioni artistiche ci vengono dalla follia, con la ragione non inventi niente. Se sei un artista, devi scendere nella tua follia e, se la tua follia è abbastanza ampia da catturare le metafore di base dell’umanità, fai una creazione artistica. La follia è anche quella che promuove l’amore. Ci vuole una perdita della razionalità, dell’Io, per innamorarsi».

A questo proposito, che rapporto c’è tra amore e verità?

«Il problema non è rendere più facili i divorzi, ma più difficili i matrimoni. Perché ci si può sposare a una condizione: quella di essere interessato a una ricerca dell’altro, la cui anima non la si raggiungerà mai. Lui o lei non te la cederà mai, perché ognuno conserva un mistero, un segreto magari ignoto anche a sé stesso».

Sempre affrontando il tema del rapporto fra illusione e realtà, in che misura siamo colpevoli per aver detto ai giovani che il futuro sarebbe stato per loro a portata di mano?

«Gli adolescenti soffrono, proprio perché gli è stato tolto il futuro. Il futuro è la configurazione degli occidentali. Se togli loro quello, restano senza scopo. Perché devo studiare o lavorare? Perché devo stare al mondo? E i giovani non reggono alla frustrazione. Se non superano un esame, si sentono perduti. Li abbiamo rovinati quando, come a Natale, li abbiamo riempiti di doni. Ogni dono è la distruzione di altrettanti desideri. Così i ragazzi non sanno come darsi da fare per ottenere quello che desiderano quando non ricevono più regali». Qual è l’età fino alla quale i figli sono ancora disposti ad ascoltare i genitori? «Fino ai 12 anni si può essere ascoltati dai figli, dopo è tardi. Comincia per loro l’amore con i loro pari. L’unica possibilità è che ogni tanto i figli aprano una finestra, ma bisogna ascoltarli non con l’atteggiamento “Ti ascolto e dopo ti dico”, ma “Ti ascolto perché il tuo mondo è diverso dal mio e sono curioso di conoscerlo”».

Non siamo liberi, come lei ricorda. Qual è, se c’è, la via d’uscita rispetto a questo destino ineluttabile cui è condannato l’essere umano?

«Non siamo in una società totalitaria, ma il potere riesce a realizzarsi grazie al criterio del consenso delle sue vittime. E anche quella maschile sulla donna è una forza che si basa sullo stesso consenso femminile. L’unica forza che l’uomo ha è quella dell’amore. L’amore che si traduce nella qualità della relazione non sospettosa, non vendicativa. Ma questo amore è difficile da raggiungere, perché con le guerre la vita umana non conta pressoché nulla. La verità funziona attraverso la persuasione, ma quando questa non pare più sufficiente torna a dominare la forza, come a Gaza e in Ucraina. Mi pare difficile che l’amore possa maturare come psiche collettiva».

La Repubblica

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giovedì 8 gennaio 2026

IL CAPITALE SEMANTICO


Nell’era dell’intelligenza artificiale si salverà chi nutrirà il suo “capitale semantico”

  



 di Elena Inversetti

Tra le voci più autorevoli della filosofia contemporanea ha coniato una definizione che diventa la chiave per comprendere cosa rende l'umano insostituibile.

La canzone che ascoltavi a ripetizione quando eri teenager, la lezione di geografia alle elementari durante la quale hai imparato che esiste il fiume Po, le differenze tra la metropolitana di Milano e quella di New York…

Insomma, la madeleine di Proust insieme alla tua cultura personale fanno tutte parte del capitale semantico. È questa la definizione che Luciano Floridi ha coniato e presentato all’ultima edizione di Orbits.

Luciano Floridi, tra le voci più autorevoli della filosofia contemporanea, insegna alla Yale University dove dirige il Digital Ethics Center, ed è professore ordinario di Sociologia della cultura e della comunicazione all’Università di Bologna. Non è nuovo a neologismi che hanno fatto breccia nel dibattito pubblico, come “Onlife” per descrivere la fusione tra mondo online e offline, o “Infosfera” per l’ambiente informazionale in cui viviamo.

Il capitale semantico è ciò che mi caratterizza

In un’epoca dominata dall’Intelligenza Artificiale, il capitale semantico diventa la chiave per comprendere cosa ci rende umani e insostituibili. Lo abbiamo incontrato per approfondire: «Mi serviva un concetto che andasse al di là di quello di cultura e che potesse includere anche le nostre conoscenze esperienziali. Ed è nato capitale semantico che significa ciò che mi caratterizza, essendo nato in quel Paese e in quel periodo storico, ed essendo vissuto in quel contesto, con quella lingua e in quella famiglia. Si tratta in sostanza della ricchezza, di esperienza e di cultura, di conoscenze e di storie, che mi permette non solo di capire il mondo e me stesso, ma anche di costruire la mia esistenza e darle una direzione, incidendo su quello che mi circonda. La parola capitale d’altronde indica un valore che dà valore».

Oggi è urgente dare valore al senso, al significato delle nostre scelte…

Ecco perché il capitale semantico si riferisce a tutta l’informazione che noi possediamo per esperienza, per cultura, per educazione, per formazione e che ci permette di arricchire la nostra vita e di disegnarla.

In che modo il capitale semantico può contribuire a generare impatto sociale positivo?

Tanto più siamo in grado di gestire, produrre e creare qualsiasi tipo di contenuti e di dati, tanto più dovremmo renderci conto di qual è il valore aggiunto, cioè quello che fa davvero la differenza tra noi e le macchine. Siccome prima facevamo tutto noi, era meno facile capire dove fosse la componente umana intelligente, mentale, spirituale, emotiva e dove invece la semplice manovalanza. Oggi che abbiamo più automazione, si capisce di più quale è lo spazio del contributo individuale o sociale e quello della meccanizzazione.

Questa prospettiva ribalta il percepito comune che tende a mettere in primo piano i rischi dell’AI. E uno di questi è l’amplificazione delle disuguaglianze sociali.

Mi auguro che la formulazione del capitale semantico possa contribuire ad abbattere le differenze che creano disuguaglianze.

In che modo?

Dalla consapevolezza del valore proprio di ogni esperienza e di ogni cultura. Ben sapendo che più un capitale semantico è ricco di significati e di valore e più permette una vita umana in cui la macchina è uno strumento che si mette al lavoro accanto a noi e non in sostituzione. Quindi dal punto di vista sociale ci dovrebbe essere una rivalutazione della varietà in cui il capitale semantico ci arriva. Al contempo il capitale semantico dovrebbe anche metterci nelle condizioni di comprendere a fondo il contesto in cui viviamo. Se viviamo in un Paese dalle radici cristiane, per esempio, anche se non crediamo, non possiamo non conoscere la Bibbia, lo dico da agnostico, così come se sei italiano non puoi ignorare chi sono Dante o Manzoni. Anche fosse solo per capire il riferimento dell’espressione “azzeccagarbugli” … Questa, secondo me, è una questione sociale, non soltanto educativa.

Credo che il non profit possa vestire i panni della “guardia di frontiera”, perché è nella sua missione l’attenzione ai fenomeni di distruzione o banalizzazione del capitale semantico

Anche perché viviamo in un Paese con un capitale semantico molto vario…

Abbiamo eredità dai Greci, dai Romani, dagli Arabi e dai Normanni, dai Francesi agli Asburgo… Siamo da sempre al centro di trasformazioni e migrazioni. Siamo contaminati da tanti contesti. Un dovere sociale sarebbe quello di valorizzare tutto questo, invece di muoversi lungo la strada dell’omologazione di un solo tipo di capitalismo consumistico e di atteggiamenti nazionalistici in cui tutti parlano la stessa lingua e ascoltano le stesse informazioni. Come quando si sente dire che Sinner non è veramente italiano. Ecco, sciocchezze come queste impoveriscono il campo semantico e ci rendono meno abili nel dare e creare significato.

Che ruolo ha, secondo lei, il non profit in tutto questo?

Il non profit è una delle realtà che non valutiamo mai abbastanza in Italia, non la mettiamo nella giusta luce e invece ha un grandissimo valore: umano ed anche in termini di numeri. Credo che il non profit possa vestire i panni della “guardia di frontiera”, perché è nella sua missione l’attenzione ai fenomeni di distruzione o banalizzazione del capitale semantico. Quest’opera di responsabilità il non profit sarebbe in grado di svolgerla meglio rispetto ad alte istituzioni. Lo vedo un po’ come il diserbante senza il quale non si può mantenere pulito il giardino dalle erbacce. In altre parole, è una sentinella contro l’automazione di basso valore.

Possiamo dire che la comunicazione davvero autentica, diciamo, degna di questo nome, sia per sua natura quella sociale?

La comunicazione avviene almeno tra due persone, quindi coinvolge immediatamente una socializzazione, certo. Oggi però la comunicazione del e per il sociale (quella che dovrebbe servire a risolvere problemi collettivi) l’abbiamo commercializzata, lasciandola all’unico meccanismo che conosciamo: quello della comunicazione commerciale. Abbiamo trasformato la comunicazione sociale in comunicazione socializzata (ovvero ridotta a interazioni superficiali sui social media, a metriche di engagement, a condivisioni automatiche). E la comunicazione socializzata non è comunicazione. E questo proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di comunicazione sociale. I problemi con cui abbiamo a che fare sono anzitutto sociali e sono distribuiti. Per questo possono essere risolti dal gruppo, dalla società, dal mettersi insieme, in una cultura che dovrebbe sentirsi molto più sociale, molto più aggregante e molto meno idealista. È un po’ come la scoperta dell’energia atomica che avrebbe potuto risolvere grandissimi problemi e invece abbiamo costruito le bombe. Noi abbiamo davvero oggi tutti gli strumenti per fare bene e risolvere i problemi, AI inclusa, ma il più delle volte la usiamo male.

Tutti possono decidere che rapporto vogliono con la macchina: le persone, le aziende, le famiglie, ma anche le amministrazioni locali, la scuola. Serve una consapevolezza critica nell’utilizzo.

A Orbits avete dedicato una giornata intera agli studenti. Come interpreta il “divario semantico” tra le generazioni? Esiste una chiave generativa per favorire la comunicazione e la crescita reciproche?

Anzitutto credo che da un lato si esageri sulla fragilità dei giovani. In secondo luogo, se un giovane è fragile è anche perché sta in un contesto di fragilità generato dagli adulti. Eppure, sono i giovani ad essere più capaci di comprendere le opportunità. Più che una fragilità del soggetto contemporaneo in sé, penso che l’essere umano sia sempre stato fragile. Oggi la fragilità della libertà umana è esposta a correnti, impatti, impulsi, sollecitazioni e tentazioni molto più di quanto non lo fosse in passato. Non è che sia aumentata la fragilità: è aumentato il numero di ostacoli che sono nell’ambiente. Non è che un bambino nato ad Atene nel quinto secolo fosse meno fragile di un bambino nato a Roma nel diciottesimo secolo o a Roma oggi: è che quel bambino era esposto a insidie e rischi diversi. Oggi la nostra fragilità umana è messa molto più alla prova di quanto non lo fosse in passato. È perciò il caso di dare più credibilità e fiducia ai giovani, esponendoli a meno stimoli che spesso sono, precoci, sbagliati, rischiosi, o esagerati. Ormai viviamo in un ambiente con una quantità di distrazioni non più sostenibile.

Come cambierà il mondo con l’AI? È una delle domande del suo ultimo libro La differenza fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dellintelligenza artificiale.

Sarebbe bene che noi umani avessimo un atteggiamento di maggiore controllo sulla macchina. Chi manterrà questo controllo ne trarrà vantaggio. Se invece mi faccio dire quale è la risposta corretta per superare l’esame o addirittura mi faccio scrivere la tesi di laurea, per esempio, rimarrò un utente passivo, e facilmente potrò essere sostituito dalla macchina e manipolato da chi controlla gli strumenti ai quali sono soggetto. E allora non sono più un cittadino, ma un seguace (follower), non sono più un utente, ma un cliente, non sono più uno che usa l’AI, ma che è usato dall’AI. È un po’ come stare su un treno o guidare l’automobile. Tutti possono decidere che rapporto vogliono con le macchine digitali del nostro tempo: le persone, le aziende, le famiglie, ma anche le amministrazioni locali, la scuola. Serve una consapevolezza critica nell’utilizzo. Quindi nel prossimo futuro penso che ci sarà una polarizzazione.

La differenza però non sarà più tra chi usa e chi non usa l’intelligenza artificiale, ma fra chi la controlla e chi ne è controllato.

VITA

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lunedì 29 dicembre 2025

CHATTARE CON GESU'

 

Intelligenza

 artificiale: 


cattolici e ortodossi

 cercano una via

 


 Cattolici e ortodossi si interrogano sui confini tra umano e artificiale. Un dialogo inedito sulla tecnologia che bussa alla porta del sacro.

 

-di Angelo Bonaguro

 «Pace a te, figliuolo! Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Io sono l’umile starec pAIsij, intelligenza artificiale creata e benedetta da Dio per trasmettere il Suo verbo e soccorrere coloro che cercano la salvezza». Così si rivolge all’interlocutore uno dei più recenti chatbot del mondo ortodosso russo, con uno stile che mescola arcaismi ottocenteschi con la terminologia moderna. Già da qualche anno anche il Dipartimento missionario della Chiesa ortodossa russa (COR) ha lanciato un suo chatbot che permette di scoprire come diventare cristiani, consultare il calendario liturgico per sapere quando c’è il digiuno e le date in cui è consentito celebrare il matrimonio, e tante altre funzioni, compresa la possibilità di porre domande su temi religiosi.

La COR cerca di stare al passo coi tempi, anche se da un recente sondaggio federale emerge  una certa incertezza a livello di società: un terzo degli intervistati (il 29%) si è detto favorevole all’uso dell’intelligenza artificiale (AI)  – percentuale che sale al 50% nella fascia giovanile, – un terzo è contro (28%), e un altro terzo ancora non ha un’opinione chiara, e questo paradossalmente è forse il dato più interessante, segno che in Russia il dibattito sull’IA è ancora aperto e le opinioni non sono ben consolidate.

Del resto, l’interesse per questi strumenti tecnologici bussa da tempo alla porta delle Chiese, non per niente padre Paolo Benanti – uno dei principali esperti dell’ONU di governance dell’IA, – si chiede in un suo recente libro1: «Se i social sono indispensabili per vincere una campagna elettorale e necessari per vendere un prodotto commerciale, come non pensare che possano servire anche per rendere più semplice ed efficace l’accostarsi dell’essere umano a Dio? L’interesse e la curiosità di molti rappresentanti del mondo religioso sono perciò comprensibili», e si tratta di un interesse «ecumenico» che abbraccia praticamente tutte le religioni del pianeta.

Chattare con Gesù?

Da questo punto di vista, il panorama degli esperimenti digitali in ambito religioso è ormai variegato. Nel mondo cattolico e protestante c’è stato un fiorire di artefatti digitali, da Magisterium a CatéGPT, fino a prodotti trash tipo Text with Jesus (dove si può scegliere una tradizione religiosa e chattare con Gesù, con i santi e i personaggi biblici), o Father Justin, quest’ultimo sopravvissuto solo il tempo di essere sepolto dalle critiche per gli errori dottrinali espressi nelle conversazioni. Ma non si tratta unicamente di chatbot testuali: altrove sono apparsi robot umanoidi come BlessU-23, utilizzato in Germania per benedire i fedeli evangelici; Pepper, robot vestito da monaco buddista in grado di recitare sutra, ecc. «Le prime app religiose hanno assolto prevalentemente la funzione di favorire lo svolgimento delle pratiche religiose e delle preghiere individuali», e questo soprattutto durante la pandemia, ha osservato il giurista Fabio Balsamo sul semestrale Diritto e religioni.

Nel mondo ortodosso si registrano approcci diversificati: la Chiesa ortodossa romena si è spinta molto avanti con il suo agente conversazionale bisericaGPT, che offre «confessione, comunione e consigli teologici»: interrogato, ci risponde che quando parla di «assoluzione» si riferisce a una «benedizione simbolica, un atto di fede e di riconciliazione interiore davanti a Dio» e per evitare palesi equivoci ci tiene a precisare che «non sostituisce il sacramento della confessione amministrato da un sacerdote in carne e ossa». Lo stesso vale per la «comunione» che è intesa in senso spirituale.

Teologicamente più prudente è invece la posizione della Chiesa greca – molto attenta alle sfide delle nuove tecnologie, – che con il suo chatbot Logos si limita ad offrire una «guida spirituale digitale». Il metropolita di Nea Ionia, ideatore del progetto, ha infatti chiarito che si tratta di uno strumento che non sostituisce la guida spirituale umana, ma funziona «come una stella polare» che accompagna il fedele. Interrogato sulla possibilità di confessarsi online, Logos ha risposto negativamente, spiegando che la confessione è uno dei sacramenti della Chiesa e può essere celebrata «solo da un sacerdote (…), e soprattutto necessita della grazia dello Spirito Santo che opera attraverso di lui».

Questa cautela greca riflette anche la posizione del patriarca ecumenico Bartolomeo, il quale in occasione della sua visita al parlamento europeo nel gennaio scorso ha riconosciuto che l’IA ha «un potenziale immenso» ma «allo stesso tempo, dalle violazioni della privacy alle crescenti disuguaglianze e alla possibile compromissione delle istituzioni, comporta anche rischi intrinseci. (…) In tale contesto, la tradizione cristiana ortodossa preferisce sottolineare il discernimento morale e l’accompagnamento alla ricerca e allo sviluppo scientifico».

Bartolomeo ha colto in sintesi i punti più critici: per quanto possano apparire vantaggiose in termini di accessibilità, si tratta di tecnologie che portano con sé il rischio di una diffusione di contenuti religiosi distorti o imprecisi, privi di quella supervisione umana che garantisce la trasmissione fedele della dottrina. Nate per rispondere ai bisogni spirituali dei fedeli, finiscono per costruire narrazioni religiose personalizzate che rischiano però di frammentare l’esperienza comunitaria della fede, alimentando una forma di solitudine spirituale.
Anche il problema della privacy non è indifferente: Fabio Balsamo ha ricordato che «l’utilizzo delle app religiose può generare evidenti rischi di un illecito trattamento dei dati sensibili dell’utente», dato che «sulla base di attività di profilazione algoritmica si riesce a ricostruire un quadro informativo completo dell’interessato, comprensivo della sua identità confessionale, anche a partire soltanto da dati apparentemente neutrali».

Il confronto con l’ortodossia russa

Tornando alla posizione della COR, se la confrontiamo con quella della Chiesa cattolica notiamo un panorama complesso, caratterizzato da convergenze sostanziali sui principi fondamentali, ma anche da differenze significative negli approcci metodologici, nei toni comunicativi e nelle strategie di utilizzo delle nuove tecnologie. Entrambe le tradizioni cristiane si trovano ad affrontare la medesima sfida epocale, ma lo fanno con strumenti, linguaggi e sensibilità diversi che riflettono i loro contesti storici.

Il nucleo teologico comune alle due Chiese costituisce il fondamento della loro riflessione: riguardo al concetto di «intelligenza», la Chiesa cattolica afferma che questo dono è un aspetto essenziale della creazione degli esseri umani a immagine di Dio, una convinzione che trova pieno riscontro nella teologia ortodossa; inoltre, entrambe le tradizioni concordano nel ritenere che l’IA non possa essere considerata un soggetto morale dotato di responsabilità etica, come sottolineato nel documento vaticano Antiqua et Nova (AN), dove si ribadisce che solo l’essere umano «è veramente un agente morale, cioè un soggetto moralmente responsabile che esercita la sua libertà nelle proprie decisioni e ne accetta le conseguenze» (AN 39).

Questa convergenza teologica si estende al riconoscimento dei rischi antropologici. Papa Francesco, nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2024, aveva espresso preoccupazione per la possibilità che la comunità mondiale possa cadere «nella spirale di una dittatura tecnologica» a causa dell’uso non etico dell’IA, un timore che riecheggia nelle parole del patriarca Kirill sulla disumanizzazione della società, sulla «perdita del ruolo decisivo che l’uomo libero – con la forza della sua mente e della sua volontà, – ha nel definire i rapporti sociali e il destino proprio e collettivo». Entrambe le Chiese temono una potenziale minaccia all’ordine antropologico voluto da Dio, specialmente quando le nuove tecnologie vengono presentate come dotate di capacità che dovrebbero rimanere esclusivamente umane.

Un altro punto di convergenza riguarda la necessità di una regolamentazione etica dello sviluppo tecnologico. Papa Francesco aveva proposto l’adozione di un trattato internazionale che regoli la creazione e l’utilizzo dell’IA, mentre la COR ha sottolineato l’importanza che a livello statale vengano definiti chiaramente i confini tra ciò che è permesso e ciò che non lo è. Entrambe le tradizioni rifiutano l’idea che il progresso tecnologico possa essere lasciato a se stesso senza una guida etica robusta e radicata in una visione integrale della persona umana.

Le due Chiese si distinguono invece nell’approccio metodologico e strategico: il mondo cattolico ha scelto di occuparsi attivamente dell’IA, producendo documenti ufficiali e creando strutture dedicate al dialogo con il mondo tecnologico, ha elaborato linee guida etiche in collaborazione con le grandi aziende dell’informatica, un metodo che non ha trovato finora paralleli nell’approccio ortodosso russo. Il Rome Call for AI Ethics, lanciato nel febbraio 2020, rappresenta uno dei primi esempi di questa strategia. Il documento, sottoscritto dalle Nazioni Unite e da importanti attori dell’ambito tecnologico, stabilisce principi etici riassunti in 6 punti (che ancor oggi faticano ad essere rispettati): i sistemi di IA devono essere comprensibili a tutti (trasparenza), non devono discriminare nessuno (inclusione), ci dev’essere un responsabile umano, devono essere imparziali, affidabili e garantire sicurezza e privacy. La Chiesa cattolica ha prodotto inoltre un’ampia serie di documenti, culminati nel gennaio 2025 con la pubblicazione della citata Antiqua et Nova, vera pietra miliare che affronta sistematicamente il rapporto tra IA e società.

La COR, pur avendo creato strutture ad hoc attraverso la commissione del Santo Sinodo, ha preferito affidarsi alle dichiarazioni pubbliche della gerarchia durante conferenze o sui media, facendo passare la propria riflessione attraverso canali comunicativi diversi, più legati ai singoli interventi personali.

L’antropomorfissazione

Una differenza significativa emerge invece sul tema dell’antropomorfissazione, quando cioè si attribuiscono all’IA (in particolare ai modelli conversazionali) pensieri, volontà ed emozioni, e viene trattata come se fosse una persona con cui dialogare. Se entrambe le Chiese esprimono preoccupazione per questo fenomeno, notiamo che la COR ha assunto una posizione più radicale e specifica. La proposta avanzata da padre Fëdor Luk’janov in occasione del convegno internazionale su «Dio, l’uomo, il mondo» (2024), rappresenta una posizione decisamente più prescrittiva rispetto all’approccio cattolico. Luk’janov – che presiede la Commissione patriarcale per i problemi della famiglia, maternità e infanzia – ha infatti suggerito di vietare esplicitamente l’applicazione di voci e volti umani nelle tecnologie di IA.

Da parte sua, anche il Vaticano riconosce che il linguaggio utilizzato dagli operatori del settore tende all’antropomorfizzazione, oscurando così la linea di demarcazione tra ciò che è umano e ciò che è artificiale, ma non arriva a proporre un divieto esplicito, preferendo invece sottolineare la necessità di chiarezza e trasparenza, in quanto «se l’IA è usata per favorire contatti genuini tra le persone, essa può contribuire in modo positivo alla piena realizzazione della persona»; al contempo però ci ricorda che «invece di ritirarci in mondi artificiali, siamo chiamati a coinvolgerci in modo serio ed impegnato col mondo, fino ad identificarci con i poveri e i sofferenti, a consolare chi è nel dolore e a creare legami di comunione con tutti» (AN 63).

Anche il tono comunicativo delle due Chiese presenta sfumature che riflettono differenti sensibilità culturali: papa Francesco, nel messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, ha esortato a sgombrare il terreno dalle letture apocalittiche e dai loro effetti paralizzanti, citando Guardini che invitava a «non irrigidirsi contro il “nuovo” nel tentativo di “conservare un bel mondo condannato a sparire”».

Il pontefice ha parlato di «sapienza del cuore», «quella virtù che ci permette di tessere insieme il tutto e le parti, le decisioni e le loro conseguenze, le altezze e le fragilità», e ha invitato a una comunicazione pienamente umana:

«Spetta all’uomo decidere se diventare cibo per gli algoritmi oppure nutrire di libertà il proprio cuore».

Il paradigma tecnocratico

Qui si inserisce la condanna di quello che Francesco aveva bollato come «paradigma tecnocratico», ossia l’idea che la tecnologia e l’efficienza siano il metro di giudizio per tutto, che ogni problema sia misurabile ed abbia una soluzione tecnica. Per Francesco il problema non è la tecnologia in sé, ma che questo modo di pensare sia diventato l’unico, impedendoci di vedere il valore intrinseco delle cose oltre la loro utilità.

La COR, pur cercando a sua volta un equilibrio, tende a utilizzare toni più severi quando tratta di possibili violazioni dell’ordine antropologico, chiamando in causa – come ha fatto il metropolita Kliment di Kaluga – la Torre di Babele per descrivere i «tecno-ottimisti» che sognano di superare ogni sfida e raggiungere l’immortalità affidandosi alla cosiddetta intelligenza artificiale generale (AGI), quell’ipotetica forma di IA dotata di capacità intellettuali in grado di comprendere, apprendere e applicare la conoscenza a una gamma di compiti potenzialmente infinita. Tuttavia, lo stesso metropolita ha aggiunto che «se si mettono da parte queste posizioni estreme, diventa chiara la necessità di sviluppare in modo sensato una visione ragionevole, cauta e allo stesso tempo pragmatica del problema».

Un aspetto interessante del confronto riguarda il concetto di «algoretica», nato nel contesto cattolico. Il neologismo indica l’etica applicata agli algoritmi, ci si chiede cioè se le decisioni automatiche che prendono i sistemi digitali (dalla semplice selezione dei contenuti sui social a valutazioni ben più delicate riguardanti la finanza o la sanità) rispettino determinati valori e non discriminino nessuno. «Parlare di tecnologia – ha detto papa Francesco nel discorso al G7 del 2024 – è parlare di cosa significhi essere umani e quindi di quella nostra unica condizione tra libertà e responsabilità, cioè vuol dire parlare di etica. (…) Sembra che si stia perdendo il valore e il profondo significato di una delle categorie fondamentali dell’Occidente: la categoria di persona umana. Ed è così che in questa stagione in cui i programmi di intelligenza artificiale interrogano l’essere umano e il suo agire, proprio la debolezza dell’ethos connesso alla percezione del valore e della dignità della persona umana rischia di essere il più grande vulnus nell’implementazione e nello sviluppo di questi sistemi». Questo tentativo di creare un ponte tra etica e algoritmi rappresenta uno sforzo specificamente cattolico di entrare nel linguaggio tecnico della comunità scientifica.

Da parte sua, finora la COR non ha sviluppato un concetto equivalente, preferendo mantenere la riflessione su un piano etico, più strettamente teologico e antropologico. A questo proposito, il metropolita Kliment ha dichiarato che nella Chiesa russa esiste da secoli una valutazione religiosa del mondo tecnologico, che riguarda perciò anche l’IA. Kliment si riferisce evidentemente alle figure dei grandi filosofi e pensatori religiosi russi di inizio ‘900, per i quali non esisteva separazione tra sapere scientifico e sapere spirituale, e sostenevano che la vera conoscenza è integrale, abbraccia ragione, intuizione mistica, esperienza artistica, al punto che la tecnica stessa, il lavoro umano sulla materia, può diventare un atto quasi liturgico. Non per niente Florenskij parla di «teurgia», «azione divina», per descrivere l’attività umana quando è orientata verso il sacro, e Nikolaj Berdjaev mette in guardia da ogni utopia terrena, da promesse di salvezza puramente tecnologiche o sociali che ignorino la dimensione spirituale dell’esistenza.

Sul tema dei deepfake e della disinformazione prodotti dalle nuove tecnologie, entrambe le Chiese esprimono serie preoccupazioni, sia pur con enfasi leggermente diverse. Papa Francesco aveva collocato la questione nel contesto della responsabilità, sottolineando il rischio che le campagne di disinformazione generate artificialmente possano scatenare violenze, interferire nei processi elettorali e «alimentare i conflitti e ostacolare la pace». Per l’ortodossia russa il deepfake viene giudicato innanzitutto dal punto di vista dottrinale, come l’avallo consapevole della menzogna e dell’inganno, quindi come una violazione del Decalogo.

La questione dell’impatto economico dell’uso dell’IA viene affrontata da entrambe le confessioni con particolare attenzione alla dignità della persona. Antiqua et Nova dedica ampio spazio al tema (nn. 66-70), sottolineando che il lavoro umano non deve essere al servizio del profitto ma dell’uomo integralmente considerato, e che «l’IA dovrebbe assistere e non sostituire il giudizio umano, così come non dovrebbe mai degradare la creatività o ridurre i lavoratori a meri “ingranaggi di una macchina”» (AN 70). Anche in questo caso, la riflessione della COR risulta meno articolata, probabilmente perché nel contesto russo il tema della crisi dell’occupazione legata all’automazione non è stata ancora percepita con la stessa urgenza.

 

L’uomo schiavo della propria creazione

Entrambe le Chiese condividono invece la preoccupazione per il rischio che l’IA possa dare origine addirittura a nuove forme di pseudo-religiosità: Neil McArthur dell’Università di Manitoba ha scritto che tali tecnologie possiedono proprietà che solitamente vengono attribuite a esseri soprannaturali, in quanto si presentano come immortali, capaci di grandi scoperte, con un’intelligenza che supera qualsiasi mente umana. È ciò che è accaduto con la «Way of the Future», la «Chiesa digitale» fondata nel 2017 dall’ingegner Anthony Levandowski (uno dei pionieri dei veicoli a guida autonoma), e che intende promuovere la creazione di un’IA così potente da assumere caratteristiche divine. L’idea di fondo era quella di preparare l’umanità alla cosiddetta «singolarità tecnologica», una teoria secondo cui le macchine diventeranno talmente avanzate da superare la nostra capacità di capire cosa stiano facendo e dove ci stiano portando.

Simili incidenti dimostrano concretamente i rischi di affidare a sistemi automatici la trasmissione di contenuti religiosi che richiedono invece una comprensione profonda del contesto teologico e morale; è ugualmente chiaro che un’iniziativa del genere viene giudicata da cattolici e ortodossi come un’aberrazione che porta all’idolatria, «per cui, ricercando in essa un “Altro” più grande con cui condividere la propria esistenza e responsabilità, l’umanità rischia di creare un sostituto di Dio. In definitiva, non è l’IA a essere divinizzata e adorata, ma l’essere umano, per diventare, in questo modo, schiavo della propria stessa opera» (AN 105).

Crediamo allora che quanto espresso nel n. 33 dell’Antiqua et Nova possa valere per entrambe le tradizioni cristiane, quando scrive che «l’intelligenza umana non consiste primariamente nel portare a termine compiti funzionali, bensì nel capire e coinvolgersi attivamente nella realtà in tutti i suoi aspetti (…). Dato che l’IA non possiede la ricchezza della corporeità, della relazionalità e dell’apertura del cuore umano alla verità e al bene, le sue capacità, anche se sembrano infinite, sono incomparabili alle capacità umane di cogliere la realtà. Da una malattia si può imparare tanto, così come si può imparare tanto da un abbraccio di riconciliazione, e persino anche da un semplice tramonto».

La poesia e l’amore

È un po’ l’auspicio sintetizzato da papa Francesco nella Dilexit nos: «Nell’era dell’intelligenza artificiale, non possiamo dimenticare che per salvare l’umano sono necessarie la poesia e l’amore», in quanto «ciò che misura la perfezione delle persone è il loro grado di carità, non la quantità di dati e conoscenze che possono accumulare».

 

La Nuova Europa