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mercoledì 1 aprile 2026

L'AUTORITA' DELL'ESPERIENZA

 Uno dei tratti peculiari del papato di Francesco e che più è rimasto impresso nella memoria delle persone, è certamente la modalità con cui egli ha esercitato l’autorità. 


- di Luciano Manicardi

 

In Francesco l’autorità non si è fondata tanto sulla “posizione” ricoperta, non si è esibita in titoli magniloquenti, non si è affermata con posture ieratiche, non si è imposta per lo sfarzo delle vesti e dei paramenti, non si è mostrata con linguaggio teologico raffinato e con esibizione di conoscenza, anzi, si è nutrita di semplicità umana, si è iscritta nel registro “popolare”, e si è espressa in modo testimoniale e narrativo. 

Con papa Francesco la modalità narrativa è uscita dagli spazi esegetici e teologici (per lo meno di quegli esegeti e di quei teologi attenti a questa dimensione) ed è diventata prassi, quotidianità di gesti e di parole, ha informato la stessa comunicazione magisteriale al livello più alto nella Chiesa cattolica, suscitando le reazioni sdegnate di chi ha lamentato la carente o scadente teologia di papa Francesco

Giustamente Pierangelo Sequeri ha detto di Francesco che “è un papa che parla in parabole”: egli ha comunicato con un moderno linguaggio parabolico in cui le storie della più ordinaria quotidianità, le osservazioni tratte dalla vita delle persone, le immagini forgiate dal vissuto, i ricordi autobiografici, hanno saputo narrare l’agire misericordioso di Dio. Esattamente come nelle parabole evangeliche, il “materiale ordinario” offerto dalla vita quotidiana è diventato, nella rivisitazione interiore e nella verbalizzazione che ne ha fatto papa Francesco, narrazione simbolica che unisce l’alto e il basso, scorge e indica l’Altro e l’Oltre nel qui e ora. 

Ha scritto GianfrancoRavasi a proposito della trattazione sull’omelia che papa Francesco ha inserito in EG 135-159: “Gesù non veleggia mai sopra la testa dei suoi ascoltatori, ma li cattura quasi partendo dal basso, dai piedi, proprio come deve accadere per il simbolo che è radicato nel concreto ma che trasfigura il contingente svelandone le potenzialità di rappresentazione del trascendente”. 

L’autorità di cui Francesco è stato portatore e che è stata percepita da credenti e da non-credenti, si fondava sull’esperienza. Era dunque percepita come autorevolezza personale ancor prima che come autorità derivante dal ruolo rivestito. E se l’autorevolezza consiste, tra l’altro, nell’essere in ciò che si dice al punto che dire è darsi, papa Francesco ha realizzato questa parola testimoniale, questa parola che è testimonianza. Si tratta di una parola aderente al reale, alla realtà del locutore, di papa Francesco, ma anche delle persone a cui si rivolgeva e che sapeva raggiungere e coinvolgere. 

Riflettendo sullo stile omiletico di papa FrancescoAntonio Spadaro ha scritto: “Il linguaggio delle omelie da Santa Marta è molto semplice, immediato, comprensibile da chiunque. Questa abilità viene a Francesco dalla sua vita a costante contatto con la gente”. Tanto la formazione gesuitica e la pedagogia di sant’Ignazio, che sempre muove dal contesto e dall’esperienza, quanto la sua personale esperienza pastorale lo hanno condotto ad accordare un ruolo centrale all’esperienza fino ad affermare che “la riflessione per noi deve sempre partire dall’esperienza”, essendo evidente per lui che “la realtà è superiore all’idea” (EG 233). 

Ancora Spadaro annota: “Sono i volti concreti delle persone incontrate che lo hanno, in un certo senso, convertito all’esperienza. Durante il suo lavoro a Buenos Aires, per esempio, ha maturato tantissimo l’importanza di questo contatto diretto con la gente. Non è una categoria intellettuale: è la stessa esperienza che lo muove a partire dall’esperienza”.

Munera Rivista Europea di Cultura

 

 

venerdì 27 marzo 2026

OUTDOOR EDUCATION

 

Outdoor education e cervello. 


Perché il corpo 

facilita l’apprendimento




 

Il mondo della vita è una riflessione filosofica che ha la forza di scardinare paradigmi consolidati. Tutto inizia dal corpo, dal suo essere situato, immerso in un contesto storico e culturale stratificato, abitato da simboli che diamo per scontati, da quelle “ovvietà” che, proprio perché familiari, finiscono per nascondere il loro significato più profondo. Eppure, sotto questa complessità, la vita conserva una semplicità originaria: è naturale come il respiro, essenziale come il battito, irripetibile e unica in ogni sua manifestazione.

Negli ultimi decenni le neuroscienze cognitive hanno progressivamente trasformato la nostra comprensione dei processi di apprendimento, mostrando con chiarezza che la mente non opera in modo disincarnato, isolata dal resto dell’organismo, ma è profondamente radicata nel corpo e nell’ambiente. Non apprendiamo soltanto “con la testa”, come una tradizione scolastica fortemente trasmissiva ci ha a lungo indotto a credere, bensì con l’intero organismo, attraverso un intreccio continuo tra percezione, movimento, emozione e relazione. Ogni gesto, ogni postura, ogni esperienza sensoriale contribuisce a modellare la rete neurale che sostiene il pensiero.

In questa prospettiva, l’outdoor education non può essere ridotta a metodologia alternativa o a semplice strategia motivazionale per rendere le lezioni più coinvolgenti. È, piuttosto, una proposta pedagogica che trova solide radici nelle evidenze neuroscientifiche contemporanee. Riportare l’apprendimento all’esterno, in contatto con la natura, significa restituire unità all’esperienza formativa, ricomporre quella frattura artificiale tra sapere e vita che per troppo tempo ha segnato la scuola.

Riconoscere che il corpo facilita l’apprendimento implica accettare che il cervello è un organo plastico, dinamico, estremamente sensibile agli stimoli ambientali e alla qualità delle esperienze vissute. L’ambiente naturale, lungi dall’essere uno scenario decorativo, si configura come un autentico mediatore cognitivo: attiva reti neurali complesse, stimola l’attenzione diffusa, favorisce la regolazione emotiva, sostiene processi di memorizzazione più stabili e significativi.

Imparare all’aria aperta non è dunque un ritorno romantico alla natura, ma un atto coerente con ciò che oggi sappiamo sul funzionamento del cervello. È il riconoscimento che il sapere nasce dall’incontro tra corpo e mondo, tra esperienza concreta e riflessione, e che ogni apprendimento autentico è, prima di tutto, un’esperienza vissuta.

Il corpo che pensa. Fondamenti neuroscientifici dell’apprendimento incarnato

La teoria dell’embodied cognition ha evidenziato come i processi cognitivi siano radicati nell’esperienza corporea e nella relazione con l’ambiente. Il pensiero non si sviluppa in una dimensione astratta e disincarnata, ma nasce dall’interazione concreta con il mondo, attraverso i sensi e il movimento. Ogni azione, ogni gesto, ogni esplorazione spaziale contribuisce a modellare le reti neurali che sostengono la comprensione e la memoria.

Quando uno studente osserva un fenomeno naturale, manipola materiali, misura distanze, orienta il proprio corpo nello spazio, non sta semplicemente eseguendo un compito operativo, ma sta attivando un sistema integrato che coinvolge corteccia sensoriale, aree motorie, ippocampo, corteccia prefrontale e sistemi emotivi. L’apprendimento diventa così un’esperienza globale, nella quale percezione e concettualizzazione si intrecciano in modo indissolubile.

La plasticità cerebrale rappresenta il presupposto biologico di questo processo. Le connessioni sinaptiche si rafforzano quando l’esperienza è ricca, multisensoriale e significativa. L’outdoor education, offrendo stimoli vari, imprevedibili e autentici, crea le condizioni ideali perché il cervello costruisca mappe neurali più articolate e resilienti, capaci di sostenere apprendimenti trasferibili anche in contesti differenti.

Il cervello in movimento. Neurobiologia dell’attività fisica e funzioni cognitive

Il movimento non è un elemento accessorio del processo educativo, ma una componente strutturale dello sviluppo cognitivo. Numerosi studi hanno dimostrato che l’attività fisica favorisce la produzione di fattori neurotrofici, in particolare del BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor – Fattore Neurotrofico Cerebrale) che è una proteina, appartenente alla famiglia delle neurotrofine, che sostiene la sopravvivenza dei neuroni e la formazione di nuove sinapsi. Camminare, esplorare un sentiero, svolgere attività di osservazione dinamica all’aperto non significa interrompere l’apprendimento, ma potenziarlo a livello biologico.

L’aumento dell’irrorazione sanguigna cerebrale e la maggiore ossigenazione dei tessuti nervosi migliorano le funzioni esecutive, la memoria di lavoro e la capacità di concentrazione. L’ippocampo, struttura cruciale per la memoria dichiarativa e per l’orientamento spaziale, trae particolare beneficio dalle esperienze ambientali complesse e dalla navigazione nello spazio reale. L’esperienza di orientarsi in un bosco o di organizzare un’attività cooperativa all’aperto attiva circuiti neurali che difficilmente verrebbero stimolati in un contesto statico e sedentario.

Il movimento, inoltre, produce un effetto regolativo sul piano emotivo. L’attività fisica contribuisce a modulare i livelli di cortisolo, riducendo lo stress e favorendo uno stato di attivazione ottimale. In tale condizione la corteccia prefrontale può esercitare in modo più efficace le sue funzioni di pianificazione, controllo inibitorio e flessibilità cognitiva, elementi essenziali per un apprendimento consapevole e riflessivo.

Emozione e memoria. L’esperienza che lascia traccia

Il cervello apprende in modo più duraturo quando l’esperienza è emotivamente significativa. L’outdoor education favorisce questo intreccio tra emozione e conoscenza, poiché propone situazioni autentiche, spesso caratterizzate da sorpresa, meraviglia e coinvolgimento personale. L’odore della terra dopo la pioggia, la percezione del vento sulla pelle, il suono degli elementi naturali diventano ancore sensoriali che rafforzano il consolidamento della memoria.

Dal punto di vista neurobiologico l’amigdala e l’ippocampo collaborano nel processo di consolidamento mnestico, soprattutto quando l’esperienza è carica di significato emotivo. Un concetto appreso in un contesto esperienziale ricco e coinvolgente viene codificato in modo più profondo rispetto a un’informazione ricevuta passivamente. Studiare fenomeni scientifici direttamente in ambiente naturale consente di integrare dimensione percettiva, riflessione teorica e risonanza emotiva, generando una memoria più stabile e accessibile.

Inoltre, l’emozione positiva associata all’apprendimento riduce l’attivazione difensiva dell’amigdala e favorisce un clima di sicurezza psicologica. Quando lo studente si sente parte di un’esperienza condivisa e significativa, il suo sistema nervoso si orienta verso l’esplorazione e non verso la difesa, rendendo più fluido il processo di acquisizione e rielaborazione delle conoscenze.

Attenzione rigenerativa e benessere cognitivo

Gli ambienti naturali favoriscono una forma di attenzione definita rigenerativa, caratterizzata da un coinvolgimento spontaneo e non forzato. In un contesto naturale la mente non è sottoposta a un sovraccarico di stimoli artificiali e frammentati, ma può concentrarsi in modo disteso su elementi che catturano l’interesse senza richiedere uno sforzo eccessivo.

La riduzione dei livelli di stress e la modulazione del sistema nervoso autonomo contribuiscono a ristabilire un equilibrio fisiologico che sostiene le funzioni cognitive superiori. La corteccia prefrontale, responsabile delle decisioni complesse e della riflessione metacognitiva, beneficia di questo stato di calma vigile, mostrando una maggiore efficienza nei compiti di problem solving e di pianificazione.

L’outdoor education, integrando momenti di osservazione silenziosa, attività cooperative e riflessione guidata, permette di alternare attivazione e recupero, favorendo un ritmo più armonico tra concentrazione e distensione. In tal modo, l’apprendimento non si configura come un processo forzato e faticoso, ma come un’esperienza sostenibile nel tempo.

Apprendere con tutto sé stessi. Dimensione relazionale e metacognitiva

L’apprendimento all’aperto non coinvolge soltanto la dimensione individuale, ma si sviluppa all’interno di una trama relazionale intensa. Le attività cooperative, la condivisione di compiti, la gestione dell’imprevisto favoriscono lo sviluppo di competenze socio emotive e metacognitive. Lo studente impara a osservare non solo l’ambiente, ma anche sé stesso mentre apprende, sviluppando consapevolezza dei propri processi cognitivi.

Il corpo diventa spazio di comunicazione, attraverso posture, gesti, sguardi e movimenti che costruiscono significato condiviso. In questo contesto il docente assume il ruolo di facilitatore e regista di esperienze, capace di guidare la riflessione e di trasformare l’esperienza concreta in sapere formalizzato. L’integrazione tra azione e pensiero favorisce un apprendimento profondo, nel quale teoria e pratica si alimentano reciprocamente.

L’outdoor education promuove inoltre un senso di appartenenza e di responsabilità verso l’ambiente, contribuendo alla formazione di una coscienza ecologica. La relazione diretta con la natura non rimane sul piano percettivo, ma si traduce in consapevolezza etica, rafforzando la dimensione valoriale dell’educazione.

Tuttoscuola


 

lunedì 20 ottobre 2025

LA SCUOLA CHE INSEGNA A PENSARE

RISVEGLIARE LA COSCIENZA CRITICA


 “L’educazione è un processo di vita, 

e non una preparazione alla vita futura.”

 J. Dewey 



La libertà di imparare


Ci sono date che meritano di essere ricordate non per le guerre vinte o per i troni conquistati, ma per le idee che hanno cambiato il destino dell’uomo. Il 20 ottobre 1859 nasceva John Dewey, filosofo e pedagogista statunitense, il cui pensiero avrebbe rivoluzionato per sempre il modo di intendere la scuola.

Per Dewey, educare non significava riempire la mente di nozioni, ma risvegliare la coscienza critica. Una scuola viva, capace di formare cittadini consapevoli, non sudditi obbedienti. Un luogo in cui imparare a osservare, a fare, a sbagliare, a discutere, a comprendere il mondo attraverso l’esperienza.

“L’educazione non è preparazione alla vita. È la vita stessa”, scriveva. In questa frase si condensa la sua visione: la scuola come laboratorio dell’esistenza, come spazio in cui allenare la mente e il cuore alla complessità della realtà.

 Il pensiero come esperienza

Dewey rifiutava l’idea di un sapere astratto e sterile. Vedeva nel pensiero una forma di azione, un processo dinamico e trasformativo. Non un “sapere per sapere”, ma un pensare per comprendere e per vivere meglio.

Nella sua concezione, l’insegnante non è un’autorità che impone, ma una guida che accompagna. La conoscenza non cala dall’alto, nasce dal dialogo e dalla cooperazione. Ogni bambino porta con sé un mondo da scoprire e da valorizzare.

Il suo sogno era semplice e radicale: una società capace di pensare insieme. Una democrazia viva, costruita ogni giorno dentro e fuori dalle aule.

 Intervista immaginaria a John Dewey

Abbiamo immaginato di poterlo incontrare oggi, in una scuola di periferia, tra tablet, lavagne digitali e ragazzi che vivono con un piede nel reale e uno nel virtuale.


Dottor Dewey, cosa direbbe ai ragazzi di oggi che faticano a trovare un senso nella scuola?

Direi loro di non cercarlo nei voti o nei giudizi, ma nelle domande che li abitano. La scuola non serve a dare risposte, ma a imparare a formulare domande vere. È il dubbio, non la certezza, che ci fa crescere.

 E agli insegnanti, spesso disillusi e stanchi?

Ricordate che siete custodi di possibilità. L’insegnamento non è un mestiere, è una forma d’arte: la capacità di trasformare la curiosità in conoscenza, e la conoscenza in libertà.

 Cosa pensa della tecnologia in classe?

Ogni strumento può essere utile, se è al servizio dell’esperienza e non della distrazione. Non temete la tecnologia, ma chiedetevi sempre: ci sta aiutando a comprendere la vita o ci sta solo intrattenendo?

 C’è ancora speranza per l’educazione nel mondo di oggi?

La speranza nasce ogni volta che un insegnante ascolta un bambino. Ogni volta che qualcuno impara a pensare con la propria testa. La scuola non deve cambiare il mondo, deve insegnarci a non subirlo.

 La lezione dimenticata

 Nel tempo della velocità e dell’informazione, il pensiero di Dewey torna come un promemoria silenzioso: la scuola non è una fabbrica di risultati, ma un luogo di crescita interiore e collettiva.

Forse è tempo di tornare a una pedagogia del sentire, dove ogni lezione diventa occasione di scoperta, e ogni errore un passo verso la comprensione. Una scuola che non si limiti a insegnare cosa pensare, ma insegni come pensare.

 Citazione d’autore

“L’educazione è un processo di vita, e non una preparazione alla vita futura.”

John Dewey

Consiglio consapevole

La prossima volta che osservi un bambino che fa una domanda, non rispondere subito. Lascia che la sua curiosità respiri, che il pensiero cresca da solo. È in quel momento che nasce l’intelligenza autentica: quando impariamo a pensare con libertà e meraviglia.

 Blog UAM

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giovedì 18 luglio 2024

SAPER AFFASCINARE


Intervista a Umberto Galimberti

a cura di Alex Corlazzoli

 Filosofo, psicologo, giornalista, ma soprattutto maestro di vita. Umberto Galimberti resta una delle voci più ascoltate di questi decenni. Ogni volta che parla in pubblico la piazza si riempie di gente per ascoltarlo. Il suo libro, La parola ai giovani (Feltrinelli), l’ha dedicato a una generazione lontana dalla sua e che deve confrontarsi con le problematiche complesse dell’oggi.

 Uno dei suggerimenti che lei offre agli insegnanti è di non guardare solo ai risultati scolastici, ma anche di prestare attenzione a ciò che dicono i bambini e i ragazzi in classe...

«L’insegnante deve insegnare. Per farlo serve una capacità empatica e comunicativa, la fascinazione. Se non apri il cuore, non apri nemmeno la testa delle persone. Gli insegnanti dovrebbero essere sottoposti a un test di personalità che valuti queste cose. Se uno non sa affascinare è meglio che cambi lavoro».

 Ascoltando le sue parole viene in mente il cantautore Giorgio Gaber e la canzone Non insegnate ai bambini. Lei ci ricorda che i ragazzi, dicono agli adulti, agli insegnanti: “Non proponeteci la vostra esperienza, perché l’unica utile è quella che ciascuno fa da sé”. Eppure, l’esperienza è il bagaglio di ogni maestro...

«L’esperienza degli altri non serve a nulla, ma è utile quella che faccio io. Il mondo degli adulti è diverso da quello dei ragazzi di oggi, che vivono nel web. La distanza è abissale. Vanno ascoltati, bisogna capire il loro mondo. Noi non comprendiamo il loro linguaggio, la ragione per cui devono continuamente essere connessi e il bisogno che c’è dietro questa loro necessità. Inutile che ci rifacciamo alle nostre esperienze quando queste cose non c’erano».

 La scuola può essere ancora un luogo di relazione?

«Deve esserlo. Ma va tenuta aperta fino a mezzanotte, in modo che oltre alle lezioni mattutine i ragazzi possano trovarsi a scuola il pomeriggio, la sera, a fare teatro, musica, a fare l’amore. In un contesto dove mancano luoghi di socializzazione che non siano la strada o il bar, la scuola è un’opportunità».

 Lei ce l’ha con il web, con il personal computer?

«No. Semplicemente mi rendo conto che il pc produce degli effetti su di noi. I mezzi tecnici non hanno un’influenza solo nell’ambito specifico. Se non ho il telefonino, vengo escluso socialmente. Se una madre mi dovesse chiedere se mettere o meno lo smartphone nelle mani di un bambino che frequenta la scuola primaria risponderei di darglielo, perché altrimenti verrebbe escluso. La gente non capisce che i mezzi tecnici invadono la totalità del sociale, del relazionale. La tecnica è soggetta del mondo e l’uomo diventa un funzionario degli apparati tecnici: questa è la verità!».

 La scuola è schiava della tecnica o può ancora salvarsi e in che modo?

«La scuola prima non educava perché aveva professori che non avevano le caratteristiche di cui le parlavo. Oggi non educa perché ha classi con 35 persone quando al massimo ne dovresti avere 12-15. Educare vuol dire condurre qualcuno all’evoluzione, dall’impulso all’emozione, dall’emozione al sentimento. Un ragazzo che ha sentimento non brucia un migrante che dorme su una panchina, non picchia un disabile. Se queste cose accadono è perché la scuola non ha educato. Per educare bisogna avere a che fare con la soggettività degli studenti, che oggi è messa fuori gioco. Se è vero che al posto dei temi si fa la comprensione del testo scritto, si è spostata la valutazione dalla soggettività alla prestazione. A questo punto è chiaro che anche la scuola è serva del modello tecnico. I ragazzi non contano più come soggetti ma solo nelle loro prestazioni».

 Lei se la prende anche con il misurare scientificamente quanto si insegna e quanto si apprende e con le prove oggettive. Molti insegnanti le direbbero che servono per migliorare il modo d’insegnare, per verificare il lavoro del docente, per procedere in maniera collegiale...

«Sono quelli che lavorano di meno a sostenere questa tesi. È più facile correggere una comprensione del testo scritto che un tema. La realtà è che siamo passati da una scuola umanistica a un’educazione anglosassone, perdendo un’infinità di valori della prima. La scuola anglosassone è empirismo, pragmatismo, valutazione oggettiva».

 Se in questo momento potesse rivolgersi a tutti gli insegnanti, che cosa direbbe loro?

«Direi loro che non tutti possono insegnare. Uno che è alto un metro e cinquanta non può fare il corazziere, così se uno non sa affascinare, comunicare, non può fare il maestro, il professore. Lo dice Platone: si impara per imitazione. Io aggiungerei anche per plagio. Preferisco un docente che plagia i ragazzi che uno che li demotiva. Direi loro che il ruolo va abolito. Se uno non funziona lo sanno tutti ma non si può far nulla, perché è di ruolo. Che cos’è questa parola? Nessuno è di ruolo nella vita. Se un docente non è all’altezza va messo fuori gioco. Perché se si licenziano operai là dove si producono oggetti non lo si fa dove si formano le persone?».

 Se avesse vent’anni, sceglierebbe di iscriversi a un corso universitario per poi fare il maestro?

«Le maestre e i maestri della primaria sono i migliori di tutti gli ordini d’insegnamento. Sono gli unici che non si occupano soltanto dell’apprendimento ma anche dell’educazione emotiva dei bambini; sono quelli che individuano la loro capacità di socializzare; le uniche persone che sono capaci di entrare in relazione in termini affettivi; sono quelli che puliscono il sedere ai bambini quando serve».

 Non eviti la domanda. Farebbe il maestro?

«Se non l’ho fatto è perché non mi sono ritenuto idoneo a quel compito. Ognuno deve conoscere se stesso e in base alle sue virtù deve fare quello che è capace di fare. Se non l’ho fatto a 20 anni è perché non era nelle mie corde, ma per i maestri ho una grande ammirazione.

Alzogliocchiversoilcielo

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mercoledì 17 luglio 2024

COSE MERAVIGLIOSE

 Vedremo cose meravigliose

 Un libro sulla passione dell'educare

Riflessioni controcorrente

 sull'educare oggi


Far crescere nella libertà è la funzione principale dell'educazione e dovrebbe essere l'obiettivo della famiglia e della scuola.

Oggi però l'educazione è in crisi e al più si confonde con l'informazione, l'istruzione, l'apprendimento.

Nel libro di Johnny Dotti e Mario Aldegani le suggestioni che possono ispirare genitori e insegnanti al cambiamento in nome della fiducia nei giovani e della speranza.

"E vedremo cose meravigliose" è il titolo promettente del libro scritto a quattro mani e pubblicato dall'editrice Paoline, in cui Johnny Dotti e Mario Aldegani propongono idee, esperienze e provocazioni per riportare l’educazione alla sua funzione principale: far crescere nella libertà. Il primo autore è pedagogista e docente di Scienze politiche alla facoltà di Sociologia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, il secondo è un sacerdote della Congregazione dei Giuseppini del Murialdo, insegnante ed educatore.

Insieme hanno dato vita nel 2012 alla onlus Fondazione Talenti.

L'educazione non è sinonimo di formazione e apprendimento

Il testo che porta come sottotitolo "Riflessioni controcorrente sull’educare oggi" parte da un presupposto dichiarato: l’educazione è in crisi e lo è perché la crescita s’identifica per lo più con lo sviluppo tecno-scientifico e il sapere si confonde con la specializzazione.

“Oggi – leggiamo nell’introduzione - nell’educazione lo smarrimento è totale.

Pare di essere di fronte a un’impossibilità vera e propria, e ciò produce due reazioni: da una parte, una sorta di indifferenza e di fatalismo e, dall’altra, un pessimismo inconsolabile che sbocca nella conclusione che tutto è inutile".

A dispetto di un contesto difficile, strade per riportare l’educazione alla sua funzione principale - che è mettere al centro il mistero della persona -, secondo gli autori ce ne sono ancora.

Le idee, le esperienze e le provocazioni presentate in queste pagine si sviluppano attraverso dieci azioni espresse con verbi all’infinito e vogliono essere un invito a domandarsi quali suggestioni di trasformazione concreta essi possano offrire.

Johnny Dotti: la scuola oggi è lontana dall'educare

Quello che i due autori ci vogliono mostrare è che "se sapremo perseverare nello stupore e nella fiducia, vedremo cose meravigliose".

Ai media vaticani, il professor Johnny Dotti approfondisce l'essenza dell'educazione e invita a guardare con fiducia i giovani che chiedono a genitori e insegnanti di essere ascoltati e accompagnati, ma anche "lasciati andare" per poter crescere nella libertà e nella responsabilità, per diventare "autori della propria vita":

Don Milani e “andavamo a scuola a piedi”: al primo, sacerdote, insegnante, educatore e molto altro è dedicato il libro; la seconda frase ricorda tutto un insieme di comportamenti e di valori che sono molto cambiati.

Nell’introduzione si legge però che l’intento non è ricordare il passato.

Ci spiega che cosa significa per voi autori questi due riferimenti?

Sono un riferimento entrambi non solo di gratitudine intellettuale, ma di significato dell'educare.

Il primo, don Milani, credo che simboleggi bene cosa sia l'educare, cioè il custodire il mistero del figlio dentro di sé nel portarlo al mondo.

Io sintetizzo sempre così l'educare: non è formare, addestrare, istruire, nemmeno apprendere, tantomeno informare.

È esattamente questa attitudine interiore a portare dentro di sé l'altro che si intuisce sia proprio figlio.

Don Milani secondo me rappresenta bene questo educatore per vocazione, che è quello che manca oggi. L'espressione "andare a scuola a piedi" è in qualche modo il recupero dell'educare integrale, che non è solo legata all'intelletto ma è un'esperienza del corpo.

L'educare ha a che fare col desiderio e studiare ha a che fare col desiderare, non soltanto con un'applicazione mnemonica rispetto ai testi, e "andare a scuola a piedi" rappresenta esattamente questo desiderio dello studiare attraverso il corpo.

Educazione e libertà sono, secondo la tesi del libro, realtà strettamente connesse.

Ma voi dite che oggi questo legame non funziona, che la scuola, ad esempio, non aiuta nel metterle insieme.

“La scuola - si legge - è l'istituzione più lontana dell'educazione" e quindi probabilmente dal rendere i ragazzi liberi.

Perché?

Perché oggi vale ciò che funziona tanto è vero che la libertà oggi in Occidente viene interpretata come libertà di scegliere tra tante cose, mentre la libertà è legata all'educare e, appunto, è l'accompagnare al venire al mondo ciò che siamo, ciò che siamo chiamati ad essere.

È rendersi conto della mancanza d'essere che siamo e aiutare via via a compiere la nostra vocazione nel mondo.

Questa è la libertà.

È evidente che questo ha bisogno di appoggiarsi sul valore del senso della vita non sul funzionamento.

Se si ha in mente il funzionamento, si ha in mente l'intelligenza computazionale, la specializzazione, l'istruzione, si hanno in mente altre cose non questo.

"La nostra personale speranza è che questo libro possa contribuire a riaccendere l'entusiasmo, la ricerca, l'orgoglio, la passione di educare", voi scrivete, ma come è possibile riaccendere la passione dell'educare?

Io credo che se qualcuno dà ancora qualche peso alla speranza, di cui siamo tutti orfani, l'educazione riprenderà spazio, perché educare e sperare sono sostanzialmente la stessa cosa.

L'educazione non è nient'altro che la pedagogia della speranza, cioè l'immaginare che attraverso di me qualcun altro possa essere accompagnato a venire al mondo.

Entriamo un po' nel contenuto del libro che offre riflessioni su dieci azioni che forse potrebbero aiutare nell'impegno educativo.

La prima è ascoltare, poi benedire, custodire, condividere, generare, lasciar andare, pensare, raccontare, emancipare e imparare.

Quale di queste azioni manca di più oggi nei confronti dei ragazzi?

Lasciar andare, decisamente: lasciar andare!

Perché il lasciar andare é un simbolo di fiducia.

Bisogna avere una profonda fiducia nei figli, negli altri, nelle persone che ci sono affidate.

Questo è il segno dell'autorità che è autorizzare, rendere l'altro "autore" e che quindi è disponibile sin dall'inizio a lasciarlo andare, a prendersene cura aiutandolo a venire al mondo proprio perché rispetta la sua libertà.

Oggi questo non c'è nelle relazioni familiari, non c'è nelle relazioni istituzionali, non c'è perché i ragazzini escono di casa tardissimo - a 35 anni circa - non fanno figli, non si sposano, non assumono responsabilità.

Ma non è una loro colpa, è proprio la forma della nostra società che tende a essere fondata sulla sicurezza e sulla certezza sempre presunte e sempre progettate prima, che non permette il lasciar andare, cioè non gode della libertà dell'altro.

L'intelligenza artificiale

La scuola che è già messa alla prova dalla pesante presenza dei social nella vita dei giovani, si troverà sempre più costretta a fare i conti con lo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale.

In che modo?

Con quale atteggiamento gli insegnanti possono affrontare tutte queste trasformazioni?

L'Intelligenza Artificiale non è che una delle tante intelligenze accanto a quella riflessiva, contemplativa, estetica, meditativa, emotiva.

Mi sembra che ci sia un accanimento eccessivo sull'IA.

Si può affrontare innanzitutto sviluppando anche altri tipi di intelligenza, poi ricordandosi che noi siamo intelligenza, spirito e corpo e la scuola non si deve dimenticare di questo: noi siamo anche corpo e siamo anche spirito, che non è solo intelligenza.

Tra l'altro, appunto, l'Intelligenza Artificiale non è che un sottoinsieme abbastanza banale perché si fonda sull'algoritmo, quindi sostanzialmente sul pensiero binario gnostico, manicheo, zero-uno, bene-male, bianco-rosso, destra-sinistra. Insomma, non dimenticandosi che l'uomo è un po' di più dell'intelligenza analitica.

Riguardo al pensare, lei dice che oggi si tende a negare il pensiero e che essere istruiti non significa essere pensanti.

Lei ne ha già accennato, ma mi sembra che questo sia il fulcro di tutto...

Eh sì, è così, se si guarda dal punto di vista dell'intelligenza il tema è il pensiero.

Sviluppare un pensiero critico

Che cosa vuol dire pensare e sviluppare un pensiero critico?

Non è semplicemente sviluppare un pensiero specialistico, ma è avere un pensiero che sa connettere, che sa mettere insieme il frammento con le diverse dimensioni della realtà.

Però per fare questo, il pensiero ha bisogno di essere esperito, di fare esperienza, e a scuola non si fa nessun tipo di esperienza, tantomeno di pensiero.

Ad esempio, la domanda è molto più importante della risposta, ma non si educa per nulla né ad ascoltare le domande, né a saperle fare.

Papa Francesco dice spesso che l'educazione deve sviluppare la testa, il cuore e le mani...

È l'antropologia tripartita: mente-corpo-spirito.

Questa è l'antropologia cristiana: noi "siamo" corpo, non "abbiamo" un corpo.

Noi siamo spirito, non abbiamo uno spirito.

Noi siamo intelletto, non abbiamo un intelletto.

Per questo il senso viene prima del funzionamento, altrimenti siamo semplicemente macchine e allora è meglio avere le macchine che l'uomo.

La macchina funziona meglio dell'uomo, un uomo non funziona quasi mai altrettanto bene.

Le cose più importanti della vita non funzionano così, mai, però quello è il senso della nostra vita.

Prendiamo in considerazione ancora due elementi: la comunità e la condivisione.

Qual è la visione che c'è dietro a questi due aspetti?

Siamo persone

È la visione classica personalista che dice che noi non siamo individui, siamo persone.

L'educazione non si può declinare dal punto di vista individuale perché l'educazione è radicalmente una relazione.

Io ho citato prima la relazione padre-figlio, potrei dire madre-figlia ecc...

Tutte le dimensioni che concorrono ai codici dell'educazione sono dimensioni di condivisione esistenziale e soprattutto di comunità intesa come munus-condiviso cioè come regalo e obbligazione morale condivisa.

La concentrazione e l'attenzione sono il più grande segno d'amore e non c'è educazione senza concentrazione e senza attenzione che vuol dire uscire dal proprio io.

La comunità educante

Nel libro si parla di comunità educante.

A scuola non esiste la comunità educante, se si assiste a un incontro tra genitori e insegnanti o ad un Consiglio di classe o un Consiglio di Istituto, beh, si vedrà che lì abbiamo lo scontro dei diritti individuali che sono un gran problema.

L'educazione ha bisogno di diritti personali, cioè di rapporto tra pronomi personali: non c'è io senza tu, non c'è tu senza egli, non c'è egli senza noi, non c'è noi senza voi, non c'è voi senza loro.

Questa è la questione della comunità. Così torniamo all'inizio.

Perché non si va più a scuola a piedi?

Perché nessuno si fida più degli altri e ci si immagina tutti individui, atomi, che vanno a prendere un servizio erogato da un'istituzione per conto di sé.

E questo proprio non va bene, infatti i risultati si vedono.

La scuola di don Milani era una scuola comunitaria, era una scuola dove tutti apprendevano e insegnavano.

Una scuola fondata sull'esperienza

Era una scuola fondata sull'esperienza, una scuola che teneva conto del corpo, dello spirito e dell'intelletto.

Ricordo che i ragazzi di don Milani andavano all'estero a 12, 13 anni e che aggiustavano la strada che saliva alla scuola e mettevano a posto la biblioteca.

E soprattutto stavano a scuola 14 ore, compreso il sabato e la domenica.

Sicuramente un insegnante, leggendo il vostro libro, può sentirsi ispirato a qualche cambiamento, ma che cosa può fare un solo insegnante in un istituto, in un sistema?

Ha la possibilità di cambiare qualcosa?

Certo che è possibile, con la propria fragilità e debolezza può cominciare a mettersi con altri per far nascere piccole cose.

Dalle piccole cose nascono le esperienze che diventano esperienze istituenti che cambiano le istituzioni.

Questo è il percorso del senso: se si ha in mente l'idea domanda/risposta, oppure funziona/non funziona, allora non succederà mai niente.

Cioè verremo dominati dalle macchine che è quel che sta succedendo di fatto in Occidente. 

Le cose più importanti della mia vita, non le ho imparate né all'università, né ai master, né facendo il professore, le ho imparate da mia nonna che aveva fatto la terza elementare.


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venerdì 26 aprile 2024

I.A. L'ECLISSI DELL'ESPERIENZA

 La condizione tecnologica della Digital Age è composta di simulacri e di mondi sempre più virtuali: un’eclissi dell’esperienza

  

-         di Paolo Benanti*

Le intelligenze artificiali (Ia) hanno avuto un impatto significativo sulle interazioni sociali dei ragazzi. Con l’avvento di assistenti virtuali, chatbot e algoritmi di raccomandazione, le Ai sono diventate parte integrante delle esperienze online degli adolescenti. Le Ia sono in grado di analizzare i dati personali, le preferenze e i comportamenti degli utenti per offrire suggerimenti personalizzati e automatizzare molte attività quotidiane.

Intimamente connessa a questa trasformazione vi è un mutamento sempre più evidente nel criterio di autorità: se una volta era la fonte autorevole a dirci il livello di credibilità di un’informazione oggi è la quantità di condivisioni e ricorrenze nel mondo digitale che, spesse volte algoritmicamente, ne influenzano la percezione come maggiormente autorevole.

La Brexit e la vittoria di Trump hanno accompagnato il dibattito sulla cosiddetta post-truth society, l’idea di una società in cui il concetto di verità condivisa – l’insieme di eventi e personaggi che tutti consideriamo esistenti, al di là delle nostre opinioni su di loro – è definitivamente scomparso. O meglio, deformato per sempre: dai social network e dai loro algoritmi, per esempio, in grado di creare e rinforzare le filter bubble, ossia il filtro automatico fatto dai server sulle notizie che ci vengono presentate, in cui un’emergenza politica può esistere o scomparire; un politico essere un eroe o un soggetto pericoloso per la Repubblica nel giro di poche ore, a volte minuti. I social network, infatti, confezionano un piccolo mondo personalizzato per ciascun utente, un “feed” che contiene notizie e personaggi che l’algoritmo ritiene possano piacerci.

In altri termini si assiste oggi al diffondersi di una tendenza a ritenere autorevoli le notizie che trovano maggior eco nell’universo digitale. Gli effetti di questa trasformazione sono già saliti alla ribalta dei media: fake news, postverità e altre espressioni analoghe ci dicono quanto sia efficace questa nuova modalità percettiva. La sfida educativa allora sarà quella di rendere percepibile, se ci si perdona il gioco di parole, il valere dei valori. Spesso il bene costa e questo non sempre è popolare. Educare al bene allora dovrà confrontarsi con meccanismi di quantità, il numero di condivisioni, che tendono ad offuscare criteri di valore. Dobbiamo guardare ai giovani per aiutarli a divenire degli adulti in un’epoca di digitale. Come trasmettere alle nuove generazioni il patrimonio di valori acquisiti e la tensione al bene che caratterizza la nostra identità?

Un’ulteriore sfida è prodotta da quella che potremmo definire con Filippo La Porta un’eclissi dell’esperienza: la condizione tecnologica che caratterizza il Digital Age è composta di simulacri, di espansione illimitata di fiction e spettacoli, di mondi sempre più virtuali. In questi mondi virtuali l’esperienza che si fa, ammesso si possa chiamarla ancora tale, è senza pericoli, potenzialmente infinita, continuamente intercambiabile, reversibile. Solo che questa più che un’esperienza si riduce a quella che potremmo definire una pseudo-esperienza: non ci sono limiti, non c’è noia, non ci sono pericoli, non c’è rischio, non c’è passività, capacità d’attesa, non c’è storia, memoria, non c’è morte, non ci sono corpi. In questa situazione siamo sempre più condannati a controllare per intero l’esperienza, a renderla comodamente reversibile, e così a perderla. L’esperienza, caratteristica unica del vivere e del crescere sembra contrarsi a una sorta di esperimento: la caratteristica propria dell’esperimento scientifico è il suo potersi ripetere infinite volte con gli stessi identici risultati.

Se ogni periodo storico ha elaborato il suo tipo d’uomo ideale, questo autoreverse dell’esperienza nell’esperimento porta a definire l’uomo ideale come uomo emozionale o homo sentiens.

L’emozione si presenta come l’oggetto di un vero e proprio culto e caratterizza specialmente la ricerca del mondo giovanile. Non che l’emotivo sia un mondo da reprimere ma non si parla qui di quell’emozione come lo stupore che per Aristotele era la base della conoscenza e la chiave di ogni accadimento spirituale. I giovani tendono a declinare l’emotivo, grazie a videogiochi sempre più immersivi e coinvolgenti, nell’emozione shock: violenta, intensa e che necessita di soglie di attivazione sempre più alte. Anche il vissuto emotivo chiede oggi di essere particolarmente oggetto di attenzione educativa e di cura.

Stiamo attraversando una stagione nuova del nostro vivere che presenta numerose opportunità e anche delle sfide, specie per l’educazione delle giovani generazioni. Non esistono ancora delle soluzioni a tutte le sfide e alle trasformazioni a cui assistiamo ma la natura umana, dono del Creatore a noi creature, ci consente di guardare a questo tempo con speranza. Se ci chiediamo se oggi i giovani sono complicati dobbiamo risponderci, con Francois Gervais, che «è vero soprattutto quando attraversano quel periodo in cui rivendicano la differenza per aiutarci a non dimenticare mai la nostra gioventù, quel periodo scomodo che noi chiamiamo adolescenza» (Il piccolo saggio).

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*Paolo Benanti (Roma, 20 luglio 1973) è un presbitero e teologo italiano del Terzo ordine regolare di San Francesco. Insegna alla Pontificia Università Gregoriana e presso l’Università di Seattle ed è consigliere di Papa Francesco sui temi dell'intelligenza artificiale e dell'etica della tecnologia. È l'unico italiano membro del Comitato sull'intelligenza artificiale delle Nazioni Unite.

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sabato 3 febbraio 2024

MATEMATICA ED ESPERIENZA


 Cose, problemi, astrazione: 

senza esperienza la matematica

 non si impara

Il saggio-guida di Anna Paola Longo e Andrea Gorini su "La matematica e l'esperienza: apprendimento e metodo per l'insegnamento nella primaria”.

-di Max Ferrario

Importante è il sottotitolo del libro: Un contributo all’insegnamento della matematica nella scuola primaria. Poiché il contenuto della primaria è la base di tutta la conoscenza scolastica, il testo di Anna Paola Longo e Andrea Gorini, La matematica e l’esperienza, (Marcianum Press, 2023) è stato scritto pensando sia alla primaria che alla secondaria di primo grado, ponendo molta attenzione non solo ai contenuti ma anche alle questioni di metodo.

Apprendere

La prima parte, dedicata al tema “apprendere”, inizia descrivendo le prime fasi dell’apprendimento attraverso i temi attuali della pedagogia e della didattica della matematica, come l’attività degli allievi e l’esperienza di azioni, la discussione, la narrazione, la differenza tra conoscenza implicita ed esplicita, la teoria (di G. Vergnaud) del “teorema in atto”, il rapporto tra pensiero e linguaggio, l’uso del problema per formare la conoscenza matematica.

Per poter fondare l’apprendimento sull’esperienza di azioni reali, occorre specificare quali attività possono generare uno specifico pensiero matematico e come l’insegnante può favorire questo procedimento, mettendo in chiaro quali possono essere le azioni collegate a ciascuno degli enti della disciplina. Occorre inoltrarsi verso la scoperta di nuove prassi didattiche avendo presente la struttura di una didattica che genera pensiero matematico: accompagnare la scoperta personale senza sostituirsi agli allievi, non limitarsi a correggere l’esito finale del lavoro ma utilizzare gli errori del procedimento per correggere la cattiva comprensione, valorizzare l’esperienza ed accompagnare la formazione personale di un proprio pensiero astratto, in modo da rendere comprensibile l’astrazione, che è un processo creativo positivo e un duttile strumento di conoscenza, a partire da esperienze di azioni nel mondo reale.

In sintesi, nei primi capitoli si analizzano le caratteristiche del sapere da apprendere, la struttura del pensiero e la formazione dell’astrazione; il quarto capitolo è dedicato ad aspetti spesso trascurati nella formazione degli insegnanti, come l’esistenza di “ostacoli” all’apprendimento, la possibilità di diversi approcci alle difficoltà, la relazione didattica, la risoluzione di problemi mediante rappresentazioni libere, l’introduzione graduale del linguaggio matematico, le rappresentazioni libere e convenzionali.

I contenuti

 La seconda parte, intitolata “dentro i contenuti”, è dedicata alla conoscenza matematica che gli autori ritengono necessaria agli insegnanti di scuola primaria, non solo per insegnare alcune nozioni iniziali, ma per orientare i bambini verso la matematica, fornendo alla loro curiosità utili provocazioni verso il sapere matematico successivo. Molto densi i capitoli sulle frazioni, sulla geometria, attualmente dimenticata dalla scuola, sulla misura, ponte tra la matematica e la scienza.

L'esperienza

La terza parte del libro, che è stata intitolata “guidati dall’esperienza”, riporta attività attuate da insegnanti che hanno aderito a sperimentare le proposte contenute nelle precedenti due sezioni del libro. È la parte che può veramente affascinare l’insegnante di scuola primaria che legge e offrire utili spunti agli insegnanti di scuola secondaria, sia per il metodo da attuare nel loro programma che per inoltrarsi in attività di recupero, che chiedono di andare oltre gli aspetti del linguaggio formale, per affondare le radici nell’esperienza reale.

Traspare la relazione didattica di ciascun insegnante con ciascun allievo, la capacità di assegnare alla classe un compito da fare in silenzio per riservarsi il tempo per seguire in modo particolare un allievo bisognoso di aiuto, il prolungamento del tempo dedicato alle esperienze, la costituzione nella classe di alcune esperienze fondamentali a cui fare riferimento per correggere gli errori che si presentano nel corso dell’anno, la ripresa sintetica negli ultimi 15 giorni di scuola, prima a voce e poi riportata sul quaderno, del programma svolto nell’anno, per far nascere la consapevolezza dei legami tra tutti gli argomenti svolti. La matematica e l’esperienza è un testo consigliabile non solo ai maestri, ma anche agli insegnanti di scuola secondaria di primo e secondo grado.

Il Sussidiario