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giovedì 27 agosto 2026

GOVERNARE L'INTELLIGENZA


 L’intelligenza artificiale impone una governance globale



L’intelligenza artificiale come nuova “forza della natura” impone una governance globale: servono regole condivise, istituzioni internazionali e un’etica comune per stabilire limiti e responsabilità di una tecnologia che può trasformare il futuro dell’umanità.  

-di Vito Mancuso 

Qualcuno ancora ricorda la memorabile scena dell'Apprendista stregone nel film "Fantasia" di Walt Disney? È stata la prima immagine affacciatasi alla mia mente dopo aver letto le dichiarazioni di Bill Gates secondo cui l'IA va oggi trattata non più come uno strumento tecnologico ma come "una forza della natura che l'uomo ha scatenato". Ho subito rivisto Topolino apprendista stregone che, a seguito delle misteriose forze evocate, era caduto nel panico di fronte alla foresta impazzita di scope che, da pacifici strumenti, si erano trasformate in minacciosi guerrieri. Ora Topolino siamo noi. 

Dopo aver delineato la vera natura dell'IA e chiarito che da come la gestiremo (o ne saremo gestiti) dipende il nostro futuro, Bill Gates ha poi sostenuto che occorre procedere sostanzialmente su tre fronti: 

1) creare un'agenzia internazionale di governo dell'IA, così come già avviene con l'energia atomica; 

2) tassare le imprese che licenziano lavoratori a causa dell'IA, così da creare con queste tasse una specie di cassa integrazione o reddito di cittadinanza per chi rimane senza lavoro; 

3) riservare agli esseri umani almeno il 40 percento dei posti di lavoro, una sorta cioè di obbligatoria "quota rosa", salvo stabilire quale colore possa essere il più adatto per contrassegnare la quota umana. 

Mi soffermo sul primo punto. Per Bill Gates è necessaria una "gestione politica" dell'IA, ma in cosa concretamente può consistere tale gestione politica? Anzitutto nella stipulazione di leggi da parte del potere legislativo, poi nella loro effettiva applicazione da parte del potere esecutivo, infine nella possibilità di sanzionare le infrazioni da parte del potere giudiziario. Tutti e tre i poteri fondamentali che costituiscono l'autorità di uno stato moderno devono entrare necessariamente in gioco se si vuole istituire una governance davvero efficace della nuova forza della natura che abbiamo scatenato. Ma allora da qui rinasce nel modo più cristallino la necessità imprescindibile del diritto internazionale. E quindi dell'Onu. Bill Gates infatti potrà anche andare in Cina per incontrare il Presidente Xi Jinping (come io spero che presto avvenga), potrà inoltre incontrare un presidente Usa finalmente di nuovo degno di questo nome al termine del mandato dell'attuale, ma nessun accordo tra Usa e Cina da lui promosso potrà mai avere un'effettiva applicazione a livello mondiale senza il diretto coinvolgimento dell'Onu. Ne viene che il diritto internazionale e la sua principale istituzione oggi così marginalizzati, riacquistano necessariamente il centro della scena politica. 

Ma occorre procedere oltre e chiedersi su quale base si potrà fondare la necessaria legislazione sull'IA. E qui appare chiaro come il diritto nel suo farsi rimandi all'etica, vale a dire a una precisa visione dell'uomo e dei valori irrinunciabili per tutelarne la dignità. La governance mondiale dell'IA, in altri termini, non potrà essere attuata senza un'etica mondiale, la quale rimanda organicamente a quel progetto di "World Ethos" coraggiosamente portato avanti dal teologo svizzero Hans Küng

La situazione quindi è riassumibile nei seguenti passaggi: 

1) la tecnologia ha creato una forza di natura dalle potenzialità immense, in senso sia positivo sia negativo per l'umanità, ma essa non la sa governare; 

2) noi abbiamo bisogno di un'istituzione politica internazionale che la governi; 

3) perché questa istituzione possa effettivamente legiferare c'è bisogno di un accordo universale sui principi etici irrinunciabili. 

La situazione è tale che forse si può avverare oggi quanto avveniva anticamente nell'isola di Creta, i cui abitanti, sempre fortemente divisi tra loro in fazioni rivali, si coalizzavano sistematicamente tra loro all'apparire di un nemico esterno così che riuscivano a respingerlo. 

Noi abbiamo bisogno di questa rinnovata "sincreticità", cioè di un'energia intellettuale che unisca le forze fondamentali degli esseri umani al fine di salvare l'umanità dalla tecnica da essa stessa evocata. La scena dell'apprendista stregone del film di Walt Disney si chiude con l'arrivo del maestro stregone che ferma con un cenno le scope impazzite, ma da noi non arriverà nessun Superuomo a porre rimedio, ci dobbiamo pensare da noi. E forse da questo rinnovato pensare a noi stessi, a cosa sia davvero importante per la nostra vita, potrà sorgere una via di uscita. Ha scritto Hölderlin: "Ma dov'è il pericolo, cresce anche ciò che dà salvezza".

La Stampa 

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martedì 25 agosto 2026

VALUTARE L'I. A.

 

Valutazione etica 

dell’intelligenza artificiale


Nel Dizionario della Dottrina sociale della Chiesa, Mirella Mistretti evidenzia che accanto alle norme sull’IA sarebbe necessario “implementare osservatori multidisciplinari di scienziati ed esperti indipendenti, linee guida operative, metriche epistemiche e di valutazione etica”

Mirella Mastretti*

Una delle sfide più rilevanti del nostro tempo consiste nell'orientare, governare e validare lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale affinché rimanga al servizio della persona e del bene comune. Accanto a grandi opportunità emergono rischi significativi, quali bias algoritmici, allucinazioni, opacità dei processi decisionali e concentrazione del potere tecnocratico, nel quale efficienza e automazione diventano criteri predominanti nelle scelte individuali e collettive.

La Dottrina Sociale della Chiesa offre criteri attuali per affrontare queste sfide. Papa Francesco ha più volte richiamato la necessità che l’innovazione tecnologica rimanga al servizio della persona e del bene comune. Nella Laudato si' ha evidenziato i rischi del paradigma tecnocratico, e più recentemente, Papa Leone XIV, con l'enciclica Magnifica Humanitas, ha enfatizzato l'aspetto antropologico ed etico. Ritengo che la sola regolamentazione normativa (ad esempio AI ACT) non sia sufficiente. È necessario passare dai principi ai processi, trasformando valori quali dignità umana, responsabilità e bene comune in criteri operativi e verificabili.

A tal fine penso che accanto alle norme, sia necessario implementare osservatori multidisciplinari di scienziati ed esperti indipendenti, linee guida operative, metriche epistemiche e di valutazione etica, come pure l'implementazione di strumenti concreti e indipendenti di validazione. Parallelamente, la ricerca dovrebbe anche promuovere paradigmi e architetture orientati alla trasparenza, alla spiegabilità e alla responsabilità, riducendo i rischi derivanti dall’opacità dei sistemi più complessi. La mia proposta riguarda anche l'adozione di un’etichetta etica volontaria per l’identificazione di sistemi e applicazioni coerenti con i criteri di tutela della persona, equità, inclusione e bene comune. L’obiettivo non è rallentare l’innovazione, ma orientarla verso uno sviluppo tecnologico realmente umano. Tale prospettiva risulta ancora più significativa alla luce della recente Magnifica Humanitas.

La proposta è stata presentata alla conferenza internazionale FCAPP nel maggio 2025, approfondita nel capitolo conclusivo del volume "Artificial Intelligence and Care of Our Common Home (Vita e Pensiero, 2025)" consegnato al Santo Padre il 5 dicembre 2025 e successivamente inserita come voce "Valutazione etica dell’intelligenza artificiale" del “Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Le cose nuove del XXI secolo".

*Ricercatrice e co-autrice volume “Artificial Intelligence and Care of Our Common Home”

Vatican News

giovedì 6 agosto 2026

A PICCOLE DOSI

 

 «L’IA è un pharmakon da prendere a piccole dosi»

Per la filosofa francese «quando utilizziamo questi automi, alcune aree cerebrali non vengono attivate e può crearsi una dipendenza»


-di SIMONE PALIAGA

Sviluppare tecnologie contributive e non tecnologie che simulino il comportamento o i prodotti umani. Ecco la sfida che individua e lancia Anne Alombert, filosofa che lavora all’università di Paris-VIII e che si occupa dei rapporti tra tecnologia, vita e mente, proseguendo le ricerche di Bernard Stiegler. Lo testimonia il libro La stupidità artificiale. Per una politica delle tecnologie digitali ( pagine 124, euro 15,00). in libreria per l’editore Vita e Pensiero.

Nel suo libro, professoressa, definisce l’intelligenza artificiale come un pharmakon. Potrebbe spiegare in che modo queste tecnologie agiscono al tempo stesso come un rimedio e come un veleno per le nostre facoltà mentali e per le nostre culture collettive?

« Nella vita quotidiana, i sistemi di IA generativa si presentano spesso come rimedi che consentono di scrivere in modo più rapido o più efficace, oppure di produrre ogni sorta di contenuti simbolici, testi, immagini, suoni... Tuttavia, questi utilizzi provocano degli effetti sul nostro cervello e sulla nostra mente. Quando utilizziamo questi automi, alcune aree cerebrali non vengono attivate e alcune funzioni mentali vengono delegate, tanto che può crearsi una dipendenza. Gli utenti perdono le loro capacità. Inoltre, i contenuti prodotti da questi sistemi probabilistici rafforzano le medie e amplificano i bias. Essi sono spesso stereotipati e standardizzati, a nocumento della diversità culturale e simbolica. Si parla ormai di AI slop per indicare l’invasione di Internet da parte di contenuti di scarsa qua-lità, che soffocano quelli significativi e pertinenti».

Lei critica aspramente l’uso di termini come “intelligenza”, “apprendimento” o “menti digitali” per descrivere i software. Perché ritiene che questa antropomorfismo serva a nascondere la responsabilità degli imprenditori della Silicon Valley?

« L’antropomorfizzazione dei sistemi algoritmici tende a nascondere i processi tecnologici e industriali che ne consentono il funzionamento, così come le decisioni di chi li ha progettati e sviluppati. Nel caso dei grandi modelli linguistici, ad esempio, i risultati ottenuti non sono neutri. Sono determinati dai dati di utilizzati nel training e dal modo in cui sono stati addestrati e calibrati. Questi sistemi mettono quindi in atto scelte ideologiche. Per esempio, se si pone una domanda di geopolitica a ChatGpt, a Grok o a Deepseek non si otterranno gli stessi risultati, non perché questi software pensino in modo diverso, ma perché sono stati sviluppati e addestrati da imprenditori diversi secondo agende ideologiche diverse».

Spesso consideriamo l’IA come qualcosa di immateriale, ma lei mette in luce lo sfruttamento umano, i “lavoratori del clic” del Kenya, e l’impatto ambientale devastante. In che misura una tecnologia che consuma enormi quantità di acqua ed energia a scapito delle comunità locali può essere considerato sostenibile?

« Il progetto dell’IA generativa conversazionale, così come viene realizzato oggi, non sembra sostenibile a lungo termine, né dal punto di vista sociale né da quello ambientale. La sfida consiste piuttosto nel progettare e sviluppare modelli più piccoli e specializzati, addestrati su set di dati controllati e in grado di funzionare su server locali. Questi modelli più piccoli non potrebbero rispondere a tutte le nostre domande né essere utilizzati su larga scala da milioni di utenti, ma sarebbero piuttosto destinati a compiti specifici. Inoltre sarebbero però anche molto più affidabili e molto più efficienti dal punto di vista energetico».

Sam Altman sostiene che l’unico limite alla creazione sarà avere buone idee, e non competenze specifiche. Lei, invece, parla di miseria simbolica. In che modo ridurre l’arte e la scrittura a semplici comandi, i cosiddetti prompt, impoverisce la nostra capacità di creare opere e dare senso?

« I sistemi di generazione automatica sono spesso presentati nei discorsi promozionali come veicoli di democratizzazione della creatività, ma in realtà tendono a ridurre il processo di creazione artistica a un comando linguistico, che cortocircuita ogni pratica tecnica. Eppure la pratica tecnica è essenziale per la produzione di un’opera. Inoltre, un creatore non conosce mai in anticipo il risultato della propria creazione e raramente è in grado di formularlo a parole, tanto meno sotto forma di prompt. Se un pittore o un musicista conoscesse la propria opera in anticipo non avrebbe bisogno di crearla e questa non apporterebbe nulla di nuovo!».

Applicazioni come Replika promettono empatia, ma lei le definisce “oggetti anti-transizionali”. In che modo queste applicazioni rischiano di isolarci in un riflesso di noi stessi, impedendo il vero incontro con l’alterità e la crescita ?

«Questi compagni virtuali forniscono una simulazione di alterità, ma in realtà ci propongono un riflesso algoritmico di noi stessi, che deriva dai calcoli effettuati sulle nostre richieste e sui nostri dati. Di conseguenza, scambiamo un riflesso digitale per un’altra persona, al punto talvolta di innamorarcene, esattamente come Narciso nel mito! Questa illusione narcisistica è rafforzata dal design di questi servizi. Per esempio, con l’uso della prima persona singolare siamo spinti ad antropomorfizzarli e il fatto che ci rispondano e ci lusinghino fa leva sul nostro bisogno di riconoscimento per tenerci connessi. Si tende così a sviluppare una dipendenza emotiva. Gli utenti rischiano quindi di chiudersi nei loro chatbot, sempre disponibili e d’accordo con loro, e di desocializzarsi, invece di correre il rischio di esporsi agli altri e lasciarsi trasformare dalla diversità degli incontri».

Nonostante le critiche, lei cita esempi positivi come Wikipedia. Come si può fare in modo che l’IA passi dallo status di strumento sostitutivo a quello di supporto all’intelligenza collettiva?

« Alla fine del libro, propongo diverse linee d’azione per limitare la tossicità dei dispositivi esistenti, al fine di proteggere le menti individuali, le culture collettive e i legami sociali. Fornisco inoltre diversi esempi di dispositivi digitali che non mirano a imitare o automatizzare i comportamenti, ma a mettere in relazione gli individui per cocreare conoscenze, discutere leggi, condividere pratiche di mutuo aiuto, ecc. Ciò implica un cambiamento di paradigma tecno- economico, passando dalla simulazione al contributo».

www.avvenire.it

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mercoledì 22 luglio 2026

LA VERA SFIDA

 


La vera sfida? 


Il bene comune


Le questioni poste dal caldo estremo come (probabile) dato strutturale del futuro mostrano l’inadeguatezza dei criteri con i quali affrontiamo le grandi sfide di questo tempo. Che esigono il coraggio di saperci prendere cura di ciò che appartiene a tutti. 

di Mauro Magatti 

L’estate del 2026 sarà ricordata per il caldo. Da settimane l’Europa è attraversata da ondate di calore che hanno trasformato un fenomeno atmosferico in una questione sociale. Le città sono diventate inabitabili, gli ospedali hanno registrato un aumento dei ricoveri, gli anziani e le persone più fragili hanno pagato il prezzo più alto. L’agricoltura ha sofferto, i consumi energetici sono aumentati, lavorare è diventato difficile. Il caldo ha mostrato, ancora una volta, quanto sottile sia il confine tra normalità e vulnerabilità. 

Tutti speriamo che si tratti di un’eccezione. Ma in realtà è ragionevole pensare che si tratti di un’anticipazione di quello che ci aspetta. Se anche così fosse, non è la rassegnazione che deve prevalere. Le società umane hanno sempre saputo adattarsi. Lo faranno anche questa volta. Costruiremo edifici migliori, ripenseremo le città, svilupperemo nuove tecnologie, cambieremo le nostre abitudini. La capacità di apprendere è la grande forza della nostra specie. 

E tuttavia, sarebbe miope non accorgersi che il caldo è (l’ennesimo) segnale di una difficoltà più profonda. Davanti alle sfide che ci riguardano tutti ci scopriamo sorprendentemente deboli. È successo con la pandemia. Accade con il cambiamento climatico. Ma lo vediamo anche col disordine geopolitico, le migrazioni, il governo dell’intelligenza artificiale, gli squilibri demografici. 

Disponiamo di strumenti scientifici e tecnologici straordinari, eppure non riusciamo ad affrontare con efficacia i problemi che abbiamo in comune. Il punto è che siamo entrati in una nuova fase della storia. 

Per oltre due secoli la modernità si è costruita attorno a una promessa precisa: liberare l’individuo dai vincoli tradizionali e affidare al mercato e allo Stato il compito di organizzare la vita collettiva. È stato un progetto che ha portato libertà, innovazione, ricchezza, diritti. Ma oggi ne vediamo anche i limiti. 

Viviamo in un mondo nel quale tutto è diventato interdipendente. Le emissioni prodotte in un continente modificano il clima di un altro. Una guerra lontana cambia il prezzo dell’energia. Una crisi finanziaria attraversa il pianeta in poche ore. Gli squilibri economici e ambientali spingono le migrazioni che trasformano poi i nostri quartieri. Un virus percorre il mondo in pochi giorni. Le reti digitali mettono in relazione miliardi di persone nello stesso istante. 

L’interdipendenza è diventata un tratto costitutivo della nostra esistenza. 

Ma il problema è che continuiamo a pensarci con le categorie nate in epoche passate. Abbiamo affidato quasi tutto al mercato, immaginando che la ricerca dell’interesse individuale producesse automaticamente un beneficio collettivo. 

In molti casi è stato così. Ma i beni comuni non funzionano secondo questa logica. Nessuno, perseguendo soltanto il proprio vantaggio, può produrre un clima stabile, una pace duratura o un equilibrio demografico. 

Allo stesso modo, abbiamo delegato sempre più la nostra responsabilità personale agli apparati pubblici e ai sistemi tecnici. Ogni problema sembra dover essere risolto da un’amministrazione, da un ministero, da un’autorità, da un esperto. Gli apparati sono indispensabili. Ma quando diventano gli unici protagonisti finiscono, quasi inevitabilmente, per deresponsabilizzare cittadini, comunità, associazioni, imprese. La sussidiarietà non è un lusso della democrazia: è la condizione che rende una società capace di agire e, in questo modo, di rigenerarsi. 

Infine, continuiamo a chiedere agli Stati nazionali di governare fenomeni che hanno ormai una scala globale. Ma gli Stati possono difendere gli interessi dei propri cittadini; fanno molta più fatica a difendere interessi che appartengono all’umanità nel suo insieme. È qui che nasce la sensazione di impotenza che attraversa le democrazie contemporanee. 

Per questo il nodo decisivo non è soltanto politico o tecnologico. È culturale. E spirituale. Dobbiamo imparare a pensare il bene comune in modo nuovo. Non come un ideale morale da evocare nelle cerimonie ma come la condizione concreta di ogni avvenire. Il bene comune è ciò che nessuno può costruire da solo e di cui tutti hanno bisogno. È l’aria che respiriamo, il clima che rende abitabile il pianeta, la pace che permette lo sviluppo, la fiducia che sostiene l’economia, la natalità che garantisce il ricambio tra le generazioni, l’ospitalità che ricrea la socialità. 

La grande questione del nostro tempo è tutta qui. Abbiamo costruito una civiltà straordinariamente efficace nel moltiplicare le possibilità individuali. Ora dobbiamo imparare a generare le condizioni collettive che rendono quelle possibilità realmente vivibili. 

È dunque questa la lezione di questa estate rovente: il clima sta cambiando. 

Ma cambia anche quel mondo nel quale potevamo immaginare che i problemi comuni si risolvessero come effetto secondario delle nostre scelte individuali. 

Il XXI secolo ci pone davanti a una sfida nuova: siamo capaci di prenderci cura di ciò che appartiene a tutti? Da come risponderemo dipenderà non soltanto la qualità della nostra convivenza ma la possibilità stessa di abitare il tempo che viene.

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venerdì 17 luglio 2026

UNA GOVERNANCE CONDIVISA

 


Padre Benanti: 

«Intelligenza artificiale? 


Contro i nuovi algoritmi

 del potere 

serve una governance condivisa»

Il francescano esperto di etica delle tecnologie è intervenuto durante un incontro dedicato alla "Magnifica Humanitas". Il teologo ha sottolineato che l'enciclica mette in risalto la necessità di rendere i processi decisionali sull'Ai democratici. «Non bastano richiami generici all'etica, servono norme giuridiche adeguate»

di Salvo Ingargiola

«Quando abbiamo costruito le automobili, abbiamo messo i guardrail ai bordi della strada. La stessa cosa dobbiamo fare oggi con l’Intelligenza artificiale». È con questa immagine, semplice quanto efficace, che padre Paolo Benanti, teologo, francescano ed esperto di etica delle tecnologie, sintetizza la sfida lanciata dall’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV.

L’occasione è un incontro promosso dall’Ufficio Pastorale Sociale, Lavoro e Custodia del Creato del Vicariato di Roma, dedicato proprio al nuovo documento pontificio. Siamo nel quartiere Prenestino, alla periferia della Capitale. Nonostante il caldo estivo, oltre ottanta persone affollano una piccola libreria di quartiere per discutere di intelligenza artificiale, democrazia e futuro.

L’intelligenza artificiale e i monopoli

Benanti entra subito nel merito. «Uno strumento che costa poco più di mille euro, un drone, con un semplice aggiornamento software può distruggere un carro armato Abrams, completamente rivestito d’acciaio, costato centinaia di milioni. In Ucraina abbiamo scoperto che quel codice viene aggiornato ogni cinque o sei minuti, rendendo ogni volta quell’arma completamente diversa».

Da buon francescano e allievo dei gesuiti, Benanti individua immediatamente il cuore dell’enciclica: il passaggio in cui Papa Leone XIV invita la comunità internazionale a “disarmare l’Ai”. “Vuol dire – scrive il Pontefice – rompere l’alleanza fra potenza tecnica e diritto di governare”. In altre parole, significa “sottrarla ai monopoli, impedirle di dominare l’umano”. 

Chi controlla il software controlla tutto

«Chi controlla il software controlla tutto», osserva Benanti. È il potere della software-defined reality, della realtà definita dal software. Per spiegare quanto questo tema riguardi la vita quotidiana, il professore di Etica della tecnologia alla Luiss Guido Carli, a Roma, e alla Seattle University, negli States, ricorre a un’altra immagine. «Se domani volete entrare all’aeroporto di Fiumicino con un’arma, non potete farlo. Con l’Intelligenza artificiale, invece, potenzialmente sì. Con tre righe di codice si potrebbe trasformare perfino uno smartphone in un’arma, modificando il funzionamento della batteria fino a provocarne l’incendio». 

Come si governa una realtà di questo tipo? È la domanda attorno alla quale ruota l’intera enciclica. La questione decisiva, infatti, non è scegliere se accettare o rifiutare l’Intelligenza artificiale, ma decidere se lasciarne il governo agli interessi di pochi oppure costruire una governance orientata al bene comune.
«Quel potere che abbiamo imparato ad addomesticare nei secoli – dall’Impero romano agli Stati moderni fino alle democrazie occidentali – oggi rischia di spostarsi nelle mani di pochi», avverte. «E non sono mani democratiche. Sono mani private che possono trasformare un giocattolo in un’arma con un semplice aggiornamento software». 

Che fare?

Durante il dibattito interviene anche Alessandra Poggiani, direttore generale del Cineca, il più grande centro di calcolo in Italia. La domanda che attraversa l’incontro è inevitabile: che cosa bisogna fare?

«Il messaggio del Papa è molto chiaro», risponde Benanti. «Davanti a una macchina che può prendere decisioni capaci di incidere sulla vita delle persone, è evidente che tali decisioni non possono essere affidate a cinque soggetti in tutto il mondo». 

Il riferimento è ai paragrafi 106, 107 e 108 di Magnifica Humanitas. Papa Leone XIV invita alla prudenza, chiede controlli rigorosi e, quando necessario, anche un rallentamento nell’adozione dell’Ai. Non per ostacolare il progresso, ma perché lo sviluppo tecnologico corre molto più velocemente della capacità delle istituzioni, del diritto e della società di comprenderne e governarne gli effetti. Per questo motivo, secondo il Pontefice, non bastano richiami generici all’etica. Servono norme giuridiche adeguate, organismi indipendenti di vigilanza, cittadini consapevoli e una politica capace di esercitare il proprio ruolo.

Condividere i processi perché siamo in democrazia

Soprattutto, non basta chiedere che l’Ai sia programmata secondo principi morali. Occorre, infatti, prima di tutto, chiedersi chi definisce quei valori e con quale legittimazione democratica. Se quei criteri vengono stabiliti da un numero ristretto di soggetti, saranno loro a imporre, spesso in modo invisibile, la propria visione del mondo attraverso gli algoritmi. «Il processo va condiviso», insiste Benanti. «Perché siamo in democrazia». 

Non tutti, però, condividono questa impostazione. «Peter Thiel, per esempio, ha reagito dicendo: “Se il Papa assume questa posizione, allora sta lavorando per i comunisti cinesi”. Lascio a voi ogni giudizio su queste parole», osserva Benanti con ironia.
Poi conclude: «o mi sento di parte. Tifo per la democrazia». Il rischio, spiega ancora, è che l’Intelligenza artificiale finisca per incidere su ogni ambito della vita: dall’accesso alle cure alla scuola, dal lavoro ai diritti fondamentali. «Per tali ragioni, questo strumento non può rimanere nascosto. Deve essere condiviso, negoziato, governato», ribadisce. 

Fondamentali infrastrutture e una Ai Factory europea

Ma oggi non tutti partono dalle stesse condizioni. Le piattaforme e le grandi infrastrutture dell’Ai sono concentrate nelle mani di pochissimi attori, anche perché gli investimenti richiesti sono enormi. In questo scenario assume particolare rilievo il ruolo del Cineca, che ha ottenuto dalla Commissione europea 430 milioni di euro per la realizzazione di una Ai Factory europea.

«È fondamentale», osserva Alessandra Poggiani, «che insieme alle regole l’Europa costruisca anche una propria forza infrastrutturale, industriale e scientifica. Solo così potremo essere protagonisti e non semplici consumatori delle nuove tecnologie». 

La sfida è anche culturale. Occorrono formazione, educazione e consapevolezza. Occorre coinvolgere il decisore politico, ma anche la scuola, l’università e tutti quei corpi intermedi nei quali si costruisce la società. «Il fenomeno va governato e condiviso», insiste Benanti. «Non è più soltanto una questione tecnica ma politica».

Il problema del potere

Quando, il 15 maggio scorso, Papa Leone XIV ha firmato Magnifica Humanitas, in occasione del 135° anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII, molti hanno colto immediatamente la portata sociale e politica del documento. Come la Rerum Novarum interpretò le trasformazioni della rivoluzione industriale, oggi l’enciclica affronta le nuove concentrazioni di potere generate dall’Intelligenza artificiale. «È un problema di potere», conclude Benanti. «E oggi quel potere risiede in luoghi diversi da quelli tradizionali, dove interessi privati iniziano perfino a sostenere che la democrazia sia un esperimento fallito». 

Serve una governance condivisa

«È il Far West, dove esiste un solo diritto: quello del più forte». L’alternativa indicata dall’enciclica è una governance condivisa dell’Intelligenza artificiale. O, per usare l’immagine di Papa Leone XIV, ricostruire una nuova Gerusalemme: una civiltà che non nasce dall’iniziativa del singolo, ma dalla comunità, dalla cooperazione e dalla responsabilità condivisa.

Vita.it

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lunedì 22 giugno 2026

VIETARE O EDUCARE ?

 


Il dibattito è in corso in tutto il mondo, e il dilemma si fa angoscioso quando le cronache riferiscono di casi drammatici di autosegregazione aggressiva, sfocianti in forme estreme di autolesionismo o, al contrario, di violenza indiscriminata. 

E spesso, ormai quasi sempre, si scopre che questi comportamenti sono fortemente influenzati dalla massiccia esposizione, diurna e notturna, ai social e alle più recenti applicazioni dell’Intelligenza Artificiale Generativa.

In molti Paesi, e anche in Italia, sono allo studio dei governi misure volte a vietare l’accesso dei più giovani ai dispositivi connessi alla rete, soprattutto agli smartphone, ma forte è l’opposizione di coloro, soprattutto psicologi e pedagogisti, che ritengono che il divieto avrebbe effetti controproducenti soprattutto per giovani, come quelli della generazione alfa – quella dei nati tra il 2012 e il 2024 – abituati fin dalla nascita a convivere, o meglio a coesistere in un rapporto quasi simbiotico, con schermi interattivi.

La tendenza di molti governi è a vietare l’uso dei devices digitali a scuola fino a una certa età: 14, 15 o 16 anni, o addirittura fino alla fine della secondaria superiore, come stabilito in Italia dal ministro Valditara con propri atti amministrativi, nelle more dell’approvazione della legge bipartisan ancora ferma in Parlamento.  Nessun Paese però, nemmeno l’Australia, che per prima si è mossa fissando il limite a 16 anni, ha esteso il divieto al tempo non scolastico degli studenti, così che la responsabilità di decidere se dare o no uno smartphone ai figli ricade per intero sui genitori.

Particolare e più complicata è la situazione degli USA, dove alla denuncia di The Anxious Generation di Jonathan Haidt (marzo 2024), un vero e proprio atto d’accusa verso le malattie mentali provocate dai social (a suo giudizio da vietare ai ragazzi fino a 16 anni sia dentro che fuori della scuola), non ha fatto seguito alcuna misura restrittiva a livello federale, essendo la competenza a decidere in materia riservata ai singoli Stati, alcuni dei quali l’hanno delegata ai distretti scolastici. Così la situazione è a macchia di leopardo, complicata dal fatto che alcuni tribunali federali hanno considerato il divieto illegittimo perché in contrasto con il primo emendamento della Costituzione americana, che garantisce la libertà di pensiero e di parola.

L’alternativa al divieto, a questo punto, è quella di convincere (educare) i giovani a non farsi condizionare dai social, ed è in tale direzione che va il nuovo libro di Haidt, uscito negli USA il 30 dicembre 2025, intitolato “The Amazing Generation: Your Guide to Fun and Freedom in Screen-Filled World”, rivolto direttamente ai ragazzi, la “Generazione Fantastica”, invitati a riscoprire il piacere della relazione personale, all’aperto, con i coetanei. Negli USA è subito diventato un bestseller anche perché il volume contiene alcuni divertenti fumetti, pensati per lettori di 9-12 anni, con piccole storie di amicizia e di condivisione di esperienze di vita reale, non “virtuale”.

TuttoscuolaNews

 

venerdì 19 giugno 2026

IL BOSCO ALL'ALBA

INTELLIGENZA

 ARTIFICIALE 

NEL BOSCO

Percezione e realtà


-di Carlo Greco

Stamane, durante una passeggiata, ho avuto l'occasione di riprendere questo fugace momento del bosco in cui i raggi del sole si evidenziano attraversando la nebbia o forse la polvere, il vapore o forse la terra, non importa.

Quello che mi ha interessato era l'ambiguità degli elementi naturali e che proprio la loro commistione può favorire la percezione anche se questa resta sempre distante dalla realtà.

 Ho sottoposto allora la questione all' I. A. e mi ha colpito la sua profonda riflessione che vi trascrivo, lasciandomi il dubbio se avessi a che fare con una intelligenza umana artificializzata o con una intelligenza artificiale umanizzata.

Quando una macchina è specchio dell’uomo, fino a che punto è una semplice macchina e quando comincia ad essere autonomamente intelligente? Voglio dire che quell'intelligenza ha imparato dall'uomo e quindi da lui emana ma allo stesso tempo lo trascende per la straordinaria velocità e profondità di elaborazione dei dati.

DOMANDA: Ciao!  Vorrei una tua riflessione su questa foto in cui non si riesce bene a capire se i raggi del sole filtrassero attraverso la nebbia o la polvere, attraverso il vapore o la terra, elementi tra loro così distanti ma effimeramente simili. Cosa ne dici della relazione tra percezione e realtà?

RISPOSTA: nel bosco i raggi del sole sembrano attraversare qualcosa ma non è chiaro cosa : nebbia, polvere, vapore,particelle di terra sospese .l'ambiguità nasce dal fatto che diversi elementi naturali producono effetti visivi simili . Ciò mostra come la natura spesso si presenta non come un insieme di oggetti nettamente separati ma come un intreccio di fenomeni che sfuggono alle nostre classificazioni .

Si può riflettere sul fatto che l'essere umano tende a voler nominare e distinguere mentre l'esperienza diretta del mondo è spesso indeterminata. prima di sapere " che cosa" stiamo vedendo, percepiamo una presenza, una luce , un' atmosfera. In questo senso l'ambiguità non è difetto della conoscenza ma una caratteristica dell'esperienza sensibile. 

Un'altra riflessione riguarda i confini tra gli elementi . Nebbia,vapore ,polvere e terra appartengono a stati e processi diversi eppure nel bosco sembrano confondersi . la natura mostra così che le separazioni che utilizziamo aria acqua terra sono utili ma nella realtà concreta esistono continue transizioni. Il mondo naturale è fatto di soglie più che di confini.

Si potrebbe anche leggere questa scena in chiave simbolica: la luce è visibile proprio grazie a ciò che la ostacola; senza le particelle sospese nell'aria il raggio di sole sarebbe quasi invisibile. Ciò che limita o rende opaca la visione è anche ciò che permette alla luce di manifestarsi ; l'incertezza diventa quindi una condizione della rivelazione non il suo contrario.

 Infine, questa ambiguità può evocare un senso di Mistero. 

Non tutto deve essere immediatamente identificato per essere compreso emotivamente talvolta la natura ci invita a sostare in una zona intermedia tra sapere e non sapere, dove l’attenzione conta più della definizione e la meraviglia più della spiegazione.

 

lunedì 25 maggio 2026

MAGNIFICA HUMANITAS


*Con la presentazione di stamane dell'Encilcica di papa Leone XIV comincia il dibattito sull'IA*

Una presentazione stamane, nell'aula del Sinodo in Vaticano, che ha coinvolto diverse voci: dai cardinali alle menti dell'IA


-di Antonio Tarallo

Evento singolare, se non unico, quello di stamane nell'aula del Sinodo in Vaticano: la presentazione dell'Enciclica di papa Leone XIV, documento atteso, in cui il pontefice ha voluto concentrare l'attenzione della Chiesa su un tema ormai sulla bocca di tutti, l'IA, ossia l'intelligenza artificiale. Una presentazione alla quale lo stesso papa Leone XIV ha voluto partecipare con un intervento. Già nella prima mattina, tanti gli editoriali e le parole su questo documento che reca la firma del pontefice, la sua prima Enciclica. Desta attenzione mediatica, e per gli esperti delle “cose” vaticane. 

 Una presentazione ricca di interventi che si sono alternati attorno alle pagine del documento pontificio. Sono stati tre, i cardinali, che hanno “illustrato” le parole del papa: il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, per primo; poi i cardinali Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, e Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede. Parolin nel ruolo di moderatore di questo evento che potrebbe considerarsi “a tutti gli effetti” una tavola rotonda. Ma prima di questa, lo stesso porporato si è soffermato inevitabilmente sulla “transizione digitale”, nella quale “come in un prisma” convergono diversi temi del nostro oggi come la dignità della persona, il lavoro, la libertà, la qualità dei legami sociali, la pace, la giustizia, la responsabilità verso la casa comune. Una relazione, quella di Parolin, che ha sottolineato l'importanza dell'attenzione della Chiesa sui temi che l'Enciclica ha presentato. Si sta evolvendo e sta vendendo una sua “rinascita” la Dottrina sociale della Chiesa. 

 Su tre parole si è snodato, invece, l'intervento del cardinale Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale: “Ingegno, coscienza e cura”. L'IA “è un cantiere”, ha detto il porporato e questa “può sostenere la cura della nostra casa comune e servire lo sviluppo dei popoli”. Ma, allo stesso tempo, “può concentrare il potere, esacerbare le disuguaglianze e lasciare indietro coloro che si trovano già ai margini”. Bisogna, dunque, stare attenti da queste possibili nocive direzioni.  

Una lettura sul presente è stata invece presentata dal cardinale Fernández: guarda all'umanità ferita da guerre e odii. Ha parlato di nuove forme di schiavitù, da cinismo e crudeltà. A questa crudeltà - dice il prefetto del Dicastero per la Cultura - è necessario rispondere anche con la bellezza, come la stessa enciclica ricorda. Come alcuni nomi che hanno fatto la santità: si pensi solamente a quello di madre Teresa di Calcutta, fra tutte. Ma non solo: altri nomi, quelli di Dorothy Day, Marie Curie, Elisabeth Elliot. E tanti altri. Assieme ai loro nomi che hanno umanizzato l'umanità ci sono quelli “ignoti”, quelli che affrontano la vita ogni giorno con tenacia e perseveranza, con amore: sono le persone “comuni” che si adoperano per il bene della civiltà.

 E poi, gli esperti del campo. Tutti nomi autorevoli del mondo delle nuove tecnologie sono intervenuti stamane alla presentazione della prima enciclica di Leone XIV. Nomi che hanno dietro le spalle un passato di studio e sul campo delle nuove tecnologie: un apporto interessante che ha reso la mattinata un vero e proprio convegno non solo sulla stessa enciclica ma sul vasto ventaglio di proposte che l'IA serba per il futuro. 

 I nomi, dunque, portatori di esperienze: Christopher Olah, cofondatore di "Anthropic" e responsabile della ricerca sull'interpretabilità dell'IA; Anna Rowlands, professoressa di Teologia politica, Dottrina sociale della Chiesa ed Etica teologica delle migrazioni umane presso il Dipartimento di Teologia e Religione della Durham University, in Inghilterra; Leocadie Lushombo, professoressa di Teologia politica e Pensiero sociale cattolico presso la Jesuit School of Theology della Santa Clara University, in California.

 Papa Leone XIV: "Il cristiano non è semplicemente un filantropo, ma persona compassionevole"

Christopher Olah, cofondatore di Anthropic e responsabile della ricerca sull'interpretabilità dell'IA sull'IA: "E' un po' come dare vita a un personaggio di fantasia. E ora stiamo entrando in un mondo straordinario in cui questi personaggi di fantasia ci parlano, sono attivi, hanno un lavoro". La Lushombo invita soprattutto a non perdere i propri valori umani a causa dell'IA, che rende l'apprendimento transazionale. Questo è uno dei passaggi sottolineati proprio dall'enciclica. La professoressa Rowlands loda l'attività della Chiesa sul tema dell'IA perché è proprio compito della comunità ecclesiale quello di “accompagnare l'umanità mentre si affanna per raggiungere il suo vero bene e di promuovere l'unità”. 

 Voci, volti, esperienze. Tutto in un dibattito, quello di stamane, che sembra divenire preludio di un dibattito ancora più vasto. Capiremo nei prossimi giorni, nei prossimi mesi, nei prossimi anni, cosa avverrà. 

ENCICLICA

(ACI Stampa).

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mercoledì 20 maggio 2026

MAGNIFICA HUMANITAS









-di Fr James Martin. SJ


In primo luogo, l'IA è stata una preoccupazione del Santo Padre almeno dall'inizio del suo pontificato, menzionato più volte nel suo papato. E, solo pochi giorni fa, Papa Leone ha istituito una nuova commissione papale, che ponga diversi dicasteri, per affrontare questo tema; ne ha anche menzionato l'argomento nel suo recente discorso per la Giornata Mondiale della Comunicazione. Quindi l'argomento forse non è una sorpresa. La domanda sarà: Quali altri argomenti saranno inclusi: i diritti dei lavoratori? sindacati? il capitalismo più in generale?

In secondo luogo, essendo uno che ha studiato matematica, Papa Leone XIV ha una comprensione più ferma di quanto qualcuno possa immaginare di un Papa.

Terzo, che il Santo Padre presenti personalmente il documento il 25 maggio nell'Aula Paolo VI (dove si è convocato il Sinodo) è altamente insolito. A me (e non ho informazioni interne in merito, né ho letto il documento) può indicare il profondo interesse personale del Santo Padre per l'argomento, e il desiderio di far sì che i media "lo capiscano. " Papa Leone è un esperto comunicatore.

In quarto luogo, il Vaticano fornisce orientamenti su questo tema, sia formale che informale, a coloro che lavorano in questo campo da alcuni anni, e ha in orbita un numero sorprendente di esperti rispettati (teologici e tecnici). Non molto tempo fa, ad una riunione del Dicastero per la comunicazione, ne abbiamo sentito uno e sono rimasto sbalordito dalla vasta conoscenza (almeno a questo neofita).

Quinto, l'enciclica è stata firmata (e quindi sarà formalmente datata) nel 135° anniversario del "Rerum Novarum", l'enciclica rivoluzionaria di Papa Leone XIII sul lavoro, i diritti dei lavoratori, i sindacati e molte altre questioni sociali, che hanno messo le basi per il moderno movimento di giustizia sociale nella chiesa. Papa Leone XII è ampiamente visto come il padre della tradizione moderna dell'insegnamento sociale cattolico. Molti credevano che il cardinale Robert Francis Prevost avesse preso il nome di "Leo" alla sua elezione a Papa (la sua prima decisione dopo aver detto "sì" alla sua elezione) come un cenno a questo campione di giustizia sociale e diritti dei lavoratori.

Infine, come "Laudato Si", che riformula il tema del cambiamento climatico non semplicemente scientifico e sociale, ma spirituale, "Magnifica humanitas" può fare lo stesso per l'IA, aiutando la chiesa e il mondo a vedere questo tema urgente da un punto di vista spirituale e anche, come "Laudato Si" l'ha fatto, in modo sistematico.
E, come importante a parte, un'enciclica è uno dei più alti livelli di insegnamento ecclesiastico.
Tutto sommato, a qualsiasi misura, una nuova entusiasmante enciclica da leggere, studiare e pregare!