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venerdì 21 agosto 2026

UNA NUOVA AMERICA


 Un personaggio “diverso” 

alla guida 

di New York


-di Giuseppe Savagnone 

L’elezione di Mamdani a sindaco di New York, la serie di successi dell’ala “socialista” nelle primarie del partito democratico e le ultime dichiarazioni della sua esponente più nota, Alexandria Ocasio-Cortez, ci avvertono che, negli Stati Uniti, all’interno del fronte che si oppone a Donald Trump, si stanno verificando degli importanti cambiamenti.

Procediamo in ordine cronologico.  In seguito alla vittoria elettorale del 4 novembre 2025, Zohran Mamdani è diventato il primo sindaco musulmano della più grande e famosa metropoli americana, dopo aver sconfitto l’ex governatore dello Stato Andrew Cuomo sia nelle primarie democratiche sia nelle elezioni generali. Mamdani ha 34 anni, è nato in Uganda, figlio di un professore originario dell’India ma cresciuto in Uganda e di una celebre regista indiana. Dall’età di sette anni vive con la famiglia a New York, dove si è laureato in Studi africani e ha cominciato a impegnarsi nel movimento «Students for Justice in Palestine».

Mentre tentava senza fortuna la carriera di cantante, nel 2016 ha partecipato alla perdente campagna di Bernie Sanders – il senatore più “a sinistra” del Partito Democratico – per le primarie in vista delle elezioni presidenziali (la candidata scelta fu Hillary Clinton) e poi è entrato nel movimento «Democratic Socialists of America» (DSA). Il suo principale punto di riferimento è sempre rimasto Sanders, uno dei più importanti politici statunitensi contemporanei a definirsi socialista (non marxista); formalmente non fa parte del DSA, anche se su molti punti ne sembrerebbe l’ispiratore.

Nell’ottobre 2019 Mamdani si è candidato all’Assemblea dello Stato di New York, sostenendo una riforma del diritto alla casa, proponendo riforme della polizia e del sistema carcerario e la municipalizzazione dei servizi pubblici. Dopo aver vinto le primarie democratiche con il sostegno del DSA, è stato eletto nel novembre 2020 e poi rieletto nel 2022 e nel 2024.

Nell’ottobre 2024 ha presentato la propria candidatura a sindaco di New York, con un programma che prevedeva modifiche alla regolamentazione sugli affitti, trasporti pubblici gratuiti e riduzione dei costi dei beni primari. Per candidarsi, ha dovuto confrontarsi nelle primarie democratiche con un autorevole rappresentante dell’establishment del suo partito, quel Cuomo che ha sconfitto e che, presentatosi poi come indipendente alle elezioni generali, è stato nuovamente da lui battuto. Ad oggi, gli osservatori gli riconoscono una sostanziale coerenza nell’applicazione del suo ambizioso programma sociale a favore delle categorie più povere della popolazione.

In campo internazionale, Mamdani ha sempre avuto una grande attenzione alla questione palestinese, denunciando i crimini del governo israeliano e arrivando a ipotizzare l’arresto di Netanyahu se fosse venuto a New York per l’Assemblea dell’ONU.

Nuovi volti alla ribalta

L’effetto Mamdani si è fatto sentire nelle primarie del partito democratico, sia per la Camera che per il Senato. Alla fine di giugno, a New York, in quelle per la Camera, due giovani candidate socialiste, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier, e un altro democratico di sinistra, Brad Lander, tutti con un programma molto simile al suo, hanno sconfitto i loro rivali, che erano sostenuti dai vertici del partito. Il programma e lo stile della loro campagna sono stati molto simili a quelli di Mamdani: critica alle ingerenze delle grandi aziende e dei miliardari nella politica, sostegno economico dal basso, da parte dei simpatizzanti, e soprattutto attenzione alla relazione con le persone, sia andando porta a porta sia utilizzando i social media.

Sempre alle primarie per la Camera, trionfo annunciato, con più dell’80% dei voti, per la giovane deputata uscente del Minnesota Ilhan Omar, che già alle elezioni del 2018, a sorpresa, era stata eletta – prima somala, prima musulmana, prima rifugiata e prima donna velata – al Congresso degli Stati Uniti. In passato Trump l’ha attaccata definendola «spazzatura, lei e i suoi amici», aggiungendo che i «Somalians» (usando una forma dispregiativa dell’inglese “Somalis”), inclusa Omar, dovevano «essere rimandati in Somalia» perché «hanno distrutto il Paese». 

Passando alle primarie democratiche per il Senato, ai primi di agosto si è svolta, sempre in Minnesota, una consultazione che assumeva un particolare significato dopo le violenze dell’ICE, nel quadro dell’operazione federale sull’immigrazione “Metro Surge”, e l’ondata di proteste che esse hanno suscitato. La candidata di sinistra Peggy Flanagan – 46 anni, nativa americana, espressamente appoggiata da Sanders –, ha sconfitto con largo margine Angie Craig, una democratica con posizioni più moderate che aveva alle sue spalle l’establishment del partito e più fondi a disposizione.

Il programma di Flanagan, caratterizzato da una netta contrapposizione alla linea dell’amministrazione Trump, includeva una politica fortemente redistributiva, l’estensione a tutti del sistema sanitario e una critica esplicita al peso delle grandi imprese nella politica americana.

Sempre in agosto si sono svolte le primarie democratiche per il Senato nel Michigan. Nonostante la massiccia campagna finanziata dai gruppi filoisraeliani a sostegno della rivale Haley Stevens (si parla di 30 milioni di dollari), ha prevalso anche qui il candidato più “di sinistra”, Abdul El-Sayed, 41 anni, medico, musulmano, figlio di immigrati egiziani. Pur non facendo parte formalmente del DSA, El-Sayed ne condivide in pieno le tre priorità: allargamento a tutti della sanità pubblica (ora riservata agli anziani e alle fasce più povere), cancellazione dei finanziamenti a Israele e patrimoniale.

A metà agosto, infine, la sinistra socialista americana ha piazzato un colpo a sorpresa in Florida, uno degli Stati più solidamente repubblicani e antisocialisti degli Stati Uniti. Angie Nixon, membro del DSA, ha vinto le primarie democratiche per il Senato contro Alex Vindman. Il risultato è stato ancora più sorprendente per il divario di risorse tra i due candidati. Nixon ha raccolto circa 975.000 dollari, contro i 16,3 milioni di Vindman, e ha speso meno di 60.000 dollari in pubblicità, mentre il suo avversario ne ha spesi più di due milioni. Nixon ha però costruito negli anni una solida rete di consenso nella sua città, Jacksonville, e questa dimensione umana della sua campagna ha avuto la meglio.

Invece, nelle primarie democratiche per la candidatura a governatore del Wisconsin, un altro Stato del Midwest, è stata battuta, anche se per pochi voti, la socialista Francesca Hong, che i sondaggi davano come grande favorita. A danneggiarla è stata probabilmente un recente passato caratterizzato da posizioni estremamente woke. Hong aveva invitato ad abolire la polizia e la festa del Ringraziamento, da lei giudicata colonialista (abolire il Ringraziamento è un’istanza popolare tra gli americani quanto lo sarebbe per gli italiani abolire Ferragosto).

Il superamento della cultura woke

E questo ci introduce a un terzo fattore del cambiamento che si registra nel mondo democratico americano, che è proprio la presa di distanza dalla cultura woke. Ne è stato un importante segnale l’intervista rilasciata il 9 agosto nel corso del programma «This Week», sulla rete ABC, da Ocasio-Cortez, considerata l’erede della politica di Bernie Sanders e una possibile candidata alle primarie per le elezioni presidenziali del 2028. «Woke 1 was crazy», «il primo woke era una follia», ha detto Ocasio-Cortez, pur continuando a pensare che «le discussioni che si sono svolte in quel periodo siano state piuttosto proficue».

Si è trattato di una svolta, perché la deputata democratica – divenuta nel 2019, a 29 anni la donna più giovane eletta alla carica parlamentare – è sempre stata considerata un’esponente di punta della cultura woke.

Il termine woke, che in inglese significa “sveglio” o “consapevole”, nasce nella cultura afroamericana del secolo scorso come esortazione a non chiudere gli occhi di fronte alle discriminazioni e alle disuguaglianze sociali e razziali. Oggi indica un atteggiamento culturale che prende polemicamente di mira fenomeni come razzismo, sessismo, omofobia e, insieme alla difesa delle minoranze e dei diritti LGBTQ+, promuove la decolonizzazione del pensiero e delle istituzioni.

Volendo cercare un elemento che accomuni le diverse manifestazioni del woke, lo si potrebbe trovare nella volontà di destrutturare le forme linguistiche e di costume in cui è cristallizzato un passato di ingiustizie ipocritamente dimenticate e di combattere queste ingiustizie quando si ripresentano nel presente.

È espressione di questo atteggiamento la cancel culture (“cultura della cancellazione”), un movimento volto a rimuovere monumenti, opere d’arte, festività, denominazioni, in cui è possibile ritrovare le tracce di un passato razzista e schiavista. Da qui forme di iconoclastia verso statue di noti personaggi storici, accusati di essere stati complici dei sistemi di pensiero e di vita discriminatori dei loro tempi. Da qui, nelle università americane, l’esclusione di classici della filosofia o della letteratura che rispecchiano questi sistemi.

Ma la cancel culture non è solo un processo alla storia. Si manifesta anche come boicottaggio e contestazione di personalità della cultura, della politica, dell’arte, che nel presente abbiano avuto comportamenti o usato espressioni in qualche modo offensivi sotto il profilo sessuale e razziale. Ne sono stati bersaglio attori famosi, registi, produttori, accusati di avere approfittato della loro posizione per avere favori sessuali dalle attrici con cui avevano a che fare. Ma ne sono vittima anche docenti universitari o studenti che difendono idee ritenute contrarie al politically correct.

L’intenzione è di ridare voce a chi, nel passato o nel presente, ne è stato privo, e di difendere i diritti civili; ma il risultato è stato spesso un soffocante controllo che ha sottoposto il pensiero e il linguaggio a criteri considerati inviolabili, dando luogo a un “conformismo dell’anti-conformismo”. Per anni la carica innovatrice della “sinistra” statunitense si è concentrata più su queste discutibili battaglie, fortemente elitarie, che sui pressanti problemi economici e sociali della maggior parte delle persone. Emblematica la campagna presidenziale di Kamala Harris, giocata prevalentemente sulla difesa del diritto di aborto.

Non a caso, dopo la sconfitta del 2024, Bernie Sanders – la cui battaglia politica è stata sempre incentrata su giustizia sociale, classe operaia, sanità e istruzione pubbliche, lotta alle disuguaglianze – ha accusato apertamente il partito democratico di avere «abbandonato la classe lavoratrice».

E oggi è a Sanders, ormai ottantaquattrenne, che si rifanno i giovani democratici che si propongono come “socialisti”. Se da un lato essi rifuggono dal conformismo e dall’immobilismo dei vertici del partito, non vogliono più esprimere il loro anelito al rinnovamento sul piano astratto della cultura woke e preferiscono puntare su temi sociali molto concreti piuttosto che sulla difesa di diritti individuali, che appassiona la classe colta e benestante.

Certo, protagoniste di questo cambiamento radicale sono figure irriducibili al modello tradizionale del maschio bianco anglosassone cristiano. La maggior parte di questa nuova generazione rampante di democratici è costituita da giovani donne; alcuni sono immigrati o figli di immigrati e alcuni sono musulmani. Ciò finora non sembra averli ostacolati nella loro ascesa, ma quale sarà il responso delle urne nelle ormai prossime elezioni di medio termine? Nessuno può prevederlo. Come nessuno può prevedere come influirà la loro diversa collocazione umana e religiosa sulla loro azione politica.

Intanto un dato sicuro è che questi nuovi personaggi si oppongono decisamente allo spietato sovranismo di Trump, Vance e Rubio sul tema delle migrazioni, non condividono il sostegno incondizionato a Israele e mettono al primo posto la giustizia sociale, soprattutto in campo sanitario.

È forte, in ogni caso, la percezione che stia nascendo un’America nuova, anche se non sappiamo ancora che volto avrà. Sappiamo solo che questa immagine sarà in ogni caso più umana della maschera tragicomica impostale da Trump in questi quasi due anni di presidenza.

 E di questo siamo già grati.

www.tuttavia.eu


 

 

 

sabato 18 luglio 2026

UNA NUOVA CIVILTA' ?

 


La nuova civiltà 


di 


Donald Trump




-di Giuseppe Savagnone 

Dietro le sceneggiate

Consapevolmente o no, Donald Trump sta determinando – con le sue esibizioni istrionesche – l’effetto che tutti i prestigiatori e gli illusionisti si propongono: distrarre l’attenzione del pubblico da ciò che realmente sta accadendo. In realtà, dietro i comportamenti imprevedibili e sconclusionati del capo della Casa Bianca è possibile individuare un ben preciso progetto, che va molto al di là dell’economia e della politica, perché esprime un modello di civiltà che non solo mira a “fare di nuovo grande l’America”, ma si propone di riscattare tutto l’Occidente dalla sua presunta decadenza.

Di esso ovviamente Trump non è l’inventore. Lo ha attinto dalle zone profonde degli Stati Uniti che lo coltivano da sempre e che hanno puntato sul tycoon per dargli finalmente voce e tradurlo in pratica. Gli analisti più attenti ne individuano tre assi portanti.

Il primo è l’appropriazione della tradizione dell’Impero Romano. In questa rilettura – ovviamente discutibile e riduttiva – gli attributi fondamentali di questa tradizione sarebbero l’autorità indiscussa e carismatica di un leader, la virilità, la capacità di imporre la propria volontà, contro la decadente esaltazione del principio democratico, dell’uguaglianza, del rispetto degli avversari e della cura dei più deboli.

Non è un caso che, per festeggiare il suo ottantesimo compleanno, Trump abbia organizzato, in un’arena allestita davanti alla Casa Bianca, un grande torneo di arti marziali miste, costato 60 milioni di dollari, sul modello dei giochi romani dei gladiatori.

Quale cristianesimo?

Il secondo asse è il recupero dei “valori giudaico-cristiani”, di cui l’amministrazione Trump esalta il ruolo pubblico, in alternativa alla visione illuminista e al principio di laicità. È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche nell’elezione del presidente. E questi, in risposta, ha istituito un Ufficio della Fede, chiamando a guidarlo una telepredicatrice, Paula White, che da anni è una sua fidata consulente spirituale e che è sostenitrice della “teologia della prosperità”, secondo cui Dio ricompensa i veri fedeli con ricchezza materiale e successo personale.

È chiaro che in questa valorizzazione del cristianesimo non trovano alcun posto la fraternità, l’attenzione ai poveri, la rinunzia alla violenza. Ma c’è di più. La prospettiva “giudaico-cristiana”, coniugata con l’esaltazione di una romanità in cui l’imperatore veniva divinizzato, ha finito per esprimersi in un’ambigua assimilazione del capo politico alla figura del Messia, come appare in un post che chiaramente ritrae Trump con fattezze che ricordano Gesù Cristo.

Il terzo asse è quello economico-finanziario. Il tycoon ha mescolato economia e politica fin dalle sue rivendicazioni nei confronti della Groenlandia, e poi nella guerra dei dazi e nell’operazione con cui ha spogliato il Venezuela delle sue risorse petrolifere. E anche parlando dell’attuale conflitto con l’Iran ha detto ai giornalisti: «Se dipendesse da me prenderei il petrolio iraniano, guadagneremmo un sacco di soldi». Per non parlare della sua tendenza a finalizzare le sue scelte istituzionali agli interessi della sua famiglia e dei suoi amici, con un palese conflitto di interessi.

Lo scontro di civiltà e l’attacco all’Europa

Il presidente americano sembra credere alla profezia fatta nel 1996 dal politologo statunitense Samuel P. Huntington nel suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. «La mia ipotesi – scriveva lo studioso – è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. (…). Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale».

In questo scontro il primo bersaglio di Trump è l’Europa. Si è fatto suo portavoce il suo vice, J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno; ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America».

Quali siano questi valori lo si capisce dalle contestazioni mosse da Vance nel suo discorso. Al primo posto l’identità etnica e religiosa, minacciata da una politica migratoria che, a quella data, vedeva i governi europei ancora abbastanza aperti all’accoglienza. Poi, la libertà di espressione, che Vance ha accusato l’Europa di violare, probabilmente in riferimento all’esclusione dalla Conferenza del partito neonazista Alternative für Deutschland, i cui dirigenti egli ha incontrato dopo il suo intervento. Un noto analista ha commentato: «Trump vede le democrazie liberali europee non come partner, ma come avversari in un conflitto di civiltà».

Su questa linea, nella nuova National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre 2025 l’Europa era descritta come «civiltà in declino», che «rischia di diventare irriconoscibile entro vent’anni» se le tendenze attuali non verranno invertite.

Verso la nascita di un nuovo Occidente?

L’auspicata inversione in realtà in parte sta avvenendo. Le politiche migratorie dei governi europei si sono progressivamente avvicinate al modello statunitense. E i “cordoni sanitari” con cui le democrazie avevano sempre isolato i partiti di estrema destra, i loro slogan, i loro simboli, sono ormai solo un ricordo, in uno scenario che vede questi partiti ormai al potere, come in Italia, o candidati ad arrivarci prossimamente, come in Germania, in Francia, in Spagna, nella stessa Inghilterra.

Né sembra che la civiltà europea nata dall’Illuminismo e fondata sulla democrazia liberale sia in grado di opporsi a questa dilagante deriva. I governi europei, incapaci di trovare linee politiche veramente comuni, sono stati costretti non solo a chiudere gli occhi sulle ripetute violazioni del diritto internazionale, non solo ad accettare i diktat trumpiani per quanto riguarda l’aumento delle spese militari e i dazi, ma a subire i continui, pesanti attacchi verbali, anche personali, nei confronti dei loro leader (l’ultimo quello a Giorgia Meloni). Almeno sul fronte europeo, lo scontro di civiltà sembra destinato a segnare la totale vittoria del modello americano.

Anche perché Trump e i suoi collaboratori – primo fra tutti Musk – sostengono attivamente, con i loro enormi mezzi finanziari e tecnologici, l’affermazione politica e culturale di chi lavora per questa “civiltà”. Come conferma il fatto che, nei giorni scorsi, il Dipartimento di Stato americano abbia offerto finanziamenti fino a 3 milioni di dollari a organizzazioni europee allineate al movimento MAGA con l’obiettivo dichiarato di «coltivare legami di civiltà» tra Stati Uniti e vecchio continente. I beneficiari dovranno affrontare «le sfide su sovranità nazionale, migrazione, censura e lawfare in linea con una filosofia politica, un diritto e un patrimonio di civiltà occidentale comuni».

Ritornano in mente le parole di Giorgia Meloni a Trump, durante la visita alla Casa Bianca dello scorso 17 aprile 2025: «Il mio obiettivo – aveva detto – è rendere di nuovo grande l’Occidente e penso che possiamo farlo insieme», precisando: «Quando parlo di Occidente non parlo di uno spazio geografico, parlo di una civiltà, e io voglio rendere più forte questa civiltà». Ora l’obiettivo è vicino a essere raggiunto. Anche se forse la nostra premier, dopo poco più di un anno, ha motivo di porsi qualche domanda.

Ma ad interrogarsi dovrebbero essere innanzi tutto quei leader che, a parole europeisti, continuano a impedire il passaggio dall’unità puramente economica a quella politica; e quegli esponenti di una cultura che ha rinnegato l’anima cristiana dell’Europa, senza però riuscire a trovarne un’altra capace di dar vita a una civiltà alternativa a quella di Trump.

Lo scontro con la civiltà iraniana

L’altro fronte dello scontro di civiltà promosso da Trump è l’Iran, emblema di un islamismo che non si piega all’egemonia occidentale. E qui in particolare è emersa la riduzione della dimensione religiosa alle logiche di un sovranismo imperialista. Ha fatto il giro del mondo il video in cui un gruppo di leader evangelici, radunato nello Studio Ovale, invoca su Trump l’illuminazione divina a sostegno alle sue decisioni militari.

E il Segretario alla Guerra Peter Hegseth ha più volte fatto appello a una “missione” data da Dio stesso agli Stati Uniti in questo conflitto: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…». Da qui l’invito a pregare per il successo militare: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…».

In realtà l’attacco sferrato contro la Repubblica islamica muoveva dalla premessa che si potesse riprodurre nei confronti di quest’ultima il “modello Venezuela”: assedio militare con grande dispiegamento di forze, fulmineo attacco con decapitazione dei vertici del regime e loro sostituzione con un personaggio manovrabile. Recentemente abbiamo appreso da rivelazioni giornalistiche che si era puntato sull’ex presidente Ahmadinejad perché svolgesse il ruolo che Delcy Rodríguez ha assunto in Venezuela.

Ma il piano non ha funzionato. Per il semplice motivo che l’Iran non è il Venezuela. Si capisce l’ironia della risposta iraniana alle reiterate minacce americane: «Quando voi vivevate ancora nelle caverne alla ricerca del fuoco, noi stavamo già incidendo i diritti umani sul cilindro di Ciro. Abbiamo resistito alla tempesta di Alessandro e alle invasioni mongole e siamo rimasti; perché l’Iran non è solo un Paese, è una civiltà».

Il capo della Casa Bianca ha mostrato di accettare questa sfida, dicendosi pronto a portare lo scontro ai suoi esiti estremi. Come quando, il 7 aprile scorso, annunciò l’ultimatum, poi revocato: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà».

Da più parti gli è stato fatto notare che non bastano i missili di uno Stato nato 250 anni fa a cancellare una civiltà che risale al 650 a. C. e che è anteriore di millequattrocento anni alla nascita dell’impero arabo e dell’islam (l’Iran, ricordiamolo, non fa parte del mondo arabo e la sua lingua è il farsi). Oggi se ne parla molto solo riferendosi alla sistematica violazione dei diritti umani – soprattutto di quelli delle donne – da parte del regime degli ayatollah. Ed è verissimo che, dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, l’adozione della Sharia, la legge coranica, rivela sia la grave incapacità di questa civiltà di evolversi in dialogo con altre culture, sia la volontà di trincerarsi in un fanatico fondamentalismo.

Ma a chi ne trae la conclusione che quello in corso è lo scontro tra la civiltà (occidentale) e la barbarie bisognerebbe ricordare che nel 1953, sotto lo scià Reza Pahlevi, il primo ministro Mohammad Mossaddeq, democraticamente eletto, fu destituito da un colpo di Stato organizzato dalla Cia e dai servizi segreti inglesi, per aver nazionalizzato l’industria petrolifera, allora di proprietà britannica. E le parole di Trump sul petrolio iraniano, in analogia con la vicenda del Venezuela, fanno intravedere quale tipo di civiltà l’Occidente intenda esportare.

Di sicuro, però, non è il modello iraniano l’alternativa su cui puntare per fermare l’avanzare della civiltà trumpiana. Devono essere gli Stati Uniti e l’Europa a trovare in sé stessi le risorse per inventarsene una. E le notizie che vengono dagli Usa, con l’elezione di Mamdani a sindaco di New York e quella, alle primarie, di esponenti democratici finalmente aperti al sociale, fanno sperare.

Proprio la cultura europea sembra essere ancora incapace di una vera creatività. Ma non è detta l’ultima parola.

www.tuttavia.eu

 

venerdì 26 giugno 2026

DAGLI AMICI CI GUARDI IDDIO

 


L’impossibile

 abbraccio 

dei ricci



-di  Giuseppe Savagnone 

Le buone intenzioni di un amico

La tempesta sollevata dalle parole del segretario generale della Nato, Mark Rutte, sul contributo italiano alla guerra contro l’Iran, si aggiunge e si sovrappone a quella seguita all’attacco del presidente americano Trump a Giorgia Meloni, richiamando alla mente un vecchio detto di saggezza che dice: «Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io».

Perché anche Rutte, come Trump, è un “amico” della nostra premier. E, nelle sue intenzioni, la dichiarazione resa a «Fox News» era volta a disinnescare la polemica tra i due. Il Tycoon si era detto profondamente deluso dalla mancata risposta europea, e in particolare italiana, al suo appello a partecipare alle operazioni militari per sbloccare lo stretto di Hormuz. E proprio a questo si è riferito Rutte: «Comprendo perfettamente la delusione, ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione Epic Fury. Quindi si tratta di un numero enorme».

Insomma, secondo il segretario della Nato, Trump non dovrebbe troppo protestare contro la nostra premier, perché l’Italia, pur senza inviare navi e soldati, ha dato egualmente un grosso contributo alla guerra, consentendo che dalle basi americane sul suo territorio decollasse «un numero enorme di aerei» in missione contro l’Iran. Insomma, un invito alla distensione, dopo lo scontro.

Eppure, forse mai intervento fatto a fin di bene è risultato così sgradito a chi avrebbe dovuto beneficiarne, in questo caso il governo italiano. Lo si è capito subito dalla immediata reazione del ministro della Difesa, Crosetto, secondo cui quella di Rutte sarebbe «una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace». Infatti, ha precisato il ministro, «sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche [cioè di attacco a bersagli nemici], nell’ambito delle procedure previste dagli accordi esistenti», che escludono, appunto, queste ultime. Come del resto implicava il termine «supportare», utilizzato dal segretario della Nato.

Ma non è bastata questa precisazione, come non è bastato il riferimento alla mera applicazione «degli accordi esistenti», a placare l’ira delle opposizioni. Angelo Bonelli di Avs ha parlato di «dichiarazioni gravissime» che «sbugiardano» il governo. «Il fatto è che l’Italia ha partecipato a questa guerra in Iran, una folle guerra, ma la cosa grave è che Giorgia Meloni ha tenuto nascosto al Parlamento che 500 aerei militari americani sono decollati o sono atterrati sulle basi Nato italiane per andare a colpire l’Iran o per dare il supporto agli aerei militari». Sulla stessa linea Nicola Fratoianni, secondo cui «o hanno mentito al Parlamento o Rutte ha preso un colpo di calore».

«Noi non siamo in guerra»

Bisogna ricordare che il contesto in cui lo scontro si sta sviluppando è quello di una scelta precisa del governo italiano di non farsi coinvolgere dal conflitto scatenato dagli Stati Uniti e da Israele. «Noi non siamo in guerra», ha spesso ripetuto la nostra premier. «Questa non è la nostra guerra», ha ribadito in più occasioni. Confermando questa posizione con l’ampia diffusione data a un episodio che, senza il suo intervento, sarebbe rimasto sconosciuto, quello del divieto di atterraggio nella base di Sigonella per due aerei militari americani direttamente impegnati nell’attacco all’Iran, in conformità – si è sottolineato – con gli accordi vigenti che escludono questa finalizzazione bellica.

Quello che non è stato detto, allora, è che, contemporaneamente, si stava dando il permesso di decollare a ben cinquecento aerei militari coinvolti in Epic Fury, sia pure con compiti di «supporto» tecnico e logistico e in base ai suddetti accordi. Una prassi magari impeccabile sul piano formale, ma certamente assai meno rassicurante. Una prassi, soprattutto, che gli italiani hanno appreso solo ora da un’intervista sfuggita al segretario generale della Nato e non dal Ministero italiano della Difesa o da Palazzo Chigi.

Si può senz’altro dare fiducia al ministro Crosetto sul carattere meramente tecnico e logistico delle missioni. Ma non si può evitare il dubbio che egli non abbia alcun controllo diretto sul traffico militare delle basi americane, che godono di ampia autonomia, e debba perciò a sua volta credere sulla parola a ciò che gli viene assicurato dai comandi di queste basi. 500 voli – lo ha sottolineato lo stesso Rutte – sono tanti. Chi garantisce che una parte di essi non abbia avuto come destinazione obiettivi militari?

Si aggiunga a questa perplessità un’altra, relativa alla distinzione tra le attività cinetiche e quelle solo tecniche e logistiche. Una distinzione che nella pratica non è così netta come appare sulla carta, oggi che la tecnologia fa sempre più parte integrante della dimensione propriamente militare. Per restare alla base di Sigonella, in Sicilia, da essa partono droni da ricognizione che monitorano tutto il Mediterraneo orientale, compreso il Medio Oriente. Se uno di essi fosse stato utilizzato non per colpire direttamente, ma per fornire a un caccia F-35 le coordinate per bombardare un obiettivo, la sua azione, formalmente “non cinetica”, non avrebbe avuto egualmente un carattere aggressivo?

E se gli iraniani, per impedire questo «supporto» avessero attaccato la base americana in Sicilia, come hanno fatto con quelle in Iran, ci saremmo trovati o no coinvolti nella guerra, a causa del nostro indiretto, ma fondamentale appoggio all’aviazione americana?

Forse gli italiani avrebbero accettato questo rischio. Ma avrebbero dovuto esserne messi al corrente per potere decidere. Nel comunicato del Ministero si sottolinea che «il Governo ha fatto esattamente quanto dichiarato alle Camere: sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica». Ma è suonato come una rivelazione, per il Parlamento come per l’opinione pubblica, ciò che stava dietro queste asettiche e rassicuranti parole.

Certo, «supportare» una guerra non vuol dire farla. Ma non è neppure tenersene fuori, come il governo aveva ripetutamente assicurato. E come richiede l’art. 11 della nostra Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Tanto più che, in questo caso, si è trattato di una guerra frutto di un attacco preventivo, perfetto esempio di ciò che la Costituzione ripudia, e su cui tuttavia la nostra premier, pur riconoscendo che essa si pone «al di fuori del diritto internazionale», si è rifiutata di prendere posizione, limitandosi a dire: «Non condivido e non condanno».

Guai agli amici di Trump

Resta il fatto che Trump si è molto arrabbiato con Giorgia Meloni, sentendosi tradito. A questo la premier si è appellata per smentire le affermazioni di Rutte, definendole «un discorso illogico», che non spiegherebbe perché il capo della Casa Bianca attacchi l’Italia per il mancato sostegno.

Sembrerebbe un’osservazione inconfutabile, se una lunga serie di fatti non dimostrasse che è nello stile di Trump essere più aggressivo proprio nei confronti degli “amici”, e in generale di chi si inchina al suo volere, se non lo fa fino in fondo. Emblematica l’umiliazione internazionale inflitta alla stessa Giorgia Meloni, dopo la sua (obbligata) presa di distanza – peraltro molto garbata – dall’attacco a Leone XIV e per l’altrettanto garbato e obbligato rifiuto di trascinare il nostro Paese in una guerra assurda.

La nostra premier era sempre stata la più vicina a Trump; si era detta orgogliosa del «rapporto privilegiato» stabilito con lui; si era battuta con successo per impedire che l’Europa reagisse con fermezza alle arroganti e minacciose politiche doganali del Tycoon (con risultati a dire il vero disastrosi per i nostri interessi); aveva sempre cercato di giustificare o almeno di minimizzare le sue folli pretese neo-coloniali, fino a definire una «operazione difensiva legittima» l’attacco al Venezuela per depredarlo del suo petrolio. Arrivando, poco dopo questi fatti, a proporlo – prima e unica leader europea – per il Nobel per la pace.

Non malgrado ciò, ma proprio per tutto questo Trump l’ha massacrata pubblicamente, lasciando di stucco lei e i suoi sostenitori, che sull’amicizia con lui avevano puntato tutta la politica estera italiana. Perciò non è affatto strano che, anche dopo i 500 voli di «supporto» concessi ai suoi aerei per la guerra all’Iran, il presidente americano continui ad attaccare astiosamente Meloni e l’Italia per non essere stati fino in fondo fedeli a quella che egli ha sempre concepito come un rapporto di vassallaggio: «Meloni era una mia grande fan, ma ora non la voglio più».

L’impossibile abbraccio dei ricci

Qualcuno potrebbe obiettare che è facile criticare, col senno del poi. In realtà tutto questo era chiaro fin dall’inizio. E per prevederlo non c’era bisogno di essere profeti, e nemmeno grandi politologi, se il sottoscritto, che non è né l’uno né l’altro, l’aveva già puntualmente prefigurato in un chiaroscuro pubblicato l’8 novembre 2024, all’indomani della vittoria elettorale del Tycoon, intitolato «Il mondo di Donald Trump e le illusioni dei sovranisti».

Scrivevo allora, riferendomi al “Rifare di nuovo grande l’America” di Trump e al “Rifare di nuovo grande l’Italia” di Meloni: «Se si pensa che il bene del proprio paese sia in alternativa a quello degli altri, due governi sovranisti non potranno mai allearsi, se non in un rapporto asimmetrico di dipendenza (come fu tra Germania nazista e Italia fascista nel secolo scorso). Come i ricci, i cui aculei sono una buona difesa verso gli altri animali, ma escludono un reciproco abbraccio, i sovranisti non possono dare luogo a un fronte veramente comune e tra due Stati governati da loro ci potrà essere solo competizione».

E così è stato. Nel mondo dei sovranisti non esistono amici. Si può solo essere nemici o vassalli. E purtroppo l’Italia oggi, rispetto agli Stati Uniti di Trump, dopo essersi illusa di una impossibile amicizia, rientra nella seconda categoria. Un ulteriore motivo per chiedersi se davvero il sovranismo, sbandierato con orgoglio dal nostro governo, sia la via giusta per rendere grande l’Italia.

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sabato 13 giugno 2026

IL PAPA, LA TRAGEDIA, LA FARSA

 La Chiesa ricopre in modi nuovi la sua antica funzione civilizzatrice e interviene per proporre una rappresentazione diversa dalla brutta tragicommedia che i leader politici stanno recitando. 

-di Giuseppe Savagnone 

 Il papa in Spagna

Il viaggio in Spagna di Leone XIV – il primo di un pontefice dopo 15 anni – si è trasformato, al di là di ogni previsione, in una trionfale legittimazione del ruolo al tempo stesso spirituale e politico del cattolicesimo in questo momento storico, e non solo per la Spagna.

Dopo secoli di imperante tradizione cattolica, il paese iberico negli ultimi decenni era diventato, anche per reazione al periodo franchista, un esempio di secolarizzazione estrema, di cui lo zapaterismo, con le sue scelte in campo etico, aveva rappresentato l’emblema. E su questa linea si è mosso, anni dopo, l’attuale premier socialista Pedro Sánchez, a cui si devono ultimamente anche l’approvazione di una legge sull’eutanasia e la proposta di inserire nella Costituzione il diritto di abortire.

Agli antipodi del governo socialista la destra estrema di «Vox», schierata contro il premier sulle questioni bioetiche, ma polemica nei confronti dell’episcopato spagnolo in merito all’accoglienza dei migranti, a cui, invece, Sánchez ha sempre guardato come a una risorsa, piuttosto che come a una minaccia, arrivando a regolarizzarne pochi mesi fa ben cinquecentomila.

Alla luce di questo quadro problematico, la scelta di papa Prevost di fare questo viaggio si presentava come un azzardo. Si puntava, naturalmente, su una partecipazione calorosa da parte di una minoranza di persone rimaste fedeli alla Chiesa, ma che si pensava sarebbe stata pur sempre una minoranza.

Quello che non si prevedeva erano le folle oceaniche che hanno accolto il pontefice a Madrid, a Barcellona e nelle Canarie, e che hanno risposto con entusiasmo al suo messaggio.

Perché papa Leone non si è limitato a portare il santissimo per le strade gremite della capitale e a compiere gesti simbolici di grande effetto, come quello di rivolgersi in catalano ai barcellonesi. Ha parlato. E ha parlato chiaro, senza timore di infrangere dei tabù culturali della sinistra, come quelli legati all’aborto e al fine vita, riuscendo però a evidenziare che le posizioni della Chiesa cattolica su questi temi non si possono ridurre alla difesa di uno sterile moralismo, ma scaturiscono da una visione – esposta con grande efficacia nella recente enciclica «Magnifica humanitas» – che mette al centro la dignità sacra della persona umana e giustifica, contro le resistenze della destra, i diritti dei migranti e il rifiuto della corsa al riarmo e del ricorso alla guerra.

Sta di fatto che, alla fine del discorso tenuto davanti al Parlamento spagnolo riunito, in cui ha ribadito questi punti, Leone ha ricevuto una standing ovation di sette minuti – la più lunga che si ricordasse, almeno dall’incoronazione di Filippo VI – da tutti i partiti.

Un altro aspetto oggi di estrema attualità toccato dal papa, parlando al Corpo diplomatico e alle autorità civili, ha riguardato la possibilità di una pacifica e feconda coesistenza delle tre grandi religioni mediterranee. Prendendo le mosse dalla lunga presenza dell’Islam nella Penisola iberica, Prevost ha sottolineato che allora «si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei», facendo notare che, contro la ricorrente tesi dello “scontro di civiltà”,  «questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza».

La farsa

Questa dimostrazione, da parte del capo della Chiesa cattolica, di saper superare la logica conflittuale delle contrapposizioni ideologiche e religiose, (ri)proponendo un messaggio evangelico troppo spesso dimenticato e frainteso, arriva in un momento in cui l’Occidente, emancipatosi con orgoglio dalla sua anima cristiana, si ritrova a non averne nessuna.

Abbiamo tutti sotto gli occhi la disastrosa situazione – culturale, prima che politica – del Paese che ha costituito, dalla seconda guerra mondiale in poi, il punto di riferimento del mondo occidentale, gli Stati Uniti. La seconda presidenza di Donald Trump sta davvero avendo, come lui si proponeva, una portata epocale, ma nel senso opposto a quello promesso. L’età dell’oro solennemente proclamata si è trasformata nella più buia stagione della democrazia americana.

Non solo e non tanto per le singole scelte politiche, ma per il clima in cui esse sono maturate e sono vissute. Il narcisismo esibizionista del presidente ha trasformato la politica degli Stati Uniti – e, per riflesso, quella dell’intero pianeta –  in una immensa scena teatrale, in cui l’incontrastato protagonista sembra recitare il copione di una di quelle opere teatrali di Beckett o di Ionesco che, alla metà del secolo scorso, diedero vita al “teatro dell’assurdo”.  Anche se forse sarebbe più appropriato parlare di una farsa.

Perché solo così si possono qualificare le evidenti falsità e le continue contraddizioni, diffuse senza soluzione di continuità ai quattro venti, che hanno indotto alcuni osservatori a parlare di una possibile instabilità mentale dell’inquilino della Casa Bianca.

L’ultimo scenario è quello dell’attacco gratuito e illegale all’Iran, motivato da Trump con una grave minaccia incombente (che tutti i responsabili dell’Intelligence americana hanno pubblicamente smentito) e rivelatosi fallimentare sotto tutti i profili, ma esaltato dal presidente come una doverosa missione e un successo storico.

In realtà, il risultato, fino a questo momento, è non solo il mancato raggiungimento degli obiettivi dichiarati – il cambio di regime, la consegna delle riserve di uranio e la smobilitazione dell’arsenale missilistico iraniano – ma, paradossalmente, la nascita di un problema che non esisteva prima della guerra: quello della libera circolazione nello stretto di Hormuz. Con la gravissima crisi economica mondiale che ne sta derivando e che sta inducendo il presidente americano a cercare disperatamente di porre fine alla sua folle avventura, senza peraltro riuscirci.

Rientrano nell’aspetto farsesco le continue uscite, in cui Trump alterna minacce apocalittiche a dichiarazioni – la CNN ne ha contate trentotto – in cui assicura che la pace è quasi raggiunta. Per non parlare del rapporto con Netanyahu, secondo molti osservatori il vero promotore di questa guerra, disastrosa per tutti, anche per Israele, ma funzionale alla conservazione del potere da parte del premier israeliano. Trump continua a ripetere di essere lui a controllare pienamente il suo alleato, ma i fatti lo smentiscono, perché questi mostra di ignorare platealmente gli inviti alla moderazione di Washington e procede imperterrito per la sua strada.

In questo contesto, il presidente americano è rimasto molto deluso e amareggiato di non avere ricevuto il premio Nobel per la pace, che riteneva di meritare. Una nota comica che coinvolge indirettamente anche il nostro Paese, perché la presidente del Consiglio è stata l’unica premier occidentale a raccogliere e rilanciare questa pretesa per il prossimo anno.

La tragedia

Questa farsa, però, non fa ridere. Intanto, per il suo significato politico. In pochi mesi il presidente americano ha distrutto l’immagine di Occidente costruita dopo la seconda guerra mondiale, che implicava l’amicizia fra le due sponde dell’Atlantico. La guerra commerciale scatenata contro i suoi stessi tradizionali alleati; i toni sprezzanti e minacciosi, da parte sua e del suo vice Vance, nei confronti dell’Europa; l’ambiguo rapporto col presidente russo Putin, hanno creato una situazione di incertezza e di diffidenza, a cui purtroppo i governi europei non hanno saputo rispondere rafforzando l’aspetto politico della Ue e scegliendo invece di procedere in ordine sparso sulla via di una maggiore autonomia militare dall’alleato americano.

L’unica linea politica comune che in questo momento l’Europa sta riuscendo a elaborare è, paradossalmente, una riedizione di quella trumpiana di chiusura delle frontiere e di deportazione dei migranti, di cui Meloni si vanta di essere stata la promotrice a livello europeo. L’Occidente sembra sopravvivere, tragicamente, solo in questo ripiegamento su un sovranismo che lo chiude alle esigenze degli altri popoli.

L’altro punto di accordo con gli Stati Uniti è la complice tolleranza di fronte a ciò che Israele da più di due anni sta facendo a Gaza e in Cisgiordania, e ora anche in Libano, sotto gli occhi imbarazzati dei governi europei. Mentre l’opinione pubblica è sempre più impressionata dai documentatissimi crimini dello Stato ebraico, i governi sembrano incapaci, a differenza di quanto mostrato nei confronti della Russia, di intervenire con sanzioni perfino quando, come nel caso dell’abbordaggio illegale alla Flotilla, la violenza e l’arroganza dei governanti e dei militari di Tel Aviv si sfogano sui loro cittadini.

Ma la tragedia più grande è la cancellazione delle regole del diritto internazionale, che implicavano una limitazione della forza in nome del rispetto per le persone e per i popoli. È stato ancora una volta Trump a teorizzare che ormai il diritto coincide con il potere del più forte.

Lo ha detto e lo ha fatto. Così egli ha potuto senza problemi proporre di trasformare la Striscia di Gaza in un resort di lusso, sulle macerie delle case dei due milioni e mezzo di palestinesi che la abitavano. E aggredire con la sua soverchiante forza militare il Venezuela, non per instaurare la democrazia, ma per farsi cedere le risorse petrolifere del paese. Senza suscitare una reazione internazionale di condanna, anzi incassando l’approvazione della sua (allora) amica Meloni, che ha parlato di una «legittima operazione difensiva»

Al di là della tragedia e della farsa

Acquista tutto il suo significato, in questo contesto, il recente scontro tra il presidente americano e papa Leone, da lui accusato di essere «pessimo in politica estera». E di stare «mettendo in pericolo molti cattolici», per la sua ferma opposizione – ribadita durante il viaggio in Spagna – alla guerra in Iran, definita «ingiusta» e, più ampiamente, alla politica di riarmo promossa da Trump e fatta propria dai Paesi europei. Quella del pontefice è stata la sola voce a levarsi in questo senso nel mondo occidentale.

Così come ora, con la Magnifica humanitas – vero e proprio “manifesto” di un umanesimo ispirato ai valori cristiani della fraternità e della pace – e con il viaggio in Spagna, papa Leone appare il solo ad essere in grado di proporre un messaggio veramente alternativo alla rappresentazione offerta da Trump e sostanzialmente subita dagli altri leader occidentali.

Di fronte a un Occidente che sembra non avere più criteri di umanità e calpesta la vita di tutti coloro che non hanno voce – dai bambini non nati ai poveri e ai migranti – in nome di una logica egoista ed efficientista, la Chiesa ricopre in modi nuovi la sua antica funzione civilizzatrice e interviene per proporre una rappresentazione diversa dalla brutta tragicommedia che i leader politici stanno recitando. 

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sabato 9 maggio 2026

LA FORZA DI UN NOME


 LEONE, 

LA FORZA D UN NOME


Uno scontro epocale

L’incontro tra papa Leone e il segretario di Stato americano Marco Rubio, come previsto, non ha dissipato – né lo poteva – le tensioni createsi in queste settimane fra la Santa Sede e gli Stati Uniti. Malgrado i tentativi della stampa e delle testate televisive di destra di presentarlo come «un disgelo», il suo esito è stato quello sintetizzato nel titolo dell’agenzia ANSA: «Il papa cordiale con Rubio, ma non fa sconti: “Lavoriamo per la pace”».

-di Giuseppe Savagnone 

Che è precisamente il nodo su cui si sono appuntati i reiterati attacchi del presidente americano Donald Trump nei confronti del pontefice, reo, ai suoi occhi, di favorire, con i suoi incessanti appelli contro la guerra, il progetto iraniano di dotarsi di un’arma nucleare. Da qui l’accusa a Leone di essere «debole» e «pessimo in politica estera». Rincarata, proprio alla vigilia del viaggio diplomatico del segretario di Stato, con quella di stare «mettendo in pericolo molti cattolici».

In realtà, la critica a Prevost è più radicale di quanto la maggior parte dei media abbia riportato. Nel suo attacco su «Truth» Trump ha scritto: «Non voglio un Papa che trovi terribile il fatto che l’America abbia attaccato il Venezuela (…) . E non voglio un Papa che critichi il presidente americano».

Sono in gioco, dunque, l’identità e il ruolo del capo della Chiesa cattolica «Leone» – ha insistito il presidente americano – «dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo di Papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un Grande Papa, anziché un politico. Questo comportamento gli sta arrecando un danno gravissimo e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la chiesa cattolica!»

La risposta del pontefice è stata ferma e serena. Ai giornalisti che gliela chiedevano, ha detto semplicemente: «Non ho paura dell’amministrazione Trump, o di proclamare a voce alta il messaggio del Vangelo».

Anche in passato si erano registrate forti divergenze tra il governo americano e la Santa Sede, in particolare con Giovanni Paolo II e Francesco, sulla valutazione delle conseguenze umane ed ecologiche del capitalismo, sulle politiche migratorie e  sul ricorso alla guerra, ma erano comunque rimaste sottotraccia. Ora, invece, sono esplose in modo dirompente e, malgrado gli sforzi del segretario di Stato americano e dello stesso Vaticano per sdrammatizzarle, hanno assunto una portata che non sembra esagerato definire epocale .

Il papa contro la tesi della “guerra santa”

Le ultime, esplicite, battute del presidente americano sono state, peraltro, il punto d’arrivo di una tensione che, come abbiamo visto, risale all’invito di papa Leone, in occasione dell’aggressione al Venezuela, a «garantire la sovranità del paese», e che ha raggiunto il suo culmine in queste ultime settimane. Già il 7 aprile, di fronte alla minaccia di Trump di cancellare l’Iran, riportandolo «all’età della pietra» – «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più. Non voglio che accada, ma probabilmente accadrà» – , il papa aveva commentato: «Oggi come tutti sappiamo c’è stata anche questa minaccia contro tutto il popolo dell’Iran e questo veramente non è accettabile. Qui ci sono questioni certamente di diritto internazionale, ma molto di più: una questione morale per il bene del popolo intero»  

E l’11 aprile, alla veglia di preghiera per la pace, Leone aveva denunciato il «delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. (…) Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro».

E aveva aggiunto espressioni che decisamente sembravano riferite allo stile pubblico del presidente americano: «Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio. Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra!»

Nello stesso discorso papa Leone aveva detto: «Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita». Un chiaro richiamo alle conferenze stampa che il Segretario alla Guerra (non più come prima di Trump, alla Difesa) Peter Hegseth aveva tenuto regolarmente per fare il punto sulla «guerra preventiva» scatenata da Trump contro l’Iran, caratterizzate dall’insistenza sulla dimensione religiosa: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…». E ancora: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione….».

A cui il papa, nella sua omelia della domenica delle Palme, aveva indirettamente risposto, commentando l’ingresso di Gesù a Gerusalemme su un umile asinello, invece che su un cavallo di guerra: «Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”».

Insomma, oggi la Santa Sede è forse l’unico soggetto che si pone autorevolmente come alternativa alla politica della maggiore potenza mondiale. E l’attacco mossogli da Trump è la risposta.

La forza di un nome

Molti si sono stupiti di questo scontro tra il primo pontefice statunitense e un presidente eletto con il sostegno di gran parte dell’elettorato cattolico, che ha visto in lui il difensore di valori minacciati dalla cultura woke su temi come quello  dell’aborto e del gender. Tanto più data l’immagine di riservatezza, perfino di modestia, che questo papa all’inizio sembrava rappresentare, a fronte dell’indubbio carisma e della brillante comunicativa del suo predecessore argentino.

È come se la vera statura di Prevost si stesse manifestando in questa circostanza, valorizzando la carica simbolica del nome da lui scelto. Un nome che quando, un anno fa, il nuovo pontefice si presentò al balcone di San Pietro, tutti misero in rapporto con il papa della Rerum Novarum, Leone XIII. Nessuno – nemmeno lui – poteva immaginare che il collegamento più appropriato sarebbe stato piuttosto al papa che per primo si è chiamato Leone, passato alla storia come “Magno”, “il grande”.

Un pontefice la cui figura è rimasta impressa nell’immaginario collettivo come quella dell’inerme potere spirituale che riesce a fermare la violenza senza limiti né regole, impersonata da Attila, re degli Unni, un popolo nomade, proveniente dalle steppe asiatiche, che nel V secolo sembrò per un momento travolgere la civiltà romana, già in via di trasformazione sotto l’influsso del cristianesimo. Nel 452 Attila invase l’Italia, conquistando e saccheggiando Aquileia, Padova, Milano e muovendo su Roma, dove la popolazione ne attendeva atterrita l’arrivo.

Nella latitanza del potere imperiale – impersonato dal debole Valentiniano III – gli andò incontro una delegazione guidata proprio da papa Leone, considerato un punto di riferimento, al di là della sfera strettamente religiosa, anche in quella civile e politica. È probabile che l’ambasceria abbia puntato, per convincere il barbaro, soprattutto sull’offerta di una ingente quantità di oro. Ma la leggenda dice che Leone lo abbia fermato mostrandogli il crocifisso. Sta di fatto che l’esercito degli Unni tornò indietro e Roma fu salva.

Inevitabile il riferimento allo scontro tra il nostro Leone e l’attuale presidente degli Stati Uniti, sprezzante nei confronti del diritto internazionale e di ogni legge che non sia la sua. Anche Trump, in un certo senso, è un “barbaro” che ha fatto irruzione sulla scena politica imponendo senza scrupoli la sua volontà, devastando le relazioni da ottant’anni vigenti tra le due sponde dell’Atlantico e mettendo in crisi, soprattutto con le sua ultima impresa militare contro l’Iran, gli equilibri dell’economia mondiale. Investiti e bistrattati dalla sua aggressività umorale e spregiudicata, gli organismi internazionali e i governi europei hanno cercato soprattutto di evitare lo scontro.

Emblematica la reazione della nostra presidente del Consiglio di fronte al gravissimo episodio dell’attacco preventivo contro la repubblica iraniana, che pure ha riconosciuto essere al di fuori del diritto internazionale: «Non condivido e non condanno».

Così, a difendere i valori che l’Occidente ha faticosamente messo a fuoco nella sua storia, attingendo alla propria anima cristiana, è rimasto solo il capo della Chiesa cattolica. Con una più chiara consapevolezza – rispetto al tempo di Leone Magno – della distinzione tra il piano della politica e quello della fede, ma anche con la  precisa convinzione che distinzione non vuol dire separazione.

«Noi non siamo politici, non guardiamo alla politica estera con la stessa prospettiva ma come costruttori di pace», ha risposto papa Leone alle accuse di Trump. Ma, al tempo stesso ha rifiutato con fermezza l’idea che la politica non abbia a che vedere con la morale e non c’entri, perciò, con il comando evangelico dell’amore. Che è stata, invece, la tesi proposta dal “cattolico” J. D. Vance a sostegno delle accuse di Trump: «Sarebbe preferibile che il Vaticano si attenesse alle questioni morali e lasciasse al presidente degli Stati Uniti la definizione delle politiche pubbliche».

Il punto di vista della Chiesa cattolica, di cui papa Leone è fedele interprete, è che  «le politiche pubbliche» di uno Stato non possono prescindere dai diritti umani. «Troppa gente sta soffrendo oggi», ha detto Prevost, «troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi in piedi e dire che c’è una via migliore». Ricordando a un Occidente disorientato che una civiltà disposta a «piegare il ginocchio» al «delirio di onnipotenza» dei nuovi barbari, e che non trova alternative valoriali contro «l’idolatria di sé stessi e del denaro», è destinata alla morte.

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sabato 18 aprile 2026

LA GRAMMATICA DELLA POLITICA

 


La fine 

della 

grammatica

 politica


Percepiamo tutti di stare vivendo uno dei momenti più convulsi e drammatici della storia del mondo dalla fine della seconda guerra mondiale. Non molti, però, sembrano rendersi conto di quanto influisca su questa crisi epocale – al di là dei singoli nodi problematici – il deterioramento del modo stesso di fare politica.

- di Giuseppe Savagnone

Fino a ieri, esisteva una stessa grammatica che anche i nemici più acerrimi condividevano e rispettavano. Così, nei rapporti internazionali, perfino le fasi più critiche del rapporto conflittuale tra il blocco socialista e quello capitalista avevano potuto essere gestite e controllate in base a questa grammatica comune. C’erano  – a differenza di adesso – forti contrasti ideologici, visioni dell’uomo e della società opposte, ma tutti accettavano le stesse regole del gioco e chi cercava di violarle era costretto a farlo di nascosto, barando.

Oggi che non siamo più divisi dal conflitto delle ideologie, la perdita di questa grammatica ha determinato l’esplosione caotica e incontrollabile dell’arbitrio, che ci consegna alla hobbesiana lotta di tutti contro tutti. Ognuno pretende di stabilire le regole e, se è in grado di farlo, le impone agli altri. Il diritto coincide con la forza.

E con il diritto è sparito anche il pudore che spingeva a mascherare i propri disegni sforzandosi di farli apparire “giusti”. Ormai in politica nessuno si vergogna più di niente. E i suoi fans lo celebrano per la sua “sincerità”.

L’Italia è stata uno dei principali laboratori di questo imbarbarimento dello stile politico con due grandi campioni di spudoratezza come Berlusconi e Bossi, i primi a permettersi un linguaggio e comportamenti che hanno rotto con la grammatica della politica e hanno aperto la via, nella Seconda Repubblica a un clima di violenza verbale – e non solo – impensabile nella Prima. Sono loro che hanno dato una impronta indelebile alla nuova stagione – culturale, prima che istituzionale – con le loro forti personalità, a cui sul fronte opposto, il loro maggiore oppositore, Romano Prodi, pur con tanti pregi, poteva essere soprannominato dai suoi critici “mortadella”.

Dove il problema non è stato il prevalere della destra o della sinistra, ma l’affermarsi di uno stile che ha stravolto il senso della politica, sia nei partiti di destra che in quelli di sinistra.

Si può essere favorevoli o contrari al federalismo, ma dire come ha fatto Bossi pubblicamente, da senatore e leader di un partito di governo: «Mi pulisco il c… con il Tricolore», fa scendere il dibattito democratico al livello di una rissa di osteria.

E si possono nutrire forti riserve nei confronti della magistratura e del funzionamento della giustizia, ma se si è il capo indiscusso della maggioranza di destra in un paese che si fonda sulla divisione dei poteri, uno dei quali è quello giudiziario, non si può affermare, come ha fatto Berlusconi, che i giudici «sono doppiamente matti. Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana».

Così come, a livello dei comportamenti, non si può approfittare del proprio ruolo pubblico per ottenere dalla polizia il rilascio di una prostituta minorenne e poi far avallare in parlamento dalla propria maggioranza la tesi che lo si è fatto per salvaguardare le relazioni con l’Egitto, nella convinzione che la ragazza – in realtà marocchina! – fosse la figlia del presidente egiziano Mubarak.

Dal civile confronto alla violenza dello scontro

Se oggi in Italia il livello del confronto politico è quello che è lo dobbiamo a queste e altre “sgrammaticature”. Anche perché l’attuale maggioranza di governo, formata dai discepoli di quei maestri, li addita ancora oggi come “padri della patria” e ha celebrato con grande solennità la morte di entrambi – per Berlusconi addirittura con una settimana di lutto nazionale.

Così non stupisce che, mentre da un lato la presidente del Consiglio denuncia il diffondersi di «un clima di odio insostenibile», siano proprio i suoi sostenitori e lei stessa ad attaccare sistematicamente con violenza estrema non le idee – cosa legittima in un dibattito politico – , ma le persone e le istituzioni.

Emblematiche le parole del capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, in occasione dell’assassinio di Charlie Kirk (che con l’Italia non c’entrava nulla), contro gli esponenti della sinistra, che ha accusato di essere «impregnati di odio, livore, rancore», aggiungendo: «Ringrazio Dio di non avermi creato come loro».

Sulla stessa linea il commento del direttore di «Libero», Mario Sechi – ex portavoce di Meloni e in forte sintonia con le sue posizioni – alla partenza della Flotilla, che si proponeva solo di portare viveri e medicinali ai civili di Gaza, rompendo l’inumano embargo di Israele: «Spero che le barche vengano affondate, così la prossima missione dovranno rifinanziarsela». Ancora una volta, una violenza verbale che va ben al di là del legittimo dissenso e trasforma il dibattito politico in cieco scontro.

Ed è su questa lunghezza d’onda che i partiti di governo hanno varato e difeso la riforma della giustizia (dedicata a Berlusconi), negando a parole che fosse punitiva nei confronti della magistratura, ma presentandola in realtà come una legittima difesa nei confronti di giudici ideologizzati e infedeli alla loro missione, al punto di sostenere – sono le parole della presidente del Consiglio nella sua disperata campagna elettorale – che una eventuale vittoria del No avrebbe dato il via libera a «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà», fino ad arrivare a «figli che vengono strappati alle madri».

Ma con questo linguaggio e questo stile la convivenza democratica, di per sé  basata sulla diversità delle posizioni, si trasforma, a prescindere dai torti e dalle ragioni, in una permanente guerra civile. Ed è interessante notare che, sia sul fronte Palestina che che su quello giustizia, i soli toni alternativi a quelli esasperati della destra non sono venuti dai partiti di sinistra, ben poco capaci di proporre modelli culturali diversi, ma dalla società civile, che ha saputo esprimersi per quanto riguarda il primo con le grandi manifestazioni di gennaio, per il secondo con la battaglia capillare dei comitati per il No. 

La presidenza senza regole di Donad Trump

Ma il problema non è solo italiano. Dopo l’ascesa alla presidenza degli Stati Uniti – fino a ieri la guida dell’Occidente democratico – di Donald Trump, per molti versi emulo di Berlusconi, la violazione di ogni regola e la spudoratezza sono all’ordine del giorno. Soprattutto in questo secondo mandato, il presidente americano non ha l’aria di preoccuparsi minimamente di controllare il suo linguaggio e le sue prese di posizione.

La prima a cadere è stata la regola di civiltà che impone al potere di astenersi dal procedere a colpi di minacce. Da quando è di nuovo alla Casa Bianca, Trump minaccia tutti. Lo ha fatto a livello internazionale, utilizzando l’arma dei dazi per costringere gli altri governi – a cominciare dai suoi più fidati amici e alleati – ad accettare le sue condizioni in campo sia economico che politico.

Oppure dispiegando il suo impressionante apparato militare per piegare alla propria volontà Stati tradizionalmente in contrasto con gli USA, ma che non mostravano alcuna volontà aggressiva. Così ha fatto col Venezuela, depredandolo del suo petrolio, così ha provato a fare con l’Iran, questa volta senza successo.

Ma anche all’interno lo stile di Trump è quello della minaccia. A cominciare dall’avvertimento lanciato, già prima della sua rielezione: «Se perdo, sarà un bagno di sangue». E anche dopo, il presidente ha esercitato una pressione incessante su chiunque ricoprisse cariche istituzionali, imperversando contro quanti, per senso di responsabilità, si rifiutavano di cedere supinamente ai suoi voleri arbitrari.

Una seconda regola, ormai ridotta anch’essa ad un ricordo, comportava il rispetto per le persone, anche quando se ne doveva criticare l’operato. Trump ha ampiamente insultato e deriso capi di Stato stranieri, artisti, funzionari pubblici, i suoi stessi predecessori nella presidenza. Ha fatto il giro del mondo il video, da lui diffuso, che ritraeva Obama e sua moglie in corpi scimmieschi.

Una terza regola infranta sistematicamente da Trump è stata quella di evitare di contraddirsi. In realtà chi governa deve spesso cambiare posizione in rapporto allo sviluppo degli eventi. Per questo, se è saggio, evita di pronunziarsi quando non è strettamente necessario. Il presidente americano invece parla e scrive continuamente, dicendo tutto e il contrario di tutto nel giro di poche ore e a volte, di pochi minuti. Col risultato di rendersi del tutto inaffidabile agli occhi del mondo e degli stessi americani.

Una quarta regola era di non mentire. Il potere non può sempre dire tutto e a volte è costretto a trincerarsi dietro bugie funzionali ai suoi piani. Ma fa in modo che le menzogne non vengano a galla e perciò le riserva ai casi di necessità. Trump è un bugiardo patologico e si lancia a fare affermazioni che risultano palesemente false. I quotidiani americani ogni tanto si divertono farne lunghi elenchi.

Una quinta regola per chi governa era di presentare anche le istanze legate agli interessi del proprio paese sotto una veste di universalità, che le rendesse accettabili agli altri. Trump, ispirando tutta la sua politica al proposito di «rendere di nuovo grande l’America», ha espressamente dichiarato di infischiarsene delle esigenze degli altri e voler curare solo quelle degli Stati Uniti.

Così, ha esordito, nel suo secondo mandato, enunciando il suo proposito di occupare la Groenlandia – proposito ribadito a distanza di alcuni mesi – con la sola giustificazione che ciò rientrerebbe negli interessi degli Stati Uniti.

E qualcosa di simile, questa volta raggiungendo lo scopo, Trump lo ha fatto costringendo il Venezuela a cedergli il controllo delle sue risorse petrolifere. Poteva mascherare il suo vero intento accompagnando questo con il ripristino della democrazia. Ha disdegnato di farlo. Non è un ipocrita. E non sente il bisogno di esserlo, perché manca del senso del pudore.

Una sesta regola era di non mescolare i propri interessi privati alla propria funzione pubblica. Di fatto, in tutte le occasioni in cui è intervenuto in questioni internazionali, Trump ha sempre curato, insieme  agli interessi economici dell’America, quelli della sua famiglia. Ed è una logica rigorosamente privatistica quella che ispira la creazione del Board of Peace, concepito come un comitato d’affari di cui lui stesso è il presidente a vita, a prescindere dal ruolo pubblico attualmente ricoperto, e in cui si entra versando un miliardo di dollari.

La settima e ultima regola della politica, per chi vuole farla degnamente, era ed è quella di non essere prigioniero di una bolla di vanità autoreferenziale. Trump è un evidente esempio di quel narcisismo solipsistico che impedisce di vedere, o almeno di ammettere, i propri limiti e di ascoltare gli altri. il suo delirio di onnipotenza lo rende furibondo di fronte d ogni diniego, a costo di rotture radicali (come nel caso della sua finora fedelissima fans Meloni). E la sua delusione per non aver ricevuto il premio Nobel per la pace è stata sincera, perché davvero non si rende conto di quanto la sua politica abbia peggiorato i già fragili equilibri internazionali.

Non sappiamo come finiranno le grandi crisi mondiali in corso. E neppure, per quanto riguarda l’Italia, come le forze in campo si muoveranno in vista della non lontana scadenza elettorale. Ma il problema più importante, sia al livello internazionale che a quello nazionale, non è quello che si farà, ma come lo si farà. Quella che abbiamo oggi davanti, sia dall’una che dall’altra parte in campo, è la caricatura della politica. Non possiamo rassegnarci a questo. Bisogna ripristinare una grammatica che ne sia all’altezza e che ci consenta di  uscire dal caos dell’arbitrio e della violenza. E a lavorare per questo tutti siamo chiamati, ognuno nel suo ruolo, come italiani e come cittadini del mondo.

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