La Santa
Sede tra conflitto con gli Usa
e corruzione vaticana
di
Giuseppe Savagnone*
Le notizie sul
gelo tra Stati Uniti e Santa Sede si stanno intrecciando, in questi giorni, con
quelle sulla corruzione all’interno del Vaticano. In realtà, sono solo gli
ultimi sviluppi di una storia più complessa, che dura dall’inizio del
pontificato di papa Francesco e, almeno per il secondo versante, ha le sue
radici in quelli precedenti.
Il papa
più contestato
Quello che,
alle prime battute, sembrava dovesse essere uno dei papi più popolari e amati
della storia, sta sperimentando, invece – insieme a un’ammirazione che gli
viene tributata spesso anche da non credenti –, una conflittualità e un
dissenso senza precedenti, soprattutto all’interno della Chiesa.
Non era mai
accaduto che noti intellettuali cattolici, come il giornalista Socci e il
vaticanista Valli, mettessero in dubbio con libri e articoli la legittimità
dell’elezione del sommo pontefice, negando la validità delle dimissioni di
Benedetto XVI, né, tanto meno, che esponenti di spicco della gerarchia
ecclesiastica, come l’arcivescovo Viganò, chiedessero pubblicamente le sue
dimissioni. Per non parlare dell’ondata inarrestabile di attacchi contro il
papa che dilaga sui social.
L’eccessiva
enfasi sulla comunione ai divorziati
Tutto è
cominciato quasi subito, quando lo stile, decisamente inedito e innovatore, di
Francesco gli ha attirato in egual misura la simpatia e l’interesse di tanti
che non si riconoscono nella Chiesa cattolica e lo scandalo di molti credenti.
I due sinodi sulla famiglia e l’«Amoris laetitia» – l’esortazione
apostolica che ha fatto loro seguito – hanno portato al diapason i toni
della rottura, polarizzandola, con un’enfasi sicuramente eccessiva, sul
problema della comunione ai conviventi fuori del matrimonio.
La vera
svolta dell’«Amoris laetitia»
In realtà è
vero che il magistero di papa Francesco presenta delle novità rispetto a quello
dei suoi predecessori. Così, è calato il silenzio sulla dottrina degli
“assoluti morali” – atti in sé malvagi, a prescindere dal contesto in cui
vengono compiuti – insegnata da Giovanni Paolo II, così come è scomparsa
l’insistenza sui “valori non negoziabili” – vita biologica, famiglia e libertà
di educazione (cattolica) – del tempo di Benedetto XVI. Nell’«Amoris
laetitia» si è, invece, sottolineato che i comportamenti delle persone vanno
sempre considerati in relazione alla loro storia e alle loro intenzioni. Dove
questa relatività non è affatto relativismo – come dicono i suoi critici –,
perché non esclude affatto la linea di demarcazione tra il bene e il male, ma la
cerca non in una rigida regola fissata univocamente una volta per tutte, bensì
nella concretezza dei percorsi esistenziali delle persone e nell’orientamento
di fondo della loro coscienza.La risposta dei
“conservatori” a queste distinzioni è la menzione più o meno esplicita della
possibilità di uno scisma, di cui il papa sarebbe il vero responsabile, per il
suo tradimento.
La lotta
di Francesco contro i “muri”
Ma la loro
opposizione nei confronti di papa Bergoglio si è potuta sviluppare anche per il
convergere in essa di fattori politici. Mentre al tempo di Benedetto XVI la
giustizia sociale e la lotta contro le cause della povertà non rientravano tra
i “valori non negoziabili”, con l’attuale pontificato sono diventati obiettivi
prioritari della stessa comunità ecclesiale. E, in un mondo occidentale dove in
questi ultimi anni si sono alzati muri sempre più alti per impedire ai poveri
del Sud della terra di accedere alle condizioni di vita dei paesi del Nord, la
posizione di Francesco è suonata come una follia inaccettabile anche agli
orecchi di molti cattolici.
La
critica al neocapitalismo
Un secondo
fattore politico intervenuto a sostegno della polemica contro le posizioni
dottrinali del papa è legato alla sua critica nei confronti dello sfruttamento
indiscriminato del pianeta e al tempo stesso dei più deboli operato da una
finanza capitalistica senza scrupoli. L’enciclica «Laudato si’» non è piaciuta
soprattutto negli Stati Uniti. Proprio in questi giorni in una intervista il
cardinale Maradiaga ha denunciato una rete – la cui esistenza in realtà era
nota da tempo – che lavora contro Francesco e che ha le sue basi economiche e
politiche nella destra conservatrice americana, di cui sono esponenti di spicco
l’ex consigliere di Trump, Steve Bannon, e il già
menzionato arcivescovo Viganò.
L’ultimo
scontro sui rapporti con la Cina
È in
questo quadro che si inserisce la pesane intromissione del governo del
segretario di Stato Mike Pompeo, volta a bloccare il rinnovo, il prossimo 22
ottobre, dell’accordo già stipulato dalla Santa Sede nel 2018 con il governo
della Cina per consentire, per la prima volta dalla rivoluzione comunista, la
nomina da parte del papa di vescovi cinesi, a condizione che siano accettati
anche a quel governo. Un accordo che,
come ha spiegato il card. Parolin, non implica alcun avallo dei metodi di
Pechino, ma ha una valenza essenzialmente pastorale. Alla Chiesa è sempre
interessato portare il Vangelo alle persone. Lo ha fatto sempre anche
all’interno di contesti politici in sé inaccettabili e questo ha comportato un
rischio – che c’è ovviamente anche in questo caso – di una pericolosa
coesistenza e, al limite, di una connivenza, ma che si è sempre accettato
di correre con innumerevoli altri regimi.
La
battaglia contro la corruzione
Abbiamo parlato
finora della battaglia di papa Francesco sul fronte religioso-politico. Ma ce
n’è un altro, di antica data, che le vicende di questi ultimi giorni hanno
portato in piena luce, ed è quello contro i “poteri forti” del Vaticano. La
vicenda dell’ex cardinale Becciu è ancora troppo recente per dare giudizi
definitivi. Quello che è certo, però, è il groviglio di interessi oscuri, di
manovre finanziarie poco trasparenti, di operazioni gestite da personaggi
equivoci, che l’attuale inchiesta sta portando alla luce.
Benedetto XVI
fu vittima anche lui delle convulsioni di questo sistema malato – scandali,
fughe di notizie, reciproco gioco al massacro – e, non ritenendo di avere
le forze per contrastarlo, lealmente preferì rassegnare le sue dimissioni. Papa
Francesco non si arrende e lotta. Non si può dire che finora la sua battaglia
sia stata coronata da successo, anche per i suoi errori nello scegliere alcuni
collaboratori – come fu il cardinale Pell e ora lo stesso mons. Becciu –
rivelatisi del tutto inaffidabili. Ma forse è preferibile un papa che sbaglia
mentre cerca di fare le cose giuste, rispetto ad uno che, per non sbagliare, si
rassegnasse ad accettare le cose ingiuste.
L’apertura
del terzo fronte: i “progressisti” delusi
Più
recentemente è sorto però anche un terzo fronte su cui papa Francesco ora si
trova a lottare, ed è quello di coloro che sono delusi della sua cautela nei
confronti di riforme di fondo, come l’abolizione del celibato dei preti e
l’ammissione delle donne al diaconato (alcuni in effetti pensano anche al
presbiterato). La protesta è esplosa dopo la pubblicazione dell’esortazione
apostolica «Querida Amazonia» che, contrariamente alla raccomandazione del
sinodo non prevede nessuna delle due innovazioni.
Non solo
l’Amazzonia
Non a tutti è
noto che il problema non è limitato all’Amazzonia. La prudenza di Francesco è
probabilmente legata al fatto che un’apertura in quel particolare contesto
avrebbe rafforzato le spinte che già sono presenti nel sinodo inaugurato dalla
Chiesa tedesca nel gennaio scorso e dove si parla apertamente di riforme che
vanno nella direzione voluta dai “progressisti”.Da Roma si
sottolinea che ci sono scelte di fondo che non possono essere adottate su base
nazionale, ignorando la linea della Chiesa universale. Ma anche su su questo
fronte si risponde alle prese di posizione del papa con accenni velati al
pericolo di uno scisma, questa volta di marca “progressista”.
Un
compito immane
Insomma, tra
minacce di scismi di segno opposto e corruzione vaticana, papa Francesco è uno
dei pontefici più in difficoltà della storia, probabilmente quello che ha più
aperte opposizioni da molti secoli a questa parte. Eppure, con i suoi 83 anni,
combatte con coraggio le sue ardue battaglie, che in realtà non sono state
originate soltanto dalle sue scelte, ma nascono da situazioni pregresse che
egli ha ereditato. Traghettare la
Chiesa nella post-modernità non era un’impresa facile e forse proprio i suoi
predecessori, evitando personalmente i conflitti che sarebbero nati da passi
decisi in questa direzione, hanno reso ora più difficile il compito del papa
attuale.
Valorizzare
la partecipazione sinodale
C’è da
chiedersi se non si possa aiutare in qualche modo il pontefice, non lasciandolo
solo. Per la verità non sembra che ci sia, in questo momento, un deciso apporto
da parte della base della comunità ecclesiale e dello stesso episcopato. E i
pochi che parlano lo fanno, ad altissima voce, solo per protestare. Forse è il
momento di valorizzare la sinodalità, lo stile che nella Chiesa permetterebbe,
anzi esigerebbe, la partecipazione attiva di tutti, ognuno nel suo ruolo, al
confronto e al discernimento comunitario. Le battaglie di papa Francesco
sono quelle di tutti coloro che vogliono una Chiesa diversa da quella del
passato, ma al tempo stesso avvertono la responsabilità di un cammino che eviti
rotture rovinose. Ogni credente è
chiamato, in questa difficile congiuntura, a farsene carico. Oggi non è
possibile ritagliarsi solo un ruolo di spettatore, che tifa per l’uno o per
l’altro, evitando di uscire allo scoperto e prendere posizione, senza rischiare
di sentirsi rivolgere un giorno il rimprovero che il Signore nell’Apocalisse
rivolge a coloro che non sono né caldi né freddi, e che Egli perciò ha
rigettato.
*Pastorale
Cultura Diocesi Palermo
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