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giovedì 3 luglio 2025

NULLAFACENZA o STUPEFACENZA ?

 

 Il nuovo  è ciò che si e ci rinnova perché è denso di vita, in esso la vita prende la parola senza mentire e senza chiederci nulla, e ci dà ciò di cui abbiamo bisogno per essere vivi e non solo in vita. 


Vacanza viene da vacuus: vuoto. A che serve questo vuoto? A metterci qualcosa di nuovo. Ma che cosa è veramente nuovo? Ciò che non si esaurisce e ti rinnova.

Può riuscirci un luogo mai visto, ma non è detto, perché se dopo averlo visto non ci torneremmo allora non era «nuovo» ma solo «una novità», come una parete colorata o un cibo troppo dolce che stancano presto. Nuovo non è sinonimo di più recente o di più desiderato, perché il più recente è solo il meno vecchio e sarà presto superato, e il più desiderato è solo il più invidiato e sarà presto sostituito. Il nuovo invece non invecchia e non è sostituibile, è sempre «nuovo» anche nel «di nuovo». Anche per questo in vacanza si torna spesso negli stessi posti, perché restano nuovi, come i classici. Omero è più nuovo del giornale, Beethoven del tormentone, Van Gogh di un video virale. Il nuovo insomma è ciò che si e ci rinnova perché è denso di vita, in esso la vita prende la parola senza mentire e senza chiederci nulla, e ci dà ciò di cui abbiamo bisogno per essere vivi e non solo in vita. 

 La vacanza è l’occasione per questo «nuovo». Se non lo troviamo torniamo più stanchi, perché il corpo non riposa se non riposa lo spirito (vale anche il contrario ma è più scontato accorgersene), e lo spirito riposa solo dove sentiamo di appartenere alla vita gratuitamente, uno spazio sacro in cui si riesce a essere senza dover dimostrare nulla. 

 E allora vacanza è una condizione, non un posto. Uno stato d’anima. Quale? 

 Esistono due tipi di disperazione: non riuscire ad accettare se stessi e non riuscire a diventare se stessi, nell’uno e nell’altro caso si è esiliati in casa propria, che è il contrario di riposare, cioè poter porre (-posare) di nuovo (ri-) l’io dentro se stesso, gioire di essere e di diventare. Il vuoto della vacanza è la prova, non la prova costume. Vacanza è sostare, «so stare» in me. E come? Attraverso il senso che dà senso agli altri cinque, il senso della meraviglia (da mirabilia: le cose stupefacenti). 

 Non è una metafora. 

 Paul Piff, docente di psicologia all’Università della California, ha studiato il rapporto tra meraviglia e comportamento sociale. In uno dei suoi esperimenti ha coinvolto due gruppi di studenti: il primo è stato portato a vedere un bosco di alberi maestosi, il secondo un gigantesco edificio anonimo. Per un minuto. Alla domanda sul sentimento provato, quelli del bosco hanno parlato di «riverenza» (dal latino vereor, aver riguardo, da cui verità), quelli dell’edificio «indifferenza». I due gruppi sono stati poi sottoposti a un finto incidente: uno degli psicologi faceva cadere per errore un contenitore pieno di penne. Quelli del primo gruppo hanno raccolto tutte le penne, quelli del secondo hanno per lo più lasciato che lo facesse lui. È stato poi chiesto agli studenti quanto volevano essere pagati per il tempo dedicato all’esperimento. 

Quelli del primo gruppo sono stati meno pretenziosi del secondo, perché erano grati di aver fatto una cosa bella. L’esperimento mostra che un solo minuto di meraviglia rende meno egoisti e più connessi. 

Perché? Perché la meraviglia aumenta la vita spirituale, cioè dove la vita ha senso di per sé e non in base alla sua utilità, come una mela di Cézanne, che non puoi mangiare ma solo amare. Il senso della meraviglia ci dà energia perché ci fa sentire legati al cosmo e agli altri, non per usare ed essere usati ma per gioire della presenza stessa delle cose e delle persone. Chi non prova mai meraviglia finisce per pensare solo a se stesso, si sente isolato e tende a voler possedere ciò che in realtà lo possiede, dipendere è infatti il surrogato dell’appartenere, non sono legato a cose e persone ma vi sparisco dentro: sostanze senza sostanza, stupefacenti senza stupefacenza. 

 Eppure basta un minuto di meraviglia per essere più liberi, connessi, generosi, e ricevere quel nutrimento spirituale che rinnova la vita. I grandi creatori erano persone guidate dalla meraviglia: Darwin rimaneva ore seduto a osservare il suo giardino, Cézanne ripeteva sempre lo stesso soggetto nei suoi quadri. Non si annoiavano perché trovavano il nuovo nello stesso, il «per sempre» nelle cose «di sempre». 

 Noi abbiamo invece bisogno di sorprese (chi fa spoiler oggi compie un reato), ma la sorpresa è ben diversa dalla meraviglia: la prima si esaurisce subito, la seconda invita ad andare oltre, è estasi (ek-stasis: uscir fuori rimanendo dentro, ri-posare, ci si abbandona ma invece di perdersi ci si trova di più, come in amore). Dalla meraviglia comincia ogni ricerca filosofica e scientifica. Ogni estasi, che provenga da luoghi, persone, passioni è una vacanza che accade dove lo spirito incontra l’inesauribile profondità della vita che non può essere con-sumata ma solo con-divisa: la meraviglia si riconosce dal fatto che crea legami, festa, memoria. 

 Un’esperienza memorabile è una esperienza che, ricordata, produce la stessa serotonina di quando la si è vissuta, un deposito di felicità a comando. Chi scambia la meraviglia per la sorpresa cerca dopamina, neurotrasmettitore della ricompensa immediata, delle dipendenze. La serotonina è invece quello della felicità, perché resta nel tempo. 

 Non è un caso che l’ecstasy sia la droga che opera sulla serotonina: aumenta le percezioni, abbassa le difese, facilita la socialità (era usata a scopo militare per non sentire la fame e far dire la verità ai nemici), ma lo fa manipolando il cervello in assenza di un rapporto con il mondo, e finisce infatti con l’inibire proprio la produzione naturale di serotonina. 

 Vacanza non è nullafacenza, per «riposare» ci vuole stupefacenza: la gioia che viene dalla vita che riceviamo o che creiamo. 

 Lo racconta bene una pagina di Orbital della scrittrice inglese Samantha Harvey in cui un gruppo internazionale di astronauti su una stazione spaziale compie 16 giri attorno alla Terra ogni 24 ore. Vedere ogni giorno per 16 volte buio e luce, paesaggi e città, mari e terraferma, li porta a innamorarsi «di nuovo» del Pianeta e di se stessi: «Nulla si perde a ogni nuovo giorno e ogni singola alba li lascia a bocca aperta. Ogni volta che quella lama di luce si spacca e il Sole esplode, per poi spargere la sua luce come un secchio che si rovescia sulla Terra, ogni volta che la notte diventa giorno in un minuto, ogni volta che la Terra si immerge nello spazio come una creatura che si tuffa e trova un altro giorno, giorno dopo giorno dopo giorno dalla profondità dello spazio, un giorno ogni novanta minuti, ogni giorno nuovo di zecca e infinito, e loro a bocca aperta». 

 Ogni giorno a bocca aperta, segno fisico della meraviglia, bisogno di trattenere un respiro che non si vuole finisca. La meraviglia è la porta quotidiana sulla vita eterna, dove lo spirito riposa, non perché viene dopo la morte, altrimenti non sarebbe eterna, ma perché è immune dell’essere consumata dal tempo. 

 Ne ho trovato la sintesi in una pagina del Volume del tempo I. 

L’enigma della scrittrice danese Solvej Balle, in cui a una donna «si rompe» il tempo lineare tanto che deve vivere sempre nello stesso giorno. Per lei il nuovo non è più ciò che verrà domani, ma ciò che trova e crea nel medesimo oggi, in particolare con il marito: «Ricordo quei giorni come i più felici. Di sempre. Mi sentivo amata. Mi sentivo amata sul divano del soggiorno e sul pavimento. Mi sentivo amata nel letto e quando sedevamo a tavola la sera. Non era un fatto insolito. Non era diverso rispetto a prima del diciotto novembre, solo più forte, e non avevamo niente da fare. Quello era un tempo che non ci sfuggiva. Era come il periodo in cui ci eravamo appena conosciuti, solo più intenso... 

Era una condensazione, una rete di collegamenti. Mi sentivo compresa. Dicevo frasi che venivano ascoltate, e ascoltavo le parole che venivano dette». 

 Anche qui la misura della gioia è la densità delle 24 ore. Sempre lo stesso giorno, eppure nuovo. Da questo punto di vista il vuoto delle vacanze è inesorabile, perché tutto ciò che nelle relazioni abbiamo trascurato o nascosto con l’alibi del tran tran ordinario, verrà fuori in modo eclatante: è ora di affrontarlo per ritrovare la gioia. 

 Vacanza allora non è né assenza dell’ordinario né presenza dello straordinario, ma apertura alla vita eterna. Vi auguro questo riposo che scaccia la disperazione di non accettarsi o di non diventare se stessi, perché solo il senso della meraviglia fa riscoprire i legami con la vita e ci fa sentire «di nuovo» voluti al mondo e quindi pieni di speranza e coraggio. 

Per nuove avventure. 

 P.S. La scuola è terminata e questo «ultimo banco» ce lo portiamo via, come condizione interiore che permette di guardare, domandare, scoprire, farsi i fatti propri, meravigliarsi, dovunque siate. Ci rivediamo a settembre.

 

Alzogliocchiversoilcielo

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mercoledì 24 aprile 2024

UN'IDEA DI FUTURO

 


“Essere Chiesa significa avere un'idea di futuro”

 

«È necessario abbandonare ogni forma nostalgica, puntare sulla formazione, prendere coscienza dei tempi nuovi e superare la logica postmoderna del provvisorio»

 

-         di Francesco Cosentino

 

Le domande tengono la mente inquieta mentre le risposte rischiano di farci addormentare, specialmente quando sono concepite per anestetizzare la fatica del pensare dinanzi alla complessità delle sfide odierne. Ben venga, allora, il dibattito che, a partire dalle riflessioni offerte da Pierangelo Sequeri, sta prendendo corpo in questa settimana. All’irrilevanza cristiana, intesa non tanto in senso sociologico ma come incapacità dei simboli e delle parole cristiane di toccare l’immaginario, di trafiggere il cuore e di segnare la vita dei nostri destinatari, ho voluto di recente dedicare un testo di teologia edito da San Paolo, ritenendo che la domanda già posta da Karl Rahner alcuni decenni or sono, dovrebbe essere messa al centro della riflessione teologica e dell’agire pastorale: come è possibile fare oggi una esperienza del Dio di Gesù Cristo in una società che lo ha messo ai margini? Si tratta di un interrogativo che, però, il cristianesimo deve iniziare a rivolgere a se stesso.

 A poco serve, infatti, continuare ad attardarsi su analisi riguardanti il cambiamento d’epoca, la fine della cristianità, il tramonto del cristianesimo sociologico e l’avanzata del secolarismo, se non attiviamo il coraggio di un passo ulteriore che può essere così declinato: se la cultura occidentale non è più ospitale nei confronti dell’annuncio cristiano, è altrettanto vero che il cristianesimo ha smesso da tempo di essere “culturale”, di saper non soltanto ascoltare ma anche interpretare le sfide del contesto, in un dialogo scevro da manie di superiorità morale e da elementi di clericalismo. Il cristianesimo sembra essere segnato da una sorta di “cultura del declino”. Di recente, a parlarne è stato il presidente della Cei, il cardinale Zuppi, che ha affermato: «Non si può gestire il presente con una cultura del declino, quasi si trattasse solo di mettere insieme forze diminuite, di ridurre spazi e impegno o di agoniche chiamate al combattimento».

 La cultura del declino, che ci impedisce di avere linguaggi, proposte e postura per abitare la cultura odierna, si manifesta in molti modi e, accennarne alcuni, significa anche individuare quelli che possono diventare luoghi della ripartenza, se ci dedichiamo a essi con una appassionata riflessione teologica e pastorale. Anzitutto, è da segnalare il rischio di una assuefazione vittimistica alla questione numerica, che genera spesso una reazione frettolosa, mancante di una lungimirante visione ecclesiale e pastorale: così, si uniscono le poche forze rimaste o ci si trincera dietro un atteggiamento difensivo, limitandosi a conservare l’esistente. Forse ci serve invece il coraggio di prendere sul serio la sproporzione esistente tra il modo in cui ancora oggi pensiamo e viviamo la parrocchia e il numero sempre più ridotto di preti e operatori pastorali, in un contesto divenuto mobile, plurale, e multiculturale.

 La pastorale della soglia. Si tratta di una situazione che non lascia spazio ed energie per pensare una “pastorale della soglia”, centrata su un annuncio del Vangelo che possa intercettare i lontani e dialogare con le domande del nostro tempo e con le sfide culturali, magari anche stimolando al dibattito coloro che sono in vario modo impegnati negli spazi pubblici della città, della politica, della società civile. La questione implica, naturalmente, una riflessione sul ministero ordinato, una nuova lettura dell’istituzione parrocchiale, qualche serio interrogativo sull’attuale configurazione giuridica e sul Diritto canonico, così da immaginare una nuova forma e presenza di Chiesa in dialogo col territorio. Nondimeno, si ha l’impressione che anche riguardo alla proposta, il cristianesimo proceda spesso con linguaggi, formule e prassi che non tengono in conto quanto sia cambiato l’immaginario interiore e concettuale dei nostri contemporanei negli ultimi decenni. Si può continuare a parlare di salvezza, di felicità, di vita umana, di morte e di risurrezione, ma correndo il rischio di non comunicare più nulla se non si tiene conto dei cambiamenti antropologici, della diversità e pluralità di significati che ciascuno conferisce alla propria esperienza di vita, della ricerca postmoderna di un benessere psico-fisico e spirituale sganciato dalla relazione con Dio, della “fede” nell’intelligenza artificiale.

 Le parole dell’evento cristiano, si pensi, per esempio, alla professione di fede nell’ormai vicino anniversario di Nicea, non andrebbero nuovamente tradotte e offerte attraverso una nuova mediazione linguistico-concettuale? Infine, rispetto alle sfide della cultura e a quelle pastorali, l’impressione è che anche il cristianesimo proceda nel solco postmoderno della logica del provvisorio: manca una visione e un pensare a lungo termine, si va avanti per singhiozzi e frammenti. In questo senso, la cultura del declino si esprime nel ripiegamento in forme di religiosità intimiste e, ancor più spesso, in forme devozionistiche che dispensano dalla fatica di pensare e dall’onere di scelte innovative e coraggiose. Sequeri ne ha parlato come «ripiegamento nella pura devozione di gesti e immagini vagamente connesse al mistero cristiano», mentre Righetto ha fatto giustamente riferimento alle “paccottiglie” spirituali che si trovano nelle librerie religiose, generando una sorta di “sottocultura” cattolica. Di certo, c’è un investimento che manca e, se parliamo di rapporto dialogico con la cultura, l’investimento principale dovrebbe essere quello della formazione. Mentre il secolarismo ha ormai trasformato l’immaginario interiore della vita delle persone, cambiando i simboli attraverso cui interpretano la vita e abitano il mondo, la cura per la formazione e per la preparazione culturale, biblica e teologica di laici e preti non è ancora assunta come un impegno imprescindibile delle agende pastorali.

La formazione. Qualche giorno fa, sul tema, è tornato il teologo Giuseppe Lorizio, affermando che il credente non può ignorare, e anzi deve interpretare e affrontare una cultura come la nostra che si mostra nella veste di un “politeismo” dei saperi e dei valori, in una compagine quanto mai variegata e plurale di visioni. E invece, si ritiene che sia più urgente far fronte ai bisogni di oggi che investire per il domani. E sulla formazione culturale, continua a pesare l’antico e sempre nuovo pregiudizio, secondo cui studiare e approfondire non serve, perché basta stare vicini alla gente, dir Messa e presiedere qualche atto di devozione. Il rischio dell’autoemarginazione del cristianesimo diventa più che concreto, che si tratti di rifugiarsi nostalgicamente nell’idealismo dei bei tempi passati o di chiudersi in forme di cristianesimo moralista e devozionale. Qualcosa può cambiare se e quando avremo il coraggio di rimettere mano – senza timori e senza ideologiche contrapposizioni – a una nuova visione ecclesiale. Ma ciò non avviene continuando a scommettere su una generale visione pastorale, senza la fatica di pensare – e di pensare teologicamente – il futuro del cristianesimo.

 

www.avvenire.it



giovedì 13 luglio 2023

RINNOVAMENTO E CONSAPEVOLEZZA

De Mendonça:

 le università usino l’Intelligenza Artificiale con creatività e responsabilità

 Il prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione interviene a un colloquio sul futuro degli Atenei cattolici, all’Università del Sacro Cuore (13 e 14 luglio) organizzato dalla Sacru - Strategic Alliance of Catholic Research Universities. Rinnovamento e consapevolezza le due parole chiave che devono orientare l'implementazione delle tecnologie nella ricerca scientifica. Rischiare, perché le università non sono "impermeabili bolle di realtà"

- di Antonella Palermo - Città del Vaticano

 “Rinnovamento e consapevolezza: pensando il futuro delle Università Cattoliche”: questo il tema affrontato dal cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del dicastero per la Cultura e l’Educazione, in apertura di un colloquio scientifico sul futuro delle università cattoliche all’epoca dell’Intelligenza Artificiale, ospitato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, di Milano, il 13 e 14 luglio, e organizzato dalla Strategic Alliance of Catholic Research Universities (SACRU), la rete composta da otto università cattoliche, presenti in cinque diversi continenti.

 Le università cattoliche siano sonde, e culle, del domani

“Dalle università cattoliche ci si aspetta non solo che custodiscano attivamente la nobile memoria dei giorni passati, ma che siano anche sonde, e culle, del domani”. È uno dei passaggi chiave dell’intervento del prefetto de Mendonça che, alla luce del magistero di Papa Francesco, mette a fuoco il compito degli atenei cattolici. Spiega che essi debbono “dialogare con il nuovo, lavorare senza risparmiarsi sulle domande e le problematiche attuali, e costituirsi come grandi laboratori del futuro”. Lo sottolinea, il cardinale, facendo anche riferimento alla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae - la quale a sua volta non fa che confermare quanto affermato dal Concilio Vaticano II nella Gravissimum Educationis – che esortava le università a un rinnovamento costante basato, nondimeno, sul concetto fondamentale della ‘consapevolezza’.

 Rischiare senza paure, ma con discernimento

A marzo scorso, nel discorso ai partecipanti dei “Minerva Dialogues”, il Pontefice ricordava che “solo forme di dialogo veramente inclusive possono permettere di discernere con saggezza come mettere l’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali al servizio della famiglia umana”. Nell’incontro di quest’oggi, il prefetto torna a fare proprie e a condividere queste parole, convinto che “il futuro richiede una visione interattiva, una maturazione poliedrica della realtà e l'audacia di rischiare”. Del resto, lo stesso Papa Francesco ha spesso affermato che è nel dna dell’educatore la capacità di rischio. Certamente il rischio a cui allude sempre il Papa è un rischio ragionevole, frutto, appunto, di tutte le valutazioni opportune nel qui ed ora. Si tratta infatti, osserva il cardinale, di “mantenere le priorità debitamente salvaguardate”. Citando il discorso del Papa al Congresso Mondiale Promosso dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica (2015), de Mendonça ricorda che bisogna sempre tener conto della priorità dell'etico sul tecnico, del primato della persona sulle cose, della superiorità dello spirito sulla materia, poiché “la causa dell'uomo sarà servita solo se la conoscenza è unita alla coscienza”.

 La questione dell’IA è questione antropologica

Ciò su cui il prefetto insiste è dunque la necessità di “rafforzare un'antropologia integrale che inscriva la persona umana al cuore dei principali processi di civilizzazione”. L’invito è a un grande investimento nella formazione di ciascuno per “sviluppare potenzialità cognitive, creative, spirituali ed etiche, e così contribuire, in un modo qualificato, al bene comune”. Ciò che sottolinea ancora il cardinale è che le università, e in particolare quelle cattoliche, “non vivono per sé stesse, come se fossero impermeabili bolle di realtà”. Non siamo dunque di fronte a mondi separati dalla società, dice, per cui bisogna attivarsi per mettere in campo pratiche collaborative per un generativo incontro di persone e culture. “Ciò richiede un'intelligenza creativa – precisa - ma anche un discernimento che non può essere parziale, né improvvisato, ma solidamente basato sui propri valori”. E qui chiama ancora a supporto quanto Papa Francesco, già nella sua visita a Cagliari nel 2013, esortava a leggere la realtà evitando di imprigionarsi nelle ideologie e a viverla senza paure, senza fughe e senza catastrofismi.

 Formare alla algor-etica

A questo punto, il prefetto cita Platone il quale, nel Fedro, approfondiva le ragioni contrapposte di chi era a favore del passaggio dall’oralità alla scrittura e chi era a sfavore. Da un lato, il timore dell’oblio delle anime e, dall’altro, la fiducia in un miglioramento della memoria collettiva. Venendo all'oggi, il cardinale portoghese ribadisce che l'ingresso delle università cattoliche, in un’epoca segnata dall'impatto, in larga misura ancora da scoprire e regolare, dell'intelligenza artificiale, ci obbliga a un delicato esercizio di responsabilità. Conclude – ripetendo quanto il Papa disse alla Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita nel 2020 - che esiste “una dimensione politica nella produzione e nell’uso della cosiddetta Intelligenza Artificiale, che non riguarda solo la distribuzione dei suoi vantaggi individuali e astrattamente funzionali. In altri termini: non basta semplicemente affidarci alla sensibilità morale di chi fa ricerca e progetta dispositivi e algoritmi; occorre invece creare corpi sociali intermedi che assicurino rappresentanza alla sensibilità etica degli utilizzatori e degli educatori... A questo proposito, parla di una nuova frontiera che si potrebbe definire “algor-etica”... Facendo sempre tesoro dell'insegnamento del Papa, l’invito finale è a globalizzare non la paura ma la speranza che, viene ricordato, ha una radice ontologica, non essendo né un accessorio né una eventualità.

Vatican News

 

 

venerdì 7 luglio 2023

POVERI DI SENSO


 LA TRAPPOLA 

DELLA POVERTÀ DI SENSO

UN NEMICO 

CHE VA TENUTO LONTANO



La via della generatività inizia con una rivoluzione interiore che ci spinge a essere il cambiamento che vogliamo vedere nella società. 

La responsabilità individuale è il pilastro di questa rivoluzione. 

- di LEONARDO BECCHETTI

 

Le devastazioni francesi di questi giorni dimostrano come una scintilla grave come l’uccisione di un giovane da parte di un poliziotto a un posto di blocco sia capace di far scoppiare un incendio nella foresta di una società dove troppe persone sono morte dentro.

La povertà di senso del vivere di troppi che non riescono a fare la rivoluzione dentro di loro e a diventare cittadini attivi e generativi è la malattia profonda delle nostre società occidentali (meno di quella italiana dove qualche anticorpo in termini di relazioni e valori ancora tiene).

C’è poco da rallegrarsi se masse di giovani diciassettenni in Francia mettono a ferro e fuoco città saccheggiando negozi di marca per portare via felpe e vestiti firmati. Anche la forma della rivolta è un segno della devastazione morale dei nostri tempi.

Le opinioni di destra e di sinistra si dividono nel sottolineare da una parte l’aspetto della responsabilità personale, dall’altra quello delle diseguaglianze sociali e delle difficoltà d’integrazione di cittadini stranieri di prima, seconda o terza generazione. Entrambe le questioni sono importanti. Gli studi su milioni di osservazioni in tutto il mondo ci dicono che la trappola della povertà di senso del vivere dipende da un insieme di fattori: basso reddito, basso livello d’istruzione, fallimento della vita di relazioni e delle istituzioni formative (ben lontano dal nostro traguardo delle comunità educanti) dove cause scatenanti personali e sociali si mescolano. Quando si precipita nella trappola l’orizzonte del futuro diventa nero e basta una scintilla per trasformare, quando si pensa di non avere nulla da perdere, la depressione individuale in rabbia sociale.

Il monito per noi è chiaro e lampante. Dobbiamo sforzarci giorno dopo giorno di costruire percorsi di ricchezza di senso del vivere allargando gli spazi di partecipazione, cittadinanza attiva, formazione, esperienze di volontariato sociale che costruiscano molteplici piste e sentieri di generatività dove la vita può fiorire. Nessuno deve sentirsi in una strada a un senso unico dove l’esclusione è l’unico destino.

Non si tratta però soltanto di un problema sociale né tanto di un problema di allargamento dei diritti perché la via della generatività inizia con una rivoluzione interiore che ci spinge a essere il cambiamento che vogliamo vedere nella società. La responsabilità individuale è il pilastro di questa rivoluzione. Il successo delle istituzioni formative (famiglia, scuola, comunità educanti) nel mettere in moto la responsabilità individuale è da questo punto di vista essenziale.

In un pezzo recente su “Avvenire” (tinyurl.com/36s5pbph) si sottolineava come nella società opulenta digitale il conflitto tra beni di comfort (che inebetiscono e creano dipendenze) e beni di stimolo (esperienze formative, di volontariato, spirituali) che allenano e consentono di godere della varietà e ricchezza della vita è diventato più aspro e fa molte più vittime tra i giovani quando le istituzioni formative sono carenti o assenti.

L’Italia è una miniera di buone pratiche da cui dobbiamo prendere spunto ed esempio, come quella di presidi e istituzioni scolastiche coraggio che in periferie invase dalla criminalità hanno costruito sentieri concreti di formazione delle competenze e di riscatto sociale. Ho avuto la fortuna di conoscerne a fondo uno come l’Istituto Superiore “Francesco Morano” di Caivano (Napoli) dove accanto al caos della piazza dello spaccio sorgono scuole tecniche modello che ogni anno inseriscono nella vita e nel mondo del lavoro centinaia di ragazzi che non si rassegnano e si “ribellano” non saccheggiando vetrine ma trasformando la loro vita in occasione di riscatto personale e sociale.

L’Italia non è ancora la Francia, ma non è detto che sia così per molto e sempre. Investiamo con generosità e forza, uniti e senza distinzione di colori politici, nella direzione dell’eliminazione delle barriere sociali e nello stimolo delle responsabilità individuali per costruire quella società ricca di vie d’uscita ed opportunità di fioritura che i giovani disperati che mettono a ferro e fuoco le città francesi vorrebbero.

www.avvenire.it

 

 

sabato 1 aprile 2023

PASQUA. RINNOVARCI NELLA FEDE

Osare credere

Davanti al sepolcro vuoto, le diverse reazioni di Santa Maria Maddalena e dei santi apostoli Pietro e Giovanni sottolineano la necessità di una risposta di fede di fronte a un evento che supera ogni comprensione e ragionamento umano: Gesù, morto crocifisso, è uscito vivo dal sepolcro, è risorto e partecipa alla Gloria di Dio (cfr. Gv 20). Papa Francesco non esita a sfidarci: "Ci sono cristiani che sembrano avere un'aria di Quaresima senza Pasqua. [...] Dobbiamo lasciare che la gioia della fede cominci a risvegliarsi, come una fiducia segreta ma ferma, anche in mezzo alle peggiori preoccupazioni" (La gioia del Vangelo n. 6).

Accogliere la fede come dono

La fede è innanzitutto un dono gratuito del Signore. Con Gesù, essa può toccare il cuore sia degli adulti che dei bambini, che egli non ha esitato a far venire a lui. Infatti, nel Battesimo, alla domanda "Che cosa chiedi alla Chiesa di Dio?", il rito indica come risposta "la fede". Alcuni, come San Giovanni, avranno la grazia di crescere con essa, di viverla in ogni fase della loro vita; altri, come San Pietro, ci metteranno più tempo, di fronte alla realtà del male e della sofferenza, o al dubbio alimentato dal fascino del progresso tecnico.

Coltivare la fede come il dono più prezioso

Se la fede ci introduce alla conoscenza di Dio e dell'uomo, essa è ancora di più: una relazione viva con Dio. Credere in Gesù Cristo significa entrare nel legame d'amore tra il Padre e suo Figlio Gesù, che con la sua morte e risurrezione ha infranto le catene del male e della morte. La natura umana di Gesù, totalmente penetrata dall'amore di Dio, è diventata il pegno della nostra stessa risurrezione. San Paolo dirà ai battezzati: "Siete stati risuscitati con Cristo. Cercate dunque le cose di lassù" (Col 3,1).

Santa Maria Maddalena, San Pietro e San Giovanni, i primi testimoni della Pasqua, ci esortano a rinnovare la nostra fede come sapienza di vita e relazione d'amore con Cristo. Essendo passati dalla morte alla vita con Cristo risorto, veglieranno sulla nostra fede.

 + Vincent Dollmann, Arcivescovo di Cambrai, Assistente ecclesiastico UMEC-WUCT

 

martedì 1 marzo 2022

QUARESIMA, IN CAMMINO VERSO LA PASQUA


 Quaresima, una scuola di sinodalità

In cammino verso la Pasqua, insieme



 Il contesto della Quaresima 2022: 

Anno della Famiglia e preparazione al Sinodo Romano

 - di Vincent Dollmann, arcivescovo di Cambrai, assistente ecclesiastico UMEC-WUCT

 Come ogni anno, la Quaresima ci offre un tempo di rinnovamento della nostra fede, in comunione con i cristiani di tutto il mondo. Siamo incoraggiati dai catecumeni che la prima domenica di Quaresima si impegneranno in una preparazione più intensa ai sacramenti dell'iniziazione cristiana  che riceveranno a Pasqua.

La Quaresima 2022 si colloca nell'Anno della Famiglia, che si concluderà il 26 giugno con il 10° Incontro Mondiale delle Famiglie a Roma, in unione con tutte le diocesi del mondo.

La Quaresima ha anche come cornice la preparazione diocesana del prossimo Sinodo dei Vescovi del 2023 a Roma, che ha come tema: Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione.

Queste iniziative, a livello della Chiesa universale, risvegliano la nostra consapevolezza della dignità e della responsabilità ricevuta con il nostro battesimo. L'evangelista Luca, che ci accompagna in questo anno liturgico, definisce il discepolo di Gesù come il suo servo. Come la Vergine Maria, ascolta la sua Parola (cfr. Lc 1,38) e si preoccupa della giustizia, mettendo i poveri al centro delle sue preoccupazioni (cfr. Lc 1,46-55). La Quaresima come cammino verso la Pasqua ci ricorda lo scopo del servizio: la comunione della gioia in Dio, e ci indica la via più sicura per raggiungerla: la vita fraterna nella Chiesa.

 1- La vita in Gesù morto e risorto, la meta della nostra vita di servizio

All'inizio della Quaresima, il vescovo si rivolge ai catecumeni dicendo: "La Chiesa sta per celebrare la Resurrezione di Cristo nella gioia della Pasqua. Vuoi parteciparvi pienamente attraverso il battesimo, la cresima e l'eucaristia? Ciò che dovrebbe motivare gli sforzi di digiuno, preghiera e condivisione è il desiderio di vivere meglio per Cristo, per la sua vittoria su ogni forma di male. La Quaresima non è un tempo triste, ma un tempo di allenamento per vivere meglio nella gioia della Pasqua. Essa ci introduce alla gioia della Pasqua attraverso la necessaria opera di purificazione e di rinuncia, e ci aiuta così a scoprire che la nostra esistenza di battezzati è intrisa dell'amore di Dio e quindi definitivamente orientata verso il cielo.

La Quaresima ci viene offerta come un'opportunità per riscoprire un contatto più regolare con la Parola di Dio; è anche un'occasione per rinnovare la tradizione della Via Crucis.

Il cammino catecumenale comprende una serie di preghiere durante la Quaresima. Tutti coloro che lo desiderano possono pregare con i testi di questi riti (cfr. Rituale dell'iniziazione cristiana degli adulti). Questi permetteranno loro di prepararsi al rinnovo delle promesse battesimali della Veglia condividendo più profondamente la gioia dei nuovi battezzati.

 

2 -  La vita nella Chiesa, sostenendo le nostre missioni

Il prossimo Sinodo, il cui tema è la Chiesa sinodale, ci invita ad approfondire la comunione che caratterizza l'identità della Chiesa, la partecipazione che sottolinea la responsabilità di ogni battezzato, e la missione che indica il suo scopo, cioè servire il Vangelo di Cristo.

Perciò, la Quaresima è una buona occasione per approfondire il nostro attaccamento alla Chiesa, e possiamo farlo rafforzando la nostra partecipazione alle celebrazioni dell'Eucaristia e del perdono. I sacramenti, che danno accesso a Cristo e alla sua opera di salvezza, ci mantengono nella gioia di essere membri della Chiesa, il suo corpo vivo. Vi invito in particolare ad andare ad incontrare i sacerdoti per ricevere il sacramento del perdono. Esso, istituito da Cristo il giorno della sua risurrezione (cfr. Gv 20,23), ci offre il perdono di Dio, cioè il dono oltre i nostri limiti e i nostri peccati. Questo dono è il rinnovo della grazia battesimale, della vita dei risorti.

Per rafforzare il nostro legame con la Chiesa, siamo ancora invitati a partecipare alle riunioni preparatorie del sinodo nelle nostre diocesi.

La Quaresima ci dà il tempo di imparare di più sulla vita e sulla missione della Chiesa. Testi ufficiali come il Documento Preparatorio per il Sinodo del 2023 o l'articolo "Credo nella Santa Chiesa Cattolica" del Catechismo della Chiesa Cattolica possono alimentare la nostra riflessione (vedi sito web del Vaticano: https://www.vatican.va).

 3. Testimoniare la gioia del Vangelo, il cuore della nostra vita cristiana

Attraverso il battesimo siamo diventati discepoli missionari di Cristo. La Quaresima è un'occasione per far risuonare in noi l'appello dell'apostolo Paolo alla conversione: "Guai a me se non predicassi il Vangelo" (1 Cor 9,16).

Lo scorso novembre, ho pubblicato il Messaggio al termine della mia visita pastorale agli attori della solidarietà e della carità nella diocesi di Cambrai. In esso, ho proposto una linea guida per i nostri impegni e progetti pastorali: "Niente senza i giovani, niente senza le persone in situazioni precarie". Questi due gruppi di persone non sono molto presenti nelle nostre attività parrocchiali e diocesane, gli studenti e i giovani professionisti spesso per mancanza di tempo e disponibilità, i precari per la distanza sociale e culturale. Eppure, la Chiesa sarebbe impoverita se non cercasse di mantenere un legame con lo zelo e la creatività dei giovani e l'umiltà e la spontaneità dei poveri.

I tempi di Quaresima e Pasqua sono segnati da un'intensa vita pastorale. Dove non è possibile integrare i giovani o i poveri, si abbia almeno l’impegno a ricorrere alle loro opinioni nello sviluppo e nella valutazione delle attività.

Il gesto di condivisione a favore delle organizzazioni caritatevoli è legato al periodo quaresimale, che invita alla coerenza tra parola e azione, fede e carità.

La Quaresima è un'opportunità per affinare la nostra preoccupazione per la giustizia sociale nei nostri luoghi di studio, di lavoro e di svago. Potremmo anche riflettere su un impegno personale o collettivo alla solidarietà e alla carità, come ci invita a fare Papa Francesco nel suo messaggio quaresimale, Non stanchiamoci di fare il bene (Gal 6,9).

In Francia, questo è ancora il tempo della campagna elettorale per la presidenza della Repubblica. La Conferenza Episcopale Francese ha appena pubblicato un documento intitolato L'espérance ne déçoit pas (La speranza non delude), che fornisce linee guida e spunti di riflessione. Ci ricorda il nostro dovere di elettori "che rimane anche in istituzioni sempre imperfette e sempre perfettibili" (n.5) e ci invita ad entrare nel dibattito. Non abbiamo paura di discutere tra di noi e con i nostri rappresentanti eletti per aiutare il nostro paese a mantenere i punti di riferimento del rispetto della vita e della giustizia sociale, a sostenere le famiglie e a garantire un lavoro dignitoso per tutti.

4 - Convertiamoci e crediamo nel Vangelo! 

La stagione della Quaresima si apre con la preghiera comunitaria e il rito dell'imposizione delle ceneri. Due versetti biblici sono proposti per accompagnare il gesto: "Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai" o "Convertiti e credi nel Vangelo".

Se il primo versetto, tratto dal libro della Genesi, ricorda la nostra condizione mortale e la nostra dipendenza da Dio, il secondo riprende la chiamata di Cristo stesso alla conversione. Chiediamo a Dio la grazia di riconoscere la nostra condizione di creature peccatrici e la grazia di accettare la salvezza in Gesù suo Figlio, che ci introduce in una relazione filiale con Lui e di fratellanza con tutti gli uomini.

 

 

venerdì 2 ottobre 2020

PAPA FRANCESCO: TRA LUNGIMIRANZA E CONTESTAZIONE


 La Santa Sede 

tra conflitto con gli Usa 

e corruzione vaticana

 

 

di Giuseppe Savagnone*

Le notizie sul gelo tra Stati Uniti e Santa Sede si stanno intrecciando, in questi giorni, con quelle sulla corruzione all’interno del Vaticano. In realtà, sono solo gli ultimi sviluppi di una storia più complessa, che dura dall’inizio del pontificato di papa Francesco e, almeno per il secondo versante, ha le sue radici in quelli precedenti.

Il papa più contestato

Quello che, alle prime battute, sembrava dovesse essere uno dei papi più popolari e amati della storia, sta sperimentando, invece – insieme a un’ammirazione che gli viene tributata spesso anche da non credenti –, una conflittualità e un dissenso senza precedenti, soprattutto all’interno della Chiesa.

Non era mai accaduto che noti intellettuali cattolici, come il giornalista Socci e il vaticanista Valli, mettessero in dubbio con libri e articoli la legittimità dell’elezione del sommo pontefice, negando la validità delle dimissioni di Benedetto XVI, né, tanto meno, che esponenti di spicco della gerarchia ecclesiastica, come l’arcivescovo Viganò, chiedessero pubblicamente le sue dimissioni. Per non parlare dell’ondata inarrestabile di attacchi contro il papa che dilaga sui social.

L’eccessiva enfasi sulla comunione ai divorziati

Tutto è cominciato quasi subito, quando lo stile, decisamente inedito e innovatore, di Francesco gli ha attirato in egual misura la simpatia e l’interesse di tanti che non si riconoscono nella Chiesa cattolica e lo scandalo di molti credenti. I due sinodi sulla famiglia e l’«Amoris laetitia» – l’esortazione apostolica che ha fatto loro seguito – hanno portato al diapason i toni della rottura, polarizzandola, con un’enfasi sicuramente eccessiva, sul problema della comunione ai conviventi fuori del matrimonio.

La vera svolta dell’«Amoris laetitia»

In realtà è vero che il magistero di papa Francesco presenta delle novità rispetto a quello dei suoi predecessori. Così, è calato il silenzio sulla dottrina degli “assoluti morali” – atti in sé malvagi, a prescindere dal contesto in cui vengono compiuti – insegnata da Giovanni Paolo II, così come è scomparsa l’insistenza sui “valori non negoziabili” – vita biologica, famiglia e libertà di educazione (cattolica) – del tempo di Benedetto XVI.  Nell’«Amoris laetitia» si è, invece, sottolineato che i comportamenti delle persone vanno sempre considerati in relazione alla loro storia e alle loro intenzioni. Dove questa relatività non è affatto relativismo – come dicono i suoi critici –, perché non esclude affatto la linea di demarcazione tra il bene e il male, ma la cerca non in una rigida regola fissata univocamente una volta per tutte, bensì nella concretezza dei percorsi esistenziali delle persone e nell’orientamento di fondo della loro coscienza.La risposta dei “conservatori” a queste distinzioni è la menzione più o meno esplicita della possibilità di uno scisma, di cui il papa sarebbe il vero responsabile, per il suo tradimento.

La lotta di Francesco contro i “muri”

Ma la loro opposizione nei confronti di papa Bergoglio si è potuta sviluppare anche per il convergere in essa di fattori politici. Mentre al tempo di Benedetto XVI la giustizia sociale e la lotta contro le cause della povertà non rientravano tra i “valori non negoziabili”, con l’attuale pontificato sono diventati obiettivi prioritari della stessa comunità ecclesiale. E, in un mondo occidentale dove in questi ultimi anni si sono alzati muri sempre più alti per impedire ai poveri del Sud della terra di accedere alle condizioni di vita dei paesi del Nord, la posizione di Francesco è suonata come una follia inaccettabile anche agli orecchi di molti cattolici.

La critica al neocapitalismo

Un secondo fattore politico intervenuto a sostegno della polemica contro le posizioni dottrinali del papa è legato alla sua critica nei confronti dello sfruttamento indiscriminato del pianeta e al tempo stesso dei più deboli operato da una finanza capitalistica senza scrupoli. L’enciclica «Laudato si’» non è piaciuta soprattutto negli Stati Uniti. Proprio in questi giorni in una intervista il cardinale Maradiaga ha denunciato una rete – la cui esistenza in realtà era nota da tempo – che lavora contro Francesco e che ha le sue basi economiche e politiche nella destra conservatrice americana, di cui sono esponenti di spicco l’ex consigliere di Trump, Steve Bannon, e il già menzionato arcivescovo Viganò.

L’ultimo scontro sui rapporti con la Cina

È in questo quadro che si inserisce la pesane intromissione del governo del segretario di Stato Mike Pompeo, volta a bloccare il rinnovo, il prossimo 22 ottobre, dell’accordo già stipulato dalla Santa Sede nel 2018 con il governo della Cina per consentire, per la prima volta dalla rivoluzione comunista, la nomina da parte del papa di vescovi cinesi, a condizione che siano accettati anche a quel governo. Un accordo che, come ha spiegato il card. Parolin, non implica alcun avallo dei metodi di Pechino, ma ha una valenza essenzialmente pastorale. Alla Chiesa è sempre interessato portare il Vangelo alle persone. Lo ha fatto sempre anche all’interno di contesti politici in sé inaccettabili e questo ha comportato un rischio – che c’è ovviamente anche in questo caso – di una pericolosa coesistenza e, al limite, di una connivenza, ma che si è sempre accettato di correre con innumerevoli altri regimi.

La battaglia contro la corruzione

Abbiamo parlato finora della battaglia di papa Francesco sul fronte religioso-politico. Ma ce n’è un altro, di antica data, che le vicende di questi ultimi giorni hanno portato in piena luce, ed è quello contro i “poteri forti” del Vaticano. La vicenda dell’ex cardinale Becciu è ancora troppo recente per dare giudizi definitivi. Quello che è certo, però, è il groviglio di interessi oscuri, di manovre finanziarie poco trasparenti, di operazioni gestite da personaggi equivoci, che l’attuale inchiesta sta portando alla luce.

Benedetto XVI fu vittima anche lui delle convulsioni di questo sistema malato – scandali, fughe di notizie, reciproco gioco al massacro – e, non ritenendo di avere le forze per contrastarlo, lealmente preferì rassegnare le sue dimissioni. Papa Francesco non si arrende e lotta. Non si può dire che finora la sua battaglia sia stata coronata da successo, anche per i suoi errori nello scegliere alcuni collaboratori – come fu il cardinale Pell e ora lo stesso mons. Becciu – rivelatisi del tutto inaffidabili. Ma forse è preferibile un papa che sbaglia mentre cerca di fare le cose giuste, rispetto ad uno che, per non sbagliare, si rassegnasse ad accettare le cose ingiuste.

L’apertura del terzo fronte: i “progressisti” delusi

Più recentemente è sorto però anche un terzo fronte su cui papa Francesco ora si trova a lottare, ed è quello di coloro che sono delusi della sua cautela nei confronti di riforme di fondo, come l’abolizione del celibato dei preti e l’ammissione delle donne al diaconato (alcuni in effetti pensano anche al presbiterato). La protesta è esplosa dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica «Querida Amazonia» che, contrariamente alla raccomandazione del sinodo non prevede nessuna delle due innovazioni.

Non solo l’Amazzonia

Non a tutti è noto che il problema non è limitato all’Amazzonia. La prudenza di Francesco è probabilmente legata al fatto che un’apertura in quel particolare contesto avrebbe rafforzato le spinte che già sono presenti nel sinodo inaugurato dalla Chiesa tedesca nel gennaio scorso e dove si parla apertamente di riforme che vanno nella direzione voluta dai “progressisti”.Da Roma si sottolinea che ci sono scelte di fondo che non possono essere adottate su base nazionale, ignorando la linea della Chiesa universale. Ma anche su su questo fronte si risponde alle prese di posizione del papa con accenni velati al pericolo di uno scisma, questa volta di marca “progressista”.

Un compito immane

Insomma, tra minacce di scismi di segno opposto e corruzione vaticana, papa Francesco è uno dei pontefici più in difficoltà della storia, probabilmente quello che ha più aperte opposizioni da molti secoli a questa parte. Eppure, con i suoi 83 anni, combatte con coraggio le sue ardue battaglie, che in realtà non sono state originate soltanto dalle sue scelte, ma nascono da situazioni pregresse che egli ha ereditato. Traghettare la Chiesa nella post-modernità non era un’impresa facile e forse proprio i suoi predecessori, evitando personalmente i conflitti che sarebbero nati da passi decisi in questa direzione, hanno reso ora più difficile il compito del papa attuale.

Valorizzare la partecipazione sinodale

C’è da chiedersi se non si possa aiutare in qualche modo il pontefice, non lasciandolo solo. Per la verità non sembra che ci sia, in questo momento, un deciso apporto da parte della base della comunità ecclesiale e dello stesso episcopato. E i pochi che parlano lo fanno, ad altissima voce, solo per protestare. Forse è il momento di valorizzare la sinodalità, lo stile che nella Chiesa permetterebbe, anzi esigerebbe, la partecipazione attiva di tutti, ognuno nel suo ruolo, al confronto e al discernimento comunitario. Le battaglie di papa Francesco sono quelle di tutti coloro che vogliono una Chiesa diversa da quella del passato, ma al tempo stesso avvertono la responsabilità di un cammino che eviti rotture rovinose. Ogni credente è chiamato, in questa difficile congiuntura, a farsene carico. Oggi non è possibile ritagliarsi solo un ruolo di spettatore, che tifa per l’uno o per l’altro, evitando di uscire allo scoperto e prendere posizione, senza rischiare di sentirsi rivolgere un giorno il rimprovero che il Signore nell’Apocalisse rivolge a coloro che non sono né caldi né freddi, e che Egli perciò ha rigettato.

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 

www.tuttavia.eu

sabato 1 agosto 2020

LA CHIESA DOPO IL CORONAVIRUS



Un invito che nasce da una comprensibile inquietudine

-         Giuseppe Savagnone
-          
La lettera nella quale, in questi giorni, la Presidenza della CEI ha invitato i vescovi italiani a «porre le condizioni con cui aprirsi a nuove forme di presenza ecclesiale», in vista della ripartenza autunnale, non è casuale. Essa nasce da una preoccupazione, neppure troppo velata, di fronte alla constatazione che, dopo il lockdown, il ritorno alla celebrazione dell’Eucaristia con il popolo è stato «segnato anche da un certo smarrimento (in particolare, una diffusa assenza dei bambini e dei ragazzi), che richiede di essere ascoltato».
Dopo le accese proteste, soprattutto di quella parte del mondo cattolico più attaccata ai riti e alle devozioni, contro la sospensione della celebrazione delle liturgie eucaristiche; dopo che la stessa Presidenza della CEI aveva reagito con durezza contro il protrarsi di questa sospensione, arrivando a prospettare una violazione del diritto di libertà religiosa; dopo che si erano studiate minuziosamente le misure per conciliare la tutela della salute e il corretto svolgimento delle funzioni – dopo tutto questo, sembra che le chiese, ora che sono state riaperte, restino mezze vuote, perché molti – soprattutto i giovani – continuano a disertarle.
I limiti del virtuale
Possibile che una interruzione di poche settimane abbia sviato i fedeli dalla frequenza domenicale, ancora così radicata nel costume? O forse, più sottilmente, sono stati i vantaggi di una partecipazione virtuale a indurre molti a continuare a seguire la messa in Tv? Solo che in questo modo l’assemblea liturgica perderebbe istituzionalmente – e non solo per l’emergenza del lockdown – la sua ricchezza umana integrale, che comporta anche la dimensione fisica, e soprattutto il riferimento al banchetto eucaristico, in cui i fedeli si nutrono, del corpo e del sangue di Cristo, «vero cibo e vera bevanda».
Si capisce l’inquietudine della Presidenza della CEI, anche in riferimento a una ripresa che, in autunno, dovrebbe confrontarsi col problema della presenza fisica dei ragazzi nelle classi di catechismo e negli oratori.
L’urgenza dell’ascolto
È significativo, tuttavia, che la lettera accenni quasi di sfuggita alle difficoltà, insistendo piuttosto sulla necessità, da parte delle nostre comunità, di «aprirsi a nuove forme di presenza ecclesiale». Segno di una consapevolezza che il problema è più profondo del mancato ritorno in chiesa ed esige non tanto delle sterili recriminazioni, quanto un «ascolto» intelligente di ciò che sta accadendo nella nostra società.
La crisi c’era già prima del lockdown
In verità, dei germi di crisi erano già abbastanza evidenti anche prima del coronavirus. I giovani di cui oggi viene notata l’assenza erano a loro volta i superstiti di generazioni che da tempo, ormai, avevano abbandonato la pratica religiosa. Dalle più recenti inchieste risulta che oggi, in Italia, quasi metà dei giovani dai 18 ai 29 anni non credono in Dio, o perché pensano che non esista, o perché sono del tutto indifferenti al problema, o perché ci credono a intermittenza, qualche volta sì qualche volta no, o perché, pur ammettendo l’esistenza di una forza superiore, escludono che sia Dio. Colpisce l’accelerazione impressionante del fenomeno se si pensa che negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso gli atei erano tra il 10 e il 15% della popolazione giovanile.
Qualcosa deve cambiare
Fa riflettere il fatto che l’80% dei giovani «non credenti» è passato per il battesimo e la prima comunione, circa i due terzi per la cresima. I tre quarti hanno frequentato il catechismo. Sono perciò giovani che hanno abbandonato dopo l’iniziazione cristiana. È il fallimento del catechismo come viene praticato quasi ovunque. La grande fuga dei ragazzi si verifica di solito a conclusione di esso, come se i sacramenti che dovrebbero introdurli nella pienezza della vita cristiana fossero invece quelli del congedo da essa e dalla Chiesa.
I segni di un tramonto, ma anche la prospettiva di un nuovo inizio
Il tempo del coronavirus ha dunque solo evidenziato una crisi su cui forse si erano troppo a lungo chiusi gli occhi. Ma, se è vero che esso mette in risalto i segni di un tramonto, c’è da chiedersi se non mostri, al tempo stesso, alcuni elementi che potrebbero favorire un nuovo inizio, consentendo il superamento di alcuni schemi che ingabbiavano la pastorale, soprattutto giovanile.
Oltre i muri
Proprio la crisi della pratica religiosa tradizionale, quella che si svolge tra le mura dei templi, rimette in discussione uno di questi schemi, secondo cui si consideravano “veri cristiani” solo i cattolici “praticanti”, e “praticanti” solo quelli che andavano in chiesa la domenica. Il confinamento ci ha costretti a relativizzare, insieme al luogo fisico, le mura di divisione che separavano nettamente chi sta “dentro” e chi sta “fuori”. Nello spazio della rete tutti sono in grado di collegarsi a tutti e di partecipare anche se non l’avevano mai fatto. I confini sono saltati.
La rete come metafora: la “terra di mezzo”
Ma non è questa anche una potente metafora di uno stile ecclesiale diverso, dove “cattolico” torni a significare un’apertura illimitata alla totalità dei valori umani e quindi a tutti coloro che, anche per vie diverse da quelle dell’ortodossia ecclesiale, sono alla ricerca di un senso della vita?
Non per nulla sono i giovani i più capaci di utilizzare i nuovi mezzi di comunicazione. Lo spazio senza barriere della rete esprime bene la loro condizione, che non è quella di chi sta “dentro” la Chiesa , ma neppure quella di chi sta “fuori”. Più che di atei e di credenti bisognerebbe, perciò, parlare di giovani che abitano quella che un sociologo, Alessandro Castegnaro, ha definito una «terra di mezzo» tra credenza e incredulità e che, se non vanno in chiesa, non è perché abbiano definitivamente rifiutato la fede, ma perché non riescono più a riconoscersi nel modo tradizionale di proporla.
La Chiesa che può accogliere i giovani
Certo, guardando questi giovani ci si potrebbe chiedere: «Che cosa cercano? Cercano Dio?». In realtà, come scrive Castegnaro, «cercano innanzi tutto se stessi, cercano di non perdersi, cercano di ritrovarsi (…). Ma cercare se stessi non ha proprio niente a che fare con la ricerca di Dio?».
Ad essi può rispondere solo una Chiesa capace di accoglierli con le loro inquietudini, una Chiesa che apra lo spazio per «portare avanti le proprie esplorazioni, condurre incursioni, fare esperienze a partire dal bisogno di comprendere se stessi e dalla personale ricerca di senso».
Una partecipazione senza appartenenza
Questi giovani hanno bisogno di una partecipazione senza appartenenze rigide, di una proposta fatta in un linguaggio nuovo, non “ecclesiastico”, che, invece di riflettere certezze già precostituite, si sforzi di esprimere la complessità della vita e sia per questo comprensibile a tutti.
Non è il linguaggio che il coronavirus ci ha costretti a usare, in una liturgia del quotidiano che si è svolta tra casa nostra – luogo di condivisione, a volte faticosa, tra diversi, alle prese con le incombenze e le necessità della vita familiare – e le piattaforme del web, aperte senza limiti al mondo? Perché non imparare da questa esperienza un approccio non “sacrale”, meno che mai “clericale”, alla nostra fede, valorizzando la sua portata pienamente umana?
Discepoli della Sapienza
Una nota teologa, Serena Noceti, segnalava a questo proposito l’attualità della tradizione sapienziale, che attraversa tutta la Sacra Scrittura. Mentre la Torah, la Legge, enuncia le richieste di Jahvè al suo popolo e i libri profetici fanno percepire l’irruzione bruciante della Trascendenza nella nostra storia, i libri sapienziali insegnano a leggere la presenza di Dio nelle vicende della vita e della morte.
Sono i libri della riflessione sul quotidiano – Proverbi, Sapienza, Siracide –, ma anche i più drammatici della Bibbia – Qohelet, Giobbe. Qui non si parte dalle certezze, ma dalle domande – non quelle del catechismo, confezionate in vista delle risposte –; non dalla fede, ma dal grido che, come scrive Recalcati, è «il luogo primario della umanizzazione della vita». «Ma cos’è un grido? Nell’umano esprime l’esigenza della vita di entrare nell’ordine del senso, esprime la vita come appello rivolto all’Altro. Il grido cerca nella solitudine della notte una risposta nell’Altro. In questo senso, ancora prima di imparare a pregare e ancora di più nel tempo in cui pregare non è più come respirare, noi siamo una preghiera rivolta all’Altro».
Accogliamo i “gridi perduti nella notte”!
Forse da qui bisogna ripartire, con i giovani ma anche con gli adulti, ricordando che le nostra certezze di fede, se sono autentiche, non sono ereditarie, ma hanno richiesto una conquista: «Siamo stati tutti dei gridi perduti nella notte». Lasciamo entrare nelle nostre riunioni gli abitanti della “terra di mezzo” senza chiedere loro il passaporto. Anzi, rendendo queste riunioni, anche quando potranno essere fatte in presenza, fluide e accessibili come lo sono state le liturgie della rete (alle messe del papa, durante il lockdown, partecipavano tanti che in chiesa non andrebbero mai!).
La promessa che qualcosa di nuovo nascerà
Il coronavirus ci ha messo alla prova e forse sta accelerando la fine non solo di una società, ma anche di un certo modo di vivere la Chiesa. Ma noi, i cristiani, non dobbiamo aver paura del rinnovamento. Ciò che muore apre la strada a ciò che sta nascendo. E noi crediamo di dover avere un ruolo, con la nostra inventiva e i nostri poveri sforzi, nell’adempimento della promessa che sta a conclusione della Sacra Scrittura: «E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (Ap 21,5).