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sabato 28 febbraio 2026

QUARESIMA E RAMADAN


 Il Ramadan e la Quaresima raccontati

 da un padre imam 

e un figlio sacerdote

Adrien è un missionario dei Padri Bianchi, burkinabè. Al-Hâdjdj Issa è imam e papà di Adrien. Padre e figlio vivono insieme il periodo di digiuno del Ramadan e della Quaresima che quest’anno coincidono. Non è sempre stato così. Quando Adrien si è convertito, è stato cacciato dalla sua famiglia. Il percorso di riconciliazione è durato trent’anni.

-         -di Jean-Charles Putzolu et Janvier Yaméogo - Città del Vaticano

È piuttosto raro incontrare all’interno di uno stesso nucleo familiare due vocazioni tanto incarnate. Nel 1992 Adrien Sawadogo, primogenito della famiglia, è stato quasi folgorato da un incontro con Cristo “alla maniera di san Paolo”, dice, “al di sopra dell’esperienza umana”. Quell’incontro ha sconvolto la sua vita: “tutto è cambiato nella mia famiglia. Il fatto che io fossi il primogenito e che fossi un esempio di figlio maggiore fedele che onora il padre, nella sua fede e in tutto, e che improvvisamente diventassi ciò che non ci si poteva aspettare in una famiglia musulmana seria, un primogenito che si converte al cristianesimo, è stato uno shock”, racconta Adrien.

Ciò che Dio non vuole, nessuno può realizzarlo

Di fatto, suo padre, Al-Hâdjdj Issa, e la comunità musulmana gli hanno voltato le spalle. È stata una frattura profonda che li ha separati. “Sono stato io a generarlo e a dargli il nome stesso del Profeta. Ma quando, dopo gli studi, si è orientato verso il cammino di Nabi Issa (Gesù), personalmente all’inizio non l’ho accettato”, testimonia il papà imam. Ma Dio era all’opera. Lentamente, stava operando per la riconciliazione. “Mio fratello maggiore mi ha consigliato di lasciarlo libero perché, se lo avessi forzato a ritornare all’islam, avrebbe rischiato di perdere tutto, senza appartenere più veramente a nessuna delle due religioni”, prosegue Al-Hâdjdj Issan, che alla fine ha permesso ad Adrien di proseguire i suoi studi di teologia. “Dio ha voluto mostrarmi che avevo agito bene lasciando che proseguisse il suo cammino; in seguito ha studiato anche il Corano (islamistica). Così ha fatto ciò che voleva fare e anche quello che io desideravo che facesse. Si è dunque compiuta la volontà di Dio. Ciò che Dio non vuole, nessuno può realizzarlo”.

30 anni prima della pace

Ci sono voluti trent’anni, dal 1992 al 2022, per arrivare a queste parole pacificate. “Papà ha riconosciuto che effettivamente la fede cristiana è una fede vera, autentica. Oggi dice: “in verità, voi cristiani, conoscete Dio”, confida Adrien. “Noi ci opponiamo spesso in discussioni sterili”, continua il papà. “Ma se riflettiamo bene su ciò che sta accadendo, siamo noi, gli uomini, a sbagliare; questo non succede mai a Dio. È più proficuo per noi essere indulgenti gli uni verso gli altri e lavorare insieme piuttosto che impegnarci in dispute inutili. Se Dio volesse condurci alla sventura, lo farebbe attraverso le nostre divisioni e le nostre discussioni sterili. Ma in verità, Dio non ci ordina di opporci gli uni agli altri”. Con un gioco di parole, Adrien scherza sulla coincidenza quest’anno dei periodi della Quaresima e del Ramadan: “Uno dei fratelli di un monastero nel Regno Unito, a Salisbury, aveva scritto sulla sua porta in inglese riguardo agli eventi della vita: ‘some people call them coincidence, I call them god-incidence”, per dire che alcuni chiamano questi segni coincidenze, ma lui li chiama ammiccamenti di Dio”. Ed è proprio ciò che percepisce oggi il religioso. Questa corrispondenza temporale è un invito alle grandi tradizioni dell’islam e del cristianesimo a vivere una “mistica dell’incontro”, spiega il missionario d’Africa, facendo riferimento, attraverso questa espressione, alla lettera apostolica di Papa Francesco a tutti i consacrati del 2014. È un momento propizio per mettersi all’ascolto dell’altro, per cercare insieme un cammino e il metodo per vivere insieme. L’ascolto è anche al centro del messaggio della Quaresima di Papa Leone XIV: “l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”.

Ramadan e Quaresima: un tempo di incontro

Se l’ascolto della Parola di Dio è al centro della Quaresima, l’ascolto del Corano è allo stesso modo al centro del digiuno del Ramadan: “In Africa occidentale, in Burkina Faso come in Mali, è un momento di vita attorno alla lettura del Corano. È la rivelazione di Dio. È per questo d’altronde che il culmine del Ramadan è tradizionalmente attribuito alla notte del destino, leila al qadr, che è la commemorazione dell’inizio della rivelazione coranica. Un intenso momento di silenzio, di preghiera, di ascolto, di pentimento e di manifestazione della misericordia divina”, spiega padre Adrien. “La Bibbia e il Corano non si oppongono”, continua il papà imam. “Questa coincidenza è un invito all’intelligenza e alla conversione del nostro comportamento, al fine di ricercare l’eccellenza ognuno nella propria religione, invece di denigrare la religione dell’altro con eventuali derive”.

Denunciando con fermezza queste “derive”, Al-Hâdjdj Issa Sawadogo si impegna piuttosto in un processo di dialogo: “Se accetteremo di incontrarci per confrontarci e per ascoltarci, capiremo che l’obiettivo è simile”. E prosegue: “questa coincidenza è un invito per noi, cristiani e musulmani, a unire i nostri sforzi. È Dio che ci offre questa opportunità, non è opera nostra. È chiaramente un’indicazione divina che noi dobbiamo sapere accogliere con intelligenza”.

Il Ramadan e la Quaresima, conclude Adrien Sawadogo, sono entrambi “un momento in cui l’uomo e Dio sono alla presenza l’uno dell’altro. Per il musulmano è un momento prescritto da Dio per incontrarLo nella sua Parola.

 Per il cristiano è un tempo propizio che Dio offre all’umanità per andarGli incontro, per lasciarsi trasportare nel mistero stesso di Dio.

Dunque, sono due momenti veramente forti nella vita di queste due tradizioni, di queste due grandi comunità, che rappresentano insieme più della metà della popolazione mondiale”.

Vatican News

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martedì 24 febbraio 2026

FRANCESCO E LE SUE OSSA

 


"Fratelli e sorelle,

mi avete chiamato qui.

Avete aperto una teca, avete acceso luci, avete disposto fiori.
Porterete i vostri figli, le vostre preghiere, le vostre attese.

E io vi domando - non per rimprovero, ma per amore:
che cosa venite a cercare?

Le mie ossa?
Io le ho lasciate volentieri alla terra.
Non sono mai state il luogo dove Dio abitava.

Io ho conosciuto un sepolcro vuoto.
E da lì ho imparato che "Dio non si trattiene".

Se il Signore è risorto, perché lo cercate tra le cose ferme?
Se Cristo vive, perché lo volete custodire?

Quando camminavo per le strade, non avevo nulla da mostrare.
Né reliquie, né segni, né potere.
Avevo solo una Parola che bruciava nel cuore e dei poveri che mi insegnavano a capirla.

Mi dite che la fede ha bisogno di vedere.
Io vi dico che "la fede ha bisogno di servire".

Mi dite che l’uomo cerca un contatto.
È vero.
Ma il contatto che salva non è con le ossa dei santi, è con la carne viva dei fratelli feriti.

Avete riempito le chiese di cose da guardare perché avevate paura di ascoltare.

Ascoltare è pericoloso.
Perché chi ascolta il Vangelo non può più restare come prima.

Guardare è più facile.
Si può guardare, piangere, commuoversi e poi tornare a casa senza cambiare nulla.

Ma il Signore non ha detto: “Beati quelli che hanno toccato” bensì: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto.”

Io non vi chiedo di distruggere nulla.
Vi chiedo di non fermarvi qui.

Se vi inginocchiate davanti alle mie ossa ma restate in piedi davanti al povero, non avete capito nulla di me.

Se baciate una teca ma evitate il lebbroso di oggi, 
avete tradito il Vangelo.

Se cercate in me un intercessore
per non ascoltare il Cristo vivente,
mi state usando come un alibi.

Non fate di me un oggetto sacro.
Io volevo essere un fratello.

Non chiedetemi miracoli.
Chiedetevi per chi siete disposti a perdere la vita.

La vera reliquia non è ciò che resta di un santo morto.
La vera reliquia è una Chiesa che vive povera, libera e fedele.

Se uscite di qui più miti,
più giusti,
più attenti agli ultimi,
allora benedico il vostro cammino.

Ma se uscite soltanto consolati
e non convertiti,
chiudete pure la teca.

Io non abito lì.

Io vi aspetto per strada."

mercoledì 18 febbraio 2026

QUARESIMA IN CAMMINO

 

Quaresima,

 per purificare 

e rafforzare

il nostro attaccamento

 a Cristo


+ Vincent Dollmann

In cammino verso la Pasqua, nella Chiesa

 I Vangeli dell'anno liturgico in corso, Anno A, corrispondono a quelli utilizzati nella preparazione dei catecumeni al battesimo pasquale. Questa è un'opportunità per ricollegarsi alle origini della Quaresima come preparazione finale al battesimo dei catecumeni e come rinnovamento di tutti i cristiani nella fede in Gesù, morto e risorto.

Durante la III , IV e V domenica di Quaresima, si svolgono gli scrutini per consentire ai catecumeni di accogliere pienamente il Signore Gesù nella loro vita. Il rito consiste in una preghiera e nell'imposizione delle mani per chiedere la disposizione dei cuori ad accogliere il dono di Dio. Con i catecumeni, tutti i cristiani sono così condotti a unirsi al mistero della Pasqua nei suoi aspetti di purificazione e rinuncia. È questo il tempo della Via Crucis prima della Via della Luce, dell'unione con Gesù risorto. Nel suo messaggio quaresimale, Papa Leone XIII incoraggia un ascolto più intenso della Parola di Dio e un digiuno che comporta l'astensione dal cibo e dalle parole che " feriscono e feriscono il prossimo ". Si tratta di ascoltare l'appello di San Paolo, che risuona il Mercoledì delle Ceneri durante la Liturgia della Parola: "Lasciatevi riconciliare con Dio" (2 Corinzi 5,20).

 Riconciliarsi con Dio attraverso l’ascolto della sua Parola e l’accettazione del suo perdono

 Per San Paolo, il termine "riconciliazione" significa liberazione dal peccato e rinnovamento della relazione tra Dio e l'umanità. Si riferisce al dono della misericordia di Dio, manifestata da Gesù attraverso la sua vita, morte e risurrezione, e trasmessa alla sua Chiesa. La Chiesa è chiamata a vivere di questa misericordia e a condividerla attraverso l'annuncio del Vangelo e la celebrazione dei sacramenti, in particolare quello del perdono.

 La Quaresima è un tempo propizio per tornare ad ascoltare la Parola di Dio . Questo ascolto dispone i cuori ad entrare in relazione con gli altri, in particolare con i poveri, come sottolinea il Papa.

Egli afferma: « Tra le tante voci che permeano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci permettono di riconoscere quella che nasce dalla sofferenza e dall'ingiustizia, affinché non resti senza risposta ».

Ciò significa, in termini pratici, staccarsi dalle distrazioni e dalle ricerche superficiali per trovare rinnovamento nella Sacra Scrittura e nel Catechismo della Chiesa Cattolica. La lettura e la discussione regolare di questi testi in famiglia o nelle fraternità sono di grande beneficio per approfondire la fede e rafforzare la carità.

 Durante la Quaresima, un impegno più assiduo con la Parola di Dio, attraverso la Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa, approfondisce il desiderio di liberarci dalle catene del peccato e di crescere in una relazione fiduciosa e filiale con Dio. Il sacramento della riconciliazione ci permette di sperimentare la misericordia divina, che si manifesta come perdono, il dono della presenza di Dio al di là dei nostri limiti e del nostro peccato. E questo dono è il rinnovamento della vita divina in noi, la grazia ricevuta nel nostro battesimo.

 Lasciarsi riconciliare con gli altri attraverso il servizio al bene comune

 In un clima di tensioni diffuse nel mondo, la Quaresima ci chiama a riflettere sul nostro impegno per il bene comune. Come ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, questo ha tre elementi essenziali: il rispetto della persona, misurato dall'attenzione ai più vulnerabili, compresi il nascituro e il morente; lo sviluppo attraverso l'accesso per tutti a un lavoro e a un alloggio dignitosi; e infine, l'impegno per la pace (CC nn. 1906-1908).

 È auspicabile che i cristiani osino ancora impegnarsi in politica oggi. Il cardinale vietnamita François-Xavier Van Thuân, che trascorse più di un decennio in prigione negli anni Settanta e Ottanta a causa della sua fede, ci ha lasciato, come incoraggiamento e guida al discernimento, * Le Beatitudini della Politica *:

 “Felice è il politico che ha un alto ideale e una profonda consapevolezza del suo ruolo.”

Felice è il politico la cui persona riflette credibilità.

Felice è il politico che lavora per il bene comune e non per il proprio interesse personale.

Felice il politico che rimane fedelmente coerente.

Felice il politico che realizza l'unità.

Felice è il politico che si impegna a realizzare un cambiamento radicale.

Felice il politico che sa ascoltare.

"Felice è il politico che non ha paura."

 Quaresima, tempo favorevole per le grazie della conversione

 La Quaresima è quel tempo benedetto nella Chiesa in cui i battezzati e i catecumeni possono purificare e rafforzare il loro attaccamento a Cristo.

Ascoltiamo l’appello di San Paolo: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Corinzi 5,20). L’apostolo insiste: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2 Corinzi 6,2).


 XVincent Dollmann, Arcivescovo di Cambrai, Assistente ecclesiastico UMEC-WUCT

 

sabato 6 dicembre 2025

PREPARATE LE VIE DEL SIGNORE

 

Voce di uno che grida nel deserto: 

Preparate la via del Signore,

raddrizzate i suoi sentieri!


7 dicembre 2025

II Domenica d’Avvento A

Mt 3,1-12

 

Commento del Patriarca di Gerusalemme,  Card. Pizzaballa

 Sia il tempo di Avvento che quello della Quaresima portano con sé un urgente invito alla conversione.

I due inviti, però, hanno una sfumatura diversa: il tono della Quaresima è più penitenziale, rimanda alla lotta interiore, ed indica pratiche come il digiuno, l’elemosina e la preghiera. È la conversione del cuore, che ha bisogno di lasciarsi trasformare dall’amore pasquale, un amore che vince il peccato e la morte.

La conversione che ci viene proposta nel tempo dell’Avvento riguarda innanzitutto lo sguardo: vuole aiutarci a fare attenzione, a saper riconoscere il Signore che viene. È una conversione “escatologica”, un gioioso apprendimento a vivere fin d’ora come cittadini del Regno che viene.

La conversione è il tema centrale anche del brano di Vangelo di questa seconda domenica di Avvento (Mt 3,1-12). E proprio questo brano ci aiuta ad approfondire il rapporto tra Avvento e conversione.

Protagonista è Giovanni, il Battista, che è nel deserto e da lì invita tutti alla conversione (Mt 3,1-5).

La sua figura, austera, rimanda a quella del profeta Elia, e quindi suscita in chi lo vede e lo ascolta l’attesa della venuta imminente del Messia. Il profeta Malachia, infatti, aveva legato il ritorno di Elia alla venuta del Messia, e questa credenza era comune in quel tempo. (“Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore: egli convertirà il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri” - Mal 3,23-24). La predicazione del Battista creava proprio questa atmosfera di attesa. L’eco della sua parola è forte: in molti scendono al Giordano e si fanno battezzare, confessando i propri peccati (Mt 3,5-6).

Le sue parole scuotono tutti, ma soprattutto quei molti “farisei e sadducei” (Mt 3,7) che si lasciano richiamare da Giovanni e che si sentono apostrofare “razza di vipere”: Giovanni denuncia la possibile ipocrisia di coloro che si accontentano di una religiosità esteriore, e non si aprono invece ad una reale conversione del cuore.

L’invito, per tutti, è quello di entrare in un atteggiamento penitenziale, per essere pronti ad accogliere Colui che sta venendo e che Giovanni descrive come uno più forte di Lui, che battezzerà in Spirito Santo e fuoco, che giudicherà tutti con giustizia (Mt 3,11-12).

Due sono dunque i poli di questo processo di rinnovamento che Giovanni cerca di innestare: da una parte la conversione e dall’altra l’attesa. Sono due poli fondamentali per la vita di fede, e vanno tenuti insieme.

Perché senza conversione, l’attesa rischia di essere sterile: un sogno vago, una speranza che non incide nella vita concreta. Ma senza attesa, la conversione rischia di diventare moralismo, un esercizio ascetico chiuso in se stesso, che non apre all’incontro con l’Altro.

Giovanni Battista, invece, tiene insieme questi due atteggiamenti, e lo dice da subito: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 3,2). La vicinanza del Regno è la ragione, il motore della conversione, che diventa così un volgere lo sguardo verso Colui che viene, verso Colui che si attende.

Per conversione non si intende lo sforzo volontaristico di chi cerca di migliorarsi, di non commettere più errori. La conversione, sempre rimanendo nelle immagini usate da Giovanni, assomiglia piuttosto al lavoro del contadino, che si prende cura delle sue piante.

Giovanni usa l’immagine agricola per due volte in questo brano: prima, quando chiede a farisei e sadducei di fare frutti degni della conversione (“Fate dunque un frutto degno della conversione” - Mt 3,8); poi, subito dopo, al v. 10, quando afferma che la scure è posta alla radice degli alberi, e che ogni albero che non dà buon frutto sarà tagliato (“La scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” -Mt 3,10).

La conversione di cui parla il Battista, dunque, non consiste nel fare uno sforzo temporaneo, che solitamente si esaurisce in breve tempo, o di darsi uno stile moralistico. Si tratta invece di fondare la vita, di mettere le proprie radici in ciò che, poco alla volta, costruisce una vita piena e grata: la relazione con Dio. Nell’ascolto perseverante della Parola di Dio, e lasciandosi trasformare il cuore dall’attesa di Colui che viene per amore della nostra vita, perché la nostra vita porti frutti.

 + Pierbattista

 Patriarcato latino di Gerusalemme

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mercoledì 27 agosto 2025

DIO A GAZA ?

 


ANCHE A GAZA 

ESISTE UN DIO 

E CHI CREDE 

NON PUÒ TACERE

 Nei giorni scorsi, suor Giovanna della Piccola famiglia dell’Annunziata in Giordania ha ribadito: “Non può mai esserci neutralità davanti a un genocidio”

 

-       di Tomaso Montanari 

 

Mi sono chiesto a lungo perché papa Francesco ogni giorno chiamasse Gaza. Certo: per essere lì, per confortare, per condividere la prova, per portare nel modo più visibile la presenza della Chiesa. Ma nel vecchio papa che, in punto di morte, parla ogni giorno con questo enorme campo di sterminio dove è in corso un genocidio – un genocidio perpetrato anche dagli stati occidentali che si dicono cristiani, anche dall’Italia – c’è qualcosa di più. E io credo che fosse questo: Francesco sentiva che Dio è a Gaza.

Non solo nella parrocchia di Gaza: in tutto quel popolo. Mentre l’Occidente ricco e potente attraversa una lunga notte di Dio, mentre Dio sembra non farsi trovare nemmeno nelle nostre chiese, a Gaza con ogni evidenza Dio c’è. Nella passione e morte di Gaza, c’è il Dio dei vivi. Il Dio giusto giudice. Il principe della pace. Le parole di Giovanna, monaca della Piccola famiglia dell’Annunziata del Monastero di Ma’ in, in Giordania, risuonano in questa direzione: “Mi addolora profondamente vedere una Chiesa quasi silente.

Neutralita’?

…Ma non può esserci neutralità davanti a un genocidio. O si è complici, o si sceglie la verità. E oggi, la verità urla dalle macerie di Gaza. Decine di migliaia di morti, bambini mutilati nel corpo e nell’anima, ospedali distrutti, famiglie cancellate. Tutto questo accade nel silenzio – o nella complicità – di molti poteri, anche religiosi. Non basta più dirsi ‘in preghiera’. Non basta condannare ‘la violenza in generale’. Dove siamo noi, mentre un popolo viene annientato? Dove sono le nostre comunità, le nostre diocesi? Dove sono le parole profetiche? Dove sono i gesti concreti? … E ancora vi ripropongo quello che da mesi mi sembra l’unico gesto possibile: radunare un centinaio tra religiose e religiosi, e andare a Roma, davanti al Quirinale, a pregare giorno e notte, a leggere i Salmi e il Vangelo. A chiedere con la forza mite della preghiera che il governo italiano interrompa ogni vendita di armi ad Israele, che si rompano i legami economici con chi porta avanti un’opera di annientamento. E poi, andiamo anche in piazza San Pietro, con cartelli semplici, diretti, che chiedano al Papa di muoversi: – di andare a Gaza;
- di condannare pubblicamente Israele;
- di lanciare appelli incessanti perché i Paesi occidentali si mobilitino per fermare il genocidio”. Sono parole che hanno due chiavi di lettura. Quella, urgente, di una mobilitazione piena della Chiesa nel mondo. Una mobilitazione che non c’è. Ma ne hanno anche un’altra, per così dire anagogica. Una chiave che porta in altro lo sguardo. Il senso spirituale di queste parole è: dobbiamo convertirci. Lo sguardo verso Gaza è uno sguardo di conversione. Uno sguardo di metanoia: di capovolgimento totale delle nostre convinzioni profonde, delle nostre priorità, del nostro modo di sentire e vedere. Gaza è il margine, la pietra scartata dal costruttore, la pietra d’inciampo. Cristo è a Gaza.

  Convertirsi

Scrive Gustavo Gutiérrez in Teologia della liberazione: “Convertirsi è sapere ed esperimentare che, contrariamente alle leggi della fisica, si sta in piedi, secondo l’evangelo, solo quando il nostro baricentro cade fuori di noi”. Ecco, il nostro baricentro non è a Roma: è a Gaza. Ecco perché papa Francesco, guidato dallo Spirito di profezia, chiamava Gaza; voleva andare a Gaza; non essere separato da Gaza.

Trovare Dio ad Auschwitz sembrò impossibile. Eppure, c’era. Fare teologia ad Ayacucho (dove la povertà assoluta è solo morte), pareva impossibile. Eppure, si è fatta. Oggi, una Chiesa che voglia riuscire ad annunciare la speranza a un mondo disperato, deve farlo da Gaza. Il teologo della speranza, il protestante Jürgen Moltmann, ha scritto che “se Paolo chiama la morte ‘l’ultimo nemico’, bisogna d’altra parte proclamare che il Cristo risorto, e con lui la speranza della risurrezione, sono i nemici della morte e di un mondo che vi si adatta. Pace con Dio significa discordia con il mondo, poiché il pungolo del futuro promesso incide inesorabilmente nella carne di ogni incompiuta realtà presente… Questa speranza fa della comunità cristiana un elemento di perenne disturbo nelle comunità umane. Essa fa della comunità la fonte di impulsi sempre rinnovati tendenti a realizzare il diritto, la libertà e l’umanità quaggiù, alla luce del futuro che è stato annunciato e che deve venire”. Non parlare di Gaza, in tempo opportuno e in tempo non opportuno (per usare le parole di Paolo); non essere a Gaza continuamente con il cuore; non desiderare andare a Gaza: questo significa peccare contro la speranza, cioè adattarsi al mondo com’è. Se abbiamo speranza, allora dobbiamo predicare che il Risorto è nemico del genocidio di Gaza: è irriducibile a questo scandalo di una morte violenta inflitta dai potenti sugli inermi, di questa strage di massa, di questo satanico trionfo del male. “Non è tanto il peccato che ci conduce alla perdizione – diceva Giovanni Crisostomo – quanto piuttosto la mancanza di speranza”. 

Ecco perché Francesco chiamava Gaza, ogni giorno.

 Il Fatto

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venerdì 11 aprile 2025

UNA SPERANZA UNIVERSALE E iNCLUSIVA



*In Aula Paolo VI, la quarta e ultima meditazione verso la Pasqua tenuta dal predicatore della Casa Pontificia e aperta a tutti. Centrale la riflessione sull’Ascensione e sull’insegnamento di Cristo a congedarsi per donare alla storia la libertà e una nuova vita. Il saluto a Papa Francesco, sempre “partecipe della vita della sua Chiesa”*


-Isabella Piro – Città del Vaticano

“Rivolgiamo un caro saluto al Santo Padre che, ormai ne siamo certi, tra un po’ sarà con noi, partecipe della vita della sua Chiesa”. Così il cappuccino Roberto Pasolini ha iniziato stamane, venerdì 11 aprile, in Aula Paolo VI, l’ultima delle quattro prediche di Quaresima, aperte a tutti, sul tema “Ancorati in Cristo. Radicati e fondati nella speranza della Vita nuova”.

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DELLA MEDITAZIONE DI PADRE PASOLINI

Dopo la prime tre riflessioni del 21 e 28 marzo e del 4 aprile - incentrate rispettivamente su Imparare a ricevere - La logica del BattesimoAndare altrove - La libertà nello Spirito e Sapersi rialzare – La gioia della Risurrezione -, oggi il sacerdote si è soffermato sul tema Dilatare la speranza – La responsabilità dell’Ascensione. E in proposito ha evidenziato tre aspetti: la conversione, il sottosopra e la sinergia, ribadendo che sapersi congedare, quando tutto il necessario è stato compiuto, allargando i confini della speranza è l’insegnamento che Gesù ha offerto all’umanità proprio con l’Ascensione. 

Non cedere alla sindrome dell’abbandono

In primo luogo, analizzando il passo del Vangelo di Giovanni in cui si narra l’incontro tra Gesù e la Maddalena dopo la risurrezione, padre Pasolini ha sottolineato l’importanza di non cedere alla sindrome dell’abbandono. Come quella vissuta dalla discepola, chiusa nel suo dolore e desiderosa di imbalsamare, insieme alle spoglie di Gesù, anche la memoria del suo Amore. Questa tendenza a imbalsamare l’assenza - ha evidenziato il padre cappuccino - può far ammalare il cuore dell’umanità in modo grave, impedendogli di riaprirsi a nuova vita. 

La Risurrezione non torna indietro, ma apre a nuova speranza

Invece, non appena il Signore Risorto la chiama per nome, Maria Maddalena si sente chiamata a una nuova speranza di vita ed è questa – rimarca il predicatore – la conversione definitiva a cui la Risurrezione ci vuole condurre: quella che consente al cuore dell’umanità di liberarsi dalla tristezza e di fare un incontro personale con Cristo e con la novità che Egli inaugura. Perché dopo la Risurrezione non si può tornare indietro, ma si cammina in avanti, verso il Padre, trasformate in creature nuove. Con la Risurrezione, quindi, prosegue padre Pasolini, viene superata la tentazione di confinare Dio in un tempo o in un luogo, come vorrebbe fare la Maddalena, portando le spoglie di Gesù nella casa materna.

La Pasqua non è idolatria religiosa

Al contrario, il Signore invita la discepola ad annunciare agli altri la sua Risurrezione e a scorgere il suo volto nell’umanità. Evitando il rischio di trasformare la Pasqua in mera idolatria religiosa, dunque, Cristo è asceso al cielo per far emergere nella storia un suo segno meraviglioso: le relazioni che sappiamo intrecciare e custodire nel suo nome.

Il “sottosopra” dell’Ascensione: Cristo lascia spazio all’uomo

In questo senso, spiega ancora padre Pasolini, l’Ascensione genera un “sottosopra”, ossia un rovesciamento definitivo sul piano esistenziale, perché Cristo esce dal palcoscenico della storia per lasciare spazio all’umanità affinché diventiamo presenza viva di Dio nel tempo e nello spazio. In sostanza, Gesù si allontana per condurre i discepoli oltre sé stessi, al di là delle illusioni e delle delusioni, fino al punto in cui possono diventare pienamente umani, in solidarietà con i fratelli. In tal modo, l’Ascensione non richiama a una vita ideale e astratta, bensì consente di trovare la presenza del Signore in ogni luogo e in qualsiasi circostanza, ribaltando l’odine delle cose: lo Spirito è nelle realtà visibili, il corpo entra nelle realtà invisibili. Perché il ritorno di Cristo al cielo si compie insieme all’avanzare verso il cielo del suo corpo, ovvero l’umanità che, ogni giorno, rende testimonianza dell’Amore più grande.

Riconoscere la bellezza e la bontà di ogni creatura

L’avventura del Vangelo – evidenzia il predicatore della Casa Pontificia – continua sulla terra, tra polvere e cielo, in sinergia. Gli apostoli, infatti, sono chiamati ad andare ovunque per proclamare la Buona Novella a tutte le creature. Su questo termine – “creature” – padre Pasolini si sofferma ulteriormente, ricordando che, al momento della creazione, Dio vide che ogni cosa era bella ed era buona. Di qui, la sfida di guardare agli altri non come esseri umani, quindi soggetti a giudizi e a pretese, bensì come creature delle quali riconoscere la bellezza e la bontà.

La mitezza di Gesù

Evangelizzare dunque – sottolinea il padre cappuccino – significa soprattutto scorgere nel prossimo una creatura, anche fragile e sconclusionata, anche con luci e ombre. Ma comunque riconoscerla e accettarla con benevolenza per quello che è. Questa è la mitezza di Gesù, che considera primario non fare il bene dell’altro, quanto innanzitutto dichiarare che l’altro è un bene. E in questo tempo storico – continua il predicatore – ciò rappresenta un’occasione nuova per la Chiesa: quella di guadare con umiltà e rispetto la storia di ogni persona, riconoscendo il cammino del singolo senza includere, immediatamente o frettolosamente, una valutazione morale.

Ascolto, accoglienza e discernimento

In fondo, aggiunge padre Pasolini, portare il Vangelo fino ai confini della terra non significa solo raggiungere luoghi lontani nello spazio e nel tempo, ma anche inoltrarsi con attenzione e rispetto nel cuore di ogni uomo, accogliendone la complessità, abitando con sapienza evangelica e carità pastorale l’unicità di ciascuno e lasciando spazio all’azione silenziosa di Dio. Ascolto, accoglienza e discernimento, dunque, sono atteggiamenti fondamentali per restare fedeli al Vangelo – ricorda il predicatore - e per mettere al centro la storia e la dignità di ogni persona che attende, anche senza saperlo, di incontrare il volto di Dio.

Sapersi allontanare restando in profonda comunione

Con l’Ascensione del Signore – continua il predicatore della Casa Pontificia – i discepoli hanno compreso la possibilità di vivere e agire insieme a Lui, mediante la forza dello Spirito. E questo interrompe per sempre l’incubo della solitudine perché, attraverso la Risurrezione e l’Ascensione, la vita umana si è trasformata in una sorta di danza, di passo a due tra cielo e terra. Dunque, rimarca padre Pasolini, in un tempo in cui facciamo fatica a “uscire di scena”, Gesù ci mostra quanto sia prezioso sapersi allontanare per restare in una comunione più profonda e più autentica.

 Pasolini: la risurrezione esperienza d'amore che insegna a superare le difficoltà

Nella terza predica di Quaresima sul tema “Sapersi rialzare. La gioia della Risurrezione”, il predicatore della Casa Pontificia ha evidenziato che Gesù, appena risorto, “non sente ...

Un sussulto di speranza universale

La vita è eterna, non si lascia imprigionare, afferma il padre cappuccino: l’apparente assenza di Dio dal palcoscenico della storia è in realtà un invito all’umanità, chiamata a incarnare e a testimoniare la verità del Vangelo senza cedere a protagonismi e monopoli, ma manifestando al mondo la pienezza dei tempi. E questa – conclude padre Pasolini – è l’auspicio più grande da coltivare durante il Giubileo: che il mondo possa riconoscere, nella fede e nella tradizione della Chiesa, qualcosa di bello e di nuovo, capace di suscitare un sussulto di speranza universale.

 Vatican News

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sabato 22 marzo 2025

IL FICO IMPRODUTTIVO

 

La parola di Dio negli eventi

 

 III domenica di Quaresima


Luca 13,1-9 (Es 3,1-8a.13-15)


di Luciano Manicardi

 

1 In quel tempo si presentarono alcuni riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. 2Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? 3No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». 6Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 7Allora disse al vignaiolo: «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?». 8Ma quello gli rispose: «Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. 9Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai»».


La conversione è il tema centrale della terza domenica di Quaresima. Evidente nel testo evangelico (Lc 13,1-9: “Se non vi convertite, perirete”: Lc 13,3.5), l’invito alla conversione è presente nel testo paolino (1Cor 10,1-6.10-12) sotto forma di ammonizione a non cadere nell’idolatria e a lottare contro le tentazioni; nella prima lettura (Es 3,1-8a.13-15) la conversione appare come svolta decisiva nella vita di Mosè, per cui egli riceve dal Signore ciò che prima si era affidato da sé, cioè il compito di liberare i figli d’Israele dall’Egitto.

I tre testi trovano un filo rosso anche nella presentazione del rapporto tra Parola di Dio ed eventi. Gli eventi della vita quotidiana, i gesti ripetitivi del lavoro, diventano occasione di ascolto di una Parola di Dio per Mosè (Es 3); gli eventi accaduti nel passato della storia di salvezza e testimoniati nella Scrittura veicolano una Parola di Dio per i cristiani di Corinto (1Cor 10); gli eventi della storia contemporanea, in particolare alcuni fatti di cronaca, sono colti da Gesù come appello alla conversione (Lc 13). Attraverso la quotidianità (I lettura), la storia (vangelo) e la Scrittura (II lettura) Dio parla all’uomo. Ascolto (I lettura), memoria (II lettura) e discernimento (vangelo) sono atteggiamenti essenziali per cogliere la Parola di Dio negli eventi.

Mosè nel deserto

La prima lettura presenta Mosè nel quotidiano svolgimento del suo lavoro. Mosè aveva allora 80 anni (Es 7,7), età che rappresenta la compiutezza del secondo periodo della sua vita (suddivisa in tre periodi di 40 anni. “Mosè aveva centoventi anni quando morì”: Dt 34,7). Mosè è al culmine della fase mediana della sua vita e si ritrova ad essere un uomo sradicato dal suo popolo e minacciato dal faraone. La sua vita è precaria, irrisolta pur essendo lui ormai con famiglia e lavoro: è un ebreo lontano dal suo popolo, un egiziano fuggito dall’Egitto, uno straniero presso Jetro. E Mosè arriva nel deserto e all’Oreb. O forse la sua quotidianità finisce in un deserto, nell’horrorvacui, nella solitudine orribile e disperante di cui è simbolo il deserto. Mosè si trova davanti all’Oreb, che diventerà sì il monte di Dio, ma il termine Oreb deriva da una radice che significa “rovina”, “devastazione”, “maceria”. L’indesiderato, l’inatteso, l’impensato ci coglie di sorpresa, impreparati. E per questo può dispiegare la sua forza trasformante su di noi: perché siamo indifesi. E se può dare il colpo di grazia a una vita già precaria, può anche divenire luogo di rinnovamento dell’esistenza. Il roveto che arde senza consumarsi diviene spettacolo che non solo attrae gli occhi di Mosè ma evento che lo guarda (“Il Signore apparve a Mosè in una fiamma di fuoco”: v. 2; “dal roveto il Signore vide Mosè”: v. 4), che lo ri-guarda. La rinascita inizia nel momento in cui accettiamo che la realtà ci tocchi, non sia qualcosa da evitare con l’indifferenza e l’apatia. Di fronte al roveto Mosè si spoglia dei sandali (v. 5), simbolo della dignità e dell’autonomia della persona libera, come anche del suo potere di acquisto: togliersi i sandali è simbolo (oltre che di rispetto per il suolo che si calpesta) di rinuncia al diritto di possesso. E di fronte alla voce che gli parla dal roveto, si vela il volto, segno del timore di fronte al divino, ma anche di volontà di sottrarsi all’imprevisto che fa capolino nel quotidiano. Mosè ha paura (v. 6). E al Dio che gli affida il compito di andare dal faraone per far uscire il popolo dall’Egitto, Mosè oppone obiezioni. La prima, non compresa nel testo liturgico, è: “Chi sono io per andare dal faraone?” (v. 11). Mosè si sente inadeguato, privo di carisma, senza nulla nella sua persona e nella sua storia che giustifichi questo compito.

Io sarò con te

E la risposta fa passare Mosè dal suo io spaventato alla promessa di prossimità di Dio: “Io sarò con te” (v. 12). Ovvero: non dare troppo spazio a te, al tuo “io” per questo compito che ti affido perché questa sarebbe la via più diretta per il fallimento. Questa la prima condizione per assumere la guida del popolo: non appoggiarsi sul proprio “io”, ma contare sul Signore. La seconda obiezione verte sul nome di Dio. “Mi diranno, i figli d’Israele: qual è il nome del Dio che ti manda?” (v. 13). Ovvero: che cosa ci assicura questo Dio? Che promessa ha in serbo per noi affinché gli crediamo? Allora Dio rivela il suo nome: “Io sarò colui che sarò” (v. 14). O anche: “Io sono colui che sarò” (dove Dio si rivela come promessa) o ancora: “Io sarò sempre quello che sono” (dove Dio si rivela come fedeltà). Mosè deve credere alla promessa di Dio e alla fedeltà di Dio. Le obiezioni di Mosè sono fondate, queste come le altre che si trovano nei capitoli successivi dell’Esodo. Ma la spiegazione del nome divino data in Isaia 52,6 fornisce la risposta sufficiente. “Il mio popolo conoscerà il mio nome, comprenderà in quel giorno che io dicevo: Eccomi”. Il nome di Dio dice non il suo “essere”, astratto, ma il suo esserci, il suo essere accanto, il suo essere lì con. E accogliere la rivelazione del nome significa fare un atto di affidamento nel Signore. Perché il suo nome significa: “Eccomi” (con te, accanto a te, per te). Su questo Mosè dovrà spezzare le sue resistenze e le sue obiezioni.

 

Pilato e i Galilei

Nel vangelo, a Gesù viene riferito un fatto di cronaca violento e sacrilego: Pilato ha fatto uccidere dei Galilei durante una cerimonia religiosa (Lc 13,1). Gesù e i discepoli sono interpellati da quella notizia. La fede non può restare estranea ai fatti di quel mondo che è il destinatario della sollecitudine di Dio. E il giudizio che Gesù dà è libero, originale e coraggioso. Gesù spezza il legame tra disgrazia e peccato, non ripete il ritornello teologico che pretende di trovare un senso anche là dove non c’è. E con la domanda “Pensate forse che…?” (Lc 13,2.4) polemizza con l’opinione diffusa che disgrazia e morte siano causati da peccati commessi. Gesù non ripete luoghi comuni teologici e consegna la sua interpretazione degli eventi: sono un invito a conversione. Non certo che Dio mandi eventi calamitosi perché l’uomo si converta: sarebbe blasfemo. Ma, per non abbandonare gli eventi a se stessi che resterebbero meri accadimenti senza nesso e senza senso, occorre ascoltarli e osare parole su di essi, occorre la fatica e il rischio dell’interpretazione. Gesù poi aggiunge di suo il riferimento a un fatto di cronaca, anch’esso luttuoso: il crollo della torre di Siloe che ha provocato la morte di diciotto persone (Lc 13,4). I due fatti parlano di morti improvvise: sono eventi di cui non abbiamo responsabilità, e tuttavia Gesù indica una via attraverso la quale essi possono parlarci e divenire transitivi, così da non perdersi nel non-senso, ma divenire capaci di ri-orientare la vita di altri. Rendendo quegli eventi un invito a conversione, Gesù esorta a vivere con coscienza e consapevolezza l’oggi e il vangelo. La morte dà forma alla vita: quando sopravviene, essa svela la nostra vita dandole forma compiuta. Dovessimo morire domani ecco che la nostra vita è tutto ciò che c’è stato prima. La non-consapevolezza, invece, è nemica della responsabilità, che è anzitutto responsabilità della nostra vita. Con l’invito a conversione che scaturisce dalla considerazione delle morti improvvise di altri, Gesù intende dare un volto a chi è rimasto senza volto, perduto nell’anonimato di macerie che l’hanno sepolto o di una violenza brutale che ne ha troncato l’esistenza. Gesù chiede che il volto e il nome perduti delle vittime trovino un riflesso nel volto e nel nome dei suoi discepoli. Gesù chiede responsabilità. Di farsi rispondenti di ciò di cui non si ha responsabilità diretta, ma che non ci può rimanere estraneo perché riguarda quegli esseri umani che sono nostri fratelli. Così, mentre la violenza brutale nega la fraternità spegnendo l’umanità di chi viene ucciso e di chi uccide, la risposta di Gesù tende a ricostruire legami di fraternità. Gesù assume l’evento che distrugge la fraternità umana per farne il luogo di ricostruzione di tale rapporto.

Il fico improduttivo

La parabola del fico improduttivo (Lc 13,6-9) presenta una minaccia di “morte” per l’albero che da troppo tempo non dà frutti. Ma, al padrone che gli comanda di tagliare l’albero, il contadino dice di no. Oppone quel lascialo, (àfes, v. 8) che è il verbo usato per la remissione dei peccati e la liberazione dal male. Il contadino obietta. Obbedendo, non entrerebbe in conflitto con il padrone e avrebbe una pianta in meno da lavorare. Ma il contadino crede al cambiamento possibile. Fa fiducia, crede che una novità possa intervenire e il frutto spuntare. E impegna se stesso, promette il suo lavoro, chiede pazienza, almeno, per un altro anno. Il contadino fa mostra della sua libertà dicendo di no al padrone e addirittura, dopo avergli chiesto di lasciarglielo ancora un anno per curarlo e lavorarlo, aggiunge: se non darà frutti, “tu lo taglierai” (v. 9). Il contadino si rifiuta di tagliare l’albero: se proprio vuoi, lo taglierai tu, non io. Il contadino oppone un altro no al padrone.

Egli apre uno spazio di fiducia alla pianta, ne paga il prezzo e se ne assume il rischio: nulla gli garantisce il buon esito della sua iniziativa. Del resto: chi conosce i tempi in cui un uomo può dare frutti e convertirsi? Se perfino questo contadino, che assomiglia così tanto a Gesù, non si erge a padrone dei tempi dell’altro e non taglia l’albero infruttuoso, chi siamo noi per fare diversamente?

 

Monastero di Bose

martedì 18 marzo 2025

QUEST'UNICA VITA

 Come si fa a trovare e custodire la propria identità in un contesto che spinge a stereotiparsi?

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di Alessandro D’Avenia


In un recente incontro con studenti mi è stato chiesto: «Come si fa a trovare e custodire la propria identità in un contesto che spinge a stereotiparsi?». Ognuno di noi ci sarà una volta sola nella storia. Da questo «sentimento di sé» dipende cosa fare di sé: lottare per la propria fragile unicità o, pur di essere qualcuno o qualcosa, tradirla con copioni già scritti (omologarsi significa infatti «dire lo stesso, ripetere»)? 

Una risposta alla domanda l’aveva data un secolo e mezzo fa un filosofo che aveva colto in anticipo la crisi della cultura di massa: «L’uomo che non vuole appartenere alla massa non deve far altro che cessare di essere accomodante verso se stesso, segua la sua coscienza che gli grida: Sii te stesso! Ogni giovane anima ode questo appello giorno e notte e ne trema, perché sente la misura della felicità assegnatale dall’eternità posta nelle catene delle opinioni e della paura» (F. Nietzsche, Schopenhauer come educatore, 1874). 

Non è l’appello a un superficiale spontaneismo ma, per chi possa e voglia sentirlo, una chiamata all’unicità che fa tremare ogni giovane anima, anzi ogni anima giovane, cioè ogni persona che abbia un sentimento di sé gioioso, la consapevolezza della neologazione (il mai detto) contro l’omologazione (il già detto). Come spezzare allora le catene del così fan tutti e della paura di non piacere che impediscono questa gioia di vivere?

L’evoluzione ha ridimensionato l’istinto che detta all’animale il da fare: noi non viviamo per istinto, ma per scelta, infatti contro ogni istinto possiamo persino toglierci la vita, così come possiamo aumentarla. Abbiamo infatti riempito il vuoto lasciato dall’istinto con la cura: l’educazione, che i Greci chiamavano paideia e i Romani humanitas, cioè il processo consapevole di mettere un giovane in condizione di compiere la propria identità in generale (origine) e in particolare (destino). Un processo sintetizzato nel classico: «diventa ciò che sei», presente nelle parole di Nietzsche. Ma se lo dico a un mio studente, mi chiederà: «E che sono?». Vuole che sia io a dirglielo, perché la cultura di massa in cui è immerso non lo spinge a scoprirlo ma a subirlo.

Chi non scopre «ciò che è» nell’età fatta per questo finisce, avverte Nietzsche, in balia di ciò che fanno gli altri («le catene delle opinioni») o che gli altri vogliono faccia («le catene della paura»): stereotipi. Ne facciamo tutti esperienza al ristorante quando, indecisi, diciamo: «Lo stesso, anche per me» o ci affidiamo al piatto del giorno. Fare come gli altri o far decidere loro per noi ci libera dall’insostenibile peso dell’esserci una e una volta sola nella storia. 

La mancanza di uno sguardo educativo (umanizzante) impedisce ai ragazzi di mettere insieme origine (ciò che sei) e destino (diventa). Ho battezzato questo mancato sentimento di sé anodissia, mancanza di odissea, cioè triste stasi per assenza di Itaca, di terra da raggiungere. Una terra che invece è già nostra, che è in noi. Apparteniamo infatti alla specie umana, homo, dicevano i latini per indicare l’umano (maschile e femminile), da humus, il terreno. Anche Adamo, nel racconto biblico, non indica il maschio ma l’umano e significa «fatto di terra» (adamah è la terra arabile). 

Qual è allora la nostra terra? Come l’origine si dà in noi? Chi e come sono io? Con quale carne sono venuto al mondo? Per possedere questo suolo «umanamente» bisogna però volerlo ricevere: sceglierlo e farlo proprio. La prima difesa contro lo stereotipo è quindi imparare ad amare ciò che non abbiamo scelto, che ci è toccato. Che ci piaccia o no il terreno in cui siamo nati è la prima autorità (da augeo: far crescere) a educarci, se la rifiutiamo e vogliamo fare da soli (il «diventa ciò che vuoi» contemporaneo) a quella autorità sostituiamo il potere, perché non si può costruirsi dal nulla come ci fa credere la balla del self-made.

Il primo gradino di una unicità libera è quindi riconciliarsi con la nostra storia, accettare chi siamo anche se non ci piace. Per farlo bisogna liberarsi dall’abitudine di incolpare qualcuno: genitori, società, sfortuna, Dio... Questo ri-sentimento, verso un presunto o reale colpevole, non è il sentimento primario di sé ma un sentimento secondario che serve al giovane (e a chi rimane immaturo) ad allontanare la terra e la fatica che richiede lavorarla. 

Il risentimento è l’alibi per non crescere, impedisce di baciare la terra che calpestiamo: la vita com’è. Ma questo capita a tutti, perché la terra che ci è capitata è piena di ferite: la vita non è come l’avremmo voluta o come dovrebbe andare. La campagna però ci insegna che proprio la terra ferita (arata) dà frutto: il vomere, che (prep)ara il suolo, non ferisce ma apre alla vita. Solo la terra solcata permette il passaggio di acqua e ossigeno, diventa viva, feconda, accogliente: campo (da una radice che significa «tagliare»), oggi però «avere campo» non significa lavorato per ricevere il seme, ma connesso a un segnale... Le vocazioni (nome del sentimento gioioso di sé) cominciano sempre con l’essere «atterrati» e «atterriti»: nella famosa Conversione di San Paolo di Caravaggio (1601), il protagonista è a terra, impaurito, accecato, con le braccia aperte come il solco, caduto da un cavallo inventato dalla tradizione pittorica. Così da assassino di innocenti diventa loro difensore.

La domanda dei ragazzi non ha quindi una soluzione da manuale, ma richiede un processo educativo (famiglia e scuola) che li faccia prima «cadere» dal cavallo del potere che omologa, che li tiene distanti dalla terra (oggi è la vita online), da cui poi smuovere lo strato pietroso e superficiale del risentimento, per raggiungere il terreno capace di dare energia al seme che potrà cercare la luce. Chi si fa campo poi si apre al cielo, alla propria altezza. L’umano è infatti verticale come gli alberi (non andiamo a quattro zampe, abbiamo il tronco e la chioma) ma in movimento, piedi per terra, testa in cielo.

Ma che cosa è questo cielo? Il mare aperto dell’Odissea, il rischio della libertà e della vita stessa, il frutto che possiamo dare solo noi: in alto. Non c’è chioma senza sottosuolo, cielo senza terra. Cristo diceva infatti ai suoi: «Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?» (Gv 3,12), non può avere cielo chi non ama la terra, chi non si inuma (da in e humus), chi non si fa terra, chi non si incarna. 

Per questo Nietzsche, in questo più vicino a Cristo di quanto credesse, chiudeva il suo scritto con un invito: «Approvi tu nel più profondo del cuore questa esistenza? Ti basta essa? Vuoi essere tu il suo difensore e il suo redentore? Soltanto un unico e sincero “sì!” dalla tua bocca: e la vita così gravemente accusata sarà assolta». Questo sì pieno alla vita (la conversione è passare da cosa ci aspettiamo noi dalla vita a cosa si aspetta la vita da noi in ogni situazione) così come ci è data trasforma la terra (humus) in campo (homo), dà il possesso di sé che è lo stato e strato d’anima con l’energia per dare vita e non tradire il seme. L’educazione prepara questo «sì» a terra e cielo, trasforma l’origine (ciò che sei...) in destino (...diventalo). 
Fare questo con ogni ragazzo è liberarlo dalle catene: solo così l’unica vita che ha può diventare la vita unica a cui è chiamato.