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domenica 5 luglio 2026

CAMBIARE IL MONDO



“Se vuoi muovere il mondo 
attorno a te, 

devi prima muovere te stesso”

-di Sara Bellanza

Hai mai pensato che il desiderio di cambiare il mondo possa nascondere qualcosa di più profondo? Spesso si immagina il cambiamento come un’azione rivolta all’esterno, verso ciò che non funziona o andrebbe corretto. Eppure, non tutto dipende da ciò che accade fuori: molto dipende da come lo si interpreta. Due persone possono vivere la stessa situazione e vederla in modo opposto. È qui che si apre una domanda decisiva, già al centro del pensiero di Socrate: prima di cambiare ciò che si vede, vale la pena chiedersi chi sta guardando. Quindi, cosa devi fare prima: cambiare il mondo o te stesso?

Cos’è davvero il cambiamento?

Socrate diceva: “Chi vuol muovere il mondo, prima muova se stesso.”

Queste parole portano con sé una tensione antica quanto l’uomo: il desiderio di cambiare la realtà senza attraversare il lavoro, spesso scomodo, della trasformazione interiore.

Agire sul mondo affascina perché promette risultati immediati e visibili, mentre il lavoro su di sé resta lento, silenzioso e quasi sempre invisibile e maledettamente faticoso. Eppure, è proprio in questa dimensione nascosta che si decide la qualità di ogni cambiamento. Ogni azione verso l’esterno nasce da una radice interna che raramente viene messa in discussione. Spesso si tende a credere che ciò che non funziona dipenda dagli altri, dalle circostanze o dal contesto, senza considerare che il modo stesso in cui si interpreta la realtà è già una costruzione interiore.

Socrate ha mostrato con forza questa distanza tra apparenza e verità, indicando nel dubbio e nella domanda il vero inizio del pensiero. Il suo insegnamento non offre risposte, ma incrina certezze, obbligando chi ascolta a confrontarsi con ciò che dà per scontato. L’idea di “muovere il mondo” perde così la sua immediatezza e si capovolge: prima ancora dell’azione esterna, c’è uno sguardo che va educato, reso più onesto, meno automatico. Il mondo non si presenta mai in modo neutro, ma filtrato da ciò che si è.

Quando lo sguardo si rivolge all’interiorità, emerge una resistenza invisibile, ma fatta di automatismi che proteggono l’immagine di sé. Cosa accade quando questa immagine viene messa in discussione? Perché è così difficile accettare di non coincidere del tutto con ciò che si crede di essere?

Muovere se stessi significa attraversare questa resistenza e rinunciare all’idea di stabilità. Quando si dice “sono fatto così”, spesso si sta solo evitando di cambiare.

Se una persona si convince di essere “timida”, quella convinzione inizia anche a influenzare il modo in cui si muove nel mondo. A scuola evita di intervenire, nelle conversazioni si trattiene, nelle occasioni in cui potrebbe esporsi sceglie di restare in disparte non perché manchino le idee, ma perché si è già formata un’immagine di sé che precede l’azione. Col tempo, quella rinuncia ripetuta diventa abitudine, e l’abitudine si trasforma in identità.

A quel punto non è più solo una sensazione iniziale: è un modo di stare nelle situazioni che si auto-conferma. Quando arriva un’occasione diversa, la risposta sembra già scritta: “non fa per me”, “non sono capace”. È proprio qui che il pensiero di Socrate acquista tutta la sua forza: se non si cambia il modo in cui si guarda se stessi, difficilmente cambierà anche il mondo che si ha davanti.

Il ritorno a Sé come punto di partenza

Quando si smette di pensare il mondo come qualcosa da affrontare o correggere, cambia anche il modo di viverlo. Non appare più come uno scenario separato, ma come uno spazio che prende forma insieme allo sguardo di chi lo attraversa. Le situazioni non arrivano “da fuori” in modo neutro: acquistano significato nel momento in cui vengono interpretate.

Alla fine, non c’è una separazione netta tra interno ed esterno: ciò che si vive fuori porta sempre con sé la traccia di ciò che si è dentro. Si deve cambiare il modo in cui si costruisce il senso delle cose prima ancora di agire. Anche ciò che sembra spontaneo – una scelta, una reazione, un lavoro – nasce da un insieme di letture interiori che spesso restano invisibili.

Sai che penso? Che Socrate aveva ragione. Nessuno può sperare di cambiare il mondo senza aver prima avuto il coraggio di cambiare se stesso. Magari non si riuscirà a trasformare l’umanità, né a risolvere i grandi problemi del nostro tempo. Ma se anche una sola persona, grazie al proprio esempio, riuscirà a migliorare un frammento della realtà che la circonda, allora quel cambiamento interiore avrà già iniziato a muovere il mondo. Perché ogni grande trasformazione, in fondo, nasce sempre da un essere umano che ha deciso di partire da sé.

Leggi anche: Dialogo tra filosofi: vive meglio chi prende la vita alla leggera o chi si fa domande? Socrate Vs Platone

LifeStyle

 

mercoledì 6 maggio 2026

UN NUOVO MEDIOEVO

 È prossimo un nuovo medioevo, dove gli aristocratici saranno individui sterili che complicheranno molto la vita a chi la vuole vivere come impegno civile, con e per gli altri, con e per i figli e le figlie.


Luigino Bruni

 Ogni epoca ha avuto le sue classi sociali principali, quelle da cui dipendevano la pace, le guerre, le ricchezze, le povertà, i diritti e le felicità. Nel medioevo erano aristocratici e servi della gleba, nell’età della Controriforma i proprietari terrieri e i contadini, quindi capitalisti e proletari nella società industriale. La gerarchia ecclesiastica, Papi, cardinali e vescovi, stavano nella classe dominante, quella ricca e potente, parroci, frati e suore dall’altra. C’erano poi sempre classi intermedie e localmente importanti (si pensi ai Mercanti medioevali di Venezia o Firenze, o agli artisti sempre in queste città e in altre analoghe), ma gli assi dentro i quali si svolgeva la dinamica sociale ed economica erano in genere due.

Con il nuovo millennio stanno emergendo due nuove classi, trasversali rispetto a quelle delle epoche precedenti e apparentemente molto diverse, ma che stanno determinando le dinamiche sociali, relazionali, e presto anche quelle politiche ed economiche. Sappiamo anche che, alla fine, noi esseri umani siamo molti simili sotto quasi tutti gli aspetti (vizi, virtù, fragilità, bellezze…), e queste distinzioni vanno sempre prese allo stesso modo in cui si parla del sale nelle ricette: «quanto basta», perché nessuna persona rientra mai in una categoria astratta.

Una «classe» è quella rappresentata da quelle persone che, in tutto il mondo, vivono la vita come impegno sociale, come compito spirituale ed etico. Si innamorano, poi mettono su una famiglia, spesso si sposano, e soprattutto fanno di tutto per avere figli, e se non ci riescono naturalmente li adottano, prendendo su di sé anche il rischio che ogni adozione porta con sé (insieme alla sua bellezza). È la comunità globale degli sposi, dei partner di vita, dei padri e delle madri, degli imprenditori, dei cooperatori, dei missionari, persone che decidono di investire le loro energie migliori negli anni più belli per creare qualcosa con e per gli altri. Qualche tempo fa avevo lanciato l’idea di introdurre un nuovo anello, analogo alla fede nuziale, per chi è madre o padre: per poterli riconoscere per strada, ringraziarli, esprimere loro la nostra riconoscenza. Quando vedo una persona con la fede al dito provo sempre un brivido civile positivo, che raddoppierebbe se ne vedessi anche un’altra di colore diverso che dice che quella persona ha giocato la sua vita creando nuova vita umana sulla terra, che ha speso la vita per due fedi simili e diverse: in una persona, in bambini, in un «per sempre».

Accanto a questa «classe» c’è poi l’altra. Quella, altrettanto globale, di chi non si sposa, non vive relazioni affettive stabili e pubbliche, o, se si sposa o si accompagna, decide intenzionalmente di non avere figli. I motivi sono molti, e non voglio sottoporli a giudizio. Alcuni presentano queste scelte con un «rivestimento etico»: «Come potrei mettere al mondo un figlio in questo mondo tremendo?». In genere, questo popolo di single, o di coppie fatte dalla somma di due single, non amano i legami forti, in particolare non li amano nei confronti di umani. Infatti, molti di questi vivono con uno o più animali, in genere cani e gatti, che sono molto amati perché non hanno le note tipiche degli esseri umani: la libertà, i conflitti e la reciprocità. Spesso amano molto la natura, vivono vite sane, sono salutisti, molto preoccupati della loro forma fisica e hanno paura del loro invecchiamento. Sono spesso ottimi lavoratori e, ancor di più, lavoratrici, affidabili e devoti all’impresa, fanno ottime carriere, e si ritrovano spesso anche con molti soldi (che non sanno neanche come spendere). Sono mescolati con tutti gli altri, non sono più antipatici della media; sono meno generosi, e quindi meno generativi (le due parole sono quasi sinonimi).

Si possono però riconoscere da alcuni indicatori. Il primo è la mancanza di letizia e di gioia di vivere, che viene coperta dal divertimento e dall’allegria adrenalinica di brevissimo periodo (gite, vacanze, aperitivi, magari un po’ di droga ogni tanto). Non sono felici, sono solo allegri transitori, appagati dalle gioie che possono procurare cani, gatti e vacanze viaggi. Il secondo indicatore è la mancanza di amici profondi e veri, che vengono sostituiti da conoscenti e compagni, anche qui transitori e a basso investimento, perché legati soltanto a una specifica attività (vacanza, montagna, ristorante…), che si attivano solo in quel contesto, senza alcuna quotidianità. Il terzo è la grande quantità di tempo dedicata alla cura di sé, che prende quasi interamente il posto della cura degli altri.

Se non cambia qualcosa nella nostra cultura globale, quella che si esprime nelle serie TV, nei film, nei talk show, nei romanzi, questa seconda classe di celibi e nubili diventerà sempre più la classe dominante e, come ogni classe dominante, imporrà a tutti gli stili di vita, le regole del gioco, le politiche, fiscali ed economiche. È prossimo un nuovo medioevo, dove gli aristocratici saranno individui sterili che complicheranno molto la vita a chi la vuole vivere come impegno civile, con e per gli altri, con e per i figli e le figlie. 

Messaggero di sant'Antonio 


 

martedì 21 aprile 2026

IL CORAGGIO DI SOGNARE



Il 21 apile ricorre il primo anniversario della morte di Bergoglio

 

Avvenire pubblica un contributo del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, che funge da prefazione al volume a firma di papa Francesco “Con volto di mamma. Discorsi e interventi alla Chiesa italiana” (Libreria Editrice Vaticana, 336 pagine, 20 euro, in libreria nei prossimi giorni). Un testo che raccoglie tutti gli interventi di papa Bergoglio alle Assemblee generali della Cei così come i messaggi, i discorsi, gli interventi fatti nelle varie occasioni nelle quali il Pontefice argentino, di cui martedì si ricorda il primo anniversario della morte, ha incontrato i cattolici e la società italiana. Tra i vari interventi fondamentale quello al Convegno ecclesiale di Firenze nel novembre 2015, dal quale è stato tratto il titolo del volume. Proprio sulla figura di papa Francesco, e il suo legame con il santo di Assisi, si svolgerà il dialogo tra il cardinale Zuppi e il giornalista Aldo Cazzullo previsto al Salone Internazionale del Libro di Torino sabato 16 maggio alle 11.30, dal titolo «Da Francesco a Francesco: un nome, due svolte». 

Il primo sentimento è senza dubbio la gratitudine: a Dio, per il dono di Papa Francesco e del suo ministero a servizio della Chiesa a papa Francesco, per le numerose occasioni di incontro che ci ha concesso durante il suo Pontificato; ai miei predecessori alla guida della Conferenza episcopale italiana, i cardinali Angelo Bagnasco e Gualtiero Bassetti, per aver favorito e promosso le diverse iniziative coronate con le parole del Santo Padre; all’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, per l’impegno profuso nel raccogliere, in un unico volume, i vari discorsi pronunciati da papa Francesco alla Cei; a quanti leggeranno o sfoglieranno queste pagine, per i ricordi o le ispirazioni che ne ricaveranno... Di tutto, rendiamo lode al Signore! 

Il secondo sentimento, legato al primo e da cui scaturiscono tutti gli altri, è l’amore. Questo testo, infatti, non vuole essere un’operazione di archivio, ma un servizio alla memoria e, insieme, al futuro. Perché la memoria, quando è cristiana, non è mai nostalgia: è responsabilità, discernimento, scelta. 

 

Le pagine che seguono ci portano davanti al Signore, che guarda il nostro presente e ci aiuta a contemplare e a scegliere il futuro. È ciò che papa Francesco ha fatto con noi, con la Chiesa in Italia, in anni così intensi e difficili. Con le sue parole, ci ha incoraggiati a camminare, a non chiuderci, a dialogare mettendoci prima in ascolto sincero dell’altro, a non lasciarci addomesticare dalla stanchezza, dall’abitudine, da quella rassegnazione che sembra prudenza e, invece, è paura. 

I discorsi sono quelli rivolti alle Assemblee generali della Cei, in occasione di eventi nazionali e di udienze concesse agli Uffici e Servizi della Segreteria generale. A fare da filo rosso c’è l’imperativo «Non lasciatevi rubare la speranza!» (Discorso, 11 agosto 2018), una carezza e una scossa, perché la speranza viene rubata davvero: quando ci abituiamo al male, quando accettiamo la divisione come fosse normale, quando riduciamo il Vangelo a una parola tra le tante, quando la Chiesa finisce per difendere sé stessa invece di donarsi, quando la comunità diventa un insieme di individui e non un popolo che impara a pensarsi insieme. 

Papa Francesco ci ha chiesto, con insistenza, di non fermarci. «Ecco, dunque, la prima consegna: continuate a camminare. Si deve fare» (Discorso, 25 maggio 2023). È una conversione concreta: continuare a camminare «lasciandovi guidare dallo Spirito», non dalle abitudini; non dalle strutture che rassicurano; non dal formalismo che irrigidisce. Perché «una Chiesa appesantita dalle strutture, dalla burocrazia, dal formalismo faticherà a camminare nella storia, al passo dello Spirito, rimarrà lì». È la consegna della libertà evangelica, una chiamata a togliere peso per tornare a essere leggeri, cioè capaci di andare incontro. Nei vari discorsi emerge una costante: papa Francesco non ci ha parlato “da lontano”. Si è affiancato. È entrato nella vita concreta delle nostre comunità e del nostro Paese. Ha visto la messe, tanta, come tanti sono coloro che soffrono: i poveri, i fragili, gli scartati, chi non ha voce, chi porta addosso ferite che spesso restano invisibili; ha visto i giovani delusi, le famiglie ferite, chi si sente straniero, chi vive ai margini. E ci ha chiesto di fare altrettanto, senza paura: di condividere le loro ferite, di non assuefarci al dolore, di non lasciare morire la pietà. Non con un linguaggio che giudica, ma con uno sguardo che salva. Non con una Chiesa che seleziona, ma con una Chiesa che abbraccia. 

A Firenze, ci ha consegnato un’immagine che resta decisiva e che deve diventare stile: «Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza» (Discorso, 10 novembre 2015). E subito dopo ci ha affidato una responsabilità che non ammette alibi: «Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Non è romanticismo. 

È Vangelo. È la scelta di una Chiesa che non vive di difesa, ma di prossimità; che non cerca tornaconti, ma gratuità; che non teme il dialogo, perché sa che la verità non ha bisogno di gridare per essere vera. 

Per questo i testi qui raccolti non sono semplicemente “parole dette”. Sono parole che chiedono una traduzione. Chiedono decisioni. Chiedono un cammino sinodale reale, comunità per comunità, diocesi per diocesi, perché il “noi” non si proclama: si costruisce. E lo si costruisce mettendo al centro l’essenziale, senza glosse che lo rendono inefficace. Lo si costruisce scegliendo l’umiltà, il disinteresse e la beatitudine: quei tratti che papa Francesco ha indicato come volto della Chiesa quando è davvero libera, quando non è in difensiva «per timore di perdere qualcosa», quando non si chiude «nelle strutture che ci danno una falsa protezione» (Discorso, 10 novembre 2015). 

C’è una parola che attraversa tutto: misericordia. Non come sentimento vago, ma come criterio di verità. La misericordia non cancella la giustizia: la rende umana. Non rende ciechi: rende capaci di vedere. È la misericordia che impedisce di trasformare la fede in ideologia. È la misericordia che ci libera dall’ossessione di preservare la nostra gloria, la nostra influenza, la nostra “dignità”, per cercare la gloria di Dio nell’umiltà della croce. È la misericordia che ci restituisce la gioia del Vangelo: una gioia che è forza mite; una gioia che nasce dalla compassione e dalla tenerezza, che cura la disillusione e vince la tristezza individualista, che rende possibile rialzarsi e ricominciare. 

Mi piace pensare che questo volume sia come un mosaico. Se lasciato nel disordine non mostra la bellezza; se, invece, i pezzi trovano il loro posto, la luce si riflette e diventa promessa. Ecco: queste parole ci aiutano a rimettere i pezzi al loro posto. Non per comporre un’immagine perfetta, ma per tornare a vedere la direzione. Perché la pace, la fraternità, la comunione, la missione non sono accessori: sono il cuore del Vangelo. E il Vangelo, quando lo prendiamo sul serio, cambia la vita. Lasciamoci cambiare e cambiamo insieme! Papa Francesco, nei suoi interventi, ha sottolineato più volte la necessità di metterci in cammino. «Andate avanti con gioia e sapienza!» (Messaggio, 31 marzo 2025). Non vogliamo fermarci! 

Alzogliocchiversoilcielo

giovedì 18 dicembre 2025

IL NATALE COME DECISIONE

Immagine che contiene dipinto, vestiti, arte, persona

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto.

Nella contemplazione sull’Incarnazione presente nel libro degli Esercizi spirituali (ES), sant’Ignazio di Loyola immagina la Santissima Trinità che guarda il mondo e l’umanità. Che cosa vedono le tre persone divine secondo sant’Ignazio? Una grande diversità: «sia nei vestiti sia nei gesti; alcuni bianchi, altri neri; alcuni in pace e altri in guerra; chi piangendo e chi ridendo; alcuni sani, altri malati; alcuni che nascono, altri che muoiono ecc.» (ES 106). 

Le tre persone divine vedono anche che «tutti andavano all’inferno» (ES 102) e, dopo aver visto tutto questo, prendono una decisione: «fare» la redenzione dell’umanità, ovvero, ancora nelle parole del cavaliere di Loyola, «decidono nella loro eternità che la seconda persona si faccia uomo per salvare il genere umano» (ES 102). 

Il Natale ha quindi origine in una decisione del Dio uno e trino. Potremmo dire che la redenzione dell’umanità ha origine da un processo di discernimento delle persone divine: hanno visto e hanno deciso! E quello che hanno visto e deciso «nella loro eternità» rimane attuale e reale anche oggi: la nostra immensa varietà di culture e di situazioni è raggiunta amorevolmente dallo stesso smisurato e inesauribile desiderio salvifico di Dio.  

E noi, nel Natale che ci apprestiamo a celebrare, quale decisione vogliamo prendere? E come vogliamo prepararla? Dobbiamo guardare attorno a noi, ma anche al di là della nostra cerchia più ristretta. Prolunghiamo lo sguardo attento delle persone divine e chiediamoci: oggi, dove c’è pace e dove c’è guerra? Chi piange e chi ride? Chi è sano e chi è malato? Chi nasce e chi muore? Identificate le risposte a queste domande, quali decisioni prendiamo e quali responsabilità, anche piccole, assumiamo?

Innanzitutto, accogliamo con tutto il cuore la decisione divina che ci salva. Rendiamola presente con i nostri atteggiamenti e scelte, con le nostre priorità riordinate e con i nostri criteri rivisti alla luce del Vangelo e dell’orizzonte di eternità al quale siamo chiamati. Sì, il Natale di quest’anno è anche una decisione nostra. Dio viene a farci compagnia, e noi, diventati fratelli e sorelle, decidiamo di portare il Natale a chi piange, a chi è in guerra, a chi è malato, a chi muore, ai più poveri, a chi è vittima dell’odio o della vendetta. Decidiamo di accogliere la chiamata di Cristo a prendere parte alla sua missione di pace, di comunione e di riconciliazione. A tutti, senza eccezione, egli vuole dire: Dilexi te, «Io ti ho amato» (Ap 3,9). 

Decidiamo, infine, che l’impegno a identificare e a diventare segni di speranza rimarrà anche dopo l’Anno giubilare che sta per concludersi, e che non dimenticheremo che spes non confundit, la «speranza non delude» (Rm 5,5). Non a caso papa Leone XIV ha intitolato una sua recente lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza.

Civiltà Cattolica

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giovedì 4 dicembre 2025

NONOSTANTE TUTTO


 Volontari, l’esercito 

dei “nonostante”

Nella Giornata mondiale del Volontariato, dedichiamo a loro la homepage del nostro sito, con le “dieci parole” che oggi sono i motori del volontariato. È il nostro "grazie" ai 4,7 milioni di italiani che si spendono gratuitamente per gli altri e per il bene comune: oggi, nonostante tutto. Le dieci parole sono tratte dal magazine di novembre, "Volontario perché lo fai?”: un numero schierato, che difende con forza le ragioni e il senso del “noi ci impegniamo”. Insieme, rappresentano una sorta di riscrittura, ai giorni nostri, del bellissimo testo che don Primo Mazzolari scrisse nel 1949, che vi riproponiamo qui nella sua versione originale

 di Sara De Carli

 A muovere l’azione volontaria, le ricerche ce lo dicono da qualche anno, non è più la solidarietà. In un tempo segnato dalla cifra dell’impotenza, il “voler cambiare il mondo” suona per lo più come utopia. E se c’è chi sceglie rage-bite come “parola dell’anno”,  noi diciamo che il volontariato è l’antidoto più potente alla rabbia, al cinismo, alla rassegnazione. Come scrive su VITA Riccardo Guidi, «il volontariato è una delle più preziose strategie collettive per reagire alla frustrazione attraverso la cura». E come ci ha ricordato Andrea Cardoni, citando il poeta Angelo Maria Ripellino durante la presentazione del magazine che abbiamo fatto a Firenze, «siamo tutti dei “nonostante” sferzati dal vento, che cercano di resistere alle sofferenze della vita».

Il numero di VITA dedicato ai volontari, “Volontario, perché lo fai?” è un numero schierato: una scelta di campo e un grandissimo “grazie” ai milioni di volontari che in Italia, ogni giorno, si dedicano agli altri e al bene comune. Nella Giornata mondiale del Volontariato, dedichiamo a loro la homepage del nostro sito, con le “dieci parole” che oggi rappresentano i motori del volontariato: da “comunità” a “frustrazione”, da “desiderio” a “immaginazione”.

Le dieci firme che riflettono sui nuovi motori del volontariato

Insieme, rappresentano una sorta di riscrittura, ai giorni nostri, del bellissimo e sempre attuale testo che don Primo Mazzolari scrisse nel 1949, Il nostro impegno, qui nella versione originale condivisa dalla Fondazione don Primo Mazzolari. Ripartiamo da qui, ripartiamo da noi.

Il nostro impegno

Ci impegniamo

noi e non gli altri

unicamente noi e non gli altri

né chi sta in alto né chi sta in basso

né chi crede né chi non crede.

Ci impegniamo

senza pretendere che altri s’impegni con noi o per suo conto, come noi o in altro modo.

 Ci impegniamo

senza giudicare chi non s’impegna

senza accusare chi non s’impegna

senza condannare chi non s’impegna

senza cercare perché non s’impegna

senza disimpegnarci perché altri non s’impegna.

Sappiamo di non poter nulla su alcuno né vogliamo forzar la mano ad alcuno, devoti come siamo e come intendiamo rimanere al libero movimento di ogni spirito più che al successo di noi stessi o dei nostri convincimenti.

Il mondo si muove se noi ci muoviamo si muta se noi ci mutiamo si fa nuovo se alcuno si fa nuova creatura imbarbarisce se scateniamo la belva che è in ognuno di noi

Noi non possiamo nulla sul nostro mondo, su questa realtà che è il nostro mondo di fuori, poveri come siamo e come intendiamo rimanere e senza nome. Se qualche cosa sentiamo di potere — e lo vogliamo fermamente — è su di noi, soltanto su di noi.

Il mondo si muove se noi ci muoviamo

si muta se noi ci mutiamo

si fa nuovo se alcuno si fa nuova creatura

imbarbarisce se scateniamo la belva che è in ognuno di noi.

L’ordine nuovo incomincia se alcuno si sforza di divenire un uomo nuovo.

La primavera incomincia col primo fiore

la notte con la prima stella 

il fiume con la prima goccia d’acqua  

l’amore col primo sogno. 

Ci impegniamo  perché… 

Noi sappiamo di preciso perché c’impegniamo: ma non lo vogliamo sapere, almeno in questo primo  momento, secondo un procedimento ragionato, l’unico che soddisfi molti anche quando non  capiscono, proprio quando non capiscono. 

Questo sappiamo e più che agli altri lo diciamo a noi stessi: 

Ci impegniamo  perché non potremmo non impegnarci. 

C’è qualcuno o qualche cosa in noi — un istinto, una ragione, una vocazione, una grazia — più forte  di noi stessi. 

Nei momenti più gravi ci si orienta dietro richiami che non si sa di preciso donde vengano, ma che  costituiscono la più sicura certezza, l’unica certezza nel disorientamento generale. Lo spirito può aprirsi un varco attraverso le resistenze del nostro egoismo anche in questa maniera,  disponendoci a quelle nuove continuate obbedienze che possono venire disposte in ognuno dalla coscienza, dalla ragione, dalla fede. 

Ci impegniamo 

per trovare un senso alla vita, a questa vita, alla nostra vita, una ragione che non sia una delle tante ragioni che ben conosciamo e che non ci prendono il cuore, un utile che non sia una delle solite trappole generosamente offerte ai giovani dalla gente pratica. Si vive una sola volta e non vogliamo essere «giocati» in nome di nessun piccolo interesse. 

non ci interessa la carriera 

non ci interessa il denaro 

non ci interessa la donna se ce la presentate come femmina soltanto 

non ci interessa il successo né di noi stessi né delle nostre idee 

non ci interessa passare alla storia. 

Abbiamo il cuore giovane e ci fa paura il freddo della carta e dei  marmi 

non ci interessa né l’essere eroi né l’essere traditori davanti agli uomini se ci costasse la fedeltà a noi stessi. 

Ci interessa  di perderci per qualche cosa o per qualcuno che rimarrà anche dopo che noi saremo passati e che costituisce la ragione del nostro ritrovarci. 

ci interessa 

di portare un destino eterno nel tempo  

di sentirci responsabili di tutto e di tutti 

di avviarci, sia pure attraverso lunghi erramenti, verso l’Amore, che ha diffuso un sorriso di poesia  sovra ogni creatura, dal fiore al bimbo, dalla stella alla fanciulla, che ci fa pensosi davanti a una culla  e in attesa davanti a una bara. 

Ci impegniamo non per riordinare il mondo, non per rifarlo su misura, ma per amarlo 

Ci impegniamo 

non per riordinare il mondo  

non per rifarlo su misura  

ma per amarlo 

per amare 

anche quello che non possiamo accettare  

anche quello che non è amabile  

anche quello che pare rifiutarsi all’amore  

poiché dietro ogni volto e sotto ogni cuore c’è, insieme a una grande sete d’amore, il volto e il cuore  dell’Amore. 

Ci impegniamo 

perché noi crediamo all’Amore,  

la sola certezza che non teme confronti,  

la sola che basta per impegnarci perdutamente.

 La fonte della citazione è P. Mazzolari, Impegno con Cristo, ed. critica a cura di G. Vecchio, EDB, Bologna, 2007. La foto in apertura è di Anffas. La foto di don Primo Mazzolari è di LaPresse

VITA

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venerdì 21 novembre 2025

TESTIMONI DI FRATERNITA'


Leone XIV: «In 10 parole la forza del Vangelo

 Così nasce la vera pace»

Un nuovo libro firmato dal Pontefice con una serie di interventi sui concetti chiave della fede. Nel testo inedito che introduce l’opera, l’invito ai cristiani a essere testimoni di fraternità


«Dio non è né un essere magico né un mistero inconoscibile, si è fatto vicino a noi in Gesù, che ci unisce al di là delle nostre personalità, delle nostre provenienze culturali e geografiche, della nostra lingua»

Dieci parole. Non sono tante dieci parole, ma possono iniziare un discorso sulla ricchezza della vita cristiana. Così, per cominciarlo, di queste dieci parole vorrei sceglierne tre, come avvio di un immaginario dialogo con quanti leggeranno queste pagine: Cristo, comunione, pace.

A un primo sguardo, possono sembrare termini slegati, non conseguenti tra loro. Ma non è così. Essi si possono intrecciare in una relazione che vorrei con voi, cari lettori, qui approfondire, perché ne possiamo insieme cogliere la novità e la significanza.

Anzitutto, la centralità di Cristo. Ogni battezzato ha ricevuto il dono dell’incontro con Lui. È stato raggiunto dalla sua luce e dalla sua grazia. La fede è proprio questo: non lo sforzo titanico di raggiungere un Dio soprannaturale, bensì l’accoglienza di Gesù nella nostra vita, la scoperta che il volto di Dio non è lontano dal nostro cuore. Il Signore non è né un essere magico né un mistero inconoscibile, si è fatto vicino a noi in Gesù, in quell’Uomo nato a Betlemme, morto a Gerusalemme, risorto e vivo oggi. Oggi!

E il mistero del cristianesimo è che questo Dio desidera unirsi a noi, farsi prossimo a noi, diventare nostro amico. Così che noi diventiamo Lui. Sant’Agostino scrive: «Capite, fratelli? Vi rendete conto della grazia che Dio ha profuso su di noi? Stupite, gioite: siamo diventati Cristo! Se Cristo è il capo e noi le membra, l’uomo totale è Lui e noi» (Sant’Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, 21,8). La fede cristiana è partecipazione alla vita divina tramite l’esperienza dell’umanità di Gesù. In Lui Dio non è più un concetto o un enigma, bensì una Persona a noi vicina. Agostino ha sperimentato tutto ciò nella conversione, toccando con mano la forza dell’amicizia con Cristo che ha cambiato radicalmente la sua vita: «Dov’ero quando ti cercavo? Tu eri davanti a me, ma io mi ero allontanato da me e non mi ritrovavo. Tanto meno ritrovavo Te» (Sant’Agostino, Confessioni, V,2,2).

Cristo, inoltre, è principio di comunione. Tutta la sua esistenza è stata contrassegnata da questa volontà di essere ponte: ponte tra l’umanità e il Padre, ponte tra le persone che incontrava, ponte tra Lui e quanti erano ai margini. La Chiesa è questa comunione di Cristo che continua nella storia. Ed è una comunità che nell’unità vive la diversità. Agostino ricorre a un’immagine, quella di un giardino, per illustrare la bellezza di una comunità di fedeli che fa delle proprie diversità una pluralità che tende all’unità, e che non scade nel disordine della confusione: «Possiede, fratelli, quel giardino del Signore, possiede non solo le rose dei martiri, ma pure i gigli delle vergini e le edere dei coniugi e le viole delle vedove. In una parola, dilettissimi, in nessuno stato di vita gli uomini dubitino della propria chiamata: Cristo è morto per tutti. Con tutta verità, di Lui è stato scritto: “Egli vuole che tutti gli uomini siano salvi e che tutti giungano alla conoscenza della verità” ( 1Tm 2,4)» (Sant’Agostino, Discorsi,

304,3). Questa pluralità diventa comunione nell’unico Cristo. Gesù ci unisce al di là delle nostre personalità, delle nostre provenienze culturali e geografiche, della nostra lingua e delle nostre storie. L’unità che Egli stabilisce tra i suoi amici è misteriosamente feconda e parla a tutti: «La Chiesa consta di tutti coloro che sono in concordia con i fratelli e che amano il prossimo» (Sant’Agostino, Discorsi, 359,9). Di questa concordia, di questa fraternità, di questa prossimità i cristiani

possono e devono essere testimoni nel mondo d’oggi, segnato da tante guerre. Ciò non dipende solo dalle nostre forze, ma è dono dall’Alto, regalo di quel Dio che, con il suo Spirito, ci ha promesso di essere sempre al suo fianco, vivo accanto a noi: «Tanto uno ha lo Spirito Santo, quanto ama la Chiesa». (Sant’Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, 32,8,8).

La Chiesa, casa di popoli diversi, può diventare segno che non siamo condannati a vivere in perenne conflitto e può incarnare il sogno di un’umanità riconciliata, pacificata, concorde. È un sogno che ha un fondamento: Gesù, la sua preghiera al Padre per l’unità dei suoi. E se Gesù ha pregato il Padre, tanto più noi dobbiamo pregarlo perché ci conceda il dono di un mondo pacificato.

E, infine, da Cristo e dalla comunione, la pace. Che non è frutto della sopraffazione né della violenza, non è imparentata con l’odio né con la vendetta. È il Cristo che, con le piaghe della sua Passione, incontra i suoi dicendo: « Pace a voi». I santi hanno testimoniato che l’amore vince la guerra, che solo la bontà disarma la perfidia e che la nonviolenza può annientare la sopraffazione. Dobbiamo guardare in faccia il nostro mondo: non possiamo più tollerare ingiustizie strutturali per cui chi più ha, ha sempre di più, e viceversa chi meno possiede, sempre più diventa impoverito. L’odio e la violenza rischiano, come un piano inclinato, di tracimare finché la miseria si espande tra i popoli: proprio il desiderio di comunione, il riconoscerci fratelli, è antidoto a ogni estremismo. Padre Christian de Chergé, il priore del monastero di Tibhirine, beatificato insieme ad altri diciotto religiosi e religiose martiri in Algeria, dopo aver vissuto l’esperienza dell’incontro faccia a faccia con dei terroristi, ha avuto da Cristo, nella comunione con Lui e con tutti i figli di Dio, il dono di scrivere parole che ci parlano ancora oggi, perché vengono da Dio. Domandandosi quale preghiera avrebbe potuto rivolgere al Signore dopo una prova così difficile, parlando di chi aveva invaso con la violenza il monastero, scrisse: «Ho il diritto di domandare “disarmalo”, se non comincio a domandare “disarmami” e “disarmaci”, come comunità?

È la mia preghiera quotidiana». Proprio nella stessa terra del Nordafrica, circa 1.600 anni prima, Agostino rimarcava: «Viviamo bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi» (Sant’Agostino, Discorsi, 80,8). Il nostro tempo lo possiamo segnare noi, con la testimonianza, con la preghiera allo Spirito Santo perché ci renda uomini e donne contagiosi di pace, accogliendo la grazia di Cristo e spargendo nel mondo il profumo della sua carità e misericordia. «Noi siamo i tempi»: non facciamoci prendere dallo sconforto di fronte alla violenza cui assistiamo; chiediamo a Dio Padre, ogni giorno, la forza dello Spirito Santo per far brillare nelle oscurità della storia la fiamma viva della pace.

Leone XIV

© LIBRERIA EDITRICE VATICANA

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giovedì 9 ottobre 2025

DILEXI TE

 


Esortazione Apostolica Dilexi te 

del Santo Padre Leone XIV sull’amore verso i poveri

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-di Angela Ambrogetti

 Nei poveri Dio ha ancora qualcosa da dirci.

É il senso del documento che oggi è stato presentato in Sala Stampa ai giornalisti, il primo di Leone XIV o meglio l'ultimo di Francesco.

Siamo il pronto soccorso di Papa Leone, siamo l'ambulanza, cosi ha detto il cardinale  Konrad Krajewski, Prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità.

Ha sottolineato come i poveri dall'inizio della Chiesa sono sempre nel centro della Chiesa. Uscire per sapere di cosa hanno bisogno i poveri.

Ha commentato il capitolo del documento che parla dei Santi. Allora la questione è di cosa hanno bisogno i nostri poveri. Il cardinale ha raccontato alcuni momenti del suo lavoro con i poveri della città di Roma durante il Covid, con il vaccino per 6000 senza tetto.

Nei secoli la Chiesa ha sempre visto il volto di Gesù nei poveri. Poi ha raccontato il lavoro per sostenere la popolazione ucraina. Krajewski parla della elemosina, una bella pagina del documento. L'Elemosineria serve a quello. Papa Francesco, diceva a padre Konrad: Tu devi fare e non parlare con i giornalisti, poi loro vedranno.

Il cardinale Michael Czerny S.J., Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha riassunto il testo e messo l'accento sulla necessità della "Conversione delle strutture". Educazione, Eucarestia, Servizio, così la Chiesa offre misericordia al mondo.

Poi le testimonianze come quella di Suor Clémance delle Piccole Sorelle di Gesù e lavora tra i Roma e ha raccontato la sua esperienza, e sottolineato  che i poveri non sono un probelme da risolvere ma fratelli da accogliere.

Testimonianza anche di Fr. Frédéric-Marie Le Méhauté, Provinciale dei Frati Minori di Francia/Belgio, dottore in teologia che ha messo in luce che l'impegno per i poveri non solo una conseguenza della nostra fede, ma la garanzia di una Chiesa fedele al cuore di Dio.

In sintesi, Dilexi te, ha detto, articola una teologia della rivelazione che scaturisce dalla misericordia verso i più poveri, da un'ecclesiologia della diaconia come criterio di verità e da un'etica sociale che si unisce, con la mano tesa, alla lotta per la giustizia.

Ovviamente il testo che pure ha molto di Papa Francesco, è un testo di Papa Leone XIV perché il Magistero si sviluppa e continua, ha detto il cardinale gesuita Czerny. Certo non si diceva la stessa cosa dopo il pontificato di Benedetto, anzi si sottolineava il cambiamento.

Mentre veniva presentato il documento il cardinale Matteo Zuppi presidente della Conferenza Episcopale italiana, ha sottolineato la "piena continuità con il Magistero di Francesco" con questo testo sui poveri. E aggiunge: "È tempo di passare dalle analisi alle azioni, dall’indifferenza alla cura, dalla speculazione teorica alla concretezza dell’impegno: solo così potremo rimuovere le cause sociali e strutturali della povertà, diffondere attraverso i valori radicati nel Vangelo la custodia dell’umanità, ascoltare il grido di interi popoli, denunciare ciò che non va"

ESORTAZIONE APOSTOLICA

 Dilexi te, l'amore della Chiesa per i poveri da sempre e per sempre

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 Città del Vaticano (ACI Stampa).

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