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giovedì 27 agosto 2026

CLIMA E BENZINA

 


 Dalla crisi climatica

 al prezzo della benzina



-di Giuseppe Savagnone 

 

Il rilievo politico dimenticato della questione climatica

L’eccezionale ondata di caldo che in queste settimane ha messo in ginocchio l’Europa e l’Italia è stata oggetto di innumerevoli articoli e notiziari, ma è stata variamente interpretata. Se ne è spesso parlato come di una semplice ricorrenza periodica, già verificatasi in passato e che rientra esclusivamente nelle fisiologiche oscillazioni dei cicli naturali.

Una narrazione che, però, contrasta con quanto la comunità scientifica documenta da decenni. I dati e gli studi disponibili indicano con chiarezza che fenomeni di questo tipo rientrano in quel processo di progressivo riscaldamento del nostro pianeta che sta determinando lo scioglimento dei ghiacci sulle nostre montagne e, cosa assai più grave, nei due poli, determinando un innalzamento del livello dei mari, con la prevedibile scomparsa di intere città costiere.

È ancora la comunità scientifica a spiegare che questo allarmantissimo fenomeno è determinato – o almeno fortemente alimentato – dal ruolo dell’uomo, in particolare dall’uso dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale), che, quando vengono utilizzati, liberano grandi quantità di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera. La CO2 produce infatti “l’effetto serra”, lasciando entrare la luce del Sole, ma trattenendo il calore che la Terra sprigiona.

Il risultato di detto processo è un aumento della temperatura media della Terra di circa 1,4°C rispetto all’epoca preindustriale; il 2024 e il 2025 hanno addirittura superato la soglia di 1,5°C.

Se si parte da questa lettura, garantita dall’autorità della grande maggioranza degli scienziati, oltre a registrare i disagi per la soffocante calura e per i suoi effetti immediati sull’ambiente, è necessario porsi la domanda su ciò che gli esseri umani – e in concreto gli Stati – devono fare per fermare questa deriva.

Il problema è politico. E sorprende che di questo aspetto sui nostri mezzi di informazione si sia parlato pochissimo. Ha avuto immensamente più spazio, nell’attenzione dell’opinione pubblica, la questione dei flussi migratori, che, pur di grande rilievo, è meno decisiva per le sorti del nostro pianeta di quella climatica, da cui peraltro in parte dipende (è l’avanzare della desertificazione che spinge intere popolazioni ad abbandonare la loro terra).

Risposte politiche diverse

Le risposte politiche alla questione del riscaldamento globale, però, sono molto diverse. L’amministrazione di Donald Trump considera il cambiamento climatico «una bufala» e ha perciò incrementato la produzione di petrolio e gas, riducendo gli incentivi per le energie rinnovabili ed eliminando le normative federali che riconoscevano i gas serra come una minaccia per la salute e l’ambiente. Una scelta, quest’ultima, particolarmente grave, perché gli Stati Uniti sono al secondo posto, dopo la Cina, nell’emissione di CO2.

Da qui anche la scelta del governo americano di uscire dalla Convenzione quadro ONU sui cambiamenti climatici, a cui partecipano 198 Nazioni.

Opposta a questa linea è quella dell’Unione Europea, che nel 2019 ha lanciato il Green Deal, “il Patto verde”, fortemente voluto dalla Commissione Europea, sotto la guida della sua presidente Ursula von der Leyen, che ne ha fatto il pilastro centrale del proprio mandato politico. L’obiettivo del Green Deal era di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero al mondo.

L’idea di fondo era quella di poter svincolare la crescita economica dall’uso delle risorse naturali nel campo dell’energia, sostituendo i combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale, destinati prima o poi ad esaurimento) con le fonti energetiche rinnovabili (eolico e solare fotovoltaico).  

In linea con questo progetto, tutte le attività produttive avrebbero dovuto essere progressivamente orientate all’eliminazione delle emissioni di CO2. L’esempio più noto è quello dell’industria automobilistica, a cui veniva data la scadenza del 2030 per produrre nuove automobili che riducano del 55% queste emissioni, e quella del 2035 per una riduzione del 90%.

Di fatto l’Europa si è mossa con decisione in questa direzione. Oggi nel nostro continente circolano circa 5,7 milioni di auto elettriche. In Norvegia costituiscono praticamente la totalità delle nuove immatricolazioni; in Danimarca l’80,1%; in Finlandia il 52,6%; nei Paesi Bassi il 47,3%; in Belgio il 42,8%; in Svezia il 42,6%; in Francia il 35%; in Germania il 29,3%.

La posizione del governo italiano

Nel nostro Paese, invece, la quota è del 5,9%. E non è un caso. Perché il governo italiano è stato di fatto il più vicino alla linea di Trump nei confronti del problema del riscaldamento globale, spesso minimizzato come frutto di una visione ideologica, piuttosto che come un innegabile dato scientifico.

Di conseguenza, anche l’adesione al Green Deal – che Meloni e Salvini hanno ereditato dai governi precedenti, dopo la vittoria elettorale del 2022 – è stata costellata di riserve. La nostra premier, che già aveva attaccato «l’ambientalismo ideologico» nel suo discorso all’Assemblea generale dell’Onu, ha ripetutamente stigmatizzato con durezza le «follie verdi» che a suo avviso danneggiano l’industria italiana ed europea.

Alla vigilia del Consiglio europeo del giugno 2026, Meloni ha dichiarato in Senato che l’Italia continuerà a sostenere un «ambizioso percorso di riduzione delle emissioni». E, a questo proposito, la premier ha ritenuto di poter smentire le accuse di trascurare il problema: «Con il nostro governo abbiamo raggiunto il massimo storico di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili».

 Dall’altro, però, ha aggiunto: «Noi vogliamo abbandonare quell’approccio ideologico che ha caratterizzato la stagione del Green Deal, per abbracciare un pragmatismo serio e ben ancorato al principio di neutralità tecnologica» (formula con cui si intende un approccio flessibile che permette l’utilizzo di tutte le opzioni in maniera complementare, in base alla loro efficacia nel ridurre le emissioni).

Molto più esplicito il vice-premier Salvini, che in un’intervista ha dichiarato senza mezzi termini: «Un’Europa sana, domani mattina, come ha fatto Trump, cancella il Green Deal».

I fatti

Il risultato, di fatto, è che l’impulso dato da questo governo alle energie rinnovabili per produrre elettricità è rimasto abbastanza debole. In base al principio di neutralità tecnologica il governo Meloni ha prorogato l’utilizzo delle centrali a carbone fino al 2038; ha chiesto la sospensione dei cosiddetti ETS, il sistema europeo che impone un prezzo alle emissioni di CO2 per ridurre l’inquinamento e ha pressato l’UE per ottenere il rinvio dello stop ai veicoli inquinanti nel 2035, considerandolo «esempio di un approccio autodistruttivo».  

 Il fatto che si sia raggiunto oggi «il massimo storico di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili» è relativo all’Italia, ma non può far dimenticare il ritardo rispetto a ciò che si è fatto altrove.

Basta fare il confronto con un Paese per molti versi simile al nostro dal punto di vista climatico: in Spagna il fabbisogno di elettricità coperto da fonti rinnovabili, che era al 37% nel 2019, è passato al 55% nel 2025. In Italia, nello stesso arco di tempo, dal 40% siamo arrivati solo al 48%. Cosicché il nostro Paese ha il 44% dell’energia elettrica generata ancora da impianti a gas, contro il 19% della Spagna.

La ricaduta sui consumatori – famiglie e imprese – non è indifferente. Le energie rinnovabili consentono di abbassare molto i costi, e ciò sarebbe ancora più evidente per un Paese, come l’Italia, che deve importare dall’estero il 90% del gas che alimenta le sue centrali termoelettriche. Non stupisce che gli spagnoli paghino l’elettricità fra il 30 e il 40% in meno rispetto agli italiani.

Insomma, se l’Italia paga l’energia più degli altri Paesi europei è perché dipendiamo più degli altri dalle fonti fossili, dal gas in particolare.

La svolta dell’Europa sul Green Deal e il permanere delle differenze

Il punto è che anche l’UE, ultimamente, ha molto diluito il progetto del Green Deal. Le cause sono state molte. La guerra in Ucraina ha scatenato una crisi energetica che ha spaventato molti governi, spingendoli, invece che a schiacciare l’acceleratore sulle rinnovabili, a cercare nuovo gas in Algeria e negli Stati Uniti.

Nel frattempo, in seguito alle elezioni europee del giugno 2024, la composizione politica delle istituzioni dell’Unione Europea è cambiata, con una decisa virata a destra sia all’interno del Parlamento che della Commissione, frammentando la maggioranza di governo su cui von der Leyen aveva potuto contare quando, cinque anni prima, aveva lanciato il Green Deal.  Il suo stesso partito, il PPE, si è sempre più spostato a destra, sfruttando così la sua posizione cruciale per influenzare l’agenda legislativa e moderare le ambizioni iniziali del “Patto verde”.

Così, nel febbraio del 2025, l’UE ha varato, in sostituzione del più rigoroso piano precedente, il Clean Industrial Deal, che prevede una politica industriale più sostenibile, alla luce delle gravi difficoltà createsi per l’Europa sul piano internazionale. Come chiedeva l’Italia, la scadenza del 2035 per la conformità agli Standard sulle Emissioni è stata spostata di due anni, dando più tempo ai produttori di auto. Inoltre, con un importante cambio di rotta la Commissione ha approvato l’uso dei fondi Recovery and Resilience Facility (RRF) – originariamente destinati a sostenere l’azione per affrontare il cambiamento climatico, oltre che alla ripresa economica post-pandemia e alla digitalizzazione – per gli investimenti nella spesa militare, cosicché molti finanziamenti sono stati spostati sull’industria bellica.

Sebbene il governo Meloni abbia presentato questi cambiamenti come un’adesione alla linea dell’Italia, resta una notevole distanza tra il punto di vista del nostro Paese e il modo in cui l’Europa guarda alla questione climatica e alle priorità che essa comporta. Significativo il fatto che – cedendo alle reiterate pressioni del governo italiano, che chiedeva l’autorizzazione a sforare il Patto di stabilità per far fronte alla crisi energetica determinata dalla guerra con l’Iran –   la Commissione europea l’abbia concessa a patto che il maggiore deficit serva a promuovere investimenti volti ad accelerare la transizione dalle fonti fossili a quelle rinnovabili. Un implicito ammonimento e una precisa indicazione a un governo che i soldi avrebbe preferito spenderli per obiettivi più a breve scadenza.

Come quello di calmierare il prezzo della benzina, impennatosi in Italia più che altrove, data la scelta di continuare a privilegiare le auto tradizionali rispetto a quelle elettriche, perché la benzina e il gasolio derivano dal petrolio, il cui prezzo è molto aumentato con la guerra all’Iran. Così il nostro governo – che ha sempre contestato come ideologica la corsa alla liberazione dalla dipendenza dal petrolio, invocando il primato dei nostri interessi nazionali rispetto al bene comune del pianeta – si sta trovando a spendere miliardi per tamponare, senza peraltro riuscirci, una situazione di emergenza, in larga misura effetto di quella linea.

Un’occasione, forse, per chiedersi se davvero la ricerca dell’utile particolare a scapito del bene di tutti sia la scelta più vantaggiosa, per gli Stati come per i singoli.

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venerdì 21 agosto 2026

UNA NUOVA AMERICA


 Un personaggio “diverso” 

alla guida 

di New York


-di Giuseppe Savagnone 

L’elezione di Mamdani a sindaco di New York, la serie di successi dell’ala “socialista” nelle primarie del partito democratico e le ultime dichiarazioni della sua esponente più nota, Alexandria Ocasio-Cortez, ci avvertono che, negli Stati Uniti, all’interno del fronte che si oppone a Donald Trump, si stanno verificando degli importanti cambiamenti.

Procediamo in ordine cronologico.  In seguito alla vittoria elettorale del 4 novembre 2025, Zohran Mamdani è diventato il primo sindaco musulmano della più grande e famosa metropoli americana, dopo aver sconfitto l’ex governatore dello Stato Andrew Cuomo sia nelle primarie democratiche sia nelle elezioni generali. Mamdani ha 34 anni, è nato in Uganda, figlio di un professore originario dell’India ma cresciuto in Uganda e di una celebre regista indiana. Dall’età di sette anni vive con la famiglia a New York, dove si è laureato in Studi africani e ha cominciato a impegnarsi nel movimento «Students for Justice in Palestine».

Mentre tentava senza fortuna la carriera di cantante, nel 2016 ha partecipato alla perdente campagna di Bernie Sanders – il senatore più “a sinistra” del Partito Democratico – per le primarie in vista delle elezioni presidenziali (la candidata scelta fu Hillary Clinton) e poi è entrato nel movimento «Democratic Socialists of America» (DSA). Il suo principale punto di riferimento è sempre rimasto Sanders, uno dei più importanti politici statunitensi contemporanei a definirsi socialista (non marxista); formalmente non fa parte del DSA, anche se su molti punti ne sembrerebbe l’ispiratore.

Nell’ottobre 2019 Mamdani si è candidato all’Assemblea dello Stato di New York, sostenendo una riforma del diritto alla casa, proponendo riforme della polizia e del sistema carcerario e la municipalizzazione dei servizi pubblici. Dopo aver vinto le primarie democratiche con il sostegno del DSA, è stato eletto nel novembre 2020 e poi rieletto nel 2022 e nel 2024.

Nell’ottobre 2024 ha presentato la propria candidatura a sindaco di New York, con un programma che prevedeva modifiche alla regolamentazione sugli affitti, trasporti pubblici gratuiti e riduzione dei costi dei beni primari. Per candidarsi, ha dovuto confrontarsi nelle primarie democratiche con un autorevole rappresentante dell’establishment del suo partito, quel Cuomo che ha sconfitto e che, presentatosi poi come indipendente alle elezioni generali, è stato nuovamente da lui battuto. Ad oggi, gli osservatori gli riconoscono una sostanziale coerenza nell’applicazione del suo ambizioso programma sociale a favore delle categorie più povere della popolazione.

In campo internazionale, Mamdani ha sempre avuto una grande attenzione alla questione palestinese, denunciando i crimini del governo israeliano e arrivando a ipotizzare l’arresto di Netanyahu se fosse venuto a New York per l’Assemblea dell’ONU.

Nuovi volti alla ribalta

L’effetto Mamdani si è fatto sentire nelle primarie del partito democratico, sia per la Camera che per il Senato. Alla fine di giugno, a New York, in quelle per la Camera, due giovani candidate socialiste, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier, e un altro democratico di sinistra, Brad Lander, tutti con un programma molto simile al suo, hanno sconfitto i loro rivali, che erano sostenuti dai vertici del partito. Il programma e lo stile della loro campagna sono stati molto simili a quelli di Mamdani: critica alle ingerenze delle grandi aziende e dei miliardari nella politica, sostegno economico dal basso, da parte dei simpatizzanti, e soprattutto attenzione alla relazione con le persone, sia andando porta a porta sia utilizzando i social media.

Sempre alle primarie per la Camera, trionfo annunciato, con più dell’80% dei voti, per la giovane deputata uscente del Minnesota Ilhan Omar, che già alle elezioni del 2018, a sorpresa, era stata eletta – prima somala, prima musulmana, prima rifugiata e prima donna velata – al Congresso degli Stati Uniti. In passato Trump l’ha attaccata definendola «spazzatura, lei e i suoi amici», aggiungendo che i «Somalians» (usando una forma dispregiativa dell’inglese “Somalis”), inclusa Omar, dovevano «essere rimandati in Somalia» perché «hanno distrutto il Paese». 

Passando alle primarie democratiche per il Senato, ai primi di agosto si è svolta, sempre in Minnesota, una consultazione che assumeva un particolare significato dopo le violenze dell’ICE, nel quadro dell’operazione federale sull’immigrazione “Metro Surge”, e l’ondata di proteste che esse hanno suscitato. La candidata di sinistra Peggy Flanagan – 46 anni, nativa americana, espressamente appoggiata da Sanders –, ha sconfitto con largo margine Angie Craig, una democratica con posizioni più moderate che aveva alle sue spalle l’establishment del partito e più fondi a disposizione.

Il programma di Flanagan, caratterizzato da una netta contrapposizione alla linea dell’amministrazione Trump, includeva una politica fortemente redistributiva, l’estensione a tutti del sistema sanitario e una critica esplicita al peso delle grandi imprese nella politica americana.

Sempre in agosto si sono svolte le primarie democratiche per il Senato nel Michigan. Nonostante la massiccia campagna finanziata dai gruppi filoisraeliani a sostegno della rivale Haley Stevens (si parla di 30 milioni di dollari), ha prevalso anche qui il candidato più “di sinistra”, Abdul El-Sayed, 41 anni, medico, musulmano, figlio di immigrati egiziani. Pur non facendo parte formalmente del DSA, El-Sayed ne condivide in pieno le tre priorità: allargamento a tutti della sanità pubblica (ora riservata agli anziani e alle fasce più povere), cancellazione dei finanziamenti a Israele e patrimoniale.

A metà agosto, infine, la sinistra socialista americana ha piazzato un colpo a sorpresa in Florida, uno degli Stati più solidamente repubblicani e antisocialisti degli Stati Uniti. Angie Nixon, membro del DSA, ha vinto le primarie democratiche per il Senato contro Alex Vindman. Il risultato è stato ancora più sorprendente per il divario di risorse tra i due candidati. Nixon ha raccolto circa 975.000 dollari, contro i 16,3 milioni di Vindman, e ha speso meno di 60.000 dollari in pubblicità, mentre il suo avversario ne ha spesi più di due milioni. Nixon ha però costruito negli anni una solida rete di consenso nella sua città, Jacksonville, e questa dimensione umana della sua campagna ha avuto la meglio.

Invece, nelle primarie democratiche per la candidatura a governatore del Wisconsin, un altro Stato del Midwest, è stata battuta, anche se per pochi voti, la socialista Francesca Hong, che i sondaggi davano come grande favorita. A danneggiarla è stata probabilmente un recente passato caratterizzato da posizioni estremamente woke. Hong aveva invitato ad abolire la polizia e la festa del Ringraziamento, da lei giudicata colonialista (abolire il Ringraziamento è un’istanza popolare tra gli americani quanto lo sarebbe per gli italiani abolire Ferragosto).

Il superamento della cultura woke

E questo ci introduce a un terzo fattore del cambiamento che si registra nel mondo democratico americano, che è proprio la presa di distanza dalla cultura woke. Ne è stato un importante segnale l’intervista rilasciata il 9 agosto nel corso del programma «This Week», sulla rete ABC, da Ocasio-Cortez, considerata l’erede della politica di Bernie Sanders e una possibile candidata alle primarie per le elezioni presidenziali del 2028. «Woke 1 was crazy», «il primo woke era una follia», ha detto Ocasio-Cortez, pur continuando a pensare che «le discussioni che si sono svolte in quel periodo siano state piuttosto proficue».

Si è trattato di una svolta, perché la deputata democratica – divenuta nel 2019, a 29 anni la donna più giovane eletta alla carica parlamentare – è sempre stata considerata un’esponente di punta della cultura woke.

Il termine woke, che in inglese significa “sveglio” o “consapevole”, nasce nella cultura afroamericana del secolo scorso come esortazione a non chiudere gli occhi di fronte alle discriminazioni e alle disuguaglianze sociali e razziali. Oggi indica un atteggiamento culturale che prende polemicamente di mira fenomeni come razzismo, sessismo, omofobia e, insieme alla difesa delle minoranze e dei diritti LGBTQ+, promuove la decolonizzazione del pensiero e delle istituzioni.

Volendo cercare un elemento che accomuni le diverse manifestazioni del woke, lo si potrebbe trovare nella volontà di destrutturare le forme linguistiche e di costume in cui è cristallizzato un passato di ingiustizie ipocritamente dimenticate e di combattere queste ingiustizie quando si ripresentano nel presente.

È espressione di questo atteggiamento la cancel culture (“cultura della cancellazione”), un movimento volto a rimuovere monumenti, opere d’arte, festività, denominazioni, in cui è possibile ritrovare le tracce di un passato razzista e schiavista. Da qui forme di iconoclastia verso statue di noti personaggi storici, accusati di essere stati complici dei sistemi di pensiero e di vita discriminatori dei loro tempi. Da qui, nelle università americane, l’esclusione di classici della filosofia o della letteratura che rispecchiano questi sistemi.

Ma la cancel culture non è solo un processo alla storia. Si manifesta anche come boicottaggio e contestazione di personalità della cultura, della politica, dell’arte, che nel presente abbiano avuto comportamenti o usato espressioni in qualche modo offensivi sotto il profilo sessuale e razziale. Ne sono stati bersaglio attori famosi, registi, produttori, accusati di avere approfittato della loro posizione per avere favori sessuali dalle attrici con cui avevano a che fare. Ma ne sono vittima anche docenti universitari o studenti che difendono idee ritenute contrarie al politically correct.

L’intenzione è di ridare voce a chi, nel passato o nel presente, ne è stato privo, e di difendere i diritti civili; ma il risultato è stato spesso un soffocante controllo che ha sottoposto il pensiero e il linguaggio a criteri considerati inviolabili, dando luogo a un “conformismo dell’anti-conformismo”. Per anni la carica innovatrice della “sinistra” statunitense si è concentrata più su queste discutibili battaglie, fortemente elitarie, che sui pressanti problemi economici e sociali della maggior parte delle persone. Emblematica la campagna presidenziale di Kamala Harris, giocata prevalentemente sulla difesa del diritto di aborto.

Non a caso, dopo la sconfitta del 2024, Bernie Sanders – la cui battaglia politica è stata sempre incentrata su giustizia sociale, classe operaia, sanità e istruzione pubbliche, lotta alle disuguaglianze – ha accusato apertamente il partito democratico di avere «abbandonato la classe lavoratrice».

E oggi è a Sanders, ormai ottantaquattrenne, che si rifanno i giovani democratici che si propongono come “socialisti”. Se da un lato essi rifuggono dal conformismo e dall’immobilismo dei vertici del partito, non vogliono più esprimere il loro anelito al rinnovamento sul piano astratto della cultura woke e preferiscono puntare su temi sociali molto concreti piuttosto che sulla difesa di diritti individuali, che appassiona la classe colta e benestante.

Certo, protagoniste di questo cambiamento radicale sono figure irriducibili al modello tradizionale del maschio bianco anglosassone cristiano. La maggior parte di questa nuova generazione rampante di democratici è costituita da giovani donne; alcuni sono immigrati o figli di immigrati e alcuni sono musulmani. Ciò finora non sembra averli ostacolati nella loro ascesa, ma quale sarà il responso delle urne nelle ormai prossime elezioni di medio termine? Nessuno può prevederlo. Come nessuno può prevedere come influirà la loro diversa collocazione umana e religiosa sulla loro azione politica.

Intanto un dato sicuro è che questi nuovi personaggi si oppongono decisamente allo spietato sovranismo di Trump, Vance e Rubio sul tema delle migrazioni, non condividono il sostegno incondizionato a Israele e mettono al primo posto la giustizia sociale, soprattutto in campo sanitario.

È forte, in ogni caso, la percezione che stia nascendo un’America nuova, anche se non sappiamo ancora che volto avrà. Sappiamo solo che questa immagine sarà in ogni caso più umana della maschera tragicomica impostale da Trump in questi quasi due anni di presidenza.

 E di questo siamo già grati.

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venerdì 14 agosto 2026

MIGRARE IN EUROPA

 

Le migrazioni 

e il patrimonio culturale cristiano

 dell’Europa

-

di Giuseppe Savagnone 

Il modello Danimarca

È di questi giorni la notizia che cinque Paesi dell’Ue – Danimarca, Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia – sono ormai arrivati a un accordo per la creazione di un centro per i rimpatri in Uganda. I ministri competenti si incontreranno a Copenaghen il 4 settembre per valutare i progressi raggiunti, con l’obiettivo di arrivare entro il 2027 a una struttura capace di accogliere migranti trasferiti dall’Europa.

Non è un caso che, in contemporanea, la premier danese Mette Frederiksen, intervenuta al Folketing (il parlamento) durante il dibattito urgente sulla crisi di Ceuta, abbia indicato, tra le opzioni a disposizione del governo, anche la chiusura completa delle frontiere.

Come non è un caso che la riunione dei ministri dei cinque Paesi sia prevista a Copenaghen. Uno degli effetti della crisi di Ceuta è la scoperta – da parte di chi (come il sottoscritto) ne era totalmente all’oscuro – del ruolo fondamentale della Danimarca nel sostenere la linea dura verso i migranti. Forse perché abbiamo molte volte visto additare Giorgia Meloni come la battistrada della “conversione” dei Paesi europei in questa direzione, col famoso “modello Albania”, non avevamo mai prestato attenzione al fatto che, già prima della nostra premier e con ancora maggiore decisione, un’altra donna, anch’ella leader del proprio partito e poi presidente del Consiglio del suo Paese, era diventata un punto di riferimento per diversi governi europei sempre più preoccupati dai fenomeni migratori.

Forse a distrarre l’attenzione è stato il fatto che la Danimarca è un piccolo Paese, con meno di sei milioni di abitanti, e che, in questo caso, il partito è quello social-democratico, da cui non ci si aspetterebbe un ruolo di primo piano in questa battaglia. E in effetti, in Danimarca, tale partito ricopre un simile ruolo da quando, nel 2015, Frederiksen ne è diventata la guida. Da allora il partito ha assunto una posizione molto severa su immigrazione e controllo delle frontiere, anche per contenere l’avanzata del Dansk Folkeparti, il partito di estrema destra danese.

La Frederiksen prima e dopo l’elezione a premier

Anche prima di andare al potere, vincendo le elezioni del 2019, Frederiksen ha sostenuto gran parte delle misure restrittive proposte dal governo di centro-destra, comprese la legge del 2016 – che autorizzava la polizia a confiscare contanti e beni di valore ai richiedenti asilo, in cambio dell’accoglienza, per coprire i costi del loro sostentamento –, e quella del 2018, con cui si introduceva un regime speciale per i cosiddetti “ghetti”.

Con questo termine si indicavano dei quartieri con oltre il 50% di residenti immigrati o discendenti da «paesi non occidentali», nei quali grazie a questa normativa, per alcuni reati venivano previste pene due volte più severe che altrove e dove i bambini, da un anno in su, erano obbligati a frequentare l’asilo per 25 ore settimanali di educazione ai «valori danesi». Inoltre, i genitori che avessero mandato i loro figli nei rispettivi paesi d’origine per lunghi periodi rischiavano di essere espulsi o incarcerati.

I socialdemocratici non si erano neppure opposti – anche se non l’avevano appoggiata – a una proposta di legge, poi arenatasi per gli eccessivi costi, in cui si prevedeva di confinare gli stranieri «indesiderati» (per i quali però non ci fossero motivi giuridici di espulsione) sull’isola di Lindholm, a circa tre chilometri e mezzo dalla costa, grande meno di un chilometro quadrato e un tempo utilizzata come laboratorio per malattie infettive animali. Obiettivo esplicito era di rendere la loro vita così impossibile da costringerli ad abbandonare il Paese.

Quando poi, nel 2019, era andata al governo, Mette Frederiksen aveva assunto direttamente il comando delle operazioni per bloccare l’immigrazione irregolare, ma non solo quella. A esprimere perfettamente la sua “filosofia” era una formula fatta girare in quel periodo: «Non venite in Danimarca. Siamo cattivi. Andate invece in Germania o in Svezia». Risultato: nel 2020 hanno lasciato la Danimarca più rifugiati di quanti ne siano arrivati.

L’apice di questa politica è rappresentato da una legge del 2021 che prevede che la domanda di asilo dei migranti venga presentata in un Paese terzo e non in territorio danese. Nessun migrante cioè dovrebbe mettere piede in Danimarca. E, anche in caso di accettazione della domanda, lo straniero deve restare nel Paese terzo.

La legge non ha avuto finora effetti pratici perché occorreva individuare i Paesi terzi dove i migranti potessero essere accolti. Essa, però, è stata subito vista come particolarmente lesiva del diritto internazionale, sia dall’Agenzia ONU per i rifugiati sia dalla Commissione europea, perché esclude la possibilità di entrare in Danimarca per il migrante anche in caso di riconoscimento del diritto di asilo. Come del resto aveva dichiarato il deputato della maggioranza Rasmus Stoklund: «L’obiettivo è scoraggiare l’immigrazione fino ad azzerare il numero dei rifugiati».

Ora l’accordo con Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia sembra avere individuato il Paese terzo nell’Uganda. Ma è chiaro, a questo punto, che lo stesso “modello Albania” di cui tanto si è parlato, e che è nato dall’accordo siglato tra Roma e Tirana nel novembre 2023, non fa altro che riprodurre la legge danese del 2021, anche se, rispetto a essa, individua un luogo concreto in cui essere attuato.

Le ragioni

In entrambi i casi, si tiene a spiegare che queste misure non nascono da un’irrazionale xenofobia. Nel messaggio congiunto – quasi un “manifesto” – inviato all’Europa da Meloni e Frederiksen, se ne spiegano le ragioni: «Per troppo tempo», scrivono, «soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata. È nostro dovere continuare a impegnarci con determinazione per offrire risposte concrete ai cittadini, specialmente i più esposti, e garantire maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità». Infatti, si dice nel messaggio, «nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre Nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali».

Da qui la linea stabilita in comune e proposta a tutti gli altri Paesi: «Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa».

Si spiega, in questa logica, centrata sulla difesa degli interessi dei propri cittadini – «specialmente i più esposti» – l’apparente contraddizione della linea della premier danese, leader di un partito socialdemocratico e sostenitrice di una politica anti-immigrazione. «Per me», ha scritto anni fa in un suo libro Frederiksen, «è sempre più chiaro come il prezzo di una globalizzazione senza regole, dell’immigrazione di massa e della libertà di movimento dei lavoratori venga pagato dalle classi più povere». Una posizione che Meloni, pur non condividendo l’ideologia socialista della sua collega, sicuramente condivide, magari allargandola a tutte le classi sociali.

Ma non è soltanto una questione di interessi nazionali a livello socio-economico. E neppure di garanzia della sicurezza e dell’ordine pubblico. Perciò non basta che chi arriva rispetti le regole formali dei Paesi di accoglienza: deve rispettarne i valori. «Il rispetto delle nostre leggi», scrivono le due premier, «deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei». E si riferiscono esplicitamente alle “radici cristiane” dell’Europa: «Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo». Perciò, aggiungono, «ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo».

È chiaro che Meloni e Frederiksen condividono la preoccupazione del governo americano, espressa dal vicepresidente J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, di un «allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America». Un allontanamento dovuto, come ha ribadito più volte Trump, all’accoglienza indiscriminata nei propri confini di stranieri.

La minaccia degli stranieri e la difesa dei valori cristiani

Due semplici considerazioni. La prima riguarda la minaccia che, sulla stessa linea di Trump, le due premier denunciano nel messaggio, quella di «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa».  Quella a cui si è assistito a Ceuta. 

Ma, sulla necessità di combatterla, tutti, a cominciare da Sánchez, sono pienamente d’accordo e il Consiglio, il 4 agosto, ha testimoniato unanimemente che la reazione del governo spagnolo per contrastarla è stata «rapida ed efficace».

Ma allora perché il ministro degli Esteri Tajani, facendo eco alla posizione della nostra premier, lo ha invece attaccato, e non per l’accaduto, ma per la sua generale politica migratoria?  «Le immagini che arrivano da Ceuta» – ha scritto il ministro – «dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, a oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani».

Qui, strumentalizzando l’emozione collettiva di fronte al dramma dell’exclave spagnola, si cerca di screditare come «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa» una linea politica, confortata pienamente dai risultati, che vuole valorizzare l’accoglienza – niente affatto indiscriminata, ma sottoposta a precisi criteri – sia come un fondamentale valore umano, sia come un fattore di prosperità.

E la decisione unilaterale dell’Italia di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei confronti della Spagna, come anche la minaccia del governo danese di chiudere del tutto le proprie frontiere, appaiono come una presa di distanza dall’impegno, che tutti i Paesi dell’Unione hanno assunto, di dare la priorità ai confini europei rispetto a quelli nazionali.

Come del resto è accaduto nei confronti dell’Italia, che dal 2021 al 2026 ha registrato, secondo «Frontex», il doppio degli arrivi di migranti rispetto alla Spagna, senza che nessuno degli Stati confinanti le chiudesse le proprie frontiere in nome della propria sicurezza, privilegiando la comune solidarietà europea. È il sovranismo, non l’attacco dall’esterno, la vera grande minaccia a Schengen, una minaccia risorgente, dopo l’improvvida misura italiana e la voce grossa fatta dal governo danese.

La seconda considerazione riguarda il «patrimonio culturale cristiano» di cui Meloni e Frederiksen si dicono orgogliose e che sono intenzionate a difendere. Ora, non c’è dubbio che una politica migratoria non può prescindere da un insieme molto complesso di fattori e di condizionamenti e che la sua aderenza al messaggio evangelico di fraternità universale dev’essere valutata tenendo conto di questi aspetti concreti. Si potrà anche criticare Sánchez per un eccesso di apertura, con la sua scelta di regolarizzare mezzo milione di immigrati (che comunque erano in Spagna da almeno nove mesi).

 Ma non si possono chiudere gli occhi sul fatto che gli eventuali eccessi della politica di Sánchez si collocano all’interno di una visione – peraltro esplicitamente rivendicata dal leader spagnolo – che valorizza l’umana fraternità al di là degli angusti confini nazionali, in sintonia oggettiva con il messaggio evangelico. 

Mentre, al contrario, tutte le ragioni, anche eventualmente fondate, portate negli Stati Uniti da Trump per la deportazione degli immigrati e in Europa da Meloni e da Frederiksen per progettare un’operazione analoga, non possono bastare a giustificare un atteggiamento e uno stile di fondo, prima ancora che singole misure, che sembrano considerare gli esseri umani estranei alla propria cerchia politico-culturale non come persone, ma come una minaccia da fronteggiare.

Che è il tradimento più grave dell’anima cristiana dell’Europa e dell’Occidente.

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venerdì 7 agosto 2026

L'EUROPA AL BIVIO

 


La sfida di Sánchez 

e il bivio dell’Europa



-di Giuseppe Savagnone 

 

Processo a Sánchez

Tutto lasciava pensare che il vertice straordinario dei ministri dell’Interno della Ue del 4 agosto si sarebbe tradotto in un processo alla politica migratoria di Pedro Sánchez. A chiederne la convocazione urgente, all’indomani dei fatti di Ceuta, era stata una lettera di 22 leader europei su 27, in risposta a un appello di Giorgia Meloni, la prima e la più drastica accusatrice del governo spagnolo.

La crisi di Ceuta veniva interpretata dalla premier italiana come una gravissima minaccia alla “difesa dei confini” europei, effetto di una politica migratoria che l’Italia ha sempre condannato. Come ha esplicitato il vice-premier e ministro degli Esteri Tajani: «Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di esseri umani». Da qui la decisione unilaterale di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei confronti della Spagna.

Immediata, e in piena sintonia con quella del governo italiano, la denuncia anche degli Stati Uniti, che già più volte, nel recente passato, avevano attribuito il declino dell’Europa a una politica migratoria troppo permissiva: «Questo incidente inaccettabile è la conseguenza diretta degli sforzi deliberati del governo spagnolo volti a consentire e facilitare l’immigrazione illegale di massa in Europa», ha dichiarato il Dipartimento di Stato su X.

Ma anche dall’Europa erano arrivati messaggi molto critici verso Madrid. Pienamente d’accordo con Meloni si era detta la ministra dell’Interno finlandese Mari Rantanen: «La Spagna ha completamente fallito nel proteggere il confine esterno dell’area Schengen dalle incursioni. Questo non può continuare», aveva scritto su X, aggiungendo che «i Paesi che non adempiono al loro obbligo di proteggere il confine esterno non possono essere membri di Schengen». Sulla stessa linea la Svezia e soprattutto la premier socialdemocratica della Danimarca, Mette Frederiksen, che insieme a Meloni poi ha preparato la lettera in cui si chiedeva la convocazione straordinaria del vertice.

Per non parlare dei partiti di destra dei paesi europei, dal tedesco Alternative für Deutschland al francese Rassemblement National, e dei social, come X, di Elon Musk, tutti uniti nell’attacco a Madrid.

La vera posta in gioco

In realtà, come si evince dalla dichiarazione di Tajani, la vera questione non è mai stata la permeabilità della frontiera spagnola. Sánchez ha avuto buon gioco nel far notare che, stando ai dati ufficiali dell’agenzia «Frontex», tra il 2021 e il 2026 il numero di irregolari registrato dall’Italia è stato di 478.600 persone, mentre dalla Spagna è stato 230.476, la metà.

Il governo spagnolo in questi anni ha condiviso con tutti gli altri Paesi europei l’impegno di bloccare un afflusso caotico e incontrollabile di migranti, esercitando – come del resto sta facendo ora a Ceuta – il suo potere di respingimento e di espulsione degli immigrati illegali. Con una differenza fondamentale, però: mentre gli altri governi europei – sotto l’impulso di quello italiano – hanno sempre più messo al centro della loro politica migratoria la “difesa dei confini”, guardando ai migranti come a minacciosi barbari invasori, Sánchez ha più volte dichiarato di considerarli invece una preziosa risorsa per la crescita della Spagna, attuando una politica complessiva di accoglienza e soprattutto curando l’integrazione.

«La Spagna» – ha detto in un discorso al parlamento nell’ottobre del 2024 – «è un paese di emigranti. Dobbiamo sempre iniziare ricordando questo fatto. Il nostro dovere adesso è essere quella società accogliente che i nostri stessi emigranti avrebbero voluto trovare al di là dei Pirenei o dell’Atlantico. Questo è il debito morale che abbiamo nei confronti dei nostri antenati».

Ma, ha aggiunto, «l’immigrazione non è solo una questione di umanità, il che basterebbe. È necessaria per la nostra economia e per la nostra prosperità». Come dimostrano i dati. Anche grazie agli immigrati, che hanno permesso di compensare la grave crisi demografica che affligge la Spagna, come il resto d’Europa, il Pil spagnolo nel 2025 ha registrato una crescita del 2,9%: più del doppio della media europea. E anche per il 2026 si prevede un aumento del 2%, ben maggiore dell’1,2% del Regno Unito e dell’1% di Francia e Germania.

Il confronto è ancora più impressionante con l’Italia, il cui Pil nel 2025, malgrado il massiccio sostegno europeo del Pnrr, è cresciuto solo dello 0,7% e, nelle migliori previsioni per il 2026, resterà al di sotto dell’1%.

Il culmine di questa politica è stato rappresentato dalla decisione del governo spagnolo, l’aprile scorso, di regolarizzare circa 500.000 migranti presenti in Spagna da almeno cinque mesi prima del 31 dicembre 2025 (dunque già in qualche modo inseriti), senza precedenti penali. Nessuna rinuncia all’identità nazionale, come Sánchez nel proprio messaggio sui social ha specificato: «Riconosciamo diritti ma richiediamo anche obblighi. Che coloro che già fanno parte della nostra vita quotidiana lo facciano a condizioni uguali, contribuendo al sostentamento del nostro Paese e del nostro modello di convivenza».

Uno schiaffo per la “filosofia” sovranista di Meloni, ora applicata a tutta l’Unione europea, secondo cui per “ritornare ad essere grandi” bisogna alzare più muri e fare più deportazioni. I fatti stanno dimostrando che ha ragione Sánchez quando dice che la Spagna, come tutta l’Europa, «deve scegliere» tra due possibili opzioni: «Essere un paese aperto e prospero o un paese chiuso e povero».

Una reazione sproporzionata

Non è necessario essere maligni per pensare che i toni esasperati del governo italiano – e, in una certa misura, degli altri leader europei – dopo Ceuta siano da collegare a questo contesto. Perché l’episodio di Ceuta è stato grave, ma una sproporzione nelle reazioni c’è stata. Basta fare un confronto con quanto accaduto a Lampedusa nel 2023, quando quasi 10.000 persone approdarono gettando nel caos l’isola. L’Unione europea – che in quel momento era presieduta dalla Spagna – fu subito solidale col governo italiano. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si recò con Meloni a visitare l’isola, garantendo il suo sostegno. Nessuno parlò di minaccia ai confini dell’Ue e della possibilità di sospendere l’Italia dagli accordi di Schengen.

Si capisce la delusione spagnola di fronte alla reazione dell’Italia in questa occasione. La riflette chiaramente la risposta di Madrid alla dichiarazione di Tajani: «Questo messaggio è inappropriato da parte del ministro degli Esteri di un Paese partner e amico, dal quale ci aspettiamo solidarietà europea e non demagogia di parte». E si sarebbe forse potuto aggiungere che Sánchez aveva difeso pubblicamente Meloni quando era stata attaccata e mortificata da Trump.

Particolarmente grave lo stop a Schengen da parte dell’Italia, un atto di rottura che il ministro dell’Interno spagnolo ha definito «un’azione imperdonabile». Ma anche il commissario europeo Brunner successivamente ha osservato che le frontiere europee non avevano mai corso alcun rischio, perché chi da Ceuta «vuole passare in Spagna deve comunque superare i controlli della frontiera esterna», sottolineando che «l’Italia è l’unico Paese ad aver introdotto controlli alle frontiere aeree e marittime», che in realtà «sono l’extrema ratio» e «devono essere proporzionati».

In ogni caso – ha fatto presente il governo di Madrid – la crisi di Ceuta «non ha nulla a che vedere con la regolarizzazione dei migranti approvata dal governo spagnolo». Essa in realtà è stata innescata da una sentenza della Corte suprema spagnola, pubblicata lo scorso 8 luglio, nella quale si affermava che il respingimento immediato è legittimo soltanto quando l’ingresso illegale avviene attraverso il superamento di una barriera materiale di confine, e non via mare.

Quella che Madrid ha evitato di sottolineare è la responsabilità delle autorità marocchine, che non solo non hanno fatto nulla per arginare l’esodo verso l’exclave spagnola, ma con ogni probabilità lo hanno anche promosso.

Il perché non è un mistero. Il re del Marocco la considera un residuo inaccettabile dell’eredità coloniale e cerca ogni occasione per abolirla. Per di più, recentemente, con un viaggio ad Algeri, il premier spagnolo Sánchez si è riavvicinato al nemico giurato del Marocco, l’Algeria, che sostiene l’indipendenza del Sahara Occidentale, su cui il governo marocchino rivendica la propria sovranità.

In questo gioco diplomatico ha sicuramente giocato un ruolo importante l’appoggio di Trump al Marocco nel sordo conflitto con la Spagna. È nota l’ostilità del presidente americano nei confronti di Sánchez, l’unico leader europeo che ha osato respingere la sua pressante richiesta di innalzare le spese per gli armamenti e che ha denunciato apertamente, con un fermo discorso, l’assurdità dell’attacco all’Iran.

La montagna ha partorito il topolino

Questi antecedenti spiegano perché ci si aspettasse dal vertice del 4 agosto una condanna della Spagna, sulla cui onda il ministro Piantedosi sperava di far approvare un progetto, elaborato da Meloni insieme a Frederiksen, in base al quale, sul modello albanese, l’Ue avrebbe dovuto creare diversi hub per il rimpatrio in Paesi terzi (si parlava di Uganda, Ghana, Etiopia e Montenegro).

E invece le cose sono andate abbastanza diversamente. Un quotidiano “di sinistra” come «Repubblica» titolava in prima pagina: «Emergenza migranti: la Ue respinge l’Italia». E, nel catenaccio: «Sostegno da Bruxelles alla Spagna e gelo sulla proposta dei centri in Africa».

In questa prospettiva, nell’editoriale di Andrea Bonanni, intitolato «Il boomerang di Meloni», si parlava di «piena, unanime solidarietà alla Spagna, e congratulazioni per come Madrid ha gestito la crisi dei migranti a Ceuta. La sfida lanciata da Giorgia Meloni a Pedro Sánchez si risolve in un clamoroso autogol».

Ma anche un giornale “di destra”, «Il Foglio», esibiva un titolo in questo senso: «Viva la Ceuta invasa dall’europeismo». E, nel catenaccio: «Solidarietà e lodi alla Spagna. I 22 europei, compresa l’Italia, fanno una grande retromarcia su Ceuta».

Probabilmente ci si è resi conto che l’azione diplomatica di Meloni per isolare la Spagna, portata alle sue logiche conseguenze, avrebbe avuto come unico vero effetto non quello di rafforzare i confini dell’Unione europea, ma di spaccarla e indebolirla ulteriormente, facendo, alla fine, il gioco di Trump.

Ma a ricordarci che la battaglia decisiva era il titolo controcorrente di un giornale “di sinistra”, «Domani»: «Migranti: L’Ue stregata da Meloni. “Più rimpatri”, Sánchez isolato». E, nel catenaccio: «Il commissario Brunner attacca Madrid: “Le regolarizzazioni non sono un buon segnale per l’Europa”». La “filosofia” dominante di questa Europa rimane quella dell’esclusione e nello stesso vertice dei giorni scorsi la proposta italiana della deportazione in Uganda o in Ghana dei migranti non è stata approvata, ma neppure respinta. Solo rinviata. E le prossime elezioni favoriranno un ulteriore spostamento a destra della politica europea.

Ho amici spagnoli che detestano Sánchez e che, dopo questo “chiaroscuro”, mi accuseranno di averlo beatificato. So delle forti critiche che gli vengono rivolte e non escludo affatto che siano fondate. Senza dire che su alcune tematiche, come quelle riguardanti la sessualità e la bioetica, sono sempre stato anch’io molto distante dalla sua linea. Ma almeno sulla questione dei migranti spero che la sua sfida continui ad inquietare questa Europa sempre più ripiegata su sé stessa, ricordandole che nessuno cresce escludendo gli altri.

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venerdì 31 luglio 2026

LA VIOLENZA DEGLI ORFANI


 In nome 

della 

 sicurezza

-di Giuseppe Savagnone

«Chi aggredisce, chi rapina, chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni», ha detto la premier Giorgia Meloni in un videomessaggio, per spiegare il senso del ddl con cui il 23 luglio scorso il governo ha modificato l’articolo 98 del Codice penale, introducendo la presunzione della capacità di intendere e di volere per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Ci sono «ragazzi che pensano di poter fare come vogliono perché sanno che tanto non accadrà loro nulla», per via della loro minore età.

Obiettivo, fronteggiare quello che, secondo la percezione della maggioranza degli italiani, è il dilagare delle baby gang, gruppi criminali di giovanissimi, spesso solo adolescenti, dediti ad azioni violente, di solito nei confronti di coetanei, troppo a lungo sottovalutati a causa della loro età. Rispondendo così a un bisogno di sicurezza che sembra avere un ruolo decisivo anche ai fini del consenso, in vista della ormai prossima scadenza elettorale.

Ma di questa tematica il nostro esecutivo si era già occupato con il decreto legge noto come il “pacchetto sicurezza Caivano”, il cui titolo era «Misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile». Dove, per fronteggiare questi fenomeni, si erano moltiplicati i casi di custodia cautelare per i minori, si erano aumentate le pene per alcuni reati e si era reso più difficile l’accesso a forme di pena alternative al carcere.

Anche allora queste misure hanno destato vivaci critiche, che si sono rinnovate in occasione del nuovo disegno di legge. E non solo da parte delle opposizioni, ma delle associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, in particolare di quelli dei più giovani, come «Antigone» e «Save the Children».

Dalla logica del recupero a quella del carcere

Critiche peraltro confermate dai fatti, a un anno dal decreto Caivano, secondo Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’osservatorio sulle carceri minorili di “Antigone”, la quale constatava, in un’intervista su «Il Foglio» del 20 ottobre 2024, che questo governo «sta trasformando drasticamente il sistema della giustizia minorile, spostandolo verso un modello criminalizzante, carcerocentrico e purtroppo privo di prospettive». Le prove? Negli Istituti penali per minorenni (Ipm), dopo la “stretta”, le presenze sono aumentate di circa il 35 per cento. Per la prima volta anche le carceri minorili sono alle prese con il sovraffollamento.

E non si tratta sempre di criminali, al contrario: «La crescita degli ingressi negli ultimi 12 mesi è fatta quasi interamente di ragazze e ragazzi in misura cautelare», che sono ancora in attesa di giudizio e risultano dunque, per la legge, presunti innocenti.

Senza dire che il decreto ha permesso un più rapido trasferimento dei ragazzi appena maggiorenni – anche quelli in custodia cautelare – nelle carceri per adulti, dove evidentemente vengono a trovarsi a contatto con un ambiente che rischia di trasformarsi in una scuola di violenza e di criminalità anche per quelli che criminali non erano.

E poi le limitazioni all’applicazione, per i minori, dell’istituto della «messa alla prova», che prevede la sostituzione della detenzione con lo svolgimento di attività di pubblica utilità sotto il controllo dei servizi sociali. Una formula che funziona, perché responsabilizza il minore, coinvolge la famiglia, mobilita il territorio, e che ha una percentuale di esiti positivi superiore all’85 per cento. Il decreto ha introdotto preclusioni automatiche per alcuni reati, comprimendo la discrezionalità del giudice minorile, che non può più applicare la “messa alla prova” in quei casi.

È in questo quadro che ora si inserisce il nuovo disegno di legge sulla presunzione di responsabilità del minore, destinato, evidentemente, ad aumentare il numero dei ragazzi soggetti a misure detentive.

Insieme, i due provvedimenti legislativi stravolgono la logica del diritto penale minorile che era nato, con il dpr 448 del 1988, come un laboratorio di responsabilizzazione e recupero e per cui il carcere era l’extrema ratio. Questo spiega l’opposizione al nuovo ddl anche da parte degli avvocati penalisti italiani. Una nota della giunta dell’Unione delle camere penali parla di «una modifica che incide in modo radicale sul fondamento stesso della giustizia minorile» e che «aggiunge un ulteriore tassello alla strategia repressiva adottata nei confronti dei minori, iniziata con il decreto Caivano».

La società deve aiutare i giovani prima che punirli

Centrate sull’identità del minore sono le critiche di «Save the Children». L’associazione denuncia una «adultizzazione della giustizia minorile» che misconosce la peculiare identità delle persone che ne sono oggetto. Un adolescente, a differenza degli adulti, è ancora in via di formazione e le sue devianze e i suoi errori non sono espressione di una personalità ormai definita, ma si collocano in una fase ancora in parte indefinita di transizione. «Giovani che commettono anche reati gravi stanno ancora costruendo la propria identità e conservano importanti possibilità di cambiamento». Per questo «il procedimento penale deve avere una finalità educativa e il ricorso alla sanzione penale deve rappresentare l’ultima risposta possibile».

«Save the Children» attira inoltre l’attenzione sulla necessità di far prevalere la prevenzione rispetto alla repressione, individuando e curando le cause della criminalità minorile. «Se un minorenne, soprattutto se molto giovane, arriva a commettere un reato, è necessario interrogarsi anche su ciò che è mancato prima: il sostegno della scuola, della comunità, dei servizi, delle opportunità educative e relazionali che avrebbero dovuto proteggerlo. La tutela della collettività e la prevenzione richiedono soprattutto interventi strutturali sul piano educativo e relazionale dei giovani, anziché un’estensione della risposta penale».

In funzione di questa esigenza, «servono comunità educanti solide e responsabili, capaci di sostenere i ragazzi e le ragazze, non soltanto di controllarli o punirli. È fondamentale offrire opportunità concrete di crescita attraverso:

  • sportelli di ascolto nelle scuole
  • percorsi di sostegno alla genitorialità
  • attività culturali, sportive e sociali accessibili». 

Ma c’è o no l’emergenza sicurezza?

A tutti questi rilievi il governo risponde che siamo di fronte a una situazione di emergenza, a cui occorre far fronte con provvedimenti straordinari. Ed è verissimo che, come prima osservato, questa è la domanda che sale da moltissimi cittadini.

Ora, non c’è dubbio che stiamo assistendo ultimamente a un proliferare di episodi che hanno come protagonisti gruppi di giovanissimi variamente definiti come baby gang o maranza. Molti di questi ragazzi provengono da contesti periferici, famiglie fragili o quartieri con scarse opportunità educative e lavorative. Ma ci sono anche giovani che provengono dalle classi sociali più alte e che non arrivano al crimine per motivi economici.

Elemento comune a tutti è l’assenza o la debolezza delle figure educative: genitori poco presenti, scuola percepita come distante o inutile, adulti incapaci di esercitare un’autorità credibile. Il gruppo diventa così il principale riferimento identitario, con regole proprie e spesso aggressive. I social fungono da cassa di risonanza, utilizzata per trasformare le imprese criminali in spettacolo.

Si deve a questi gruppi, principalmente, se nel 2024 le forze di polizia hanno segnalato 38.247 minori tra denunciati e arrestati, con un aumento del 17% rispetto al 2023 e di circa il 30% rispetto al periodo pre-Covid.

Ma sono davvero numeri che giustificano il clima di emergenza evocato dalla stampa di destra e dal governo? Nell’VIII Rapporto dell’associazione “Antigone”, presentato il 24 febbraio scorso, si racconta una storia abbastanza diversa. Il Rapporto richiama i dati Eurostat, aggiornati al 2023, secondo cui l’Italia è tra i paesi con i tassi di minorenni denunciati più bassi dell’Europa, con 363,4 denunce per 100.000 abitanti, quasi la metà della media europea che è di 647,9.

Quanto all’aumento del 17% delle segnalazioni nel 2024, l’incremento scende al 12% considerando le prese in carico effettive da parte dell’autorità giudiziaria. Un aumento non terrificante, dunque, e che peraltro risente delle fisiologiche oscillazioni annuali per cui, come il Rapporto segnala, le denunce di minori per omicidio nel 2024 sono state 26, una in più che nel 2023, in cui erano 25, ma meno che nel 2022 in cui erano state 27 e della media registrata tra il 2014 e il 2017, che era di circa 33 l’anno.

C’è poi il capitolo dei minori stranieri. La narrazione politica, fortemente sostenuta a livello mediatico, insiste su un’emergenza che i numeri non confermano. L’86 % degli omicidi commessi da ragazzi entrati negli Ism nel 2025 è attribuito a italiani. Gli stranieri finiscono più spesso in carcere per reati contro il patrimonio, meno gravi.

Insomma, siamo lontani dalla rappresentazione, ricorrente sui media e nelle dichiarazioni dei politici, di un disastro incombente.

Perché ritorni un “padre”

Il fatto è che è più facile moltiplicare le misure punitive che fare uno sforzo serio di comprendere la violenza dei giovani. Non basta neppure una prevenzione che cerchi di limitare l’accesso ai social ai minori di 15 anni, come hanno fatto l’Australia e la Francia, probabilmente presto seguiti da altri Paesi, tra cui l’Italia. Il punto è che non basta, ancora una volta, vietare. Un passo importante può essere costruire nuove opportunità a livello sociale ed economico per sanare alcune delle cause che spingono alla violenza i più emarginati. Ma, come abbiamo visto, la violenza giovanile coinvolge anche ragazzi delle classi agiate. Neppure questo, dunque, è sufficiente.

Bisogna finalmente rendersi conto che la povertà dei nostri giovani è innanzi tutto culturale e valoriale. Criminalizzarli serve solo a nascondere che i responsabili della loro mancanza di limiti siamo noi, gli adulti. Quello che noi abbiamo costruito, in cui li stiamo facendo crescere e che stiamo lasciando in eredità è un mondo desertificato, dove la violenza dei nostri figli esprime in definitiva il grande vuoto in cui si sono venuti a trovare senza loro colpa.

Un vuoto, innanzi tutto, di paternità. Si notava prima che ciò che accomuna maranza e membri delle baby gang è la mancanza di figure educative, in famiglia, a scuola, in parrocchia, capaci di essere un punto di riferimento e di trasmettere – con la loro testimonianza, prima ancora che con le loro parole – un orizzonte di senso. Sono orfani.

Ciò che manca è un “padre”.

Dove con questo termine non si intende un genitore in senso biologico, né la figura autoritaria che in passato pretendeva di insegnare ai figli ideali e regole precostituiti. Come dice Recalcati, il possibile ritorno del padre, oggi, può essere paragonato a quello di Ulisse. Telemaco aspettava un eroe armato e vittorioso e si trovò davanti un mendicante sfinito, che però era rimasto tenacemente aggrappato alla sua speranza di tornare.

Così oggi i giovani hanno bisogno di incontrare sulla loro strada – in famiglia, a scuola, in chiesa, ma anche in un campo sportivo – qualcuno che testimoni la possibilità di dare alla vita un senso. «La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza». All’adulto è chiesto non di avere certezze che non abbiamo, ma di mantenere lui stesso viva la ricerca, per essere «un padre radicalmente umanizzato, vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso».

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