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domenica 30 agosto 2026

EGOLATRIA

 


 Il virus

 spirituale


 nell’epoca 

dei social




-       di Luca Farruggio

Se vogliamo vedere la “cosa” in faccia, dobbiamo ammettere che esiste una malattia spirituale che domina il nostro tempo con una forza forse mai conosciuta prima: l’egolatria. Si tratta dell’adorazione del proprio ego, della trasformazione della propria immagine in un piccolo altare davanti al quale gli altri sono chiamati a inginocchiarsi.

 Nell’epoca dei social questa malattia sembra essersi diffusa come un virus mortale. Ogni giorno, infatti, siamo invitati a mostrarci, raccontarci, esibirci, raccogliere consensi. Il rischio è quello di confondere il valore con l’approvazione e la verità con il numero di persone che ci applaudono.

 L’egolatria, però, non distrugge soltanto l’individuo: distrugge le relazioni umane, la cosa più preziosa che abbiamo a disposizione per vivere questi quattro giorni di vita terrena.

Così ci si circonda progressivamente di persone che ci esaltano, che ci danno ragione, che evitano di dirci ciò che pensano davvero. Si costruisce così una corte di adulazione nella quale nessuno è più disposto a cambiare prospettiva, perché cambiare prospettiva significherebbe mettere in discussione l’immagine granitica ma “malata” che abbiamo costruito di noi stessi.

 Ed è proprio qui che dovrebbe nascere una riflessione ancora più profonda: forse dovremmo ascoltare con maggiore attenzione anche i nostri nemici. Infatti, una critica proveniente da un nemico può contenere una verità che un amico, per affetto o per timore di perderci, non ha il coraggio di dirci. Il nemico, talvolta, osserva le nostre debolezze senza indulgenza e può mostrarci ciò che gli amici, proprio perché ci vogliono bene, preferiscono non vedere. Non significa dare ragione a chi ci osteggia, ma avere l’umiltà di domandarsi: “e se almeno in parte il nemico avesse ragione?”. È una domanda terribile per l’ego e, proprio per questo, può diventare una domanda salvifica. Il vero si cela sempre dietro i paradossi!

 I social hanno certamente gettato benzina sul fuoco di questa forma contemporanea di egolatria, trasformando spesso la ricerca di approvazione in una necessità quotidiana che vale più del pane quotidiano. Ma il problema è molto più antico della tecnologia. Gesù, in tempi non sospetti, aveva già indicato una strada radicale (come radicale è tutto il Vangelo): «Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo; è meglio per te entrare nel Regno di Dio con un occhio solo, anziché avere due occhi ed essere gettato nella Geenna».

 Ma al di là della durezza dell’immagine evangelica, il significato è davvero sconvolgente e deve farci riflettere prima che sia troppo tardi. Infatti se qualcosa ci impedisce di vedere la verità, dobbiamo avere il coraggio di liberarcene con tutti i mezzi spirituali a nostra disposizione per vivere la vita reale. Questa da un lato è un duro mestiere, dall’altro é anche fatta di attimi di immeritata felicità. Ma è l’unica che abbiamo e non dovrebbe finire per essere sprecata futilmente.

 Forse nell’epoca dell’io continuamente esposto il vero gesto “rivoluzionario” non è quello di mostrarsi di più, ma imparare finalmente ad ascoltare ciò che non vorremmo sentirci dire e di sparire lentamente da queste “dipendenze mortali”.

IlblogdiEnzoBianchi

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giovedì 13 agosto 2026

L'ETA' MINIMA

 


Accesso ai social

 Telefono Azzurro

«L’età minima 

non basta»


«Una soglia anagrafica può rappresentare uno strumento importante di protezione, soprattutto per i più piccoli, ma non può costituire da sola una politica per l’infanzia», dice il fondatore e presidente, Ernesto Caffo, «la domanda non è soltanto a quale età consentire l’accesso ai social, ma quali caratteristiche debba avere un ambiente digitale per essere sicuro e appropriato allo sviluppo di bambini e adolescenti»

di Giampaolo Cerri

 

Nel dibattito sull’accesso ai social network, rinforzato in questi giorni delle notizie che arrivano dall’Estero di nuovi divieti, torna il fondatore di Telefono AzzurroErnesto Caffo. È infatti crescente il numero di Paesi che introducono o discutono limiti di età per l’accesso dei minori ai social network segna un cambiamento importante: dopo anni di autoregolamentazione, la protezione dei bambini nell’ambiente digitale sta diventando una responsabilità pubblica e un obbligo per le piattaforme.

Sull’ipotesi di limitare l’accesso ai social network agli under 15, il fondatore di Telefono Azzurro invita però a non ridurre una questione complessa alla sola scelta dell’età minima.

«Una soglia anagrafica può rappresentare uno strumento importante di protezione, soprattutto per i più piccoli, ma non può costituire da sola una politica per l’infanzia», afferma Caffo, «la domanda non è soltanto a quale età consentire l’accesso ai social, ma quali caratteristiche debba avere un ambiente digitale per essere sicuro e appropriato allo sviluppo di bambini e adolescenti».

Per Telefono Azzurro cioè, la responsabilità deve ricadere innanzitutto sulle piattaforme: «Profili privati e impostazioni protettive per default, limiti alla geolocalizzazione e ai contatti indesiderati, maggiore tutela rispetto agli algoritmi di raccomandazione, alla profilazione e alle tecniche progettate per massimizzare l’engagement», dicono alla Fondazione che sostiene inoltre «sistemi di age assurance efficaci ma rispettosi della privacy, capaci di verificare la fascia di età senza determinare una raccolta generalizzata di documenti e dati personali».

Secondo Caffo particolare attenzione deve essere dedicata all’intelligenza artificiale, tema di cui lui stesso si è occupato tra i primissimi in Italia, in relazione all’infanzia e all’adolescenza. «Regolamentare soltanto i social network rischia di significare intervenire sul problema di ieri», sottolinea il professore. «Chatbot Ai companions possono costruire con un adolescente relazioni continuative e apparentemente empatiche. Servono garanzie specifiche contro manipolazione emotiva, sessualizzazione, dipendenza relazionale e rischi legati ad autolesionismo e suicidio».

Telefono Azzurro chiede inoltre «che qualsiasi futura normativa garantisca sempre ai minori l’accesso ai servizi di emergenza, ascolto, salute mentale e tutela dell’infanzia, compresi 114 Emergenza Infanzia, 116000 Minori Scomparsi e 19696».

La Fondazione propone infine un Child Digital Safety Framework italiano ed europeo, che integri social media, Ai, age assurance, privacy, salute mentale, educazione digitale, responsabilità delle piattaforme e servizi di aiuto.

«Dobbiamo superare l’alternativa tra lasciare i ragazzi soli nel mercato digitale e tenerli semplicemente fuori dalla tecnologia», conclude Caffo. «La sfida non è costruire un mondo senza tecnologia per i bambini. È costruire una tecnologia degna dei bambini».

VITA


martedì 4 agosto 2026

I MITOMANI


 Da quando ci sono i social 

siamo tutti un po’ mitomani


Lo psichiatra Crepet e le scorciatoie per la notorietà: «Di cosa ci stupiamo? Nell'era dei reality uno si domanda a che servono studio e sacrificio. E tutto viene esibito costantemente in rete».

-di Francesca Visentin 

 “Nulla di nuovo. Il fenomeno non mi stupisce per niente». È lapidario Paolo Crepet, psichiatra, sociologo, saggista, scrittore, sul caso di Adriano Cappellari e il finto attentato. Ma anche sui molti altri fenomeni di mitomania o ricerca di facile notorietà. «Siamo tutti e tutte mitomani, da quando esistono i social», sintetizza il professor Crepet, di cui da poco è uscito il nuovo saggio Riprendersi l’anima (HarperCollins), in cui approfondisce la complessità del mondo contemporaneo, dalla tecnologia e l’AI «sempre più disumanizzanti», ai conflitti globali, all’isolamento sociale. 

Professor Crepet, mettere in scena un finto attentato contro sé stessi è una richiesta di attenzione?

«Tutti cercano strade facili. Nell’era dei reality show, a cosa serve il talento, la competenza, lo studio? Scorciatoie, successo e fama veloci sono l’unico faro, ma a che prezzo: siamo diventati tutti deficienti». 

Se l’aspettava il moltiplicarsi di episodi di mitomania anche tra i più giovani?

«È inevitabile. Ragazze e ragazzi seguono l’esempio degli adulti. E in una società di uomini e donne che cercano visibilità in qualsiasi modo, anche i più giovani fanno altrettanto. È una deriva partita dagli adulti». 

Non la stupisce ciò che sta accadendo?

«Non c’è nulla di nuovo. I social sono nati proprio con questa funzione, rendere tutti famosi velocemente, senza talento nè vera gloria. Un meccanismo che porta al deterioramento delle capacità cognitive e relazionali, lo dicevo già 12 anni fa, un cambiamento antropologico che avevo previsto. L’avevo scritto nel libro Baciami senza rete (Mondadori), guardando alle giovani generazioni e al mondo digitale. In quel saggio mi domandavo, come sarà, da adulto, un bambino che ha comunicato sempre e soltanto attraverso un device? Quali cambiamenti nel suo modo di vivere i sentimenti e le relazioni, nella sua capacità empatica?». 

 

Fingersi vittima pur di fare parlare di sé soddisfa il sogno di notorietà?

«Mettiamo in chiaro che se tutto è vero quello che ha fatto il ragazzo di Enego è un atto criminale, ma certamente la modalità vittima e carnefice di sé, viene utilizzata come scorciatoia per la facile notorietà. Oggi ci si esibisce in rete anche quando si beve un cappuccino, che poi con l’AI possono diventare dodici cappuccini bevuti insieme, il nuovo record che diventa subito virale, anche se invece è tutto falso. Quindi di cosa ci stupiamo?» 

Lei è molto critico nei confronti dall’intelligenza artificiale.

«Con l’AI oggi diventare famosi senza fare nulla è un attimo, ci si può costruire personaggi dal nulla. E l’Ai toglie la capacità critica. In generale, mi preoccupa ciò che accade nel mondo e i riflessi che hanno su di noi, c’è una sorta di imbarbarimento di fondo, non si salva nessuno. Poi certo, in alcuni settori o situazioni l’uso dell’Ai può essere anche utile».

La difficoltà di entrare nel mondo del giornalismo, potrebbe giustificare le azioni estreme di un giovane aspirante giornalista che cerca visibilità facile?

«Ma ormai chiunque può essere giornalista. Con i social anche il più grande idiota pubblica e posta qualsiasi cosa. E con l’AI si possono creare fake news o immagini sensazionali senza alcuna fatica . E soprattutto senza alcuna gavetta. Con le fake news si potrebbero anche riscrivere intere parti della storia, nessuno se ne accorgerebbe. Un certo tipo di innovazione tecnologica è sconcertante. E io sento di non volermi adattare a un mondo in cui non c’è empatia, capacità di ascolto, tenerezza, desiderio di studiare, approfondire, scrivere poesie. Senza un poeta sarà un mondo migliore?». 

C’è responsabilità del mondo degli adulti?

«Una responsabilità enorme». 

Come definirebbe gli adulti contemporanei?

«Irresponsabili». 

Nel suo nuovo saggio «Riprendersi l’anima» scrive che «per riprendersi l’anima bisogna cercare con tenerezza la propria ribellione»

«Sì. Bisogna cercare la ribellione come antidoto emotivo all’indifferenza. E non significa spaccare le vetrine con le pietre, ma è una ribellione interiore che porta cambiamenti. Anche la bellezza è trasgressione». 

 

Fonte: Corriere del Veneto

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lunedì 22 giugno 2026

VIETARE O EDUCARE ?

 


Il dibattito è in corso in tutto il mondo, e il dilemma si fa angoscioso quando le cronache riferiscono di casi drammatici di autosegregazione aggressiva, sfocianti in forme estreme di autolesionismo o, al contrario, di violenza indiscriminata. 

E spesso, ormai quasi sempre, si scopre che questi comportamenti sono fortemente influenzati dalla massiccia esposizione, diurna e notturna, ai social e alle più recenti applicazioni dell’Intelligenza Artificiale Generativa.

In molti Paesi, e anche in Italia, sono allo studio dei governi misure volte a vietare l’accesso dei più giovani ai dispositivi connessi alla rete, soprattutto agli smartphone, ma forte è l’opposizione di coloro, soprattutto psicologi e pedagogisti, che ritengono che il divieto avrebbe effetti controproducenti soprattutto per giovani, come quelli della generazione alfa – quella dei nati tra il 2012 e il 2024 – abituati fin dalla nascita a convivere, o meglio a coesistere in un rapporto quasi simbiotico, con schermi interattivi.

La tendenza di molti governi è a vietare l’uso dei devices digitali a scuola fino a una certa età: 14, 15 o 16 anni, o addirittura fino alla fine della secondaria superiore, come stabilito in Italia dal ministro Valditara con propri atti amministrativi, nelle more dell’approvazione della legge bipartisan ancora ferma in Parlamento.  Nessun Paese però, nemmeno l’Australia, che per prima si è mossa fissando il limite a 16 anni, ha esteso il divieto al tempo non scolastico degli studenti, così che la responsabilità di decidere se dare o no uno smartphone ai figli ricade per intero sui genitori.

Particolare e più complicata è la situazione degli USA, dove alla denuncia di The Anxious Generation di Jonathan Haidt (marzo 2024), un vero e proprio atto d’accusa verso le malattie mentali provocate dai social (a suo giudizio da vietare ai ragazzi fino a 16 anni sia dentro che fuori della scuola), non ha fatto seguito alcuna misura restrittiva a livello federale, essendo la competenza a decidere in materia riservata ai singoli Stati, alcuni dei quali l’hanno delegata ai distretti scolastici. Così la situazione è a macchia di leopardo, complicata dal fatto che alcuni tribunali federali hanno considerato il divieto illegittimo perché in contrasto con il primo emendamento della Costituzione americana, che garantisce la libertà di pensiero e di parola.

L’alternativa al divieto, a questo punto, è quella di convincere (educare) i giovani a non farsi condizionare dai social, ed è in tale direzione che va il nuovo libro di Haidt, uscito negli USA il 30 dicembre 2025, intitolato “The Amazing Generation: Your Guide to Fun and Freedom in Screen-Filled World”, rivolto direttamente ai ragazzi, la “Generazione Fantastica”, invitati a riscoprire il piacere della relazione personale, all’aperto, con i coetanei. Negli USA è subito diventato un bestseller anche perché il volume contiene alcuni divertenti fumetti, pensati per lettori di 9-12 anni, con piccole storie di amicizia e di condivisione di esperienze di vita reale, non “virtuale”.

TuttoscuolaNews

 

mercoledì 15 aprile 2026

ABUSO DEI SOCIAL

 


Abuso dei social 
da parte dei ragazzi? 

L’unica via è multare i genitori


di Gilda Sciortino

Quanta responsabilità hanno i genitori rispetto all'uso eccessivo e per nulla controllato dei social network da parte dei ragazzi? Enorme, ma fanno spallucce: sono i primi a mettere uno smartphone in mano ai figli e a smontare i filtri. Ecco allora la proposta provocatoria (ma non troppo) di Matteo Flora di multarli

La scorsa estate, mentre si presentavano le proposte di legge per normare l’accesso a Internet per quel che riguarda i documenti obbligatori, ha acceso il dibattito con il suo libro Tette e gattini (scaricabile gratuitamente online), dove parla del perché bloccare l’accesso ai minori serve a poco, soprattutto se i genitori, con i loro comportamenti, remano contro. Ora Matteo Flora, imprenditore, divulgatore, esperto in sicurezza delle Ai e delle Superintelligenze, torna a far discutere con una tesi disruptive e impopolare: «È inutile pretendere che siano i social a fare i guardiani, se poi sono i genitori stessi a giurare che l’account è loro, che lo gestiscono loro, che il figlio “lo usa solo ogni tanto”. Non esiste verifica dell’età, sistema di parental control o moderazione algoritmica che regga, se poi sono gli adulti i primi a sabotare il meccanismo. Bastano due clic e una dichiarazione mendace per riaprire un profilo chiuso, e l’intera impalcatura normativa si sgretola», ha scritto sul suo profilo Linkedin.

Il tema cioè «è continuiamo fa chiedere ad altri di fare il lavoro che spetta a chi quel telefono, quella SIM e quell’account li ha materialmente consegnati a un minore, e che, quando viene chiamato in causa, sceglie di coprirlo invece di assumersene la responsabilità». In altre parole, il tema è la responsabilità dei genitori, di cui si è già ampiamente parlato nei giorni scorsi a valle della doppia sentenza contro Meta e Google, che sono state condannate negli Stati Uniti a multe e risarcimenti: i giudici in sostanza hanno stabilito che la dipendenza non deriva tanto da “come usi” i social, ma da come sono costruiti». La tentazione di dire che è «tutta colpa dell’algoritmo» è forte, ma in realtà un tema di responsabilità resta. «Alle industrie digitali – che ormai pervadono la nostra vita con un’ottica orientata al profitto, non certo al benessere – vanno certamente date delle regole, ma ogni iniziativa di questo tipo non può smarcare gli adulti e in generale la comunità/società dal suo ruolo educativo», ha sottolineato Jacopo Dalai, psicoterapeuta sistemico-relazionale, fondatore e presidente della cooperativa sociale Nivalis su “Dire, fare, baciare”, la newsletter di Sara De Carli riservata agli abbonati di VITA e dedicata alla famiglia, alla scuola, all’educazione.

Flora, davvero ritiene che l’unica soluzione sarebbe multare i genitori…

Ovviamente non è l’unica soluzione. Abbiamo due problemi paralleli. Il primo è se limitare i social e il web a un pubblico adulto può funzionare o meno. Ci ha provato la Francia, ci ha provato l’Australia, ci sta per provare la Spagna… non funziona, ci sono i numeri che lo attestano. Fra l’altro con questa norma non stiamo dicendo al social network che i ragazzini non possono stare online, almeno noi: stiamo solo dicendo che, per aprire un account, devi inserire un documento di identità. Poi potremmo anche far finta che questa cosa funzioni, ma i dati dicono che è solo un palliativo comodo, nel senso che abbiamo fatto qualcosa da un punto di vista politico, abbiamo prodotto una norma. Che poi non abbia funzionato passa in secondo piano, dal punto di vista della comunicazione politica e sociale il messaggio che passa è che qualcosa andava fatto e noi l’abbiamo fatto. Ma, a parte tutto questo, il problema reale è un altro e resta. Il problema reale è che già adesso le piattaforme Internet non possono far accedere minori e invece noi troviamo una quantità enorme, spropositata, di minori online. Così puntiamo il dito: «Cattivi social network, adesso vi multiamo». Io ho fondato un’associazione, si chiama “PermessoNegato“: è la più grande realtà europea che si occupa di contrasto alla pornografia non consensuale. Spesso segnaliamo: «C’è questo account con un minore – molto minore, lo voglio dire, vediamo casi di bambini di 8-9 anni – che risponde, che interagisce». Cosa succede a valle della segnalazione? Succede che chiudono l’account, ma tempo 24 ore viene riaperto. E noi siamo ancora contro i social network.

I divieti vanno bene per poter dire “qualcosa andava fatto e noi l’abbiamo fatto”. Ma il problema reale è un altro e resta. Il problema reale è che già adesso le piattaforme Internet non possono far accedere minori e invece noi troviamo una quantità enorme, spropositata, di minori online

E dove sbagliamo? Qual è il punto reale su cui agire, allora?

In realtà il problema è un altro. Quando arriva il blocco del contenuto, il genitore esordisce: «No, non è vero, non è stato lui, ero io che lo utilizzavo». E il social network non può fare nient’altro, in quanto non è un organo di Polizia, che accettare la dichiarazione del genitore e riattivare l’account. Quello che noi vediamo è questa cosa qui e sono certo che continueremo a vederla. Se il social network viene obbligato solo a verificare l’età, allora la prospettiva in cui ci mettiamo è semplicemente quella del poter dire “abbiamo fatto qualcosa”, non quella del voler dare una risposta al problema: non aspettiamoci che ci siano dei risultati. Il problema c’è prima, c’è già quando un genitore dà in mano il cellulare al figlio, perché non credo che un bambino di 8-9 anni lo smartphone se lo compri con la paghetta e si installi la Sim, anche perché nessuno gliela attiverebbe.

Significa che bisogna chiamare in causa il tema dell’educazione?

Non devo essere io a spiegare a nessuno come educare i propri figli, ci sono dei professionisti che hanno questo compito. Pensiamo però a quello che succede con la scuola, dove sappiamo benissimo che il docente, un tempo figura educativa, oggi non è più tale. Quando portavo a casa una nota, giusta o sbagliata che fosse, non mi lamentavo mai a casa con i miei genitori, perché sapevo che avrebbero dato ragione al professore: adesso si fanno i ricorsi al Tar. L’unica cosa che io dico, provocatoriamente ma neanche tanto, è di rifare quello che è successo con il casco in moto: quando in realtà i caschi sono stati finalmente utilizzati? Quando è entrata in vigore la norma e con essa le multe a chi vi contravveniva. Ora, se noi non prevediamo a livello normativo una disincentivazione da un punto di vista meramente economico, non ne usciremo. Un altro esempio? Ci sono Paesi in cui nessuno parcheggia in seconda fila e la società è abbastanza evoluta da non avere bisogno di una sanzione per questo. L’Italia non è tra questi e ha bisogno di una norma sanzionatoria.

Subentra la responsabilità del genitore che mette il ragazzino davanti a Internet, nonostante sappia che dà dipendenza e che genera depressione

C’è, quindi, un problema di controllo?

Il controllo è alla base di tutto. Ne abbiamo bisogno, così come ci vogliono attenzione e autorizzazione. Non possiamo avere solo il controllo perché se lasciamo che esistano le figure dei baby influencer, che ci sono e che continueranno ad esistere, quello che noi impediremo non è la pubblicazione di materiale riguardante un minore online, ma che il minore possa in autonomia decisionale gestirsi un account. E per quello basta una dichiarazione. E chi può dire di no? Il social network non lo può certamente fare. Qui subentra la responsabilità del genitore che mette il ragazzino davanti a Internet, nonostante sappia che dà dipendenza e che genera depressione. E questo ce lo dicono le evidenze scientifiche. E perché il genitore lo lascia comunque lì da solo? Perché è comodo. È un’ottima alternativa all’attenzione, un’ottima alternativa al tempo da dedicare.

Anche altri Paesi stanno provando a creare dei blocchi nell’accesso al web e ai social…

LInghilterra sta adottando il controllo del documento per una serie di siti web, per esempio quelli pornografici. Quel che ha ottenuto però è estremamente pericoloso, perché sembrerebbe positivo il fatto che il traffico ai 4-5 siti web più conosciuti sia diminuito in maniera sostanziale ma invece, quei 4-5 siti più importanti erano paradossalmente i più sicuri. Non che fossero etici, ma incassavano miliardi ogni anno con la pubblicità, quindi stavano attenti a togliere contenuti per esempio violenti: insomma erano quelli che spendevano di più per essere sicuri. Invece, oggi, è aumentato esponenzialmente il traffico a tutti gli altri siti minori che non si sono attrezzati e che non hanno nessuna intenzione di farlo perché diversamente non ci guadagnerebbero così tanto.

Sbaglia o no chi dice che i social network sono i cattivi della situazione?

Io non sono certo un amico dei social network, ma nemmeno me la sento di dire che sono i cattivi della situazione. Dico che semplicemente, con un minimo di razionalità, dobbiamo onestamente affermate che la disincentivazione va messa in capo al comportamento di chi li usa. Non posso chiedere a un genitore alcolizzato di sorvegliare che il figlio non segua la sua strada, ma noi stiamo facendo esattamente la stessa cosa con i social. Ci dimentichiamo di tutti quegli studi che ci dicono che Internet fa male ai bambini, che porta a problemi enormi di dipendenza. Continuiamo a dire che è falso, mentre noi adulti siamo i primi ad esserne dipendenti. Internet crea dipendenza in quelle figure che sentono di più la marginalità e la solitudine, per esempio il nonno che non vede i nipotini se non su Instagram e che poi non può più fare a meno di restare connesso. Perché se vogliamo evitare gli stereotipi, dobbiamo dircelo che il fenomeno non è nemmeno legato principalmente all’età, ma alla solitudine. Tanto è l’allarme generale su questo che, per esempio, ci sono alcune prefetture giapponesi che hanno emanato un’ordinanza per limitare l’uso quotidiano di smartphone e tablet a un massimo di due ore al giorno, al di fuori del lavoro e dello studio: vale per tutti, non per i minori. L’obiettivo è contrastare i possibili effetti nocivi di un utilizzo prolungato dei dispositivi sulla salute.

Se vogliamo evitare gli stereotipi, dobbiamo dircelo che il fenomeno non è nemmeno legato principalmente all’età, ma alla solitudine. Alcune prefetture giapponesi hanno emanato un’ordinanza per limitare l’uso quotidiano di smartphone e tablet a un massimo di due ore al giorno, al di fuori del lavoro e dello studio: vale per tutti, non per i minori

Abbiamo, quindi, bisogno di controllori…

Come possiamo chiedere a qualcuno di fare i controllori di qualcosa che sfugge loro di mano? Sugli adulti non lo puoi fare perché è lo stesso discorso del vietare il fumo, però ancora una volta stiamo demandando la nostra vita a un’entità esterna che dipingiamo come cattiva. L’estetica del nemico direbbe che il nostro nemico ci rappresenta di più del nostro amico. 

Restiamo convinti che multare i genitori invertirebbe la rotta?

Come affermavo all’inizio, la questione è più complessa. Dico che bisogna multare i genitori, ma perché in un certo senso questo è un disincentivo economico forte per il nucleo familiare. Anche perché non parlo di pochi euro, quanto di somme importanti che inciderebbero anche nei bilanci di famiglie con un tenore di vita superiore alla media. Ribadisco, però, che questa non è “la” soluzione, se fosse messa in campo come unica azione. Ci sono tante componenti che devono intervenire. La sanzione quantomeno obbliga le persone a pensarci. Non esiste, infatti, un problema se non gli dedichi attenzione, così come non esiste – qualunque sia il comportamento da disincentivare – un disincentivo efficace se da quello non deriva un beneficio importante.

VITA

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martedì 14 aprile 2026

MI FIDO DI TE

 


La missione degli astronauti di Artemis.

 A chi e cosa puoi dire: io ti credo, mi fido di te? A chi ti affidi senza paura? Dove cerchi vita?»


-di Alessandro D’Avenia

"Lunedì (giorno dedicato alla Luna) scorso, detto Lunedì dell'Angelo (Pasquetta per intendersi), camminavo su un sentiero di montagna. E l'angelo era lì: nessuna allucinazione, era l'evidenza delle cose. 

Era nel sentiero che incastonava tutte le stagioni. Alcuni tratti erano coperti di neve o di ghiaccio vivo, altri stendevano già un tappeto asciutto fatto di aghi di pino, altri erano così fradici che gli scarponi affondavano lasciando impronte che il Sole avrebbe reso calchi perfetti. 

Ai bordi cespugli piegati e ingrigiti da mesi di neve erano interrotti dall'invincibile verde del ginepro e dai timidi bottoni rosa dell'erica, e rari, i primi crochi, viola o bianchi, sbucavano su aiuole ritagliate dal caso, a segnalare con cocciuta gentilezza che la primavera avrebbe avuto ancora una volta la meglio. Profumi congelati lentamente evaporavano da tronchi, licheni, barbe, radici e muschi. 

Poco sopra i 2.000 m, obbedienti al legame armonico tra tutte le cose, gli alberi, che poco sotto sgranchivano al Sole cortecce e rami, affidavano il sentiero all'essenziale: l'intrico di radici lasciava il passo a rocce e neve, tutto era vero e bello, due dei tre nutrienti di cui necessita l'anima per non morire. Il terzo è il buono, ed era mia moglie accanto. E qualche viandante da salutare come si fa in montagna. Senza questa trinità terrena si è infelici, senza dover neanche indagare il perché. 

 L'angelo era poi in cima, sotto il Blu Maiuscolo (Pantone 2027?): compatto, inesauribile, privo di fumi. Rare folate di vento freddo e improvvisi fischi di invisibili marmotte facevano parte del silenzio, qualche aereo rompeva invece quiete e cirri. All'orizzonte una corona di cime che un tempo erano fondali oceanici ribadiva che cosa ci sarebbe ancora stato tra millenni. E io? E noi? 

Mi sono chiesto commuovendomi. Si vede veramente solo con le lacrime, di dolore o di gioia, perché non ci permettono di mentire: il dolore ci spoglia, la gioia ci abbraccia. Le lacrime sono preghiere, quelle di dolore perché il dolore passi, quelle di gioia perché la bellezza non passi, in entrambi i casi chiediamo: Qualcuno si occupa di me, del mio destino, o siamo gettati qui a caso? L'angelo era lì tra le cose che avevo sotto gli occhi: l'affidabilità del cosmo e delle relazioni sono il primo credo (fede, fiducia), le crepe di mente e cuore provengono dall'inaffidabilità di queste relazioni primarie. 

Guarda il cosmo, è affidabile, e infatti gli astronauti della spedizione Artemis II (Artemide, gemella di Apollo) hanno aggirato la Luna con una danza millimetricamente dettata dalla forze di gravità terrestre e lunare. Proprio loro, i Lunatici, avevano più fede nella Terra di noi, i Terrestri, come ha detto il pilota della navicella, Victor Glover, a Pasqua: «Siamo così lontani dalla Terra e guardiamo indietro alla bellezza del creato, la prospettiva che ho quassù è vedere la Terra come un tutt’uno. E sapete, quando leggo la Bibbia e guardo tutte le cose incredibili che sono state fatte per noi che siamo stati creati... Avete questo posto incredibile, questa astronave chiamata Terra, creata per darci un posto dove vivere nel cosmo. Forse la distanza che ci separa da voi vi fa pensare che ciò che stiamo facendo sia speciale, ma noi siamo alla stessa distanza da voi: siete voi ad essere speciali. In tutto questo vuoto che chiamiamo universo, avete quest'oasi, un posto meraviglioso dove possiamo esistere insieme. Penso che a Pasqua - che festeggiate o meno, che crediate in Dio o meno - questa sia un’occasione per ricordarci dove siamo, chi siamo, che siamo tutti uguali e che dobbiamo superare tutto insieme». 

Anche io, in fondo, godevo dello stesso sguardo. Dall'astronave Orion hanno osservato la faccia che la Luna, data la perfetta sincronia di rotazione attorno a se stessa e di rivoluzione attorno alla Terra (27 giorni circa), non mostra mai. Novità: ha colori inattesi, perché «affidabile» non significa ripetitivo, grigio, noioso, ma tanto certo quanto inesauribile. L'angelo dice che c'è sempre da scoprire qualcosa in ciò a cui presti attenzione, a patto che ti alzi e con cura (da cui curiosità) ci giri intorno (ricerca dal latino «circa», intorno, preceduto da ri-, significa «girare intorno ancora e ancora» come i pianeti), per questo una vita senza ricerca si spegne, perché non presta attenzione a niente, non ama nulla, e per questo dobbiamo proteggere la nostra attenzione dall'estrazione violenta e continua che ne fanno le trivelle dei social

E poi il barattolo di una nota crema spalmabile ha fluttuato per qualche secondo nella cabina di Orion (nessuno spot potrà mai fare altrettanto) rendendo tutto «familiare», come i biscotti con cui gli astronauti hanno festeggiato. Casa e avventura, dice l'angelo, le due dimensioni della vita felice, i due bisogni del Sapiens: appartenere ed esplorare, Itaca e il viaggio. Alla domanda su come erano stati i 43 minuti in cui la connessione radio con la navicella era impossibile perché nascosta dalla Luna, gli astronauti hanno risposto: «Bello!». Ci saremmo aspettati sentimenti di paura provocati dalla buia solitudine lunare. 

E invece bello era stato proprio il silenzio affidabile e disconnesso dal casino che combiniamo quaggiù, dove il 40% dei Paesi ha innalzato le spese militari al 2% del PIL, cifra mai raggiunta dalla Seconda Guerra mondiale. Segnali anche questi, dice l'angelo. Lassù invece c'era tutto: la fiducia nelle leggi della fisica e nella compagnia fisica di chi deve muoversi per e insieme agli altri con perfezione da orchestra. Il male che l'uomo fa all'uomo e al creato è mancanza di questa fede primaria nella vita che ci è data. 

 Nel mio Lunedì, dice l'angelo, infatti tutti avete cercato un posto bello, cibo buono e amici veri: ancora loro, bello-buono-vero, trinità terrena. E quel lunedì si chiama così proprio perché lunedì è il giorno più faticoso e perché è stato l'angelo (parola greca che significa semplicemente messaggero) a dire alle donne al sepolcro che il morto non è lì: «È risorto, vi aspetta in Galilea», la regione a nord della Palestina dove tutto era cominciato. 

Una storia scritta meglio avrebbe previsto un trionfo a reti unificate, a Gerusalemme, dove tutto era finito, invece il messaggero dà appuntamento con il risorto in periferia, nel silenzio, sulle sponde tranquille del lago di Tiberiade, dove i discepoli vivevano e lavoravano. Il messaggero dice: svegliati, ricomincia da dove sei, altrimenti stai solo sognando o solo soffrendo. Il luogo per risorgere non è lo straordinario, è il quotidiano, risorgere significa rialzarsi tante volte quante sono le cadute, più una. La resurrezione non cambia il «mondo» ma il «modo» di guardarlo, anche il lunedì. 

Casa e avventura, appartenere senza spegnersi, esplorare senza perdersi. Un circolo virtuoso di «Bentornato!» e «Buon viaggio!»: il «per sempre» nel «di sempre», il «nuovo» nel «di nuovo». Questo dice l'angelo, che non ha le ali (neanche il testo gliele attribuisce) ma gliele diamo perché la notizia può raggiungerci ovunque se cerchiamo: certo nelle cose della festa (bello-buono-vero) è più facile, ma solo così tutte le cose solite, spente, grigie, morte rinascono. Se rinasci tu. Come fare? 

Proprio in Galilea, prima di sottrarsi definitivamente alla loro vista ascendendo in cielo (che non è quello esplorato da Artemis ma il modo per dire «ovunque»: «che sei nei cieli» non è tra le nuvole, ma dappertutto), il Cristo risorto lo rivela: «Andate in tutto il mondo e date la bella notizia a ogni creatura. Chi crederà sarà salvo». Bisogna darla a ogni creatura! Alla Luna, alle piante in balcone, al gatto, al vicino di casa, allo studente, al collega, al coniuge... Che notizia? 

Che il segreto è credere, cioè fidarsi. Credere non è, come si pensa, una consolatoria e irrazionale adesione a una favola, un'autosuggestione per chi non sopporta la vita, ma cercare tra tutto e tutti, visibile e invisibile, ciò che non viene meno, come il naufrago cerca prima l'aria e poi il salvagente. A chi e cosa puoi dire (mi chiede l'angelo): io ti credo, mi fido di te? A chi ti affidi senza paura? Dove cerchi vita? Chi o cosa ti sostiene? 

Dalla risposta dipende la resurrezione che ti (a)spetta, e ognuno si sceglie la sua. Qui sulla Terra, mica sulla Luna... La Luna serve solo a ricordartelo, anche di lunedì. Dice l'angelo."

Corriere della Sera

Alzogliocchiversoilcielo

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mercoledì 1 aprile 2026

ORIENTARSI NEL MONDO

 


Una didattica integrata 
per riaccendere l’entusiasmo


Intervista a Irene Tirloni

Dove insegna e da quanto tempo?

Insegno in una scuola secondaria di primo grado a Flero, un paese in provincia di Brescia. Si trova nell’hinterland, appena fuori dalla città, in un quartiere ancora residenziale anche se al confine con una zona agricola. È parte di un istituto comprensivo articolato in due plessi che ospitano scuola dell’infanzia, primaria e secondaria. Io insegno da undici anni, da sette a Flero e da cinque come insegnante di ruolo.

Quali materie insegna?

Lettere, ovvero italiano, storia, geografia e l’alternativa alla religione che ormai è diventata a tutti gli effetti una disciplina. Mi sono laureata in Lettere, Filologia moderna, poi, mentre già insegnavo, in Storia dell’arte, seguendo una vecchia passione. Tanto della mia vita e della mia formazione ruota intorno alla creazione del bello. Ho sempre collaborato in parallelo anche con istituzioni museali, soprattutto per l’ideazione di laboratori per le scuole.

Ha visto dei cambiamenti nell’arco della sua carriera? Di che tipo?

Il cambiamento più rilevante è di sicuro quello della rivoluzione tecnologica, che ha avuto un’accelerazione importante. Con il Covid c’è stato un utilizzo anche molto virtuoso della tecnologia e abbiamo cercato in ogni modo di sfruttare le potenzialità della didattica online. Oggi però dobbiamo capire come orientarci in questa realtà dominata dai social. Tutto è cambiato, impattando ovviamente anche contro la scuola. Secondo me, soprattutto in negativo a livello di concentrazione, perché i social ti abituano alla velocità, ma anche al disimpegno. “Scrollare” una pagina online è facile, ma non ti lascia granché, ed è diametralmente opposto al lavoro che facciamo noi, che dobbiamo insegnare processi lenti come la lettura e la scrittura, fatti di “ruminazione”, in cui torni e ritorni sulla pagina. Per i ragazzi oggi abituarsi alla lentezza significa quasi risalire controcorrente: hanno meno pazienza, vivono nell’immediatezza delle immagini di un mondo fatto di spot. Hanno una ridotta capacità di attenzione, quindi come insegnante un po’ devi adeguarti e un po’ cercare di allenarli a un tempo e a un apprendimento diversi, che danno un altro tipo di appagamento. Non è più lettura versus televisione, ma lettura versus “stories” e “reel”. Per un insegnante è un lavoro complesso, però quando ci riesci è una grande soddisfazione, perché vedi in loro qualcosa che si accende.

Con le materie che lei insegna, quali strumenti riesce a dare ai ragazzi per orientarsi nel mondo digitale con più consapevolezza?

Noi facciamo tanta educazione digitale, finalizzata soprattutto all’apprendimento e alla metacognizione, alla riflessione. Usando la lingua assieme ai tablet, promuoviamo una didattica digitale integrata. I ragazzi conoscono bene i videogiochi, però a volte sono molto ingenui nell’utilizzo del web. Per questo, nelle ore di educazione civica, insegniamo la cittadinanza digitale, per esempio come combattere il cyberbullismo. Spieghiamo che la tecnologia va indirizzata, incanalata, padroneggiata. Io dopo il Covid non ho smesso di utilizzare Classroom, una piattaforma di apprendimento online, dove carico i miei materiali per gli alunni. Su Classroom hanno una sorta di bacheca dove ritrovano gli argomenti studiati, materiali integrativi, approfondimenti, mappe digitali per chi ha disturbi dell’apprendimento o bisogni educativi speciali. Questo mi permette anche di sfruttare metodi come la flipped classroom, che inverte il metodo didattico tradizionale: anticipando materiali didattici ai ragazzi è possibile poi costruire una lezione dialogata in classe.

Mi fa paura più di ogni cosa la mancanza di entusiasmo. Chiedo: “che cosa ti piace?” Rispondono: “niente”. Poi scopro che quel niente è stare ore online.

Che tipo di metodi usa?

Numerosi e integrati tra loro. Recentemente ho seguito un corso per diventare facilitatrice in Philosophy for Children, un metodo che si propone di trasformare la classe in comunità di ricerca filosofica. Realizziamo una lezione dialogata a partire da un testo: sono i ragazzi a formulare le domande e poi a condurre una sessione in cui cercano di costruire un dibattimento, non finalizzato a raggiungere una verità, o ad avere ragione, bensì a costruire una conoscenza fine a se stessa. Da queste sessioni a volte emergono riflessioni di una profondità e lucidità di cui loro stessi si stupiscono.

Uso molto lo storytelling per le lezioni di storia e spesso lo integro con l’altra mia passione, che è la didattica outdoor. Anche su questa ho seguito diverse formazioni. Nel giardino della scuola abbiamo allestito due ambienti di apprendimento esterni, con l’obiettivo di costruirne di più, per destrutturare l’aula scolastica. In termini di motivazione all’apprendimento e di attenzione vedo grandi risultati, perché i ragazzi sono molto più coinvolti. Facciamo anche messinscena, ovvero drammatizzazione, che è una tecnica didattica molto efficace per coinvolgere i ragazzi. Oltre a tutto questo, conduco anche la cosiddetta lezione frontale, che non va demonizzata: vuol dire semplicemente che stai veicolando in un certo modo alcune conoscenze ai ragazzi, tutto dipende dal modo in cui lo fai. A volte utilizzo anche metodi online, inclusi i quiz, ma sempre integrando il digitale con la mia umanità.

Secondo lei cosa manca alla formazione che oggi è offerta agli insegnanti?

Le occasioni formative sono molte e variegate e c’è grande attenzione su questo tema. Molta formazione è obbligatoria, per esempio sui temi dell’educazione civica o sull’inclusione. Ho dovuto seguire corsi e seminari per le certificazioni per Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), corsi di Dislessia-Amica e molti altri. Quello che manca è invece la possibilità di sperimentare in serenità le tecniche e metodi didattici che si sono appresi, per motivi organizzativi.

Quali sono questi ostacoli?

Non è facile realizzare al meglio una didattica integrata quando hai classi molto grandi. Una classe di oltre venti alunne e alunni è, nel mondo di oggi, già numerosa: bisognerebbe lavorare di più sulle compresenze, soprattutto se si esce dalla scuola. Mi capita di fare lezione camminando per il paese, però non è facile gestire un gruppo folto, non per problemi disciplinari, ma perché si fa fatica a dedicare a ciascuno l’attenzione che merita. Quello che fa la differenza nell’insegnamento è costruire con gli studenti una relazione autentica, un legame di fiducia e di complicità. Nelle mie classi lavoro molto su questo: abbiamo il nostro micro-linguaggio, i nostri patti, ma diventa difficile quando sono tanti alunni, anche per le molteplici esigenze educative speciali. A me piace pensare che tutti gli alunni hanno bisogni educativi speciali, non soltanto chi presenta difficoltà nell’apprendimento, in quanto esistono molteplici intelligenze, come evidenzia lo psicologo dello sviluppo Howard Gardner. Pertanto ognuno meriterebbe un’attenzione esclusiva.

Quale ritiene l’aspetto più positivo del suo lavoro?

Sono fortunata, lavoro in una scuola che ha ampi spazi all’aperto e strumentazioni all’avanguardia. Questo mi permette di sperimentare nei termini che sognavo. Per me conta il rapporto con  studentesse e studenti, vederli crescere e arricchirsi. Mi fa paura più di ogni cosa la mancanza di entusiasmo. Chiedo: “che cosa ti piace?” Rispondono: “niente”. Poi scopro che quel niente è stare ore online. Senza demonizzare la tecnologia o i social, è chiaro che manca loro qualcosa. Poi però osservo che si riaccendono facendo attività molto semplici e questo mi sprona a costruire insieme a loro un percorso di crescita: dalla prima alla terza li vedo evolvere come persone. È una vera gioia.

Crede che un insegnante possa fare la differenza per i suoi studenti?

Un insegnante può aiutarli a trovare la loro vocazione per il futuro, a orientarsi nel mondo. Noi siamo figure di riferimento nel momento in cui i ragazzi si allontanano dai genitori, perché devono crescere. Non ho fatto l’attrice, il mio sogno adolescenziale, ma affrontare la classe è come salire su un palcoscenico, perché i ragazzi ti osservano, ti studiano e ti premiano quando riconoscono la tua autenticità. Dai miei alunni ricevo lettere, biglietti, talvolta e-mail. Mi ringraziano per aver insegnato loro che non sono i voti che prendono. È un’altra delle mie battaglie: mi piace quando i ragazzi amano l’apprendimento non finalizzato all’ottenimento di un risultato, o al lavoro che si farà nella vita. Ma la cosa più bella che mi hanno detto in una classe è che sono stata per loro “come Virgilio che accompagna Dante”.

BE FOR EDICATION

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sabato 28 febbraio 2026

MINORI E SOCIAL

 


Non basta

 il divieto per i minori.


 «Regolamentare 

le piattaforme»



Mentre molti Paesi stanno valutando l’introduzione di un’età minima di accesso ai social, arriva l’invito di Michael O’Flaherty, commissario europeo per i diritti umani,  a non distogliere l’attenzione dagli obblighi legali delle big tech

-         di ILARIA SOLAINI

Se si ragiona soltanto su un divieto di acceso ai social media per gli adolescenti con meno 14 anni, si corre il rischio di rinunciare ad avere garanzie dalle piattaforme per avere un ambiente digitale sicuro per tutti?

Mentre molti Paesi in Europa - e non solo - stanno valutando l’introduzione di un’età minima per l’accesso alle piattaforme di social media è arrivato l’invito alla «cautela nell’imporre divieti generalizzati» dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa. Non perché i minori non vadano tutelati, ma perché le big tech si assumano le proprie responsabilità nel controllo dei contenuti e nell’offrire una maggiore trasparenza dell’algoritmo a chiunque.

 «L’attenzione rivolta alla limitazione dell’accesso non dovrebbe distogliere l’attenzione dal garantire che le piattaforme rispettino i diritti umani attraverso chiari obblighi legali, una supervisione indipendente e un’effettiva responsabilità», ha affermato il Commissario Michael O’Flaherty. Le sue parole sono state molte nette: «Gli sforzi per limitare l’accesso dei minori attraverso divieti generalizzati e verifiche obbligatorie dell’età nascono da preoccupazioni legittime, poiché l’attuale ecosistema online sta deludendo i minori – ha continuato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa –. I bambini sono esposti a contenuti violenti, sessuali o angoscianti, a forme di adescamento e a una dilagante disinformazione». Se algoritmi opachi possono indirizzare verso materiale estremo, secondo O’Flaherty bisogna anche far fronte a «progetti manipolativi che influenzano il comportamento dei minori». 

Esiste poi «la raccolta pervasiva di dati che compromette la loro privacy. Questi risultati sono prevedibili conseguenze di specifiche scelte di progettazione e modelli di business, che richiedono un intervento normativo alla fonte». Aspetti su cui, tra l’altro, si sta concentrando anche il processo americano che si è aperto lo scorso 27 gennaio alla Corte suprema della California che vede alcune big tech come Alphabet, casa madre di Youtube, e Meta Platforms proprietaria di Instagram e Facebook, accusate di aver consapevolmente progettato le piattaforme social per creare dipendenza e incoraggiare un consumo incontrollato dei contenuti social da parte dei più giovani.

Secondo il parere del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, «gli Stati dovrebbero obbligare le piattaforme a prevenire e mitigare i rischi per i diritti dei bambini fin dalla progettazione e ritenere le piattaforme responsabili di eventuali inadempienze. Data la pervasività dei sistemi algoritmici, una regolamentazione completa è essenziale. Ciò include la garanzia della trasparenza e della verificabilità degli algoritmi, ma anche degli efficaci meccanismi di segnalazione e ricorso, delle valutazioni del rischio per i diritti dei minori e delle restrizioni sulla pubblicità mirata. Questi obblighi devono essere applicabili, soggetti a supervisione indipendente e supportati da sanzioni e responsabilità che costituiscano efficaci deterrenti» ha sottolineato ancora il Commissario. Online esiste già una mappa, a cura dell’organizzazione non governativa americana Tech Policy press, che monitora questi sforzi legislativi nel mondo che danno la misura di come dopo il divieto australiano, non ci sia solo l’Italia e una serie di Paesi europei che stanno ragionando su disegni di legge che impongono un limite di età per l’accesso ai social, ma anche l’Indonesia, la Malesia, la Cina e il Vietnam, il Brasile, oltre a Francia, Spagna, Portogallo, Austria, Danimarca, Norvegia e Turchia. Eppure, è tutt’altro che definito il dibattito su come affrontare e con quali strumenti monitorare l’uso dei social per bambini e adolescenti. 

Esistono i sostenitori di un vero e proprio divieto di accesso ai social, imposto per legge, che inquadrano il limite di una maggiore età come fosse una misura di protezione della salute pubblica, necessaria da tempo e paragonata alle restrizioni sull’alcol o sul gioco d’azzardo. 

Mentre chi ha un approccio critico ribatte che i divieti assoluti potrebbero essere tecnicamente permeabili, e, di conseguenza, spingere gli adolescenti verso angoli ancora meno regolamentati di Internet. 

Al tempo stesso, esistono preoccupazioni legate alla libertà di espressione e, non ultimo, viene messo in luce l’aspetto invasivo dei sistemi di verifica dell’età. 

er molti, insomma, la sfida non è se i social media rappresentino o meno dei rischi, ma come sia possibile preparare i giovani a navigare in sicurezza in una realtà digitale che non possono evitare.

www.avvenire.it 

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