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giovedì 4 giugno 2026

L'ERA DELLA RESPONSABILITA'

 


Al cospetto dei potenti di oggi, è la cultura a salvarci dalla sudditanza.


-di Vito Mancuso 

Ha affermato Hannah Arendt che «il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l'individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più». Parole bellissime che nell'ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana portano d'istinto a chiedersi: qual è allora il suddito ideale di una repubblica democratica? La risposta è in questa frase di Alcide De Gasperi (recentemente citata da Andrea Malaguti): «Con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 inizia l'era della responsabilità dei cittadini. Se non la volessero assumere, farebbero meglio a rimanere sudditi». 

Il suddito ideale di una repubblica democratica, quindi, non è un suddito ma un cittadino, laddove la differenza tra i due consiste nella responsabilità, esercitata anzitutto come capacità di distinguere tra realtà e finzione, tra vero e falso. Il nome di questa capacità è cultura. È la cultura che consente alla mente di non farsi sedurre dai vari tipi di propaganda (politica, economica, ecclesiastica...) e di leggere il reale con lucidità. È la cultura che preserva da ogni tipo di sudditanza. 

 C'è una sudditanza esteriore, che si comprende facilmente da sé, e c'è una sudditanza interiore, che è più subdola, invisibile, riguarda non il corpo ma la mente: è su questa che oggi fanno leva le potentissime forze antidemocratiche e antirepubblicane che minacciano il nostro essere cittadini responsabili e che ci vogliono ricondurre alla condizione di sudditi. Tale sudditanza della mente si esplicita oggi come sempre (anche nel 1951, quando Hannah Arendt pubblicò "Le origini del totalitarismo" da cui proviene la frase citata) nel disprezzo della cultura e nell'orientamento della mente verso il consumo e il divertimento. Ovvero panem et circenses, l'anti-cultura con cui nell'antica Roma l'Impero sostituì gli ideali della Repubblica, passando da uomini della statura morale di Catone e Cicerone a personaggi come Caligola e Nerone. Anche noi siamo passati dai Padri costituenti (tra cui De Gasperi, Togliatti, Nenni, Dossetti, La Pira, Calamandrei, Iotti) ai politici attuali, così come gli Stati Uniti sono passati da presidenti del calibro di George Washington, Thomas Jefferson, Benjamin Franklin all'attuale. Quale catastrofe è in corso e come salvarsi? È questa la domanda da porsi per celebrare degnamente l'anniversario della nostra Repubblica. 

 

La risposta l'affido a queste straordinarie parole di Antonio Gramsci che risalgono al 29 gennaio 1916 e che indicano nel modo più chiaro la strada da seguire: «La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri». Quando un essere umano nasce non è un cittadino. Già Aristotele lo definì un "animale sociale" e aveva a tal punto ragione che dal tipo di socialità da cui un essere umano è circondato e nutrito dipende la sua essenza. Se questa socialità è intrisa di cultura, allora l'essere umano esce dallo stato di natura ed entra nello stato di cultura o di civiltà: diviene un cittadino. Si tratta della "coscienza superiore" di cui scrisse Gramsci, che si esplica comprendendo il proprio "valore storico", nel senso che noi da cittadini cominciamo ad esistere non più solo in funzione di noi stessi e della riproduzione della specie (come sarebbe se rimanessimo solo animali) ma ci realizziamo nella costruzione di una società basata sulla libertà, le pari opportunità, la solidarietà, lo studio, la ricerca. 

Tutto questo è già contenuto in nuce nel nome "repubblica". Il termine viene dal latino res publica, alla lettera "la cosa pubblica", laddove l'aggettivo pubblica viene dal sostantivo populus, per cui repubblica significa "la cosa del popolo". Il potere viene qualificato in questo modo come appartenente a tutti. Nessun'altra forma di potere politico mediante cui gli esseri umani organizzano il loro vivere insieme ha questa dimensione universale: non così la monarchia assoluta, la tirannide, l'aristocrazia, l'oligarchia, e anche quando si trattasse della dittatura del proletariato sarebbe sempre una parte che detiene il potere sull'altra, senza universalità. Invece la repubblica è la cosa di tutti, la casa di tutti. Solo retorica? Dipende dalla cultura dei singoli cittadini. 

Il fatto è che la democrazia autentica così strettamente legata alla cultura richiede lavoro. Il primo articolo della nostra Costituzione recita: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Oggi, nell'era dell'intelligenza artificiale, dei social e in genere dei mezzi di distrazione di massa, è il momento di comprendere che l'Italia può rimanere veramente una repubblica democratica solo se viene fondata sul "lavoro interiore" dei cittadini che si esplica come ricerca di informazione di qualità, come studio, come riflessione; in una parola sola, come cultura. Al cospetto degli attuali potentati mondiali immensamente più forti non solo di noi in quanto singoli ma anche di noi in quanto stato italiano, noi potremo rimanere un'autentica "repubblica democratica" solo se sapremo investire sul lavoro interiore. Sembra una contraddizione, in realtà è una dialettica profondissima: più si coltiva nella solitudine il proprio valore di individuo, più si diviene un vero cittadino.

La Stampa” 

venerdì 1 maggio 2026

GIOVANI E FRUSTRAZIONE

 


UNA 

GENERAZIONE

 DISORIENTATA

Lo psichiatra Paolo Crepet offre un’analisi diretta sul rapporto tra giovani, frustrazione e crescita, mettendo in luce alcune criticità del sistema educativo tra scuola e famiglia. Secondo Crepet, l’eccessiva protezione degli adulti e l’abitudine alle gratificazioni immediate, tipiche del digitale, rischiano di rendere i ragazzi più fragili, insicuri e meno pronti ad affrontare le difficoltà reali.

Al centro della riflessione c’è il valore dello sforzo e della fatica, elementi fondamentali per lo sviluppo personale. Errori, brutti voti e delusioni non sono fallimenti da evitare, ma esperienze necessarie per imparare a gestire l’ansia, conoscere i propri limiti e costruire una maggiore autonomia.

Per Crepet, è proprio il confronto con la frustrazione che permette ai giovani di sviluppare resilienza emotiva e diventare adulti più consapevoli. Eliminare ogni ostacolo, come spesso accade con genitori troppo protettivi, può invece ostacolare questo processo.

Il messaggio è chiaro: non si tratta di lasciare soli i ragazzi, ma di accompagnarli senza semplificare tutto. Solo affrontando le difficoltà possono imparare a superarle, dare valore ai risultati raggiunti e costruire basi solide per il futuro.

Paolo Crepet e i giovani: il ritratto di una generazione disorientata

Quando Paolo Crepet osserva i giovani di oggi, non vede una generazione priva di potenziale, ma una schiera di individui profondamente disorientati e, per certi versi, "anestetizzati". Il sociologo denuncia una tendenza sociale pericolosa: la propensione degli adulti a neutralizzare le emozioni dei ragazzi, appiattendo sia i grandi entusiasmi che le profonde tristezze. Si cerca costantemente di riempire ogni loro vuoto, ogni momento di noia, con stimoli continui e soluzioni preconfezionate.

Tuttavia, come sottolinea l'esperto nei suoi interventi nei teatri di tutta Italia, è proprio nel vuoto e nel silenzio che nascono il pensiero critico e la creatività. Senza noia non c'è invenzione, e senza la mancanza di qualcosa non può nascere il vero desiderio. Abbiamo trasformato i giovani in recettori passivi di una felicità artificiale e immediata, dimenticando di insegnare loro che la vera soddisfazione richiede tempo, impegno e dedizione. Crepet invita a smettere di assecondare la cultura del "tutto e subito", per restituire ai ragazzi la fame di vita, la passione autentica e, soprattutto, il sacro diritto di compiere i propri errori.

L'epidemia dei "figli fragili": la dura critica ai genitori moderni

Una delle espressioni più ricorrenti e incisive nell'analisi di Paolo Crepet è quella dei figli fragili. Ma da dove nasce questa fragilità? La risposta dello psichiatra non lascia spazio ad alibi: la responsabilità principale risiede in un modello genitoriale distorto. I padri e le madri di oggi, spesso mossi da un malinteso senso di amore e protezione, si adoperano quotidianamente per rimuovere qualsiasi ostacolo dal cammino dei propri figli, credendo di fare il loro bene.

Questo atteggiamento, definito comunemente "iperprotezione", si traduce in una sistematica sottrazione di esperienze formative. Un genitore che dice sempre di "sì", che evita ogni forma di conflitto per non risultare antipatico o per fare l'amico del proprio figlio, non sta educando, ma sta creando dipendenza. I ragazzi che crescono in questo ecosistema artificiale, privo di "no" e di limiti strutturati, si ritrovano totalmente disarmati quando, inevitabilmente, si scontrano con il mondo reale, un mondo che non fa sconti e che non è disposto ad assecondare ogni loro capriccio.

Crepet usa un'immagine molto forte per descrivere le famiglie moderne: i genitori si sono trasformati nei "sindacalisti dei propri figli". Invece di allearsi con le istituzioni educative, le madri e i padri odierni tendono a difendere a priori i ragazzi di fronte a qualsiasi richiamo, nota o brutto voto. Se un insegnante assegna un compito in più o un provvedimento disciplinare, viene immediatamente contestato dalla famiglia, che interviene per giustificare e scagionare l'alunno.

Questo cortocircuito relazionale distrugge l'autorevolezza della scuola e trasmette al giovane un messaggio devastante: tu non sei responsabile delle tue azioni, la colpa è sempre degli altri. Secondo Crepet, ripristinare i ruoli è vitale: i genitori devono stare al proprio posto, accettando che le punizioni e le valutazioni negative facciano parte di un sano processo di crescita.

La gestione della frustrazione nello studio e l'elogio della fatica

Al centro del pensiero pedagogico di Paolo Crepet c'è una massima tanto semplice quanto rivoluzionaria: "Tutto quello che è comodo è stupido". Questa frase racchiude il senso del suo convinto elogio della fatica, un concetto che trova la sua massima applicazione nell'ambito scolastico. Oggi, la gestione della frustrazione nello studio è diventata un tabù. Si tende a facilitare i percorsi, a invocare scuole senza voti e a edulcorare i giudizi per non "traumatizzare" gli studenti.

Eppure, Crepet ricorda che l'apprendimento è, per sua natura, fatica. Scontrarsi con un concetto incomprensibile, passare ore su un libro di testo, prendere un'insufficienza e dover recuperare: sono tutti esercizi intellettuali ed emotivi fondamentali. La frustrazione è la benzina dei neuroni. Se priviamo i ragazzi della difficoltà, impediamo loro di sviluppare il talento e la genialità. Non c'è reale autostima che non derivi dal superamento di un ostacolo che sembrava insormontabile. Restituire le difficoltà ai giovani significa, in definitiva, dotarli degli anticorpi necessari per affrontare le sfide dell'età adulta.

 Ansia a scuola: il cortocircuito di chi non sa affrontare il fallimento

L'ansia a scuola è uno dei fenomeni più allarmanti degli ultimi anni. Sempre più studenti manifestano attacchi di panico, rifiuto scolastico e forte disagio psicologico in concomitanza con le verifiche o le interrogazioni. Sebbene le istituzioni cerchino risposte nella moltiplicazione di figure di supporto psicologico, Crepet offre una prospettiva diversa, denunciando quello che definisce un vero e proprio "marketing dell'ansia".

Secondo lo psichiatra, l'eccessiva medicalizzazione del disagio giovanile porta a etichettare come "malattia" quella che, in molti casi, è semplicemente un'incapacità cronica di gestire l'insicurezza e la paura del fallimento. Poiché questi ragazzi sono stati protetti fin dall'infanzia da ogni piccola delusione, non hanno mai allenato i "muscoli emotivi" necessari per tollerare l'errore. L'ansia esplode perché il fallimento scolastico viene percepito come un crollo identitario, un evento inaccettabile in una società che esige una perfezione ignobile e modelli di successo rapido. La vera cura non è abbassare l'asticella delle richieste scolastiche, ma insegnare ai giovani che sbagliare non solo è normale, ma è l'unico vero modo per imparare.

Il ruolo della tecnologia: smartphone vietati e solitudine digitale

Un capitolo fondamentale delle riflessioni di Paolo Crepet riguarda l'impatto devastante della tecnologia sulle nuove generazioni. L'esperto non usa mezzi termini: gli smartphone rappresentano un mutamento antropologico in atto e i social network sembrano essere stati progettati appositamente per "asocializzare" le persone. Di fronte all'isolamento crescente, ai casi di cyberbullismo e alla dipendenza dagli schermi, la proposta di Crepet è netta e radicale: l'uso dello smartphone andrebbe vietato per legge fino ai 18 anni.

Le argomentazioni a supporto di questa tesi sono molteplici:

  • Appiattimento cognitivo: Affidare ogni ricerca a Google o all'Intelligenza Artificiale, ottenendo risposte in tre secondi, uccide la profondità del pensiero. L'intelletto si allena sfogliando vocabolari, leggendo libri complessi e prendendosi il tempo per elaborare le informazioni.
  • Isolamento emotivo: I social media offrono una connessione permanente, ma superficiale. Sostituiscono le relazioni autentiche e i conflitti reali (indispensabili per maturare) con interazioni basate su approvazione fittizia (i "like").
  • Iper-controllo genitoriale: Lo smartphone illude i genitori di avere il controllo totale sui figli tramite la geolocalizzazione o i registri elettronici, ma li allontana dalla reale conoscenza dei loro stati d'animo.

In risposta ai recenti e drammatici episodi di cronaca che hanno visto protagonisti giovanissimi in atti di violenza all'interno degli istituti scolastici, Crepet critica severamente le soluzioni puramente repressive, come l'installazione di metal detector agli ingressi. Il problema, sostiene lo psichiatra, non si risolve all'ultimo secondo, quando il danno è ormai compiuto. La prevenzione vera si fa alla radice: togliendo i dispositivi elettronici dalle mani dei bambini fin dai primi anni di vita e sostituendoli con libri illustrati. Educare alla lettura, alla fantasia e al rispetto delle regole fin dall'infanzia è l'unica via per disinnescare la rabbia sociale e l'aggressività ingiustificata.

Come crescere giovani forti: consigli pratici per le famiglie

Dalla diagnosi lucida e implacabile di Crepet, emergono indicazioni chiare e pratiche per le famiglie che desiderano invertire la rotta e crescere adulti forti, resilienti e consapevoli. L'educazione, ricorda l'autore, non è un atto di compiacimento, ma un atto di coraggio che richiede prese di posizione scomode.

  • Lasciare spazio al fallimento: I genitori devono fare un passo indietro e permettere ai figli di cadere, di prendere brutti voti e di sperimentare l'amarezza della sconfitta, restando presenti per supportarli nella ripartenza, ma senza sostituirsi a loro.
  • Insegnare il valore dell'attesa: È fondamentale smettere di esaudire istantaneamente ogni richiesta materiale. L'attesa genera il desiderio, e il desiderio è il vero motore della vita.
  • Stabilire regole e confini: I "no" sono pilastri educativi. Aiutano i ragazzi a comprendere l'esistenza dei limiti altrui e delle regole sociali, favorendo lo sviluppo dell'empatia e del rispetto.
  • Dare il buon esempio: Gli adulti non possono pretendere che i figli si stacchino dagli schermi se loro stessi vivono in uno stato di connessione permanente. L'autorevolezza genitoriale passa in primo luogo dalla coerenza dei comportamenti.

"La felicità non è un regalo, è una conquista."

Questa celebre frase di Paolo Crepet riassume perfettamente il suo testamento educativo. Se continuiamo a illudere i giovani che la serenità sia un diritto acquisito da esigere senza sforzo, li condanneremo a crollare al primo soffio di vento. 

Restituire ai ragazzi il peso della responsabilità, il sudore dello studio e la bellezza della fatica è il più grande gesto d'amore che la società degli adulti possa compiere oggi per salvare il loro futuro.

Studenti.it

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venerdì 20 marzo 2026

SVEGLIARSI DAL TORPORE

 

Abbiamo davanti a noi uno scenario preoccupante. Davvero siamo nell’“età selvaggia, del ferro e del fuoco” di cui parla il Censis
Ai tanti conflitti che già insanguinavano il pianeta si è aggiunto quello che incendia il Medio Oriente. 

E se già la guerra in Ucraina sembrava in grado di innescare pericolose escalation, ancor più drammatiche sono le incognite che accompagnano il braccio di ferro iniziato il 28 febbraio scorso.

       -di MARCO IMPAGLIAZZO

Guerra chiama guerra, barbarie chiama barbarie. Intanto oscure narrazioni – lo denuncia Tommaso Greco – certificano che «il diritto internazionale è superato», potenti interessi spingono verso «un nuovo ordine basato esclusivamente sui rapporti di forza», «l’informazione si è accodata al bellicismo della classe politica adoratrice della forza». Su tutto domina un impasto di propaganda e di tifo da stadio, una grande ignoranza della storia e delle sue lezioni, la raffigurazione del nemico come altro da noi, la rappresentazione della guerra come via per la pace, finanche la benedizione delle armi con un linguaggio parareligioso. E su questo punto è stato chiaro il cardinale Pizzaballa: « Dio non c’entra con giustificazioni pseudoreligiose alla guerra, è invece tra coloro che stanno morendo, che soffrono».

In questa temperie la Chiesa è, come sempre nei tempi recenti, un’arca di umanità e di ragionevolezza. Papa Leone parla di pace, «disarmata e disarmante», dall’inizio del suo ministero. A Chicago ha fatto scalpore la dissociazione del cardinale Cupich dal modo di raccontare l’aggressione all’Iran, e su Avvenire se n’è parlato ampiamente.

Come la guerra in Ucraina, il nuovo conflitto mediorientale è uno spartiacque cruciale nelle relazioni internazionali, i suoi effetti si ripercuoteranno su di noi per decenni. Ma ce ne rendiamo conto solo parzialmente. Sul Corriere della Sera , Carlo Verdelli ha scritto: «Assistiamo, spettatori incuranti, come se le sequenze di orrore quotidiano non fossero quello che sono: la fine di un mondo, e il caos che precede l’inizio di un altro. Viviamo da comparse il tempo del qui e ora, in un presente dissanguato di passioni. Ma a furia di distogliere lo sguardo, contratta l’abitudine di fregarsene, di concentrarsi sul proprio giardino, corriamo il rischio che arrivi qualcosa a sciuparlo quel giardino. C’è una scritta su un muro, in inglese, che circola nei social, “ The world burns while we scroll”, “Il mondo brucia e intanto noi scrolliamo (lo schermo del telefonino)”. Il selfie perfetto su quello che siamo o che siamo diventati».

È così. L’Italia ha vissuto gli ultimi decenni da “sonnambula”, senza farsi toccare più di tanto dal cambiamento d’epoca, sperando di cavarsela come se l’è sempre cavata nella storia (almeno finora). Ma tutto ciò non è più possibile, mentre si vive «una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità» (Leone XIV). In un mondo impazzito, in cui nessuno pare in grado di governare nulla – ma, d’altra parte, l’ordine precedente era più apparente che reale, e si è disgregato per hybris e insipienza di chi avrebbe potuto governarlo –, si tratta di svegliarsi dal torpore, smettere di camminare verso l’abisso, prendere un’altra direzione, facendo emergere il meglio da noi e dagli altri, ritornando a coltivare quell’umanesimo, quella tensione unitiva, quella capacità di andare incontro all’altro, che hanno regalato all’Europa il più lungo periodo di pace della sua storia. Nella lettera del cardinale Cupich cui si è accennato c’è qualcosa che parla anche a noi. Quando dice che «viviamo in un’epoca in cui la distanza tra il campo di battaglia e il salotto di casa si è drasticamente ridotta».

È vero. Il caos è qui, è già alle porte di casa. Ma possiamo evitare che ci annebbi la mente, che ci oscuri la vista, che ci paralizzi il pensiero. Non dimenticando che, come disse Kennedy nel giugno 1963, nel suo famoso peace speech, «i nostri problemi sono stati causati dall’uomo, e dunque possono essere risolti dall’uomo». Un discorso realista e al tempo stesso di speranza, la leva che può e deve muovere i cuori non solo dei credenti ma di ogni uomo e donna a cui sta a cuore le sorti del mondo.

Pensando anche a quale eredità potremo lasciare ai tanti giovani che cercano, nell’inquietante nebbia dell’oggi, un principio di futuro.

www.avvenire.it

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lunedì 9 marzo 2026

FEDELTA' E VITA ASSOCIATIVA

 

Come essere fedeli alla nostra storia proiettandoci verso il futuro 



Ne parliamo con Mauro Magatti, 

docente di Sociologia all’Università Cattolica 

del Sacro Cuore di Milano.

Intervizia di L. Malucchi e A. Vai

– Professor Magatti, sgombriamo il campo dagli equivoci… Oggi ha senso parlare di Fedeltà o è un concetto fuori moda?

�«Diciamo che per la sensibilità contemporanea la parola fedeltà non gode proprio di una buona reputazione.

Se si pensa che essere liberi voglia dire poter scegliere sempre e avere continuamente nuove possibilità, allora la fedeltà diventa un problema, perché rappresenta un limite allo scenario di nuovi e diversi orizzonti e di infinite prospettive possibili».

- Eppure, quando pensiamo agli aspetti importanti della vita la parola fedeltà è sempre presente…

�«Sì, la parola fedeltà ha origine dalla parola latina fides, che è la stessa per fede, affidamento, fiducia, fidanzamento. Una delle attribuzioni etimologiche a cui è ricondotta è l’immagine di una corda, non intesa come un laccio che blocca i movimenti, quanto di una corda che sostiene, dà sicurezza».


- Questa è un’immagine molto chiara per chi va in montagna…
� «La fedeltà è appunto quella fune da intrecciare giorno per giorno, con cura e pazienza, così da sperare che possa sorreggerci quando ci troveremo tra i passaggi stretti e impervi della vita.

Vivere la fedeltà significa lavorare perché questa corda, i cui fili sono la nostra storia, i nostri valori, le relazioni che viviamo ogni giorno, resista alla trazione degli impegni che abbiamo preso, delle promesse che ci siamo scambiati. Fedeltà è assolutamente una parola positiva».

- Qual è la relazione fra fedeltà e libertà?

� «Vedete, la libertà ha un piccolo problema. Noi donne e uomini contemporanei vogliamo vivere senza impegnarci in vincoli e legami troppo forti, e alla fine ci perdiamo.

La libertà da sola non tiene una direzione, vuole andare a sinistra, a destra, avanti… in sé medesima la libertà porta dentro questo morbo, questo nucleo di autodistruzione. Assieme a fedeltà e responsabilità, invece, la libertà costruisce un trittico che ci permette di condurre una vita pienamente libera e di non cadere nel non senso».

- Questo rischio è più forte nella “società liquida”?

� «Il principio fondante della società liquida è la continua disponibilità alla novità e questo ha un lato positivo, perché la vita è esattamente questa apertura al nuovo, all’inedito.
L’antitesi che contrappone il nuovo al passato, che ci è spesso proposta, non sussiste nella realtà.

La fedeltà non è conformismo, non è appiattimento su quello che c’è, la fedeltà è quell’inquietudine che riporta sempre i nostri legami alla loro origine, quindi è una spinta di provocazione: essere fedeli non significa essere piatti. In questo senso, la fedeltà è la connessione tra il nostro passato e il nostro futuro.
Essere fedeli significa tornare sempre a quel desiderio che ci ha portato a quella situazione, a quell’incontro, a quell’impegno e spingere avanti quel legame, a quell’appartenenza.
La fedeltà è un impulso di rinnovamento e di desiderio, altrimenti non è fedeltà, sarebbe una tomba».

- Quando e come si costruisce la fedeltà?

� «Sempre stando all’immagine della corda, la fedeltà è un tessuto che si intreccia poco alla volta, che si rafforza nel tempo prendendosene cura.

Rafforza i legami e le relazioni che danno significato all’esistenza.

Per questo lavoro artigianale è necessaria tutta una vita. Quando si è giovani si guarda alla fedeltà sempre con una certa cautela, ma la cosa bella è che questa fune ci tiene ma non si oppone affatto all’esplorazione, all’avventura».

- Ha parlato di relazioni. Come viviamo la fedeltà in questo ambito?

� «Abbiamo detto che la parola fedeltà ha la stessa etimologia di fiducia, affidamento, fidanzamento.

La scelta della convivenza a sfavore del matrimonio è uno dei risultati della confusione rispetto ai temi che stiamo affrontando.

Perché devo promettere fedeltà a un’altra persona, a cui pure voglio bene, e chiudermi così alla possibilità di incontrare in futuro qualcun altro più attraente e più stimolante?
Si rimane quindi in questo dubbio giorno per giorno, e si passa insieme tutta la vita così.
Ciò non rappresenta un peccato nel senso morale del termine, ma ci blocca sempre al punto di partenza.

Stiamo sempre sulla soglia della libertà. Varcare questa soglia vuol dire invece riuscire a dare forma alle cose.

È come se ciascuno di noi si trovasse di fronte alla tela, ancora bianca, della propria vita. Un pasticcione inizierebbe con qualche linea incerta qua e là e poi butterebbe tutto, per ricominciare da capo chissà quante volte. Un artista porta invece a termine il quadro con un’idea precisa del suo progetto, utilizza la fantasia rimanendo fedele al suo talento e al suo stile».

- Cosa vuole dire essere fedeli per un’associazione cattolica?

� «Citando una frase del compositore Gustav Mahler, vivere la fedeltà non vuol dire conservare con cura le ceneri quanto “alimentare il fuoco” che sta all’origine di un’associazione, essendo capaci di una continua ricerca.

Vivere il trittico fedeltà, libertà e responsabilità, e saper leggere in maniera propositiva il rapporto innovazione – tradizione sono atteggiamenti fondamentali anche per un’associazione.
Permettono di rinnovare continuamente le forme, ritornando all’origine ma slanciandosi verso il domani. Il termine che noi usiamo è “generatività” che è la capacità primaria della vita di darsi forme nuove».

Proposta Educativa


martedì 9 dicembre 2025

L'ARTE DEL PRENDERSI CURA

 


Il Piccolo Principe

 e la lezione 

della sua rosa: 

il vero amore 

nasce dalla cura

 

Per Antoine de Saint-Exupéry, la lezione della Rosa ne "Il Piccolo Principe" insegna che le relazioni importanti richiedono cura e responsabilità.

 

-         di Saro Trovato

-          

Una delle più grandi lezioni sul valore delle persone a cui si vuole bene che Il Piccolo Principe dona ai suoi lettori è sorprendentemente semplice e, al tempo stesso, rivoluzionaria: una relazione diventa unica solo quando qualcuno sceglie di averne curaAntoine de Saint-Exupéry affida questa verità a una Rosa fragile e alla saggezza silenziosa della Volpe, mostrando che il vero amore, e qualunque legame profondo, non nasce dalla perfezione dell’altro, ma dal tempo, dall’attenzione e dalla responsabilità investiti nella relazione.

È solo comprendendo questa legge che il Piccolo Principe riesce a cogliere ciò che gli occhi non avevano saputo mostrargli. La sua Rosa non era speciale per natura, ma lo era diventata grazie alla storia costruita giorno dopo giorno attraverso gesti di cura.

Questa intuizione risiede nel cuore di uno dei testi più significativi del Novecento. Pubblicato nell’aprile del 1943, Il Piccolo Principe è l’opera più celebre di Antoine Saint-Exupéry e uno dei libri più tradotti e amati al mondo. La sua grandezza non dipende dalla forma fiabesca, ma dalla capacità di trasformare un racconto breve in una meditazione universale sulle relazioni, sull’unicità e sulla responsabilità affettiva.

In questo quadro, la lezione della Rosa svela il suo valore più profondo: ciò che rende una persona insostituibile non è ciò che è, ma ciò che si sceglie di costruire con lei attraverso la cura.

I 5 punti della lezione della Rosa che Antoine de Saint-Exupéry dona sulle relazioni

Il percorso del Piccolo Principe con la sua Rosa diventa una guida preziosa per comprendere che cosa renda davvero unico un legame. Attraverso cinque momenti chiave, Saint-Exupéry mostra come il valore di una relazione nasca dalla cura, dal tempo condiviso e dalla responsabilità affettiva.

Sono lezioni che riguardano l’amore, l’amicizia e ogni relazione profonda della vita.

1. La crisi del valore: quando l’unicità sembra svanire

La grande svolta narrativa e simbolica arriva quando il “Piccolo Principe” scopre un intero roseto simile alla sua Rosa. Ciò che fino a quel momento era stato percepito come unico, improvvisamente appare comune, replicabile, sostituibile.
Da qui nasce la delusione che lo spinge a mettere in discussione tutto ciò che credeva di sapere sull’amore:

Credevo di essere ricco perché avevo un fiore unico al mondo, e invece non sono che il proprietario di una rosa qualsiasi.

La sua crisi rivela una verità che riguarda ogni relazione umana. Finché non viene costruita una storia condivisa, una persona è una tra molte, non una tra le poche. Saint-Exupéry mette in scena il crollo dell’illusione estetica per mostrare che l’unicità non è qualcosa che si trova, ma qualcosa che si costruisce nel tempo.

E questa è la prima grande intuizione: senza cura, nessun rapporto può dirsi speciale.

2. La rivelazione della Volpe: l’unicità nasce dal tempo donato

È la Volpe a trasformare la crisi del Piccolo Principe in consapevolezza. Il suo insegnamento contiene la chiave interpretativa dell’intera opera:

È il tempo perso per la tua rosa che rende la tua rosa così importante.

Quel “tempo perso” non è tempo sprecato, ma tempo donato, sottratto alla produttività e al calcolo, dedicato alla costruzione di un legame.
Il “Piccolo Principe” ripensa allora a tutto ciò che ha fatto per la sua Rosa. L’ha protetta sotto una campana di vetro nelle giornate di vento, l’ha annaffiata ogni mattina con pazienza, l’ha ascoltata quando si lamentava o quando si vantava, e ha accolto anche i suoi silenzi.

Sono questi gesti, ripetuti e spesso invisibili, che trasformano un rapporto in qualcosa di unico.

L’unicità non è un dono naturale, ma la conseguenza del tempo donato, dell’attenzione e della responsabilità che si decide di assumere.

3. La verità dell’essenziale: il cuore vede ciò che sfugge agli occhi

La Volpe offre poi la frase più celebre dell’opera:

Si vede bene soltanto col cuore. L’essenziale non lo vedono, gli occhi.

Non è un invito al sentimentalismo, ma una riflessione sulla percezione del valore. Gli occhi vedono solo ciò che è replicabile: le cinque mila rose del roseto. Il cuore vede ciò che è insostituibile: la storia vissuta, i gesti, la cura.

Quando il Piccolo Principe si rivolge alle rose del giardino, afferma:

Voi non siete affatto uguali alla mia rosa, voi non siete ancora niente… Siete belle ma siete vuote.

Questa frase racchiude una verità universale, ovvero che la bellezza senza legame non crea valore e che la cura senza bellezza crea invece un legame inestimabile.

4. La responsabilità del legame: la prova definitiva dell’amore

L’insegnamento si compie nella frase più adulta e impegnativa dell’intera opera:

Tu sarai per sempre responsabile di ciò che hai addomesticato.

Qui Saint-Exupéry introduce la dimensione etica dell’amore: un legame non è soltanto sentimento, ma responsabilità. Chi diventa parte della nostra vita merita continuità, presenza, fedeltà emotiva.

Il legame non è un evento, ma una scelta rinnovata, un impegno che nasce dal riconoscere la vulnerabilità dell’altro e la nostra capacità di influire sulla sua felicità.

5. Una lezione universale: vale per l’amore, l’amicizia e ogni relazione significativa

La cura che rende unica la Rosa non è solo metafora dell’amore romantico. È la legge che regola ogni legame profondo, dall’amicizia agli affetti familiari, fino alle persone con cui si costruisce un rapporto importante.

Ogni volta che qualcuno investe tempo, ascolto, attenzione, un legame prende forma. Ogni volta che si accettano le imperfezioni dell’altro, quel legame si rafforza. Ogni volta che si sceglie di restare, nasce l’unicità.

Il Piccolo Principe non invita a cercare persone perfette, ma a riconoscere la bellezza che nasce dalla cura reciproca.

La cura come fondamento di ogni legame umano

Nel percorso de Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry non offre semplicemente una metafora poetica, ma un principio che riguarda da vicino ogni persona: la qualità di un legame dipende dalla cura che gli viene dedicata. È questo il punto in cui la fiaba si trasforma in un’analisi lucida delle relazioni umane.

Il Piccolo Principe comprende troppo tardi che la Rosa non chiedeva perfezione, ma presenza. Non pretendeva di essere capita senza sbavature, ma desiderava che qualcuno restasse accanto alla sua fragilità. Questa intuizione, frutto di rimpianto e consapevolezza, rivela la dinamica più profonda delle relazioni contemporanee. Spesso si confonde la facilità con il valore, la bellezza con la verità, la novità con l’unicità.

Eppure, come insegna il libro, una relazione non diventa importante perché appare straordinaria, ma perché qualcuno sceglie di attraversarne le imperfezioni con continuità.
La cura è ciò che trasforma un incontro in una storia, una conoscenza in amicizia, una presenza in amore.

Comprendere questa legge significa riconoscere che nessun legame può reggersi sul desiderio immediato, sulla spontaneità o sull’emozione passeggera. Tutto ciò che è umano vive di attenzione ripetuta, di gesti piccoli ma costanti, di responsabilità che non si impone, ma che nasce naturalmente dal valore che l’altro acquisisce nella nostra vita.

Saint-Exupéry sembra ricordare che oggi, più che mai, il rischio maggiore non è soffrire per qualcuno, ma non concedere a nessuno il tempo necessario per diventare importante. Chi non investe cura resta circondato da “rose belle ma vuote”, relazioni superficiali, legami senza profondità.

Il Piccolo Principe, invece, scopre che l’essenziale non è la perfezione della Rosa, ma il rapporto che ha costruito con lei. E che ciò che si cura, ciò che si protegge, ciò per cui si resta, diventa inevitabilmente unico.

Questa è, in ultima analisi, la lezione che attraversa il libro di Antoine de Saint-Exupéry e continua a parlare agli adulti.

 L’unicità non si eredita, si crea.

E ciò che si crea con cura merita di essere custodito.

 Libreriamo

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sabato 18 ottobre 2025

EDUCARE I SENTIMENTI

 


Educare a sentire:

 la scuola come

 laboratorio

 dell’indignazione,

 del ribrezzo, 

della pietà

 e della coscienza

 

-di Nobile Filippo

 C’è un livello dell’educazione che non si misura con i voti, né con le prove standardizzate. È quello che tocca le fibre profonde dell’essere umano, che educa al sentimento del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male, della dignità e dell’abiezione.

È la didattica dell’indignazione, la didattica del ribrezzo, la didattica della pietà, la didattica della coscienza: quattro parole che, se riportate al centro del discorso educativo, possono ridare senso alla missione della scuola in un tempo di indifferenza e di anestesia morale.

La didattica dell’indignazione

Indignarsi è un atto di libertà.

È il primo segno che la coscienza è viva.

Insegnare ai giovani a indignarsi non significa incitarli alla rabbia o alla protesta sterile, ma educarli al rifiuto consapevole dell’ingiustizia. L’indignazione è ciò che spinge a non accettare il sopruso, la menzogna, la discriminazione.

Come scriveva Stéphane Hessel, “indignatevi!” non è un grido di rivolta, ma un appello a riscoprire la responsabilità.

Una scuola che insegna a indignarsi è una scuola che non si limita a trasmettere saperi, ma che forma cittadini capaci di dire no davanti al razzismo, alla violenza, all’odio, alla menzogna travestita da verità.

L’indignazione autentica è cultura del limite e del rispetto. È la prima lezione di democrazia.

La didattica del ribrezzo

Il ribrezzo è una reazione istintiva, ma può diventare una forma di coscienza morale.

Provare ribrezzo di fronte all’orrore, alle immagini dei campi di sterminio, alle guerre, alle torture, alle disuguaglianze estreme, non significa cedere alla retorica della commozione. Significa riconoscere che il male non è un concetto astratto, ma una realtà che si tocca con mano.

Educare al ribrezzo è educare al senso del limite umano.

Chi non prova più ribrezzo per la violenza, chi scrolla le spalle davanti all’umiliazione dell’altro, è già un essere addormentato, un’anima resa tiepida dall’indifferenza.

Il ribrezzo è il freno etico che impedisce alla civiltà di scivolare nella barbarie. La scuola deve avere il coraggio di mostrarlo, di nominarlo, di farlo sentire.

La didattica della pietà

Pietà non è commiserazione.

È empatia profonda, capacità di mettersi nei panni dell’altro, di riconoscere la fragilità come valore e non come difetto.

La pietà è l’altra faccia della giustizia: senza pietà la legge è cieca, la ragione è fredda, la conoscenza è sterile.

Educare alla pietà significa insegnare che ogni vita ha lo stesso peso, che ogni lacrima ha lo stesso valore, che il dolore di uno appartiene a tutti.

È la lezione che la Shoah, la guerra, la povertà, la malattia, continuano a impartirci. È la dimensione umana che trasforma il sapere in coscienza morale.

Un insegnante che sa generare pietà nei suoi studenti ha già compiuto un atto educativo supremo.

La didattica della coscienza

La coscienza è la casa dell’anima civile.

Non nasce per caso: si costruisce nel tempo, attraverso l’esperienza, la conoscenza e l’esercizio del dubbio.

La scuola deve tornare ad essere il luogo della coscienza critica, dove si impara non soltanto a conoscere, ma a discernere, a pensare con autonomia, a scegliere con responsabilità.
Una didattica della coscienza mette insieme tutte le altre: dall’indignazione trae la forza morale, dal ribrezzo la capacità di riconoscere il male, dalla pietà la compassione, dalla conoscenza la libertà.

È la didattica che non si ferma al “sapere”, ma arriva al “capire” e al “sentire”.

Una pedagogia per il nostro tempo

Viviamo in un’epoca che sembra aver perso il senso del limite e della vergogna.
Le parole vengono svuotate, la storia piegata, la memoria usata come strumento politico. In questo deserto emotivo, la scuola ha il compito più alto: ricostruire l’alfabeto dei sentimenti morali.

Serve un nuovo umanesimo educativo, in cui la cultura non sia solo trasmissione di nozioni, ma trasformazione interiore, esperienza di libertà e di responsabilità.

Insegnare la matematica, la storia, la letteratura o la scienza deve significare anche insegnare a provare emozione, a reagire, a commuoversi.

Educare a sentire per imparare a vivere

Una scuola che non insegna a sentire è una scuola che prepara tecnici, non uomini.

L’indignazione, il ribrezzo, la pietà, la coscienza non sono accessori dell’educazione: ne sono il cuore pulsante.

Nei banchi dove si apprende la libertà, si deve anche imparare a dire “basta” davanti al male, a chinarsi davanti al dolore, a custodire la verità, a sentire il peso e il valore delle proprie azioni.

Solo così l’educazione diventa atto di civiltà.

E allora sì, possiamo dire che ogni viaggio della memoria, ogni lezione di storia, ogni lettura di un testo che racconta la sofferenza, non serve solo a “sapere”, ma a diventare uomini capaci di provare vergogna davanti al male e responsabilità davanti alla vita.

Perché educare a sentire è l’unico modo per imparare davvero a vivere.

 Orizzonte Scuola

 

martedì 13 maggio 2025

CITTADINI VECCHI E NUOVI PER L'ITALIA

 

L'editoriale di VITA magazine di maggio (che presenta alcune novità grafiche) è firmato dal direttore e schiera la testata a favore del "sì" alla riduzione da dieci a cinque anni delle tempistiche per l'ottenimento della cittadinanza da parte degli stranieri che risiedono regolarmente nel nostro Paese

 

di Stefano Arduini

 

Lo scorso gennaio in occasione della 59esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, papa Francesco scrisse queste parole: «Troppo spesso oggi la comunicazione non genera speranza, ma paura e disperazione, pregiudizio e rancore, fanatismo e addirittura odio. Troppe volte essa semplifica la realtà per suscitare reazioni istintive; usa la parola come una lama; si serve persino di informazioni false o deformate ad arte per lanciare messaggi destinati a eccitare gli animi, a provocare, a ferire. Ho già ribadito più volte la necessità di “disarmare” la comunicazione, di purificarla dall’aggressività. Non porta mai buoni frutti ridurre la realtà a slogan. Vediamo tutti come — dai talk show televisivi alle guerre verbali sui social media — rischi di prevalere il paradigma della competizione, della contrapposizione, della volontà di dominio e di possesso, della manipolazione dell’opinione pubblica. 

C’è anche un altro fenomeno preoccupante: quello che potremmo definire della “dispersione programmata dell’attenzione” attraverso i sistemi digitali, che, profilandoci secondo le logiche del mercato, modificano la nostra percezione della realtà. Succede così che assistiamo, spesso impotenti, a una sorta di atomizzazione degli interessi, e questo finisce per minare le basi del nostro essere comunità, la capacità di lavorare insieme per un bene comune, di ascoltarci, di comprendere le ragioni dell’altro. Sembra allora che individuare un “nemico” contro cui scagliarsi verbalmente sia indispensabile per affermare sé stessi. 

E quando l’altro diventa “nemico”, quando si oscurano il suo volto e la sua dignità per schernirlo e deriderlo, viene meno anche la possibilità di generare speranza. Come ci ha insegnato don Tonino Bello, tutti i conflitti “trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti”. Non possiamo arrenderci a questa logica».

Un referendum

Nelle prossime settimane la mostrificazione della realtà vivrà un momento apicale. L’8/9 giugno infatti è in calendario la due giorni referendaria. Uno dei quesiti, il numero 5, riguarda la cittadinanza. Se passerà, saranno ridotti da dieci a cinque gli anni di residenza legale in Italia richiesti per poter avanzare la domanda di cittadinanza italiana che, una volta ottenuta, sarebbe automaticamente trasmessa ai propri figli e alle proprie figlie minorenni. Il tema, ricordano i promotori, secondo le stime coinvolge 2,5 milioni di persone. Coinvolge i migranti, ma riguarda tutti noi. Ce lo presenteranno come un duello fra chi sta coi migranti versus chi è contro. Una contrapposizione di maniera al servizio di un giornalismo facilone, pigro e velenoso. 

Chi scrive andrà a votare convintamente a favore della riduzione delle tempistiche di ottenimento della cittadinanza. Sarebbe un risultato importante. I pronostici però danno per molto improbabile il raggiungimento del quorum. Ma a prescindere dal passaggio alle urne rimane uno snodo: la nostra è una società che ha un estremo bisogno di partecipazione. Su questo punto c’è unanimità. E allora che senso avrebbe non aprire le porte della cittadinanza a 2,5 milioni di persone che già vivono legalmente nel nostro Paese? Se usciamo dal fanatismo partitico e “giornalistico” denunciato da Francesco, la risposta non può che essere: nessuno. Schierarsi al referendum è necessario, ma non sufficiente. Qualunque sia l’esito delle urne occorre che il tema della partecipazione civile e politica in un Paese ormai abituato ad eleggere i suoi rappresentanti con meno del 50% degli aventi diritto vada affrontato senza infingimenti. Italiani di sangue o stranieri di origine: cittadini non si nasce, cittadini si diventa. 

Cittadinanza e nazionalità

Secondo il consiglio d’Europa «il concetto di cittadinanza ha molti più livelli di significato di quello di nazionalità. Oggi “cittadinanza” non è solo un termine legale ma si collega — tra le altre cose — al senso di appartenenza dell’individuo, per esempio a una comunità che egli può plasmare e influenzare direttamente». Per disarmare la comunicazione e civilizzare il confronto sociale servono cittadini responsabili. Cittadini interessati e appassionati nel plasmare la propria comunità. Ce ne sono sempre meno: questo è l’elefante nell’armadio che facciamo finta di non vedere. 

Per generare responsabilità (e quindi confronto, e quindi partecipazione, e quindi sicurezza, e quindi benessere) occorre creare contesti dove si impari a essere cittadini responsabili e attivi. 

Come? Per esempio scommettendo su scuola e Terzo settore.  

Coinvolgere gli studenti (ancora una volta: italiani o di origine straniera poco importa) in attività di partecipazione civica (su questo punto l’associazione Labsus è un deposito di ottime prassi) e favorire esplicitamente la diffusione dell’associazionismo, del volontariato e della cooperazione sociale sono due carte essenziali da giocare  per aumentare la qualità della partecipazione e della cittadinanza nel nostro Paese.

Un principio che vale prima e dopo il referendum. 

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