venerdì 1 dicembre 2023

VEGLIAMO, CON GIOIA

 

- Prima domenica di Avvento, 
anno di Marco

- Is 63,16-17.19/ 1Cor 1,3-9/ Mc 13,33-37

 - Commento di Paolo Curtaz

 Di notte

Il mondo non sta precipitando nel baratro, ma nell’abbraccio di un padre/madre di infinita tenerezza.

E non stiamo assistendo alla fine del mondo ma ci stiamo interrogando sul fine del mondo, sul senso che appare travagliato e oscuro dell’agire distruttivo degli uomini.

Uomini persi che non ammettono di essere persi, che vanno dell’arroganza e della violenza il proprio metro di giudizio.

Così, con felice ostinazione, benedetta costanza, inizia questo anno nuovo in compagnia di Marco. Un piccolo cammino di quattro settimane per prepararsi al Natale. All’ennesimo. Che per molti sarà una felice bolla di buoni sentimenti a acquisti per dimenticare l’insostenibile realtà, per addolcire la saturazione di male notizie e di drammi che logora e svilisce.

Ma noi, ma tu, ma io, non siamo della notte.

Vegliamo con le lampade accese, attendiamo lo Sposo e, qui e ora, lo annunciamo costruendo il Regno che è luogo in cui Dio regna, amando.

 Non siamo qui a far finta che poi Gesù nasce.

È venuto nella storia, tornerà nella gloria. Questo ci hanno detto gli apostoli e chi, dopo di loro, hanno costruito speranza. E ora, quest’anno, ancora, qui, viene nel cuore di ciascuno di noi, se lo vogliamo.

Perché la fede non è evento definitivo, acquisito per sempre, ma è costante allenaza, patto da rinnovare, amicizia da coltivare. Troppo forte.

Nella notte

Sarà un avvento diverso, perché io non sono più quello dello scorso anno. E ferite e gioie hanno segnato questo tempo. E guerre e paure ancora mi scuotono.

Sarà, per chi lo vorrà, occasione per prendere ancora in mano il timone della barca della propria vita, prendendo il largo. Sarà l’occasione per attendere. Per far nascere la speranza nei cuori, per innamorarsi della vita che ha avuto l’onore di vedere Dio diventare uno di noi.

Oggi, qui, in questo momento in cui tutto viene rimescolato, messo in discussione, amplificato.

Nel mondo straziato e nella Chiesa che sfida le onde.

Bella storia. Bella Storia. Una Storia che è salvezza.  Sarà un avvento di attesa.

Di senso, di salvezza, di bene, di pace, di abbracci sinceri, di rispetto. Di Dio.

Ma ad una condizione: quella di restare svegli.

Servi e portinai

La parabola di oggi è di immediata comprensione: il padrone di casa, il Signore Gesù, è assente ma tornerà nella gloria. In questo tempo di mezzo, fra la storia e la gloria, affida a noi, suoi servi, il compito di vigilare, di costruire brandelli di Regno, di annunciare la sua venuta.

Una venuta che, come meglio bisognerebbe tradurre, non avviene alla fine della notte, ma continuamente.

Lo aspettiamo nella gloria, il Cristo, ma anche nella vita di ciascuno di noi, qui, ora, oggi.

Ai servi è affidato ogni potere. Sciocco di un Cristo. Ingenuo! Come se davvero fossimo in grado di gestire il potere d’amore che ha inaugurato! Eppure, accade proprio così: a queste fragili e sudicie mani il Signore affida il suo Vangelo. Come un tesoro custodito in vasi creta. A noi, servi inutili.

E ai portinai, a coloro, cioè, che hanno maggiori responsabilità, quella di aprire la casa, la Chiesa, la comunità, a chi cerca il Signore, chiede di vigilare ancora di più, con maggiore convinzione e sforzo. Quanto è terribile vedere portinai ignavi, impigriti, imborghesiti, sedersi al posto del padrone! Quanto è bello, pur con fatica, vedere una Chiesa che si interroga su come rimanere fedele a Cristo! Quanto scandalo suscitiamo quando dimentichiamo chi siamo veramente! Servi inutili.

Nella notte

Viene nella notte, il Signore, lo Sposo.

Noi, come le ragazze coraggiose delle scorse domeniche, sfidiamo ogni notte con una piccola fiammella in mano. Sfidiamo questa notte fatta di incertezza e di paura, di venti di guerra e di autocrazie, di comunità azzoppate e sbandate, proprio come fanno quelle ragazze. Ragazze coraggiose.

Non proprio come facciamo noi.

Che accampiamo mille scuse alla realizzazione della nostra felicità. Se fossi, se avessi, se potessi…

Non abbiamo tempo o opportunità o cultura sufficiente per essere felici. Meglio maledire il buio, meglio rannicchiarsi in un angolo tappandosi le orecchie.

Sì, certo, è buio fitto. Basta guardarsi intorno per capirlo. Per vedere il tasso di violenza, nelle parole, nei pensieri, che attanaglia le persone, tutte rabbiose con tutti, tutti convinti di essere vittime di qualcuno. Non è così, smettiamola di nasconderci dietro ad un dito.

C’è chi maledice la notte. C’è chi accende una luce. Chi attende un aiuto. Come i deportati in Babilonia.

Se tu squarciassi il cielo e scendessi!

Il lamento straziante sale dalla bocca di uno degli autori del libro del profeta Isaia, in esilio dopo la durissima sconfitta contro Nabucodonosor. Nessuna speranza all’orizzonte, nessuna possibilità di riscatto, solo l’amarezza dell’esilio e della schiavitù.

Per la prima volta nella Bibbia, il Dio dei patriarchi viene invocato col titolo padre.

Titolo che non veniva usato perché comune nell’invocazione pagana alle proprie divinità.

Ma ora non c’è più remora, né timore di essere ambigui. Non c’è più il tempio, né la città santa, né il re. Tutto è perduto. Solo sale quell’invocazione fatta quasi sottovoce, una immensa ricerca di salvezza, un grido silente. Se tu squarciassi il cielo e scendessi!

Un grido che ancora sale da questa terra d’esilio in cui siamo. Un grido di avvento mentre ci prepariamo a celebrare la nascita di Cristo in ciascuno di noi, nell’attesa del suo ritorno definitivo.

Pregare

Come restare desti? Come nutrire la nostra anima? Come riempire d’olio le lampade che si consumano?

Nell’orto degli ulivi, ai discepoli oppressi dal sonno e dalla tristezza, Gesù chiede di pregare.

Una preghiera che è intimo dialogo col Padre, che è relazione fiduciosa ed appassionata con lui, che è nutrimento dell’anima nel silenzio della lettura orante della Parola di Dio.

Ciò che cercheremo di fare in questo ennesimo avvento, in questo breve tempo in cui cercheremo di sostenerci a vicenda, incoraggiandoci, restando svegli.

Perché, purtroppo, anche lo stravolgimento di senso che abbiamo operato nei confronti del Natale rischia di essere un anestetico. Mortale.

E nella preghiera, come un mantra, ripetiamo quanto abbiamo udito dalla Parola:

 Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui.

Vegliamo allora, noi, che aspettiamo la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. 

Ci siamo scoperti amati, e l’amato attende l’amante. Ogni giorno.

Vegliamo! Con gioia.

 Immagine

Cercoiltuovolto

 

 

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