mercoledì 20 dicembre 2023

L'ESSENZA DELLA SCUOLA

 

Un ciliegio in fiore

 che ci attende

 




L’insegnante deve aprire ciascuno al suo futuro, 

nella certezza che ci aspettano sempre

 i frutti dopo qualunque prova. 

Riflessione che arriva da una visita in Bosnia-Erzegovina, tra ferite e speranze.

 

 -       di Marco Erba

 

La Bosnia Erzegovina è un Paese ancora ferito, ma stupendo. Ho avuto la fortuna di andare lì tre volte: in ogni occasione ho incontrato storie laceranti, ma anche piene di luce. L’estate scorsa, nel mio ultimo viaggio, mi sono imbattuto in un uomo dallo sguardo profondo dentro al quale si muoveva un’ombra di sofferenza. Ma era sereno, profondamente. Quasi per caso, in quel mattino d’estate, ci ha raccontato la sua storia. Da bambino viveva su una collina verde, piena di prati e boschi, insieme alla sua famiglia. Facevano parte di una comunità di case sparse. Possedevano animali, coltivavano la terra. C’era solidarietà: non erano ricchi, ma ci si aiutava come si poteva. Il suo paese era da secoli un crocevia di popoli: un paese dove le moschee, le basiliche ortodosse e le chiese cattoliche sorgono a poca distanza le une dalle altre. Un paese nel quale i vicini di casa di fedi diverse festeggiavano le reciproche festività religiose.

Di fianco alla casa del bambino si ergeva un ciliegio. I suoi frutti, rossi e succosi, erano uno dei suoi primi ricordi. Tutti abbiamo frammenti di un passato remoto che non riusciamo a contestualizzare, ma che, chissà perché, sono rimasti dentro di noi, nitidi relitti di un tempo in cui ancora non parlavamo né articolavamo pensieri. Uno dei frammenti di quel bambino erano le braccia di suo padre, il suo viso sorridente mentre lo sollevava fino alle ciliegie, che lui coglieva, pieno di stupore. Quel bambino divenne ragazzo. Fu allora che il suo mondo andò in pezzi, costringendolo a diventare precocemente uomo. La Bosnia, il suo Paese, divenne un inferno, perché qualcuno, accecato dal nazionalismo, decise che quella terra andava smembrata. Gli eserciti si armarono, le etnìe divennero il pretesto per una folle violenza. Chi praticava una religione diversa, chi proveniva da una tradizione considerata nemica, doveva essere annientato. Erano un unico popolo, ma il veleno delle armi e della propaganda ebbe la meglio, portò morte e distruzione in ogni villaggio, in ogni casa.

 

Il bambino divenuto ragazzo e poi precocemente uomo sentì dire che la guerra stava arrivando. I soldati scesero dall’alto delle colline, i colpi iniziarono a echeggiare dai crinali. Lui e la sua famiglia lasciarono la loro casa, si rifugiarono altrove. Accaddero cose atroci. Una giovane coppia si nascose in una baracca con il proprio figlioletto neonato. Il bimbo piangeva: li fece scoprire. I soldati ammazzarono tutti e tre. Il giovane uomo decise di armarsi: credeva non ci fossero alternative. Si arruolò nell’esercito per difendere il suo Paese. Il resto della sua famiglia, di tradizione musulmana, si rifugiò nella città più vicina considerata sicura: Srebrenica. A Srebrenica c’erano i caschi blu, l’Onu aveva dichiarato che quella città era una safe area: la famiglia del giovane uomo pensava che lì sarebbe stata protetta. Ma, nel luglio del 1995, le milizie che assediavano Srebrenica avanzarono, presero la città. I soldati dell’Onu non si opposero, abbandonarono le persone che avrebbero dovuto proteggere al loro destino. Nel genocidio di Srebrenica il giovane uomo perse suo padre e suo fratello. Lui invece sopravvisse, ma la guerra lo aveva distrutto. Quel suo Paese, per cui aveva combattuto, gli era diventato estraneo. Le ferite erano troppo profonde: voleva partire, ricominciare da zero in un’altra parte del mondo. Non c’era altro modo per andare avanti.

 

Quel luogo sarebbe stato l’Australia. L’uomo aveva già organizzato tutto: aveva preparato i documenti, aveva ottenuto i permessi necessari. Era deciso: se ne sarebbe andato per sempre. Prima, però, volle tornare un’ultima volta sulla sua collina, nei luoghi dove un tempo era stato felice con la sua famiglia, quando ancora il futuro era una promessa che non era stata sporcata dall’orrore. Tornò verso Srebrenica. Imboccò la stretta salita che conosceva benissimo. La percorse curva dopo curva. Giunse alla sua casa abbandonata e distrutta. Si fermò a lungo a guardarla. No, non poteva esserci alcun futuro lì. L’uomo si voltò sconsolato. Stava per andarsene e non tornare più. Ma un particolare lo colpì. Il ciliegio. Il ciliegio era in fiore, e un ciliegio in fiore è una sinfonia di bellezza che toglie il respiro. Il ciliegio era in fiore. Avrebbe dato frutti abbondanti e succosi: ciliegie mature, dolci come negli anni migliori.

 

L'uomo si avvicinò al tronco, alzò lo sguardo verso i rami. Si risentì avvolto dalle braccia di suo padre che stava in piedi proprio in quel punto, sollevandolo, perché lui potesse cogliere le ciliegie con le sue manine di bimbo. Suo padre che non c’era più, come suo fratello, come altre migliaia di vittime, sterminate per la sola colpa di appartenere a una etnìa considerata sbagliata da qualcuno. Il ciliegio però era sopravvissuto a tutto, avrebbe continuato la sua opera. La natura andava avanti silenziosa, con i suoi ritmi quieti, fatti di insopprimibili rinascite. Fu in quel momento che il viaggio in Australia terminò senza essere neanche iniziato. L’uomo mise da parte passaporto e documenti: capì con assoluta certezza che quello era il suo posto. Oggi quell’uomo vive nella sua casa di un tempo, dove era stato bambino e poi ragazzo, con la sua famiglia. Coltiva la terra e alleva mucche, donate a lui e a molte altre persone del posto grazie a un bellissimo progetto partito dall’Italia, chiamato “La transumanza della pace”. Nel progetto, animato da Roberta Biagiarelli, una strepitosa attrice, è coinvolto Gianni Rigoni Stern, figlio del celeberrimo scrittore. Il prossimo obiettivo è costruire un caseificio, per lavorare il latte e produrre formaggi. Quelle terre, grazie al coraggio di chi è rimasto e alla sensibilità di chi, venendo dall’Italia, si è innamorato di quei luoghi, stanno rinascendo, proprio come fa il ciliegio ogni anno.

 

Nel seguito del viaggio in Bosnia della scorsa estate sono arrivato in Erzegovina. Una famiglia ha ospitato me, mia moglie e mia figlia in casa loro, con la calorosa accoglienza tipica di quel popolo. Porto con me due immagini di quei giorni. La prima è mia figlia Beatrice che, a Mostar, guarda lo Stari Most mentre il sole scompare e il cielo diventa di un blu profondo. Lo Stari Most, il vecchio ponte della città costruito secoli fa dagli ottomani, simbolo di unione tra i popoli, era stato distrutto nel 1993, durante la guerra. Nel 2004 è stata terminata la sua ricostruzione. Beatrice era lì e guardava quel ponte, simbolo di un futuro forse possibile, e mi piace pensare che stesse guardando anche il suo futuro di adolescente, ormai non più bambina. La seconda immagine è quella di Azra, una ragazza ventenne, parente della famiglia che ci ha ospitato in casa loro. Una sera Azra e la sua famiglia ci hanno accompagnato in cima a una montagna sopra Mostar, in un punto panoramico stupendo. Tutta la città era sotto di noi, piena di luci, appoggiata nella valle come una gigantesca astronave. Azra, nata dopo la guerra, parlava dei suoi studi, delle sue passioni, dei suoi progetti, come ogni ragazza di quell’età. Diceva che ogni conflitto è folle, impensabile, ingiustificabile. Mentre Beatrice guardava lo Stari Most, mentre Azra parlava del domani di fronte a quel panorama incantato, rivedevo le ciliegie colte dalla mano di un bambino e poi da quella di un uomo.

 

Questa è una rubrica sulla scuola: forse qualcuno mi accuserà di essere andato fuori tema. Ma, alla fine di questo 2023, desidero condividere un’immagine che possa sintetizzare tutto quello che finora ho scritto. Quell’immagine solo le ciliegie del bambino diventato uomo, perché l’essenza dell’insegnamento e di ogni cammino educativo sta nel cercare il proprio futuro, sapendo che c’è sempre qualcosa che fiorisce dopo ogni ferita, che c’è sempre una ripartenza possibile dopo ogni dolore. C’è sempre una ciliegia, dolce e succosa, che ci attende sul cammino.

 

*Marco Erba, insegnante e scrittore

 

www.avvenire.it

 

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