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mercoledì 29 luglio 2026

LA SCUOLA DEL FUTURO



SGUARDI PLURALI 
E 

SCENARI POSSIBILI 


È disponibile in open access il volume «La Scuola come Learning Hub. Pratiche emergenti per ripensare la scuola del futuro», curato da Giuseppina Rita Jose Mangione (INDIRE) e Paolo Landri (IRISS, già IRPPS-CNR). La pubblicazione raccoglie gli esiti di un percorso di ricerca sviluppato da INDIRE, in collaborazione con il CNR-IRPPS – Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali, intorno allo scenario “School as Learning Hub” elaborato dall’OECD nell’ambito della riflessione internazionale sui futuri della scuola.

Il volume è stato interamente sostenuto attraverso i fondi del Programma Nazionale della Ricerca 2021-2027, assegnati a INDIRE per il progetto “Azioni di ricerca per l’Istruzione e la Formazione” – CUP B55F21008020001. Pubblicato in formato digitale con licenza Creative Commons Attribuzione-Non Commerciale-Non opere derivate 4.0 Internazionale, può essere scaricato gratuitamente.

Il Volume è pubblicato in collana scientifica “Universo scuola. – Sguardi plurali e scenari possibili“

La ricerca propone un approfondimento teorico, metodologico ed empirico dello scenario OECD, mettendo in dialogo la riflessione pedagogica sulle trasformazioni della forma scolastica, la sociologia dei futuri, la ricerca-azione partecipativa e lo studio delle piccole scuole italiane.


Lo scenario OECD “School as Learning Hub”

Il punto di partenza del lavoro è uno degli scenari formulati dall’OECD per sostenere il dibattito sulle possibili evoluzioni dei sistemi educativi: “School as Learning Hub”.

Uno scenario non è una previsione di ciò che necessariamente accadrà e non costituisce un modello organizzativo da trasferire automaticamente da un sistema scolastico a un altro. È piuttosto uno strumento attraverso il quale osservare il presente da una prospettiva differente, mettere in discussione assetti consolidati, riconoscere processi di cambiamento già in corso e immaginare traiettorie alternative.

Per questa ragione, il progetto non ha assunto lo scenario OECD come una configurazione da applicare in maniera standardizzata alle scuole italiane. Lo ha utilizzato come dispositivo critico, riflessivo e generativo, capace di attivare un confronto tra ricerca internazionale, pratiche scolastiche e specificità territoriali.

La scuola come Learning Hub viene così considerata una direzione di cambiamento da esplorare e costruire attraverso processi di apprendimento collettivo, non una formula precostituita o una soluzione valida indistintamente per ogni contesto.


Che cosa significa “hub”

Nel volume, il concetto di hub non indica semplicemente un edificio scolastico aperto per un numero maggiore di ore, né una scuola alla quale vengono aggiunti servizi e attività.

L’hub è innanzitutto un nodo di connessione.

Pensare la scuola come hub significa riconoscere che i processi di apprendimento non si producono esclusivamente all’interno delle aule e dei confini istituzionali. Essi possono emergere dall’interazione tra studenti, docenti, famiglie, comunità locali, amministrazioni, associazioni, istituzioni culturali, organizzazioni sociali, soggetti economici e ambienti digitali.

La scuola assume quindi una funzione di attivazione e coordinamento: mette in relazione attori, competenze, spazi e risorse; rende accessibili opportunità formative differenti; favorisce la costruzione di alleanze educative e sostiene la circolazione delle conoscenze.

Non è più soltanto un luogo nel quale il sapere viene trasmesso, ma un’infrastruttura relazionale e culturale attraverso la quale le conoscenze possono essere costruite, condivise e contestualizzate.

Questa prospettiva non riduce il ruolo pubblico della scuola. Al contrario, ne rafforza la funzione istituzionale, attribuendole la capacità di promuovere condizioni di accesso all’apprendimento, inclusione, partecipazione e sviluppo nei territori.


Ripensare la forma scolastica

La prima sezione del volume costruisce la cornice teorica entro cui si colloca la ricerca.

Il capitolo di Giuseppina Rita Jose Mangione propone una riflessione pedagogica sulle trasformazioni della forme scolaire nelle piccole scuole; il contributo di Paolo Landri approfondisce invece il rapporto tra immaginazione temporale, futuro e analisi del presente.

Il futuro non viene trattato come un tempo remoto da prevedere, ma come una categoria attraverso la quale interrogare criticamente la scuola di oggi.

Immaginare le possibili forme future della scuola significa rendere visibili alcune tensioni che attraversano i sistemi educativi contemporanei: la rigidità dei confini istituzionali, la separazione tra apprendimento formale e informale, il rapporto tra scuola e territorio, le nuove disuguaglianze educative, il ruolo delle tecnologie, la trasformazione delle professionalità e la necessità di costruire nuove alleanze.

Lo scenario “School as Learning Hub” permette quindi di interrogare la forma stessa della scuola: i suoi tempi, gli spazi, l’organizzazione, la leadership, i rapporti con la comunità e le modalità attraverso cui vengono riconosciuti e integrati i diversi contesti di apprendimento.


Una ricerca tra dimensione internazionale e territori

Uno degli aspetti più significativi del progetto riguarda l’architettura metodologica, articolata in due fasi fortemente connesse:

  • i Living Lab internazionali;
  • i Living Lab territoriali.

La prima fase ha consentito di mettere lo scenario OECD in dialogo con esperienze, interpretazioni e prospettive maturate in differenti contesti di ricerca.

Attraverso il confronto con studiosi, esperti e organizzazioni impegnati sui futuri  dell’educazione, i Living Lab internazionali hanno sostenuto la costruzione di una lettura plurale della scuola come Learning Hub e la realizzazione di una mappa rizomatica delle sue possibili dimensioni.

La scelta del termine “rizomatica” richiama una rappresentazione non gerarchica e non  lineare. La scuola come hub non può infatti essere descritta attraverso una sequenza rigida di fasi o attraverso un elenco di caratteristiche applicabile in modo uniforme.

Essa prende forma dall’interazione tra molteplici dimensioni: la porosità dei confini scolastici, la qualità delle reti, la partecipazione degli studenti, il coinvolgimento delle famiglie, la governance, la leadership, gli spazi di apprendimento, le risorse territoriali, il rapporto con le istituzioni locali e la capacità di promuovere inclusione ed equità.

Il percorso internazionale ha dunque avuto una funzione essenziale: ampliare il quadro interpretativo dello scenario e predisporre una base concettuale da mettere successivamente alla prova nei contesti scolastici italiani.


I Living Lab territoriali

La seconda fase della ricerca si è sviluppata attraverso i Living Lab territoriali, concepiti come ambienti di ricerca situata e partecipativa.

In questi laboratori, ricercatori, dirigenti scolastici, docenti, studenti e attori territoriali hanno collaborato alla produzione di conoscenza e all’esplorazione di possibili trasformazioni.

Le scuole non sono state considerate semplici destinatarie di un modello progettato dall’esterno. Sono state coinvolte come soggetti attivi, portatrici di competenze, esperienze, interpretazioni e conoscenze dei contesti.

Il percorso ha adottato un approccio di ricerca-azione partecipativa, articolato in cicli di riflessione, azione e apprendimento collettivo. Tale scelta ha risposto a una duplice finalità: produrre conoscenze empiricamente fondate sulle pratiche riconducibili alla scuola come Learning Hub e, nello stesso tempo, sostenere processi di consapevolezza e trasformazione nelle comunità coinvolte.

L’attenzione non si è limitata alla presenza formale di accordi, reti o partenariati.

Per comprendere se e come una scuola possa configurarsi come hub è stato necessario osservare la qualità delle relazioni, il livello di reciprocità tra i soggetti, il senso di appartenenza, la condivisione delle responsabilità, la capacità di riconoscere le risorse del territorio e di tradurle in opportunità educative.

La logica dei Living Lab risulta quindi coerente con lo stesso scenario “School as Learning Hub”: entrambi si fondano sulla partecipazione, sull’attivazione di reti e sulla produzione condivisa di conoscenza.


Inventive e creative methods per esplorare il futuro della scuola

Un elemento qualificante della ricerca è stato il ricorso agli inventive e creative  methods.

Le metodologie creative non sono state impiegate come semplici tecniche accessorie di raccolta o presentazione dei dati, ma come dispositivi capaci di far emergere dimensioni dell’esperienza scolastica difficilmente accessibili attraverso gli strumenti tradizionali.

Pratiche narrative e visuali, digital storytelling, video partecipativo e altre forme di  produzione creativa hanno permesso ai partecipanti di esprimere conoscenze tacite, immagini della scuola, aspettative, relazioni e visioni del futuro.

Il digital storytelling, in particolare, consente di connettere dimensioni personali e collettive attraverso l’integrazione di narrazione orale, immagini, suoni e musica. Il video partecipativo non svolge pertanto soltanto una funzione documentale: diventa un mezzo per esplorare possibilità, rendere visibili gli immaginari e costruire visioni condivise.

In questo senso, i metodi creativi sono anche inventivi: non si limitano a rappresentare una realtà già data, ma contribuiscono a metterla in movimento.

Attraverso queste metodologie, i partecipanti possono riconoscere risorse e criticità, discutere le proprie pratiche, esplicitare saperi situati e immaginare nuove configurazioni della scuola. La ricerca non osserva quindi il cambiamento soltanto dall’esterno, ma crea le condizioni perché nuove possibilità possano essere pensate e progressivamente costruite.

Un contributo importante allo sviluppo di questa dimensione metodologica è stato offerto dal gruppo dell’Università degli Studi di Bergamo, che ha accompagnato il percorso attraverso attività di formazione e di orientamento scientifico sui metodi creativi  applicati alla ricerca educativa e sociale.


Le piccole scuole come contesti di ricerca

La fase empirica del progetto si è concentrata su tre esperienze di piccole scuole, selezionate come contesti particolarmente significativi per esplorare lo scenario “School as Learning Hub”.

Molte piccole scuole operano in aree interne, montane, rurali o costiere segnate da processi di spopolamento, fragilità demografica, riduzione dei servizi e disuguaglianze nell’accesso alle opportunità educative.

In tali contesti, la scuola continua spesso a rappresentare uno dei principali presìdi pubblici e culturali.

La sua presenza può incidere sulla qualità dell’offerta formativa, ma anche sulla tenuta delle relazioni comunitarie, sulla partecipazione, sulla capacità di rendere i territori attrattivi e sulla possibilità di contrastare dinamiche di marginalizzazione.

I vincoli caratteristici delle piccole scuole — dimensioni ridotte, distribuzione dei plessi, distanza dai servizi e limitatezza delle risorse — non vengono letti soltanto come condizioni di debolezza. Possono diventare elementi generativi, capaci di favorire prossimità, cooperazione, sperimentazione e costruzione di alleanze.

Per questa ragione, il volume interpreta le piccole scuole come laboratori di innovazione educativa e come contesti anticipatori nei quali alcune trasformazioni della forma scolastica possono diventare particolarmente visibili.


Tre casi per comprendere differenti configurazioni del Learning Hub

La ricerca ha coinvolto tre realtà differenti:

  • l’Istituto Comprensivo Pollica “G. Patroni”, attraverso l’esperienza di Montecorice, in Campania;
  • l’Istituto Comprensivo Prà, nel quartiere genovese di Prà;
  • l’Istituto Comprensivo di Govone, in Piemonte.

La selezione è stata costruita secondo una logica di variazione dei casi.

Non sono state scelte scuole simili, ma contesti differenti per collocazione geografica, caratteristiche demografiche, condizioni socioeconomiche, struttura organizzativa e natura delle partnership territoriali.

La ricerca mette così a confronto un territorio rurale e costiero del Cilento, un quartiere urbano periferico ad alta complessità sociale e un’area rurale delle Langhe articolata in una pluralità di piccoli comuni e plessi.

La diversa configurazione delle reti — culturali e ambientali, socioassistenziali, economiche e produttive — consente di comprendere come il Learning Hub possa assumere forme differenti in rapporto ai bisogni, alle risorse e alle opportunità di ciascun territorio.


Montecorice: una scuola estesa nel territorio

Il caso di Montecorice, approfondito nel volume da Giuseppina Cannella e Tania Iommi, restituisce l’esperienza di una scuola che estende progressivamente i propri confini attraverso la costruzione di azioni e alleanze educative.

Il territorio del Cilento non viene considerato semplicemente come uno sfondo nel quale realizzare attività didattiche occasionali, ma come parte integrante dell’ambiente di apprendimento.

Il patrimonio naturale, culturale e sociale entra nella progettazione educativa attraverso il coinvolgimento di enti locali, associazioni, comunità e soggetti territoriali.

In questa configurazione, la scuola agisce come punto di connessione tra conoscenze curricolari, saperi locali, luoghi e generazioni.

L’esperienza di Montecorice consente di osservare una forma di scuola estesa, capace di aprire i propri confini istituzionali e di costruire una trama educativa distribuita nel territorio.

La scuola contribuisce così non solo all’apprendimento degli studenti, ma anche alla valorizzazione del patrimonio locale, al rafforzamento delle relazioni comunitarie e alla costruzione di nuove possibilità culturali e formative.


Genova Prà: una scuola di comunità che genera inclusione e sviluppo locale

Il caso dell’Istituto Comprensivo Prà, analizzato da Stefania Chipa e Giuseppina Rita Jose Mangione, permette di esplorare lo scenario Learning Hub all’interno di un quartiere urbano periferico caratterizzato da elevata complessità sociale.

La presenza di differenti background culturali, di condizioni di vulnerabilità socioeconomica e di bisogni educativi articolati richiede alla scuola di costruire relazioni stabili con famiglie, servizi, associazioni e istituzioni locali.

La scuola assume quindi una funzione di connessione e di regia: non opera soltanto nel quartiere, ma contribuisce a riconfigurarlo come ambiente educativo.

Attraverso il lavoro di rete, mette in relazione soggetti, spazi e opportunità, sostiene la partecipazione delle famiglie, promuove inclusione e contrasta la povertà educativa.

Il Learning Hub assume qui la forma di una scuola di comunità, capace di divenire un punto di riferimento per il territorio e di produrre valore sociale.

In un contesto segnato da fragilità economica e sociale, la scuola può infatti configurarsi come infrastruttura dell’apprendimento e come dispositivo di inclusione, partecipazione e sviluppo locale.


Govone: reti territoriali, innovazione e capacità attrattiva

L’esperienza dell’Istituto Comprensivo di Govone, approfondita da Lorenza Orlandini e Serena Greco, riguarda una scuola inserita in un territorio rurale articolato su più comuni e caratterizzato dalla presenza diffusa di piccoli plessi.

La configurazione multisede, che potrebbe essere interpretata esclusivamente come un vincolo organizzativo, diventa una risorsa per la costruzione di un sistema territoriale integrato.

La scuola mette in relazione amministrazioni locali, associazioni, famiglie e soggetti economici, consolidando una rete capace di sostenere i plessi, ampliare l’offerta formativa e rispondere in maniera più efficace ai bisogni degli studenti.

Il caso evidenzia inoltre la capacità dell’istituto di divenire attrattivo anche per famiglie provenienti da altri territori.

Il radicamento locale non determina quindi chiusura o isolamento. Al contrario, permette alla scuola di costruire una proposta educativa riconoscibile, collegando innovazione scolastica, patrimonio territoriale, reti istituzionali e sviluppo.

Govone mostra come la scuola possa diventare un nodo territoriale capace di connettere comuni differenti e trasformare la frammentazione geografica in una risorsa educativa e organizzativa.


Non un unico modello, ma differenti forme di hub

L’analisi comparativa dei tre casi non conduce alla definizione di un modello uniforme di Learning Hub.

Emergono, al contrario, configurazioni differenti, costruite nell’interazione tra caratteristiche del contesto, risorse disponibili, qualità delle reti, leadership scolastica, forme di partecipazione e capacità progettuale degli attori.

A Montecorice prevale l’immagine della scuola estesa nel territorio; a Genova Prà quella della scuola di comunità orientata all’inclusione e allo sviluppo locale; a Govone quella di una rete territoriale articolata tra plessi e comuni.

Le tre esperienze confermano che la scuola come Learning Hub non può essere separata dalle condizioni situate nelle quali prende forma.

Ciò che definisce un hub non è il numero dei partner coinvolti, né la sola presenza di accordi formali. Sono la qualità delle relazioni, la reciprocità, la capacità di attivare risorse e la costruzione di una visione condivisa a rendere la scuola un nodo generativo.


La scuola al centro dei processi di rigenerazione

Il volume mostra come la scuola, quando opera come Learning Hub, possa assumere un ruolo importante nei processi di rigenerazione dei territori.

La scuola non sostituisce le responsabilità delle amministrazioni pubbliche, dei servizi sociali, del sistema economico o delle organizzazioni del territorio. Può però agire come innesco, nodo di connessione e infrastruttura di coordinamento.

Attraverso la costruzione di reti e alleanze può contribuire a:

  • rafforzare le relazioni sociali e la partecipazione;
  • ampliare le opportunità educative e culturali;
  • contrastare povertà educativa, isolamento e marginalità;
  • mettere in relazione luoghi, servizi e istituzioni;
  • valorizzare patrimoni, saperi e competenze locali;
  • sostenere indirettamente l’attrattività e lo sviluppo dei territori.

La rigenerazione assume pertanto una dimensione sociale, educativa, territoriale ed economica.

In particolare, nei contesti delle aree interne, la scuola può favorire la permanenza dei servizi, rafforzare il senso di appartenenza, costruire opportunità per le nuove generazioni e contribuire alla capacità delle comunità di immaginare il proprio futuro.


Il contributo di Anna Cristina D’Addio e il dialogo con il GEM Report UNESCO

Il volume si apre con la prefazione “Scuola, futuri, scenari possibili”, firmata da Anna Cristina D’Addio, figura di riferimento nel panorama del Global Education Monitoring Report dell’UNESCO.

Il contributo colloca la riflessione sul Learning Hub nel più ampio dibattito internazionale sulle trasformazioni dei sistemi educativi, sull’equità, sull’inclusione e sul raggiungimento dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile dedicato a un’istruzione di qualità.

La scuola come Learning Hub viene letta come una possibile infrastruttura civica e territoriale in grado di contrastare la povertà educativa, ampliare le opportunità di apprendimento e rafforzare la coesione sociale.

D’Addio sottolinea inoltre come la trasformazione della scuola riguardi tutti gli attori del sistema.

Per i docenti significa sviluppare competenze di progettazione collaborativa, costruzione di partenariati e lavoro in rete. Per gli studenti significa accedere a esperienze di apprendimento situate e significative, capaci di promuovere pensiero critico, collaborazione, agency e consapevolezza sociale. Per le famiglie e le comunità significa partecipare in modo più attivo ai processi educativi.

Anche la leadership scolastica è chiamata a trasformarsi, assumendo forme maggiormente distribuite, collaborative e orientate alla costruzione di alleanze.

La prefazione riconosce inoltre il valore delle piccole scuole come laboratori di innovazione. I casi presentati non costituiscono applicazioni di uno schema già definito, ma contesti generativi nei quali osservare in modo situato come la scuola possa riconfigurarsi come infrastruttura educativa, sociale e territoriale.


Il gruppo di ricerca INDIRE

Il volume rappresenta un importante esito del lavoro sviluppato dal gruppo di ricerca INDIRE impegnato nello studio delle Piccole Scuole e delle trasformazioni dei modelli educativi nei territori.

Il gruppo è composto da: Giuseppina Rita Jose Mangione, Stefania Chipa, Giuseppina Cannella, Serena Greco, Lorenza Orlandini, Tania Iommi e Andrea Paoli.

Le ricercatrici e i ricercatori hanno contribuito, attraverso competenze e responsabilità differenti, alla costruzione dell’impianto teorico e metodologico, alla progettazione e conduzione dei Living Lab, al dialogo con gli interlocutori internazionali, all’analisi delle esperienze territoriali e alla documentazione dei processi di ricerca.

Il percorso internazionale e la costruzione della mappa rizomatica della scuola come Learning Hub sono approfonditi nel volume da Giuseppina Rita Jose Mangione e Stefania Chipa.

Giuseppina Cannella e Tania Iommi analizzano l’esperienza di Montecorice; Stefania Chipa e Giuseppina Rita Jose Mangione approfondiscono il caso dell’Istituto Comprensivo Prà; Serena Greco, insieme a Lorenza Orlandini, contribuisce allo studio dell’Istituto Comprensivo di Govone.

Andrea Paoli firma l’approfondimento visuale “Immagini di una scuola che incontra il territorio”, contribuendo alla documentazione delle relazioni tra scuola, spazi e comunità.

La pluralità delle competenze presenti nel gruppo ha consentito di collegare ricerca pedagogica, analisi qualitativa, documentazione visuale, studi sui territori e metodologie partecipative.

La ricerca nasce inoltre dal confronto scientifico con il CNR-IRPPS e con il contributo di Paolo Landri e Fabio M. Esposito, autore del capitolo dedicato alle metodologie creative per esplorare le piccole scuole come Learning Hub e ai laboratori sulla scuola che verrà.


Una ricerca costruita con scuole, partner e stakeholder

Il volume è il risultato di un percorso di ricerca collettivo, reso possibile dalla collaborazione tra istituzioni scientifiche, scuole e territori.

Il gruppo di ricerca ringrazia tutte le dirigenti e i dirigenti scolastici, i docenti, gli studenti, le famiglie, le amministrazioni locali, le associazioni, gli enti del Terzo settore e gli attori economici e culturali che hanno preso parte alle attività.

Un ringraziamento è rivolto a tutti i partner e gli stakeholder nazionali e internazionali che hanno contribuito ai Living Lab, ai percorsi formativi e ai momenti di confronto, mettendo a disposizione conoscenze, esperienze e interpretazioni.

Un riconoscimento particolare va ad Anna Cristina D’Addio, per la prefazione e per il contributo offerto nel collegare la ricerca al dibattito internazionale promosso nel quadro del GEM Report UNESCO, con particolare attenzione ai temi dell’equità educativa, dell’inclusione e della responsabilità pubblica.

Un ringraziamento specifico è rivolto anche al gruppo dell’Università degli Studi di Bergamo, per il percorso di formazione e per l’accompagnamento scientifico nell’impiego degli inventive e creative methods.

Il suo contributo ha sostenuto la capacità della ricerca di utilizzare le metodologie creative non soltanto per documentare le pratiche scolastiche, ma per fare emergere conoscenze situate, immaginari e possibilità di trasformazione.

Il ringraziamento più ampio va alle comunità scolastiche e territoriali coinvolte nelle esperienze di Montecorice, Genova Prà e Govone, che hanno partecipato al percorso non come semplici casi di studio, ma come interlocutori e co-costruttori della ricerca.


Il volume disponibile gratuitamente in open access

Il volume La Scuola come Learning Hub. Pratiche emergenti per ripensare la scuola del futuro è disponibile in formato digitale e può essere scaricato gratuitamente in open access.

La scelta dell’accesso aperto intende favorire la circolazione dei risultati e mettere a disposizione di scuole, università, ricercatori, amministrazioni, decisori pubblici e comunità educanti una cornice teorica, una metodologia e un insieme di esperienze utili ad alimentare il dibattito sui futuri della scuola.

La pubblicazione non rappresenta la conclusione del percorso.

Nei prossimi mesi saranno organizzate presentazioni territoriali del volume, con l’obiettivo di restituire alle comunità coinvolte gli esiti della ricerca e aprire nuovi spazi di confronto tra scuole, ricercatori, istituzioni e attori locali.

Gli incontri permetteranno di approfondire lo scenario OECD “School as Learning Hub”, discutere le differenti configurazioni emerse nei tre casi e interrogare il ruolo che la scuola può assumere nei processi di rigenerazione educativa, sociale, territoriale ed economica.

Il volume costituisce dunque non soltanto la restituzione scientifica di un percorso, ma l’avvio di una nuova fase di confronto: un invito a considerare il futuro della scuola non come qualcosa da attendere, ma come un processo da esplorare e costruire collettivamente, a partire dalle relazioni, dalle pratiche e dalle possibilità presenti nei territori.

SCARICA IL VOLUME IN FORMATO OPEN ACCESS>>


Ministero Istruzione e Merito

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venerdì 22 settembre 2023

GENERAZIONI CONNESSE

 

Generazioni Connesse, al MIM l’evento “Back to School 2023”, dedicato alla sicurezza degli studenti in rete

 Si è svolto al Ministero dell’Istruzione e del Merito il 20 e il 21 settembre l’evento “Back to School 2023”, a cura del progetto Safer Internet Centre – Generazioni Connesse (SIC) (https://www.generazioniconnesse.it/), dedicato alla sicurezza in rete e all’educazione digitale delle studentesse e degli studenti. “Back to School”, all’inizio dell’anno, offre un’occasione per coinvolgere i ragazzi e l’intera comunità scolastica in un percorso di approfondimento, riflessione, dibattito ed elaborazione di proposte su questi temi.

I lavori sono iniziati nel pomeriggio del 20 settembre, con la formazione dello Youth Panel (il gruppo di consultazione giovanile del SIC) a cura dei gruppi di lavoro.

Nella mattinata del 21 settembre, aperta dal saluto del Direttore Generale per lo Studente, l’Inclusione e l’Orientamento Scolastico, Maria Assunta Palermo, si è svolta la premiazione del concorso “The Kids are All Rights”, destinato agli studenti del primo e del secondo ciclo d’istruzione. Il vincitore è stato l’IC “Bassa Sabina” di Poggio Mirteto (RI), premiato con una giornata di formazione sui temi del coding e della sicurezza online messa a disposizione da Hewlett Packard Enterprise, membro dell’Advisory Board del SIC.

Sono stati presentati gli strumenti di supporto dell’ePolicy e del Kit Didattico, con Daniele Catozzella di Save The Children, Federica Pilotti del MIM, mentre Patrizia Corrada ha ricordato le linee di Helpline e Hotline curate da Telefono Azzurro. È stato poi presentato il video promozionale realizzato dallo Youth Panel di Generazioni Connesse con il supporto di Giffoni Experience, rappresentato da Marco Cesaro e dal Direttore Claudio Gubitosi.

A seguire, i ragazzi dello Youth Panel si sono confrontati in una tavola rotonda sulla sicurezza con le esperte delle piattaforme Google (Martina Colasante), Meta (Costanza Andreini) e TikTok (Luana Lavecchia).

Nel pomeriggio, si è svolto il webinar destinato ai docenti “Strumenti e pratiche di eSafety all’interno del progetto Generazioni Connesse: l’ePolicy e il Kit Didattico”, a cura del SIC, in collaborazione con il progetto europeo eTwinning.

Tra le attività di supporto rivolte a chi, come genitori, insegnanti o minori, è più esposto a situazioni di difficoltà e/o pericolo, risulta particolarmente rilevante il percorso di autovalutazione e formazione che, attraverso un iter guidato da esperti, conduce le scuole a dotarsi di un documento, denominato e-policy, che le supporti nell’educazione e nella formazione all’uso consapevole e sicuro delle tecnologie. Un ulteriore supporto per gli istituti, utile alla realizzazione di attività didattiche ed educative da realizzare in classe, risulta essere il kit didattico.

L’obiettivo del MIM, attraverso il progetto SIC, è rendere il web un luogo più sicuro per i giovani, contrastando il cyberbullismo e promuovendo un uso positivo e consapevole della rete, oltre che le capacità di sintesi e valutazione critica dei contenuti online. Cofinanziato dalla Commissione Europea, in linea con le Politiche Europee del cd. “Better Internet for Kids”, il progetto SIC è coordinato dal 2012 dalla Direzione Generale per lo Studente, l’Inclusione e l’Orientamento Scolastico del Ministero. Il progetto si avvale del partenariato delle principali realtà italiane che si occupano di sicurezza in rete e comunicazione: Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Polizia di Stato, gli Atenei di Firenze e “La Sapienza” di Roma, Save the Children Italia, Telefono Azzurro, la Cooperativa EDI Onlus, Skuola.net e l’Ente Giffoni Experience.

Il video della diretta del 21 settembre

MIM



martedì 20 settembre 2022

ADOLESCENTI ABBANDONATI ALA RETE


Con il Lego tra i ragazzi iperconnessi 

 - di VIVIANA DALOISO

Ore 8.45, terza media di un istituto dell’hinterland milanese. Il sacco pieno di Lego in una mano, le cartelle del Bingo nell’altra. A ogni studente ne viene distribuita una: al posto dei numeri ci sono frasi. «Ha un profilo social seguito da più di 300 follower», «Guarda video su YouTube», «Manda più di 50 messaggi al giorno su WhatsApp» e così via, fino alle condivisioni, ai video su Tik Tok, a chi il telefono lo tiene acceso anche di notte, a chi condivide foto e video.

Alessandro alza la mano annoiato: «E adesso che ci facciamo?». L’educatore risponde: «Adesso giochiamo». Ogni giorno in 150 scuole italiane – prima di vietarne l’uso, prima di chiedere di rinchiuderlo in un cassetto e riprenderlo alla fine delle lezioni – c’è chi prova a insegnare ai ragazzi a usare il cellulare come uno strumento.

Che è quello che dovrebbe essere, o tornare ad essere. Che è quello che gli adulti – a cui pure al liceo Malpighi di Bologna in queste ore i cellulari sono stati tolti – forse per primi, come uno strumento soltanto, non usano più.

Non servono trattati di psicologia o lunghe prediche su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato a chi vive già connesso h24: «Serve provare a connettere i ragazzi con loro stessi, ridando anima e senso a quello che col cellulare fanno» spiega Ivano Zoppi, pedagogista e segretario generale di Fondazione Carolina, in prima linea ormai da anni sul fronte dell’educazione digitale (e su quello strettamente connesso della prevenzione al cyberbullismo). Di qui il Bingo: ad Alessandro e i suoi compagni viene chiesto di alzarsi e di parlare con gli altri, chiedendo loro se fanno o hanno fatto una delle azioni riportate nelle caselle. Vince chi per primo le completa – facendole firmare –, il che in effetti avviene piuttosto in fretta. Perché chiunque ha un profilo social, già a 13 anni; perché chiunque pubblica video su Tik Tok, passa il tempo su You-Tube, naviga senza il controllo degli adulti, chatta con gli sconosciuti nei videogiochi, partecipa a una challenge. «Che non lo faccia a scuola, può senz’altro avere conseguenze positive. Ma il punto – prosegue Zoppi – è che, in qualsiasi altro momento della giornata e ovunque lo faccia, abbia consapevolezza di quello che fa e di come lo fa». A questo punto le azioni descritte nelle caselle vengono prese in esame, una ad una: perché si ha un profilo social anche se la legge non lo consente ancora? Come mai si chatta di notte? Con che rispetto verso l’altro si condivide una sua foto mentre sta facendo qualcosa di stupido, o imbarazzante? Che cosa proviamo se viene fatto lo stesso con noi? E via dicendo.

 In classe si apre il confronto, fioccano le domande. Che scatenano risate, piccole confessioni, dibattito. «Il profilo me lo ha aperto mia madre – racconta Elena –, se ero fuori dalla chat di classe e di pallavolo non ero nessuno». «Me che vuol dire? – sbotta la sua vicina di banco, Cristina – Mica sei qualcuno perché hai le chat». «E invece sì» interviene ancora Alessandro dall’ultima fila, che annoiato non lo è più. L’occasione è buona, per l’educatore, per suggerire ai ragazzi che la loro identità con lo smartphone non c’entra affatto. A questo scopo viene proposto loro di costruire un avatar con il Lego, che viene poi preso in esame da tutti, osservato, messo in relazione con gli altri. E poi, ancora, di costruire una “scatola degli attrezzi”, con la “pinza delle responsabilità”, il “nastro della privacy”, il “martello delle regole”: su ogni oggetto si discute, si passa del tempo a guardarlo da lontano, il cellulare, per capire cos’è e «perché non può diventare il contenitore della loro vita». A compiere questo e altri percorsi, nell’ultimo anno scolastico, sono stati oltre 70mila studenti soltanto con Fondazione Carolina. Che della responsabilizzazione dei ragazzi e della formazione degli adulti (genitori, insegnanti, educatori, allenatori, catechisti) ha fatto i suoi pilastri: «Spesso veniamo chiamati in scenari di emergenza – continua Zoppi – laddove sono accaduti fatti gravi legati all’uso sbagliato degli smartphone e al cyberbullismo ». Quando è troppo tardi, cioè, per educazione e prevenzione. Ma la consapevolezza dei dirigenti sta crescendo, «complice il vissuto del Covid, gli anni della Dad e il malessere crescente dei ragazzi». Che vivendo sugli smartphone, sugli smartphone anche parlano, amano, odiano, litigano, soffrono, a volte purtroppo muoiono. «La sensazione che abbiamo, dalle scuole nel centro di Milano fino a quelle della periferia di Lecce, è che siano persi, travolti da un’esposizione di cui ignorano regole e modalità. Soprattutto, drammaticamente invisibili agli adulti». Adulti che ai percorsi di Carolina, sempre pensati per un momento di raccordo anche con le famiglie, partecipano pochissimo (appena 10mila le mamme e i papà degli studenti incontrati sui 70mila ragazzi di cui si diceva poco fa, contro i 140mila attesi) e che nel 75% dei casi problematici legati all’uso dei cellulari (dalle molestie fino al cyberbullismo) dai figli non vengono minimamente coinvolti «per sfiducia, per paura, più spesso perché del tutto disinteressati ai loro problemi». Ed ecco perché, allora, chiudere lo smartphone in una scatola sei ore al giorno rischia di assomigliare più a un alibi: «A rimanere aperta, e sanguinante, è la ferita dell’educazione».

www.avvenire.it

 

 

mercoledì 17 agosto 2022

CONNESSI, MA SOLI


 La connessione da sola non basta per comunicare

Il prefetto del Dicastero per la Comunicazione è intervenuto al Signis World Congress, Congresso mondiale dell' Associazione cattolica per la comunicazione, che quest’anno si tiene a Seul alla presenza di circa 300 partecipanti da 31 Paesi. “L'unico modo per rispondere alla sfida della tecnologia è quello di non pensarla come un idolo"

 -         di Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

 

Ci sono cose che la tecnologia non può sostituire. “Come la libertà. Come il miracolo dell’incontro fra le persone, la sorpresa dell’inatteso, la conversione, lo scatto dell’ingegno, l’amore gratuito”. È quanto ha affermato Paolo Ruffini, intervenendo in apertura del Congresso mondiale della rete cattolica “Signis”, associazione internazionale per i professionisti cattolici nell’ambito della comunicazione. L’evento, incentrato quest’anno sul tema "Pace nel mondo digitale", si svolge a Seul fino al prossimo 18 agosto e vede riuniti circa 300 partecipanti giunti da tutti i continenti. Proprio la capitale sudcoreana si prepara ad essere la prima città a varcare - come città - il confine del meta-verso e a rendere più efficienti i propri servizi.

Iperconnessi ma anche soli

Il prefetto del Dicastero per la Comunicazione ha ricordato che la tecnologia, frutto dell’ingegno umano, permette oggi cose - come le teleconferenze, la telemedicina, l’e-commerce - “che erano impensabili solo pochi decenni fa”. Ma il paradosso del nostro tempo, ha sottolineato, è che “siamo iperconnessi e anche soli”. “Il problema è esattamente qui. Quando non c’è più comunicazione, ma solo connessione”. È allora che “bisogna mettersi in discussione, fare un esame di coscienza personale e collettivo”. E rispondere ad alcune domande. Come è possibile essere allo stesso tempo iperconnessi, e terribilmente soli? Cosa manca alla nostra connessione per colmare questa solitudine? “L’unico modo per rispondere alla sfida della tecnologia – ha detto Paolo Ruffini - è quello di non pensarla come un idolo. Ma anche di non demonizzarla. Di non credere le sia affidato il compito di redimere l’umanità. Ma anche di non pensare che dipenda da essa la sua perdizione”.

La felicità non si compra

Paolo Ruffini ha inoltre ricordato che nel 2014 proprio nella Repubblica di Corea Papa Francesco, rispondendo ad una ragazza durante l’incontro con i giovani nel Santuario di Solmoe, aveva sottolineato che “la felicità non si compra”. “E quando tu compri una felicità - aveva aggiunto il Pontefice - poi te ne accorgi che quella felicità se n’è andata… Non dura la felicità che si compra. Soltanto la felicità dell’amore, questa è quella che dura”. “Il consumismo – ha poi affermato Paolo Ruffini - scambia la soddisfazione a breve termine con la felicità più profonda e duratura”. “Noi sappiamo di non essere solo dei consumatori. E tantomeno degli oggetti da consumare. Noi sappiamo benissimo che solo una relazione, una connessione fondata sull’amore può renderci meno soli, può durare, può renderci felici”. “E l’amore - ha osservato il prefetto del Dicastero per la Comunicazione - si basa su questa fragilità suprema che è il sentire il bisogno di amore, di amare e di essere amati, di donare e di donarsi. Qui è la radice di ogni comunicazione. Per questo la connessione da sola non basta”.

I rischi delle social network communities

Nel suo intervento Paolo Ruffini si è poi soffermato sulle social network communities. Come ha scritto Papa Francesco nel suo messaggio per la 53.ma giornata delle comunicazioni sociali, queste reti non sono automaticamente sinonimo di comunità: “Troppe volte la loro identità si fonda sulla contrapposizione nei confronti dell’altro, di chi è estraneo al gruppo”. “Troppe volte si definisce a partire da ciò che divide piuttosto che da ciò che unisce. Dà spazio al sospetto e allo sfogo di ogni tipo di pregiudizio (etnico, sessuale, religioso, e altri)”. “E quella che dovrebbe essere una finestra sul mondo diventa una vetrina in cui esibire il proprio narcisismo”.

Un nuovo umanesimo

La sfida del buon giornalismo, che è anche la sfida di Signis, è quella di “trovare vie nuove per una nuova comunicazione”, di contaminare i generi e i linguaggi “puntando sul dialogo piuttosto che sul marketing delle idee, sull’intelligenza come categoria morale piuttosto che sul moralismo fanatico della folla”. “Serve creatività – come ha detto recentemente il Papa in Quebec - per raggiungere le persone laddove vivono, trovando occasioni di ascolto, di dialogo e di incontro. Occorre ritornare all’essenzialità e all’entusiasmo degli Atti degli Apostoli”. I comunicatori cattolici, i giornalisti cattolici, tutti gli uomini e le donne di buona volontà impegnati “sul fronte difficile e grandioso che è la comunicazione possiamo essere protagonisti di un nuovo umanesimo, incarnato in comunità attive e partecipate, esempio di una nuova idea di cittadinanza”.

Incontri in presenza, conferenze virtuali sull’uso dei media, tra cui i social media. È questo l’orizzonte verso cui si orientano quest’anno i lavori del Signis World Congress.  “L’uso dei media digitali, specialmente dei social media – si legge nel messaggio inviato nel mese di giugno del 2022 da Papa Francesco in vista di questo Congresso - ha sollevato un gran numero di questioni etiche serie che richiedono un giudizio  saggio e perspicace da parte dei comunicatori e di tutti coloro che si occupano dell’autenticità e della qualità delle relazioni umane. A volte e in alcuni luoghi, i siti dei media sono diventati ambiti di tossicità, incitamento all’odio e notizie false. Nell’affrontare questa sfida, Signis può svolgere un ruolo importante attraverso l’educazione ai mezzi di comunicazione e una rete di media cattolici, e combattendo bugie e disinformazione".

 

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