Ma il problema
della scuola italiana
sono
i docenti di sinistra?
By Giuseppe Savagnone
Un questionario sulla scuola
Ha suscitato vivaci polemiche
l’iniziativa di Azione Studentesca, l’organizzazione giovanile legata a
Fratelli d’Italia, che, attraverso un QR Code contenuto in manifesti e
volantini, ha sottoposto a studentesse e studenti di diverse città italiane una
serie di domande, con lo scopo di fornire un «rapporto nazionale sulla
situazione della scuola italiana».
Fra i vari punti del
questionario ce n’era uno, che ha dato origine alle proteste, dedicato
alla «Politicizzazione delle aule». In esso si chiedeva: «Hai uno o più
professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni?». In caso di
risposta positiva, la domanda successiva era: «Descrivere uno dei casi più
eclatanti».
Dopo l’iniziativa di Azione
Studentesca, la segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi ha scritto
al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara che essa «configura
una forma di schedatura o stesura di una lista di proscrizione basata su
presunte o reali opinioni politiche e rappresenta una grave violazione dei
principi democratici che fondano il sistema educativo pubblico, oltre a
costituire un attacco all’autonomia e alla libertà della comunità educante».
In risposta, il ministero ha fatto
sapere di aver avviato accertamenti, il cui esito, però, non giustifica le
accuse: «Da quanto risulta al momento si tratta di un’iniziativa autonoma
promossa da alcuni studenti, che avrebbero effettuato una sorta di sondaggio
anonimo», ha affermato la sottosegretaria all’Istruzione, Paola Frassinetti. E
questa è anche la posizione di Riccardo Ponzio, presidente di Azione
studentesca: «Ma quali liste di proscrizione o schedature, il questionario è
anonimo e non chiediamo nomi».
Ma, in senso contrario, anche
l’Associazione nazionale presidi è intervenuta, dichiarando una forte
preoccupazione. «La libertà di insegnamento, nel quadro dei valori
costituzionali – ricorda il presidente dell’associazione Antonello Giannelli –
rappresenta un pilastro irrinunciabile del sistema educativo. Questa iniziativa
di Azione studentesca è inaccettabile perché lesiva dei principi fondamentali
della democrazia».
E ha avuto una diffusione virale su
internet un video, in cui un docente di Pordenone sottolinea il senso
inquisitorio del questionario, e che si conclude con la sua auto-denuncia:
«Sono un docente di sinistra, schedatemi pure».
La replica dei giornali di destra
Alle accuse hanno risposto unanimi i
giornali di destra parlando di «bufala» («Il Giornale») della sinistra, che, «a
ben guardare, sembra proprio la prova» di «una verità che alcuni
preferirebbero tenere nascosta: che in molte aule italiane la libertà di
pensiero non è un diritto di tutti, ma un privilegio riservato a chi la pensa
“giusto”» («Il Tempo»).
Su questa linea, ma assai più
articolato, l’editoriale di Mario Sechi su «Libero». un intervento di
particolare peso, non solo perché Sechi è il direttore del quotidiano, ma anche
perché è stato per un certo tempo portavoce della presidente del Consiglio e le
sue posizioni, perciò, sono sicuramente vicine a quelle di Giorgia
Meloni.
L’autore inserisce la polemica sul
questionario di Azione Studentesca in una narrazione più ampia, di cui vale la
pena riportare per esteso i passaggi: «L’egemonia culturale della sinistra
nella pop è finita. La grande rivoluzione fu quella della Tv commerciale di
Silvio Berlusconi che introdusse nell’immaginario gli elementi dello show
americano, del cabaret, dello sport come fenomeno di costume. Ai compagni sono
rimasti i santuari della presunta editoria colta (che non vende) e il fortino
dell’università e della scuola di ogni ordine e grado, ad eccezione delle
elementari che ancora resistono (…). Salvo le maestre, il resto della truppa
(con qualche eroica singolarità) è arruolato nella legione dei post-marxisti
che al ’68 devono il posto, la carriera, l’influenza sula formazione degli
italiani di domani».
Già i libri di testo, secondo Sechi,
esprimono questa faziosità. «Ma se saliamo in cattedra, il quadro è ancora più
tragicomico, perché il pre-giudizio tracima verso i banchi senza che alcuno
alzi il dito e obietti: “Caro professore, la sua opinione, pur meritevole di
attenzione, è priva di equilibrio e di autorevolezza, i valori liberali ai
quali la scuola dovrebbe ispirarsi nella sua autonomia, lei li sta tradendo”».
Da qui «i cortei pro-Pal di ragazzi
che farneticano “la Palestina libera dal fiume al mare”, Greta Thunberg elevata
sull’altare dell’’ignoranza (…) i rettori farsi complici di frange violente che
predicano l’antisemitismo».
La conclusione del direttore di
«Libero» è la stessa che abbiamo visto su «Il Tempo»: «La reazione scomposta
del Pd a un innocuo ma dirompente sondaggio di Azione Studentesca è la
prova della cattiva coscienza dell’etablishment sgrammaticato».
A proposito di egemonia della
sinistra: il caso della TV
Il ragionamento di Mario Sechi,
esplicitando in modo più articolato le ragioni della destra sull’episodio, è
quella che si presta – forse più dell’episodio in se stesso – a qualche
considerazione critica. A partire dall’affermazione che l’avvento della TV
commerciale di Berlusconi, avrebbe segnato la fine dall’«egemonia culturale
della sinistra», legata alla stagione televisiva precedente. Di
quest’ultima io stesso posso dire qualcosa perché vi ho assistito in prima
persona e la ricordo benissimo.
È stato grazie ad essa che il grande
pubblico ha potuto conoscere splendide opere teatrali, come i drammi di
Pirandello e di Cechov, o riduzioni di capolavori della grande letteratura
mondiale, come «Il mulino del Po», di Bacchelli e «L’idiota» di Dostoevskij,
sempre trasmessi in prima serata. Ed è stato grazie ad essa che la conoscenza
media della lingua italiana si è diffusa anche a larghe frange di popolazione
prima legata quasi esclusivamente al proprio dialetto. Non per nulla la
definizione tecnica che ne è stata data è quella di «TV pedagogica». Peraltro,
era una TV che sapeva anche divertire – famosi alcuni spettacoli di varietà
come «Domenica è sempre domenica» o «Un due tre» – , ma senza mai scadere nella
volgarità.
La TV commerciale introdotta da
Berlusconi, essendo privata e reggendosi sui profitti derivanti dalla
pubblicità, ha dovuto imporsi puntando non su ciò che poteva giovare alla
crescita culturale e morale della gente, ma sui suoi gusti immediati. Certo, essa
ha infranto una serie di tabù, ma per far questo ha dovuto adottare come motto
quello che, secondo Karl Popper, nel suo libro «Cattiva maestra televisione»,
rende pericolosissimo questo mezzo di comunicazione: «Dare al pubblico
quello che il pubblico desidera».
È stato così che si è innescato un
circuito perverso tra il progressivo scadimento dei programmi – che ha portato
alla esclusione dalla prima serata di tutto ciò che fosse in qualche modo
impegnativo – e un progressivo imbarbarimento dei gusti degli spettatori.
E questo non ha segnato la fine dell’egemonia della sinistra – che
non c’era mai stata – , ma il progressivo declino del senso intimo del pudore,
non quello dei corpi, ma quello dell’anima, che spettacoli come «Il Grande
Fratello» o le trasmissioni di Maria De Filippi hanno aiutato molto a oscurare.
I «compagni» controllano la scuola?
Non mi sarei soffermato su questo
primo passaggio dell’editoriale dei Mario Sechi se non fosse molto
significativo dell’idea che il direttore di «Libero» ha della cultura. A questo
punto si capisce che, dal suo punto di vista, la scuola – ancora, sia pure a
fatica, fedele al progetto di una educazione intellettuale e civile – sia
sfuggita alla “liberazione” portata dalle TV di Berlusconi e sia rimasta «il
fortino» dei «compagni».
Ma chi sono questi «compagni»?
Diretta erede del vocabolario intimidatorio del “cavaliere”, la destra
continua, come lui, a chiamare “comunisti” – un termine che evoca il
totalitarismo sovietico (da decenni scomparso e sostituito dal regime attuale,
tutt’altro che “di sinistra”) e una minaccia incombente per la libertà e la
proprietà privata – i rappresentanti di una opposizione che del marxismo, in
realtà, non conserva la più lontana traccia.
La “compagna” Schlein si è formata
nella cultura “liberal” americana e ha posizioni che se mai ricordano il
vecchio partito radicale, centrato sulla rivendicazione dei diritti
individuali, quelli che Marx bollava come «robinsonate», perché volti a garantire
la realizzazione egoistica del singolo nella sua isola felice. Da dove anche la
perdita di rapporto tra il PD e i tradizionali sostenitori del vecchio partito
comunista, operai, indigenti, emarginati. Il “compagno” Conte è un populista,
le cui posizioni in campo sociale sono prive di una reale base filosofica,
sicuramente lontane della visione marxista.
Ma il punto più problematico
dell’analisi di Sechi è che essa sembra provenire da una persona che non
ha idea di come funzioni realmente la relazione tra insegnanti e alunni dentro
un’aula scolastica. Prima che ingiusta verso i docenti, questa analisi lo
è nei confronti degli studenti, dipinti come succubi impotenti di fronte ad una
dittatura culturale dei loro insegnanti, incapaci perfino di alzare il dito e
di muovere una timida obiezione.
Ho insegnato per quarantun anni nei
licei e posso assicurare, a chi non lo sapesse, che gli alunni in ogni scuola
fanno sentire alta la loro voce, per dialogare ma anche, se inascoltati,
per contestare i docenti, o addirittura i dirigenti scolastici. Senza dire che
ormai i loro punti di riferimento sono più i social che la scuola, e
immaginarli plagiati dai loro insegnanti è, questo sì, «tragicomico».
Quanto poi ai docenti, perché non
dovrebbero essere di sinistra o di destra o di qualunque altra tendenza
intellettuale e politica? Un insegnante non è il ripetitore meccanico di
nozioni neutre – questo lo può fare anche meglio una intelligenza
artificiale – , ma è chiamato a interpretare il significato dei dati
della sua disciplina per la vita reale e questo richiede, da parte sua una
visione del mondo e della società. Non esiste, né a scuola né altrove, “uno
sguardo da nessun luogo”.
L’oggettività a cui la scuola deve
educare non è la negazione delle diversità di vedute, che implicherebbe
l’uniformità di un pensiero unico, ma il dialogo incessante tra persone
impegnate in una ricerca comune a partire dai rispettivi punti di vista e, proprio
in nome di questa ricerca, capaci di rimetterli continuamente in discussione.
Ciò che sta indebolendo la funzione
educativa della scuola non è l’eccesso di ideologie, ma la carenza di idee e di
valori, in un clima culturale che rende difficile – in primo luogo a chi
dovrebbe educare i più giovani a maturare le une e gli altri – avere ancora
delle convinzioni.
È assolutamente appropriata, a
questo proposito, la riflessione di Massimo Gramellini, sul «Corriere della
sera», quando ricorda con profonda stima e affetto una sua maestra delle
elementari, convinta comunista, e un suo professore di Storia, di destra. «La
pensavano diversamente su tutto, scrive Gramellini, tranne che sull’essenziale:
il valore della cultura e la passione con cui trasmetterla (…) Erano di parte?
Certo. Ma erano bravi e sensibili».
E conclude: «Il problema della
scuola non sono gli insegnanti schierati, ma gli insegnanti disamorati. Non
quelli che credono ancora qualcosa, ma quelli che – anche a causa della
scarsa considerazione di cui godono – non credono più in niente».
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