venerdì 10 giugno 2022

LA DINAMICA DEI VALORI

SAPERE SCEGLIERE 

- Dal “come” al “perché”- 

Valore e sacrificio -

 Quali valori?

La sfida del presente

Educare oggi non è più, se mai lo è stato, il semplice completamento di percorsi già organizzati da altre agenzie formative come la scuola, la Chiesa o la famiglia.

L’evoluzione della macchina produttiva, le immigrazioni, i conflitti sempre più gravi e destabilizzanti, il rapporto delle realtà nazionali con le strutture regionali o sovranazionali hanno corroso gran parte delle consolidate prospettive esistenziali, quelle prospettive che animavano e sorreggevano l’attività educativa. Nell’incertezza di nuovi orizzonti, molto si è contestato, abbandonato o perso.

I profondi cambiamenti della famiglia, il ridursi della presenza religiosa nella società e l’orientamento professionalizzante dell’iter scolastico (sempre più precoce) ci pongono oggi di fronte a una domanda di formazione profonda e strutturale.

Oggi, come educatori, dobbiamo accettare la sfida di un’educazione che cerchi di essere completa: un cammino che miri allo sviluppo di una piena umanità.

Dal “come” al “perché”

Se l’educazione è un cammino, i valori rappresentano la bussola e il propellente. Come in ogni cammino, è possibile “gironzolare”, “andare senza meta” o perdersi. C’è un fascino nell’”andare senza meta”, si possono fare insperate scoperte, ma si può anche sprecare tanto tempo.

SCEGLIERE

Ben più grave è perdersi: se la sorte è benigna, si è corso un grosso rischio; se non lo è, si smarrisce ogni direzione e si rischia la sopravvivenza.

Anche l’educazione può “gironzolare”, facendo attività d’intrattenimento e di svago. A volte queste attività possono rivelarsi educative, ma è un caso fortuito, isolato e, alla fine, inconcludente. Ma l’educazione può anche perdersi, generando disperazione o malvagità.

È il rischio di ogni attività educativa, perché l’uomo, non essendo semplicemente soggetto all’istinto, agisce secondo modelli acquisiti.

Questo fatto, banale e notissimo, viene troppo spesso sottovalutato. Non esiste uno stato “naturale”, una condizione “indifferente” che l’uomo possieda a prescindere da qualsiasi esperienza formativa.

Per ogni generazione, per ogni epoca c’è, letteralmente, il rischio dell’imbarbarimento.

E’ per questo che l’educazione non può limitarsi a integrare. Riproporre i modelli che sembrano naturali, sorvolando o dimenticando la loro origine culturale, può essere un fatto necessario, ma è completamente esposto alla regressione.

Preoccuparsi del “come”, tralasciando i “perché”, insistere sulle abilità, ignorando gli scopi, significa fare dell’addestramento e non dell’educazione. E l’addestramento si disinteressa della consapevolezza e strumentalizza la responsabilità.

Il cammino di crescita, invece, autentico e con speranze di efficacia, ha bisogno di “perché”. Chi lo compie, se vuole conoscere questi “perché”, per comprenderli a fondo, per modificarli, per assumerli come guida, deve esercitare critica e discernimento.

Questi “perché”, come è evidente, sono i valori. Ma la loro conoscenza, anche se frutto di critica e discernimento, non emancipa dalla tentazione predicatoria, dal “mettersi a posto la coscienza”, sventolando i “valori”, per coprire i propri interessi, la sete di popolarità, il discredito sugli avversari o, semplicemente, il proprio o l’altrui immobilismo.

Valore e sacrificio

I nostri valori possono uscire dall’ipocrisia predicatoria solo fondendosi con il sacrificio.

L’uomo non è infinito, non è dotato di ubiquità. Quando si pone in cammino, abbandona ciò che gli era accanto, per raggiungere dell’altro. Sacrifica qualcosa, per ottenere qualcos’altro, più importante, più significativo… comunque “più”, e questo “più” è appunto il riconoscimento di un valore. Sacrificio e valore debbono sempre rimanere legati, perché solo il sacrificio rende autentico il valore. Ciò accade perché il valore, se è valore, fa “muovere”, spinge verso un cambiamento, verso una conversione. Tutto questo, implicando un abbandono o un superamento, richiede sacrificio. In questo cammino, però, c’è molta gioia, molto entusiasmo, perché il “più”, se è vero, se è profondamente capito, se non è imposto, mette le ali ai piedi, affascina, cattura e trasforma lo sforzo in serena e allegra fatica.

Nasce così una gerarchia di valori, un criterio per dare delle priorità, per escludere delle possibili mete. Per questo l’idea di sacrificio oggi, per molti, è fuori moda.

Dove l’infantilismo impera, dove si desidera tutto senza voler nulla, dove i capricci zampillano dai sogni di onnipotenza, non c’è spazio per accettare i propri limiti e per riconoscere la bontà di ciò che inevitabilmente si lascia con lo scopo di raggiungere la più grande bontà di ciò che si cerca.

L’abbinamento valore-sacrificio è, dunque, necessario, ma è ben lungi dall’essere sufficiente. È potente, ma, proprio per questo, è assai pericoloso, come tutte le cose profondamente umane.

Quali valori? La saggezza (il discernimento): un giudicare adulto. Il sacrificio va sempre guardato con sospetto. I cimiteri di guerra sono pieni di defunti che hanno sacrificato la loro vita al suono delle fanfare. Interi popoli hanno creduto, obbedito e combattuto, immolandosi per dei “valori” che a loro sembravano sacri.

Le buone intenzioni possono forse giustificare davanti a Dio, ma certo non davanti all’umanità. Lo sviluppo delle capacità umane rende oggi possibile, e quindi obbligatorio, il passaggio dall’etica della convinzione alla più severa etica della responsabilità. Forse nel passato non era possibile pretendere l’assunzione di responsabilità per gli effetti delle proprie azioni, forse una buona intenzione poteva scusare realizzazioni disastrose, ma le capacità di

previsione attuali non consentono più indulgenze simili.  Il male è sempre stato “qualcosa di bene” messo nel posto sbagliato.

Sbagliare la gerarchia dei valori significa immolare ed immolarsi assurdamente, operando contro se stessi e contro l’umanità.

La saggezza (discernimento) è l’unico antidoto per evitare che “i valori” si rivoltino contro l’uomo e lo “sottopongano” a degli idoli, capaci di richiedere il sacrificio della sua natura e della sua dignità.

Ma la saggezza è un metodo, non un contenuto; è la capacità di un uomo, non il deposito di una biblioteca.

SCEGLIERE

La saggezza è quella modalità adulta, mai interamente posseduta, che svela il senso dell’umana maturità e che si fonda sulla capacità di giudizio.

La capacità di giudizio nasce dal sapere, ma non è il sapere - né quello tecnico-scientifico, rigorosamente consequenziale nella sua astrattezza,

né quello sapienziale, frutto della contemplazione e della comprensione del Vero. Conoscenza e sapienza sono i presupposti del giudizio e ne determinano, per buona parte, la qualità, ma se ne distinguono, perché la capacità di giudicare è, per sua natura,

un’applicazione. Nel costruire un giudizio, infatti, noi usiamo due “saperi”

e generiamo un accadimento. Da un lato, facciamo appello alla nostra cultura, nel senso più vasto del termine (tutto quello che abbiamo letto, sentito, studiato, vissuto); dall’altro, impegniamo la nostra capacità percettiva, per riuscire a cogliere la situazione, ’oggetto, le persone che ci stanno di fronte e che, qui ed ora, richiedono il nostro giudizio. Alla fine, c’è, appunto, la compromissione, che è sempre un fatto.

Questa natura del giudicare - concreta, pratica, applicativa - comporta una serie di conseguenze di grande rilievo per l’attività educativa.

Troppo spesso si confondono le teorie o le ipotesi con i giudizi. La confusione è giustificata, perché, lo ripetiamo, il sapere è ciò che qualifica il giudizio

e lo distingue dall’arbitrio, dall’”istintualità”, dall’obbedienza. Ma giudicare non è fare un’ipotesi o enunciare un principio; giudicare è compiere un passo in più, un passo decisivo, che ci trasferisce di colpo dal regno del reversibile a quello dell’irreversibilità: la diagnosi fatta, la sentenza emessa, la strategia scelta, l’epiteto attribuito potranno forse essere corretti, sospesi o ritrattati, ma non sono più ipotesi, sono, irreversibilmente, dei fatti.

Giudicare è quindi scegliere, prendendo delle responsabilità.

Per questo il giudizio non può mai essere solo il frutto di un “sapere”, esso è anche e sempre il manifestarsi di un “essere”. Per questo giudicando male non solo si sbaglia, ma, inevitabilmente, si tradisce.

Le passioni, le speranze, i ricordi, le teorie, l’ignoranza, la distrazione: tutto interviene nel momento delicato e fuggevole del giudizio, tutto l’uomo e tutta la storia, in una dialettica che sfugge ad ogni schema.

Non è il diritto che giudica, ma il giudice; non è l’economia che produce, ma l’imprenditore; non la docimologia che valuta, ma l’insegnante.

È insegnabile la saggezza? Certamente no. Si possono e si debbono creare le condizioni perché tale “valore” si conquisti e si eserciti; si possono denunciare le manipolazioni e combattere gli ostacoli, ma esiste un confine strutturale, oltre il quale non è possibile spingersi.

Al di là di questo limite si generano solo effetti contrari. E il limite è dato dal fondamento della saggezza, cioè dalla capacità di giudicare.

Giudicare, infatti, è sempre e strutturalmente giudicare da sé, cioè per proprio conto, ossia personalmente. Arduo passaggio che tutti, e non solo i giovani, rivendicano a gran voce e che molti, o quasi, evitano con gran cura. Arduo passaggio che richiede vasta cultura, fiducia di sé, comprensione degli altri, pazienza meditativa e pronta capacità decisionale.

Arduo passaggio che però conduce all’autentica fedeltà alla gerarchia dei valori.

 Gian Maria Zanoni

RS SERVIRE


 

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