venerdì 5 luglio 2019

MIGRAZIONI: GLI ESSERI UMANI SE NON ANNEGANO SONO ... UN PROBLEMA!

di Giuseppe Savagnone

L’arrivo di un’altra nave, questa volta italianissima, carica di 54 persone (tra cui 4 bambini e una donna incinta) raccolte al largo delle coste libiche, apre un nuovo psicodramma, dopo quello creatosi con la Sea-Watch.
Si riapre il duello tra una Ong – questa volta è «Mediterranea» – e il ministro Salvini, reduce dalla dura sconfitta subita in quello, appena concluso, con la capitana Carola Rackete, ma ancora risoluto a impedire lo sbarco dei migranti.
Anche se sta diventando sempre più evidente che siamo chiamati ad assistere a una specie di sceneggiata: ormai sappiamo – lo ha ribadito, tra gli altri, il sindaco di Lampedusa – che gli sbarchi sull’isola da tempo si sono moltiplicati e che, proprio mentre il nostro ministro degli Interni, fronteggiando la Sea-Watch, giurava che nessun migrante avrebbe messo piede in Italia, dai barconi ne arrivavano quasi ogni giorno molti di più di quelli bloccati a bordo della nave.
I migranti che arrivano e quelli che affogano
Il punto è che, come i fatti dimostrano inequivocabilmente, attribuire alle Ong la responsabilità di rendere possibili le traversate del Mediterraneo, come ha fatto ostinatamente Salvini e, sulla sua scia, il tam tam dei social – arrivando ad accusarle di essere complici degli scafisti nel traffico di esseri umani – è utile per polarizzare su un “nemico” l’ostilità dell’opinione pubblica, ma non rispecchia la realtà.
I migranti arrivano comunque. Solo che, con la diminuita presenza delle navi delle Ong, accade che una parte di loro muoiano annegati.
La tesi governativa che bloccando le Ong ci sono meno morti è smentita dai fatti. È di questi giorni la tragica notizia che un barcone con 85 persone a bordo è affondato al largo della Tunisia. Solo 5 i superstiti.
Sarebbe accaduto lo stesso, probabilmente, a quelli recuperati dalla Sea-Watch. Certo, i problemi che sono nati dopo non sarebbero mai sorti, ma per il semplice motivo che avremmo saputo da un trafiletto di cronaca dell’ennesimo naufragio senza superstiti, a cui ormai abbiamo fatto l’abitudine.
Il problema allora non sono le Ong
Quanto all’accusa di essere d’accordo con gli scafisti, proprio recentemente nella relazione fatta da Luigi Patronaggio, procuratore di Agrigento, alle commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia della Camera, si sostiene che «il legame tra Ong per i migranti e scafisti non è mai stato dimostrato».
Non sono competente per verificare la validità di una simile affermazione. Ma nessuno finora, che io sappia, l’ha smentita con delle prove.
In ogni caso, è chiaro, ormai, che il problema vero non sono le Ong (quali che possano essere le critiche a loro carico). Primo, perché, come si è detto, i migranti arrivano anche senza di esse.
Secondo, perché, anche a prescindere da esse, una legge del mare antichissima, ribadita e codificata nell’art.98 dell’ UNCLOS (acronimo del nome in inglese “United Nations Convention on the Law of the Sea”), prevede che il comandante di una nave «presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo».
La nave «Diciotti» non era di una Ong, ma della nostra marina militare. E parlare di «salvataggi illegali», come fa con indignazione qualche nostro giornale, è ridicolo. 
Gli esseri umani, se non annegano, sono un problema!
Il «Decreto sicurezza bis», appena approvato, stabilisce agli articoli 1 e 2 limiti e penali pesantissimi all’ingresso di queste navi soccorritrici nelle nostre acque territoriali. Ma degli esseri umani, una volta che non sono stati sepolti e nascosti dal mare, è difficile sbarazzarsi.
Anche la sentenza della Corte europea, che non ravvisava gli estremi di un uno stato di necessità per sbarcare quelli della Sea-Watch, obbligava però il governo italiano «a fornire tutta l’assistenza necessaria alle persone in situazione di vulnerabilità a causa dell’età o dello stato di salute che si trovano a bordo della nave».
«Porti sicuri» (parola di Salvini)
Salvini in questi mesi ha spesso ripetuto che i migranti devono essere riportati in Libia, da dove partono, e che questo Paese è «sicuro». Ma le reiterate dichiarazioni dell’Onu e del Commissario per i Diritti umani del Consiglio di Europa, sulle condizioni disumane dei campi libici – ora confermate dalla recentissima, tragica notizia del bombardamento di uno di questi campi e della morte di 44 migranti là detenuti – hanno sempre smentito questa tesi.
Ora il ministro degli Interni parla della Tunisia. Ma la Convenzione di Amburgo – ratificata dall’Italia e che nel nostro ordinamento ha valore di legge, anzi, per l’art. 117 della Costituzione, superiore alla legge (quindi anche al “Decreto sicurezza») – stabilisce che il soccorso si conclude solo con lo sbarco delle persone in un porto sicuro, dove i diritti umani fondamentali dei migranti sono loro garantiti.
Ora, come conferma l’odissea della nave bloccata al largo delle coste tunisine con 75 naufraghi, la Tunisia, pur essendo firmataria degli accordi di Ginevra, non è affatto un «porto sicuro» perché non ha mai fatto una legge che attui effettivamente questo principio e che permetta di chiedere protezione umanitaria.
Resterebbe tra gli approdi vicini, Malta, che però è un’isola più piccola della città di Milano e già ha una percentuale di 18,3 rifugiati ogni mille abitanti, a fronte dei 2,4 dell’Italia. Può darsi che in qualche caso il ricorso ad essa possa essere una via d’uscita diplomaticamente utile, ma è assurdo immaginarla come una soluzione al problema delle migrazioni nel loro complesso.
Forse è meglio cercarla, la collaborazione con l’Europa…
E allora? Allora forse il ministro degli Interni farebbe meglio a partecipare alle riunioni dei suoi colleghi europei, invece di disertarle, come ha fatto in sette occasioni su otto, per impegni elettorali.
In questo modo, invece di girare per le piazze a dire ai suoi sostenitori che l’Europa non ci ascolta, potrebbe farsi ascoltare e rendere possibile quella collaborazione di cui a gran voce ha sempre denunziato l’assenza, salvo poi schierarsi sistematicamente con i Paesi sovranisti di Visegrad, che questa collaborazione non la vogliono affatto.
L’abbandono dell’illusione sovranista, coltivata finora dal nostro governo, sembra l’unica soluzione possibile, al di là degli spettacolari duelli muscolari con la Ong di turno, buoni forse per far aumentare i consensi elettorali, ma assolutamente sterili ai fini di una soluzione reale del problema migratorio.
Del resto, le elezioni europee e il nuovo assetto dell’UE hanno totalmente smentito i bellicosi e trionfali proclami che davano per certa la “cacciata” della “casta” franco-tedesca e l’avvento al potere, sulla scena europea, dei partiti populisti. Il solo guadagno dell’Italia, in seguito a questa linea, è stato un totale isolamento e la perdita di rappresentatività.
Al di là del “buonismo” e del “cinismo”
Non basta, però, un vero accordo con l’Europa. È in Italia che deve avvenire una svolta. La contrapposizione tra “buonisti” di “sinistra” e “cinici” di “destra” ha ormai mostrato tutti i suoi limiti.
La difesa dei diritti umani, sostenuta come priorità dai primi, così come la realistica considerazione che non possiamo accogliere tutti i poveri dell’Africa, fatta valere dai secondi, non sono necessariamente incompatibili.
Si tratta di prendere sul serio, dall’una e dall’altra parte, il principio, ribadito spesso da papa Francesco, che un’accoglienza non è praticabile se non garantendo una reale integrazione.
Quella operata dai governi di “sinistra” è stata una falsa accoglienza, che ha creato marginalità e ha indignato e allarmato gli italiani, preparando il terreno alla reazione, altrettanto unilaterale, di chi ha eliminato anche quel po’ di integrazione che si faceva, giustificando in questo modo il rifiuto drastico dell’accoglienza.
Se il Pd finalmente smettesse di vivere, parassitariamente, della critica puramente negativa di quanto fa il governo ed elaborasse una seria proposta per regolamentare i flussi migratori in rapporto alle nostre possibilità di integrazione; e se la Lega, da parte sua, prendesse atto che l’interesse degli italiani non è l’esclusione degli stranieri (gli ultimi dati demografici dimostrano che fra poco senza di loro non potranno funzionare né il nostro sistema previdenziale né la nostra scuola, per non parlare del mercato del lavoro, specialmente nel settore delle badanti), ma l’eliminazione delle disfunzioni che facilitano sfruttamento e criminalità – forse usciremmo finalmente dallo sterile batti e ribatti polemico che ha dominato in questi ultimi anni.
Per essere più umani
L’Italia ha bisogno di questo salto di qualità della sua classe politica. Ma è un salto che deve avvenire, prima ancora, sui giornali, nell’opinione pubblica, nella gente che scrive sui social, che fa le manifestazioni.
Il livello di faziosità e di imbarbarimento del linguaggio e degli atteggiamenti pubblici mi ha fatto ricordare che Platone, in un suo dialogo, indica il pudore come una fondamentale virtù del cittadino.

Forse dobbiamo riscoprire questa capacità di vergognarsi. Non solo per affrontare meglio il problema delle migrazioni, ma per essere noi più umani.





Nessun commento:

Posta un commento