Cattolici,
un “lavoro dello spirito” per scuotere la società impigrita
Oltre
l’impressione di incertezza e irrilevanza,
affiora l’occasione di animare
relazioni e progetti condivisi
riorientando la “zona grigia” di una
collettività
che si accontenta del presente
-
di GIUSEPPE DE RITA
-
Anche
sapendo che non si può più essere presenza maggioritaria, siamo tutti
desiderosi, noi cattolici, di uscire dall’attuale sensazione di incertezza ed
irrilevanza. Qualcuno coltiva l’illusione di un ritorno al passato, mentre
qualcun altro immagina una fuga in avanti fatta di un minoritario
ricompattamento dei “pochi ma buoni”. Due tentazioni di per sé comprensibili,
ma che, intrecciandosi e rafforzandosi a vicenda, rischiano di far perdere una
grande occasione di incisiva presenza del pensiero cattolico, un’opportunità
che sarebbe davvero un peccato perdere. P er spiegare tale
opportunità occorre fare un passo indietro nel cammino della Chiesa degli
ultimi sessanta anni, da quando essa ha voluto essere chiesa di popolo, capace
cioè di mobilitare le diverse energie collettive esistenti nel Paese. La scelta
cioè di coniugare la realtà di fede, con lo spirito dello sviluppo sociale,
cominciando con la Montée Humaine di Padre Lebret a fine anni
‘50; proseguendo con la Populorum Progressio di Paolo VI del
’65; e ancora con la Promozione
Umana del Primo Convegno ecclesiale del ’76. Si può
dire che, in fondo, la cultura del mondo cattolico ha condiviso, lungo alcuni
decenni, la crescita e la voglia di crescere della società, quasi in silenzioso
rispecchiamento tra crescita umana e sviluppo del Paese. Se ci pensiamo, Montée
Humaine, Populorum Progressio e Promozione Umana esprimono,
in lingue diverse, lo stesso concetto e la stessa speranza, e cioè che lo
sviluppo della persona, di ciascuna persona e attraverso questo, lo sviluppo
dei popo-li, è prezioso agli occhi di Dio, di più: è il progetto stesso di
Dio. M a quella combinata tensione a crescere si è nel tempo
affievolita e si è dovuto prendere atto che, sia nella realtà ecclesiale che in
quella sociale, si è venuta di fatto formando una ambigua “zona grigia”,
alimentata dalle propensioni al vivere di presente; tendente all’individualismo,
al soggettivismo; una zona grigia segnata dalla tendenza al tralasciare, al
disimpegno (non vado a votare e non vado a Messa); una zona grigia che ha
causato, una generalizzata, perdita di senso, una forte difficoltà nelle
relazioni, una gran fatica a trovare un progetto di vita comune. Il lavoro
dello spirito, la politica come professione/vocazione, esaltato da
Massimo Cacciari, oggi ci porta a riconoscere che molti dei problemi del
nostro Paese, hanno origine proprio in un deficit di vocazione, una carenza di
fini. La tanta politica con poca professione/vocazione è anche lo specchio di
una società sempre più incapace di guardare oltre. T utto ciò ha
conseguenze in tutti gli ambiti, da quello demografico a quello produttivo e
addirittura sul piano dei consumi: i continui aggiornamenti tecnici di
alcuni prodotti, sono sempre più palesemente in-utili e il bluff della novità è
sempre meno accattivante. C’è un deficit di iniziativa privata nel mondo
produttivo, anche gli investimenti pubblici faticano ad essere assorbiti dal
sistema, perché manca la necessaria “fame di investimento”. Questo pericoloso
impigrimento della società, come della vita ecclesiale, impone la ricerca degli
strumenti più efficaci, per rilanciare il protagonismo dei vari
soggetti sociali. È noto che la storia italiana degli ultimi decenni ha
visto un peso enorme dei soggetti intermedi (da quelli materiali a quelli
locali, alle stesse istituzioni ecclesiali). C’è in questo campo una naturale
ondata di crisi, ma non sta a noi fare una analisi critica, è indubbio che il
mondo cattolico può e deve essere in prima fila, come grande corpo intermedio,
per lavorare sulla zona grigia, sviluppando quel poco o quel tanto di
“lavoro dello spirito”. P erché le due zone grigie, quella
civile e quella religiosa, sono pressoché sovrapponibili,
sono due facce della stessa medaglia, solo che quella religiosa
conserva l’attitudine alla vocazione, possiede ancora un codice
dell’anima condiviso e non vuole rinunciare alla
trascendenza, non è un caso, infatti che più della metà
degli italiani si rivolge a Dio, crede in una vita dopo la morte
e in qualche forma di “giudizio finale”. La grande
opportunità allora che si apre in questo scenario sta proprio nel
fatto che la chiesa in uscita può portare con sé, nella zona
grigia, in modo più o meno latente, i suoi attrezzi
spirituali, il suo bagaglio di capacità di orientamento, la
sua tensione verso un altrove, la sua spinta a dare senso ad una
vita, “che non si esaurisce tutta qua”. I l contributo visto
come cattolici sarà quello di richiamare gli italiani all’uso di quegli
strumenti, riattivare quei semi, anche piccoli, che la “chiesa in uscita” porta
con sé e che oggi, magari senza saperlo, getta nella società. Colmando, là
dove ci si trova e per quanto possibile, quel deficit di vocazione che oggi
affligge la nostra società, facendo leva su quell’attitudine alla trascendenza
che noi tutti abbiamo interiorizzato e che fa parte del nostro patrimonio
nazionale, almeno ancora per qualche generazione, visto che l'analfabetismo
religioso si diffonde fra i giovani e tra uno o due generazioni, l'erosione
potrebbe essere irreversibile. Avviare allora un lavoro dello spirito, una
ricerca di vocazione a tutti i livelli, contrasterebbe il soggettivismo spento,
orienterebbe le comunità sociali, grandi e piccole, verso il recupero di valori
civili e sociali, valori magari con risonanze religiose, ma senza richiami ad
appartenenze, sarebbe un bel modo per incoraggiare il Paese ad andare
oltre. L a prospettiva allora non dev’essere quella di “andare in
missione” nella zona grigia, ma di sperare (e qui sta il senso della
“Responsabilità della Speranza”) che la zona grigia sia già in missione per
conto dello Spirito. Non c’è niente da insegnare, perché la vocazione non si
insegna, ha al suo interno la forza propulsiva per realizzarsi; questo non vuol
dire che non servano le condizioni necessarie perché la vocazione, prima si
manifesti e poi possa realizzarsi. Come cristiani nella società dovremmo
sentire questo come nostro compito, che è anche il compito di una politica come
professione. Certo, anche dal punto di vista della Chiesa, serve un lavoro di
rafforzamento dell’armamentario spirituale e di orientamento, non
ovviamente dello spirito, che è sommamente libero e soffia dove vuole,
bensì di quali opportunità la società offra al lavoro dello spirito. Un’azione
quasi a distanza, come di chi, da una posizione privilegiata, sappia indicare i
sentieri su cui può essere vantaggioso muoversi.
N on
si tratta di affrontare un deserto, né tantomeno un territorio ostile, anzi
forse c’è in giro meno indifferenza di quel che si immagina; si tratta di
tornare ad occuparsi della zona intermedia della società, evitando i margini
esterni degli opposti oltranzismi: quello dei saldi “pochi ma buoni”, come
quello delle pretese sempre nuove. Tornare a quella che Romano Guardini
chiamava “l’officina dell’esistenza”, la nostra zona grigia occupa già la zona
intermedia della società e forse è un bene anche per lo zoccolo duro dei
praticanti, sempre citando Guardini: «Una vita priva di questa zona intermedia
diventa irreale, poiché qui è il luogo dell'attuazione reale». Riprendiamo la
sfida dell’attuazione reale, nella linea del Montée, Progressio e Promozione, che
scommette sull’uomo reale, nel suo impasto di mediocrità e di vocazione al
divino. E a compiere questo lavoro dello spirito, devono sentirsi chiamati
principalmente i laici, che sono quelli più impastati alla società. Servono
laici, uomini e donne di buona volontà, capaci di riconvertire le esperienze
cristiane in esperienze umane e viceversa, di fare un lavoro dello spirito
nella società, di aiutare nella ricerca di un fine le tante esperienze civili
che, senza vocazione, rischiano di sciupare energie. Occorre, tutti
insieme, trovare ambiti e strumenti per fare questo tipo di lavoro, ritrovando
anche un linguaggio per parlare al mondo contemporaneo incarnandosi in esso,
forse riscoprendo il linguaggio “in parabole”, essere capaci di immaginare e di
narrare storie, magari favole, per raccontare le cose di lassù, partendo dalle
realtà di quaggiù.
Le
opposte tentazioni del ritorno al passato e della chiusura nei “pochi ma buoni”
si legittimano a vicenda, lasciando in ombra una grande occasione di presenza
incisiva per il pensiero credente. Che non va persa.
www.avvenire.it
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