Intervista a Irene Tirloni
Dove insegna e da
quanto tempo?
Insegno in una
scuola secondaria di primo grado a Flero, un paese in provincia di Brescia. Si
trova nell’hinterland, appena fuori dalla città, in un quartiere ancora
residenziale anche se al confine con una zona agricola. È parte di un istituto
comprensivo articolato in due plessi che ospitano scuola dell’infanzia,
primaria e secondaria. Io insegno da undici anni, da sette a Flero e da cinque
come insegnante di ruolo.
Quali materie
insegna?
Lettere, ovvero
italiano, storia, geografia e l’alternativa alla religione che ormai è
diventata a tutti gli effetti una disciplina. Mi sono laureata in Lettere,
Filologia moderna, poi, mentre già insegnavo, in Storia dell’arte, seguendo una
vecchia passione. Tanto della mia vita e della mia formazione ruota
intorno alla creazione del bello. Ho sempre collaborato in parallelo anche con
istituzioni museali, soprattutto per l’ideazione di laboratori per le scuole.
Ha visto dei
cambiamenti nell’arco della sua carriera? Di che tipo?
Il cambiamento più
rilevante è di sicuro quello della rivoluzione tecnologica, che ha avuto
un’accelerazione importante. Con il Covid c’è stato un utilizzo anche molto
virtuoso della tecnologia e abbiamo cercato in ogni modo di sfruttare le
potenzialità della didattica online. Oggi però dobbiamo capire come orientarci
in questa realtà dominata dai social. Tutto è cambiato, impattando ovviamente
anche contro la scuola. Secondo me, soprattutto in negativo a livello di
concentrazione, perché i social ti abituano alla velocità, ma anche al
disimpegno. “Scrollare” una pagina online è facile, ma non ti lascia
granché, ed è diametralmente opposto al lavoro che facciamo noi, che dobbiamo
insegnare processi lenti come la lettura e la scrittura, fatti di
“ruminazione”, in cui torni e ritorni sulla pagina. Per i ragazzi oggi
abituarsi alla lentezza significa quasi risalire controcorrente: hanno meno
pazienza, vivono nell’immediatezza delle immagini di un mondo fatto di spot.
Hanno una ridotta capacità di attenzione, quindi come insegnante un po’ devi
adeguarti e un po’ cercare di allenarli a un tempo e a un apprendimento
diversi, che danno un altro tipo di appagamento. Non è più lettura versus
televisione, ma lettura versus “stories” e “reel”. Per un insegnante è un
lavoro complesso, però quando ci riesci è una grande soddisfazione, perché vedi
in loro qualcosa che si accende.
Con le materie che
lei insegna, quali strumenti riesce a dare ai ragazzi per orientarsi nel mondo
digitale con più consapevolezza?
Noi facciamo tanta
educazione digitale, finalizzata soprattutto all’apprendimento e alla
metacognizione, alla riflessione. Usando la lingua assieme ai tablet,
promuoviamo una didattica digitale integrata. I ragazzi conoscono bene i
videogiochi, però a volte sono molto ingenui nell’utilizzo del web. Per
questo, nelle ore di educazione civica, insegniamo la cittadinanza
digitale, per esempio come combattere il cyberbullismo. Spieghiamo che la
tecnologia va indirizzata, incanalata, padroneggiata. Io dopo il Covid
non ho smesso di utilizzare Classroom, una piattaforma di apprendimento online,
dove carico i miei materiali per gli alunni. Su Classroom hanno una sorta di
bacheca dove ritrovano gli argomenti studiati, materiali integrativi, approfondimenti,
mappe digitali per chi ha disturbi dell’apprendimento o bisogni educativi
speciali. Questo mi permette anche di sfruttare metodi come la flipped
classroom, che inverte il metodo didattico tradizionale: anticipando
materiali didattici ai ragazzi è possibile poi costruire una lezione dialogata
in classe.
Mi fa paura più di
ogni cosa la mancanza di entusiasmo. Chiedo: “che cosa ti piace?” Rispondono:
“niente”. Poi scopro che quel niente è stare ore online.
Che tipo di metodi
usa?
Numerosi e
integrati tra loro. Recentemente ho seguito un corso per diventare
facilitatrice in Philosophy for Children, un metodo che si propone
di trasformare la classe in comunità di ricerca filosofica. Realizziamo
una lezione dialogata a partire da un testo: sono i ragazzi a formulare le
domande e poi a condurre una sessione in cui cercano di costruire un
dibattimento, non finalizzato a raggiungere una verità, o ad avere ragione,
bensì a costruire una conoscenza fine a se stessa. Da queste sessioni a volte
emergono riflessioni di una profondità e lucidità di cui loro stessi si
stupiscono.
Uso molto lo storytelling per
le lezioni di storia e spesso lo integro con l’altra mia passione, che è la
didattica outdoor. Anche su questa ho seguito diverse formazioni. Nel
giardino della scuola abbiamo allestito due ambienti di apprendimento esterni,
con l’obiettivo di costruirne di più, per destrutturare l’aula scolastica. In
termini di motivazione all’apprendimento e di attenzione vedo grandi risultati,
perché i ragazzi sono molto più coinvolti. Facciamo anche messinscena,
ovvero drammatizzazione, che è una tecnica didattica molto efficace per
coinvolgere i ragazzi. Oltre a tutto questo, conduco anche la cosiddetta
lezione frontale, che non va demonizzata: vuol dire semplicemente che stai veicolando
in un certo modo alcune conoscenze ai ragazzi, tutto dipende dal modo in cui lo
fai. A volte utilizzo anche metodi online, inclusi i quiz, ma sempre integrando
il digitale con la mia umanità.
Secondo lei cosa
manca alla formazione che oggi è offerta agli insegnanti?
Le occasioni
formative sono molte e variegate e c’è grande attenzione su questo tema. Molta
formazione è obbligatoria, per esempio sui temi dell’educazione civica o
sull’inclusione. Ho dovuto seguire corsi e seminari per le certificazioni per
Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), corsi di Dislessia-Amica e molti
altri. Quello che manca è invece la possibilità di sperimentare in
serenità le tecniche e metodi didattici che si sono appresi, per motivi
organizzativi.
Quali sono questi
ostacoli?
Non è facile
realizzare al meglio una didattica integrata quando hai classi molto grandi.
Una classe di oltre venti alunne e alunni è, nel mondo di oggi, già numerosa:
bisognerebbe lavorare di più sulle compresenze, soprattutto se si esce dalla
scuola. Mi capita di fare lezione camminando per il paese, però non è facile
gestire un gruppo folto, non per problemi disciplinari, ma perché si fa fatica
a dedicare a ciascuno l’attenzione che merita. Quello che fa la
differenza nell’insegnamento è costruire con gli studenti una relazione
autentica, un legame di fiducia e di complicità. Nelle mie classi lavoro molto
su questo: abbiamo il nostro micro-linguaggio, i nostri patti, ma diventa
difficile quando sono tanti alunni, anche per le molteplici esigenze educative
speciali. A me piace pensare che tutti gli alunni hanno bisogni educativi
speciali, non soltanto chi presenta difficoltà nell’apprendimento, in quanto
esistono molteplici intelligenze, come evidenzia lo psicologo dello sviluppo
Howard Gardner. Pertanto ognuno meriterebbe un’attenzione esclusiva.
Quale ritiene
l’aspetto più positivo del suo lavoro?
Sono fortunata,
lavoro in una scuola che ha ampi spazi all’aperto e strumentazioni
all’avanguardia. Questo mi permette di sperimentare nei termini che sognavo.
Per me conta il rapporto con studentesse e studenti, vederli crescere e
arricchirsi. Mi fa paura più di ogni cosa la mancanza di entusiasmo. Chiedo:
“che cosa ti piace?” Rispondono: “niente”. Poi scopro che quel niente è stare
ore online. Senza demonizzare la tecnologia o i social, è chiaro che
manca loro qualcosa. Poi però osservo che si riaccendono facendo attività molto
semplici e questo mi sprona a costruire insieme a loro un percorso di crescita:
dalla prima alla terza li vedo evolvere come persone. È una vera gioia.
Crede che un
insegnante possa fare la differenza per i suoi studenti?
Un insegnante può
aiutarli a trovare la loro vocazione per il futuro, a orientarsi nel mondo. Noi
siamo figure di riferimento nel momento in cui i ragazzi si allontanano dai
genitori, perché devono crescere. Non ho fatto l’attrice, il mio sogno
adolescenziale, ma affrontare la classe è come salire su un palcoscenico,
perché i ragazzi ti osservano, ti studiano e ti premiano quando riconoscono la
tua autenticità. Dai miei alunni ricevo lettere, biglietti, talvolta e-mail. Mi
ringraziano per aver insegnato loro che non sono i voti che prendono. È
un’altra delle mie battaglie: mi piace quando i ragazzi amano
l’apprendimento non finalizzato all’ottenimento di un risultato, o al lavoro
che si farà nella vita. Ma la cosa più bella che mi hanno detto in una
classe è che sono stata per loro “come Virgilio che accompagna Dante”.
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