Addio ad Habermas,
araldo
della modernità incompiuta
Filosofo della postmetafisica e del discorso democratico, è scomparso a 96 anni
“La società civile è composta da quelle associazioni e movimenti che più o meno spontaneamente intercettano e intensificano la risonanza suscitata nelle sfere private di vita dalle situazioni sociali problematiche, per poi trasmettere questa risonanza, amplificata, alla sfera politica.
Il nucleo della società civile è costituito da una rete associativa che istituzionalizza – nel quadro d' una "messa in scena" di sfere pubbliche – discorsi miranti a risolvere questioni d' interesse generale...
Una vitale società civile può svilupparsi solo nel contesto di una cultura politica liberale, nonché su una base di un’intatta sfera privata. Essa può dunque fiorire solo in un mondo di vita già razionalizzato. In caso diverso sorgono dei movimenti populistici che difendono alla cieca le tradizioni ossificate d' un modo di vita minacciato dalla modernizzazione capitalistica”
Celebre il dibattito su ragione e fede con Ratzinger
Non si può dire che con
Habermas scompaia l’ultimo testimone e maestro del Novecento. L’anagrafe,
classe 1929, gli schiude solo i due terzi finali del Secolo breve. Gli
risparmia la Grande Guerra e di trovarsi in prima linea nella Seconda. Eppure,
da quel Novecento ha appreso il gusto per l’engagement e gli j’accuse sulla
stampa. Bastino ricordare le polemiche con Joachim Fest, che l’aveva accusato
nelle memorie di aver aderito alla Hitlerjugend, le accuse di eugenismo a Peter
Sloterdijk o quelle a Wolfgang Streeck per aver criticato l’UE.
E come dimenticare
l’appoggio alle guerre umanitarie in ossequio ai diritti dell’uomo, dai
bombardamenti su Belgrado nel 1999 alle invasioni del Medio Oriente dopo l’11
settembre del 2001. Se a Habermas è sfuggito il Novecento nella sua
completezza, di certo non è sfuggita la modernità di cui è forse l’ultimo degli
araldi. Lo prova l’imponente storia della filosofia pubblicata, novantenne, nel
2019. Auch eine Geschichte der Philosophie (Suhrkamp) non è
una piatta ricostruzione della storia del pensiero filosofico, ma la proposta
di una filosofia per tempi postmetafisici e per un uomo moderno orfano della
trascendenza.
Per il filosofo di
Düsseldorf la modernità non è finita né conclusa. Essa è, come testimonia quel
manifesto del pensiero postmetafisico intitolato Il discorso
filosofico della modernità (Laterza), solo incompiuta. Dimentico
dell’eredità consegnata dalla Scuola di Francoforte, alla cui ispirazione deve
comunque il suo Storia e critica dell’opinione pubblica (1962),
Jürgen Habermas ha investito le sue risorse teoretiche nello sforzo di
perfezionare quella modernità illuministica rimasta incompiuta. In tempi in cui
l’uomo non riconosce più l’intreccio indissolubile di bello, bene e giusto nel
cuore dell’Essere, per il pensatore tedesco, non ci sarebbe altro da fare. Ne
danno conferma le due opere più impegnative, Teoria dell’agire
comunicativo (il Mulino), risalente al 1981, e Fatti e norme.
Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia (Guerini
e associati), di un decennio più tardo.
Habermas sa bene che è
difficile recuperare interamente il ruolo della ragione teorizzato
dall’Illuminismo. Il suo esito totalitario, denunciato da Theodor Adorno e Max
Horkheimer, lo rende impossibile. Occorre pertanto ricorrere a una razionalità
a basso profilo, di tipo procedurale e non sostanziale, orgogliosa però
dell’impossibilità di elevarsi all’altezza dell’Essere. Una ragione
comunicativa e argomentativa, solo frangiflutti al dilagare di una ragione
strumentale pronta a colonizzare i mondi della vita. «Il concetto di agire
comunicativo - scrive Habermas nella sua summa - si riferisce all’interazione
di almeno due soggetti capaci di linguaggio e azione che (con mezzi verbali o
extraverbali) stabiliscono una relazione interpersonale. Gli attori cercano
un’intesa per coordinare di comune accordo i propri piani di azione e il
proprio agire».
Per il filosofo dell’Etica
del discorso (Laterza), attingendo alle risorse morali della
comunicazione umana sarebbe possibile stabilire un impianto normativo condiviso
che consentirebbe agli uomini di regolare la propria convivenza. Il passo ormai
verso l’intreccio di questioni morali, giuridiche e politiche è davvero breve.
Se dall’impianto normativo condiviso nasce quello che Habermas, negli anni
Novanta, definisce “patriottismo costituzionale” ovvero un patriottismo fondato
sulla lealtà ai principi politici universalistici della libertà incorporati
nella leggi fondamentali degli Stati, allo stesso impianto si aggrappa anche la
riflessione sulla democrazia deliberativa e procedurale al centro di Fatti
e norme. «Il senso del voto democratico non è quello di fotografare la
gamma delle opinioni quali si manifestano allo stato brado - sostiene Habermas
in un'intervista -, bensì di riflettere il risultato di un processo pubblico di
formazione dell’opinione. Il voto espresso nella cabina elettorale acquista il
peso istituzionale di una compartecipazione democratica solo in relazione a
opinioni articolate pubblicamente, formatesi attraverso la comunicazione e lo
scambio di informazioni, motivazioni e posizioni pertinenti ai singoli temi».
Ma la strategia
argomentativa, proposta a compimento del processo emancipatore della modernità,
funziona ancora nel XXI? È all’altezza degli inediti problemi etici dovuti alla
diffusione dell’intelligenza artificiale e agli interventi spesso arbitrari sulla
struttura genetica del vivente? Sono domande che attraversano Auch eine
Geschichte der Philosophie, rimanendo però senza risposta. E non
casualmente. I
n tempi orfani
dell’Essere vacilla l’uso della ragione argomentativa ma anche l’utilizzazione
delle “riserve semantiche” della religione per promuovere concezioni
procedurali, pubbliche e verificabili per accostarsi ai valori, a cui Jürgen
Habermas ha dedicato tutta la vita, non basta più.
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