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mercoledì 1 aprile 2026

ORIENTARSI NEL MONDO

 


Una didattica integrata 
per riaccendere l’entusiasmo


Intervista a Irene Tirloni

Dove insegna e da quanto tempo?

Insegno in una scuola secondaria di primo grado a Flero, un paese in provincia di Brescia. Si trova nell’hinterland, appena fuori dalla città, in un quartiere ancora residenziale anche se al confine con una zona agricola. È parte di un istituto comprensivo articolato in due plessi che ospitano scuola dell’infanzia, primaria e secondaria. Io insegno da undici anni, da sette a Flero e da cinque come insegnante di ruolo.

Quali materie insegna?

Lettere, ovvero italiano, storia, geografia e l’alternativa alla religione che ormai è diventata a tutti gli effetti una disciplina. Mi sono laureata in Lettere, Filologia moderna, poi, mentre già insegnavo, in Storia dell’arte, seguendo una vecchia passione. Tanto della mia vita e della mia formazione ruota intorno alla creazione del bello. Ho sempre collaborato in parallelo anche con istituzioni museali, soprattutto per l’ideazione di laboratori per le scuole.

Ha visto dei cambiamenti nell’arco della sua carriera? Di che tipo?

Il cambiamento più rilevante è di sicuro quello della rivoluzione tecnologica, che ha avuto un’accelerazione importante. Con il Covid c’è stato un utilizzo anche molto virtuoso della tecnologia e abbiamo cercato in ogni modo di sfruttare le potenzialità della didattica online. Oggi però dobbiamo capire come orientarci in questa realtà dominata dai social. Tutto è cambiato, impattando ovviamente anche contro la scuola. Secondo me, soprattutto in negativo a livello di concentrazione, perché i social ti abituano alla velocità, ma anche al disimpegno. “Scrollare” una pagina online è facile, ma non ti lascia granché, ed è diametralmente opposto al lavoro che facciamo noi, che dobbiamo insegnare processi lenti come la lettura e la scrittura, fatti di “ruminazione”, in cui torni e ritorni sulla pagina. Per i ragazzi oggi abituarsi alla lentezza significa quasi risalire controcorrente: hanno meno pazienza, vivono nell’immediatezza delle immagini di un mondo fatto di spot. Hanno una ridotta capacità di attenzione, quindi come insegnante un po’ devi adeguarti e un po’ cercare di allenarli a un tempo e a un apprendimento diversi, che danno un altro tipo di appagamento. Non è più lettura versus televisione, ma lettura versus “stories” e “reel”. Per un insegnante è un lavoro complesso, però quando ci riesci è una grande soddisfazione, perché vedi in loro qualcosa che si accende.

Con le materie che lei insegna, quali strumenti riesce a dare ai ragazzi per orientarsi nel mondo digitale con più consapevolezza?

Noi facciamo tanta educazione digitale, finalizzata soprattutto all’apprendimento e alla metacognizione, alla riflessione. Usando la lingua assieme ai tablet, promuoviamo una didattica digitale integrata. I ragazzi conoscono bene i videogiochi, però a volte sono molto ingenui nell’utilizzo del web. Per questo, nelle ore di educazione civica, insegniamo la cittadinanza digitale, per esempio come combattere il cyberbullismo. Spieghiamo che la tecnologia va indirizzata, incanalata, padroneggiata. Io dopo il Covid non ho smesso di utilizzare Classroom, una piattaforma di apprendimento online, dove carico i miei materiali per gli alunni. Su Classroom hanno una sorta di bacheca dove ritrovano gli argomenti studiati, materiali integrativi, approfondimenti, mappe digitali per chi ha disturbi dell’apprendimento o bisogni educativi speciali. Questo mi permette anche di sfruttare metodi come la flipped classroom, che inverte il metodo didattico tradizionale: anticipando materiali didattici ai ragazzi è possibile poi costruire una lezione dialogata in classe.

Mi fa paura più di ogni cosa la mancanza di entusiasmo. Chiedo: “che cosa ti piace?” Rispondono: “niente”. Poi scopro che quel niente è stare ore online.

Che tipo di metodi usa?

Numerosi e integrati tra loro. Recentemente ho seguito un corso per diventare facilitatrice in Philosophy for Children, un metodo che si propone di trasformare la classe in comunità di ricerca filosofica. Realizziamo una lezione dialogata a partire da un testo: sono i ragazzi a formulare le domande e poi a condurre una sessione in cui cercano di costruire un dibattimento, non finalizzato a raggiungere una verità, o ad avere ragione, bensì a costruire una conoscenza fine a se stessa. Da queste sessioni a volte emergono riflessioni di una profondità e lucidità di cui loro stessi si stupiscono.

Uso molto lo storytelling per le lezioni di storia e spesso lo integro con l’altra mia passione, che è la didattica outdoor. Anche su questa ho seguito diverse formazioni. Nel giardino della scuola abbiamo allestito due ambienti di apprendimento esterni, con l’obiettivo di costruirne di più, per destrutturare l’aula scolastica. In termini di motivazione all’apprendimento e di attenzione vedo grandi risultati, perché i ragazzi sono molto più coinvolti. Facciamo anche messinscena, ovvero drammatizzazione, che è una tecnica didattica molto efficace per coinvolgere i ragazzi. Oltre a tutto questo, conduco anche la cosiddetta lezione frontale, che non va demonizzata: vuol dire semplicemente che stai veicolando in un certo modo alcune conoscenze ai ragazzi, tutto dipende dal modo in cui lo fai. A volte utilizzo anche metodi online, inclusi i quiz, ma sempre integrando il digitale con la mia umanità.

Secondo lei cosa manca alla formazione che oggi è offerta agli insegnanti?

Le occasioni formative sono molte e variegate e c’è grande attenzione su questo tema. Molta formazione è obbligatoria, per esempio sui temi dell’educazione civica o sull’inclusione. Ho dovuto seguire corsi e seminari per le certificazioni per Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), corsi di Dislessia-Amica e molti altri. Quello che manca è invece la possibilità di sperimentare in serenità le tecniche e metodi didattici che si sono appresi, per motivi organizzativi.

Quali sono questi ostacoli?

Non è facile realizzare al meglio una didattica integrata quando hai classi molto grandi. Una classe di oltre venti alunne e alunni è, nel mondo di oggi, già numerosa: bisognerebbe lavorare di più sulle compresenze, soprattutto se si esce dalla scuola. Mi capita di fare lezione camminando per il paese, però non è facile gestire un gruppo folto, non per problemi disciplinari, ma perché si fa fatica a dedicare a ciascuno l’attenzione che merita. Quello che fa la differenza nell’insegnamento è costruire con gli studenti una relazione autentica, un legame di fiducia e di complicità. Nelle mie classi lavoro molto su questo: abbiamo il nostro micro-linguaggio, i nostri patti, ma diventa difficile quando sono tanti alunni, anche per le molteplici esigenze educative speciali. A me piace pensare che tutti gli alunni hanno bisogni educativi speciali, non soltanto chi presenta difficoltà nell’apprendimento, in quanto esistono molteplici intelligenze, come evidenzia lo psicologo dello sviluppo Howard Gardner. Pertanto ognuno meriterebbe un’attenzione esclusiva.

Quale ritiene l’aspetto più positivo del suo lavoro?

Sono fortunata, lavoro in una scuola che ha ampi spazi all’aperto e strumentazioni all’avanguardia. Questo mi permette di sperimentare nei termini che sognavo. Per me conta il rapporto con  studentesse e studenti, vederli crescere e arricchirsi. Mi fa paura più di ogni cosa la mancanza di entusiasmo. Chiedo: “che cosa ti piace?” Rispondono: “niente”. Poi scopro che quel niente è stare ore online. Senza demonizzare la tecnologia o i social, è chiaro che manca loro qualcosa. Poi però osservo che si riaccendono facendo attività molto semplici e questo mi sprona a costruire insieme a loro un percorso di crescita: dalla prima alla terza li vedo evolvere come persone. È una vera gioia.

Crede che un insegnante possa fare la differenza per i suoi studenti?

Un insegnante può aiutarli a trovare la loro vocazione per il futuro, a orientarsi nel mondo. Noi siamo figure di riferimento nel momento in cui i ragazzi si allontanano dai genitori, perché devono crescere. Non ho fatto l’attrice, il mio sogno adolescenziale, ma affrontare la classe è come salire su un palcoscenico, perché i ragazzi ti osservano, ti studiano e ti premiano quando riconoscono la tua autenticità. Dai miei alunni ricevo lettere, biglietti, talvolta e-mail. Mi ringraziano per aver insegnato loro che non sono i voti che prendono. È un’altra delle mie battaglie: mi piace quando i ragazzi amano l’apprendimento non finalizzato all’ottenimento di un risultato, o al lavoro che si farà nella vita. Ma la cosa più bella che mi hanno detto in una classe è che sono stata per loro “come Virgilio che accompagna Dante”.

BE FOR EDICATION

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venerdì 20 febbraio 2026

NATI PER RICOMINCIARE

 


La Bibbia insegna 

che le cose importanti 

non si cercano,

 si ricevono in dono. 



Nelle cadute,  qualcuno o qualcosa 

ci riporta sulla strada.


-di ERMES RONCHI

 La Bibbia è un libro di infinite ripartenze. Non traccia nessun percorso completamente lineare e progressivo; non riferisce di nessun personaggio che non abbia, un giorno, per amore o per paura, sbagliato sentiero. Ma la forza della Bibbia sta nel nuovo che accade come sorpresa, non come maturazione attesa e ragionevole di scelte umane, ma come fioritura di un seme d’altrove. Così la novità biblica sorge dalle paludi, dal deserto, dalla schiavitù, dall’esilio, dall’errore. 

 Modello emblematico di questo è il viaggio dei Magi (Matteo 2): il loro lungo andare è costellato di comete ma anche di sbagli; giungono a Gerusalemme anziché a Betlemme; chiedono del bambino a un assassino di bambini; lo cercano in una reggia e invece lo trovano in una casa qualunque. Perdono la stella un giorno... ma i Magi hanno l’infinita pazienza di ricominciare, di interrogare, di rialzare lo sguardo. Il loro dramma, come il nostro, non è sbagliare o cadere, ma fermarsi e non ripartire. 

I ricominciamenti e le ripartenze dei personaggi biblici sono una delle forme che la profezia assume lungo la storia sacra: lo Spirito del Signore adopera oracoli e immagini, segni e simboli, uragani e brezza sottile per non lasciar dormire la polvere. E ricalcola il percorso. Instancabilmente. Sono sempre percorsi parziali, una mappa segnata da linee spezzate, una geografia di cadute e di vicoli ciechi. Ma proprio questo trasmette la grande speranza. Penso a tutte le storie di pietre scartate che riempiono il Vangelo e che sono servite, meglio ancora delle altre, nelle mani di Gesù: PietroMaddalenaZaccheoPaolo: i ricomincianti. 

Tutti potremmo raccontare la storia di un nostro deserto, quando ci pareva di morire di sete, o di vagare senza strada e senza meta. E poi è arrivato qualcosa: una intuizione, un amico, un messaggio, un angelo, che ha fatto ripartire la vita. 

Le cose più importanti non sono frutto della nostra ricerca, ma sono un dono immeritato, la sorpresa di una grazia, una mano che ci ha preso per mano quando ci pareva di affondare, come Pietro nella tempesta sul lago

«Le cose più importanti non vanno cercate, vanno attese» (Simone Weil). Vengono. Per un dono, una grazia, un’illuminazione interiore, una misteriosa forza buona che ci raggiunge. Perché la grazia sia grazia e non merito o calcolo. 

Credo sia capitato a tutti di finire in un fossato, faccia nella polvere o nel fango, senza domani: per una malattia, una crisi, un legame spezzato, una violenza subita. Poi è successo qualcosa. Forse mi sentivo come Lazzaro di Betania, chiuso, spento, occhi bendati. E una voce è arrivata, una luce è entrata, una lacrima è scesa dagli occhi di uno che mi amava. E la lacrima è calda, ferro rovente, lava di vulcano che brucia le bende, scardina le porte della tomba, trascina dentro di te il sole. E fa ripartire la vita. 

Penso a Betania, a quella casa in lutto per un ragazzo dal nome bellissimo «Colui-che-tu-ami», chiuso in un buco nella roccia. Lazzaro ritorna come simbolo universale di ogni ripartenza. Puoi vedere in lui uno che si è rintanato a leccarsi le ferite della vita, uno ingoiato dalla depressione, uno braccato dal dolore. Posso riconoscere me stesso nel suo nome. E quando pensavo di non farcela più, una goccia di luce si è fatta strada nell’ombra, una voce mi ha toccato con il brivido di una carezza: «Amico, vieni fuori! C’è tanto sole!». 

È accaduto molte volte, lo so bene. E ringrazio: vorrei posare il capo su quel petto, quella voce limpida, che mi ha rimesso in piedi, ha ricalcolato per me il percorso. Nella Bibbia non esistono percorsi lineari. Proprio per questo è il libro infinito della vita. 

Messaggero di S. Antonio

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venerdì 9 gennaio 2026

IRC - LIBERTA' E INCONTRO

 


CEI: l'insegnamento della religione è spazio di libertà e incontro

 

La Conferenza episcopale italiana invia un messaggio alle famiglie in vista dell'anno scolastico 2026/2027: scegliendo di frequentare questa disciplina si ottiene una "bussola per orientarsi nel mare agitato della vita"

 

Vatican News

 Non un adempimento formale, ma «una significativa occasione educativa». Così viene inquadrata la scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (Irc) in un messaggio rivolto alle famiglie dalla presidenza della Conferenza episcopale italiana in vista dell’anno scolastico 2026/2027. «Da molti anni — viene sottolineato — oltre l’80% degli studenti italiani decide di frequentare questa disciplina, segnando la sua costante presenza nel panorama scolastico come uno spazio di libertà, di dialogo, di responsabilità, in cui la scuola incontra e sostiene il percorso di crescita personale e culturale di ciascuno».

I legami e la cultura

Come ricordava papa Leone XIV ai giovani riuniti nella spianata di Tor Vergata nell’agosto scorso, «la nostra vita inizia grazie a un legame ed è attraverso legami che noi cresciamo. In questo processo, la cultura svolge un ruolo fondamentale». L’Irc, si legge nel messaggio della Cei, «rappresenta proprio questo: un laboratorio di cultura e di umanità dove si impara a decifrare il codice culturale che ha plasmato la nostra storia e a sviluppare uno sguardo critico e costruttivo, prendendo sul serio quel desiderio infinito di pienezza che grida nel cuore umano». L’Irc offre uno spazio per riscoprire l’integralità dell’essere umano, che — come indicato dal Papa — «non è un sistema di algoritmi: è creatura, relazione, mistero».

Un'educazione che include

Finalità dell’Irc, secondo la Cei, «è sviluppare quella intelligenza spirituale che permette di muoversi con rispetto e saggezza nel panorama contemporaneo, anche nell’incontro con le diverse tradizioni religiose, imparando a riconoscere i valori comuni e a dialogare costruttivamente con tutti». L’Irc offre «una bussola per orientarsi nel mare agitato della vita» e cogliendo questa opportunità si può «favorire un’educazione che include, che interroga, che apre al bene comune e alla libertà. Dove ogni volto, ogni storia e ogni ricerca trovano posto».

 

MESSAGGIO DELLA CEI     

con preghiera di diffusione: famiglie e studenti





 

 

domenica 6 luglio 2025

UMANESIMO DELL'INCERTEZZA

 


 Per un umanesimo

 dell’incertezza,


 un sapere 


che non consola



In un’epoca di risposte rapide e manuali di benessere, una riflessione sulla perdita di valore della domanda come spazio del pensiero. Un invito a riscoprire un’intelligenza di attesa e complessità

- di Giovanni Scarafile 

Entrare oggi in una libreria, anche solo per ripararsi dalla pioggia o per ingannare l’attesa di un appuntamento, significa imbattersi in scaffali sempre più affollati di volumi che promettono benessere, equilibrio, chiarezza: manuali di crescita personale, ricettari dell’anima, guide rapide alla realizzazione di sé occupano ormai intere sezioni, come se l’esperienza dell’umano si lasciasse distillare in protocolli replicabili e in formule precostituite. Non si tratta più, in effetti, di orientare una vita nella sua singolarità irriducibile, ma di proporre percorsi di efficientamento psicologico, in cui le emozioni devono trovare una direzione, le fragilità una correzione, le domande una rapida archiviazione.

Questo stesso paradigma, se lo si osserva negli spazi digitali, assume tratti ancora più accentuati e talora grotteschi, moltiplicando contenuti motivazionali, tecniche di automiglioramento, percorsi di crescita rapida che si contendono l’attenzione di un pubblico sempre più dipendente dalla promessa — tanto rassicurante quanto illusoria — che tutto sia affrontabile e, soprattutto, superabile. Ma sotto questa superficie di immediatezza e chiarezza, che sembra offrire risposte pronte a ogni possibile incertezza, si avverte con crescente evidenza una tensione silenziosa, una stanchezza non detta, un’inquietudine che nessuna strategia sembra davvero dissipare: come se la sovrabbondanza di soluzioni producesse, paradossalmente, un nuovo tipo di solitudine, quella di chi ha perso familiarità con il tempo lungo dell’attesa.

Siamo divenuti — senza quasi rendercene conto — collezionisti di risposte, e intanto smarriamo, con una certa indifferenza, il gesto più originario e fecondo: il domandare. Ogni esitazione viene trattata come un ritardo da colmare, ogni incertezza come un’anomalia da correggere, ogni interrogazione come un momento transitorio da oltrepassare nel più breve tempo possibile. Eppure, non tutte le domande sono fatte per ricevere risposta; alcune esistono per restare aperte, per accompagnarci nel tempo e attraverso i mutamenti, per trasformarci nel modo in cui ci trasformano le attese più vere. Ma il nostro tempo, così intimamente legato al culto della prestazione, fatica a riconoscere che l’intelligenza non si misura solo nella rapidità della soluzione, bensì nella capacità di restare dentro una domanda senza cedere all’impazienza di chiudere.

Tuttavia, la resistenza a questo tipo di postura non è soltanto culturale o legata all’egemonia del paradigma tecnico-scientifico: essa affonda le radici in una forma più sottile di disagio, che rende sempre più difficile tollerare ciò che non produce immediatamente un risultato tangibile. Chi sceglie di non rispondere in fretta, chi si sottrae alla coazione a concludere, rischia oggi di essere percepito come indeciso, inefficiente, persino colpevole. Il pensatore stesso — colui che abita le domande — viene talvolta ridotto alla figura di un titubante cronico, di un soggetto incapace di azione, inchiodato a un’attitudine sterile. Così, si finisce per screditare non soltanto chi non ha ancora trovato una risposta, ma anche chi ritiene che non tutto debba essere immediatamente risolto.

In questa deriva, l’imperativo silenzioso ma pervasivo secondo cui ogni problema — sia esso esistenziale, relazionale o professionale — dovrebbe poter essere trattato come una disfunzione da correggere, trova la sua massima espressione nella colonizzazione tecnico-scientifica della soggettività. Anche le dimensioni più intime dell’esistenza, come la sofferenza, il desiderio, la perdita, vengono affrontate mediante strumenti di codifica e ottimizzazione, con l’effetto collaterale, tutt’altro che secondario, di ridurre la complessità dell’umano a un insieme di funzioni da regolare. Ma l’esistenza non è un software difettoso da aggiornare; essa si dà nell’opacità, nella discontinuità, nella possibilità di non coincidere mai pienamente con se stessi.

In questo scenario, è forse opportuno riconoscere che una certa responsabilità appartiene anche a chi fa ricerca e produce sapere: non è del tutto infondata l’impressione, largamente diffusa nell’immaginario collettivo, che gli studiosi parlino una lingua separata, spesso impenetrabile, come se la distanza dal vissuto fosse una garanzia di autorevolezza. È accaduto, talvolta, che il pensiero si chiudesse in forme di autoreferenzialità che hanno finito per rafforzare il sospetto che la riflessione sia una pratica astrusa, riservata a pochi iniziati. Anche per questo, forse, si è aperto lo spazio pubblico dei divulgatori-sanitari dell’anima, che si propongono come antidoto accessibile a ciò che viene percepito come un pensiero impraticabile. Ma la semplificazione, quando si fa sistematica, diventa impoverimento.

Abitare una domanda non equivale, perciò, a indulgere in un culto dell’indecisione o a glorificare l’inerzia, quanto piuttosto a riconoscere che alcune forme di sapere maturano nel tempo, che non tutto è traducibile in metodo, che la verità stessa non si manifesta se non nella forma dell’attesa, della parola esitante, della sospensione feconda. Difendere la possibilità della domanda significa allora anche difendere una temporalità altra, non scandita dal successo o dalla prestazione, ma da una misura interiore in cui le trasformazioni avvengono secondo un ritmo che non si lascia pianificare.

In questo senso, forse, ciò che occorre oggi non è tanto un nuovo sapere, quanto un nuovo modo di restare: un umanesimo dell’incertezza, che accolga il dubbio non come un vuoto da riempire, ma come un invito a pensare diversamente, a sentire diversamente, a lasciarsi attraversare da ciò che non si domina.

Qualche giorno fa, in una piccola libreria di provincia, ho visto una ragazza sui vent’anni restare ferma a lungo davanti a uno scaffale. Aveva i capelli tagliati corti e asimmetrici, un piercing sottile al naso. Teneva in mano un libro voluminoso, privo di titolo accattivante, senza promesse evidenti né copertina seduttiva. Non sembrava in cerca di una formula risolutiva, né appariva preoccupata di trovare conferme o consigli. Leggeva assorta, con un’espressione quasi di riconoscimento, come se quel libro stesse parlando una lingua che non sentiva da tempo. Mi sono avvicinato, con discrezione, mosso da una curiosità che non saprei spiegare: volevo capire cosa la tenesse lì, così immobile. Non era un manuale, non era un prontuario: era un saggio filosofico. Dopo qualche minuto, con un gesto quieto e quasi affettuoso, lo ha rimesso al suo posto, poi è uscita. Forse quella ragazza non cercava una soluzione: stava solo accompagnando una domanda, in silenzio, per non perderla del tutto.

 www.avvenire.it


 

 

venerdì 21 marzo 2025

VOCAZIONE E' SPERANZA

 


«Ogni vocazione 

è segno di speranza 

Siate guide sagge 

per i giovani smarriti»

Pubblichiamo il testo integrale del Messaggio di papa Francesco per la 62ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni che ha come titolo «Pellegrini di speranza: il dono della vita». La Giornata sarà celebrata l’11 maggio 2025, IV Domenica di Pasqua. Di seguito il testo del Pontefice.

 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 62ª GIORNATA MONDIALE
DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI

 

Pellegrini di speranza: il dono della vita

 

Cari fratelli e sorelle!

In questa LXII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, desidero rivolgervi un invito gioioso e incoraggiante ad essere pellegrini di speranza donando la vita con generosità.

La vocazione è un dono prezioso che Dio semina nei cuori, una chiamata a uscire da sé stessi per intraprendere un cammino di amore e di servizio. Ed ogni vocazione nella Chiesa – sia essa laicale o al ministero ordinato o alla vita consacrata – è segno della speranza che Dio nutre per il mondo e per ciascuno dei suoi figli.

In questo nostro tempo, molti giovani si sentono smarriti di fronte al futuro. Sperimentano spesso incertezza sulle prospettive lavorative e, più a fondo, una crisi d’identità che è crisi di senso e di valori e che la confusione digitale rende ancora più difficile da attraversare. Le ingiustizie verso i deboli e i poveri, l’indifferenza di un benessere egoista, la violenza della guerra minacciano i progetti di vita buona che coltivano nell’animo. Eppure il Signore, che conosce il cuore dell’uomo, non abbandona nell’insicurezza, anzi, vuole suscitare in ognuno la consapevolezza di essere amato, chiamato e inviato come pellegrino di speranza.

Per questo, noi membri adulti della Chiesa, specialmente i pastori, siamo sollecitati ad accogliere, discernere e accompagnare il cammino vocazionale delle nuove generazioni. E voi giovani siete chiamati ad esserne protagonisti o, meglio, co-protagonisti con lo Spirito Santo, che suscita in voi il desiderio di fare della vita un dono d’amore.

Accogliere il proprio cammino vocazionale

Carissimi giovani, «la vostra vita non è un “nel frattempo”. Voi siete l’adesso di Dio» (Esort. ap. postsin. Christus vivit, 178). È necessario prendere coscienza che il dono della vita chiede una risposta generosa e fedele. Guardate ai giovani santi e beati che hanno risposto con gioia alla chiamata del Signore: a Santa Rosa di Lima, San Domenico Savio, Santa Teresa di Gesù Bambino, San Gabriele dell’Addolorata,  ai Beati – tra poco Santi – Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati e a tanti altri. Ciascuno di loro ha vissuto la vocazione come cammino verso la felicità piena, nella relazione con Gesù vivo.  Quando ascoltiamo la sua parola, ci arde il cuore nel petto (cfr Lc 24,32) e sentiamo il desiderio di consacrare a Dio la nostra vita! Allora vogliamo scoprire in che modo, in quale forma di vita ricambiare l’amore che Lui per primo ci dona.

Ogni vocazione, percepita nella profondità del cuore, fa germogliare la risposta come spinta interiore all’amore e al servizio, come sorgente di speranza e di carità e non come ricerca di autoaffermazione. Vocazione e speranza, dunque, si intrecciano nel progetto divino per la gioia di ogni uomo e di ogni donna, tutti chiamati in prima persona ad offrire la vita per gli altri (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 268). Sono molti i giovani che cercano di conoscere la strada che Dio li chiama a percorrere: alcuni riconoscono – spesso con stupore – la vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata; altri scoprono la bellezza della chiamata al matrimonio e alla vita familiare, come pure all’impegno per il bene comune e alla testimonianza della fede tra i colleghi e gli amici.

Ogni vocazione è animata dalla speranza, che si traduce in fiducia nella Provvidenza. Infatti, per il cristiano, sperare è ben più di un semplice ottimismo umano: è piuttosto una certezza radicata nella fede in Dio, che opera nella storia di ogni persona. E così la vocazione matura attraverso l’impegno quotidiano di fedeltà al Vangelo, nella preghiera, nel discernimento, nel servizio.

Cari giovani, la speranza in Dio non delude, perché Egli guida ogni passo di chi si affida a Lui. Il mondo ha bisogno di giovani che siano pellegrini di speranza, coraggiosi nel dedicare la propria vita a Cristo, pieni di gioia per il fatto stesso di essere suoi discepoli-missionari.

Discernere il proprio cammino vocazionale

La scoperta della propria vocazione avviene attraverso un cammino di discernimento. Questo percorso non è mai solitario, ma si sviluppa all’interno della comunità cristiana e insieme ad essa.

Cari giovani, il mondo vi spinge a fare scelte affrettate, a riempire le giornate di rumore, impedendovi di sperimentare un silenzio aperto a Dio, che parla al cuore. Abbiate il coraggio di fermarvi, di ascoltare dentro voi stessi e di chiedere a Dio cosa sogna per voi. Il silenzio della preghiera è indispensabile per “leggere” la chiamata di Dio nella propria storia e per dare una risposta libera e consapevole.

Il raccoglimento permette di comprendere che tutti possiamo essere pellegrini di speranza se facciamo della nostra vita un dono, specialmente al servizio di coloro che abitano le periferie materiali ed esistenziali del mondo. Chi si mette in ascolto di Dio che chiama non può ignorare il grido di tanti fratelli e sorelle che si sentono esclusi, feriti, abbandonati. Ogni vocazione apre alla missione di essere presenza di Cristo là dove più c’è bisogno di luce e consolazione. In particolare, i fedeli laici sono chiamati ad essere “sale, luce e lievito” del Regno di Dio attraverso l’impegno sociale e professionale.

Accompagnare il cammino vocazionale

In tale orizzonte, gli operatori pastorali e vocazionali, soprattutto gli accompagnatori spirituali, non abbiano paura di accompagnare i giovani con la speranzosa e paziente fiducia della pedagogia divina. Si tratta di essere per loro persone capaci di ascolto e di accoglienza rispettosa; persone di cui possano fidarsi, guide sagge, pronte ad aiutarli e attente a riconoscere i segni di Dio nel loro cammino.

Esorto pertanto a promuovere la cura della vocazione cristiana nei diversi ambiti della vita e dell’attività umana, favorendo l’apertura spirituale di ciascuno alla voce di Dio. A questo scopo è importante che gli itinerari educativi e pastorali prevedano spazi adeguati di accompagnamento delle vocazioni.

La Chiesa ha bisogno di pastori, religiosi, missionari, coniugi che sappiano dire “sì” al Signore con fiducia e speranza. La vocazione non è mai un tesoro che resta chiuso nel cuore, ma cresce e si rafforza nella comunità che crede, ama e spera. E poiché nessuno può rispondere da solo alla chiamata di Dio, tutti abbiamo necessità della preghiera e del sostegno dei fratelli e delle sorelle.

Carissimi, la Chiesa è viva e feconda quando genera nuove vocazioni. E il mondo cerca, spesso inconsapevolmente, testimoni di speranza, che annuncino con la loro vita che seguire Cristo è fonte di gioia. Non stanchiamoci dunque di chiedere al Signore nuovi operai per la sua messe, certi che Lui continua a chiamare con amore. Cari giovani, affido la vostra sequela del Signore all’intercessione di Maria, Madre della Chiesa e delle vocazioni. Camminate sempre come pellegrini di speranza sulla via del Vangelo!

Vi accompagno con la mia benedizione, e vi chiedo per favore di pregare per me.

 

Roma, Policlinico Gemelli, 19 marzo 2025.

FRANCESCO

 

www.vatican.va

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martedì 4 febbraio 2025

CHE COSA VUOI FARE DA GRANDE?


 La mancanza di orientamento per le scelte del futuro nella scuola è una ferita per i ragazzi. 

Che fare?"

 

 

 

 

 

 

 


- di Alessandro D’Avenia

 

Partecipo da anni a un progetto di orientamento alla scelta del futuro dedicato a ragazzi degli ultimi due anni di superiori, ma il discorso vale anche per l'imminente iscrizione alle superiori.

Lo abbiamo intitolato: “Universitas: che cosa vuoi fare di grande?”. 

La prima parola restituisce energia a quella invenzione medievale, l'università, nata per cercare unità (uni-verto) nella meravigliosa molteplicità del reale, come la luce che, penetrando nelle cattedrali attraverso i ricami di pietra dei rosoni, illumina l'interno. La seconda parte corregge la fatidica domanda posta ai bambini. Chiedere che cosa vuoi fare “di” e non “da” grande punta all'unicità e unità della persona nel tempo, perché la grandezza non sta nella quantità ma nella qualità, non in quanti anni di vita hai ma in quanta vita c'è negli anni che hai. Un seme è già grande per la sua energia, ed educare è porre le condizioni perché quella grandezza abbia luogo e si compia. Nessun contadino disprezza un seme perché è minuscolo, ma lo aiuta a realizzare la sua concentratissima potenza. Il progetto di orientamento che dura alcuni mesi comincia con un incontro pubblico, in presenza e a distanza, durante il quale ragazzi di tutta Italia pongono domande a chi ha vissuto e riflettuto su quella scelta così delicata. Quest'anno ero insieme a Mario Calabresi. Che cosa ci hanno chiesto? Che cosa abbiamo notato? 

 Tutte le domande avevano in comune la paura, non la benedetta paura di chi sta per compiere ciò per cui evolutivamente l'adolescenza (fenomeno squisitamente umano nella sua lunghezza) è fatta: uscire di casa per farne una nuova. Non abbiamo toccato la trepidazione di chi inaugura, esplora, rischia, ma l'angoscia di sbagliare, una morsa a due ganasce che stritola ciò che è proprio dell'adolescente: l'energia creativa. 

 La prima ganascia è l'ignoranza di se stessi: 13 anni di scuola (8 nel caso della scelta delle superiori) non sono serviti a scoprire talenti e limiti, e chi non conosce se stesso non può prendersi cura di sé e del mondo. Quanti docenti possono dire a un ragazzo per cosa sia portato non basandosi su impressioni fugaci ma su un'osservazione sistematica e prolungata che comporta comunicazione tra chi li guida e li ha guidati (passare le consegne da elementari a medie a superiori dovrebbe essere la normalità di un sistema educativo)? Ma come possono gli insegnanti fare anche questo se all'esplorazione dei talenti e dei limiti non viene dedicato tempo e confronto, se le giornate di orientamento sono ridotte per lo più a vetrine per accaparrarsi iscritti? 

La seconda ganascia è il terrore del giudizio su un'eventuale scelta sbagliata, come se il tempo impegnato a trovare la propria strada fosse una condanna a perdere nella corsa odierna al successo; e come se l'errore stesso non fosse la base di ogni scoperta ma il giudizio di condanna, inevitabile in un sistema educativo basato su competizione e quantificazione della performance: “rendimento” in “crediti/debiti” e non “compimento” in “talenti/limiti”. L'esito di questa morsa fatta di ignoranza di sé e angoscia di fallimento (parola coerente con il sistema crediti/debiti) consegna alla paura del vuoto, che porta a inseguire non la cosa più “grande” ma la più “vicina”, cioè quello che fanno tutti, perché il desiderio umano, che è imitativo, in assenza di chiarezza, copia, come fanno i bambini. E oggi copia il successo, perché, nella società della performance, il successo fa la felicità e non viceversa, ma il successo, come tradisce la parola, può non accadere mentre la felicità, a certe condizioni, accade. 

 Quali? Felicità, parola la cui radice indicava l'albero che dà frutto, è il compimento della propria specialità (la specie umana) e unicità (il modo in cui si dà in me). Quello che mangiamo di una mela è in realtà il nutrimento, la protezione e il mezzo di trasporto del seme: l'educazione sta all'unicità della persona come la mela al semino. La scelta quindi non avviene nel vuoto, ma nella somma di genetica ed epigenetica (DNA ed educazione), per questo non trattiamo allo stesso modo il basilico, la rosa e la quercia... Figuriamoci una persona! A conferma di tutto ciò una ragazza ha chiesto: “Soldi o passione?”. Domanda che tradisce la scissione interiore di una intera cultura in cui essere e fare non si parlano. Il lavoro da traduzione dell'essere nel fare, si riduce a condanna per ottenere l'indispensabile per il successo: il denaro. 

 La passione, che è gioia e fatica creativa, grandezza dell'unicità di ciascuno, viene relegata, in partenza, a sogno, hobby, tempo libero. Questa scissione (in inglese Severance, titolo della inquietante serie tv in cui gli impiegati di un'azienda sono sottoposti a una procedura medica che separa vita personale e lavoro in zone della memoria che non comunicano più) è la scissione tra essere e fare. Ma se il melo fa mele, l'umano fa soldi? No, l'umano fa umanità (realizza i propri talenti a beneficio della comunità) e nel farlo riceve anche il dovuto riconoscimento socio-economico. 

 Se un ragazzo pensa sia impossibile armonizzare essere e fare, e deve quindi rinunciare o alla passione o ai soldi, quel ragazzo è “scisso”. Possono soldi e passione stare ancora insieme? Sì, solo attraverso un lavoro paziente sul “che cosa vuoi fare di grande”, perché un giorno verrai pagato per la tua grandezza, cioè per la tua unicità: tu sei e quindi fai qualcosa in modo unico, purché quel modo tu l'abbia scoperto e coltivato. Ma quel lavoro che tanti altri fanno tu la fai come nessun altro? Questa specificità sarà sempre più necessaria, perché l'AI ci rimpiazzerà in ciò in cui siamo sostituibili, rendendo ancora più specifico ciò in cui non lo siamo. Questa “grandezza” si scopre nell'infanzia e nell'adolescenza, si coltiva e allena nella preparazione al lavoro (università e/o altro percorso), fruttifica (senso) e frutta (soldi) nel lavoro. Ma come può un seme dar frutto se non sa che seme è, non è stato messo nel terreno giusto, non è stato curato come serve? Ne va della felicità, perché l'unica energia che si alimenta usandola, come la batteria di una macchina, è la vocazione, energia data dal senso che ciò che faccio ha prima per me (gioia) e poi per gli altri (riconoscimento socio-economico): motivo per cui è necessario ma non sufficiente aumentare gli stipendi per avere insegnanti migliori, perché lo saranno solo quelli che hanno la vocazione. Il lavoro è il “frutto della passione” solo se è la relazione viva con quella parte di mondo che mi chiama perché ha bisogno della mia creatività. 

 Un esempio che riassume tutto è per me Lucio Battisti, che sentì il richiamo della musica alle medie: «C’erano due ragazzi nel mio palazzo che suonavano la chitarra... cominciai a rompere le scatole a mio padre per avere la chitarra. Mio padre diceva “le solite manie”, io insistetti finché per la licenza media della terza, ottenni questa chitarra”» (E.Assante, Lucio Battisti). Il ragazzo, lasciato solo, si scoraggiò ma qualche settimana dopo, in vacanza, incontrò «Silvio Di Carlo, elettricista di mestiere e chitarrista per passione, considerato un po’ pazzo, lo scemo del paese. Tutti ridevano perché andavo a lezione da lui, ma non era per niente scemo. Mi ha insegnato le prime cose». Lucio vorrebbe dedicarsi del tutto a suonare, ma il padre vede nella chitarra un passatempo non un lavoro, così il ragazzo accetta di studiare e diplomarsi come perito elettrotecnico, ma dopo: «Il padre non molla, gli combina incontri, colloqui di lavoro, che puntualmente si concludono con Lucio che dice agli interlocutori: “Sono venuto qui perché mi ha mandato mio padre, però io devo fare il chitarrista, per cui adesso la saluto”». 

 Il resto è musica che amiamo. Tutti hanno un talento, e se non è cristallino, testardo (un padre contro) e fortunato (l'elettricista) come Battisti, è ancor più necessario un sistema educativo orientato a scoprirlo per rendere “naturale” a un ragazzo non la sua scissione ma il coraggio di scegliere la sua grandezza, perché solo così grande potrà essere anche la sua gioia.  

  

Corriere della Sera




 

giovedì 5 dicembre 2024

ADOLESCENTI ALLO SBANDO

Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet lancia un nuovo allarme sui giovani: 

cosa sta succedendo e cosa dovremmo insegnare alle nuove generazioni


-          di Francesca Pasini

 

Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet è tornato a parlare dei problemi relativi alle nuove generazioni lanciando l’allarme: "Li stiamo perdendo, nessuno pensa più". Sono le parole pronunciate in occasione del convegno organizzato alla Reggia Quisisana di Castellammare di Stabia, iniziativa promossa dal parco dei Monti Lattari per valorizzare turismo e cultura e avvicinare i giovani allo sport e al benessere.

Secondo Crepet, i giovani di oggi devono essere aiutati e indirizzati verso il raggiungimento della propria autonomia. Vediamo cosa dovrebbero insegnare alle nuove generazioni gli adulti, i genitori e la società in generale.

Cosa ha detto Crepet sulle nuove generazioni: l’allarme

"D’estate più giovani portiamo in questo parco e nel museo archeologico, più ne salviamo, togliendoli a 14 anni dal bar all’angolo del loro quartiere", ha dichiarato Paolo Crepet durante il convegno a Castellammare di Stabia, lanciando un allarme: "Non ne faccio una questione morale, ma così stiamo perdendo intere generazioni di giovani". Un riferimento, questo, ai dati preoccupanti che riguardano la dispersione scolastica in Italia, che in certe zone è più accentuata (come nell’esempio di Napoli). Sono infatti ancora troppi i giovani che non frequentano la scuola, anche se alcuni sforzi si stanno mettendo in pratica per arginare il fenomeno.

"Per salvare i ragazzi serve la bellezza di posti come questo", ha proseguito Paolo Crepet. Un modo per cercare di cambiare rotta in merito a quanto sta succedendo all’interno della generazione Z italiana. "Salviamo bambini e ragazzi portandoli in posti belli come questo. Se i Borbone sceglievano la Reggia di Quisisana per le loro vacanze c’era un motivo. La bellezza li salverà". Una bellezza a 360°, quella menzionata da Crepet, intesa come concetto filosofico, estetico, morale e culturale.

Cosa dovremmo insegnare ai giovani secondo Crepet

Il sociologo è tornato a sottolineare l’importanza dell’educazione (che salva le giovani generazioni dalla mediocrità che sempre più spesso viene elevata a merito). Sono gli insegnamenti di genitori (in più occasioni criticati da Crepet), scuole e società che dovrebbero indirizzare la crescita degli adulti del futuro.

Nel suo discorso, lo studioso ha più volte ribadito che "bisogna insegnare ai giovani ad essere autonomi, a staccarsi dallo smartphone e ad apprezzare il loro territorio, così ricco di bellezza", riferendosi ai luoghi che fanno respirare la storia e la cultura di Castellammare, sede dell’incontro. Crepet ha quindi dichiarato: "Questi di Castellammare sono luoghi adatti a rimettere in moto il cervello". Un riferimento alla tendenza a "non pensare più" dei giovani, sempre più assuefatti agli strumenti tecnologici.

La critica di Crepet si è rivolta infatti anche agli smartphone e alla connessione costante ai social network, che in una recente intervista al ‘Corriere della Sera’ ha definito come "moltiplicatori di violenza incredibili", aggiungendo che "i telefonini andrebbero vietati almeno fino a 12 anni". Un parere espresso anche al ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara, che aveva chiesto al sociologo un parere in merito a questa tematica.

"Non si dica che è una cosa recente – ha proseguito il sociologo nell’intervista -, sono cambiamenti in atto da anni, anche decenni, ma di cui non ci siamo voluti accorgere. […] Adesso con i social è come aver fatto un salto da una 500 alla Formula 1", ha concluso Crepet.

 

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lunedì 25 novembre 2024

ORIENTAMENTO. IL PERCORSO IDONEO

 


Orientamento, 

la lettera del Ministro Valditara

“Importante che i giovani dispongano di informazioni complete e aggiornate per la scelta del percorso scolastico”

Il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha inviato oggi una lettera alle famiglie con figli in uscita dalla scuola secondaria di primo grado per fornire a studentesse e studenti e ai loro genitori “informazioni il più possibile complete e aggiornate” per la prosecuzione del percorso di studi.

“Siamo tutti consapevoli della criticità del passaggio dal primo ciclo alla scuola secondaria di secondo grado, nonché dell’importanza che la scelta del percorso scolastico riveste rispetto alle aspettative personali e lavorative dei giovani”, sottolinea il Ministro nella sua lettera. Per questo, anticipa Valditara, il Ministero da quest’anno metterà a disposizione di studenti e famiglie un modello nazionale per il “Consiglio orientativo”, che sarà utilizzato dai docenti del primo ciclo, per fornire un supporto concreto ai genitori. Il documento conterrà l’indicazione del possibile percorso scolastico da intraprendere per il secondo ciclo, in linea con le propensioni e le potenzialità di ogni singolo studente.

Nel frattempo, le famiglie potranno consultare, nella sezione Orientamento presente sulla piattaforma Unica, un’articolata guida per avere informazioni sul panorama complessivo dell’offerta formativa con dati e statistiche utili. Inoltre, in allegato alla lettera del Ministro, le famiglie hanno ricevuto oggi anche alcune statistiche e dati relativi alle scelte dei percorsi di Istruzione Tecnologica Superiore e alle prospettive lavorative dei diplomati, frutto della collaborazione con le principali Associazioni di Categoria dei diversi settori occupazionali. 

“È importante, infatti – conclude il Ministro – che i giovani dispongano di informazioni il più possibile complete e aggiornate per riflettere sulle loro vocazioni e attitudini e declinarle in modo che siano foriere di una piena realizzazione. Alle ragazze e ai ragazzi auguro di intraprendere percorsi scolastici capaci di trasformare le loro vocazioni in progetti reali”.

La lettera del Ministro


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