L’errore dei genitori che
frena i giovani
Secondo Paolo Crepet,
proteggere troppo i figli può limitarne lo sviluppo: educare vuol dire
accettare rischio, frustrazione e libertà per costruire vera autonomia.
1. “Quando
sentite ‘amore mio’, scappate”: cosa intende davvero Crepet
2. Comfort
zone, zaini portati dai genitori e paura della fatica
3. Tornare
ai valori di un tempo: parlare, ascoltare, dare peso alle cose
4. Educare
togliendo, non aggiungendo: il vero allenamento al desiderio
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“Quando sentite ‘amore
mio’, scappate”: cosa intende davvero Crepet
Paolo Crepet descrive
un cambio di rotta nell’educazione dei figli: se ieri il messaggio
era “questa casa non è un albergo”, oggi spesso diventa l’opposto—“resta
qui, non andare via”. Secondo lo psichiatra, così la famiglia rischia
di trasformarsi in una comfort zone permanente, invece che in un
punto di partenza per studiare, lavorare, mettersi alla prova, sbagliare e
conoscere il mondo.
In questo contesto,
avverte Crepet, la libertà dei giovani si riduce: al posto di
iniziativa e desiderio di costruire, prevalgono comodità e protezione
totale. Schermi, videogiochi, “stai tranquillo” e routine
rassicuranti possono diventare un rifugio che però indebolisce
autonomia e responsabilità. Da qui la sua frase provocatoria—“quando
sentite ‘amore mio’, scappate”—non contro l’affetto, ma contro
l’iperprotezione dei genitori che, nel tempo, può frenare la crescita.
Comfort zone, zaini
portati dai genitori e paura della fatica
Uno dei passaggi più
forti riguarda i gesti quotidiani. Crepet racconta come molti genitori si
siano sostituiti ai figli in tutto, persino nel portare lo
zaino di scuola. Quel “questo peso lo porto io” può sembrare amore, ma in
realtà manda un messaggio chiaro: “non sei in grado di farcela”.
Per l’esperto, portare
il peso dei libri è una metafora potente:
- se si vuole vivere davvero, si
farà fatica
- la vita è, per definizione, faticosa
Crepet ricorda che
“tantissimi genitori accompagnano i figli a scuola anche durante gli anni della
scuola superiore”, mentre suo padre “non sapeva neanche dove fosse il mio
liceo”. Per il padre, il liceo era “una cosa mia, il mio lavoro”. Lui faceva il
medico e il figlio non entrava nelle sue questioni, così come il genitore non
si intrometteva nella scuola del figlio. Un modello che rimette al centro autonomia e responsabilità
personale.
Tornare ai valori di
un tempo: parlare, ascoltare, dare peso alle cose
Crepet invita a
recuperare qualcosa che sembra scomparso: il valore della quotidianità e
della fatica. In un’epoca in cui la comunicazione è rapidissima ma poco
profonda, l’esperto sottolinea quanto sia importante “tornare ai valori di
un tempo” e far capire ai giovani che ogni cosa ha un valore, a partire
dalle piccole cose di ogni giorno.
Un esempio concreto è
il momento dei pasti: concedere spazio a un vero dialogo a pranzo o
a cena, riconoscendo importanza alle opinioni dei figli. Quelle che sembrano
chiacchiere leggere, in realtà, col tempo, radicano un modo di pensare.
Crepet chiede: quanto è durata l’ultima cena fatta insieme a un figlio? Tredici
minuti? E magari con lo smartphone acceso?
Fare domande
profonde richiede coraggio, anche quello di sentirsi rispondere male o
con riluttanza. Ma fa parte del gioco: ascoltare davvero vuol dire mettersi
in gioco ogni giorno, accettare anche il silenzio, la chiusura, la noia.
Educare togliendo, non
aggiungendo: il vero allenamento al desiderio
Per Crepet, educare non
significa riempire la vita dei ragazzi di cose, corsi, oggetti, comodità. La
sua posizione è netta: “per educare è necessario togliere, non aggiungere.
Solo così si allena al desiderio”.
In pratica, questo vuol
dire:
- ridurre le facilitazioni
inutili che eliminano ogni fatica
- lasciare spazio alla sperimentazione
personale, anche al rischio e all’errore
- dare responsabilità, fin da piccoli,
con gesti semplici ma dal significato profondo
L’idea di fondo è che, se
non viene insegnato che ogni cosa ha un peso, un prezzo,
un po’ di sudore, diventa impossibile pretendere che i giovani diano davvero
valore alle cose e alle persone.
Scuola, lavoro, persino
l’amore sono fatica. E non in senso negativo, ma come impegno
reale, quotidiano.
Da qui la domanda che
resta addosso: si sta crescendo una generazione che sa desiderare, o una
generazione che aspetta che qualcuno le porti sempre lo zaino?
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