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mercoledì 18 febbraio 2026

AMORE MIO


 “Quando sentite dire ‘amore mio’, scappate”.





L’errore dei genitori che frena i giovani

Secondo Paolo Crepet, proteggere troppo i figli può limitarne lo sviluppo: educare vuol dire accettare rischio, frustrazione e libertà per costruire vera autonomia.

1.     “Quando sentite ‘amore mio’, scappate”: cosa intende davvero Crepet

2.     Comfort zone, zaini portati dai genitori e paura della fatica

3.     Tornare ai valori di un tempo: parlare, ascoltare, dare peso alle cose

4.     Educare togliendo, non aggiungendo: il vero allenamento al desiderio

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“Quando sentite ‘amore mio’, scappate”: cosa intende davvero Crepet

Paolo Crepet descrive un cambio di rotta nell’educazione dei figli: se ieri il messaggio era “questa casa non è un albergo”, oggi spesso diventa l’opposto—“resta qui, non andare via”. Secondo lo psichiatra, così la famiglia rischia di trasformarsi in una comfort zone permanente, invece che in un punto di partenza per studiare, lavorare, mettersi alla prova, sbagliare e conoscere il mondo.

In questo contesto, avverte Crepet, la libertà dei giovani si riduce: al posto di iniziativa e desiderio di costruire, prevalgono comodità e protezione totale. Schermi, videogiochi, “stai tranquillo” e routine rassicuranti possono diventare un rifugio che però indebolisce autonomia e responsabilità. Da qui la sua frase provocatoria—“quando sentite ‘amore mio’, scappate”—non contro l’affetto, ma contro l’iperprotezione dei genitori che, nel tempo, può frenare la crescita.

Comfort zone, zaini portati dai genitori e paura della fatica

Uno dei passaggi più forti riguarda i gesti quotidiani. Crepet racconta come molti genitori si siano sostituiti ai figli in tutto, persino nel portare lo zaino di scuola. Quel “questo peso lo porto io” può sembrare amore, ma in realtà manda un messaggio chiaro: “non sei in grado di farcela”.

Per l’esperto, portare il peso dei libri è una metafora potente:

  • se si vuole vivere davvero, si farà fatica
  • la vita è, per definizione, faticosa

Crepet ricorda che “tantissimi genitori accompagnano i figli a scuola anche durante gli anni della scuola superiore”, mentre suo padre “non sapeva neanche dove fosse il mio liceo”. Per il padre, il liceo era “una cosa mia, il mio lavoro”. Lui faceva il medico e il figlio non entrava nelle sue questioni, così come il genitore non si intrometteva nella scuola del figlio. Un modello che rimette al centro autonomia e responsabilità personale.

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Tornare ai valori di un tempo: parlare, ascoltare, dare peso alle cose

Crepet invita a recuperare qualcosa che sembra scomparso: il valore della quotidianità e della fatica. In un’epoca in cui la comunicazione è rapidissima ma poco profonda, l’esperto sottolinea quanto sia importante “tornare ai valori di un tempo” e far capire ai giovani che ogni cosa ha un valore, a partire dalle piccole cose di ogni giorno.

Un esempio concreto è il momento dei pasti: concedere spazio a un vero dialogo a pranzo o a cena, riconoscendo importanza alle opinioni dei figli. Quelle che sembrano chiacchiere leggere, in realtà, col tempo, radicano un modo di pensare. Crepet chiede: quanto è durata l’ultima cena fatta insieme a un figlio? Tredici minuti? E magari con lo smartphone acceso?

Fare domande profonde richiede coraggio, anche quello di sentirsi rispondere male o con riluttanza. Ma fa parte del gioco: ascoltare davvero vuol dire mettersi in gioco ogni giorno, accettare anche il silenzio, la chiusura, la noia.

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Educare togliendo, non aggiungendo: il vero allenamento al desiderio

Per Crepet, educare non significa riempire la vita dei ragazzi di cose, corsi, oggetti, comodità. La sua posizione è netta: “per educare è necessario togliere, non aggiungere. Solo così si allena al desiderio”.

In pratica, questo vuol dire:

  • ridurre le facilitazioni inutili che eliminano ogni fatica
  • lasciare spazio alla sperimentazione personale, anche al rischio e all’errore
  • dare responsabilità, fin da piccoli, con gesti semplici ma dal significato profondo

L’idea di fondo è che, se non viene insegnato che ogni cosa ha un peso, un prezzo, un po’ di sudore, diventa impossibile pretendere che i giovani diano davvero valore alle cose e alle persone.

Scuola, lavoro, persino l’amore sono fatica. E non in senso negativo, ma come impegno reale, quotidiano.

Da qui la domanda che resta addosso: si sta crescendo una generazione che sa desiderare, o una generazione che aspetta che qualcuno le porti sempre lo zaino?

Studenti.it

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