Un
nuovo modo di insegnare e di valutare a partire dallo sguardo dei bambini
Intervista
a Davide Tamagnini, maestro di scuola primaria, docente a contratto
all’Università degli Studi Milano-Bicocca, autore di libri sulla pedagogia e la
didattica.
-di
Eleonora Recalcati
Per
costruire una scuola su misura di bambino occorre superare la logica del “si è
sempre fatto così” ed esplorare nuove vie. Davide Tamagnini, ispirandosi alle
teorie pedagogiche dei grandi maestri del passato, parte dallo sguardo dei più
piccoli per una didattica che ambisce a non dare voti ma ad accompagnare
nell'avventura della crescita.
Nel
suo libro Si può
fare. La scuola come ce la insegnano i bambini parla di come
cambia la scuola quando si parte dal punto di vista dello studente. Ci vuole
spiegare in che senso?
La
scuola che mi hanno insegnato i bambini è, innanzitutto, una scuola della
possibilità. Se si è in grado di abbassarsi (o alzarsi) all’altezza dei più
piccoli, mettendosi vicino a loro, si scopre che molte cose che si pensavano
impossibili, in realtà, non lo sono. Il nostro tempo è dominato dall’ansia e la
scuola non ne è immune: insegnanti ed educatori si sentono addosso gli occhi
delle famiglie, delle istituzioni, muovendosi tra infiniti vincoli burocratici.
Spesso questo li paralizza, scoraggiandoli dallo sperimentare, dal ricercare
nuove vie.
Nella
mia esperienza di insegnante, mi sono reso conto che se invece ci si affida
allo sguardo dei bambini, molte di queste barriere cadono. Con loro si può
affrontare qualsiasi domanda, visitare luoghi reali e immaginari impensati,
abbandonando le strade lastricate di certezze per costruire nuovi percorsi di
apprendimento. Solo così la scuola diventa un luogo vitale che ogni giorno può
sorprendere e divertire, un luogo in cui i bambini desiderano tornare.
Come
possono gli insegnanti superare questa paralisi, andare oltre la burocrazia e
ritrovare il senso, restituendo alla scuola una dimensione più vitale?
Occorre
ritrovare un approccio pedagogico, perché la pedagogia è la leva che abbiamo a
disposizione per scalzare l’ingessatura della burocrazia vissuta come sterile
adempimento. L’insegnante che ha una visione animata da teorie pedagogiche, da
una ricerca personale, riesce ad abitare lo spazio istituzionale e burocratico
riempiendolo di senso.
Quando
questo manca, si finisce per muoversi meccanicamente dentro strade
pre-tracciate dalla burocrazia, ponendo domande fasulle di cui già si conosce
la risposta, e uccidendo la fantasia e il desiderio di apprendere.
Quando ho iniziato a insegnare alla scuola primaria, una delle cose che mi
sentivo ripetere più spesso era “non si può fare”. Continuavo a incontrare
barriere che, tante volte, erano immaginarie. Infatti, molte delle innovazioni
didattiche che sembravano impraticabili, poi sono riuscito a perseguirle.
Spesso questo senso di paralisi viene dalla mancanza di ricerca e conoscenza
delle possibilità.
Credo
che non si possa fare l’insegnante se non si è personalmente in ricerca.
Il mio è uno studio che parte dall’aula e si concretizza dentro la scuola. In
campo pedagogico, la pratica quotidiana della didattica e la ricerca accademica
si devono contaminare, altrimenti lo scollamento tra questi due mondi rischia
di scadere nell’astrazione.
Nella mia professione di insegnante, lo studio mi ha aiutato a gettare sguardi
nuovi, a porre domande diverse, ad aprire vie in un mondo, quello della scuola,
in cui molto viene dato per scontato.
Dopo
il dottorato in Educazione nella società contemporanea sono tornato a scuola
perché è proprio lì che si gioca la mia ricerca e, d’altronde, vedo che
l’efficacia dei corsi che tengo in università si fonda proprio sulla
commistione tra teoria e pratica.
Anche i maestri che studio e che mi hanno ispirato (come Maria Montessori o
Gianni Rodari) hanno abitato la scuola a partire da diversi sguardi e
professioni: c’è chi era medico, chi scrittore, e anche attraverso questa loro
dimensione hanno provato a dare un contributo alla pedagogia.
Da
quando sono maestro di scuola primaria, ho sempre tenuto un giorno libero per
fare altro e allargare lo sguardo: per formare altri docenti, fare ricerca e
coltivare i rapporti con l’università. Faccio parte del Movimento di
Cooperazione Educativa e per anni ho coordinato il Gruppo Nazionale sulla
Valutazione, anche grazie alle ricerche e alle pratiche didattiche che mi sono
valse l’etichetta del “maestro che non mette i voti”.
Parliamo
proprio del suo approccio alla valutazione: come è cominciata la sua
sperimentazione a riguardo e a che conclusioni è arrivato?
Ho
iniziato questo percorso nel 2013, chiedendo, come maestro di scuola primaria,
di sperimentare sul tema della didattica e della valutazione in nome di una
norma presente nel DPR 275 che lo permetteva. Partivo dall’idea che non si
potesse, e non fosse giusto, classificare i bambini. Il voto classico
istituisce una graduatoria, indicando al bambino a che livello si colloca
rispetto agli altri, e si rivela invece del tutto inadeguato a descrivere un
percorso di apprendimento. Il fatto di prendere 6 piuttosto che 9 indica allo
studente e alla sua famiglia soltanto se il livello di apprendimento è maggiore
o minore rispetto a quello di altri, ma non offre indicazioni utili sul
percorso, su ciò che il bambino sa o non sa fare, su quanto può ancora
apprendere. Così ho cercato modalità meno standardizzanti e più attente alle
differenze, partendo per esempio dall’idea di usare i colori del semaforo per
rappresentare, insieme ai bambini, il grado di comprensione e apprendimento.
Abbiamo ragionato insieme su cosa significasse il verde piuttosto che il rosso,
li ho coinvolti nel processo di valutazione mettendomi al loro fianco e dando
indicazioni che potessero sostenere concretamente l’apprendimento: invece di
stilare una graduatoria, meglio invitare tutti a riflettere. All’inizio
mancavano normative in questo senso, nel 2020 è arrivata l’Ordinanza 172, che
ha stabilito la possibilità della valutazione descrittiva per la scuola
primaria, di fatto dando via libera alle pratiche che avevo cominciato a
mettere in atto.
L’ordinanza
del 2025 torna a un giudizio più sintetico, ma ormai con i miei studenti il
nuovo metodo è avviato. Così, a volte, affido a tutti i bambini di una classe
lo stesso livello (ottimo, per esempio) e poi dettaglio con un feedback
formativo e una valutazione approfondita che offra elementi utili per capire.
Perché altrimenti allievi e famiglie si fermano al voto, che sia “ottimo”,
“buono” o “insufficiente”, e non si chiedono ciò che conta davvero.
Come
hanno reagito le famiglie a questa innovazione?
I
genitori, all’inizio, possono essere spiazzati, quindi è giusto lavorarci e
coinvolgerli.
Ho investito molto tempo per incontrarli e spiegare loro che poteva esserci un
altro modo per valutare i bambini. Ho illustrato il metodo del semaforo e ho
proposto loro di usarlo con i propri figli e di confrontarci lungo il percorso.
Ho avviato una collaborazione perché, quando si vuole aiutare qualcuno a
parlare una lingua nuova occorre farla praticare il più possibile. In gran
parte ha funzionato, le famiglie si sono anche spese pubblicamente a sostegno
di questo nuovo metodo.
Poi ci sono genitori che protestano, a volte perché sono interessati a inserire
il proprio figlio in una classifica, un meccanismo di cui il nostro mondo è
pervaso, ma io mi sottraggo a questa pretesa. A me non interessa fare
graduatorie, ma dare elementi utili agli studenti e alle famiglie per capire
davvero cosa un bambino sa o non sa fare, e come può migliorarsi.
E
i docenti? Ha rilevato interesse per questo nuovo metodo di valutazione tra i
colleghi?
Anche
grazie ai corsi di formazione per gli insegnanti, ho avuto modo di incontrare
moltissimi colleghi e devo dire che, spesso, riguardo alla valutazione, non c’è
moltissimo approfondimento: semplicemente si fa come si è sempre fatto.
All’inizio pensavo non fosse particolarmente utile incentivare pratiche
innovative di valutazione se non all’interno di un cambiamento complessivo
della didattica, ma ultimamente ho notato come cambiare il modo di valutare
possa scardinare anche pratiche di insegnamento logore. Mettendo in discussione
il nervo sensibile del “voto” si sovvertono abitudini consolidate, con un
effetto a cascata. La necessità di dare feedback formativi, al posto dei vecchi
giudizi, costringe infatti a pianificare diversamente tutto il percorso di
apprendimento e può essere un grande incentivo a rinnovare la didattica. Una
valutazione che miri a formare e non a classificare diventa allora il perno per
realizzare una scuola a misura di bambino, per rivitalizzare pratiche
arrugginite ripartendo dal senso e dall’approccio pedagogico.
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